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Mauro e gli Stones

 Mauro e gli Stones
di Luca Visentini (da Intraisass 3, Antersass Casa Editrice, 2008)

Conobbi Mauro nell’autunno del 1992. Allora ero impegnato nella guida dell’Oltrepiave che per l’incompiuta elaborazione di un lutto personale venne in seguito pubblicata con il testo ahimè incomprensibile. Avevo preso alloggio a Lozzo di Cadore. Era già scesa in quota la neve, quella che non sarebbe andata più via sino a maggio. Sarei rientrato in città l’indomani. Decisi di fare un salto in Val Cimoliana, volevo salutarla ancora una volta. Mi fermai alla palestra di roccia nei pressi della diga del Vaiont, per ammirare gli arrampicatori. Vidi Corona su Alien, un 6b+, rinviare l’ultima protezione soltanto. Venti metri di sotto pensai: «Minchia!».

Mauro Corona
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Scese e venimmo presentati. Tuonò: «Adesso arrivi! È dall’inizio dell’estate che trovo i tuoi bigliettini da naufrago sopra le nostre vette». Replicai: «Non sono comunque riuscito a terminare, dovrò ritornare l’anno prossimo». M’incalzò: «Cosa ti manca?». Risposi: «Ad esempio le cime intorno al Bivacco Baroni». E lui: «Partiamo stasera e facciamo base al bivacco con un bel po’ di pastasciutta finché non le abbiamo scalate tutte». Ed io: «No, sono troppe, mi avanzano anche le sommità del Pramaggiore». Di nuovo lui: «Ripartiamo la settimana dopo con un bel po’ di pastasciutta per la Casera Pramaggiore e restiamo lì finché non le abbiamo scalate tutte». Di nuovo io: «No, no…».

Bevemmo ad Erto, parlando della montagna e delle donne. Bevemmo a Cimolais, parlando della vita e delle donne. Bevemmo a Claut, parlando della letteratura e delle donne. Finimmo all’interno della Pizzeria Cellina, ovvero in un locale con una fauna umana che non avrebbe sfigurato nel bar di Guerre Stellari. Due coppiette innamorate, sì, mangiavano la pizza, ma cinquanta ceffi con il bicchiere in mano al banco e attorno, scatenati, non so quanto gliela lasciassero gustare. E mentre discorrevamo della leggerezza, dell’esattezza e della molteplicità di Italo Calvino, Mauro fece una cosa strana. Stappò una bottiglia di rosso afferrata sul tavolino in un disimpegno e la versò nella mia coppa, completamente, spandendo i sei settimi del contenuto lungo la tovaglia bianca. Osservavo il vino traboccare dalla coppa, inesorabilmente, non osando intervenire. Quand’ebbe svuotato la bottiglia s’accorse dello sproposito, esclamò: «Ops!», ne prese un’altra e stavolta si servì per quel che bastava. Nessuno dei presenti, nemmeno il gestore, con ciò si scompose. Scoprivo un mondo. Continuammo con la rapidità e la visibilità. Passammo la metà della nottata. Lo riaccompagnai quindi a Erto e lui, dinnanzi al suo studio, mi disse di aspettare un attimo. Entrò e uscì con una statua chiara, un nudo di donna fiero e dolcissimo. Da baciare come faceva Gianni Gavina, il servo di Ugo Tognazzi, ne La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone. La infilò nella mia Renault 4 commentando: «Questa intanto va a Milano, adesso è di legno e però vedrai che diventerà di carne». Obiettai che era troppo, che ci conoscevamo solamente da dieci ore. Chiuse il discorso ammonendomi che altrimenti l’avrebbe bruciata nella stufa. Ci salutammo infine, promettendoci tante salite assieme per l’estate successiva. Partii nella notte con la statua accanto, un intrigante strabismo, verso il Cadore. La mia solitudine era a una svolta? Per questa sarebbe occorso dell’altro tempo e non me ne rimaneva molto invece, al momento, per occuparmi di un disagio ulteriore.

Adriaen Brouwer, Osteria con contadini ebbri, 1625
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Rapito dall’incontro magico con Mauro infatti non avevo più fatto la pipì. Forse da Lozzo. Bisognava che accostassi. Non nelle gallerie. Neppure sui tornanti. Lungo la Strada d’Alemagna poi, gli indigeni a Indianapolis, manco per sogno. Passai Tai e Pieve. Passai cento fabbriche di occhiali con i cancelli sulla carreggiata e mille operai abbruttiti dal turno notturno che mi abbagliavano davanti o di dietro. Non mi restava che il distributore di Mario Meneghin, presidente del Club Alpino Italiano, a Domegge. Che mi notassero!

L’avrei fatta lì. Che mi arrestassero, mentre pisciavo sugli erogatori di benzina! Avrei dichiarato: «Un Rolling Stone piscia dove gli pare». Ed in guardina, sbattuto dentro, avrei cantato: «We love you». Ma Meneghin aveva chiuso il piazzale delle pompe con le catenelle. Ripensai: «Minchia!». Poi: «Lozzo, Lozzo!». Tra l’auto e il bagno mi scappò non poca pipì addosso. Feci il bidè e il bucato. Dormii qualche ora. Sciacquai e avvolsi fra gli asciugamani i pantaloni, le calze e le mutande, nel modo in cui mi aveva insegnato il Castoro. Caricai i bagagli nella R4. Tornavo a casa, sotto gli occhi di Venere al mio fianco.

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Il cammino di Luca Visentini

Nel 1979 sul mercato librario apparve una novità, una strenna che racchiudeva, come scrisse il presentatore Arturo Tanesini, le qualità del più fidato compagno per quegli itinerari. Il Gruppo del Catinaccio era dedicato ad Alessandra, ed era opera di uno sconosciuto venticinquenne milanese che il Tanesini (autore dell’ineguagliata Guida dei Monti d’Italia Sassolungo, Catinaccio, Latemàr) descriveva come «titubante e timoroso» nei suoi confronti. Nella prefazione Visentini dice forte e chiaro di voler presentare gli angoli desueti, svolgendo quindi una sua filosofia d’escursionismo, quella delle vie normali alle cime, sconosciute, sognate la notte da una tenda. Colonne del libro sono fotografie con molta presenza umana, cartine accuratissime e di grafica particolare, bei disegni e i testi descrittivi di itinerari verificati in toto dall’autore e mai più difficili del I+, «già di per sé impegnativo e non accessibile al primo venuto». Dopo stringati e sentiti ringraziamenti a Tullio Pederiva e Achille Gadler, la materia si articola in tre parti: nella prima, «luoghi d’accesso e rifugi», è netta la struttura della Guida dei Monti d’Italia; la seconda è «sottogruppi ed ascensioni»; la terza, «itinerari di grande interesse escursionistico», è una concessione agli itinerari di traversata, allora come oggi di gran moda.

Luca-1231633_432429233543266_148641415_nL’anno seguente, senza dedica, appare Gruppo della Marmolada. Questa volta il Tanesini è in garbato dissenso con Luca sullo spazio concesso alla Marmolada vera e propria. Egli disapprova che la Regina delle Dolomiti sia trattata alla stessa stregua dei suoi satelliti, come pure s’intuisce il suo disaccordo sulle funivie, che l’autore condanna senza appello. Il libro ricalca il precedente, senza ringraziamenti, senza difesa delle tende e senza terza parte (quindi, niente più concessioni a itinerari di moda e di comodo). Visentini sottolinea la subordinazione delle foto non all’estetica ma alla praticità e alla documentazione di luoghi non ben conosciuti; inoltre si scusa ma ribadisce la sua precisa scelta di un linguaggio «tecnico, semplice e magari monotono», certamente non «intimista e retorico». Sassolungo e Sella è del 1981, senza dedica né ringraziamenti e con incolore presentazione di Tanesini. La grande novità è il limite di difficoltà, qui il IV grado di alcune vie normali. Nella prefazione, Luca dà dell’accorato tu al lettore, meglio, al lettore sciatore o escursionista distratto, elencandogli una serie di cose da non perdere nelle proprie esperienze. Accenna al fatto che non si dovrebbero attrezzare i sentieri selvaggi, unico spunto di discussione sulle ferrate in tutta l’opera di Visentini. Confessa che, se fosse possibile, gli piacerebbe scrivere le guide senza alcuna spiegazione degli itinerari, per dar luogo a fantasia e creatività. Il libro per il resto è simile ai precedenti, con una minor presenza umana nelle foto. Sparisce la descrizione dei paesi. In Dolomiti di Sesto, 1983, dedica a Luisa, è una prima svolta. Ogni toponimo è a se stante, niente anelli, niente scelte, sì alla creatività del lettore. Le traversate descritte sono quelle poco conosciute, altrimenti solo cenni. Si scusa di una verifica non totale, specie nel Popera. Infine si lascia andare a qualche brandello di racconto. Sono descritte ancora le vie normali (fino al IV), nelle foto la presenza umana è limitata ai passi difficili. La struttura è data dai soli sottogruppi. Latemàr, 1985, è simile, con brevissima prefazione e limite di difficoltà I+. Le basi di partenza con le possibili traversate e ascensioni, strutturano il libro, una formula d’allora in poi conservata, con Gruppo del Cristallo unica eccezione. Antelao, Sorapiss, Marmarole, 1986, limite di difficoltà II, e Dolomiti di Brenta, 1988, limite di difficoltà IV, sono produzioni a formula collaudata. Nell’ultima Visentini prende le distanze dai 200 anni delle Dolomiti, uno «strumentale compleanno». Pale di San Martino, 1990, limite di difficoltà III, ha una prefazione disincantata, dolente: «le Dolomiti un domani espelleranno gli alpinisti… la città sarà più avventurosa». Dopo lunga riflessione, ecco nel 1995 Dolomiti d’Oltrepiave: qui Visentini sembra approdare su una nuova terra, quasi ripudia le Dolomiti tradizionali e «scontate». Il volume, edito da Athesia come i precedenti, è diverso in formato e veste, ma la struttura è identica. Il limite di difficoltà è il IV+. Gruppo del Cristallo è del 1996, limite di difficoltà IV+, ed è probabilmente il libro più sofferto ed enigmatico di Luca. La prefazione è davvero scarna, di quattro parole: «ma non tedieremo alcuno». Cambiano i disegni, autori Mario Crespan e Mauro Corona, la presenza umana nelle foto è inesistente. La struttura è data da 41 toponimi, senza mai suggerire o evidenziare.

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Dopo lunga lavorazione, nel 2000, non più pei tipi di Athesia bensì autoprodotto, esce Gruppo della Civetta, coautore Mario Crespan, responsabile di cartine e disegni. Siamo di fronte all’opera matura, non mediata dai compromessi dell’editore e del marketing. Ma questa volta Visentini è costretto a rare deleghe ad amici più atletici: perché descrivere TUTTE le vie normali del gruppo della Civetta significa anche affrontare il VI grado della Torre dei Monacesi… Perfetto il lavoro di toponomastica, caratterizzato da ricerca certosina; sempre leggibile e godibile il testo. La prefazione è geniale, il Visentini-pensiero in poche righe, la pagina scritta per ultima: «licenziamo con questa pagina tre anni. Il tempo di una guerra mondiale».

Con il Gruppo della Civetta Visentini è ormai approdato all’editoria in proprio, la sfida è assunta cioè in prima persona. E’ nato Luca Visentini Editore. Quattro anni dopo (2004) ecco una duplice uscita: Schiara-Tàmer-Spiz di Mezzodì di Gianpaolo Sani e Franco Bristot e Pale di San Lucano di Ettore De Biasio.

Luca-copertina_Schiara

Della prima Pietro Sommavilla ha scritto, parlando degli autori: “Hanno personalmente e sistematicamente percorso i sentieri di collegamento, di traversata e di ascensione a tutte le vette significative, traendone relazioni che hanno il pregio dell’univocità di interpretazione e giudizio, tanto preziosa per la sicurezza dell’utilizzatore. Ma non si sono limitati, in molti casi, alle sole vie normali, talvolta lasciandosi attrarre da itinerari che proprio “comuni” non sono, anzi sono davvero straordinari, affascinati dal richiamo ambientale e poetico dei versanti più nascosti e selvaggi dei nostri magnifici monti.
È così finalmente svelato il mistero della Zéngia de l’Adriano, a lungo appassionatamente studiato e tentato da molti anziani alpinisti, rivissuta l’ascensione di J. Sanseverino alla Talvéna per cresta ovest, valorizzata la traversata degli Spiz di Mezzodì per cresta attraverso la Forcella del Ponte…“.

Luca-copertina_San_LucanoDella seconda, in una recensione, scrissi: “Con questo Pale di San Lucano si va addirittura oltre. Si dimentica che il gruppo è tra i più dimenticati delle Dolomiti, anche perché geograficamente ed alpinisticamente piuttosto selettivo; non ci si preoccupa della severità degli approcci, con zoccoli infiniti; si trascura che la wilderness allo stato puro è nemica degli affari editoriali. L’incontro tra Luca Visentini ed Ettore De Biasio è esplosivo: e l’avventura davvero ha inizio… In Pale di San Lucano si respira l’aria delle Dolomiti, ma non quella fritta dei depliants e dei libri illustrati, degli accordi con gli uffici turistici, delle proposte turistiche integrate, delle iniziative per lo sviluppo, delle edizioni fatte solo se il sondaggio è favorevole: si respira l’aria dell’alpinismo vero, quello che senza alcuna colpa ha dato vita a tutte le proposte e iniziative che oggi purtroppo ci piovono addosso, caratterizzate da una montagna divisa in due senza pietà, quella alta, che conta e che bisogna vendere, e quella bassa, che non conta e che bisogna svendere, alla faccia dei valligiani. Quell’alpinismo che è fatto di avventura e di ricerca, con tanto sacrificio, con amore. Quello che fa decidere ad una cordata di salire un itinerario selvaggio, senza nome nel gotha delle grandi salite dolomitiche, senza ricompensa mediatica, senza il supporto di un Internet che applaude già alla tua partenza.

Nel 2007 esce, e ancora Luca ne è l’autore, Pale di San Martino. Della pagina di presentazione, lucida, profetica quanto radicalmente pessimista sull’accettazione dell’utopia, riporto una frase particolarmente energica: “Resistiamo allora. Schiodiamo il superfluo. Domandiamo ai professionisti di condurci sulle cime che se non hanno già attrezzato più non ci propongono. Indignamoci non tanto per le cartacce che notiamo a lato dei sentieri e che possiamo con facilità rimuovere, quanto piuttosto per gli indelebili bolli rossi che malamente ci sorprendono in un cantone sino alla scorsa stagione incontaminato…”.

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Nel 2010 esce Gruppo del Catinaccio di Andrea Gabrieli, naturalmente con le stesse caratteristiche. Ai libri-guida si affiancano altre opere di narrativa, come Addio al Campanile di Spiro Dalla Porta Xidias (2006), il bellissimo romanzo di Flavio Favero, La Valle del Ritorno (2007), il deflagrante L’Uomo che scala di Andrea Gobetti (2008), il riflessivo Ritorni a valle di Mario Crespan (2011), Il Paese, dello stesso Visentini (2011), una raccolta di “microstorie, spesso del menga”.
Fino all’apparizione, nei primi mesi del 2013, di Le Vie di Lorenzo Massarotto, per il quale rimando al mio post di maggio scorso. Per quest’opera mi basta dire che è stata pensata, condotta e realizzata esattamente con lo stesso stile con il quale Massarotto ha sempre arrampicato: c’è un progetto che ti piace, che sconvolge i tuoi giorni e i tuoi pensieri, si può dire che vivi per lui… ma mai ti abbasseresti a un compromesso per abbreviare l’iter, perché l’obiettivo rimane valido e grandioso solo se anche i mezzi per perseguirlo non deragliano mai da un’etica forte, anzi fortissima perché non imposta da nessun altro che da noi stessi.

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Luca Visentini è il più radicale e coerente compilatore di guide degli ultimi vent’anni. Radicale perché sceglie un gruppo montuoso (generalmente di area dolomitica) e lo scandaglia come il fondo del mare, lo radiografa come un corpo umano, lo corteggia come una bella donna, lo assimila e lo descrive senza alcuna concessione al bel gesto o alla moda. Coerente perché da vent’anni, appunto, applica lo stesso metodo, percorrendo con certosina pazienza tutte le vie normali di tutte le montagne del gruppo, anche le guglie più nascoste, e ne ricava un raffinato “catalogo” d’autore dove ogni escursione è filtrata dalla sua sensibilità, rimanendo tuttavia una rigorosa successione di dislivelli e punti cardinali. Visentini non si è mai piegato alla logica molto attuale e un po’ perversa degli “itinerari scelti”, e ha pagato questo rigore sulla propria pelle (Enrico Camanni)“.

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postato il 13 giugno 2014

 

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Le vie e la Via del Mass

Le vie e la Via del Mass
Recensione a Le vie di Lorenzo Massarotto (Luca Visentini editore, Cimolais-PN, dicembre 2013)

Mass-1459229_732148846812804_1317761689_nPer molti, quando sono al vertice in alpinismo, la gratificazione che ne ricavano è innegabile, specie in pubblico: l’ascolto che ti viene concesso, il rispetto che ti viene riservato, l’onore che ti viene tributato, perfino la leggera adulazione possono solleticare il nostro io al punto da trarne piacere. E il sospetto che questo possa diventare una droga non ci sfiora neppure. Poi però, in privato, se ne rivela la scomodità, se ne manifesta il pericolo. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di perdere la bussola che lo ha condotto così bene fino a quel momento.

Lorenzo Massarotto, il Mass. Foto: Ivo Ferrari
Mass by I.FerrariPer altri, una minoranza, questo piacere non esiste. Ogni tentativo di un eventuale pubblico di tributargli onori lo respingono con cortesia al mittente, ogni occasione in cui sono costretti ad affrontare una sala gremita e plaudente, la vivono come una realtà indigesta, chiusi in una scorza di timidezza che solo apparentemente è la causa di tanto disagio.

Per costoro, la causa del proprio andare in montagna, non ha radici nell’esibizionismo, non ha bisogno degli altri. Quando si fa un’impresa, le ragioni di quella scelta non sono le solite, o almeno non lo sono sempre. C’è un’invernale, una solitaria da fare? Un progetto capace di catalizzare le energie e i pensieri per mesi, anche anni, fino a che non si parte, fino a che non lo si realizza: poco importa che sia una “prima”. E’ facile capire che le “prime” si fanno in buona parte (il quanto dipende da noi) per catturare l’attenzione di un pubblico, se non c’è la “prima” spesso c’è solo passione allo stato nascente.

Loris Campeotto racconta nel libro un episodio. Mentre stavano salendo lo zoccolo della Terza Pala di San Lucano per salire d’inverno la via Casarotto-De Donà allo Spiz di Lagunaz, Lorenzo Massarotto, ormai di fronte alla grotta dove avrebbero bivaccato, dice a Loris di fare un inchino “perché in ogni grotta c’è uno spirito”. E la mattina dopo: – Hai sentito lo spirito?

Un vero e proprio selfie ante litteram del Mass (1a solitaria al diedro Casarotto-Radin sullo Spiz di Lagunàz, luglio 1982)
Mass_autoscatto_01Se non cerchi le “prime”, non cerchi il palcoscenico, neppure la videoripresa e ti accontenti di scattare le tue foto, vuole dire che accetti come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri”. Continui la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

In questo profilo può rientrare la figura di Lorenzo Massarotto? Si direbbe di sì. Ma rimandiamo alla fine questo tentativo di giudizio.

Ora vediamo invece l’attività di Lorenzo sotto il profilo dei numeri.
Quanti sono gli alpinisti di fama mondiale che in 32 anni di salite possono vantare 123 vie nuove, tutte impegnative, e moltissime da considerare dei capolavori? Alcune sono irripetute, quindi abbiamo ancora grande possibilità di ingigantire una figura già mitica ora.
E se, accanto a queste 123 prime ascensioni, aggiungiamo 39 imprese (di cui 18 grandi solitarie, 3 stupefacenti invernali, 6 formidabili solitarie invernali, 12 salite notevoli per qualche titolo) e anche 3 spedizioni (Manaslu 1979, Patagonia 1999, Patagonia 2000) e la salita del Nose al Capitan (2000)?

E’ così che si è mosso in montagna una delle figure più silenziose ma più sbalorditive delle ultime due decadi del XX secolo: Lorenzo Massarotto, di Villa di Conte (PD), nato a Santa Giustina in Colle (PD), il 17 luglio 1950.

E’ stato lui il vero continuatore delle idee e del sentire di Enzo Cozzolino, altro campione di cui un po’ ci disperiamo per l’eccessiva riservatezza, perché oggi vorremmo saperne di più. Mentre Renato Casarotto si è presto dedicato alle imprese extraeuropee o invernali, mentre Manolo e Heinz Mariacher si sono dedicati maggiormente alla difficoltà pura, Massarotto (assieme a Maurizio Giordani) è il più accreditato scalatore di grandi pareti dolomitiche, d’estate o d’inverno o da solo, con l’uso il più possibile limitato di chiodi e con l’assenza del chiodo a pressione. E di tutti quelli che ho appena nominato è l’unico a difendere con ostinazione la propria privacy alpinistica, proprio come Cozzolino.

Eccolo quindi sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord, via Tiziana Weiss, con Ilio De Biasio, il 14 agosto 1980. In 10 ore supera 24 lunghezze, di cui alcune estreme, usando solo chiodi alle soste! Ma questo è solo l’inizio: non dimentichiamo che è proprio di quell’agosto 1980 l’apertura da parte di Manolo e Piero Valmassoi della Supermatita al Sass Maor, un balzo in avanti dopo Vinatzer, Rebitsch e Messner. Per l’autore, la chiave di accesso alla leggenda. Sono 1200 metri di sviluppo, 7 chiodi, qualche excentric e tante clessidre, su difficoltà fino al VII continuo, forse VII+, in 13 ore. Leopoldo Roman riporta che il Mass, come affettuosamente era chiamato Lorenzo dagli amici, giudicò così quell’exploit: «L’impresa, bella anche dal punto di vista estetico, fece scalpore e fu importante perché dimostrò che si poteva salire con purezza di stile e con scarso impiego di chiodi pareti ritenute impossibili anche dai più accaniti chiodatori (Rivista del CAI, 1984)».

Dal 10 al 12 aprile 1981, Massarotto apre la Figlia del Nagual, con Roberto Zannini sulla parete sud della Terza Pala di San Lucano, tra la Gogna e la Panzeri. Posseduta dal demone della conquista, la cordata proseguì poi sulla cresta integrale fino al Monte San Lucano, attraverso lo Spiz e la Torre di Lagunàz, una cavalcata a dir poco wagneriana. Le difficoltà di Figlia del Nagual arrivano al VII+, la via non è perfetta perché per una sessantina di metri si svolge in comune con la Gogna. Lorenzo tornerà in seguito per cercare di eliminare quella comunanza, purtroppo senza riuscirci.

Dal 30 al 31 maggio 1981, il Mass ed Ettore De Biasio superano la parete sud-ovest della Seconda Pala di San Lucano mantenendosi a sinistra della Gogna-Cerruti, con solo 4 chiodi intermedi per i 1400 metri della Via degli Antichi, VI, A0: la salita è però compiuta in due tempi.

Il 1° luglio 1981, con Leopoldo Roman, è la volta dello Spiz de la Lastìa, parete nord-ovest, via diretta, a destra della Detassis-Castiglioni, 700 metri, 9 chiodi usati in neppure 11 ore: «L’ottavo tiro sulla destra del libro aperto, nella massima esposizione e verticalità, è stato il capolavoro di Lorenzo Massarotto. Lui lo ha definito uno dei tiri in libera più difficili che abbia mai fatto, se non addirittura il più duro. E poiché il suo curriculum (vie nuove sulla Nord dell’Agnèr, sulla Nord dello Spiz Nord, sullo spigolo ovest dello Spiz Pìcol, sulla Seconda e Terza Pala di San Lucano, in Moiazza; solitarie all’Ideale in Marmolada, all’Aste in Civetta, Cassin e Carlesso sulla Torre Trieste, Cozzolino allo Spiz Nord, Navasa sulla Rocchetta di Bosconero, tanto per citarne alcune fra le più significative) il suo curriculum, dicevo, è di tutto rispetto, c’è da crederci veramente. Una placca di 45 metri, panciuta e strapiombante, solcata da minime fessurine e rugosità: il tutto in libera e con l’impiego di sei chiodi intermedi di sicurezza. Nell’aereo punto di sosta alla fine di quel tiro di corda ci chiedevamo perché tanta febbre per le montagne della California e tanto abbandono per queste placche stellari, che offrono ancora così tante possibilità. “È lo stato primitivo di questi luoghi che me li ha fatti scegliere come mio luogo preferito per arrampicare” disse Lorenzo (Leopoldo Roman, Rivista del CAI, 1983)».

Il 16 e 17 agosto 1981 Massarotto, con Sandro Soppelsa, sale sull’Agnèr per la Via del Cuore con 13 chiodi e 25 di sosta. Una via di 1200 m, fino al VI-, A1, A2. Questa via è bellissima e si delinea a sinistra della via di Messner sulla parete nord-est dell’Agnèr, un capolavoro di astute traversate e di arrampicata libera tra strapiombi dalla discesa impossibile.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via del Cuore sulla parete nord-est dell’Agnèr (16 agosto 1981)Mass-90-L-V-3-GRU196-OKAssolutamente non convinto della validità dell’impresa di Graziano Maffei e Paolo Leoni sullo spigolo nord-est del Sass Maor, il Mass voleva salire la parete nord-est subito accanto. Il 9 luglio 1983 ci riesce, assieme a Leopoldo Roman, con l’uso di soli 4 chiodi e difficoltà superiori al VI (via Alessio Massarotto). Una settimana dopo, con Danilo Mason, sale la diretta della parete nord-est della Torre Armena, Battesimo del Fuoco, 750 metri, passi di VII, chiodi ovviamente pochissimi (17-18 luglio 1983).

Nel 1985, in un’intervista della Rivista del CAI, Massarotto dice: «Per il mio alpinismo uso metodi pionieristici, cioè mi rifaccio al sistema secondo il quale uomini come Rebitsch, Vinatzer, Soldà, Carlesso e Cassin affrontavano le grandi pareti. Loro non avevano dadi, friend e ricetrasmittenti. E quando io dico che in una mia via ho usato soltanto quattro chiodi, non intendo dire che ho usato quattro chiodi, dieci dadi e tre stopper. Intendo dire che ho usato quattro chiodi e basta». Il non usare chiodi a pressione è uno dei principi fondamentali che ispirano l’attività del Mass. «Sembrava un problema ormai superato e invece i chiodi a pressione stanno tornando a galla. Ho saputo che qualcuno li ha usati di recente per aprire delle vie nuove perfino sulla Sud della Marmolada, dove di itinerari ce ne sono già oltre cinquanta. Non capisco proprio questa mania di forzare la montagna a tutti i costi! Mica ce l’ha ordinato il dottore, di aprire vie nuove!». E poi: «L’alpinismo è per me una questione soggettiva imperniata sul rapporto che ho instaurato con la montagna. Potrei definirlo un mezzo che mi ha aiutato a capire me stesso come anche un gioco che mi ha aperto intimamente nuovi orizzonti. Lo considero però un gioco con delle regole che, anche se non sono scritte in nessuno statuto, dovrebbero essere conosciute e tacitamente accettate dalla maggior parte degli alpinisti, perché è molto importante rispettare la montagna. Vincere una parete non è lo stesso che violentarla… Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima… Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro. Montagna come mezzo e non come attrezzo».

Un Lorenzo perplesso, sulla Marmolada di Rocca, tra i soccorritori che lo hanno appena recuperato benché non li avesse affatto chiamati (9 marzo 1982)Mass-51-L-V-2-GRU157-OKSull’Agnèr Lorenzo Massarotto torna con Giovanni Rebeschini il 18 e 19 settembre 1987 per un’ulteriore via nuova sulla parete nord, 35 lunghezze con difficoltà fino al VII-: sarà la via Luciano Cergol. Questa via nuova è un arricchimento di conoscenza dell’immane parete nord, la cui reale portata non è stata ancora compresa, anche se magari “superata” dai campioni moderni, tipo i fratelli Florian e Martin Riegler o ancor prima da Roland Mittersteiner e pochi altri. Lo dice anche Luca Visentini, quando scrive: Diverse vie di Massarotto non sono mai state risalite. Ripeterle sarebbe rivoluzionario, sovvertirebbe molte certezze dell’arrampicata odierna”.

L’etica del Mass è ben chiara, anche se poco difesa e praticata da altri: salire al massimo delle proprie possibilità, senza spit né dal basso né dall’alto, senza essere schiavi del progresso a ogni costo. Chi come lui ha infatti salito il diedro Casarotto allo Spiz di Lagunàz da solo e in prima ripetizione può ritenere banale il progresso tecnico a colpi di spit. Massarotto ritiene che sia ora di codificare le regole del gioco, vuole maggiore precisione sul come l’impresa è effettuata, perché è vero che la confusione è grande. Dalla confusione alla piccola (o grande) mistificazione il passo è breve e a questo proposito sarebbe stato importante che lo stesso Lorenzo raccontasse per iscritto qualche cosa in più delle proprie imprese: le conferenze non bastano e a volte le parole riferite da altri distorcono il racconto originale.

«Massarotto era un mito, il Dolo-Mitico, l’aveva scherzosamente soprannominato Alberto Peruffo… Era più che una passione quella di Lorenzo per la roccia, era uno stile di vita, era quasi una mania. Il leit motiv dell’esistenza di Massarotto era questo ricorrente esercizio fisico e psicologico: la ricerca di un nuovo itinerario passava prima per lo studio attento, poi per la realizzazione pratica.
Fuori dagli schemi e dalle evoluzioni-involuzioni dell’alpinismo, Massarotto continuava imperterrito le sue ricerche, le sue esplorazioni ed il tema era sempre e solo quello, la pura roccia, d’inverno e d’estate. Non gli interessavano i viaggi extraeuropei, non partecipava a convegni, non scriveva se non in via eccezionale per riviste, non cercava sponsor, insomma nonostante la ormai acquisita notorietà non riposava su nessun alloro, perseguiva la sua filosofia, il gioco della vita aveva il suo sale nel conoscere rocce nuove, nel trovarvi nuove vie, nel continuare come se il tempo non contasse, seguendo il cammino imposto da una scelta giovanile alla quale per nessun motivo avrebbe voluto rinunciare (Bepi Magrin)».

Cito ancora l’Agnèr, parete nord, via Dante Guzzo, 800 m originali, con Cristoforo Groaz, 8 e 9 settembre 1988; l’Antelao, parete sud, Dell’uomo in strach, con Fausto Conedera, 20 agosto 1992; oppure ancora, dal 16 al 19 aprile 1995, il lungo itinerario diret­to sulla Sud della Seconda Pala di San Lucano, cioè sul pilastro a destra della via Gogna-Cerruti, portato a termine con i compagni Paolo Benvenuti e Gianluca Bellin, su difficoltà fino all’ottavo grado: via Dolce dormire.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Luciano Cergol sulla parete nord-est dell’Agnèr (18 settembre 1987)Mass-31-L-V137-OKMa non abbiamo lo spazio per raccontare la storia alpinistica di Lorenzo Massarotto. Per questo c’è il libro! Fino all’ultima fatale salita, quella del 10 luglio 2005 sulla Torre Émmele (Piccole Dolomiti), quando Lorenzo, in vetta, è colpito mortalmente da un fulmine. Ci accontentiamo qui di fornire la lista delle sue salite nel  gruppo del Monte Agner e quella nel gruppo delle Pale di San Lucano.

Nel libro Le vie c’è tutto quello che si è potuto ricostruire, con le immagini, con gli scritti e con i ricordi. Il curatore (che è anche l’editore) non ha neppure provato a raccontare la vita di Lorenzo: questa infatti emerge comunque, prepotente, imperiosa, superiore.
«Emerge una personalità in conflitto con il mondo, che usa l’Alpinismo per non farsi inglobare in quello che doveva essere il suo destino di nato in una provincia veneta, destino che invece si è compiuto nei suoi coetanei, amici e paesani. Per questo etichettato come ribelle (non firmato, www.dimensionemontagna.it)».

Il recentemente scomparso Ilio De Biasio durante l’apertura della via Tiziana Weiss sulla parete nord dello Spiz d’Agnèr Nord (14 agosto 1980)Mass-14-L-V120-OKLa meticolosità con cui è stato ricostruito il “patrimonio” di relazioni e documentazioni sulle vie nuove aperte da Lorenzo Massarotto, e la vastità delle testimonianze raccolte tra i suoi amici e compagni di cordata, sono ben valutate riportando il numero totale di pagine di Le vie: 536, fitte, senza nulla concedere a spazi bianchi!

«Sbagli, torti, senz’altro ne avrà fatti, ma rimane il capo indiscusso dei ‘cani sciolti’ che hanno dato tanto all’alpinismo ricevendo in cambio pressoché un tubo. E non è del resto un torto nei suoi confronti stampare così come sono questi brani che lui aveva scritto da giovane, accantonandoli, e che con la maturità avrebbe probabilmente riveduto e corretto? Scusa ancora Lorenzo, è per amore (Luca Visentini)».

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Il Battesimo del Fuoco sulla parete nord-est della Torre Armena (17 luglio 1983)Mass-02-L-V108-OKA questo punto, quasi alla fine, possiamo tornare alla domanda iniziale. Sappiamo abbastanza bene il patrimonio di vie e di coraggio che ci ha lasciato Lorenzo: la storia s’incaricherà di precisare, di schiarire ulteriormente. Coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di agire con lui sono dei privilegiati che sentono bene la forza dei momenti vissuti assieme. Ma cosa possiamo dire del patrimonio culturale di cui Lorenzo è direttamente responsabile? Davvero la sua figura aderisce al profilo che ho tratteggiato all’inizio?

Secondo Gabriele Villa, per Lorenzo “alpinismo era una parola ricca di significati oggi in gran parte dimenticati, se non perduti, nei quali le imprese non si annunciavano, nemmeno venivano divulgate e raccontate ad ogni piè sospinto e con tutti i mezzi di comunicazione possibili; più semplicemente venivano compiute e molto spesso senza nemmeno tanto raccontarle, ma conosciute quasi solo dai diretti protagonisti”.

Lorenzo Massarotto durante l’apertura della via Dante Guzzo sulla parete nord-est dell’Agnèr (9 settembre 1988)

Mass-01-L-V107-OKIn realtà solo un editore anomalo come Luca Visentini poteva realizzare questo libro. Un editore che pubblica libri meravigliosi da anni, con le sole sue forze e di quelle degli amici, senza cercare la pubblicità, la ribalta e neppure i soldi. Un editore con le idee chiare, non segrete ma neppure sbandierate. Di ciò che si deve o non si deve fare, un’etica forte, valida una vita a dispetto di fortune e rovesci. Esattamente come le idee e le imprese di Lorenzo Massarotto, che nascevano e si realizzavano senza una pianificazione del proprio successo, senza pensare a un domani più bello di oggi: esattamente quando ogni giornata è così ugualmente serena che potrebbe essere la tua ultima. In pari con l’anima.

Ciao Mass!
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postato il 7 maggio 2014