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Flash di alpinismo 10

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 10 (10-13)
di Massimo Bursi

Corde
Sua madre mi raccontò la storia dell’ultima corda nuova. Come al solito, Claudio le aveva chiesto un “sussidio straordinario” per comperare una corda nuova.
“Ancora una corda nuova!”
“Una corda costa meno di un funerale”.
“Sì, ma un funerale si paga una volta sola” (Anna Lauwaert a proposito di Claudio Barbier).

Ogni scalatore ha la cantina occupata da innumerevoli corde da roccia: quelle buone e quelle andate, colpite da scariche di sassi, “ramponate”, rovinate dagli spigoli taglienti della roccia o semplicemente troppo usate per essere ancora abbastanza resistenti.

Non c’è una regola fissa, un modo sicuro o un metodo scientifico per capire se una corda sia da buttare o meno, subentra piuttosto quel sentimento di sfiducia che ti porta a lasciare, un bel giorno, la tua corda in cantina e rimpiazzarla con un’altra nuova.

Le corde si ammucchiano laggiù, silenziose testimoni di questa passione!

Ogni tanto ci vorrebbe una bella sveglia rock per prendere le vecchie corde e stenderle, in maniera statica, dalla base fino in cima al Campanile Basso e poi portarci tutti gli amici!

Non si sa mai come impiegare le corde da roccia oramai vecchie. Ecco un modo originale di riciclarle: un originale ed indistruttibile zerbino di casa!
Flash 282

Cerro Torre free!
Che cretini siamo stati!
Quando ci regalarono le corde pensammo bene di farcele dare tutte di colore diverso. Così dopo aver sottoposto la corda rossa da nove a sforzi e sollecitazioni di ogni tipo, durante la prima salita, ce la ritrovammo ben rovinata per le successive riprese senza poterla cambiare per esigenze di copione.
Fa così la comparsa il mitico nastro adesivo che tappa spellature e nasconde il bianco nylon dell’anima della corda.
Fidando in quella corda come in Belzebù cominciai la seconda salita del Cerro Torre (Fulvio Mariani – a proposito del film Cumbre girato sul Cerro Torre con Marco Pedrini).

Marco Pedrini nel 1985, effettua la prima ripetizione in solitaria della famosa via del compressore aperta da Cesare Maestri al Cerro Torre, e subito dopo ripete, ben due volte, scanzonato, lo stesso itinerario con Fulvio Mariani per girare lo storico film Cumbre.

Questa è stata la prima e vera salita in libera del Torre, poiché Pedrini e Mariani erano liberi dentro e potevano permettersi di ironizzare sul compressore e su tutte le manfrine di prove e controprove in cui era ed è tuttora prigioniero il Cerro Torre, Cesare Maestri e tutti gli alpinisti invischiati in una polemica senza fine.

Marco Pedrini aveva quell’irruenza spensierata e quell’entusiasmo contagioso che lo ha portato a fare alpinismo con il sorriso sulle labbra e senza star troppo su a pensarci e magari prendendosi anche qualche rischio in più. E il “Crosta” si prendeva tanti rischi.

Marco Pedrini ricorda una rockstar che vive fino in fondo la sua vita di eccessi consumandosi come una stella in cielo. Marco Pedrini è un punk rock gioioso che vive suicidandosi piano a piano. La musica dei Clash mi accompagna in questo parallelismo.

Su un prepotente sfondo di musica rock dei Black Sabbath, rivedo l’immagine di un Pedrini, ironico, che a cavalcioni sul compressore, come fosse una moto, si prende gioco dell’intero mondo alpinistico!

Marco Pedrini impegnato sulla sua nuova via Panoramix sul Gran Capucin al Monte Bianco.Flash 284Granitica certezza
Domanda – Ha dei programmi per il futuro?
Risposta – A ottantacinque anni non faccio programmi particolari, ma continuerò a scalare (Riccardo Cassin).

Riccardo Cassin è sempre stato molto deciso sugli obiettivi da intraprendere e scalare ha sempre fatto parte dei suoi programmi.

Basti pensare che Cassin partì nel 1938 da Lecco per risolvere uno dei problemi ancora irrisolti delle Alpi: la parete nord delle Grandes Jorasses, portando con sé solo una cartolina della montagna per potersi orientare.

La ripetizione, alla veneranda età di 78 anni, della sua Cassin alla parete nord-est del Badile conferma la sua estrema caparbietà nel voler continuare ad arrampicare e se c’è la passione non c’è limite all’età.

Non è inusuale che arrivino in falesia una cordata di vecchietti che sicuramente hanno passato i sessant’anni. A loro non interessa assolutamente nulla del grado e non si fanno problemi a tirare i chiodi, ma sono sicuramente i tipi più simpatici della falesia e quelli che sembrano divertirsi di più.

Sapere di poter arrampicare ancora per tanti anni ti infonde una grande sicurezza.

Riccardo Cassin in arrampicata, cinquant’anni dopo, sulla sua via al Pizzo Badile all’età di 78 anni.

Flash 286

Geotecnia a infissi distanziati
L’arrampicata geotecnica ad “infissi distanziati” per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali” è la testimonianza di un’antietica paradossale per il fatto che non è possibile realizzare una difficoltà obbligata se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale.
Si può solo inventare una difficoltà alterata che, disancorata con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.
L’arrampicata geotecnica ad infissi distanziati a cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge ad obbedire ciecamente alle conseguenze.
Dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica (Ivan Guerini).

Chiaro, no? Sebbene nessuno sia mai riuscito a capire fino in fondo la scrittura esoterica e dai toni ispirati di Ivan Guerini, lui ogni tanto riesce a sintetizzare il suo pensiero con buffe espressioni che colpiscono la fantasia.

Ad esempio il fatto di utilizzare spit sulle vie viene da lui chiamata “arrampicata geotecnica ad infissi distanziati”.

Ivan Guerini ha il limite, o il pregio, dipende, di essere rimasto fisso ed ancorato a valori, etiche ed esperienze di quando nacque l’arrampicata libera in Val di Mello. Da qui il suo radicato rifiuto dell’uso dello spit.

La sua vera genialità è nel coniare queste espressioni comico dispregiative dal suono vagamente scientifico.

Ivan Guerini dopo aver escogitato il gioco-arrampicata, ha inventato il gioco-linguaggio.

Tu a che gioco giochi?

Esiste ad Ajaccio in Corsica un museo di nut, friend ed altre attrezzature alternative ai chiodi, creato da Stephane Pennequin, un appassionato di attrezzatura alpinistica recente ma soprattutto passata.
Insomma c’è ancora qualcuno che professa un futuro alpinistico alternativo alla “geotecnica ad infissi distanziati”.
Flash 288

Onestà
Mi rendo conto di vivere in una realtà separata dove sono i fatti a contare e non le parole, dove la vetta ha ancora un senso, dove l’onestà verso la montagna deve comunque prevalere, dove l’arrampicamento non deve essere inteso restrittivamente, né come uno sport, né come un fatto spirituale, ma come uno splendido connubio di mille componenti, che si possono semplicemente sintetizzare in una sola parola: alpinismo (Lorenzo Massarotto).

Lorenzo Massarotto parlava poco, scriveva nulla e faceva parlare poco di sè ma praticava molto un alpinismo onesto e fatto per se stesso e non per gli altri.

Il fatto di scalare per il proprio piacere ed interesse personale mettendo al bando la naturale vanità e voglia di mettersi al centro della scena, porta ad un’attività autentica ed onesta.

Per mettere in pratica queste parole ci vogliono parecchi anni di maturità.

Inoltre bisogna fuggire dalla tentazione di trasformare l’alpinismo cioè la passione in un lavoro poiché, così facendo, bisogna guadagnare denari e se i denari sono pochi ogni mezzo è lecito per cercare di guadagnare di più.

Insomma l’onestà alpinistica molte volte passa dalla purezza e dalla povertà.

Mi piace ricordare Lorenzo Massarotto che partiva dal paese di Cittadella per scalare le pareti del Civetta su un vecchio motorino Ciao ma assolutamente libero da tutto, da tutti e da tutti i condizionamenti.

L’estrema onestà è il vero prezzo della libertà.

Renato Casarotto durante la sua salita invernale al Pelmo. Sebbene Casarotto fosse stato criticato per le sue presunte scarse capacità alpinistiche – era lento – lui è sempre andato avanti per la sua strada praticando un’attività ad altissimo livello e in maniera assolutamente modesta ed onesta.
Flash 290Compagni di cordata
Ricordati sempre che in montagna si va col passo del più debole (Proverbio anonimo).

Tante tragedie sono successe in montagna poiché in cordata c’era un elemento più debole degli altri e questo ha rallentato la cordata, indotto al bivacco e fatto sorprendere la cordata da una furibonda tempesta. Spesso la bufera porta la morte dopo penosi bivacchi.

Da quando è iniziato l’alpinismo fino ad oggi, questo copione si è ripetuto innumerevoli volte, causando tragedie che hanno sempre colpito l’immaginario collettivo.

Da queste tragedie sono nati reportage, film, libri e rievocazioni.

Quindi una cordata equilibrata è sempre una buona azione preventiva, purtroppo succede sempre che qualcuno voglia fare un salto in avanti e finisca con il legarsi con una persona maledettamente più forte di lui.

Oppure succede che il nostro eroe non ha compagni e così accetta di legarsi con un pivello da tirare su come fosse un sacco di patate pur di portarsi a casa l’obiettivo ed aggiungere una riga al proprio curriculum.

Non c’è miglior fortuna per uno scalatore che trovare il compagno di cordata “giusto”.

Leonardo Di Marino, Heinz Mariacher, Maurizio Zanolla, Luisa Iovane e Roberto Bassi, un gruppo di amici fuoriclasse e compagni di cordata, qui fotografati in Verdon. Nel loro caso, l’unione di queste personalità, ha dato origine ad un gruppo creativo che per qualche anno ha dettato legge sulle Dolomiti e sulle falesie del Nord-est.
Flash 292
Settimo grado
Nelle Alpi il settimo grado va ricercato su grandi pareti e in prime salite. Su vie addomesticate e ripetute migliaia di volte è facile che si generino dei risultati eccezionali ma mancano la scoperta e l’avventura. Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima. Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro (Lorenzo Massarotto).

Ci sono settimi gradi democratici, per tutti, ed altri invece molto severi, quasi aristocratici, circondati da tramandate leggende quali quelli di Massarotto.

I pionieri del settimo grado hanno saputo per primi andare oltre la barriera della sicurezza per fare un salto “quantico” in avanti.

Ci sono stati momenti quali la fine degli anni settanta, in cui convivevano non, sempre pacificamente, alpinisti classici da V grado ed AO con giovani leoni che proponevano il VII grado.

Alla Pietra di Bismantova c’era una storia, sconosciuta e naturalmente non degna di entrare nel libro della storia con la S maiuscola, ma che mi ha affascinato.

Si narra infatti della cordata di Gabriele Villa e di Emiliano Levati: sono due ragazzi, divisi da pochi anni di età, ma rappresentano il vecchio ed il nuovo che si confrontano e si mescolano fra loro.

Levati sale in libera ed apre i primi settimi gradi della Pietra mentre Villa incredulo segue con gli scarponi rigidi e con le regolari staffe arrancando dietro al veloce free-climber.

Nella storia ci sono periodi in cui arrivano forti cambiamenti ed improvvise discontinuità con il passato. Cerca di coglierli al volo e viverli da protagonista.

E’ il 1981 e siamo alla Pietra di Bismantova dove Gabriele Villa ed Emiliano Levati si stanno riposando dopo una giornata di arrampicata. Sul bagnasciuga del cambiamento abbigliamento californiano freak ed abbigliamento classico da alpinista in palestra si mescolano senza problemi.
Flash 294
Ghiaioni di sesto grado
Oggi i classici sesti gradi delle Dolomiti sono per noi dei “ghiaioni”, in confronto alle difficilissime vie in palestra. Allora non ci andiamo, perché è noioso. Rifacendo quelle vie le braccia e le dita si addormenterebbero completamente. Sarebbe una giornata persa per l’allenamento (Heinz Mariacher e Luisa Iovane).

Davvero una classica via di sesto grado delle Dolomiti ti rattrappisce le braccia e le dita?

E’ proprio così vero che per fare gli altissimi gradi delle falesie bisogna trascurare gli itinerari alpinistici che portano via tempo e giorni all’allenamento estremo?

Al di là dell’atteggiamento spocchioso e superiore dei due fuoriclasse dei gradi estremi, c’è molto del vero in quel che affermano.

Da quando i due fecero quell’esternazione ad oggi la situazione è perfino peggiorata poiché le difficoltà in falesia si sono evolute e specializzate sugli strapiombi allontanandosi ancora di più dalla classica arrampicata dolomitica di placca verticale.

L’arrampicata verticale è diventata terribilmente démodé e non fa più notizia.

A te cosa importa? Dove ti diverti di più? Segui la tua passione ed il tuo divertimento e non il tornaconto in termini di piano di allenamento.

Heinz Mariacher impegnato su un fotogenico passaggio della via Tom Tom club alla Spiaggia delle Lucertole sul lago di Garda. All’inizio degli anni ottanta, Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Roberto Bassi, Bruno Pederiva e Maurizio Zanolla lasciarono momentaneamente le Dolomiti per spingere le difficoltà estreme sulle placche di calcare della Valle del Sarca. Il Nuovo Mattino si stava trasformando in arrampicata sportiva.
Flash 296Insofferenti!
La gente inizia ad arrampicare perché soffre le regole e i regolamenti, e Dio benedica queste persone (John Gill).

Poche, pochissime o forse nessuna persona di quelle con le quali sono solito arrampicare ama regole e regolamenti.

In molti abbiamo scelto di arrampicare poiché siamo insofferenti ed anarchici verso tutte le regole!

Si, ci tocca vivere in una società civile e sottostare ad un codice di comportamento, ma per fortuna possiamo ancora andare ad arrampicare e fuggire da ogni costrizione e forma di controllo.

Di solito guardiamo con compassione i cosiddetti barbacai: cioè quegli arrampicatori, solitamente ricoperti da distintivi, riconducibili al CAI, probabilmente sono più impegnati e meritevoli di noi, ma noi dalla nostra parte abbiamo il vento della libertà ed il fatto di non dover rendere conto a nessuno.

Questo ci dà una forza incredibile!

Nell’arrampicata come nella vita cerca sempre di non farti ingabbiare!

 Luggi Rieser, dotato scalatore austriaco ora noto con il nome di Pram Darshano, è stato un esempio di come rompere le regole del gioco per ricrearne di nuove.
Flash 298Sii individualista
Guardati dal potere d’attrazione delle tendenze attuali. Esci e prova qualcosa di nuovo: sii individualista e cerca nell’arrampicata la tua via (John Gill).

Il bello dell’arrampicata è che ciascuno può e deve trovare la propria via. Chi fa le gare, chi si allena per la falesia, chi si allena per la montagna, chi alterna alpinismo e sci-alpinismo, chi d’estate scappa in Himalaya, chi d’estate scappa al mare a Kalymnos, chi scala solo strapiombi e chi invece ama le placche d’aderenza.

L’importante è che ciascuno possa trovare la propria strada da portare avanti con determinazione.

Non è uno sport dove il cronometro detta le regole, qui le regole te le imposti tu! Qui gli obiettivi te li dai tu!

Per questo il popolo degli scalatori è un popolo individualista e che rifugge ogni regola ed ogni gerarchia. Il gruppo o l’associazione alpinistica da forza al singolo individuo ma al tempo stesso ne smussa i caratteri individuali! Il CAI inquadra, addormenta la coscienza critica, facilita le relazioni tra gli individui, ma alla fine ingabbia e castra la creatività dello scalatore.

Oggi questo tipo di associazioni servono poco, forse la loro funzione originaria si è esaurita, sono lente a capire dove si muove l’alpinismo e, in poche parole, appaiono moribonde.

Sii individualista!

John Gill, scalatore boulder americano degli anni cinquanta, maestro autodidatta di arrampicata e maestro di ginnastica in una sua celebre esibizione. La vecchia Europa era lontana anni luce da questo approccio!      Flash 300

CONTINUA

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Flash di alpinismo 5

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 05 (5-13)
di Massimo Bursi

Pezzo di cretino
Pezzo di cretino, cosa ne sai tu della montagna, cosa ne sai tu della mia vita, delle mie idee? Certo tu ti senti a posto, ti senti sicuro, hai raggiunto una posizione, hai il futuro spianato; ma sei proprio sicuro di essere felice, hai tu provato una sola delle sensazioni che io ho provato?
No, non avevo sbagliato tutto, in montagna realizzavo me stesso (Giampiero Motti).

Ogni vero alpinista si crede incompreso e gli piace credersi diverso da tutti gli altri. Il proprio alpinismo diventa una bolla in cui isolarsi e in cui poter giustificare la propria incapacità di vivere assieme con gli altri.

Ogni alpinista pensa che le sensazioni che vive in parete siano uniche.

Ogni alpinista pensa che in montagna riesce a realizzare sè stesso e che gli altri, schiavi dei mille vincoli della pianura, saranno per sempre insoddisfatti.

Così in questo modo mettiamo in pace la nostra coscienza quando vediamo gli altri camminare mano nella mano con la loro ragazza, o sfrecciare allegri e leggeri sulle loro automobili.

Tu invece no, tu devi realizzare te stesso lassù!

Oggi scendi dal piedestallo su cui pensi di stare e non crederti questo superuomo!

Giampiero Motti mitizzato ad effigie come Ernesto Che Guevara. Motti in Piemonte ha sviluppato ed ideologizzato il movimento italiano della nuova arrampicata.
Al pari del Che, anche Motti ha ispirato molti ragazzi. Motti ha teorizzato un nuovo approccio con la montagna e con la parete. Un approccio leale lontano dalla retorica simil-militarista.
Mai avrebbe potuto prevedere l’attuale degenerazione e banalizzazione del movimento trasformatosi in arrampicata molto sportiva.
Flash 5 - 11Velocità’
Quando si pattina su ghiaccio sottile, la salvezza sta nella velocità (Ralph Waldo Emerson).

Arrampicare significa continuare a stupirsi di come non si sia ancora caduti. Arrampicare è equilibrio precario. Arrampicare è non credere ai propri occhi ma rimanere precariamente attaccati alla parete come lucertole.

Su certi passaggi, su certe pareti bisogna correre veloci e non stare molto a pensare. La velocità conduce in zone a minor rischio. A volte correre serve pure per tranquillizzare la nostra mente che non riesce ad accettare una precarietà così spinta.

Su una traversata, dove sai non conta chi salga da capocordata o da secondo, soprattutto se il traverso è esposto, correre ti serve per esorcizzare la paura che hai.

Se corri riuscirai ad evitare il maltempo. L’alpinista veloce è sempre l’alpinista più sicuro.

Il ghiaccio, più della roccia, accentua questa fragile e mutevole precarietà. Il ghiaccio che si ammorbidisce durante la giornata di sole, ti obbliga a tagliare i tempi di percorrenza.

Corri ragazzo, corri! La tua sicurezza passa anche dalla tua velocità.

Una bella e facile cresta di neve verso la cima finale. I pericoli sono tanti, ma la bellezza dell’alta quota è sicuramente molto suggestiva.
Flash 5 - 10Visionari
I visionari sono le persone che vedono un po’ più in là degli altri. Perfetto l’esempio del rock. Dove sono i visionari dell’avventura oggi? Mah. Certamente non nel grande circo no-limits, ma ci sono, ci sono. Ad esempio due miei amici carissimi che per decenni hanno scalato montagne mai salite prima senza dire niente a nessuno, limitandosi a costruire una volta giunti sulla cima sulla cima un ometto con dentro un bigliettino dove era scritto il loro nome e la data della loro salita. Forse oggi, nell’era della supermediaticità, il visionario sceglie di fare cose per se stesso limitandosi a comunicarle ad un pubblico ristretto in grado di recepire il loro valore simbolico, di altissima valenza etica e poetica. Le super performance ormai inflazionate non possono, secondo me, ispirare alcuno se non ad una emulazione atletica, che è cosa pregevole ma non ha niente a che vedere con il sacro fuoco dei nostri preferiti. Poi, detto tra di noi, che noia tutti quegli exploit ripetitivi! Che noiosi e tristi tutti quei personaggi a dieta e allenamento forzato, malinconici astemi, avari di se stessi, senza amici veri, senza risate, senza errori (Mirella Tenderini).

Sebbene sia difficile aggiungere qualcosa di sensato a quanto ha già espresso la Tenderini, mi piace l’idea che ci possano essere dei visionari sempre un passo avanti.

Ecco i miei visionari del rock e dell’alpinismo: Bob Dylan e Lorenzo Massarotto, persone con la capacità di anticipare i tempi senza mai restare ostaggi del proprio mito.

Bob Dylan è un cantautore che continuamente gioca a nascondino con il mondo, riservato e misterioso, minimalista e iconoclasta, semplice ed ombroso al tempo stesso, sempre disallineato con il grande circo mediatico musicale, con un caratteraccio ruvido e diffidente verso il mondo. Mi piace ricordare il suo isolamento dal mondo con la frase “io sono le mie parole”, mentre il suo minimalismo può essere riassunto nella frase “quel che riesco a cantare, lo chiamo canzone. Quel che non riesco a cantare, lo chiamo poesia”.

Seppure molto diverso e noto solo ad una ristretta elite anche Lorenzo Massarotto è stato un alpinista visionario. Lontanissimo dal circo mediatico dell’alpinismo sponsorizzato, ha compiuto splendide salite in posti ancora selvaggi come le Pale di San Lucano, di cui tanti parlano ma pochi frequentano.

Ha effettuato prime salite con pochissimo materiale, fedelissimo ad un’etica rigidissima che vedeva anche l’utilizzo di nut e friend come un artificio. Ha effettuato impegnative ripetizioni invernali e solitarie facendo riferimento soprattutto al proprio spirito e alla propria forza di volontà.

Non ha mai scritto nulla e di lui si ricordano rare interviste. Non ricorreva a sponsor e di lui si ricordano soprattutto gli spostamenti dalla pianura padovana alle Dolomiti a bordo di un vecchio motorino Ciao.

In un’epoca in cui anche l’alpinismo diventa una forma di esibizionismo, Lorenzo Massarotto sembra essere l’ultimo cavaliere della montagna che rifiuta anche nut e friend poiché troppo tecnologici.

In ogni paese c’è sempre un personaggio eccentrico chiamato da tutti il visionario perché parla di cose semplici ma strane ed ha sempre lo sguardo rivolto ad un punto lontano.

Lorenzo Massarotto dopo l’apertura di una delle ultime delle sue centoventi vie in Dolomiti: sfugge anche all’obiettivo della macchina fotografica.
Flash 5 - 9Il punto di vista della guida
Le tre regole della guida alpina: il cliente sta cercando di ucciderti, il cliente sta cercando di uccidersi e il cliente sta cercando di uccidere il resto dei clienti.

Proviamo a metterci nei panni della guida alpina.

Sotto il bel distintivo guadagnato con fatica e sacrifici, lui è ora pronto a portare i clienti su diversi itinerari alpinistici.

Quando vedi la tua guida chiusa in sé stesso, non è depresso perché la via è facile, ma sta semplicemente cercando di anticipare le tue mosse di maldestro cliente cittadino che non vede e non sente i pericoli.

In montagna bisogna stare sempre all’erta e la guida si porta sempre dietro un cliente generatore di problemi, di ansie e di potenziali pericoli.

Fa bene ogni tanto mettersi nei panni di una guida alpina.

Non sempre l’abito fa il monaco. Chi mai direbbe che questo ragazzo, Werner Braun, qui fotografato sulla via Pacific Ocean sul Capitan, sia uno stimato professionista del Soccorso Alpino e diverse cordate incrodate sulle grandi pareti della Yosemite Valley sono riuscite a tornare a valle grazie a lui!
Flash 5 - 8Tempi moderni
Non andavamo per fare grado, ma per fare stile (Heinz Mariacher).

Nell’epoca in cui l’alpinismo macho cominciava ad avere il fiato corto, ecco che Heinz Mariacher, detto Bostik per la sua impareggiabile bravura a tenersi, sugli appigli ed appoggi più insignificanti, inventa un’idea nuova, fresca e diversa di salire le Dolomiti.

Con lui lo stile diventa fondamentale. Non importa aprire una via, ma importa aprire una via in libera, con poche protezioni, nessuno spit e possibilmente dare alla via un grado eccessivamente basso per minimizzare l’impresa compiuta.

Così venne aperta la via Moderne Zeiten in Marmolada ad oggi riconosciuta come il capolavoro di Mariacher.

Peccato però che questo stile di assoluta arrampicata libera lo abbia costretto in una gabbia che ha permesso a Igor Koller e Jindrich Sustr di aprire la via del Pesce, sempre in Marmolada: loro si facevano meno problemi ed erano più focalizzati sull’obiettivo. Sicuramente avevano anche meno tempo di Mariacher e Iovane.

Sento spesso i ragazzi che vanno a fare certe vie solo per il grado elevato e trascurano alcune meravigliose vie o alcune pareti perché non hanno il grado interessante.

C’è di più: oggi vanno di moda le pareti strapiombanti che offrono gradi elevati che si possono raggiungere con tanto allenamento fisico e poca tecnica. Al contrario le vie in placca che necessitano di elevatissima e sofisticatissima tecnica, ma con gradi stretti e severi, sono spesso a torto trascurate.

Ricordati che il grado che tu fai, se non ti alleni, è destinato ad abbassarsi, mentre lo stile ti rimane per sempre e ti darà sempre soddisfazione.

Luisa Iovane sulla splendida fessura da affrontare in Duelfer sulla via Moderne Zeiten in Marmolada. Intere generazioni di aspiranti arrampicatori del Nuovo Mattino hanno sognato su questa fotografia. Sono trenta metri di elegante sesto grado assolutamente libero e senza chiodi che dovrebbero dare molta soddisfazione.
Flash 5 - 7Il viaggio
Un viaggio di mille miglia comincia con un passo (Lao Tze).

Quando guardo quanto devo camminare, ripenso alla massima di Lao Tze e comincio ad accumulare passo su passo fino ad arrivare alla meta. Spesso la meta è solo l’inizio.

Cammini quattro ore per arrivare sotto la parete da scalare. Quando parti alla mattina la tua meta è lo spiazzo, il passo, la cengia da cui ti legherai. Poi la meta si sposta e diventa la parete. Infine, nella discesa, la meta è di nuovo l’area dove slegarsi ed infine la meta diventa la macchina in fondo valle.

Il viaggio è una metafora della vita.

Se comperarti una casa sembra uno sforzo impossibile, comincia a risparmiare denaro: mese su mese i soldi si accumulano e l’obiettivo diventa raggiungibile.

E’ un lungo viaggio.

Spesso si pensa di conoscere la meta del proprio lungo viaggio ma non sempre è così.

Uno dei viaggi alpinistici più metaforici e più ricchi di significato avvenne nel 1968 quando Yvon Chouinard e Doug Tompkins partirono con un vecchio furgone dalla California per raggiungere la Terra del Fuoco. Fu un lungo viaggio in cui scalarono rocce e sassi, cavalcarono onde con il surf e tornarono con le idee chiare sul proprio rispettivo futuro professionale.

Fu così che nacquero le aziende Patagonia e North Face ed Yvon Chouinard e Doug Tompkins ne sono i rispettivi fondatori.

Quando affronti un viaggio, mettiti in testa di portarti sempre a casa un sogno.

Yvon Chouinard nella sua prima officina dà sfogo alla sua creatività e alla sua inventiva producendo attrezzatura all’avanguardia. In questa officina negli anni 70 si produceva il miglior materiale di arrampicata del mondo.
Negli anni successivi la Chouinard Equipment si trasformò, a causa di alcuni problemi legali che la portarono in bancarotta, nella Black Diamond, ancora oggi un’azienda produttrice di eccellente attrezzatura.
Tutto però partì da questa officina a Ventura sulle coste del Pacifico californiano. A parte il chiodo rurp, non inventarono nulla di nuovo ma migliorarono esteticamente e funzionalmente gran parte dell’attrezzatura alpinistica in uso.
Tom Frost, l’autore della fotografia, era solito definirsi piton engineer cioè ingegnere del chiodo.
Flash 5 - 6

Non esiste il mito
Nessun mito, nessuna salita “storica”, non fatevi condizionare, alzate il muso, guardate le pareti, e andate dove vi porta il “naso” (Paolo Vitali).

Una volta ero portato a mitizzare alcuni scalatori di cui avevo letto le imprese. Poi li conobbi superficialmente, li sentii parlare in qualche conferenza, lessi qualche loro intervista e mi sembrarono improvvisamente piccoli e umani, troppo umani.

Che forte delusione!

Ho capito che il considerarli miti è stata una mia distorsione mentale. I miti non esistono. Al massimo possono dedicare più tempo di te all’arrampicata, al massimo sono un po’ più dotati di te.

Desiderare troppo intensamente certi itinerari ti porta a mitizzarli e poi quando ne tenti la salita, hai la testa ingombra da tanta spazzatura mitica che ti sei creato e che non hai espulso. Sali meno libero e con uno zaino metaforico molto pesante.

Questo ingombro mentale non ti serve, è dannoso, ti brucia l’ossigeno e ti toglie elasticità. La storia alpinistica è bella, affascinante ma ti appesantisce e ti crea condizionamenti.

Chi non sa, sale senza inibizioni.

Chi sa, ha un ulteriore zaino da portarsi dietro, perché lui è diventato un uomo di conoscenza.

Il mito è creato apposta dai vecchi per spaventare i giovani.

Bob Dylan nel corso della sua lunga carriera di poeta, cantante e musicista, si è sempre reinventato e rinnovato seguendo se stesso spesso avendo contro anche i suoi fan.

Tu, leggi dei grandi alpinisti, studia la loro attività, guarda i video che tanto ti affascinano, cerca sui forum notizie ed informazioni, ma alla fine non seguire niente e nessuno.

Quando sento i ragazzi che commentano le vie in Dolomite e concludono che in fondo il Philipp-Flamm non è difficile, sono solo tanti tiri di sesto grado su roccia di dubbia qualità, hanno ragione!

Il Philipp-Flamm è una cazzata da salire e da dimenticare velocemente.

Divertiti ad abbattere i miti del passato.

I miti non ci sono, le salite storiche le abbiamo dimenticate ma le prime mitiche scarpette EB Super Gratton hanno mantenuto un fascino tutto particolare. Noi pensavamo che fossero venute dall’America ed invece furono create da Pierre Allain in Francia – infatti all’inizio si chiamavano PA – ed in pochi anni hanno invaso il mondo dell’arrampicata. Se una domenica vedevi qualcuno salire una via con le scarpette dove si era sempre saliti con gli scarponi, la domenica successiva anche tu salivi con le scarpette. La rivoluzione fu velocissima.
Flash 5 - 5

Avventura
Il rammarico non sta tanto nel dover morire, ma nel fatto che nessuno saprà mai quanto vicino siamo stati a salvarci (Ernest Shackleton nel suo diario).

Non saprei dare la corretta definizione di avventura, ma se penso all’avventura penso ad Ernest Shackleton.

Schackleton è stato un esploratore polare dell’inizio del novecento che è passato alla storia sebbene non abbia legato il suo nome a nessuna esplorazione ma sia stato il protagonista di una straordinaria avventura di sopravvivenza umana chiamata Endurance.

Questo sognatore, alla testa di un gruppo di ventisette uomini, si era dato l’obiettivo di attraversare l’Antartide. La loro nave, l’Endurance, rimase bloccata tra i ghiacci del pack che distrussero la nave. Portati alla deriva per centinaia di chilometri in balia dei movimenti naturali del pack, riuscirono a raggiungere la minuscola Isola degli Elefanti. Dopo un anno e mezzo di peregrinazioni erano di nuovo sulla terraferma ma comunque isolati dal mondo e senza alcuna possibilità di soccorso. A questo punto Shackleton ed altri cinque uomini partirono con una piccola scialuppa per raggiungere l’Isola della Giorgia Australe. Ci riusciranno in 17 giorni di navigazione nel peggiore incubo oceanico. La loro avventura non era ancora finita, sbarcati sull’isola affrontarono una traversata alpinistica fra rocce, nevai e ghiacciai che li portò, finalmente, dopo oltre due anni e mezzo, a contatto di nuovo con l’uomo.

Shackleton riportò tutti a casa sani e salvi, sacrificò l’obiettivo della spedizione con una gestione oculata e flessibile degli uomini; diede l’esempio del vero capo carismatico, seppe fare propria l’esperienza di chi lo aveva preceduto nelle esplorazioni polari e dimostrò sempre ottimismo anche nelle avversità più incredibili.

La lezione di Shackleton è tuttora una lezione fondamentale per chi ama l’avventura all’aria aperta e per chi sta preparandosi per una spedizione extra-europea.

Se stai solo affrontando il tuo mono-tiro nella tua falesia di casa, che lo spirito di Shackleton sia con te! 

Hermann Buhl, rilassato, dopo la sua straordinaria avventura sul Nanga Parbat. Lui fu un grande alpinista che ha vissuto grandi avventure con poveri mezzi e molto spesso sulle montagne dietro casa.
Flash 5 - 4

Understatement
Dr. Livingstone, I presume (Henry Morton Stanley).

Questa frase rappresenta l’icona del famoso understatement inglese.

Livingstone era da anni nel cuore dell’Africa nera e tutti in Inghilterra avevano perso le sue tracce. Il giornalista Henry Morton Stanley fu inviato in Africa per cercare il famoso dottore e missionario. Quando riuscì a trovare, nel 1871, dopo lunghe peripezie, un uomo bianco vestito secondo il classico stile coloniale dell’epoca, invece di spendersi in baci ed abbracci, semplicemente si presentò all’uomo bianco con questa asciutta e laconica espressione come se fosse ad un ricevimento: “Presumo che lei sia il dottor Livingstone”.

Mi piace contrapporre questa espressione alla prosa retorica in vigore nell’alpinismo dell’ottocento, del primo novecento, del secondo novecento e forse anche di oggi, almeno di certi ambienti dove conta ancora il peso delle medaglie appuntate sul petto.

Bruciamo tutto e ritorniamo alla semplicità e all’understatement inglese per narrare le nostre storie ed i nostri racconti delle gite domenicali.

I termini eroismo, lotta impari, battaglia leale, conquista epica lasciamoli nelle vecchie antologie scolastiche. Liberiamoci dalle croste romantiche, barocche e ampollose di certi stereotipi vecchi.

La martellante, inquietante, acida musica dei Sex Pistols ci aiuterà nel fare piazza pulita del vecchio linguaggio di conquista.

Anche le parole sono importanti.

Nello scegliere il tuo compagno di cordata, guarda come arrampica ma soprattutto come parla.

Una cordata affiatata, due scalatori, due grandi amici, che condivisero anche un appartamento per tanti anni: Wolfgang Guellich e Kurt Albert. Ricordiamoli con la canzone Riders on the storm dei Doors.
Flash 5 - 2Le porte della percezione
Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito (William Blake).

Frase celebre ed “ispirazionale” che ha spinto Jim Morrison a chiamare il suo gruppo di musica e poesia The Doors.

William Blake ed Aldous Huxley hanno ispirato tanti scalatori alternativi e visionari fino dagli anni 60. Molto “ispirazionale” è stato l’articolo di Doug Robinson l’alpinista come visionario che analizza gli stati mentali di chi scala.

Infatti la permanenza in parete, il pericolo e le difficoltà estreme portano gli scalatori a dischiudere le porte della percezione in maniera naturale e senza usare stupefacenti.

Nel tiro di corda estremo a metà parete tutti i tuoi sensi ed i tuoi muscoli e le tue connessioni nervose sono focalizzate sull’obiettivo di superare la parete, il tetto o la fessura.

Poi ti ritrovi in sosta svuotato di energia ma soprattutto incredulo e stupefatto di essere salito su di lì. In quel preciso momento non sei solo tu, sei qualcosa di più: più ricco, più grande, più potente. Il tuo io, di solito già molto forte, si è espanso, allargato a dismisura.

Tu, laddove gli altri vedono una parete aggettante, tu vedi chiaramente una via. Tu, laddove gli altri vedono liscio, vedi una precisa sequenza di appigli ed appoggi tali che non ci si può sbagliare. Tu senti il profumo della roccia e la musica della sosta. Non capisci perché gli altri non ti capiscono. Stai sicuro, Jim Morrison lo sciamano, ti capirebbe!

Gli altri fanno fatica a capire che tu stai vivendo una meravigliosa realtà separata. Da abbinare con la canzone Break Through dei Doors.

Allora, lasciati andare con la musica psichedelica dei Pink Floyd e vivi i tuoi magnifici viaggi di parete.

Al rifugio Monzino (Monte Bianco) tre grandi scalatori: Giancarlo Grassi che guarda a sinistra, Renato Casarotto che osserva verso destra in basso e Gianni Comino che ti fissa con il suo sguardo miope. Sembra che nessuno dei tre sia veramente interessato al fotografo, in realtà, lo scopriremo anni dopo, ciascuno stava separandosi, a modo proprio, dalla realtà… e nessuno sopravvisse.
flash 5 - 1continua

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