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In montagna il gusto ci guadagna

In montagna il gusto ci guadagna
di Simone Bobbio da www.dislivelli.eu 27 febbraio 2014

L’aria di montagna e le attività che vi si praticano suscitano innegabilmente appetito. Ma intorno ai cibi delle terre alte continuano a coesistere due visioni opposte e contrarie: da un lato, l’ambiente incontaminato è in grado di produrre ingredienti d’eccellenza per una gastronomia sostanziosa e sostanziale; dall’altro, la lontananza dalle città e dalle pianure favorisce l’idea di una certa arretratezza della cucina alpina. Luoghi comuni e contraddizioni emergono da una serie di dialoghi raccolti in anni di frequentazione delle montagne.

Polenta taragna
Polenta taragna

Spesso è difficile capire se l’atteggiamento conservatore in fatto di tradizioni gastronomiche sia proprio dei montanari o dei cittadini.
– Che fai domenica?
Vado in rifugio a mangiare polenta.
– Domenica scorsa che hai fatto?
Sono andato in rifugio a mangiare polenta.
– E quella precedente?
Idem.
Chi è più abitudinario, il frequentatore di rifugi o il rifugista?

Mentre in città si sperimentano nuove forme di consumo come il km0, atte a ridurre più possibile il trasporto delle merci e a favorire le produzioni locali, al bar di un paesino di montagna…
– Cosa mettete nel toast?
Cotto e sottiletta.
– Tagliarmi una fetta di toma locale vi costa troppa fatica?

Pizzoccheri
Pizzoccheri

Invece, al bar sulle piste il km0 viene espressamente negato per mero scopo di lucro.
– Vorrei un bicchiere d’acqua del rubinetto per piacere.
Qui non è potabile.
– Quanto viene quella bottiglietta di gasata che sgorga da una fonte in tutto e per tutto uguale a quella che alimenta i vostri sanitari, ma situata a 1000 km di distanza?
1,50 €
– Ha mai sentito tutti quei discorsi sulla crisi petrolifera che causerà la terza guerra mondiale?
Sì.
– Non si preoccupi, finché la benzina costerà meno dell’acqua, possiamo stare tranquilli.

Poi c’è il tema della genuinità dei prodotti che in montagna acquistano caratteristiche organolettiche uniche grazie alla purezza dell’aria, dell’acqua e dei suoli. Può capitare però che in un alpeggio isolato la semplicità e autenticità con cui si producono le forme possano danneggiare la purezza di cui sopra. E così il cittadino ignaro scopre l’inconsistenza del mito del buon selvaggio.
– Buona questa toma di malga, mi piace soprattutto quel retrogusto un po’ acidulo. Sembra urina, chissà perché?
Vuoi davvero saperlo?

In vetta all’Astjoch (Cima Lasta), altopiano Plose. Lia, Steve House, Simone Bobbio, Leila Meroi, Alessandra Raggio, Guya Spaziani e (in ginocchio) A. Gogna. Ottobre 2010
IMS 2010, gita alla Astjoch (Cima Lasta), altopiano Plose, Lia, Steve House, Simone Bobbio, Leila Meroi, Alessandra Raggio, Guya e (in ginocchio) A. Gogna

In fin dei conti tutto si risolve in un incontro/scontro tra abitudini e consuetudini. In montagna, come altrove, ci si nutre per reintegrare calorie, proteine e grassi spesi durante le attività quotidiane, oppure si mangia per il piacere di gustare qualcosa di buono? Le posizioni tendono ad acuirsi sulla vetta.
Lo sportivo (mentre sgranocchia una barretta energetica): – Cos’hai nel panino?
Il godereccio: – Acciughe.
Lo sportivo: – Non sono un po’ pesanti prima della discesa?
L’altro: – No, perché le ho condite col burro. Sai, avevo finito i peperoni.

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Simone Bobbio
Laureato in storia contemporanea, ha collaborato con le riviste ALP e Rivista della Montagna. Attento agli aspetti ambientali e sociali delle terre alte, è riuscito a coniugare il lavoro con una particolare sindrome acuta di “mal di montagna”, che ha iniziato a manifestarsi sin dalla tenera età.

Postato il 24 marzo 2014

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La montagna assassina

Il luogo comune della montagna assassina
di Enrico Camanni (da www.dislivelli.eu, 27 febbraio 2014)

Uno degli stereotipi più duri a morire viene forse ancora dalla Grande Guerra, che consacrò il modello della montagna tragica e austera, la Madre che non perdona, su cui il fascismo fece presa per cantare le gesta eroiche degli alpini e degli alpinisti. Pochi miti della storia moderna hanno impiegato tanto tempo a sbiadire e a perdere forza, senza mai abbandonarci del tutto, anche se si tratta di una memoria di sofferenza e morte (o forse proprio per questo), anche se è il ricordo di un sacrificio che lasciò sulla terra una generazione di ragazzi innocenti.

MontagnaAssassina-valangaArmando Biancardi ha scritto nel 1975: «Si avvertono, tra alpinismo e guerra, analogie che sorprendono. La morte vicinissima, lo spirito di corpo (la cosiddetta solidarietà alpina, così viva tra le penne nere), lo stesso abito da alpinista: non è un po’ come una divisa? Il mangiare e il bere, i cori, le notti sotto le stelle: non sono per alpinisti e militari dello stesso stile?».
Se a questo aggiungiamo la terminologia alpinistica (attaccare la parete, vincere la cima) e la tradizione maschile e maschilista della montagna, abbiamo un quadro di quanto la guerra e la retorica alpina abbiano condizionato il secolo breve. Mentre il mare suscitava onde di piacere e venti di trasgressione, l’alpe si caricava fardelli di fatica e sofferenza purificatrice, accreditando l’idea della “montagna assassina”.

Su questi ingredienti, per circa cinquant’anni, i registi, gli scrittori e i giornalisti hanno costruito la rappresentazione della montagna. Il romanzo di alpinismo più fortunato della storia, Premier de cordée di Roger Frison-Roche, racconta di una giovane guida colpita nel fisico e negli affetti (il padre è morto colpito dal fulmine sull’Aiguille du Dru e il giovane precipita anche lui, salvandosi). Il più riuscito lungometraggio di montagna, Cinque giorni un’estate di Fred Zinnemann, narra del drammatico triangolo amoroso tra una bella cittadina, lo zio alpinista e l’immancabile guida alpina: il sacrificio della guida uccisa da una scarica di sassi redimerà la relazione incestuosa. Per decenni le popolarissime copertine della Domenica del Corriere fanno a gara nel dipingere crepacci antropofagi, valanghe killer, abissi omicidi.
Quando viene il Sessantotto, o meglio gli anni Settanta, molte cose cambiano nell’alpinismo. Sulle pareti di granito folgorate da lampi psichedelici i ragazzi del Nuovo Mattino rifiutano gli obblighi sacrificali della lotta con l’Alpe, il mito-espiazione delle cime ricoperte di croci, gli abiti grigi della festa, e provano a metterci dei vestiti colorati e delle facce sorridenti. I primi accenni di erotismo fanno timida comparsa in un microcosmo ancora rinchiuso fra triviali uscite da caserma e ascetismi da sacrestia. Il messaggio nuovo comincia a “passare” quando Reinhold Messner, il migliore comunicatore della storia dell’alpinismo, confessa che in cima agli ottomila lui non fa sventolare nessuna bandiera: solo il foulard strappato dal vento.
Ma passano anche gli anni Settanta e, in un classico processo di riflusso, l’immagine della montagna si ripiega ambiguamente in due direzioni: da un lato diventa “museo”, ricettacolo di tradizioni e uomini virtuosi, dall’altro si fa “stadio”, luogo indistinto dove gli atleti compiono gesti mirabolanti sulla roccia e sulla neve.

Il primo modello è quello della montagna che non c’è più, mondo di vinti ed emigranti, culla di valori perduti, patrimonio materiale e immateriale di bellezze ed eredità del mondo di ieri. Su questo modello si innesta una comunicazione concentrata sulla nostalgia. Al contrario il secondo modello è quello della montagna che non c’è mai stata, perché riproduce i valori e i gusti della città. Si tratta di quel largo ventaglio comunicativo che va dagli sport invernali alle discipline dell’outdoor, dall’“estremo” all’avventura regolamentata (impianti, piste, percorsi attrezzati), dalla seconda casa all’offerta alberghiera, passando per un caleidoscopio di forme, colori, accessori, personaggi e mode indirizzati a un turismo inconsapevole e irresponsabile.
La conseguenza di questa doppia falsificazione dell’immagine della montagna, e delle Alpi in particolare, è che nel vuoto di realismo e “verità” continua a trovare spazio il vecchio stereotipo dell’alpe assassina. Giornali e televisioni non si mobilitano per raccontare la montagna contemporanea, con le sue luci e le sue contraddizioni, ma solo per commentare – con le parole di sempre – i momenti tragici e catastrofici delle terre alte: le disgrazie alpinistiche, le alluvioni, le frane, le valanghe, la caduta dei seracchi, lo scioglimento dei ghiacciai.
La vecchia favola tragica continua a nascondere il vero, forse perché nessuno è veramente interessato a svelarlo.

Per notizie su Enrico Camanni: http://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Camanni

MontagnaAssassina-camanni-enrico-camanni

postato il 21 marzo 2014

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I luoghi comuni per Andrea Gobetti

Il luogo comune è fatto a imbuto
di Andrea Gobetti (da www.dislivelli.eu, 27 febbraio 2014)

Lo stereotipo, cioè il tipo con lo stereo appoggiato tra spalla e orecchio, non l’ho ancora incontrato, ma credo sia un abitante del luogo comune, territorio vastissimo tra i panorami della mente, popolatissimo, nonostante che quasi tutti, in gioventù, fossero stati ammoniti a non caderci dentro.
Tentando di elevarne topografia, mi pare che il luogo comune sia fatto a imbuto. È un vorticoso mulinello, un gorgo che inghiotte i relitti della mente, ma sui monti assomiglia a una conca, una placida dolina per chi conosce il fenomeno carsico; è un posto comodo, protetto dal vento, chiuso alla fantasia di guardare oltre il bordo. Lì han ragione tutti e l’eco suscitato lo conferma.

LuoghiComuniAndrea-gobetti2L’intenzione di approfondirsi c’era stata, ma ormai s’è intasata di fango comune rendendo il fondo solido di consenso, propizio a chi ci vuole campeggiare, vendere panini e ascoltare la musica in voga. Ogni scopo si fa vago, girando nel luogo comune.
Dov’è l’opposto del luogo comune?
Va cercato nel rischio? Nell’eccezionale, lo straordinario? Forse un tempo, quando in montagna allignavano lo yeti e il superuomo. Ma ormai è un ricordo, il logo comune “no limit” l’ha spianato alla comunicazione; si fa spesso finta di parlare inglese nei luoghi comuni arrembanti, quando senti scampanellare “Ing! Ing!” scansati che il luogo comune sta arrivando, travolgerà anche te, tra uccelli, canyon e sentieri.
Le lotte fra luoghi comuni sono eterne, ottuse, estenuanti e non indicano la via per uscire né dall’uno né dall’altro. A tal scopo suggerisco piuttosto l’attenzione per i luoghi scomunicati. Luoghi non proibiti, ma mai incoraggiati che danno una leggera orticaria a chi gestisce le liturgie pensate per grandi masse di fedeli. Giocare alla morra è un luogo scomunicato.
In montagna lo è sciare con la luna piena, al riparo dalle fotografie, e altrettanto vale interessarsi alle tracce dell’antichità, della sua cultura, normalmente avvolte da rovi e cespugli, o nelle nebbie dei ricordi lontani.
Luogo scomunicato è stato arrampicare con le scarpette quarant’anni fa col Circo volante e oggi continua a esserlo il voler ragionare in parete di intelligenza motoria anziché di forza. Chi li cerca finisce per trovare questi luoghi; per mia disavventura, ancora imberbe, caddi nella speleologia che resta la madre di tutte le scomuniche, luogo lontano dal sole e dai soldi, dove per diventare un luogo comune una stalattite deve gocciolare per diecimila anni e chi la guarda se ne meraviglia pure, come d’un fuoco artificiale.
Andrea Gobetti

LuoghiComuniAndrea-gobetti-1

Andrea Gobetti, nato a Torino nel 1952, scrittore, vive a Matraia, sulle colline lucchesi. Ha dedicato due libri alle avventure speleologiche Una frontiera da immaginare (Dell’Oglio,1976) e Le radici del cielo (CDA,1982) nonché la guida Italia in grotta (Gremese,1989) e Aria di Valtellina (Stefanoni 1989). Dall’esperienza dei due video realizzati per la televisione Svizzera Italiana L’Uomo di Legno e La strada di Olmolunreing, ha trattato Drammi e diaframmi (Corbaccio 1997) e Animalia Tantum (Skira 2000). Ha curato per alcuni anni Roc della Rivista della Montagna e ha collaborato con la Rivista Alp.

Andrea Gobetti è nipote del politico antifascista Piero Gobetti e di Ada Prospero Gobetti, sua moglie, anche lei giornalista e continuatrice dell’opera culturale iniziata dal marito. In questo filmato, Andrea racconta brevemente, e nel suo stile imaginifico, i rapporti con la nonna Ada.

Postato il 13 marzo 2014