Posted on Lascia un commento

Arrampicata difensiva

Arrampicata difensiva

Partiamo dalla definizione di Medicina difensiva (da Wikipedia):
La medicina difensiva consiste nella pratica di diagnostiche o di misure terapeutiche condotte principalmente, oltre che per assicurare la salute del paziente, anche come garanzia delle responsabilità medico legali seguenti alle cure mediche prestate.
Il medico deve difendersi perché il numero delle denunce è cresciuto oltre il normale, ma l’80% di queste denunce poi risultano infondate e il paziente perde la causa.

Dettagli
Evitare la possibilità di un contenzioso medico legale è la motivazione principale del porre in atto pratiche di medicina difensiva. Molto comune negli Stati Uniti, con un’incidenza variabile tra il 79% e il 93%, la medicina difensiva viene praticata specialmente nella medicina di emergenza, nei reparti di ostetricia e in altri interventi specialistici ad alto rischio.

Tipologia
La medicina difensiva può essere positiva o negativa.

Un incubo ricorrente tra i medici
ArrampicataDifensiva-1

La medicina difensiva positiva si attua con un comportamento cautelativo di tipo preventivo (assurance behaviour); in tal caso il comportamento cautelativo si esplica nel ricorso a servizi aggiuntivi non necessari (analisi, visite o trattamenti), atti a:
– diminuire la possibilità che si verifichino risultati negativi;
– dissuadere i pazienti dalla possibilità di presentare ricorsi;
– redigere documentazione, la quale attesti che il medico ha operato secondo gli standard di cura previsti, in modo da cautelarsi da eventuali future azioni legali.

Quando diritto e salute non coincidono
ArrampicataDifensiva-2

La medicina difensiva negativa si pratica invece con l’astensione dall’intervento di cura (avoidance behaviour), che si manifesta nel caso in cui il medico eviti di occuparsi di determinati pazienti o di eseguire interventi ritenuti ad alto rischio.

Rimedi
La medicina difensiva è ritenuta un fenomeno da arginare nell’interesse del medico, del paziente e anche delle casse dello Stato: in Italia, infatti, la medicina difensiva pesa per oltre il 10% sulla spesa sanitaria. Tra i rimedi suggeriti, quelli di orientare la formazione degli studenti in medicina verso una maggiore attenzione al rapporto medico-paziente, rendere gli orari di lavoro meno stressanti, favorire il ricorso alla conciliazione in caso di errori medici.

Il ricorso a strumenti stragiudiziali per la risoluzione delle controversie è divenuto indispensabile anche allo scopo di evitare l’immediato ricorso all’Autorità Giudiziaria. Non a caso, il risarcimento del danno derivante da responsabilità medica rientra tra le materie per le quali, a partire da marzo 2011, è obbligatorio tentare preventivamente la mediazione civile.

 

Corsi di arrampicata difensiva
(liberamente tratto da Nonciclopedia, l’enciclopedia VM 18 e libera dai bambini)

L’arrampicata difensiva – detta anche arrampicata paraculo – è una particolare disposizione tattica con la quale si schierano al lavoro sempre più equipe d’insegnamento. Lo scopo non è tanto offrire prestazioni di elevato standard qualitativo all’allievo, quanto evitare il più possibile di prenderlo nel di dietro a seguito di denunce per supposta irresponsabilità. L’idea viene fatta risalire a Giovanni Trapattoni: catenaccio a oltranza per poi colpire spietatamente in contropiede. La messa in pratica è partita però dagli Stati Uniti d’America, che l’hanno esportata in tutto il mondo come omaggio gratuito in accompagnamento alla democrazia.

La stampa come sempre ci ricama sopra…
ArrampicataDifensiva-5

 

Origini del fenomeno
Ci fu un tempo in cui l’operato dell’istruttore e l’istruttore stesso erano insindacabili e intoccabili: in falesia e in montagna tutti si alzavano in piedi e chinavano il capo al passaggio dell’arcigno distintivo di turno, ascoltandone in religioso silenzio il verbo infallibile. Le diagnosi erano inconfutabili e le prescrizioni erano sacre, da rispettare come i dieci comandamenti. In caso contrario si rischiava di essere zittiti con somma vergogna e di ricevere un clistere punitivo.

Bei tempi!

L’istruzione di massa ha favorito il declino di questa epoca. Le aumentate conoscenze della massa hanno fatto sì che si sviluppasse una maggiore consapevolezza, ma soprattutto che il numero di avvocati in circolazione aumentasse in maniera esponenziale. Tutta gente che aveva bisogno di lavorare in un campo che appariva saturo già da allora. Occorreva allargare il campo delle competenze, individuare nuovi bersagli: lo sport d’avventura era ancora un territorio in gran parte inesplorato. D’improvviso gli istruttori si resero conto che non potevano più trincerarsi dietro manovre e spiegazioni composte da termini tecnici noti solo agli addetti ai lavori. Ormai parole come prusik, marchand e lolotte erano alla portata anche di un coatto di periferia. La classe docente subì le prime condanne a seguito di errori particolarmente gravi, assicurando alla giustizia i responsabili di vari decessi o infortuni dovuti a negligenza e imperizia e riempiendo di quattrini le tasche dei parenti e dei loro avvocati.

E anche la televisione non scherza!
ArrampicataDifensiva-4

Tutto bene, dunque?
No.
Gli studi legali si specializzarono in questo settore, i familiari degli allievi si riunirono in associazioni e le class action si diffusero come metastasi tumorali. La classe docente, sebbene patrocinata dai migliori principi del foro, scoprì di non essere più intoccabile e il panico si diffuse in breve tempo. Contemporaneamente il popolo aspirante alpinista, fino ad allora cornuto e mazziato, scopriva che rifare la facciata di casa, estinguere il mutuo, concedersi quel viaggetto alle Maldive, o semplicemente dimostrare di avercelo più duro degli istruttori, non era più un’utopia. Così le cause per malinsegnamento si estesero ad ogni minimo errore o incertezza: oggi come oggi un freno dissipatore, un guanto, una barretta energetica in più o in meno possono fare la differenza.

Pianificazione e attuazione
Tale situazione fa innescare un pericoloso circolo vizioso: l’operatore insegnante che perde la tranquillità sul lavoro è portato a commettere più errori e quindi a dibattersi in un numero sempre crescente di cause. Il problema è stato studiato con rigore altamente scientifico.

Al termine di accurate indagini, verifiche sul campo e simulazioni al computer, risulta evidente che non esiste una scappatoia efficace, se si esclude la soluzione finale per la casta avvocatizia, impraticabile per mere difficoltà tecniche. È stato perciò deciso di porre in essere una serie di accorgimenti atti a limitare al massimo i danni. Ciò ha condotto all’identificazione di due differenti approcci alla questione.

Arrampicata difensiva positiva
L’arrampicata difensiva positiva si attua con un comportamento cautelativo di tipo preventivo, che si esplica nel ricorso a servizi aggiuntivi non necessari (esamini, visite mediche o esercizi) atti a:

– Diminuire la possibilità che si verifichino risultati negativi (“La risonanza magnetica e l’elettroencefalogramma cui l’abbiamo sottoposta attestano con ragionevole certezza che il suo lieve tremolio di piede potrà scomparire in tempi brevi e senza lasciare esiti significativi”);

– Dissuadere gli allievi dalla possibilità di presentare ricorsi (“Ci ispiriamo a linee guida riconosciute e approvate in tutto il mondo. Vuole forse denunciare il mondo intero? E poi sappia che sono amico di Simone Moro”);

– Redigere documentazione che attesti che l’istruttore ha operato secondo gli standard d’insegnamento previsti, in modo da cautelarsi da eventuali future azioni legali (“Ho discusso il suo caso anche col Ministro dello Sport e con il CAAI: hanno entrambi convenuto che, con 647 pagine di documentazione, la sua lieve difficoltà nello “spallare” ha ricevuto tutte le attenzioni che meritava”).

Il fatto che questa pratica comporti un ingente spreco di risorse e soldi pubblici sembra non costituire un problema per nessuno, di conseguenza l’approccio positivo è gettonatissimo.

Arrampicata difensiva negativa
La negazione del problema è spesso una tattica vincente.

Esempio:
Lei avrebbe bisogno di un compagno che le faccia sicura come si deve… ma non posso farlo io, mi spiace (il difensivista altamente negativo)!
Perché? Lei è il miglior istruttore della città (un allievo perplesso)!
E intendo continuare a esserlo. Devo pregarla di andarsene. Mi lasci in pace (il catenacciaro negativo gioca di rimessa)!

ArrampicataDifensiva-7
L’arrampicata difensiva negativa si pratica con l’astensione dall’intervento di docenza, che si manifesta nel caso in cui l’istruttore eviti di occuparsi di determinati allievi o dall’eseguire uscite ritenute ad alto rischio. Come fa l’istruttore a decidere di chi non occuparsi? Esistono più opzioni:

– Assenteismo: di volta in volta l’istruttore simulerà raffreddori, incidenti stradali, lutti familiari e quant’altro giustifichi un’assenza dalla Scuola all’improvviso;

– Documentazione: l’istruttore raccoglierà informazioni sull’allievo e i suoi familiari tramite investigatori privati, allo scopo di comprendere se si tratta di gente combattiva, cagacazzi e con conoscenze tra gli avvocati. In tal caso cederà volentieri l’allievo a un collega più sprovveduto;

– Ricerca: improvvisamente l’istruttore si accorge che la sua vera strada è l’accademia: sarà sempre impegnato in estenuanti viaggi all’estero per convegni, simposi, seminari che lo terranno a debita distanza dall’insegnamento sul campo.

Anche l’approccio negativo comporta un ingente spreco di risorse e soldi pubblici, ma anch’esso sembra funzionare egregiamente, quindi è gettonatissimo.

Spalle ben coperte, dunque?
Non sempre.

Infatti, se va male comunque?
Nonostante tutte le precauzioni, qualcosa va sempre storto e l’istruttore rischia di essere trascinato in tribunale. Per sua fortuna è obbligatorio tentare la mediazione civile prima di adire a vie legali. Una sorta di constatazione amichevole che mantiene pulita la fedina penale. A un certo prezzo. La classe docente si è organizzata proponendo alle parti lese dei pacchetti “tutto compreso” con i quali è possibile, a seconda del caso, comprarsi un’auto nuova, dotare di IPhone la famiglia e i parenti collaterali (compresi i più antipatici), affittare un attico a New York o trattare con disprezzo le commesse delle boutiques di Montecarlo. Ciò rende gli allievi felici e tranquillizza gli istruttori, che evitano la galera.

D’altra parte in galera ci finiscono sempre gli stessi coglioni.

Medice, cura te ipsum!
ArrampicataDifensiva-3


L’esempio limite
L’istruttore più in pericolo è comunque colui che è anche medico: l’unione nella stessa persona di queste due qualifiche porta a rischi davvero esagerati.

Istruttore-medico di turno durante un uggioso turno pomeridiano al Policromuro di Arco: – Cos’è stato quel rumore?

Aiuto-istruttrice annoiata e demotivata: – Lo sloveno che sta facendo Stressami ha starnutito!

Istruttore-medico di turno improvvisamente preso dal panico: – Cosa? Presto, Gina, prepara subito l’aerosol con due fiale di beclometasone dipropionato, una di ambroxol, cinque gocce di salbutamolo e otto di ossitropio bromuro! E metti l’ossigeno a 8 litri al minuto! Poi, subito antibioticoterapia con ceftriaxone un grammo per tre endovena. Muoviti, non stare lì impalata!

Aiuto-istruttrice Gina che non intende rinunciare alla sua tranquillità: – Ehi capo, camomillati un attimo, eh!

Istruttore-medico che già si vede trascinato alla sbarra: – Seeee, camomilla! Il Rohypnol ci vorrebbe! Non mi distrarre che sto pensando! Dunque, ha starnutito… merda! Mmmm… uno starnuto può fargli partire un embolo… Gina, quando scende, iniziamo pure la profilassi antitromboembolica con EBPM a dosaggio massimo! Ah, dimenticavo… programmi in urgenza questi esami: emocromo, VES, PCR, PT, PTT, enzimi cardiaci, profilo renale ed epatico, emocoltura, urocoltura, rx torace, spirometria ed elettromiografia! Mmmm… quasi quasi richiedo una TAC. E anche una colonscopia!

Aiuto-istruttrice Gina, dannatamente pragmatica: – Ma capo, insomma… era solo uno starnuto!

Istruttore-medico di turno immerso nei suoi ottimistici progetti per l’avvenire: – Dillo! Dillo che mi vuoi vedere marcire in galera!

Conclusioni
Se si è allievi in Italia: meglio imparare all’estero.
Se si è istruttori in Italia: meglio esercitare in Nepal.

Ma è solo un’unghia incarnita…
– La prudenza non è mai troppa!

ArrampicataDifensiva-6

Posted on Lascia un commento

Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Il Kit da ferrata non dev’essere obbligatorio

Sul numero di settembre della rivista Montagne360 (organo ufficiale del Club Alpino Italiano), a firma Federico Bernardin, è uscito l’utile articolo La sicurezza sulle vie ferrate (pagg 54-57).

L’utilità di tale articolo, anche per il grande numero di appassionati cui è rivolto, è indubbia. Il testo non si dilunga, è essenziale e dà le giuste informazioni necessarie, al fine di percorrere una ferrata in ragionevole sicurezza. Inoltre, precisa giustamente “che la ferrata non è un gioco e non è costruita per esserlo”.

Chi volesse leggere il testo integrale, per comodità lo trova qui.

Via ferrata Tomaselli, San Cassiano, val Badia. Foto: ladinia.it
KitFerrata-

Considerazioni
Nel testo non ci sono inesattezze, dobbiamo però far notare una piccola dimenticanza e non possiamo rinunciare a due considerazioni che il testo stesso provoca.

La dimenticanza riguarda l’uso dei guanti. In assenza di questi, dire che “fastidiose escoriazioni possono avvenire per strofinamento della pelle delle mani sul cavo della ferrata” non è sufficiente: occorre mettere in risalto che non infrequentemente la mano incontra refoli d’acciaio dovuti a usura e cattiva manutenzione. Questi, al di là delle escoriazioni, possono provocare vere e proprie ferite.

Prima considerazione. Nel sottotitolo, probabilmente a responsabilità della redazione più che dell’autore, è scritto che “le vie ferrate permettono anche ai meno esperti di affrontare difficoltà alpinistiche”. Questo non è corretto, perché le ferrate permettono solo di affrontare le difficoltà delle ferrate!

Occorre stare attenti all’uso dei termini, e cercare di mantenere ben distinti due ambiti che, già dalle differenti radici filosofiche, non possono essere mescolati se non con pericolosi fraintendimenti.

Le “difficoltà alpinistiche” sono proprie dell’alpinismo, attività che favorisce l’esperienza personale nell’ambiente selvaggio della montagna, vive di fantasia e di creatività più che di gesti atletici. L’aspetto ludico è decisamente in minoranza al confronto con l’aspetto romantico, spirituale e psichico.

Al contrario, le vie ferrate sono espressione di gesto atletico su terreno verticale, escludono creatività e fantasia e vivono piuttosto epidermicamente il gusto adrenalinico che il vuoto può offrire.

Ciò che voglio dire è che un I° grado (il primo scalino della Scala UIAA) è alpinisticamente molto più difficile e impegnativo di una ferrata atletica che ti fa sputare molta più fatica.

Seconda considerazione. L’articolo ingenera una fastidiosa sensazione, non nuova peraltro e già provata in altre occasioni. Sembra che pure il CAI (che non è un produttore o venditore di materiali o tecniche) continui a ripetere lo stesso errore, cioè quello di fare intendere al pubblico per obbligatorio l’uso (e in una certa maniera) di certi materiali (nella specie, il kit da ferrata, oltre al casco).

Il testo non afferma chiaramente l’obbligatorietà. Ma il tono è un po’ ambiguo e alla fine il complesso dell’articolo non lascia dubbi al lettore (a dimostrarlo basterebbe osservare che l’uso dei guanti è invece espressamente qualificato come “non obbligatorio”).

Immaginiamo ora che questo articolo capitasse in mano (e per la legge di Edward Murphy accadrebbe di sicuro) a un Giudice in occasione del giudizio su un infortunio senza apposito kit o per uso diverso dal previsto.
Anche il Giudice si nutrirebbe della perniciosa confusione sugli obblighi del produttore (che ci sono) rispetto a quelli dell’utilizzatore (chi impedisce di andare senza kit o diversamente attrezzati, magari a persone esperte?). Il tutto è vieppiù consolidato malamente tramite il parallelo con le norme sull’infortunistica del lavoro.

Nell’articolo è presente anche l’azione, sempre pubblica, di inibizione “morale” a carico di coloro che non usano il kit o pensano ad alternative (esordio dell’articolo: quelli “alle prime armi” che vengono “dissuasi“).

Questi scritti formalizzano degli obblighi dei quali poi chiunque potrà essere chiamato a rispondere legalmente (ricordiamo il recente caso della sentenza di Cassazione che ha ritenuto definitivamente responsabile la Scuola di alpinismo Silvio Saglio (SEM-Milano) per un lieve incidente di parecchi anni fa.

Non sto discutendo la buona fede di Bernardin e del CAI, ma non vorrei che in quest’ambito continuassimo imperterriti e incoscienti a non considerare che, come minimo, è necessario precisare sempre che si può anche scegliere di agire con auto-responsabilità (la responsabilità tout court è inutile prendersela o dire che uno se la prende: tanto te la danno le leggi e gli altri).

Posted on Lascia un commento

Lettera a Piero Ostellino

Lettera a Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera
di Carlo Zanantoni (Osservatorio della Libertà)

17 febbraio 2013
Valanga a Monte La Nuda, Appennino reggiano
Egregio Dott. Ostellino,
dopo un nostro scambio di messaggi (il 12 – 13 settembre 2012) accolto con grande interesse dai miei colleghi dell’Osservatorio, non ho più avuto occasione di fornirle notizie sullo sviluppo dell’Osservatorio per la Libertà in alpinismo. Da un lato, il lento rodaggio dopo il riconoscimento dell’Osservatorio da parte del Club Alpino Italiano, dall’altro la fortunata carenza di eventi che meritassero un nostro intervento mi hanno convinto a non distrarla da suoi più importanti impegni (seguo i suoi duri interventi nei confronti di una deriva autoritaria nel nostro Paese!). Ora però è accaduto qualche cosa che può valere la pena di raccontarle, non come evento in sé – la solita valanga – ma come esempio di tipiche reazioni, sia da parte delle autorità locali che della popolazione. Questo ci offre un locale giornale on-line: REDACON, giornale on-line dell’Appennino reggiano.

Ostellino-(114)

Troverà qui in dettaglio notizie, scambi di opinioni fra i lettori e interventi. Credo però utile, ammesso che meriti la Sua attenzione, estrarne alcuni punti salienti, come segue.

Tre scialpinisti, fra i quali uno sicuramente esperto, con esperienze di alpinismo extraeuropeo e guida alpina, Massimo Ruffini detto “Ruffo”, 28 anni, da Reggio, stanno salendo a Monte La Nuda il 16 gennaio 2013. Questa montagna offre un itinerario interessante. Raggiunta la cima della Nuda a quota 1870 m, i tre iniziano la discesa. Una valanga li travolge, Ruffo rimane sepolto e viene salvato dai soccorritori. La salita era iniziata nei pressi delle piste di Cerreto Laghi, ma non attraversò una zona sovrastante le piste; gli alpinisti erano comunque partiti ben prima che i mezzi di risalita entrassero in funzione, tanto per precisare. Il Direttore della Stazione sciistica, Marco Giannarelli della Park Hotel Srl, dichiara: “l’evento è avvenuto fuori dell’orario di apertura delle seggiovie e fuori dalle piste del comprensorio sciistico“.

Nel link citato si trovano molte informazioni. Viene descritto, in modo approssimativo, l’intervento dei Carabinieri di Collagna e di agenti forestali del CTA del Parco (Coordinamento Territoriale per l’Ambiente). I Carabinieri di Castelnovo ne’ Monti ritengono la valanga causata dalla condotta colposa del Ruffo e lo denunciano per procurata valanga alla Procura di Reggio Emilia. Pare che il Servizio Valanghe avesse dato informazione di pericolo grado 3.

La Redazione di REDACON informa che è prevista (?) una pena sino a 12 anni se si è riconosciuta una azione dolosa; nel caso specifico, potendosi riconoscere nel comportamento del Ruffini soltanto “colpa”, la pena sarebbe al massimo 5 anni.

Su questo punto non entro in dettagli, chiederò precisazioni ai miei colleghi avvocati.
Mi limito a dire che, al riguardo delle conseguenze civilistiche che derivano da reato, un qualunque reato (quindi, non importa se sia stato doloso oppure colposo) obbliga colui che l’ha commesso a risarcire il danno cagionato (vd. art. 185 c.p.). Se ci si riferisce al codice penale in senso stretto, c’è un delitto di valanga dolosa (art. 426 c.p., pena da 5 a 12 anni di reclusione) e c’è un delitto di valanga colposa (art. 449, pena da 1 a 5 anni di reclusione).

In pratica, la responsabilità per risarcimento danni non è alternativa alla “pena detentiva”: c’è sempre (se il danneggiato la richiede; mentre per quei reati l’Autorità pubblica procede “d’ufficio”) quale conseguenza di un qualsiasi reato che abbia cagionato anche danni concreti (non è detto che ogni reato li abbia cagionati).

Attualmente i nostri giudici tendono a rifarsi al criterio di maggiore severità. Questo non accade in Austria, dove si parla solo di eventuale risarcimento di danni; credo che simile sia la situazione negli altri paesi europei.

Non voglio qui insistere su questo punto, desidero soltanto farle notare come sia frequente, nei messaggi dei lettori di REDACON, un atteggiamento colpevolista e critico nei confronti di chi corre rischi, anche soltanto per se stesso, e anche di scarsa tolleranza per un’attività di cui non si vede il senso. Cito alcuni estratti:

Sotto il Monte La Nuda. Foto: R. Manfredi
Ostellino-17188370

Non usiamo Massimo come capro espiatorio per muovere lamentele contro uno sport che infastidisce la comunità“.
Alla comunità non va bene che muoiano persone per questa passione “incontrollabile”per la montagna… mettendo a rischio non solo la propria vita ma anche quella di altri. Se è così “incontrollabile”… qualcun altro ci riproverà e allora servono divieti tassativi“.
La Redazione (!): “Per chi non rispetta le regole a tutela prima di tutto degli interessati ma anche (sic) delle altre persone il nostro vivere ( e codice) civile (sic) prevede diversi tipi di ammonimenti e punizioni. Non ci vediamo nulla di strano…”.
Un disinformato: “Io gli farei pagare il soccorso… il fuoripista è proibito“.
Tu rischi e io pago? Uno della mia famiglia non sarebbe andato lassù“.
Sono felice che non sia successo niente di grave, meno che la comunità debba pagare i costi del soccorso“.

Insomma, i soliti discorsi e molto spesso il riferimento ai costi del soccorso, che tutti noi paghiamo, senza pensare quanto più alti siano i costi sociali di tante altre libertà che fortunatamente la società ci concede.

Una nota sui sindaci. Ci sono due monti importanti nella zona: La Nuda, in territorio di Collagna e il Cusna, in territorio di Villa Minozzo. Paolo Bargiacchi, sindaco di Collagna, e Luigi Fiocchi, sindaco di Villa Minozzo, sono ambedue molto critici nei confronti dello scialpinismo, in particolare Bargiacchi che ha perso un amico sul Cusna. Ogni anno Bargiacchi reitera un’ordinanza in cui fa raccomandazioni su attrezzature, preparazione e cautele. Fiocchi ha emesso quest’anno, il 15 gennaio (giorno prima dell’incidente), l’Ordinanza n 02-2013 che comportava “il divieto assoluto di effettuare qualsiasi attività di tipo escursionistico e scialpinistico nelle zone poste sopra il limite superiore della vegetazione arborea del comprensorio del comune di Villa Minozzo, fino al perdurare di situazione di pericolo valanghe marcato 3 o superiore, fatti salvi provvedimenti più restrittivi“.

Concludo: Le invio queste poche note soltanto per fornirle un tipico esempio di una tendenza repressiva che ha crescente presa sul pubblico e di un evento al quale l’Osservatorio dovrebbe reagire. Per ora è prevalsa la tendenza dei miei colleghi ad attendere che un nostro incaricato cerchi di far rientrare le ordinanze dei sindaci. Io credo invece che dovremmo sfruttare l’occasione per prendere parte alla discussione sul giornale on-line, ammesso che non sia troppo tardi. Non finirà tutto qui.

Cordiali saluti, Carlo Zanantoni

La lettera, ovviamente, non è stata pubblicata e neppure ne è stato fatto un riassunto.

Posted on Lascia un commento

Vincenzo Torti vs Corte di Cassazione

L’alpinismo non è un’attività pericolosa, il pericolo nasce dall’inesperienza. Vincenzo Torti, avvocato, spiega la sentenza della Corte civile di Cassazione
intervista a cura di Roberto Serafin

Autore nel 1994 del manuale del CAI La responsabilità nell’accompagnamento in montagna, di professione avvocato, attualmente vicepresidente generale del CAI, Vincenzo Torti è tra i maggiori esperti in tale delicata materia. Il tema di questo incontro è la discussa vertenza, conclusasi con la sentenza della Corte civile di Cassazione, che nel 2012 ha sancito la responsabilità del CAI per l’infortunio di cui è rimasto vittima un allievo-principiante su una via ferrata. Una sentenza di cui hanno dato ampia notizia, fornendo un’adeguata documentazione e suscitando vasto interesse, MountCity e Gogna blog: articolo che è stato successivamente riportato nelle pagine web del notiziario ufficiale del CAI.

Torti s’era occupato in prima persona della vertenza assumendo la difesa della Sezione CAI chiamata in giudizio. Sulla sentenza, che ha suscitato non poche perplessità circa l’applicazione dell’articolo 2050 del Codice civile che regola la responsabilità di “chiunque cagiona un danno ad altri nell’esercizio di un’attività pericolosa”, l’avvocato accetta volentieri di tornare, per chiarire passaggi rimasti oscuri o male interpretati.

“Va ricordato che il caso preso in esame dalla Suprema corte”, dice Torti, “riguardava un corso di alpinismo CAI per principianti: un allievo, trentenne, nel percorrere una scala in ferro lungo una via ferrata ebbe a perdere la presa del piede su di un piolo e a scivolare per la lunghezza del cordino cui era assicurato (poco più di un metro), riportando una frattura al piede. Ciò che emerge chiaramente è l’affermazione (del primo giudice, condivisa nella sentenza della Corte d’appello) secondo la quale anche le escursioni alpinistiche più facili presentano elementi di rischio elevato per soggetti sprovvisti o che hanno appena appreso le tecniche di tali escursioni, principalmente quando l’attività viene esercitata per le prime volte, ritenendo applicabile il disposto dell’art. 2050 c.c. con il conseguente “aggravamento” della posizione di chi tale attività svolge”.

Torti-nel suo studio copia 2

Con quell’articolo 2050 del Codice civile devono ora fare i conti gli istruttori di alpinismo…
“Devo premettere che l’incidente che ha dato origine alla vertenza risale al 1995 e che la prospettazione della applicabilità dell’art. 2050 c.c. era già presente nella sentenza di primo grado per cui, pur senza condividere tale assunto, la realtà delle scuole di alpinismo del CAI fu immediatamente allertata e la Commissione Scuole recepì immediatamente, traducendola in operatività, gli aspetti critici che, al di là delle norme applicabili, la vicenda aveva fatto emergere”.

Come si individua l’attività pericolosa?
“La sentenza in questione conferma un orientamento costante secondo cui, ai fini della qualificazione di un’attività come pericolosa per gli effetti di cui all’art. 2050 c.c., è del tutto irrilevante che quella qualificazione difetti nella legge che, direttamente o indirettamente, ne regola l’esercizio, dovendo aversi esclusivo riguardo alla natura dell’attività ed a quella dei mezzi adoperati. Per cui un’attività può essere definita pericolosa per legge o mediante altra forma di provvedimento comunque normativo e, in questo caso, c’è una presunzione di pericolosità che non si discute. In assenza di una specifica previsione è il giudice ad effettuare una valutazione caso per caso e a valutare se una attività presenti, o meno, una oggettiva potenzialità offensiva ed una elevata probabilità di danno. Lo stesso dicasi per i mezzi utilizzati, nel senso che devono risultare di per sé potenzialmente offensivi da un punto di vista oggettivo. Ora, per l’alpinismo, l’escursionismo e la speleologia non vi è alcuna disposizione che le qualifichi come attività pericolose, ed è per questa ragione che, nel caso in questione, i giudici chiamati a decidere sulla vicenda hanno dovuto effettuare una valutazione in concreto, al fine di individuare la sussistenza o meno di quella oggettiva potenzialità offensiva di cui ho detto”.

In base a quali argomenti è stato ritenuto applicabile l’art. 2050 ad una scuola di alpinismo o all’alpinismo?
“Credo che la risposta a questa domanda richieda una preventiva considerazione al fine di evitare quella che sarebbe una errata generalizzazione rispetto alla effettiva portata della sentenza. Il Tribunale di Milano, prima, e la Corte di Appello, poi, quali giudici di merito, non affermano che la Scuola di alpinismo o l’alpinismo in quanto tale siano da qualificare, in ogni caso, quali attività pericolose con applicabilità dell’art. 2050 c.c.. In realtà quel che viene preso in esame è un corso di alpinismo per principianti (“di primissimo livello”), nel cui ambito, dopo una sola lezione teorica di tecnica di progressione in ferrata, gli allievi sono stati condotti su un itinerario che ricomprendeva un tratto verticale di 200 metri e la considerazione che viene fatta è che una determinata attività non può considerarsi pericolosa se esercitata da persone esperte, mentre può giungersi a una conclusione di segno opposto se la stessa attività è praticata da persone inesperte. Pertanto la valutazione di pericolosità in caso di attività sportiva deve essere considerata in funzione delle specifiche del caso, tenuto conto del soggetto che la pratica e potendola ravvisare pericolosa quando viene esercitata da un soggetto privo di qualsiasi abilità, conoscenza ed esperienza in tale disciplina”.

Quali sono gli effetti pratici della ritenuta applicabilità dell’art. 2050 c.c.?
“La disposizione in esame, prevedendo l’obbligo in capo a chi svolge attività pericolosa di risarcire il danno ‘se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno’, costituisce una evidente ‘scorciatoia’ per il danneggiato rispetto alla possibilità di ottenere un risarcimento. Normalmente chi subisce un danno deve fornire la prova del fatto colpevole o doloso del danneggiante e deve dimostrare che il danno subito è la conseguenza di quel fatto colposo o doloso, vale a dire il nesso di causalità. Ed è solo se dimostra la sussistenza di tali elementi, oltre che del danno, ovviamente, ha diritto di ottenere il relativo risarcimento. L’art. 2050 c.c. ribalta le posizioni e dice: quando subisci un danno nel contesto di un’attività pericolosa non sei tu che devi dimostrare la colpa del danneggiante, è sufficiente che tu dimostri che nello svolgimento di quell’attività tu hai subito un danno. Sarà chi svolge quell’attività a dover dimostrare di avere adottate tutte le misure ritenute idonee per evitarlo”.
Torti-Vincenzo_tortiEsistono analoghi precedenti in proposito?
“L’applicabilità dell’art. 2050 c.c. rispetto ad attività nei confronti di soggetti che per l’inesperienza non offrono garanzie di adeguate capacità di controllo nell’esercizio dell’attività è stata confermata più volte dalla Cassazione nell’ambito di diverse discipline. Esemplare quella riguardante il gestore di un maneggio, proprietario e utilizzatore di cavalli, che è stato condannato a rispondere di attività pericolosa per i danni riportati dai partecipanti a un corso poiché gli allievi erano cavallerizzi principianti o inesperti. Detto questo, credo, però, che qualche considerazione si imponga: nella didattica di una scuola di equitazione il mezzo impiegato è il cavallo e in quella delle scuole di alpinismo i mezzi sono la piccozza, i ramponi e la corda. Ma tra un caso e l’altro c’è una notevole differenza: il comportamento di un cavallo è imprevedibile ed è accettabile che in una scuola di equitazione l’istruttore dei principianti debba rendersene garante; mentre la piccozza che serve per far presa, la corda che serve per fare sicurezza o i ramponi che servono per camminare sul ghiaccio sono per loro natura inoffensivi ed, anzi, destinati ad eliminare potenziali pericoli e di questo dovrebbe tenersi conto”.

Come può essere nata, allora, nei giudici l’idea che l’alpinismo sia un’attività pericolosa?
“Premetto che la sentenza 2821 del 2006 della Corte d’Appello di Milano che si è occupata di questo caso non dice affatto che l’alpinismo è un’attività per sua natura pericolosa, ma che ritiene applicabile l’art. 2050 c.c. al caso in esame che, come ho già detto, viene individuato in un corso di alpinismo di ‘primissimo livello’ con una sola lezione teorica di progressione in ferrata e prima uscita sul campo su un itinerario che presenta una progressione su un tratto di 200 metri verticali in ferrata e viene detto chiaramente che è sulla base alle qualità del soggetto-allievo, privo di qualsiasi abilità, conoscenza ed esperienza in tale disciplina, che la valutazione effettuata propende per la pericolosità”.

Che cosa può esserci di sbagliato nelle sentenze in questione?
“Nei vari gradi di giudizio abbiamo sostenuto che la sicurezza era garantita nel caso esaminato, rispetto alla caduta, attraverso il cordino e l’imbragatura, prova ne sia che l’allievo non è precipitato nel vuoto e la sua caduta è stata pari alla lunghezza del cordino, un metro circa; si è fatto male soltanto perché, sfortunatamente, un piede gli si è infilato nel gradino, fratturandosi. Dice, invece, la Corte che la difesa avrebbe minimizzato e che l’incidente sarebbe stato causato dalla caduta nel vuoto e l’infortunato si sarebbe dovuto aggrappare con le mani. Questo ha certamente fuorviato”.

Quale può essere considerato il limite di queste sentenze?
“Ribadito che non è l’alpinismo ad essere stato classificato come attività pericolosa, ma solo il corso per principianti ed inesperti in funzione del limitato numero di lezioni teoriche (nel caso in esame: solo una), ritengo che una dichiarazione di responsabilità avrebbe trovato più corretto fondamento nella semplice classificazione come colposa per imprudenza della condotta relativa all’aver portato su di una via ferrata degli allievi come prima uscita e dopo una sola lezione teorica.
Si è, invece, voluto andare oltre attribuendo all’attività delle scuole di alpinismo caratteri di “oggettiva potenzialità offensiva” e “elevata probabilità che si verifichi un danno. Un camion carico di bombole di gas, se si ribalta, può prendere fuoco e nessuno si stupisce se ciò avviene, ben diversamente da quanto accade in ambito alpinistico, la cui natura ed i mezzi che vengono impiegati non presentano alcuno dei caratteri che la Cassazione ritiene necessari per la corretta applicazione dell’art. 2050 c.c.”.

Tuttavia la frequentazione della montagna non può mai dirsi scevra da pericoli…
“Attenzione: non è il camminare in montagna che è offensivo, è l’eventuale caduta, l’eventuale distrazione, l’eventuale imprevisto della natura a rendere possibile un incidente. All’interno del CAI si ribadisce sempre che la frequentazione della montagna non può mai avvenire in sicurezza, ma ciò non significa che si tratti di una attività per sua natura “offensiva””.

Come mai non è stata presa in considerazione un’eventuale colpa dell’infortunato?
“E’ pacifico in giurisprudenza che il concorso del danneggiato può diminuire in proporzione la responsabilità e se si accerta che il danno è tutto frutto della sola colpa del danneggiato si esclude la responsabilità dell’organizzatore dell’attività. La Corte d’Appello, a mio avviso errando, dice che per poter escludere la responsabilità della scuola di alpinismo occorreva che tutta la responsabilità fosse dell’allievo, non solo una parte. Anche sotto questo profilo la decisione non è condivisibile.”

In sostanza, sarebbe sbagliato sostenere che per la Cassazione l’alpinismo è un’attività per sua natura pericolosa?
“Prendendo spunto dall’articolo 2050, la sentenza ribadisce il principio del neminem laedere, nessuno deve arrecare danni ad alcuno. Non dice mai che l’alpinismo è un’attività per sua natura pericolosa, ma più semplicemente ribadisce che in presenza di un corso di alpinismo per principianti in cui è prevista una sola lezione teorica, nessun approccio sul campo, il portare su una ferrata che presenta un tratto verticale per 200 metri, può rappresentare per qualcuno che non ci ha mai provato un’attività classificabile automaticamente pericolosa senza andare a discutere se vi siano o no elementi di colpa. Che comunque nella sentenza vengono individuati”.

Una curiosità: come si sarebbero comportati i giudici una ventina d’anni fa?
“Ho definito una scorciatoia l’applicazione dell’art. 2050 c.c. perché la tendenza attuale è di semplificare ed agevolare la posizione processuale del danneggiato con una dilatazione di tutte le possibili presunzioni ed il correlato aggravamento della posizione del preteso responsabile. Oggi in effetti si fa largo utilizzo di strumenti presuntivi e il danneggiato viene favorito all’ennesima potenza: ciò ha una sua logica ma deve confrontarsi con la ricaduta che ne deriva su attività lodevoli e altrettanto meritevoli di tutela, specie quando sono espressione di volontariato e non di attività che, avendo finalità di lucro, possono comunque fare ricadere sull’utenza i maggiori costi richiesti dalla sicurezza e dalle coperture assicurative. Per restare in ambito CAI: ove mai l’alpinismo fosse classificato come attività pericolosa (il che, ripeto, non è ad oggi avvenuto) chi lo praticherà o lo insegnerà si troverà di fronte ad una presunzione di responsabilità che imporrà serie riflessioni e determinerà pesanti ricadute sulle coperture assicurative. Si tratta, per fortuna, di uno scenario meramente ipotetico e ci adopereremo a tutti i livelli perché non debba mai sopravvenire”.

Che cosa si richiede, in definitiva, ai volontari che insegnano nelle scuole del CAI?
“Gli istruttori che operano nelle nostre scuole sono oltremodo sensibilizzati al tema della responsabilità, ancorché operino in regime di stretto volontariato. Ciò costituisce una forma di doveroso rispetto nei confronti degli allievi dai quali, però, è legittimo pretendere ed ottenere analogo rispetto, secondo i canoni della più attuale giurisprudenza, sia pure nei distinti ruoli. Certamente verrà confermata la strategia consolidatasi da tempo di rendere sempre più graduali e consapevoli i passaggi formativi dei corsi per principianti, in un’ottica di doverosa diligenza e prudenza e non già in quanto titolari di ‘attività pericolosa’ nei termini di cui all’art. 2050 c.c.”.

postato il 10 settembre 2014

Posted on Lascia un commento

La Corte di Cassazione e la “naturale pericolosità” della montagna

La “naturale pericolosità” della montagna nella sentenza della Suprema corte che condanna il Club Alpino Italiano

Questo post è frutto della stretta collaborazione con Mountcity.

Non occorreva certo che fosse la Suprema corte a rammentarci un fatto di cui sono testimonianza fin dal XIX secolo gli scritti di Quintino Sella: andando in montagna rischiamo di metterci nei pericoli. Ma la sentenza con cui dopo 15 anni la Corte di Cassazione Civile di Milano ha condannato nel 2012 la Società Escursionisti Milanesi, storica sezione del Club Alpino Italiano, a risarcire un allievo infortunato durante un’uscita in ferrata, va ben oltre questo elementare concetto.
Ai sensi dell’articolo 2050 del Codice civile, è spiegato nella sentenza, chi causa un danno nell’esercizio di un’attività pericolosa è tenuto al risarcimento “se non prova di avere adottato tutte le misure idonee per evitare un danno”.

Una vera doccia fredda questa condanna, arrivata dopo un tormentato percorso giudiziario, a conferma di precedenti sentenze del Tribunale di Milano e della Corte d’Appello di Milano.

Le ragioni contenute nella Sentenza della Corte di Cassazione Civile (n. 12900 del 24.07.2012 – Sez. III Civile) valgono dovunque, e la montagna, nella sua “naturale pericolosità”, secondo la Suprema corte non fa eccezione. Da due anni in qua le scuole del Club alpino non possono non tenerne conto e prendere le opportune misure precauzionali.

Ma una seconda doccia fredda è zampillata dalla sentenza. Nel condannare il sodalizio milanese, i giudici hanno infatti sentenziato che il regime del volontariato e l’assenza di fini di lucro non esime né attenua le responsabilità di presidenti di sezione, accompagnatori e istruttori.

A questo punto è obbligatorio cercare di inquadrare il clima che è venuto a crearsi dopo la sentenza in quel progressivo inasprimento del rigore con il quale legislazione e giurisprudenza si propongono di tutelare l’incolumità delle persone. Perché questa sentenza è un precedente che si riverbera negativamente sull’immagine che offriamo alla società civile ma soprattutto obbliga le Scuole di Alpinismo (e quindi le Sezioni) a misurarsi, in tema di sicurezza, non soltanto con nuovi marchingegni legali come l’obbligatorietà del certificato medico per gli istruttori titolati, ma anche con un “vizio” della società moderna: la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade.

Si sa per esempio che la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Per dirla con un concetto espresso dall’Osservatorio della Libertà in una sua apprezzata lettera aperta al PM di Torino Raffaele Guariniello, “il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel ‘mercato della sicurezza’ assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione”.

Simili comportamenti mettono effettivamente a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività e creano problemi di sopravvivenza alle stesse scuole di alpinismo del CAI alle quali la sentenza citata rende sì giustizia sottolineando “la lodevole e meritoria attività svolta dal CAI, con finalità sociali, di stretto volontariato, senza fine di lucro e non di impresa”: ma, al contempo, è minaccioso scoraggiamento sia per la Sezione, che per la Scuola e perfino per i singoli istruttori.

SentenzaCassazione-arrampicata1

Nel caso preso in esame dalla Suprema corte, si trattava di un corso di alpinismo CAI per principianti e un allievo, trentenne, nel percorrere una scala in ferro lungo una via ferrata ebbe a perdere la presa su di un piolo e a scivolare per la lunghezza del cordino cui era assicurato (poco più di un metro), riportando una frattura al piede.
Niente di tragico, per fortuna.

Ma siamo certi che la responsabilità del comportamento dell’allievo fosse tutta degli istruttori? “E’ da ritenere”, argomenta l’avvocato Vincenzo Torti, vice presidente generale del CAI che in questa circostanza ha assunto le difese della SEM, “che qualora un allievo, adeguatamente attrezzato e assicurato alla corda fissa di scorrimento, puntualmente seguito dall’istruttore, nel salire una scaletta lungo una via ferrata perda la presa con un piede e scivoli, restando perfettamente attaccato alla corda e scivolando solo per lo spazio corrispondente al metro di lunghezza della stessa, ci si trovi in un’ipotesi di violazione esclusiva da parte dell’allievo dei doveri di attenzione cui è tenuto nel salire una scala, non potendosi, di ciò, far carico all’istruttore”.

Se a ciò si aggiunge”, spiega ancora Torti nel manuale del CAI Montagna da vivere, montagna da conoscere, “che la sussistenza del fatto colposo del creditore (la perdita di presa del gradino nell’esempio di cui sopra), da considerarsi o quale contributo o quale causa esclusiva del danno che ne è derivato, è rilevabile d’ufficio, vale a dire direttamente da parte del giudice, anche qualora non venga segnalato dalla parte, e non può condividersi la decisione per cui, essendo da considerare il corso di alpinismo per principianti una attività pericolosa ai sensi dell’art. 2050 c.c., si sia applicata la relativa presunzione di responsabilità, del tutto omettendo, però, di rilevare che nel caso in questione era stata la negligenza dell’allievo a porsi quale causa esclusiva dell’evento dannoso, circostanza che avrebbe dovuto far escludere, di per sé sola, la sussistenza del nesso di causalità e, quindi, la responsabilità dell’istruttore o della Scuola”.

Negligenza vera o presunta dell’allievo, resta inteso, come viene espresso nella sentenza, che “la pericolosità dell’attività andava valutata in concreto, ex ante, alla luce della considerata inesperienza dell’allievo e dell’unicità della lezione teorica impartita prima dell’escursione alpinistica”. E a questo proposito, nell’ottica di “una saggia e diligente prevenzione”, Giancarlo Del Zotto, avvocato e past president della Commissione nazionale scuole di alpinismo e sci alpinismo del Cai, con un Commento alla Sentenza invita a recepire il dovere “di ampliare una corretta e chiara informativa sui rischi che insidiano l’attività alpinistica”, suggerendo vari accorgimenti.

La Corte non sottolinea forse a carico dei responsabili dell’incidente di aver condotto gli allievi in parete – sia pure su terreno facile – dopo una sola lezione teorica? “E’ palese”, commenta Del Zotto, “la perentoria raccomandazione a fornire agli allievi un’adeguata informazione preventiva sui rischi e sull’adozione delle misure protettive”.

E quali sono i suggerimenti di Del Zotto? Segnalare all’esordio di ciascun corso i contenuti didattici, le modalità delle esercitazioni pratiche e i relativi rischi, responsabilizzando gli allievi alla diligente e scrupolosa osservanza delle prescrizioni impartite dagli istruttori, rammentando che in montagna “non esiste il rischio zero”.

SentenzaCassazione-dsc07770

Ma soprattutto, a supporto dell’informativa orale, Del Zotto invita a inserire nella scheda di iscrizione di ciascun corso una clausola del seguente tenore: “Il sottoscritto dichiara di essere pienamente consapevole ed informato che la pratica dell’alpinismo in tutte le sue forme e specializzazioni comporta dei rischi. Dichiara pertanto di accettarli e s’impegna a osservare scrupolosamente tutte le prescrizioni che verranno impartite dal Direttore del Corso e dagli Istruttori”.

Dopo avere ricordato che la tradizionale dichiarazione dell’allievo che “esonera da responsabilità” la scuola e gli istruttori è nulla e inefficace ex lege (art. 1229 c.c.), Del Zotto alla luce della sua ultracollaudata esperienza d’istruttore spiega che la prima uscita in montagna dovrà essere preceduta da più lezioni teoriche di contenuto pratico (materiali ed equipaggiamento, la catena di assicurazione, l’orientamento, i pericoli della montagna, ecc.) coerenti con l’informativa sui rischi illustrata all’esordio del corso.

Infine, per Del Zotto, “non è di minore importanza semplificare al massimo formalità e regolamentazioni eccessive. In caso di incidente l’individuazione delle eventuali responsabilità muoverà da un esame dell’osservanza delle regole scritte che ci siamo dati… Più fitta e specifica è la regolamentazione e più è agevole per gli inquirenti individuare le “violazioni” commesse. Ben sappiamo che poche e funzionali regole possono essere sufficienti a disciplinare le nostre attività”.

Resta inteso che il dovere della prevenzione richiede il tempestivo adeguamento ai mutamenti del contesto sociale in cui operiamo, dove sempre più spesso si tende a ignorare che “la valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale (Osservatorio della Libertà, lettera Guariniello)”. Si può accettare da coscienziosi cittadini la Sentenza per la quale l’alpinismo è attività pericolosa nella sua essenza, ma certamente non condividerla; si può accettare che la Sentenza non prenda neppure in considerazione un’eventuale colpa dell’infortunato, ma anche questo possiamo e dobbiamo non condividere.

Semplicemente perché, se condividessimo, dovremmo smettere di lottare e rassegnarci a non insegnare più a nessuno l’alpinismo.

postato il 12 luglio 2014

Posted on Lascia un commento

L’ossessione della sicurezza «totale»

Montagna vietata e divieti assurdi
L’ossessione della sicurezza «totale»
di Pierangelo Giovanetti (direttore del quotidiano L’Adige)
[email protected]
Twitter: @direttoreladige

La richiesta da parte della Procura di Torino di rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti dei tre amici superstiti della vittima di una valanga durante un fuori pista, ripropone in maniera eclatante la questione della sicurezza.
O meglio, dell’ossessione alla sicurezza «totale» e obbligatoria, che è diventato uno dei miti ideologici oggi più di moda nella società dell’«assistenzialismo garantito» e del «rischio eliminato». Anche quando si va in montagna, si cammina su un marciapiedi, o soltanto quando si salgono le scale.
Non si spiegherebbero altrimenti l’aumento esponenziale di cause legali, richieste di risarcimenti verso tutto e verso tutti (specie se è un ente che può pagare), quando – magari per distrazione – si inciampa, attraversando la strada, o si scivola andando a fare visita a un amico.

OssessioneSicurezzaTotale-ladige.2014.03.23-1_Pagina_01La pretesa di una «société sicuritaire», come dicono i francesi, cioè di una società che si faccia carico ad ogni costo della sicurezza dei suoi membri, e che elimini l’alea del rischio nelle cose, sembra aver contagiato non soltanto la cultura generale, ma anche quella giuridica delle procure, se un ufficio quale quello del procuratore torinese Raffaele Guariniello in nome della sicurezza dovuta, chiede il processo per omicidio colposo, oltre che per valanga colposa, nei confronti degli amici superstiti di una disgrazia.

Come pure ha contagiato il legislatore, quando s’impone di prefissare per legge il divenire umano e ogni aspetto dell’imponderatezza della vita secondo dettagliate e prescrittive norme regolamentari, le quali rasentano a volte una psicopatologia della sicurezza, quasi un delirio deresponsabilizzante dell’individuo sulla base del teorema che è la società che deve garantire la sicurezza personale di ciascuno.
Per non parlare di politici, amministratori, ma soprattutto burocrati, che preferiscono stabilire divieti e vincoli ad ogni piè sospinto in maniera totalmente autoderesponsabilizzante per timore che possa succedere qualcosa di non pedissequamente previsto in ogni sua dinamica.

Evidente che la montagna è un ambito che non può rientrare in tale casistica di prevedibilità totale degli eventi. Perché, se si percorre il sentiero delle Bocchette sul Brenta, non si può escludere – né per legge, né per sentenza di tribunale – che si possa staccare un sasso e che possa cadere purtroppo addosso a qualcuno.

Così se si nuota in un lago, può accadere di incorrere in un pericolo, senza che l’addetto alle Spiagge sicure o gli amici di nuotata debbano venir incriminati per omicidio colposo in caso di annegamento. E così pure, se si allerta il Soccorso alpino e disgraziatamente uno dei volontari del soccorso soccombe sotto la neve, non può esistere l’ipotesi di responsabilità giuridica o di omicidio colposo per chi ha richiesto l’intervento.

La casistica in sede penale e civile al riguardo si sta arricchendo mese dopo mese in maniera impressionante, e porterà probabilmente di questo passo a ipotizzare l’abolizione stessa del Soccorso Alpino (perché espone a pericoli gli eventuali soccorritori); a rinunciare da parte di volontari o di associazioni alpinistiche come la SAT a garantire la manutenzione e il controllo dei sentieri o di via attrezzate e ferrate (perché qualcuno potrebbe infortunarsi, con conseguenze civili e penali); ma soprattutto ad evitare la compagnia in montagna, perché – se succede qualcosa – la responsabilità (e l’ipotesi di reato colposo) è di chi ti accompagna.

Non è un caso che la Società Alpinisti Tridentini nel suo ultimo congresso in val di Sole abbia posto la questione «ansia di sicurezza» come tema centrale del dibattito, discutendo se la montagna sia spazio di libertà o debba essere invece regolamentata (e impedita) se solo presenta margini di pericolosità o di rischio. Il tema è dibattuto anche oltralpe (vedi il forum di Grenoble e di Chamonix), come ha molto bene documentato l’antropologo ed editorialista dell’Adige Annibale Salsa. Ma la ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo invade ormai tutti i campi del vivere sociale, con una conseguente smania di monetarizzazione di ogni evento, in una corsa al risarcimento che sta intasando i tribunali e – troppo spesso – trova supporto e incoraggiamento in molta giurisprudenza.

Oggi assistiamo al paradosso che non si ristrutturano vie di montagna perché equivarrebbe a dare a chi vi transita patente di sicurezza totale. Quindi si preferisce l’abbandono per lavarsi le mani da eventuali rischi. Come pure si frena la realizzazione e il riutilizzo di percorsi (per esempio la ciclabile lungo il Garda, fra Riva e Limone, sulla ex Statale) perché potrebbe succedere che qualche sasso si stacca dalla parete rocciosa. E invece di apporre il cartello: «chi percorre la strada, lo fa a suo rischio e pericolo» godendosi uno dei panorami più belli del mondo, si preferisce emanare divieti ed erigere cancellate, proibendo il passaggio.

Ora, non si tratta di rifuggire le regole, ma di declinarle con il buon senso. La montagna certamente richiede preparazione, esperienza, autodisciplina, consapevolezza dei rischi, prudenza. Ma non si può ipotizzare un determinismo meccanicistico della vita, che sterilizza ogni atto da eventuali rischi, imponendo l’obbligo di compiere solo ciò che è immune da ogni aleatorietà, addebitando per forza a un responsabile qualsiasi accadimento eventuale.

Così pure è giusto esigere la cura nella manutenzione delle strutture, la cartellonistica esatta nelle segnaletiche, l’assicurazione di forme di precauzione e di modalità di soccorso in caso di necessità. Ma ci deve essere un ambito di responsabilità personale lasciato alla libertà di ciascuno, sapendo anche che non esiste la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione. E soprattutto non esiste – e non deve esistere – la compensazione economica di ogni accadimento, di ogni eventuale conseguenza di una libera scelta.

Probabilmente anche tale ossessione alla sicurezza ad ogni costo è uno stadio ulteriore della pretesa tecnocratica e assolutista di controllare la vita in ogni suo determinarsi, che ha contagiato a quanto pare pure i tribunali, e rischia di tradursi in pericolosa giurisprudenza.
Pericolosa per il futuro della libertà della persona, ma anche per il destino di una società che rischia di finire prigioniera dei suoi deliri.

postato il 2 aprile 2014

 

Posted on Lascia un commento

Una montagna di libertà

Una montagna di libertà
di Riccardo de Caria, avvocato

Nel mondo ultraregolamentato in cui viviamo, restano poche oasi di libertà. Una di queste è la montagna, anzi “era”, perché purtroppo il Leviatano, in persona del suo fido servitore Guariniello, è arrivato anche lì. Regolarmente, lo Stato con le sue varie articolazioni si ingerisce e si inserisce nel nostro portafoglio: preleva a sua discrezione, e ci dà direttive sempre più stringenti su come impiegare e come non quel poco che resta. Ma lo Stato-pitone stringe la sua presa su di noi estendendo la propria interferenza in qualunque sfera del nostro agire, anche quelle che con il portafoglio non hanno nulla a che fare, e così facendo perverte il diritto e l’ordine spontaneo, allargandosi sempre più.

In Valle Viola Bormina, nei pressi dell'Alpe Dosdé, da sinistra, Pizzo Dosdé, Cima sud dei sassi Rossi, Sasso Conca, Cima Lago Spalmo.

Ne è un esempio perfetto quel che sta accadendo appunto con riguardo a un tragico incidente verificatosi nel dicembre 2012 sulle nevi piemontesi: quattro amici sciavano fuori pista, ma purtroppo si staccò una valanga e uno di loro perse la vita. Una tragica fatalità, ma ora i pm torinesi del pool di Guariniello hanno chiesto il rinvio a giudizio dei tre superstiti per omicidio colposo.

A questa iniziativa ha risposto in maniera esemplare l’Osservatorio per la libertà in Montagna e Alpinismo, riconosciuto dal Club Alpino Italiano. Con molta educazione ma con estrema fermezza, in una lettera aperta che merita di essere letta per intero, ha tentato di spiegare al catone subalpino che cos’è l’alpinismo e quanto esso sia distante dallo sci su piste battute.

L’Osservatorio dà a Guariniello una straordinaria lezione di libertà, e perfino di diritto. La pretesa, tipica di tante e tante inchieste di Guariniello, di trovare sempre un responsabile di un evento infausto e una legge che s’adatti a fondare questo giudizio di responsabilità, finisce paradossalmente con il produrre maggiore irresponsabilità. La libertà, che dovrebbe essere il principio guida della nostra convivenza sociale e dei nostri codici, non può mai andare disgiunta dal suo corrispettivo, ovvero l’assunzione su di sé di tutte le conseguenze delle proprie libere azioni (il principio di responsabilità, per l’appunto).

Ciò implica che, se un’azione è stata liberamente determinata da un adulto, nella fattispecie il povero scialpinista deceduto, è necessario che quell’adulto ne porti su di sé le conseguenze. I quattro sapevano il rischio che correvano: naturalmente, se avessero coinvolto terzi incolpevoli, ne dovrebbero portare tutte le conseguenze. Ma la sciagura ha riguardato solo loro: purtroppo uno ha perso la vita, ma questa persona ha scelto volontariamente di andare fuori pista insieme agli altri tre, che non possono essere ritenuti responsabili della morte dell’amico per il solo fatto di essere sopravvissuti: avere avuto più fortuna (o anche più bravura) non può essere un titolo di colpa.

La questione che si gioca intorno a questa vicenda è di enorme importanza: il «delirio della sicurezza», autentica «psicopatologia della società moderna» (espressioni che l’Osservatorio riprende dall’antropologo Annibale Salsa), è solo l’ennesimo frutto avvelenato dello statalismo. Esso conduce all’idea che non possano esistere da un lato il caso fortuito (anche tragico, ahimé), dall’altro l’assunzione di responsabilità: occorre pianificare e regolamentare tutta l’esistenza umana, in modo che non ci siano spazi lasciati scoperti da una legge, e ogni azione possa essere sottoposta al vaglio di legalità di un magistrato. Non è ammissibile che uno compia liberamente un’azione rischiosa e ne paghi il prezzo: ci dev’essere qualcun altro responsabile, quanto meno di non averlo impedito, di non aver segnalato a sufficienza il pericolo, di non aver preso misure per evitare che altri si facessero male da soli.

Perseguendo con la forza della legge questa logica, Guariniello contribuisce all’infantilizzazione dell’uomo tipica dello stato moderno: non preoccupatevi di evitare voi i rischi, non preoccupatevi di informarvi prima di affidarvi alle cure di un metodo tutto da verificare (caso Stamina), non preoccupatevi di che cosa bevete (caraffe filtranti) o fumate (sigarette elettroniche); andate nel mondo incoscienti e beati, qualcun altro penserà a voi, alla vostra sicurezza, al vostro benessere.

Naturalmente, mentre molti pericoli siamo perfettamente in grado di valutarli da soli (se solo non ci disabituassero a farlo a suon di illusorio Pluriball guarinielliano), nessuno è in grado di valutare personalmente, a meno che non sia un esperto del ramo, attendibilità di un metodo di cura, pulizia di un filtro, tossicità dei liquidi delle e-cig. Ma per l’appunto esistono gli esperti, e forse sarebbe meglio che imparassimo a rivolgerci a loro un po’ più spesso, quando ciò è opportuno, anziché agire appunto da irresponsabili, e poi attaccarci alla toga di Guariniello.

Montagnadilibertà

Senza contare che questo uso mal concepito del diritto può anche far sì che determinate innovazioni non vedano mai la luce, o procedano a un passo molto più lento di quanto potrebbero. Come spiegò il prof. Gideon Parchomovsky, ospite nel 2009 della Stresa Lecture del compianto Alberto Musy, se le corti puniscono sistematicamente chi si allontana dal sentiero consolidato ad esempio in medicina o in un processo produttivo, dando sempre ragione al consumatore anche quando ha scelto consapevolmente di seguire il medico o il produttore avventurandosi su quel terreno (fuori pista, potremmo dire), l’incentivo ad innovare sarà molto ridotto: a seguire gli schemi non si rischia nulla, a sperimentare si rischia moltissimo, ma allora perché sperimentare una novità, che potrebbe attirare pesanti reprimende dai giudici?

L’inchiesta di Guariniello sugli sciatori è figlia di analoga tendenza a mettere al riparo gli individui dalle conseguenze delle proprie azioni e delle proprie libere scelte. Il risultato è un mondo di bambini, incapaci di badare a se stessi e sempre pronti a incolpare il prossimo o la società per le proprie disavventure. Non c’è dubbio, quello fuori dalla pista giusta è proprio Guariniello!

Riccardo de Caria, avvocato, Torino

Testo tratto dal quotidiano online Lo Spiffero, 28 febbraio 2014

Posted on Lascia un commento

Giudizio per cause concernenti l’attività in montagna


Lettera aperta a Raffaele Guariniello
Procura di Torino

a tema: Giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna

Egregio dottor Raffaele Guariniello,
Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Veda nell’allegato pdf.
Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera.
Le scriviamo invece, come potremmo scrivere a qualunque altro magistrato, perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana.
Siamo a disposizione per qualunque chiarimento o anche per un incontro.
Grazie dell’attenzione

Per l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano), il portavoce Alessandro Gogna

Raffaele Guariniello
Il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il 14 dicembre 2010 a Torino, durante l'udienza del processo per il rogo all'acciaieria Thyssenkrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007, in cui morirono sette operai. ANSA/DI MARCO
GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA
Libertà e consapevolezza
Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito.

La libertà in alpinismo è cosa diversa: è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri.

La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. L’Osservatorio della Libertà in Montagna individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di consapevolezza. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina. E senza del quale non avrebbe senso neppure il mito di Ulisse.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male” (1859). Detto così può sembrare banale e anarchico, ma noi crediamo di interpretare correttamente il pensiero di Mill quando affermiamo di non voler rifuggire le regole ma soltanto di volerle declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma ha dignità solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e consapevolezza. Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione.
Per questi motivi l’attività alpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, e non deve essere confusa con l’attività sportiva ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Pericolo e rischio in montagna
I pericoli e i rischi vengono dalla disparità tra persona e montagna, come per mari e deserti. Sono elementi costitutivi dell’alpinismo e fondanti la libertà di scelta. Vanno legati all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione.

Méribel, tre le due piste è il luogo dell’incidente a Michael Schumacher
GiudizioperCause-PistaSchumacher-Medium

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento.
La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. L’impostazione attuale della società è improntata all’ossessiva cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero dell’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui la persona può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in questo ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa intera dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.
L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che abbiamo cercato di esprimere usando la parola “consapevolezza”; nella seconda, troviamo un significato molto diverso, quello della responsabilità giuridica.

Consapevolezza e responsabilità giuridica sono dunque assai legate, anche se non sono la stessa cosa: la libertà è resa più significativa dal poter effettuare una scelta sapendo che si può essere chiamati a rispondere di essa, e di contro l’esercizio della libertà può abituare alla responsabilità delle proprie azioni.

Ha senso, allora, un luogo nel quale questa responsabilità possa venire in discussione, perché non basta il così detto “foro interiore”: se siamo responsabili nei confronti anche degli altri, allora bisogna che gli altri possano fare appello a questa nostra responsabilità. In Italia oggi (ma anche altrove) non è normale una giustizia “corporativa”, e cioè propria delle categorie interessate, quale ad esempio esisteva prima dell’età moderna; i probiviri del CAI si occupano solo di controversie interne all’associazione, ma non possono andare oltre e trattare di rapporti che non riguardano quella limitata materia. L’opinione pubblica, e prima ancora la Costituzione che afferma la necessità di un luogo ove possano essere fatti valere i diritti di ciascuno, confermano che non possono esistere “luoghi franchi”; ed allora non resta che la giustizia ordinaria quale luogo di tali possibili controversie.

Qui sembra che possiamo essere d’accordo, però attenzione: il punto è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, e non deve essere giustificazione per una “punizione” per chi esagera.

Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel “mercato della sicurezza” assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività. Perché anche per loro le leggi tendono a essere interpretate in modo cieco, con il risultato di castrare qualunque buona iniziativa, per i giovani, per i diversamente abili, per i disadattati.

Valle di Lei, Madesimo

GiudizioperCause-MADESIMO (5)  fuoripista in val di Lei

La responsabilità giuridica
Quando si dice responsabilità si intende riconoscimento della colpa e punizione  per ciò che si è fatto; ma va subito detto che questo vale solo per quella penale, perché quella civile ha una vocazione distributiva e solidarista. Si ritiene che se qualcuno ha subito un danno, occorre veder come fare per non far rimanere quel danno solo a suo carico, almeno sotto il profilo patrimoniale. Questo tipo di responsabilità sfiora a volte l’addebito oggettivo: si è responsabili perché qualche cosa è successo, qualcuno si è fatto male; si crea il meccanismo della compensazione economica di ogni tipo di danno. In quella per cose in custodia (tra esse a volte possono esserci i sentieri, o le vie ferrate) non si è più solo responsabili per l’incuria nella manutenzione che ha determinato una insidia imprevista, ma per tutti gli infortuni occorsi nell’uso della cosa, purché il danneggiato non ne abbia fatto un uso improprio.

Ma almeno per la responsabilità civile ci si assicura, e quindi c’è un’assicurazione che paga; e qui stiamo parlando non solo della responsabilità del singolo, ma anche delle istituzioni e delle imprese che organizzano e gestiscono il territorio a vario titolo; per tale via, l’assicurazione che queste hanno contratto copre la responsabilità civile oppure il costo ricadrà sulla collettività, la quale però comunque riceve altri benefici ben superiori (ad esempio turistici). Nel penale non è così, ognuno risponde per se stesso: la responsabilità penale è personale. E occorre una precisazione. Nel processo penale il problema non è tanto la condanna finale, specie per reati colposi; i processi penali sembra talvolta che si facciano prevalentemente per far soffrire qualcuno: è lo stesso processo a costituire una pena, e con esso la sua pubblica notizia, l’angoscia, le ore passate nei corridoi dagli imputati ma anche dai testi, dalle parti offese.

Il problema è dunque, per l’Osservatorio, cercare di fare in modo che il suddetto “limite per un’azione penale” venga definito in una sede tale per cui la scelta non sia lasciata esclusivamente a una giustizia comune (per essa intendendosi quella che valuta qualsiasi situazione nella stessa maniera).

La responsabilità collegata alla frequentazione della montagna può avere tre principali aspetti: 1) nei riguardi di compartecipi o di chi poi direttamente resterà infortunato; 2) installazione, manutenzione o controllo di sentieri o vie attrezzate o ferrate; e infine 3) esposizione a pericoli degli eventuali soccorritori.

Sul primo vi è ormai casistica anche in sede penale. Sul secondo punto le decisioni note sono sentenze civili; sul terzo non ne risultano di precise, ma le ultime vicende natalizie 2013-2014 provano che lì si sta andando allo scontro.
Nella società e in diritto non si può proibire il rischio.
In questo senso, restrittivamente, dovrebbe essere proibito lo stesso Soccorso Alpino, che invece è costituito da professionisti e volontari.
Però, già per Mill lo Stato non si doveva ingerire nelle attività degli individui, salvo che arrechino danno ad altri; ma, tra questi ultimi, non considerava coloro che consentano ad una partecipazione consapevole e volontaria.
E noi oggi dobbiamo considerare, come era normale in passato, che il mondo degli alpinisti è per sua natura solidaristico, è orgoglioso di esserlo, non si sottrae e non recrimina neppure di fronte alle conseguenze patite per prestare soccorso. Vuole il legislatore l’abolizione del Soccorso Alpino? Vedrebbe che putiferio!

In materia, i giudici e prima ancora i pubblici ministeri sono portatori di nozioni e conoscenze tutt’altro che approfondite e omogenee; la comprensione dei complessi elementi che intervengono nella formulazione di una scelta di chi frequenta la montagna non sempre è completa; avviene così che condotte, che per alcuni sono esenti da responsabilità, per altri invece non lo sono; purtroppo, in molti casi non vi è alcuna linearità nella decisione. Ma questo non può meravigliare, perché in processi come questi cambiano i livelli non solo di conoscenza della materia, ma anche di disponibilità individuale ad accettare la logica della previsione e della inevitabilità di un pericolo.

Telemark fuoripista a Lech. Foto: Leo Himsl
telemarkskiing lech 2005 , arlberg

Gli incidenti da valanga, aspetti legislativi
Per la legislazione attuale il reato di aver procurato una valanga è stato introdotto (per tutt’altri contesti!) dal nostro codice penale del 1930; quindi un magistrato deve far rispettare la norma, ma in certi casi la cosa può apparire ridicola. Non c’è stazione di turismo invernale che non pubblicizzi il proprio territorio con immagini e filmati di entusiasmanti discese fuoripista, magari pure a cavallo di valanghe provocate. Caso mai ci sarebbe da chiedersi come mai un articolo del c.p. sia stato bellamente ignorato dai tribunali italiani per oltre 60 anni, forse perché la valanga non era di moda? O nel frattempo non c’erano state vittime in valanga?

Probabilmente la prima impugnazione importante in merito fu del procuratore della Repubblica di Sondrio in occasione della valanga del Vallecetta (inizio anni 2000). Nessuna vittima, nessun ferito, neppure allertato il servizio di soccorso, ma 8 mesi di reclusione ai 5 sciatori che erano nei paraggi (non solo a chi ha provocato la slavina, certamente uno solo).
Risulta evidente e alla luce delle conoscenze attuali che la norma è a dir poco obsoleta e andrebbe certamente rivista.

Gli incidenti da valanga, aspetti culturali
E’ fuori di dubbio che l’attività in pista deve essere al riparo da pericoli oggettivi così come previsto dalla legislazione nazionale e da quelle regionali e provinciali. L’utente della stazione sciistica ha acquistato un servizio che comprende, tra le altre cose, la propria incolumità sulle piste da sci, almeno per quanto concerne quei pericoli. Chi percorre una pista da sci si deve solo preoccupare di non arrecare danno agli altri con la sua condotta.
Perché si tratta di attività sportiva. Sarebbe come dire che se vado a nuotare in piscina non sono tenuto a fare l’analisi dell’acqua prima di tuffarmi. La stessa pista da sci è una struttura sportiva.

Se invece abbandoniamo la pista, non importa se di poco o di tanto, dobbiamo preoccuparci da noi. Non esiste più nessuno (persona, società, Ente pubblico) che ci debba imporre la sicurezza nostra e di chi vi opera come noi e non potrebbe neanche essere altrimenti essendo impraticabile controllare, sorvegliare, vigilare su tutto l’ambiente naturale.
Neppure è dignitoso che norme e sanzioni siano usate solo per spauracchio (allora dovrebbe essere prima punito anche chi nella sostanza non le fa rispettare).
Qui entrano in gioco le conoscenze delle persone che praticano la montagna, la consapevolezza; se qualcuno non ha e non pratica le conoscenze adeguate probabilmente andrà a mettersi nei guai.

Conclusioni
Bisogna far passare il concetto che scendere un pendio innevato lungo una pista da sci o lontano da essa sono due cose culturalmente opposte, certamente compatibili tra di loro, ma da non confondere.

Sulla pista da sci si fa attività sportiva, altrove no! Il restante è compreso in tutte le altre attività d’avventura in montagna, estive e invernali.

Chi invece si avvale degli impianti di risalita e poi scende sopra una pista confonde le due attività, e spesso non basta neppure esporre cartelli di divieto. E’ pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso.

Dunque dobbiamo spendere ogni energia nel campo della formazione e dell’informazione corretta, non nel campo del divieto e della punizione.

Dobbiamo fare in modo di essere informati sulle modalità di quella grande parte di incidenti che si sono auto-risolti (senza intervento di soccorso esterno) ma che per paura delle conseguenze penali vengono tenuti nascosti dai coinvolti.

Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti.

Per Osservatorio della Libertà in Montagna e in Alpinismo
Il portavoce: Alessandro Gogna

Milano, 21 febbraio 2014

Il testo integrale in versione pdf è scaricabile qui.

Posted on Lascia un commento

Costituzione e libertà in montagna

Fino a che punto la libertà in montagna è garantita dalla Costituzione?
di Federico Pedrini

Federico Pedrini è assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna; Humbolt Fellow presso la Freie Universität Berlin.

Sulla base del suo testo, la cui versione integrale è consultabile qui, ho riassunto il suo pensiero in proposito al titolo. Si noti che il testo stesso è una rielaborazione dell’intervento da lui tenuto al convegno internazionale sul tema Libertà delle proprie scelte. La libertà in montagna, tenutosi a Bressanone in data 24 ottobre 2012 nell’ambito dell’International Mountain Summit.

Montagna e alpinismo
C’è un connubio fra l’originaria ed essenziale componente della libertà e quella, ad oggi altrettanto ineliminabile, dell’intrinseca  pericolosità (e dunque dell’accettazione del rischio) propria dell’attività praticata.
Sin da quando l’alpinismo è nato con la “conquista” del Monte Bianco nel 1786, la sua idea di fondo è sempre stata quella d’una attività di uomini liberi su un libero territorio: l’alpinista, in altre parole, parrebbe da sempre instaurare una forma di contatto e una tipologia di rapporto con la natura intrinsecamente refrattario a regole eteronome che non siano quelle del rispetto degli altrui diritti. Il piacere di praticare l’alpinismo, in tutte le sue forme, parrebbe insomma strettamente legato al fatto che nessuno abbia a dire all’alpinista come praticarlo, pena la perdita della ragion d’essere della relativa attività.
L’alpinista non parrebbe in media “felice” di correre dei rischi, tuttavia di buon grado s’accolla quei rischi che riconosce come ineliminabile corrispettivo per quel quid di libertà che egli stesso ha deciso d’esercitare.

Costituzione-costituzione_italiana

Ciò è da sottolineare: intrinseca pericolosità dell’alpinismo e rischio consapevolmente accettato devono essere la chiave di lettura per le riflessioni che seguiranno, riferite alla libertà (giuridica) dell’alpinismo e al suo complesso rapporto con i paradigmi della moderna “società securitaria”.

La “sicurezza”, infatti, sempre più si presenta come l’omnicomprensiva “bandiera” sotto la quale si radunano (magari anche solo nominalmente) i tentativi di regolazione (dunque, anche di limitazione) della pratica alpinistica, e certo non è in dubbio che la sicurezza rappresenti un valore interno all’ordinamento giuridico,  tanto più risultando essa ampiamente inserita pure nella sistematica dei limiti che la stessa Costituzione pone all’esercizio delle sue libertà fondamentali. Nondimeno, neppure la sicurezza rappresenta un valore assoluto, insuscettibile di bilanciamenti e di graduazioni a seconda dell’àmbito in cui si viene a esprimere.

Da qui ecco il quesito, di cruciale rilevanza per l’alpinismo: può l’idea della “sicurezza in montagna” ri-leggersi in modo peculiare e coerente con la ricordata caratteristica di strutturale pericolosità dell’agire alpinistico?

Libertà
L’interrogativo al quale si cercherà di dare una prima risposta è in sintesi il seguente: esiste qualcosa come la libertà giuridica dell’alpinista? Il diritto la garantisce o quanto meno implicitamente la riconosce? E se sì, in che termini? Con quale ampiezza e con quale intensità essa risulta protetta?
E ancora, a che livelli normativi questa libertà, posto che sia in qualche modo protetta, verrebbe garantita? Per intendersi, sarebbe radicata solo a livello del legislatore ordinario e comunque nei limiti di quanto da esso disposto, oppure anche a livello costituzionale, e dunque potenzialmente pure  contro il legislatore ordinario?

Problema, quest’ultimo, di non secondaria importanza soprattutto alla luce dei possibili confini alla legittima azione del legislatore (statale e regionale), che nell’ultimo periodo parrebbe per certi versi aver “dato il via” a un’intensa attività di produzione normativa volta a limitare, talora in modo assai pervasivo, gli spazi di libertà dell’alpinista anche quando non sussistano pericoli di carattere pubblico o collettivo riconnessi all’attività da questi esercitata.

Tra i vari provvedimenti del legislatore (statale e regionale) ci sono i divieti di pratica sciistica o arrampicatoria, l’obbligo di essere dotati di particolari dispositivi di sicurezza, la facoltà di definire con proprio regolamento le modalità di fruizione delle vie ferrate e dei siti di arrampicata.

L’assenza di una disciplina espressa
Tanto premesso, e passando così a un primo inquadramento costituzionale della problematica, il necessario punto di partenza d’ogni analisi parrebbe qui quello dell’assenza di specifiche disposizioni, all’interno del testo costituzionale, espressamente dedicate alla libertà alpinistica e, più in generale, all’alpinismo.
Tutt’al più si possono rinvenire in Costituzione alcuni limitati riferimenti, più o meno diretti, alla ‘montagna’.

Connesso alla montagna, sia pur in maniera indiretta, è stato talvolta considerato anche l’art. 9, secondo comma, Cost., quando prescrive che «la Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», là dove paesaggio tutelato evidentemente è anche quello montano –ciò che potrebbe peraltro essere considerato un elemento contenutistico potenzialmente idoneo a costituire una linea regolativa importante anche per la libertà alpinistica e le sue limitazioni (ammissibili cioè in quanto rivolte alla tutela del paesaggio montano).

La limitata presenza di norme riferibili alla montagna e l’assenza d’una normativa costituzionale espressamente dedicata all’alpinismo, tuttavia, non esclude che all’interno della Costituzione sia pur sempre ravvisabile una “cornice” di norme e di principi comunque rilevante per l’alpinista e la sua (potenziale) libertà.

Cenni sulle competenze costituzionali in materia d’alpinismo
Per più ragioni non è affatto la stessa cosa se a disciplinare la condotta alpinistica sia la legge dello Stato, oppure quella della Regione Lombardia o della Provincia autonoma di Bolzano, o ancora un regolamento di ente locale come il Comune o, per avventura, un’ordinanza sindacale.

Si pensi soltanto alle differenti forme e possibilità di pubblicizzazione (dunque alla diversa difficoltà di conoscenza) dei relativi provvedimenti, e alla potenziale disomogeneità sul territorio nazionale d’una normativa rivolta a soggetti che spesso neppure sanno d’essere destinatari di precetti e che, per di più, potrebbero addirittura essere sottoposti a discipline giuridiche differenti nell’arco d’una medesima escursione qualora quest’ultima – come pure può capitare – si “snodi” su territori comunali o regionali differenti.

Costituzione-costituente_aula

Limitandoci pertanto in questa sede soltanto alle coordinate davvero essenziali, a questo proposito è rilevante in Costituzione soprattutto l’art. 117, che regola la divisione di competenze legislative fra Stato e Regioni.
Per quel che interessa la problematica qui in discorso, in questa disposizione assume senz’altro rilievo l’indicazione della potestà legislativa esclusiva statale (almeno) nelle materie dell’ordinamento civile e penale, nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, nonché della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Sono invece materie (rilevanti) di legislazione concorrente quelle relative a:
professioni; tutela della salute; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali.

Tuttavia, come meglio si vedrà analizzando anche la disciplina costituzionale sostanziale, almeno un cospicuo “nucleo essenziale” della disciplina della libertà alpinistica parrebbe ancora, almeno in teoria, rimanere saldamente in mano allo Stato.

Diritti costituzionali dell’alpinista?
Passando ora alla parte di disciplina “sostanziale” contenuta in Costituzione, di solito nella (scarna) letteratura di riferimento viene invocata una molteplicità di parametri costituzionali, e segnatamente per lo più gli artt. 2 (diritti inviolabili), 16 (libertà di circolazione), 18 (libertà di associazione), 41 Cost. (libera iniziativa economica), sia singolarmente, sia – soprattutto – “nel loro complesso”.

Ciò detto, e argomentato così perché si procederà di séguito a un’indagine sui singoli articoli, la “norma cardine” per il tema che qui ci occupa parrebbe senz’altro l’art. 16 (primo comma) della Costituzione, ai sensi della quale «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».

Questo non vuol dire, ovviamente, che a questo diritto non si possano apporre dei limiti (peraltro espressamente prefigurati dallo stesso art. 16). Non è chi non vede, ad esempio, come la libertà costituzionale di circolazione non abbia impedito d’imporre l’uso del casco ai motociclisti e della cintura di sicurezza agli automobilisti.

Ma il paragone tra l’andare in macchina e l’alpinismo non va oltre il fatto che sono entrambe forme di “libera circolazione”. Le differenze balzano agli occhi, se si considera che nell’attuale società, mentre ancora si sceglie se praticare alpinismo oppure no, per lo più il singolo non sceglie di essere automobilista (o comunque fruitore di veicoli motorizzati), bensì lo è per necessità (talvolta, anche obtorto collo). Una delle più evidenti conseguenze di tutto questo è che la sicurezza (intesa anche come la propria sicurezza) è venuta progressivamente ad affermarsi come un valore fondamentale (e per tale percepito dallo stesso automobilista), anche perché la fruizione del veicolo a motore è stata quasi del tutto spogliata della sua potenziale valenza “ricreativa”: qui l’idea (anche estetica) della circolazione come viaggio – che ancora prevale, appunto, in àmbito alpinistico – si è estinta (o comunque permane in una dimensione del tutto residuale) insieme al cosiddetto “gran turismo”, rimanendo soltanto quella pratica dello spostamento (che dev’essere efficiente, dunque rapido e sicuro).

Ulteriormente, soprattutto per alcune realtà “istituzionalizzate” (oltre che in parte istituzionali) come ad esempio il Club Alpino Italiano o altre organizzazioni simili, può venire in rilievo anche l’art 18 Cost., ai sensi del quale «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».

E qui rileva tanto la libertà dell’alpinista di associarsi, quanto quella del non associarsi (di non essere necessariamente iscritto ad alcuna associazione), e ancora la libertà di creare non soltanto una, ma più associazioni, con i più diversi fini (non vietati dalla legge penale), e infine la libertà delle associazioni (nel perseguimento dei rispettivi fini sociali).

Per coloro che, infine, dall’alpinismo traggano anche un profitto o più in generale un qualsiasi tipo di vantaggio economico (si pensi, ad esempio, alla professione di Guida alpina, ma non solo), è rilevante anche l’art. 41 della nostra Carta costituzionale, ai sensi del quale «l’iniziativa economica privata è libera; essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

La libertà alpinistica come punto d’equilibrio fra tutele e limiti
Dal quadro finora tratteggiato, la Costituzione parrebbe dettare alcuni principi che indirettamente riguardano anche l’attività dell’alpinista e la sua libertà:

1) per prima cosa l’alpinista come singolo, nella sua attività “escursionistica”, sembrerebbe sempre costituzionalmente tutelato nella sua libertà di circolazione, la quale può essere legittimamente limitata soltanto per legge e «in via generale e per motivi di sanità e sicurezza»;

2) in seconda battuta, l’alpinista parrebbe tutelato anche nella sua veste collettiva, dunque quando effettui escursionismo di gruppo (anche senza necessariamente essere iscritto a organizzazioni);

3) in terzo luogo sono tutelate anche le associazioni che abbiano come scopo quello della promozione e dell’organizzazione di attività alpinistiche;

4) in quarto luogo l’alpinismo può essere tutelato pure come attività economica, soprattutto per chi lo eserciti professionalmente;

5) da ultimo, ma non meno importante, la libertà dell’alpinista può certamente essere limitata, ma solo nel rispetto delle garanzie che la Costituzione prevede e nel solco dei limiti costituzionali espressamente indicati nelle relative fattispecie (cioè negli stessi articoli che prevedono tali diritti) o in altre norme costituzionali a esse collegabili e con esse da “bilanciare”.

Quali garanzie e quali limiti, allora? Anche qui tentando di riassumere per sommi capi sembrerebbe potersi affermare che:

a) giacché l’alpinista, come si è visto, nella sua attività esercita sempre e necessariamente la propria libertà costituzionale di circolazione, egli gode sempre della garanzia della riserva di legge rinforzata dell’art. 16 Cost.: può dunque essere limitato in questa sua libertà di movimento soltanto dalla legge;
in più questa legge sarà legittima soltanto nella misura in cui persegua fini di sanità e sicurezza, i quali, tradizionalmente, nell’economia della disposizione parrebbero da intendersi come sanità e sicurezza pubblica (o quanto meno collettiva), dunque soprattutto della sicurezza o della salute degli altri, non della propria;

b) per chi eserciti alpinismo “economicamente orientato”, l’art. 41 Cost., oltre a ribadire il limite della sicurezza, impone più ampiamente di non andare in contrasto, oltre che con la libertà e la dignità umana, soprattutto con l’utilità sociale – concetto assai vago e apparentemente suscettibile di mutar di contenuto nel corso del tempo e a seconda della situazione;

c) nella Costituzione possono infine essere trovati altri limiti impliciti alla libera attività alpinistica, a seconda di come questa si atteggi; mi limito qui, una volta ancora senza pretesa d’esaustività e in aggiunta a quanto già menzionato nella parte relativa alle materie “di rilevanza alpinistica” indicate nell’art. 117 Cost., a menzionare la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e la tutela della salute (art. 32), la quale ultima peraltro sembrerebbe in grado di sollevare problemi non piccoli, soprattutto se da essa s’intendesse di poter ricavare un generale principio di “prevenzione dagli infortuni”.

Libertà alpinistica e principi fondamentali
Il nostro discorso sulla “libertà alpinistica” e sul perimetro del suo (possibile) rilievo costituzionale può infine essere integrato citando due ulteriori articoli ricompresi nei Principi fondamentali della nostra Costituzione (segnatamente l’art. 2 e l’art. 3 Cost.), il cui rilievo per la tematica alpinistica parrebbe più “mediato” e tuttavia, al tempo stesso, tutt’altro che trascurabile in sede d’interpretazione sistematica di quanto precedentemente esposto.

Costituzione-costituzione

La prima disposizione è quella di cui all’art. 2 Cost., ai sensi della quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Manca qui lo spazio per approfondire seriamente la possibilità di “sfruttare”, invocandola in prospettiva a tutela di presunti “diritti inviolabili dell’alpinista”, quella lettura che intende questa disposizione non soltanto quale rinvio alle restanti libertà fondamentali espressamente previste all’interno dell’articolato costituzionale, bensì anche quale base argomentativa per il riconoscimento d’ulteriori diritti fondamentali, non testualmente previsti all’interno della Costituzione. Cioè parrebbe difficile ritenere che l’art. 2 possa essere genericamente chiamato in causa per qualunque rivendicazione di libertà, compresa quella alpinistica. Mi limito qui a segnalare come, a voler ragionare in questa chiave, si potrebbe forse riuscire – magari sviluppando quel trend che in passato ha portato a riconoscere grazie ad esso un  diritto alla libertà sociale (Corte cost. 50/1998) – a rafforzare ulteriormente alcuni aspetti della libertà alpinistica, soprattutto assumendo che le relative istanze di tutela siano sufficientemente attestate e diffuse nella coscienza sociale, talora indicata come “fonte” dei nuovi diritti di cui all’art. 2. E qui sarebbe peraltro interessante capire quale tipo di valutazione sia realmente diffusa rispetto a certe pratiche alpinistiche (e alle loro possibili conseguenze: si pensi all’azione dello sciatore che involontariamente provoca una valanga o allo scalatore che provoca il distacco di una pietra) all’interno della comunità tutta (e della comunità alpinistica in particolare): l’idea sarà quella dell’esistenza di veri e propri diritti (l’esercizio dei quali, anche se provoca pericoli e/o danni ad altri, esclude l’illecito) oppure la semplice non sanzionabilità della violazione di certi divieti (fermo restando l’illecito, ad esempio il procurato disastro colposo ex art. 449 c.p.)?

Anche senza percorrere tal via, comunque, la norma in parola parrebbe ampiamente significativa in quanto espressione d’un generale principio di  favor per la libertà, (principio) strumentale al pieno sviluppo della persona(lità) umana e ampiamente caratterizzante la nostra forma di Stato (costituzionale). Tale principio, altrove addirittura testualmente esplicitato (ad esempio in Germania nell’art. 2, comma primo, della Legge Fondamentale) prevede, per rapidi cenni:

1) che l’agire del singolo (riconducibile a un bene costituzionalmente tutelato) sia in via di principio libero;

2) che ogni limitazione di questo agire da parte del pubblico potere debba essere giustificata con l’ancoraggio ad altri beni costituzionali;

3) che ogni limitazione debba comunque essere proporzionata.

E in tal senso, come noto, si finisce per entrare nel dominio dell’art. 3, primo comma, della Costituzione («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») – s’intende nella sua interpretazione giurisprudenziale da parte della Corte costituzionale che lo ha qualificato come fonte, in estrema sintesi, di quel precetto di proporzionalità/ragionevolezza che imporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali/simili e, viceversa, di trattare in modo diverso situazioni diverse/dissimili.

Ed è forse soprattutto tale precetto che, in connessione col citato principio di libertà di cui all’art. 2 Cost. e con le altre libertà costituzionali (di “rilevanza alpinistica”) espressamente garantite, parrebbe infine suggerire quella “modulazione” della disciplina normativa che tenga nel debito conto le peculiari caratteristiche dell’alpinismo (prima fra tutte la sua intrinseca componente di pericolo).

Perché, se è vero che il cosiddetto principio di “ragionevolezza” di cui all’art. 3 Cost. tutela pure il valore della coerenza ordinamentale, sanzionando con la perdita di efficacia le norme con una ratio “intrinsecamente irragionevole”, ciò dovrebbe una volta di più indurre a riflettere sull’opportunità (o sulla legittimità) di quei provvedimenti – si pensi soltanto ai divieti di praticare, in certe condizioni, qualsiasi tipo di attività pericolosa anche solo per se stessi… – i quali, all’interno d’un ordinamento che riconosce l’alpinismo come un valore (per certi aspetti, anche di rango costituzionale), rischiano di metterne in forse l’essenza.

Estratto dal testo di Federico Pedrini
11 febbraio 2014

Costituzione-costituente

Posted on Lascia un commento

Il contrordine di L’Aquila!

Il buon senso ha prevalso, grazie alla comunicazione della Prefettura di L’Aquila sollecitata da Abruzzo Freeride Freedom e dalla levata di scudi di tanti appassionati, noi compresi.

Dopo il Sindaco di Lucoli anche quello di L’Aquila ha ritirato l’ordinanza che vietava ogni attività alpinistica ed escursionista sul territorio per pericolo valanghe.

La notizia è buona, ma annotiamoci che non ci arriva perché abbiamo convinto i sindaci di Lucoli e di L’Aquila della bontà delle nostre ragioni. Ci arriva perché le ordinanze erano state emesse, secondo la nota del Prefetto dr. Francesco Alecci, per “carenza del preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00”.

Ecco infatti il testo del comma 4 (18 agosto 2000): “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

L’annullamento dell’ordinanza è dunque dovuto a un’inadempienza tecnica: dobbiamo pure accettare che si salvino la faccia ma, appunto, non illudiamoci troppo: la minaccia è sempre lì sospesa.

Per il resto, siamo di nuovo liberi di andare sul Gran Sasso, ma sta a tutti noi evitare rischi inutili. Prudenza e prevenzione: le ordinanze sono sparite ma i pericoli in montagna son sempre lì!

ContrordineL'Aquila-3513094941_475d4146a1