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Il diritto al rischio

Stupisce che in un paese “giovane” come il Brasile le difficoltà giuridiche che gli amatori incontrano nel praticare gli sport d’avventura siano così simili alle nostre. Probabilmente è vero che, come scrive André Ilha, “il sistema legale brasiliano appartiene al diritto romano-germanico, e così si suppone che lo Stato sia responsabile della legiferazione e dell’aiuto ai propri cittadini. Questo fornisce grandi spazi di manovra per questa “corsa alla norma”, mentre si fatica il doppio a pensare a una fondazione più favorevole al concetto di “libero volere”. Questo concetto è ben presente nei paesi anglo-sassoni, dove si è liberi di scegliere qualunque hobby, basta che le conseguenze di questa scelta non coinvolgano altri”.

Vale la pena di leggere con attenzione la bella e complessa analisi che André Ilha, famoso alpinista brasiliano, fa della situazione nel suo paese. Lui è ben cosciente della grande sfida che tutti abbiamo davanti, nella difesa della nostra libertà: al contrario di noi che in maggioranza tolleriamo una società favorevole ai divieti e iperprotettiva.

Pra Caramba, free solo, Pedra de Sao Pedro, Brasile. Foto: Cedar Wright
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André Ilha ha aperto più di 600 vie nuove in Brasile e oggi è il direttore della Biodiversity and Protected Areas at the Rio de Janeiro State Environmental Agency (INEA). Ilha l’anno scorso è stato uno dei principali accusatori della Chiesa cattolica quando questa, per fare spazio e poter celebrare una messa per i pellegrini in occasione della visita di papa Francesco a Rio de Janeiro, ha fatto tagliare senza alcun permesso 334 alberi nel parco nazionale Serra da Tiritica. Parte della zona è proprietà della Chiesa. “Mai avremmo autorizzato questo. Si tratta di una porzione di foresta tropicale dell’Atlantico in pericolo di estinzione. Li denunceremo per questo crimine”, ha sottolineato Ilha.

Il diritto al rischio
di André Ilha
Traduzione dal portoghese all’inglese di Kika Bradford
Traduzione dall’inglese all’italiano di Alessandro Gogna

La vita dei nostri antenati non era facile. L’evoluzione ci ha fatti scendere dagli alberi alle pianure per la ricerca di cibo. Questo ha portato al nostro essere bipedi e a quella serie di qualità fisiche e mentali che hanno contribuito al successo della nostra specie. Forza, agilità e riflessi pronti unitamente a un’attitudine all’esplorazione hanno portato gli umani alle differenti nicchie ecologiche del mondo. In questo processo, molte specie si estinsero o furono costrette a migrare dall’eccezionale capacità di adattamento degli umani ai diversi ambienti naturali.

Comunque, la caratteristica più rimarchevole che differenzia l’homo sapiens dagli altri animali, è il suo potente intelletto, che deriva da un cervello altamente evoluto. Questa caratteristica ha permesso all’uomo di moltiplicare i risultati del suo lavoro, con strumenti e macchine, in modo da creare ecosistemi artificiali per se stesso e per la propria prole, comodi e sicuri, e da eliminare l’incertezza e i pericoli del mondo primitivo. Oggi, la maggioranza della popolazione al mondo vive in contesti ampiamente prevedibili, in situazioni sotto controllo che includono riparo, cibo, vestiario, salute e sicurezza, in misura di solito direttamente proporzionale alla posizione sociale. Queste condizioni permettono all’uomo di trascurare le sue qualità naturali e di dedicarsi alla conquista del pianeta.

Per molti questa è una condizione ideale, perché non devono affrontare i pericoli e quelle incertezze del mondo selvaggio che potrebbero costare loro la vita. A ogni modo la civiltà si è evoluta solo nelle ultime poche migliaia di anni, e questo tempo è nulla se pensiamo all’intero periodo di evoluzione. Tutte quelle qualità fisiche e sensoriali che ci hanno portato a successi importanti in fatto di sopravvivenza e riproduzione non sono state eliminate dal nostro genoma; sono ancora “ibernate” dentro di noi. Per alcuni queste qualità sono nascoste nel sonno profondo della nostra vita moderna, addomesticate, sperano. Per altri, queste qualità sono emergenti e vogliono essere espresse, tramite corpo e mente. Come nell’immortale libro di Jack London, è come se la wilderness stesse chiamando qualcuno di noi, invitandolo a ritornare a ciò che eravamo o a ciò per cui eravamo destinati nel nostro lungo viaggio evolutivo.

Gli sport d’avventura
Al giorno presente, il modo più diffuso per poter manifestare questa spinta ancestrale sta in una serie di attività sportive, generalmente note come sport di avventura, ben definite dal Ministero brasiliano dello Sport (Risoluzione 18 del 9 aprile 2007): “una serie di sport formali e informali, a contatto con la natura in condizioni di incertezza e di rischio calcolato, che portano a sensazioni ed emozioni. Si praticano in terreno naturale (aria, acqua, neve, ghiaccio e terra) come mezzo per testare i limiti umani nel fronteggiare le sfide poste da quegli ambienti. Sono legati alla sostenibilità socio-ambientale e possono essere praticati per educazione, ricreazione e propositi di performance, con conoscenze ed equipaggiamento specifici”. La stessa Risoluzione offre una definizione pertinente di “sport estremi” che si svolgono in ambienti controllati che possono essere artificiali (per es. skateboarding, motocross, bungee jumping). Per essi, sono ugualmente valide le osservazioni e considerazioni a seguire.

Prima di procedere oltre, analizziamo alcuni aspetti della definizione sopra riportata che tratteggiano molto bene le motivazioni di surfer, subacquei, scalatori, canoisti, hang-gliders, B.A.S.E. jumpers, ecc. Dopo analizzeremo come tutto ciò possa essere equivocato, o disturbato da quelli che hanno una vita “regolare”, con tutte le complicazioni sociali e legali che ne nascono e che limitano la libera pratica degli sport d’avventura nel nostro paese.

Cominciamo con distinguere che noi abbiamo a che fare sia con sport formali che informali. Anche se la maggior parte di questi sport offre formali competizioni con regole specifiche e sistemi di graduatoria che dicono chi vince e chi perde, in effetti la maggioranza li pratica in modo spontaneo. Così, un gruppo di amici va ad arrampicare nel weekend, o a fare surf o immersioni, senza curarsi di regole, di cronometrare i tempi o di fare classifiche. E senza dover giustificarsi di fronte a nessuno. Come detto nella definizione, la loro unica preoccupazione è di stare insieme in un contesto naturale. In molti casi, c’è anche attenzione alla performance individuale, quando un atleta vuole capire se sta migliorando o no, in modo da poter affrontare quella sfida che l’ambiente naturale gli pone. Potrebbe sembrare ozioso parlare di queste cose, ma è vero che l’assenza di regole fisse e scritte imbarazza molta gente. Costoro periodicamente cercano di imporre delle regole, creando serie conseguenza all’esistenza stessa di questo genere di attività, come vedremo dopo. Qualche volta la libertà può sembrare incomprensibile.

Piedra Riscada, Brasile
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La definizione precisa che gli sport d’avventura sono praticati nella natura dell’aria, dell’acqua, della terra, della neve e del ghiaccio. Anche questo potrebbe sembrare ovvio, ma è importante sapere di che genere di natura stiamo parlando. I parchi urbani, i giardini, gli spiazzi esistono per soddisfare quell’intimo amore per piante e animali che conserviamo anche nel modo di vita più controllato, senza identificabili rischi per la nostra incolumità. Negli annunci pubblicitari, dove il consumatore è invitato a comprare il suo “posto in paradiso”, le foto sempre mostrano alberi bellissimi sullo sfondo, con farfalle e uccellini che svolazzano colorati attorno a famiglie sorridenti tra i fiori. Qualcuno desidera qualcosa di più e si affida a guide professionali per farsi portare a “una natura più naturale”, in mezzo a sentieri ben segnalati o in qualche altra attività outdoor del tutto prevedibile. Questi sono gli eco-turisti, che ricadono in uno dei settori del turismo a più rapida crescita degli ultimi tempi. Il livello dopo è dedicato ai praticanti lo sport d’avventura che amano invece ingaggiarsi in aree del tutto naturali. In certo qual modo questi vogliono tornare alle condizioni primitive, mondo dal quale tutti proveniamo, dando espressione libera a questa parte della nostra eredità biochimica. Dato che non dobbiamo più affrontare orsi o tigri dai denti aguzzi, dato che possiamo comprarci da mangiare nei negozi, come pure attrezzatura e vestiario, la sfida moderna assume le forme di onde oceaniche giganti, pareti verticali di roccia, grotte strette e profonde o acque turbolente.

Questo ci porta al concetto più importante della nostra Risoluzione 18/2007: “in condizioni di incertezza e di rischio calcolato (…) come mezzo per testare i limiti umani nel fronteggiare le sfide poste da quegli ambienti”. La parola “avventura” assume l’accettazione di incertezza e rischio. Se non c’è incertezza né rischio, non c’è avventura. Un’attività prevedibile non può essere classificata “avventurosa”, e non c’è avventura senza un certo gradi di incertezza e di rischio. Anche poco, ma rischio deve esserci. I dizionari sostengono questa percezione quando definiscono l’avventura come “impegno (a risultato incerto) che comporta rischio, pericolo”.

Quindi, per gli avventurosi, l’esigenza di risultati prevedibili distorce il proposito dell’attività, mentre l’eliminazione di tutti i rischi cancella l’attività stessa. Emozioni, anche molto forti, possono essere provate nei luna-park, ma non si può parlare in questi casi di avventura, nella totale assenza di rischio (con l’unica eccezione di una manutenzione insufficiente o superficiale). Il cosiddetto “turismo d’avventura” merita il nome quando, a dispetto delle precauzioni prese dagli operatori, non si può eliminare completamente rischio e incertezza del risultato. Una volta ancora, la soppressione di rischio e incertezza nullifica l’attività in se stessa.

Minacce legali per gli sport d’avventura
Molti non possono capire le motivazioni che portano altri a praticare sport che possono recare molte privazioni, come fame, disidratazione, caldo o freddo estremi, significativi danni alla propria mobilità, anche morte. Aggettivi come “pazzi”, suicidi”, “masochisti” e “scriteriati” sono indirizzati verso coloro che s’ingaggiano in attività avventurose, che li ascoltano con un misto di tolleranza e di orgoglio. Tolleranza perché i critici sono così distanti dalla loro natura interiore che in effetti non possono afferrare il significato di una vita che non sia immersa in comodità, beni e tecnologie. E orgoglio per sentire di essere stati capaci di essersi provati in attività che hanno portato loro piacere e riconoscimento. Il comune cittadino percepisce queste attività come inutili, perciò è difficile capirlo quando si vede che il suo fine è accumulare beni, servizi e comodità, pensando che tutti dovrebbero fare così.

E’ solo una divergenza di opinioni. Il problema arriva quando la gente comincia a creare restrizioni alla pratica di sport d’avventura con la giustificazione che sono “pericolosi” (anche se lo sono). A causa dei pericoli connessi, ecco sorgere una grande quantità di artifici legali e sociali per restringere o inquadrare questi sport, talvolta in modo indiretto. Artifici che non hanno speranza di salvare la gente da se stessa.

Olivia Hsu, Brasile
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Il più comune di questi artifici è il proposito di norme legali e irrazionali che tentano di “ingessare” queste attività. Come se potessero costringere queste attività in una stretta giacca di norme scritte, dimenticando che si tratta di esigenze interiori di libertà ispirata e avventura. Qualche volta queste norme non hanno senso e sono impossibili da applicare e, se approvate, distruggerebbero quelle attività che cercano di regolamentare. Questi progetti per lo più sono rivolti alle imprese commerciali e quindi più dirette al turismo d’avventura che non agli sport d’avventura. Comunque, per via della non precisa esposizione delle norme, queste ricadono sugli appassionati, che non saranno mai capaci di obbedire a tutte quelle norme senza senso: con il risultato o di far abbandonare l’attività o di praticarla illegalmente, data l’impossibilità di gestire l’applicazione delle regole.

Focalizziamoci ora sul “montanhismo” (termine usato in Brasile per indicare arrampicata ed escursione in montagna), con il quale ho più familiarità, dato che l’ho praticato per almeno quattro decadi. Improvvisamente sentimmo che i politici stavano cercando di far approvare norme che imponessero ai climber l’uso dei guanti, una corda di riserva e una persona che stesse alla base della parte a osservare i progressi della cordata. Un politico dello Stato di Rio de Janeiro tentò un’altra regola che voleva definire, tra l’altro, perfino il colore del casco degli arrampicatori. A prescindere dalle buone intenzioni del promotore, queste proposte mostrano grande povertà di comprensione delle attività d’avventura e delle motivazioni, e a volte impediscono fisicamente l’attività stessa (come nel caso dei guanti per l’arrampicata su roccia: un’idea che probabilmente gli è venuta guardando qualche film di salita su ghiaccio, dove i guanti sono una necessità).

Queste regole ossessivamente tendono anche a certificazioni o accrediti formali, come se queste da sole potessero garantire la qualità degli operatori commerciali. In più, non tengono conto della differenza tra operatori commerciali e “amatori” (sia quelli indipendenti sia quelli membri di club e associazioni), i quali sono i soli a eventualmente poter pensare a norme ragionevoli e funzionali. Questo tentativo di burocratizzare attività i cui praticanti, curiosamente, cercano proprio la libertà dalla vita urbana e conformista, genera un modo lucroso di sostenere il mercato delle agenzie abilitate alle certificazioni; è come porre la spada di Damocle sulla testa degli operatori del turismo d’avventura (e per estensione anche sulla testa dei praticanti gli sport d’avventura). In caso di incidente i praticanti che non avessero neppure una tessera o un timbro avrebbero delle aggravanti.

Al contrario, una persona meno competente o esperta potrebbe essersi dotata di tessera, magari semplicemente comprandola, e solo per questo potrebbe essere difesa da una norma legale assurda, fatta solo per restringere la libertà o incoraggiare la trasgressione.

A dispetto delle pressioni, fortunatamente un’attenta riflessione e lobby di altri politici sono state in grado di fermare molte di queste proposte, sbagliate o male informate (anch’esse risultato di altre lobby). A Rio de Janeiro, i membri del Congresso Miro Teixeira e Átila Nunes ritirarono le loro proposte dopo essere stati convinti degli esiti indesiderabili e disastrosi che esse avrebbero comportato. Il parlamentare Carlos Minc, ex ministro dell’Ambiente, ha abbracciato la causa della libertà per gli sport d’avventura. Il suo intervento è stato decisivo per influenzare i politici coinvolti nelle proposte sopra elencate, semplicemente spiegando loro alcuni concetti base.

Per dare un esempio a livello nazionale, l’ultra-restrittiva norma PL 5609/05, compilata dal parlamentare Capitão Wayne aveva a che fare con gli aspetti commerciali degli sport estremi e d’avventura, e avrebbe avuto un forte impatto per i praticanti “amatori”, se approvata. Il parlamentare José Otávio Germano fu nominato relatore, e molto sensatamente disse: “Questo tipo di normalizzazione sembra un’indebita interferenza del Governo nelle relazioni tra gli appassionati sportivi, senza connessione né con un servizio pubblico né con coloro che vogliono acquistare i servizi. Non è compito del Governo interferire in queste relazioni. Se qualcuno vuole ingaggiarsi in attività che comportano qualche rischio, dovrebbe essere libero di farlo. La libertà è un diritto costituzionale”.

Questa guerra si combatte caso per caso. Una comunità che vigili e sia d’appoggio su questi temi è la chiave per prevenire l’approvazione di quel tipo di norme. Le leggi, se approvate, sono più difficili da correggere e per qualche magistrato potrebbero essere lo strumento per punire doppiamente coloro che hanno già vissuto l’esperienza traumatica o anche perso un amico nell’incidente. A dispetto del fatto che queste attività danno grandi soddisfazioni ed emozioni a molti, c’è gente che ha bisogno di trovare qualcuno (individuo od organizzazione) da condannare per la perdita di un beneamato (marito, figlio, fratello, amico). Vogliono qualche sollievo per aver perso qualcuno che è morto in un incidente causato da un fenomeno naturale, prevedibile o imprevedibile, o da un errore tecnico, o dall’uso scorretto di uno strumento o ancora dall’erroneo giudizio sull’idoneità della vittima a quell’impresa.

In modo sempre più frequente e duro, ci sono quelli che cercano una compensazione economica al verificarsi di un incidente serio. Per lo più la pretesa è rivolta al Governo, ma può anche essere nei confronti di un membro del gruppo della vittima, dell’associazione di cui questo faceva parte e perfino del proprietario del terreno sul quale è avvenuto l’incidente (anche se detto proprietario nulla ha a che fare con l’incidente: solo per il fatto che ha “permesso” che si svolgesse quell’attività sul suolo di sua proprietà).

La compensazione può essere richiesta anche a tutti assieme questi “attori”. Chi richiede può farlo per una sua convinzione ma anche perché un avvocato gli si offre. Il fatto è che talvolta la famiglia della vittima è in cerca di qualche sollievo, di un modo per onorarla, anche con una compensazione economica.

In questo contesto, sia le organizzazioni che gli appassionati stessi sono soggetti a un rischio ancora più grande che l’incidente stesso: potrebbero essere accusati ingiustamente di essere responsabili della perdita della vittima, probabilmente amata sia dai parenti che dai compagni.

Il sistema legale brasiliano appartiene al diritto romano-germanico, e così si suppone che lo Stato sia responsabile della legiferazione e dell’aiuto ai propri cittadini. Questo fornisce grandi spazi di manovra per questa “corsa alla norma”, mentre si fatica il doppio a pensare a una fondazione più favorevole al concetto di “libero volere”. Questo concetto è ben presente nei paesi anglo-sassoni, dove si è liberi di scegliere qualunque hobby, basta che le conseguenze di questa scelta non coinvolgano altri.

Il problema è anche più critico quando si ha a che fare con minori. La legislazione brasiliana, con il suo spirito iper-protettivo, crea un muro di pietra di fronte allo sviluppo giovanile e al potenziale che hanno questi sport e la ricreazione outdoor, sia per i più piccoli che per gli adolescenti. Se si legge con attenzione tutta la dottrina legale, a nessuno sotto i 18 anni sarebbe permesso di affrontare attività rischiose, anche se queste sono state autorizzate dai genitori o perfino si svolgano in loro compagnia.

Dal mio punto di vista, ciò sembra essere un’inappropriata interferenza di Stato nei rapporti familiari. In più, se si osservano rigidamente le leggi, si hanno risultati anche più negativi di ciò che si voleva evitare: cercherò di dimostrare con un esempio quello che sto dicendo. Io ho cominciato ad arrampicare a 14 anni con il Centro Excursionista Petropolitano, una vecchia associazione di Petrópolis (Rio de Janeiro). A 15 anni, feci un altro corso con il Centro Excursionista Brasileiro, il più antico club di arrampicata dell’America latina, fondato nel 1919, ancora oggi operativo a Rio de Janeiro. Mio padre era morto, così fu mia madre a firmare un’autorizzazione in entrambi i casi. Così io posso attestare che dedicare gli anni dell’adolescenza all’escursione e all’arrampicata (a 17 anni ero tra i top brasiliani dell’epoca), con qualche puntata anche di surf e di immersioni subacquee tanto per non essere monotematico, fu la chiave della mia evoluzione personale. Praticando queste attività, fui in grado di sviluppare fiducia in me stesso, coraggio, spirito di gruppo, giudizio e capacità di decisioni sotto pressione, ecc. Per non menzionare il profondo rispetto e l’ammirazione per il mondo naturale che quell’esperienza nella wilderness, lontana dalla scenografia dei parchi urbani, risvegliò in me, indirizzandomi a una vita intera di immersione nella natura, cui mi sento di dover molto.

L’educazione all’outdoor è diventata progressivamente sempre più importante negli Stati Uniti e in Europa in generale, e non sto parlando di semplici uscite all’aperto. Le esperienze di questo tipo sono viste come componente essenziale allo sviluppo del giovane, e comprendono escursionismo, alpinismo, kayaking, rafting e altre. Il governo americano ha anche programmi specifici dedicati ai giovani e alla loro riabilitazione al rischio, che usano l’arrampicata su roccia per diffondere alcune delle qualità sopra menzionate. In Brasile ciò sarebbe proibito, stando alla legge, anche se queste attività si svolgessero in presenza dei genitori.

Evidentemente gli incidenti possono capitare sia ai giovani che agli adulti. Ma privare l’adolescenza di milioni di giovani delle opportunità di crescita offerte dal contatto con la natura, a causa di una limitata possibilità di sventure, è il baratto di troppo con troppo poco. Lo prova il fatto che questa norma non è osservata per nulla. Ma in ogni caso è una minaccia per quei genitori e insegnanti che ci provano a dare ai ragazzi qualcosa di più che ecosistemi artificiali fatti apposta per la comodità e la sicurezza, ivi compresi anche i parchi civici.

Arrampicata in Brasile
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Ogni giorno succedono terrificanti incidenti stradali in tutto il mondo, in molti dei quali sono coinvolti adolescenti e bambini. Anche da pedoni si corrono dei rischi. A dispetto di questo, nessuno ha mai proibito ai minori di salire su un’auto o camminare per strada, senza per di più la supervisione di adulti. Perché? Perché le statistiche ci mostrano i grandi vantaggi presenti nel lasciare i giovani formarsi anche su una strada piuttosto che stando chiusi in casa fino alla maggiore età, lontani da ogni danno fisico (a eccezione di violenze o incidenti domestici, cose anche queste assai comuni). Quindi, a me sembra che estendere questa considerazione anche al mondo naturale e selvaggio sia cosa valida. I genitori possono accompagnare i figli, ma dopo una certa età questo non è più necessario. La sola spiegazione possibile di questa differenza di trattamento presente nella legislazione è l’enorme fossato che si è scavato tra la moderna vita urbana e le nostre radici ancestrali.

E’ evidente comunque che tutti gli incidenti seri in attività d’avventura dovrebbero essere indagati con attenzione, per almeno due ragioni. Primo, perché capire come l’incidente è successo può portare a nuove procedure o avvertenze per minimizzare in futuro casi del genere. Secondo, perché attitudini criminali e grossolana negligenza possono in ogni caso verificarsi, e nessuno deve essere al di sopra della legge. Poi ancora ci sono leggi che regolano queste evenienze. In effetti, il Consumer Protection Act regola con mano severa il turismo d’avventura e il servizio di accompagnamento con guida. Comunque l’approccio che si ha per il turismo d’avventura non può essere valido per un gruppo di amici o membri di un club che si mettono in attività avventurose. In pratica, questo vorrebbe dire impedire queste attività o spingere alla loro pratica clandestina. Sono entrambe situazioni indesiderabili, dove i praticanti sarebbero soggetti a immeritate sanzioni.

Restrizioni d’accesso
Un’ultima e significativa minaccia agli sport d’avventura è la restrizione d’accesso alle aree selvagge, là dove emessa per paura di azioni criminali o danni. Questa tendenza fu dapprima propria di aree protette e pubbliche, come i Parchi, ma poi si è allargata alle aree private, sia pure con minore estensione. Queste restrizioni arrivano in varie forme: 1) con la richiesta di certificati scoraggianti se non inottenibili per la maggior parte degli amatori; 2) con l’obbligo di affidarsi a guida competente per poter visitare parchi (in questo caso ci sono anche motivi ambientali che giustificano questa richiesta); 3) l’accesso ad aree specifiche è semplicemente precluso per le attività d’avventura.

Queste restrizioni sono particolarmente ingiuste se si pensa che in passato furono proprio gli appassionati ad avere coscienza dei valori dell’ambiente e quindi a perorare la creazione di molte di queste aree protette, sia con iniziative dirette sia sostenendo movimenti di opinione a favore di zone montuose, foreste o laghi. Dopo aver lottato per la creazione del parco ci si può sentire davvero frustrati di fronte all’asserzione che chiunque può essere un potenziale distruttore dell’ambiente, senza possibilità di poter dimostrare il contrario. Ciò può generare una deprecabile ma ben comprensibile riluttanza a volere altri parchi, perché semplicemente anche quelle zone diventerebbero inaccessibili.

Abbiamo già parlato dei certificati. In realtà questi non garantiscono né capacità più raffinate, né comportamenti migliori in situazioni pericolose. Molti dei più famosi alpinisti brasiliani non si sono mai impegnati in questi programmi di certificazione, mentre ad altri che, pagando, si sono iscritti ai corsi è stato rilasciato un accredito formale che non serve a nulla di fronte a una situazione pericolosa. Nei parchi americani o europei nessuno deve esibire certificati, e neppure occorre essere soci di qualche club o federazione per andare a camminare, sciare o arrampicare. Ciascuno è cosciente dei pericoli insiti nella wilderness e quindi è responsabile per se stesso.

L’idea di richiedere ai visitatori di pagare una guida per la visita a parchi privati e pubblici nacque, in un’occasione assai specifica, nel parco nazionale di Chapada dos Veadeiros, vicino a Brasilia. Il fine era di bilanciare il numero degli addetti nei confronti dei visitatori. Non c’erano abbastanza impiegati. Questa motivazione, sebbene mal gestita, può essere comprensibile date le circostanze. Comunque, siccome era una soluzione pacchetto per adempiere a uno degli scopi del parco (fare in modo che il parco venisse visitato), i manager degli altri parchi del Brasile la adottarono pedissequamente. Subappaltarono alle guide il compito, e la responsabilità, di gestire i visitatori, inventandosi delle credenziali a prescindere dall’esperienza e dalle capacità delle cosiddette “guide”. Queste potevano accompagnare gruppi di una mezza dozzina di persone, trascurando perciò gli appassionati con maggiore esperienza.

Nota. La legge n. 9985/2000 stabilì il Sistema Nazionale delle Aree Protette (SNUC in portoghese) che esplicitamente dice che due delle funzioni dei parchi nazionali, e quindi per estensione delle altre zone protette, sono la ricreazione e l’ecoturismo.

Al Parco di Chapada dos Veadeiros l’invenzione si mangiò l’inventore. Per molti anni l’amministrazione del parco fu ostaggio dell’associazione locale di guide, che lavoravano quando e come gli aggradava. Sia che i visitatori fossero brasiliani o stranieri erano trattati dalle guide a seconda dell’umore del momento. Meno male che erano guide certificate…

Spesso il direttore era costretto ad andare a inseguire le guide una per una per cercare di accontentare gruppi di turisti che aspettavano impazienti alle porte del parco, magari dopo aver fatto un lungo viaggio per arrivare fin là. Un altro risultato fu che gli escursionisti esperti misero una croce su quel parco. Non era piacevole dover pagare anche belle somme alle guide locali, pregandole per di più. E per essere accompagnati su due o tre escursioni, sempre quelle, e di certo ben al di sotto dei loro interessi e capacità.

Fortunatamente, l’ICMBio, l’agenzia federale che gestisce quell’area, recentemente ha cambiato rotta. Fu una lotta con le guide locali per fare che il turista si riappropriasse del parco. Ora la gente può scegliere se prenotare una guida e, anche se il parco incoraggia questa soluzione, non è più obbligatorio. Una volta crollato questo feudo, anche altre aree in Brasile seguirono l’esempio. I servizi di accompagnamento guida sono ancora disponibili per chi vuole o ne ha bisogno, ma è permesso esplorare la wilderness con i propri mezzi, a patto di seguire le regole ambientali.

L’ultima restrizione alla libertà di praticare sport d’avventura e turismo è la più radicale. La chiusura “periodica” dell’accesso. Nello Stato di Espirito Santo, l’arrampicata è stata bandita per anni nei parchi nazionali, solo perché qualcuno aveva pensato che fosse un’attività pericolosa (e lo è) e non bisognava averci a che fare. Anche se ci sono altri parchi nazionali che dimostrano più flessibilità e concedono più libertà, e a dispetto delle promesse di revisione, questa brutta norma è ancora valida e colpisce tutta una classe di potenziali visitatori. Il diritto al rischio è arbitrariamente, unilateralmente soppresso con norme legali molto discutibili, trascurando perciò ogni vantaggio fisico e spirituale di cui i visitatori potrebbero beneficiare. Anche se il locale club di arrampicatori sta ancora negoziando, i progressi della trattativa sono lenti.

Conclusione
I tentativi storici di soggiogare gli impulsi di base dell’uomo sono falliti, avendo creato più problemi di quelli che intendevano risolvere. Con il Proibizionismo negli USA (1919-1933), bande violente si combattevano per il controllo della vendita clandestina degli alcolici, magari prodotti negli scantinati di rispettabilissimi cittadini. Proprio come l’alcol, anche le droghe portano qualcuno all’irresistibile impulso ancestrale di trascendere la realtà. L’odierna repressione in fatto di droga (la “guerra alla droga”) ha spinto alla formazione di altre gang ben più violente (i “cartelli”) per gestire un giro di miliardi di dollari. Tutte quelle strategie proibizioniste hanno fallito e servono solo a generare più violenza, più corruzione e a cacciare in galera migliaia di cittadini, altrimenti rispettabili, solo perché sono stati sorpresi in possesso di modeste quantità di sostanze varie e solo per uso personale. In evidenza di assenza di pericolo per altri. Oggi, alle Nazioni Unite, si è dibattuto su queste “guerre alla droga”, ma non si arriva a prendere decisioni valide proprio per la fortissima opposizione degli USA, guarda caso il paese che ha il più forte consumo di droga. La Chiesa cattolica s’inventò il celibato per poter reprimere uno dei più forti istinti dell’uomo: il sesso. Il grado di successo fu ed è minimo, è abbastanza comune vedere preti che trasgrediscono. In Brasile, al tempo coloniale, gli stranieri erano esterrefatti dal comportamento dissoluto di vescovi e alti prelati, sebbene a questo i nativi non facessero caso più di tanto. E, ancor peggio, in molti casi, la repressione ha portato ad atrocità perverse, come la pedofilia, diffusa in tutto il mondo, anche se la Chiesa si è sempre adoperata per reprimerla.

Per riassumere, gli amanti dello sport d’avventura stanno solo chiedendo il diritto di soddisfare un’esigenza che tutti ci portiamo dietro da tempo, poter praticare attività che loro sanno benissimo essere pericolose, poco o tanto. Nel farlo, sono coscienti di assumersi le conseguenze della loro scelta senza richiedere a nessuno (individui o istituzioni) quell’aiuto che in effetti non è doveroso. Questo è un obiettivo, né pretenzioso né ingiustificato.

2 febbraio 2014

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Ci opponiamo al divieto di fuoripista a L’Aquila?

La morte dell’aquilano Mario Celli, 32enne medico ginecologo travolto da una valanga a Campo Imperatore nel gruppo del Gran Sasso, ha suscitato grande interesse nella pubblica opinione, commossa dalla tragedia e con il fiato sospeso per la lenta “agonia” della vittima.

Nel primo pomeriggio del 28 gennaio, assieme al fratello Paolo, Mario Celli stava scendendo fuori pista nei cosiddetti Valloni della località Scontrone. Dopo essere saliti con la funivia di Campo Imperatore, ignorati i cartelli di divieto di discesa al di fuori delle piste, i due si sono lanciati nell’ebbrezza dell’abbondante nevicata. Alle 13.20 una slavina ha colpito il giovane, seppellendolo. Il fratello, illeso, ha chiamato al soccorso e, grazie agli apparecchi ARTVA di cui entrambi erano dotati, il corpo è stato disseppellito in tempo per ritrovarlo a 26 gradi di temperatura corporea. Grazie ai massaggi cardiaci prolungati dei medici Gianluca Facchetti e Nadia Garbuglia in attesa dell’elicottero e durante il trasporto, Mario Celli è stato portato ancora in vita all’ospedale Mazzini di Teramo.

CiOpponiamo-imageQui l’infortunato è stato attaccato a uno speciale macchinario chiamato ECMO (utilizzato per l’ossigenazione extracorporea) che permette la tecnica di supporto cardiopolmonare, più volte dimostratasi efficace nel ridurre la mortalità nei pazienti con insufficienza cardiaca e/o respiratoria acuta grave.

Lentamente il cuore aveva ripreso a battere e la temperatura era tornata normale. Tuttavia le sue condizioni si sono aggravate qualche ora dopo e già il 29 il suo elettroencefalogramma dava solo flebili segni di vitalità. Celli è rimasto in stato di coma profondo fino all’avvenuto decesso, il 30 gennaio.

Ad occuparsi del caso è il pm David Mancini, che per ora ha aperto un fascicolo contro ignoti. Vuole accertare cosa possa aver provocato la slavina. Il passaggio degli snowboardisti o un distacco spontaneo? Mancini sta cercando, con l’aiuto della squadra mobile della Questura e anche attraverso testimonianze, di ricostruire come si sia verificata la valanga con l’obiettivo di verificare se sussistano eventuali profili di rilevanza penale.

I diversi organi di informazione si sono premurati di sottolineare che non c’era alcuna rete di recinzione per evitare il passaggio di freerider indisciplinati.

L’insieme dei dati di questa vicenda presenta tutte le possibili condizioni per una condanna dell’opinione pubblica agli scriteriati e disubbidienti fratelli snowboarder: disprezzo della regola, non presenza di reti di recinzione, validità dei valorosi uomini del soccorso, efficienza medica ed epilogo finale dopo lunga suspence.

Potevamo aspettarcelo con sicurezza: il 29 gennaio 2014, firmata dal sindaco di L’Aquila Massimo Cialente, ecco l’ordinanza di divieto di escursioni fuori pista nel capoluogo abruzzese. In essa viene ribadito che le pratiche fuori pista rappresentano un’attività pericolosa per le infrastrutture sciistiche e per l’incolumità dei cittadini e degli sportivi che praticano le discipline sciistiche nei tracciati consentiti. L’ordinanza, pertanto, vieta la pratica del fuoripista o su terreno d’avventura in caso di precipitazioni nevose con presenza di manto nevoso fresco e per le successive 48 ore dalla precipitazione. È vietata, infine, la pratica fuoripista o su terreno d’avventura quando il bollettino Meteomont stabilisce un grado di pericolo uguale o maggiore a 3, rinviando in caso di pericolo inferiore a 3, alle eventuali valutazioni della Commissione comunale per la prevenzione dei rischi da valanghe. Ai trasgressori verrà applicata una sanzione da 25 a 500 euro.

Il sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente
CiOpponiamo-cialente
Dal testo dell’ordinanza si vede come questa non voglia avere validità provvisoria per qualche giorno, ma intenda bensì regolare fino a nuova legge l’intera casistica della stagione invernale. Questo permetterebbe, a chi è contrario a queste filosofie del divieto, di opporsi. Lo dice la stessa ordinanza: “Avverso il presente provvedimento può essere opposto ricorso al TAR di L’Aquila nel termine di 60 gg dalla pubblicazione all’albo, in alternativa ricorso straordinario al Presidente della Repubblica entro 120 gg”.

Ciò che lascia stupefatti è che un sindaco come Massimo Cialente, citato a giudizio per il prossimo 3 giugno dalla Procura della Corte dei Conti d’Abruzzo per presunto danno erariale e appena reduce dal proscioglimento in un’altra inchiesta sulle irregolarità contabili dell’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, abbia ancora tempo per sbrigare altre faccende del suo ufficio. In effetti su quest’ordinanza l’intero consiglio municipale non deve aver discusso a lungo, convinti come sono tutti che sia il metodo più veloce e indolore per lavarsene le mani facendo finta di occuparsi del bene pubblico.

1 febbraio 2014

Il Gran Sasso
CiOpponiamo-gransasso

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Divieto sul Grignone

Ci risiamo con i divieti! Questa volta abbiamo a che fare con il Grignone, vietato per almeno cinque giorni da oggi.

Era dei giorni scorsi l’ordinanza del sindaco di Ardesio (in Val Seriana) Alberto Bigoni che vieta lo sci alpinismo sul monte Timogno, da dove potrebbe scendere a valle una grossa valanga in grado di investire la pista da sci Pagherolo, agli Spiazzi di Gromo, e al monte Secco da dove scende la valanga del Vendulo che minaccia da sempre l’abitato di Ludrigno. Siamo in un quadro da Protezione Civile.

La salita sul versante orientale del Grignone
Grigna, in salita sul versante est del Grignone, 13.1.1974
In una situazione non minacciosa per gli abitati, ecco oggi l’ordinanza del comune di Pasturo: “Considerato che nell’ultimo periodo si sono verificate abbondanti precipitazioni e carattere nevoso, considerato pertanto che, sulla base delle indicazioni del Centro Funzionale Monitoraggio Rischi naturali della Regione Lombardia, riprese anche dai Bollettini Info Point della Comunità Montana della Valsassina, Val d’Esino e Riviera a cura della Casa delle Guide di Introbio e patrocinato dal Soccorso Alpino in relazione al progetto ‘Montagna Sicura’, risulta alto il rischio di distacco di slavine e valanghe specialmente in alta quota. Ritenuto per quanto espresso, di dover limitare le escursioni alpinistiche e scialpinistiche a tutela dell’incolumità pubblica, il Sindaco ordina il Divieto di escursioni scialpinistiche e alpinistiche di ogni genere, su tutto il territorio comunale sulle pendici della Grigna Settentrionale a partire dalla quota di 1400 metri dalla data odierna a martedì 4 febbraio 2014 e comunque fintanto che persistano di pericolo di distacco slavine e valanghe, sulla base dei bollettini di allerta meteo di Regione Lombardia”.

Accanto a questa notizia, abbiamo il bollettino nivo-meteo che giudica di grado 3 (quindi “marcato”) il pericolo di valanghe; questa classifica potrebbe essere rivista al rialzo per il sopraggiungere del vento di scirocco; abbiamo inoltre l’annunciata chiusura per il week-end del rifugio Brioschi, la struttura di solita aperta tutto l’anno situata proprio sotto alla vetta alla Grigna Settentrionale (Grignone), a 2410 m. Chiusura evidentemente decisa dai gestori per non favorire in alcun modo scelte azzardate di escursionisti incauti. Tutti segnali importanti che dovrebbero dissuadere chiunque.

L’ordinanza è stata emessa dal Comune di Pasturo, uno dei paesi ai piedi del Grignone, e ovviamente non riguarda il territorio degli altri comuni limitrofi.

I vigili dell’Unione Centro Valsassina e della Grigna Settentrionale spiegano che  in passato erano stati emessi solo degli avvisi, non ordinanze vere e proprie. Gli ultimi fatti di cronaca, come quello riguardante un disperso sulla Grigna Meridionale, avrebbero convinto le autorità a prendere un provvedimento di questo tipo, cioè un divieto.

Si può facilmente comprendere il desiderio umano del sindaco di “mettere in guardia gli escursionisti”, come tra l’altro predicano in tutte le salse le televisioni e la stampa. Si può anche comprendere come l’autorità voglia, con tale ordinanza, mettersi al riparo dalle possibili pretese di parenti di vittime piuttosto che di opinioni pubbliche male informate e tendenti a uniformarsi a un ombrello di sicurezza autoritario.

Non si può invece comprendere come si ritenga necessario il divieto, perché siamo persuasi che non è d’autorità che si riesce a convincere la gente, che ha diritto di fare scelte libere, a non fare scelte avventate. Un divieto prevede sempre delle sanzioni applicabili, ma non è questa minaccia che riesce a scalfire la presupposta fiducia nella propria fortuna: chi è convinto di essere al di sopra di una minaccia naturale, al punto da ignorare un avvertimento più che giustificato e sfidare il buon senso, figuriamoci quanto potrà essere distolto dai suoi intenti auto-lesionisti per una possibile pena pecuniaria…

In sostanza l’Osservatorio per la Libertà in Montagna sostiene che è doveroso diffondere avvisi di pericolo mentre è inutilmente liberticida emettere divieti, utili solo a sgravare la coscienza di chi li formula quando in realtà nessun carico di questo genere dovrebbe pendere sull’autorità.

lI rifugio Brioschi in vetta al Grignone
Vetta del Grignone con il rifugio Brioschi, 13.1.1974
In questo senso è confortante il comunicato dei vigili che precisano che non ci saranno blocchi stradali, pur nella volontà di mettere sull’avviso: questo infatti evidenzia il genetico non intento che sia data effettiva esecuzione al provvedimento “esemplare” (sarebbe salva ovviamente la sanzione data a qualcuno, ad demonstrandum).

Il diritto al “libero volere” è ben presente nei paesi anglo-sassoni, quasi assente nei paesi latini e nelle nostre municipalità. Libertà in montagna è libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione o se qualcuno ci sconsiglia di farlo. Per questi motivi l’attività alpinistica e scialpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, ovunque e in ogni periodo dell’anno. E non deve essere confusa con l’attività sportiva, ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

L’Osservatorio auspica che qualcuno si decida finalmente a impugnare queste ordinanze, perché sia fatta giurisprudenza, anche se sono evidenti i problemi tecnici (si pensi ad esempio alla durata temporale dei divieti, in genere brevissima).

31 gennaio 2014

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Montagne: regole o libertà

 
Bel programma di Marica Terraneo su Trentino in diretta, dove alcuni esperti riassumono l’attuale situazione .

Sono 79 i minuti della durata della trasmissione http://www.radioetv.it/rttr/programmi/item/31#monitor
di giovedì 23 gennaio 2014, ma ne vale la pena, se vogliamo fare il punto assieme agli esperti sulla problematica delle regole o della libertà in montagna, con particolare riguardo a quella invernale, frequentata ormai da 100.000 scialpinisti/freerider e almeno 400.000 ciaspolatori, solo in Italia.

MontagneRegoleLibertà-1064-valangaNella conversazione emergono i punti più importanti, secondo me alla base di qualunque riflessione. C’è Martino Peterlongo, presidente di collegio delle guide del Trentino, che subito puntualizza quanto sia mendace la convinzione che in montagna possa esistere la sicurezza al 100%: concetto poi ribadito da tutti gli altri 5 partecipanti alla trasmissione.

Egidio Bonapace, guida alpina e presidente dell’Accademia della Montagna di Trento, parte con la constatazione che gli incidenti da valanga non diminuiscono di numero, ciò che diminuisce è la mortalità, evidentemente merito dell’equipaggiamento, del soccorso e dell’autosoccorso.

Paolo Tosi, dell’Università di Trento, presenta i risultati di una ricerca appena fatta sui frequentatori della montagna invernale per ciò che riguarda la percezione del rischio valanga (300 campioni, frequenza/esperienza medio-alta, provenienza triveneta): come mai, posto che i bollettini valanghe sono considerati da tutti attendibili, c’è qualcuno che decide ugualmente di affrontare pendii pericolosi? I risultati del questionario portano alla conclusione che a) certi individui hanno maggiore propensione al rischio; b) esiste una overconfidence, per la quale si presume di sapere ciò che invece non si sa abbastanza; c) esistono dinamiche di gruppo assai pericolose perché tendono a soverchiare la sensibilità del singolo.

Martino Peterlongo presenta i risultati dello studio Nivolab http://www.accademiamontagna.tn.it/news/nivolab-corso-di-formazione-sulla-sicurezza-montagna nel quale si è cercato di fondere assieme i due diversi approcci al rischio valanga: quello statistico e quello di intuizione/esperienza.

Tra le altre cose Tosi afferma che sono proprio i più anziani ad accettare i rischi maggiori, mentre sono i più esperti quelli che non li accettano.

Alla provocazione di un ascoltatore che si augura che coloro che provocano una valanga debbano essere portati in giudizio e puniti, praticamente tutti i partecipanti rispondono difendendo che la montagna deve essere libera e che chi sbaglia con evidenza possa essere trascinato in giudizio: con attenzione però, perché la strada vincente non è quella di vietare e punire, bensì quella di informare, formare, responsabilizzare. Tosi afferma che se c’è un eccesso di zelo normativo e punitivo, il risultato è quello del boomerang, cioè molti incidenti che si sono auto-risolti non vengono denunciati, così nessuno ne sa niente se non i protagonisti e si perdono preziosissime informazioni.

Notevole pure la riflessione di Adriano Alimonta, presidente del Soccorso Alpino Trentino, per il quale non si ha diritto di essere soccorsi comunque e in ogni condizione. Bisogna che tutti lo sappiano.

16 Marzo 2013 - Teglio localita Torena valanga sei persone coinvolte  - foto(NATIONAL PRESS/ORLANDI)

16 Marzo 2013 – Teglio localita Torena valanga sei persone coinvolte – foto(NATIONAL PRESS/ORLANDI)

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La cattiva informazione sulle sciagure di neve

Nel TGR Piemonte delle ore 14 di oggi 22 gennaio 2014 è stato mandato in onda un servizio mistificatorio per informare di una nuova tragedia sulla neve. A Ceresole Reale (Valle dell’Orco, Gran Paradiso) un operaio addetto alla diga è stato sommerso da una valanga ed è deceduto.

Il filmato è visibile qui: http://www.tgr.rai.it/dl/tgr/regioni/PublishingBlock-8cbbd8fc-3365-4785-a7ec-950b73541553.html

Per comodità la parte che ci interessa, dopo la immancabile e ineliminabile pubblicità, va dal minuto 3′.36″ al 5′.10″.

Nel commento di apertura viene sottolineato “come siano già dieci gli sciatori vittime di valanga in sole tre settimane”. Il deceduto, Pierfranco Nigretti, era lì per lavoro e non per concedersi un qualche pendio di neve fresca, quindi non si comprende perché si faccia riferimento agli sciatori. Ma nel seguito del servizio lo si comprende benissimo, perché s’insinua (e non velatamente) che la causa dell’incidente potrebbe essere stata una slavina provocata da altri sciatori (non viene certo detto, ma la zona da cui è partito lo stacco è impercorribile agli sciatori). L’insinuazione si allaccia molto bene all’apertura, da parte della procura di Ivrea, di un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti sciatori…!

Il senso del servizio appare ancora più chiaro quando nel prosieguo la giornalista farà poi cenno al pm Raffaele Guariniello e alle sue indagini per colpire chi ha causato incidenti fuori pista a Bardonecchia.

Nel frattempo scorrono belle immagini di fuoripista estremo tipo trofeo Red Bull, in modo da suggerire al telespettatore che è proprio quello che fanno gli scialpinisti.

Non vogliamo in alcun modo sminuire l’accaduto. Questo è un tragico incidente sul lavoro. I due coinvolti, dipendenti IREN, si stavano recando sul posto di lavoro alla diga dei Serù. La notizia quindi avrebbe dovuto essere associata a un incidente sul lavoro causato da una valanga, invece è stato confezionato per poter sguazzare nelle attuali polemiche.
Preoccupano queste  mistificazioni giornalistiche che, in questo periodo caldo, amplificano e distorcono la notizia mandandola sul binario percorso dagli attuali magistrati, pm cui risulta assai difficile rivolgerci per far capire le nostre ragioni!

22 gennaio 2014

La diga del SerrùCattivaInformazione-20081117101755

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Differenza tra responsabilità e consapevolezza

Attenzione all’uso delle parole!

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione filosofica di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male”. Ma può sembrare banale e anarchico, perché non rifuggiamo le regole ma le vogliamo declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e auto responsabilità. Quando il nostro esercitare un diritto si confonde con la volontà prepotente e infantile di far ciò che si vuole questo va a scontrarsi con le altrui libertà, mette a rischio altre persone, limita i diritti di terzi, e quindi cessa di essere un diritto, trasformandosi in abuso.

Libertà in montagna è quindi libertà di movimento ampliata dall’esercizio della responsabilità: che vuol dire preparazione, disciplina, individuazione del proprio limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione.

Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione: persino gli alpinisti di punta non dovrebbero limitare la propria libertà di scegliere per compiacere gli sponsor o per una qualsivoglia specie di sudditanza psicologica, soprattutto per la valenza di esempio di cui sono portatori. Il ruolo di tutti diventa di formazione, educazione e sensibilizzazione alla responsabilità.

La libertà è un diritto essenziale di ogni uomo, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. A regolamentare la nostra vita ci pensano già con molta efficacia e spesso con indiscutibile utilità e necessità i vari codici normativi. Individuiamo la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la padronanza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno di sfida. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di responsabilità del singolo.

Il rischio in alpinismo
Il rischio nasce dalla disparità tra uomo e montagna, come tra uomo e mare o uomo e deserti. Il rischio è elemento costitutivo dell’alpinismo e catalizzatore di libertà di scelta. Il rischio zero in montagna è una pura illusione che l’odierna società spaccia come raggiungibile. Il rischio in montagna va legato all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio è anche positivo elemento di opportunità e consente il percorso di evoluzione personale.

Dopo aver preso i dovuti accorgimenti per abbassare la soglia del pericolo, la piena comprensione del rischio aumenta la sicurezza globale. Questa comprensione del rischio può essere inquinata da una consistente “propensione” soggettiva al rischio, caratteristica di alcune persone, spesso inconsapevole e irrazionale. Propensione a volte esaltata dai media e dal mercato, confusa con la vera avventura.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta responsabile e rispettosa degli altri, nella matura accettazione che non esiste un diritto al soccorso sempre, comunque e in ogni condizione.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Stessa cosa per “auto responsabilità”. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che ho cercato di descrivere nei paragrafi precedenti; nella seconda, troviamo un significato molto minaccioso, quello della responsabilità giuridica.

Un vizio della società moderna è la ricerca obbligatoria di un responsabile per ogni cosa che accade, anche se questa è accidentale e totalmente indipendente dai comportamenti umani. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è né prevedibile né eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire o di far comminare una pena, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel mercato della sicurezza assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività.

Ecco che dunque risulta molto pericoloso l’uso della parola “responsabilità”, perché in sede di valutazione finale il giudice (interpretando la legge in modo assai restrittivo) si potrebbe aggrappare anche a questo: se uno si definisce responsabile, allora vuole dire che è responsabile anche di fronte alla legge, anche la più ingiusta, anche quella legge che in definitiva è liberticida.

Meglio dunque provare a sostituire la parola “responsabilità”, qui usata sei volte nei precedenti paragrafi, con la parola consapevolezza. Il significato non cambia e i rischi giuridici diminuiscono.

DifferenzaResponsabilitàConsapevolezza-giudice1

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Giudici vs Alpinismo

di Carlo Bonardi, giurista.
Tra la concezione/prassi tradizionale alpinistica e quella di molti giudici c’è una fondamentale diversità d’approccio, della quale gli alpinisti farebbero molto bene a preoccuparsi e verso la quale dovrebbero prendere pubblica, chiara e decisa posizione, anche dal punto di vista tecnico giuridico (sempre che non vada loro bene la prospettiva di trovarsi poi, singolarmente, nei guai).
In Italia esiste un ente (CAI) che è stato (ri)costituito per legge dello Stato (n. 91 del 1963) come ente pubblico ed ha come scopo l’alpinismo, fin dal primo articolo del suo Statuto (” Costituzione e finalità.1. Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne,specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale).
Poichè tutti sanno che l’alpinismo è di sua essenza pericoloso (non parlo nel senso di cui all’art. 2050 codice civile), ne deriva che correre questi pericoli è attività in sè lecita/di diritto e voluta dallo Stato stesso (per cui opera la magistratura).
Tant’è che una volta (tempi andati?) la Corte di Cassazione penale (Sezione II, 27 novembre 1957, Cambiaso) riteneva: “Gli infortuni verificatisi nell’esercizio di attività sportive lecite, siano esse riconosciute dal diritto, siano esse consacrate dalla  consuetudine, non sono punibili. In particolare, per quanto concerne l’attività sportiva in montagna, è la consuetudine che esclude la responsabilità solidale dei compartecipi di un’azione richiesta [n.d.r., presumo: rischiosa], in quanto – se da una parte giuoca, come fattore pscicologico comune, la cosidetta induzione reciproca – dall’altra rimangono pur sempre personali e libere la volontà e l’iniziativa del cimento”.
V’è da dire che, all’epoca, su queste cose si era impegnato Renato Chabod, e che è normale che i tempi cambino: ma dobbiamo lasciar fare, tutto?
Si potrebbe dire altro, ad esempio  sul tema ormai sempre più evocato della responsabilità legale nei confronti dei soccorritori: su ciò, un’alta volta.
Carlo Bonardi, 18-11-2013 

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