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CAI ed elicotteri

Per il mese di agosto 2016 il Comune di Ollomont, in collaborazione con le Guide di Valpelline, ha organizzato in sintonia con il CAI di Chiavari una gita in elicottero al Rifugio Franco Chiarella all’Amianthe, base per le ascensioni al Grand Combin.

Credo che iniziative di questo tipo, che impattano così profondamente sui principi etici del CAI (in barba al Nuovo Bidecalogo della stessa associazione), dovrebbero sollevare un confronto immediato tra i soci e l’associazione e non realizzarsi così alla chetichella.

Alberto Conserva (da facebook, 10 luglio 2016): “Personalmente, avendo frequentato la valle di Ollomont per tantissimi anni, avendo potuto usufruire della squisita accoglienza dei soci del CAI di Chiavari, durante l’ ascensione al Grand Combin e in molte altre circostanze, non riesco ancora a credere che la nostra associazione possa prestarsi a un’operazione promozionale dell’uso dell’elicottero in montagna. Sono profondamente sdegnato”.

La gita in elicottero in questione è chiaramente proposta nero su bianco in questo comunicato, nonché sul sito ufficiale del turismo in Valle d’Aosta http://www.lovevda.it

La manifestazione ha titolo L’anima del rifugio: Festa e musica in alta quota nell’incanto del Rifugio Amianthe, e si svolgerà il 4 e il 5 agosto 2016.

A sottolineare che evidentemente per gli organizzatori la sola alta montagna e lo splendido isolamento di questo angolo di Alpi Pennine non bastano a raccogliere partecipanti, eccoli affannarsi per dare al pubblico new attractions, per ridurre alle regola da luna park anche i più meravigliosi momenti di vita.

Viene in mente il pezzo What use? inserito nell’album Half Mute (1980) della band americana Tuxedomoon… “Give me new noise – give me new affection – strange new toys – from another world”.

Una new attraction può essere qualificato il peraltro bellissimo Concerto Divertissement de Mozart: il Kreamuze Clarinet Quartet, composto da Peter Himpe, Yanou Vanermen, Els Van Rillaer e Simon Himpe, suonerà al tramonto per i  convenuti al Rifugio Amianthe, a 2979 m.

In più la Compagnia delle Guide di Valpelline ha deciso di celebrare l’annuale festa delle guide proprio in quell’occasione che, come lo stesso comunicato stampa sottolinea, è o dovrebbe essere “un evento straordinario, una giornata di festa e di celebrazione della vita e del lavoro nei rifugi alpini”. Per il 5 agosto, in compagnia delle guide alpine, chi lo desidera può salire in vetta alla Tête Blanche 3413 m.
Altra gradita attraction sarà di certo il pranzo a base di piatti tradizionali e prodotti della cucina ligure a cura dei gestori della Sezione CAI di Chiavari.

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Peccato dunque che, “per l’eccezionalità dell’evento” siano stati organizzati voli speciali con gli elicotteri della ditta Pellissier il giorno 5 agosto “per dare a tutti l’opportunità di salire in alta quota e di gioire di un evento cosi emozionante”. Prezzi davvero popolari: per ogni passeggero 40 euro solo salita, 85 euro andata e ritorno.

La festa delle guide, organizzata in un luogo così remoto e solitario (ricordiamo che le ore di cammino sono circa quattro da Glacier, Ollomont) non doveva essere banalizzata in questo modo.

Non c’è neppure la scusa di favorire il gestore con una maggior frequentazione: infatti il rifugio è autogestito dai soci del CAI di Chiavari, che a turno provvedono al servizio nei mesi estivi, non certo quindi professionalmente.
Marco Lanata, presidente CAI Chiavari, ha scritto (su facebook): “Faccio presente che questa sezione non ha organizzato alcunché, si è resa disponibile – in qualità di gestore del rifugio – a dare adeguata assistenza logistica alla manifestazione organizzata dal Comune di Ollomont per valorizzare le “terre alte”. Con l’occasione faccio presente che questa Sezione intende collaborare attivamente con gli Enti Locali, cui compete la gestione del territorio, e/o con altri Enti o
Associazioni per migliorare l’ offerta escursionistica/alpinistica della Valle. Considerata la favorevole esperienza dello scorso anno, anticipo che anche per quest’anno è prevista al rifugio una festa con le Guide della Valpelline, cui questa sezione darà adeguata collaborazione“.
In sostanza, la sezione del CAI di Chiavari vorrebbe prendere le distanze dall’organizzazione ma sbaglia le misure, perché ben si guarda dall’ammettere che, se voli d’elicottero ci saranno, sarà anche per la sua fedele acquiescenza agli Enti locali, direi remissiva obbedienza: una risposta che ben traduce lo spirito di quel Club Alpino che nessuno dovrebbe volere.
Ci auguriamo che qualcuno riveda queste decisioni, se non altro per rispettare la volontà della maggioranza dei soci del Club Alpino Italiano, chiaramente espressa nel Nuovo Bidecalogo.

Gae Valle (da facebook, 10 luglio 2016): “Purtroppo non è un caso isolato. Le varie feste dell’alpe sono promosse e hanno successo, perché alla gente interessa provare “l’emozione” del volo e non vivere la cultura della montagna. Operatori turistici, guide, CAI e associazioni varie, sostenute dai media locali e nazionali, promuovono la cultura urbana, il divertimento dei luna park, facili e redditizie attrattive. In Valsesia, nonostante sia Parco Naturale… gli elicotteri girano e come girano!“.

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28 anni di lotta per il Bosco del Cansiglio

28 anni di lotta per il Bosco del Cansiglio
Il 15 novembre 2015 ci troveremo ancora, per la 28a volta, per ribadire che il Cansiglio va conservato intatto.

Programma:
9.30 – Raduno al parcheggio del Passo della Crosetta 1127 m sulla strada provinciale 422;
10.00 – Partenza lungo la strada e poi, prima del Ponte di Val Cappella, si prende a destra il sentiero naturalistico N, seguendo l’antico tracciato medioevale della Strada del Patriarca, verso Camp della Mussa fino all’inizio dei Bech, dove si intercetta l’Anello del Pian Cansiglio e si tiene la destra (sentiero segnato con le lettere M, N, O), verso il Pian de le Code. Si passa per il Bus de la Lum e si scende alla strada sterrata di Val Palazzo, prendendo a destra. Dopo un centinaio di metri si svolta a sinistra seguendo l’indicazione Anello del Pian Cansiglio, fino alla strada sterrata dell’Archetton. Si gira a sinistra (area picnic) e si prosegue su strada asfaltata fino alla strada sp 422 (campo da golf, monumento ai partigiani);
12.00 – Arrivo e raduno presso l’area della ex base Nato ed ex caserma Bianchin (dietro rifugio S. Osvaldo), ora bonificata e restituita all’uso civile (prati e parcheggi).

Interventi delle associazioni

14.30 – Inizio del ritorno, seguendo la sp 422 fino al ristorante Capanna Genziana. Subito dopo si prende a sinistra l’indicazione Anello del Pian Cansiglio (sentiero M, N, O) verso Lama dei Negadi e i Bech, riprendendo il sentiero dell’andata e ritornando, dopo breve salita, nei pressi del Ponte di Val Cappella e nuovamente sulla strada asfaltata, ritornando alla Crosetta, punto di partenza.

Chi volesse prolungare il percorso del ritorno, può continuare lungo il sentiero dopo i Bech (Anello del Pian Cansiglio), fino a trovare sulla destra l’indicazione del sentiero O che sale in mezzo al bosco fino ad incontrare la strada forestale che dalla Crosetta porta alla Candaglia. Arrivati sulla strada forestale si tiene a destra fino ad arrivare alla Crosetta. Tale percorso prolunga il ritorno di circa un’ora.

Alla partenza al Passo della Crosetta verrà fornita una fotocopia con la traccia dei percorsi

Per informazioni:
Ecoistituto del Veneto Alex Langer, da lunedì a venerdì dalle 17 alle 18 – tel. 041-935666; [email protected]
Toio de Savorgnani: cell. 346.6139393

 

Una lotta iniziata nel 1988
Casera Palantina: una vecchia malga semidiroccata tra il margine superiore della Foresta del Cansiglio verso l’Alpago e le cime del gruppo del Cavallo, fino al 1988 nota solo agli abitanti del posto e agli escursionisti e poi, a causa della lotta, conosciuta in tutto il Veneto e Friuli.

Il 12 novembre 1989, al secondo raduno di alpinisti e ambientalisti contro la distruzione della foresta, contro gli impianti di risalita e per il Parco, c’erano 1.300 persone, nella seconda edizione 2.500 e nella terza, 10 novembre 1991, 3.400.

Dunque un continuo aumento, e non indifferente, di presenti e una considerazione da fare. Dietro a due o tremila persone disposte al disagio-piacere di una salita in montagna in novembre che hanno dimostrato, magari senza essere abituali frequentatori della montagna, di essere disponibili alla levataccia domenicale e ad affrontare il freddo e la camminata, esiste un pubblico estremamente più numeroso, anche se più pigro, che però segue con estrema attenzione quello che sta succedendo in Cansiglio.

La Foresta del Cansiglio è una specie di miracolo storico. Nel 923 l’imperatore Berengario donava la Foresta al vescovo e conte di Belluno, questo significa che già prima dell’anno 1000 era di proprietà. L’analisi di quel vecchio documento di donazione ci fa capire che i confini della Foresta non erano tanto diversi da quelli attuali.

Nel corso dei secoli successivi la Foresta divenne dapprima controllata (inizio XIV secolo) e poi proprietà vera e propria (nel 1548) della serenissima repubblica di Venezia per la quale i faggi del “gran Boscho da reme” erano una risorsa strategica: per secoli la maggior parte dei remi delle galee veneziane furono ricavati dai faggi del Cansiglio.

Dopo la fine della repubblica (1797) il Cansiglio passò a Napoleone, all’impero absburgico e infine al regno e poi alla repubblica italiana.

Nella Foresta del Cansiglio. Foto: Marco Milani
Bosco del Cansiglio

10 novembre 1991
Alla faccia di meteorologi e specialisti vari che ogni anno in questo periodo si affannano a dimostrarci che l’estate di san Martino è un evento statisticamente inattendi­bile, anche quell’anno e per la quarta volta il tempo era splendi­do… Tra i partecipanti anche alpinisti famosi, come Kurt Diemberger, Fausto De Stefani e Giuliano De Marchi che, non potendo camminare a causa di un recente congela­mento ai piedi salendo l’Everest, è venuto in mountain bike.

Ricordo che era presente anche uno sparuto gruppo che si è presentato come «comitato anti-parco» e che ci ha invitato ad andarcene poiché eravamo in… proprietà privata!

Anche loro erano «verdi», anche se in modo un po’ diverso da noi. Infatti portavano tutti la tuta mimetica da cacciatori e il distintivo «caccia-pesca-ambiente», per dissentire apertamente contro l’istituzione del Parco del Cansiglio, e dare più eterogeneità alle persone che si associano ai super-diretti interessati, cioè agli speculatori edilizi e politici coinvolti.

In quell’occasione quei signori, non avendo dalla loro parte nessun argomento valido per sostenere le proprie tesi e non possedendo alcuna idea se non quella di avere più diritti degli altri di farsi gli affaracci propri con la scusa di essere a casa loro, furono capaci soltanto di ricorrere a intimazioni, minacce e atti di violenza. Sarebbe infatti interessante sondare in quegli ambienti per scoprire chi sfasciò le auto due anni prima, chi tagliò le gomme agli escursionisti appena sopra Colindes (e sempre due o tre gomme per auto…).

I cacciatori crearono dunque per l’occasione il «comitato anti-parco» e giunsero, al colmo dell’eccitazione alcolica, a minacciare di morte alcuni degli organizzatori della manifestazione affermando, davanti a testimoni: «… hanno fatto bene a sfasciarvi le macchine («hanno» chi?), hanno fatto benissimo a tagliarvi le gomme, e visto che voi continuate a venire quassù a casa nostra a mo’ di invasione barbarica (sic) basta farne fuori un paio di voi e non tornerete più…». Qualcuno si era anche abbandonato a citazioni storiche affermando che durante la seconda guerra mondiale l’Alpago era un’isola felice, che i civilissimi militi tedeschi erano amici delle popolazioni locali e davano loro cibo e lavoro, mentre poi sono arrivati i banditi partigiani dalla pianura che hanno rovinato l’idillio e sono iniziati rastrellamenti, esecuzioni, deportazioni, incendi di interi villaggi. Allo stesso modo al giorno d’oggi i «barbari» verdi provenienti dalla pianura impediscono all’Alpago di percorrere la via dello sviluppo e ottenere progresso e ricchezza attraverso lo sci da discesa e il turismo di massa.

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2002-2013
E ricordo anche la manifestazione del 2002, anno internazionale delle montagne e del turismo sostenibile. Alpinisti e ambientalisti, ormai al XV incontro, si sono ritrovati ancora a Casera Palantina per ribadire, semmai fosse ancora necessario, che la Foresta del Cansiglio va tutelata in modo rigoroso, istituendo una o più Aree Protette. Perché ancora si parla di collegamento sciistico o almeno stradale con Piancavallo, come passaggio obbligato per far «decollare» l’area, anche se gli ultimi inverni sono stati quasi del tutto privi di neve.

All’11 novembre 2012, sia Tambre in Veneto che Aviano in Friuli continuano a chiedere l’impianto di collegamento con l’Alpago e il comune di Tambre ha pronto un nuovo progetto di impianto di risalita da Colindes a Forcella Palantina del probabile costo di 20 milioni di euro. Nella 25a edizione i convenuti dicono chiaramente che quell’impianto non si può fare (in Veneto) e quindi nemmeno finanziare (da parte della regione Friuli-Promotur).

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9 novembre 2014
E’ ormai il 27° incontro, perché il rischio è sempre lo stesso: lo smembramento, per motivi di “bassa cucina” politica, di un patrimonio costruito in oltre 1000 anni di storia. Patrimonio storico-culturale che è diventato anche e soprattutto patrimonio naturalistico, riconosciuto anche dall’Europa, infatti tutta l’area è sia SIC che ZPS.

Noi non crediamo che la Foresta del Cansiglio e le cime che la sovrastano siano «proprietà» di chi vi abita e le devastazioni già prodotte nelle altre zone, sia di pianura che di montagna, non sono certo una scusa per permettere nuovi scempi anche in questa antica foresta rimasta protetta per più di un millennio. Noi crediamo che il Cansiglio sia patrimonio di tutti e che gli abitanti dell’Alpago abbiano sicuramente il diritto a una vita dignitosa, ma non quello di distruggere la foresta.

Negli anni ‘70 si parlava di farne un parco nazionale, poi un poi un parco regionale, poi almeno una riserva naturale regionale. Ora il rischio è che tutto questo venga perso per rivendicazioni locali e appetiti di imprenditori più o meno locali.

Nonostante la pioggia, circa 150 persone hanno ribadito coralmente il messaggio “siamo tutti sindaci del Cansiglio”: buona parte dei partecipanti portava a tracolla una fascia simile a quella dei sindaci, per ribadire l’idea che questa Foresta è un bene comune, un patrimonio di tutta la comunità sia veneta che friulana, sia naturalistico che anche storico.

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La regione Veneto ha istituito un tavolo di concertazione con i sindaci dei comuni che gravitano sul Cansiglio per discutere azioni comuni; l’iniziativa è di per sé positiva ma non si capisce perché da questo tavolo siano escluse le associazioni ambientaliste, visto che sono portatrici di interessi diffusi e rappresentano due comunità regionali di 7 milioni di abitanti, non piccoli comuni di poche migliaia di persone. Le associazioni ambientaliste presenti (CAI, Legambiente, WWF, Lipu, Mountain Wilderness, LAC) chiedono di poter essere presenti al tavolo di concertazione, assieme ai sindaci, non ci possono né ci devono escludere, ecco il motivo della fascia tricolore sulle spalle di molti partecipanti.

Si è inoltre ripetuta l’incompatibilità di qualsiasi collegamento tra Colindes e Pian Cavallo con impianti per lo sci da discesa, anche di piccole dimensioni. A questo proposito si è inoltre espressa una forte perplessità per alcuni nuovi interventi: a Pian Cavallo si sono spesi altri 700.000 € per un nuovo bacino d’acqua, appena realizzato, per la neve artificiale, al Comunità Pedemontana del Friuli sta proponendo una pista ciclabile per collegare l’Alpago con Pian Cavallo attraverso Forcella Palantina, idea cui opporsi con decisione poiché già esistono strade forestali per mountain bike (Cansiglio, Candaglia, dorsale), ed inoltre un no deciso è stato dato al progetto dei comuni di Budoia ed Aviano di asfaltare, anche se a stralci, tutta la dorsale dal Gaiardin al Pian Cavallo, quest’ultima una strada forestale in sterrato che dovrebbe restare chiusa, invece è percorribile e che l’asfaltatura renderebbe molto più facile da percorrere: la dorsale è una zona estremamente delicata, molto importante per la fauna, vi sono stati segnalati parecchi transiti di orso e, anche se la notizia non è stata ancora confermata ufficialmente, sarebbero già stati sentiti e visti dei lupi.

Altro tema trattato durante l’incontro è stato quello della vendita dei beni demaniali, infatti la regione Veneto aveva più volte espresso l’intenzione di porre in vendita ad esempio il campo da golf, l’hotel San Marco e altro in Cansiglio. Da poco la regione ha comunicato di aver stralciato dall’elenco dei beni vendibili queste parti di Cansiglio, ma lasciando aperta la porta alla possibilità di cedere il San Marco. Le associazioni presenti hanno ribadito che il San Marco non va demolito ma recuperato, possibilmente per il turismo famigliare e naturalistico (educazione ambientale) in Cansiglio non serve un hotel di superlusso, riservato a turisti molto facoltosi e finalizzato solo a far cassa, ma può essere una struttura importante per far conoscere i valori naturalistici della Foresta. Si è inoltre ricordato che ormai da anni le associazioni ambientaliste chiedono che il Cansiglio diventi una Riserva Naturale Regionale e che si percorra l’iter per il riconoscimento UNESCO quale Patrimonio dell’Umanità-riserva della biosfera.

In ogni caso non tutto l’Alpago crede nello sviluppo attraverso lo sci da discesa e anche oggi, cacciatori a parte e per i loro specifici interessi, solo uno sparuto gruppo di amministratori continua a sostenere quei progetti fuori moda e fuori tempo.

Bisogna perciò impedire che questi «ultimi giapponesi che continuano a combattere a guerra finita» producano dei danni che resteranno nel futuro a testimonianza della loro incapacità di capire i segni dei tempi. Il Cansiglio deve diventare un Parco, un parco vero, non dato totalmente in gestione agli Enti Locali altrimenti ci troveremo con un parco che permetterà impianti di risalita ed anche una caccia con pochi limiti.

Se la Foresta del Cansiglio è oggi ancora intatta lo dobbiamo all’impegno degli ambientalisti e al WWF che ha fornito per molti anni il sostegno economico e logistico per le azioni legali che hanno permesso il blocco dei progetti degli impianti di risalita per lo sci tra il Pian Cavallo e Colindes.

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Gli altri pericoli
Ma la Foresta del Cansiglio non è l’unico esempio di minaccia alla montagna bellunese. Progetti di carattere generale sono in agguato o in corso di realizzazione, dalle strade silvo-pastorali ai nuovi tralicci (dai 15 ai 35 metri) per la telefonia mobile, dalle nuove discariche di rifiuti solidi urbani accanto ai corsi d’acqua all’eccessivo prelievo idrico (energia idroelettrica, innevamento artificiale), alla realizzazione di nuove cave, a nuove lottizzazioni residenziali ed artigianali. Se aggiungiamo l’ampliamento della rete viaria (tangenziali, svincoli), la realizzazione di campeggi con roulotte stabilmente presenti, il quadro si fa ancora più preoccupante, assieme alle deleterie iniziative dei rally nella Foresta Demaniale di Somadida o ai motoscafi da corsa nel Lago di Auronzo o all’allargamento del posteggio del rifugio Auronzo. E possiamo aggiungere l’illuminazione notturna di alcune piste e l’eliski in espansione.

Ma è sugli impianti di risalita che la fantasia si scatena di più: funivia Vodo di Cadore – Monte Rite; collegamenti sciistici Rifugio Fedare – Forcella Gallina – Passo Falzàrego; Passo Giau – Settsass – Sella Ronda; San Vito di Cadore – Rocchette – Selva di Cadore; Lago di Misurina – Col de Varda – Val Marzon; Falcade – Passo S. Pellegrino – Forca Rossa – Malga Ciapela. E, come se non bastasse, per la Marmolada è sempre viva l’ipotesi di collegamento tra gli impianti di Seràuta e Punta Rocca con quelli del Pian dei Fiacconi; e su Cortina d’Ampezzo grava la costruzione dell’aeroporto.

Per ulteriore approfondimento:
Per una vita migliore in montagna di Antonio Zambon
Perché torniamo in Pian Cansiglio di Toio de Savorgnani e Michele Boato

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Le ragioni del “No eliski” non sono quelle della sicurezza

Le ragioni de No eliski non sono quelle della sicurezza
Le fotografie sono di Jacob Balzani Lööv

Il 29 marzo 2015, come programmato, si è svolto in val Vannino il raduno NO eliski in Val Formazza – né altrove sulle Alpi.
Erano presenti 59 persone persone che, presa la seggiovia da Valdo, hanno poi proseguito con gli sci e le ciaspole, per tutta la val Vannino fino al rifugio Margaroli. Qui, dopo le foto, è stato firmato da tutti i partecipanti il libro del rifugio, a testimonianza di un passaggio silenzioso e rispettoso verso la montagna e tutti i suoi ospiti. Hanno aderito, tra i tanti, le Guide Alpine Alberto Paleari e Marco Tosi (quest’ultimo assente per via di una gara di scialpinismo), Mountain Wilderness Italia e Svizzera e le sezioni CAI Est Monterosa (ad eccezione di Macugnaga e Formazza).

L’eli-divertimento e l’eli-abuso sono condannabili ovunque li si pratichi”. Lo ribadisce ora Carlo Alberto Pinelli, presidente di Mountain Wilderness, in una lettera aperta al ministro dell’Ambiente e a quello di Trasporti. Questa lettera è l’ennesima denuncia della mancanza di una vera regolamentazione a livello nazionale sull’eliski. Nel 1988, l’allora presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano (TAM) del CAI, Bruno Corna, protestava contro la colonizzazione motorizzata delle montagne italiane. Subito dopo ci furono le manifestazioni di Mountain Wilderness, in Valgrisenche e altrove. Trento e Bolzano, già dal 1996, hanno vietato questa pratica sulle loro montagne; la Valle d’Aosta ha regolamentato; in Francia l’eliski è vietato senza eccezioni.

Salita al Clogstafel
Formazza2-Val Vannino
Dal lontano 1988 siamo ancora in attesa di una legge dello Stato. Contro ad essa ci sono ovviamente gli interessi economici, ma anche opinioni. Una per tutte, quella di Guido Azzalea, presidente delle guide valdostane: “D’estate un elicottero – ironizza – vola regolarmente dentro un parco nazionale per portare su e giù viveri e immondizia dai rifugi: un animale non vede la differenza tra questo e un elicottero che fa eliski o anche soccorso (intervista di Montagna.TV)”. Appunto: d’estate! Non d’inverno o di prima primavera quando gli animali sono stremati dal lungo periodo di neve e freddo, senza pascolo.

Alberto Paleari guida il gruppo con la bandiera di Mountain Wilderness, 29 marzo 2015
Momenti della marcia contro l'Eliski in Val Vannino.

La manifestazione in Val Vannino è stata del tutto pacifica, senza alcun tipo d’incidente verbale con gli oppositori. Qualcuno ha proseguito fino al Lago Sruer, o anche fino al Passo di Nefelgiù. E’ da sottolineare l’affiatamento dei partecipanti, l’entusiasmo di scialpinisti e ciaspolatori in rappresentanza di parecchi CAI piemontesi e lombardi. Da segnalare anche la presenza del delegato piemontese di Mountain Wolderness, Toni Farina, da lungo tempo sulla breccia delle lotte ambientaliste.

Eppure i segni di possibili polemiche c’erano già dai giorni precedenti. La Repubblica di Torino titolava (27 marzo), sull’onda emotiva del grave incidente di eliski a Cesana che ha visto la morte di due sciatori Mathieu Ricchi e la guida alpina Luca Prochet: “Dopo l’incidente di Cesana arriva in Regione la grana dell’eliski”.

Salita in Val Vannino, 29 marzo 2015
Formazza2-Val VanninoL’articolo denuncia che, data l’assenza di regolamentazione, “soprattutto sulle vette di confine regna l’anarchia. E le società francesi, cui in patria l’attività è severamente vietata, offrono i loro servizi per depositare sciatori sui versanti piemontesi”.

Veniamo a sapere che l’assessore regionale all’Ambiente Alberto Valmaggia prende tempo e promette che la Regione si occuperà del problema. Ma già a gennaio c’era stata la lettera aperta a Chiamparino (vedi nostro post), con annessa raccolta di firme, dell’avvocato torinese Matteo Guadagnini che chiedeva proprio a Chiamparino un intervento sul tema. L’articolo concludeva con la frase “L’incidente di ieri versa altra benzina su un tema già infuocato”.

Sempre La Repubblica di Torino, il giorno dopo 28 marzo, accentuava i toni emotivi sulla questione con il titolo “Val Thuras, il contratto shock dell’eliski: “Accetto tutti i rischi compresa la morte“.

Oltre ai particolari della dinamica dell’incidente, veniamo a sapere (a firma di Federica Cravero) dell’apertura d’inchiesta per omicidio colposo del pm Raffaele Guariniello, ma anche di particolari come la liberatoria firmata prima del volo.

Salita in Val Vannino, 29 marzo 2015
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Perché stiamo riferendo di questi articoli? Perché riteniamo che siano assai pericolosi per la causa dell’abolizione dell’eliski. Nessuno dei partecipanti alla manifestazione del 29 marzo approvava che si facesse confusione in questo modo. “No agli avvoltoi”, diceva Alberto Paleari.

Mai e poi mai si vorrebbe che la regolamentazione dell’eliski o il divieto di pratica venissero ottenuti con lo spettro della sicurezza, per questioni cioè che si scontrerebbero immediatamente con la libertà di andare in montagna. Voglio far notare che secondo questa logica, se è pericoloso l’eliski oggi allora domani lo sarà tutto il fuoripista.

Nella lettera di Carlo Alberto Pinelli prima citata c’è un passaggio pericolosissimo: “Eppure una lunga serie d’incidenti” – osserva Pinelli – avrebbe dovuto indurre il legislatore a prendere in considerazione interventi urgenti. Tali incidenti si sono intensificati durante la corrente stagione, come puntualmente i media hanno riportato. Anche qualora non si reputasse opportuno quel divieto generalizzato che noi continuiamo ad auspicare, non è più procrastinabile una rigorosa regolamentazione del settore, orientata in primo luogo verso la sicurezza, ma anche verso il rispetto dell’ambiente”.

In effetti la stagione 2014-2015 è stata segnata da tragedie eliski come quella di Valgrisenche, oppure di Livigno, oppure ancora come quella di Cesana Torinese. Disgrazie sulle quali occorre sempre meditare.

Ma, a nostro parere, guai se si arrivasse a regolamentazione o divieto solo sull’onda di queste tragedie, con l’obiettivo di evitarne altre. Sarebbe la più grave sconfitta che gli oppositori dell’eliski potrebbero subire. Non si può difendere l’ambiente con l’abdicazione alla libertà. Sempre nella logica per cui la responsabilità dovrebbe sempre averla vinta sul divieto per questioni di sicurezza. Il divieto è per i bambini, non per gli adulti responsabili. Anche se la strada è assai lunga…

Alcuni dei partecipanti alla dimostrazioni

“I love eliski”
di Alberto Paleari
La manifestazione contro l’eliski in Val Formazza di domenica 29 marzo si è svolta in un modo tranquillo e civile, senza polemiche, senza incidenti e senza neanche un discorso ufficiale: tutti sapevano perché erano lì e non c’era bisogno di parlarsi addosso. 59 partecipanti hanno firmato il libro del rifugio Margaroli per testimoniare le loro convinzioni, altri se ne sono dimenticati e hanno continuato a salire verso i passi del Lebendun e del Nefelgiù. Erano rappresentate quasi tutte le sezioni del CAI della provincia e molte del varesotto e del milanese, oltre che alle sezioni italiana e svizzera di Mountain Wilderness.

Mi è stato chiesto di spiegare le nostre ragioni di oppositori all’eliski, così come i sindaci di Macugnaga e Formazza hanno spiegato le loro la settimana scorsa; penso però che al posto di tanti discorsi bastino due fotografie.

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Alla partenza della seggiovia del Sagersboden abbiamo trovato lo striscione messo dai sostenitori dell’eliski (I love eliski) che c’è nella prima fotografia;

Foto di gruppo sopra al rifugio Margaroli.
invece nella seconda fotografia (no eliski), scattata nei pressi del rifugio Margaroli, ci sono gli striscioni dalle persone contrarie.

I sostenitori dell’eliski non si sono accorti di aver messo il loro striscione dietro ai bidoni della spazzatura. Probabilmente i bidoni non li hanno nemmeno visti.

I sostenitori del “no eliski” si sono fatti fotografare in un bel posto con lo sfondo grandioso delle montagne innevate della Scatta Minoia.

Nelle due fotografie sono rappresentate due sensibilità diverse, due concezioni del mondo diverse, due progetti di mondo diversi, due futuri diversi. Quale dei due futuri preferite per le nostre montagne?

Un po’ di rassegna stampa:
La Repubblica, Torino, 30 marzo 2015:
http://torino.repubblica.it/cronaca/2015/03/30/foto/in_formazza_contro_l_eliski_sulle_montagne_piemontesi-110829139/1/#1

La Stampa, 31 marzo 2015
Formazza, in sessanta al raduno contro l’eliski

Siti vari:

 

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No eliski in Val Formazza (né altrove nelle Alpi)

NO eliski in Val Formazza (né altrove sulle Alpi)

I liberi pensatori e scivolatori s’incontreranno in Val Formazza il prossimo 29 marzo 2015 per un libero raduno rivolto a tutti gli appassionati frequentatori di questi luoghi contrari alla diffusione dell’eliski: CAI, guide alpine, scialpinisti ed escursionisti. Una festa più che una protesta, senza troppe sigle e senza tanti distinguo.
Numerose strade e impianti esistenti già costituiscono uno splendido aiuto per portarsi in quota, oltre usiamo solo l’energia dei nostri muscoli. Saliamo a piedi, con gli sci, le ciaspole e con la slitta perché fa bene a noi e alla montagna. “Senza colpevolizzare nessuno, senza ergersi a giudici ma testimoniando che siamo tutti responsabili delle nostre azioni e di quello che lasceremo in dote a chi verrà dopo, stimolando, se possibile, la riflessione di ognuno (Michele Comi)”. Passate parola!

La giornata è stata programmata per il 29 marzo 2015 d’intesa con 15 delle 17 sezioni CAI Est Monterosa e con le Guide Alpine Alberto Paleari e Marco Tosi, per mostrare il volto di una montagna autentica, che non si presta a divenire un parco divertimenti per pochi ma si conferma ancor di più rifugio delicato e prezioso per tanti, residenti e ospiti attenti.
L’evento si rivolge agli scialpinisti e agli escursionisti con racchette da neve.

Mountain Wilderness Italia e Mountain Wilderness Svizzera, in prima linea da quasi trent’anni a difesa dell’ambiente dell’alta montagna dalla prepotenza degli elicotteri usati a scopo di divertimento, aderiscono alla manifestazione del 29 marzo in Val Formazza portando il loro sostegno agli organizzatori e ringraziando le guide alpine che condividono le motivazioni di questa lunga e storica lotta.

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Programma

Ore 8.00, ritrovo a Valdo di Formazza alla partenza della seggiovia del Sagersboden.
Valdo – Risalita con la seggiovia – strada della Val Vannino – diga del Vannino – lago Sruer – passo Lebendun o del Vannino. Chi non volesse prendere la seggiovia, può salire da Canza per la vecchia mulattiera Walser fino all’arrivo della seggiovia.
Discesa e ritrovo al rifugio Myriam per foto, firma manifesto e saluti.
Possibilità di pernottamento la sera precedente presso ol rifugio Myriam su prenotazione, tel 0324/63154.

NOTA: l’adesione è volontaria e ogni partecipante, autonomamente e responsabilmente, provvede ad attivare ogni azione di auto protezione per la gestione del rischio connesso alla pratica sci-alpinistica e del fuoripista (ARTVA, pala, sonda e… testa!). E se il meteo è brutto? Non rinunciamo, ma ci fermiamo e ristoriamo al rifugio.

Per la logistica: Nicola Pech 339-6989121

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Another ruined paradise
di Jacob Balzani Lööv

“Vieni Mike, saliamo con gli sci di notte che domani ci svegliamo in un piccolo paradiso”. Mike è un mio amico irlandese che vive in Svizzera e gli avevo promesso un posto che tutti gli scialpinisti ritengono speciale, la val Formazza. Citerò solo uno tra questi affezionati, Mario Rigoni Stern che nel 1938, durante la Scuola Militare di Alpinismo, scrisse: “… nell’assoluta solitudine, sotto un cielo profondo, mi sembrava che le stelle emettessero un suono. Ogni tanto mi fermavo ad ascoltare e il mio pensiero si perdeva”.

Sticazzi.

Peccato che in questo lasso di tempo siano stati inventati gli elicotteri e la Val Formazza sia ora venduta come “il nostro incredibile paradiso eliski, virtualmente inviolato, conosciuto per essere il Canada delle Alpi.” Già avevo sentito delle voci su questo eliski in Val Formazza ma non ci avevo prestato troppa attenzione. Portare la gente a sciare con l’elicottero non si intonava nei miei pensieri né con la wilderness per cui è nota la valle, né col formaggio Bettelmatt del presidio Slow Food. Sarà un fenomeno transitorio, mi sono detto. Finché un giorno non mi capitò di provarlo sulla mia pelle (e su quella di un amico venuto apposta, scusa Mike se ti ho portato in un brutto posto).

La Nord del Clogstafel ormai una pista da sci
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La giornata era splendida e appena il tempo di uscire dal rifugio Miryam iniziare a risalire lentamente la nord del Clogstafel, sprofondando in un metro di neve fresca, l’elicottero ha iniziato a far rumorosamente su e giù per la valle, andando prima verso l’Árbola, osservandoci salire ad ogni passaggio e poi addirittura sorvolando l’imponente cornice appiccicata lassù, sopra di noi, sulla cresta del Clogstafel.
La cornice ha tenuto… se no non sarei qua a scrivere ma, a duecento metri dal colle, abbiamo deciso di scendere: un po’ per le condizioni (tanta neve su possibili placche ventate dei giorni prima) ma soprattutto per la paura che l’elicottero scaricasse degli sciatori sopra di noi (perché un conto è giudicare la sicurezza del percorso dal basso e con la propria esperienza e un conto è avere un gruppo di gente, con o senza guida, che ti scia sopra la testa).

Appena il tempo di raggiungere la base del pendio e tutti gli elisciatori hanno iniziato a scendere ricalcando le nostre tracce. Ora, io in Val Formazza non ho più nessuna voglia di tornarci perché non ho nessuna voglia di andare in luoghi che ripropongono i rumori della città e l’affollamento delle piste di sci. Anche se ci sono molte ragioni, morali ed etiche, per cui gli elicotteri non dovrebbero volare a scopo ricreativo su zone che andrebbero protette per la loro bellezza, magari chi ha permesso e voluto l’eliski potrebbe iniziare a porsi una domanda: “Accettando l’eliski non rischiamo, a medio termine, di perdere molti più soldi?”

Parlando la lingua del denaro, forse l’unico linguaggio condiviso del nostro tempo, ho come l’impressione che il vantaggio dei guadagni provenienti dell’eliski sia destinato a pochi e che a causa di questi la gente che veniva in Val Formazza per sentire il “rumore delle stelle”, con gli sci, le ciaspole o semplicemente a piedi, sarà sempre meno. A questo punto, per assurdo, tanto vale puntare tutto sull’eliski e incidere anche l’elicottero sulla crosta del Bettelmatt. Val Formazza patria dell’eliski, addio.

Una proposta per il nuovo logo del formaggio Bettelmatt
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E allora, la reazione.

Innanzitutto come è nata l’idea. Avendo partecipato al raduno della Valmalenco del 1° febbraio 2015, organizzato da Michele Comi e Giuseppe Popi Miotti, in quell’occasione, parlando con Michele, è nata l’idea di replicare la formula in altre valli. La manifestazione della Valmalenco ha avuto un grande successo, soprattutto mediatico. Qui è la rassegna stampa.

Io lavoro a Milano ma sono cresciuto a Stresa e le montagne che più conosco e più frequento sono quelle dell’Ossola. Come non iniziare quindi dalla Val Formazza che, ahimè, ha un enorme potenziale per l’eliski che comincia a dare i suoi frutti amari?

Per avere un appoggio autorevole ho pensato di coinvolgere da subito Alberto Paleari e Marco Tosi, due guide alpine che già dal 2012 avevano manifestato apertamente la loro critica all’eliski. Entrambi hanno aderito da subito con grande interesse.

Le sezioni del CAI Est Monterosa sono venute dopo, con alcuni distinguo: Macugnaga e Formazza si sono rifiutate di appoggiare l’iniziativa. Su 17 sezioni, hanno aderito in 15, benché il bidecalogo del CAI parli molto chiaro. Evidentemente al CAI non esiste il vincolo di mandato…

La mia personale critica, per quanto poco possa valere, all’eliski non è certo di tipo moralista. E’ disinteressata, liberale, estetica. E’ una questione di eleganza, di stile. Andare in montagna con l’elicottero è come andare al matrimonio della regina in ciabatte.

Qui, per chi vuole, sono dei link al riguardo dell’eliski in Val Formazza, prossima terra di conquista per gli elisciatori:
– il sito svizzero Heli-guides.com (in inglese) promuove settimane nei “luoghi virtualmente inviolati” della Val Formazza;
– l’italianissimo heliski-valformazza.com definisce la Val Formazza, il “nostro incredibile paradiso eliski” e anche “il Canada delle Alpi”. Poi spara: “Nell´area della Formazza abbiamo la possibilità di decidere volta per volta i nostri atterraggi di partenza all’interno della zona di volo prescelta, prerogativa di poche altre aree. Questo ci offre alta flessibilità e terreni unici con una varietà di discese che stupirebbe anche il più esigente eli-skier”. Prosegue vantandosi ancora che nei 120 kmq di terreno “grazie alla possibilità di atterrare liberamente all’interno della zona, possiamo scegliere il terreno e la qualità della neve che più vi soddisferà”;
– il documento di riflessione del 2012 No eliski nel futuro della montagna che vedeva tra i firmatari Alberto Paleari;
– la (ridicola) Valutazione-di-incidenza-positiva-per-eliski sul comune di Macugnaga che per vicinanza geografica ha esteso il virus alla Formazza.

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Alpe Arcoglio: Basta elicotteri usati come skilift

La sessantina di persone che, favorite dal tempo magnifico, il 1 febbraio 2015 si sono date convegno al rifugio Cometti, per poi raggiungere chi solo l’Alpe Arcoglio chi la vetta del Sasso Bianco, avevano un bell’obiettivo in comune: esprimere sommessamente ma con grande chiarezza che l’eliski fa male alla montagna. E’ stata un’occasione non per contarsi ma per fare qualcosa di concreto, in un’atmosfera però di gioia e di felicità d’esserci. La guida alpina Michele Comi, promotore dell’iniziativa, lo sottolinea con enfasi. Di certo è stato così per il “decano” della comitiva, Dario Mura, 72 anni suonati, che non ha mancato di raggiungere la vetta (1600 m di dislivello), come pure l’altra guida alpina presente, Enrico Moroni; e di certo è stato così anche per la dimissionaria guida Giuseppe Popi Miotti. Questi, per rimarcare il carattere di festa, il pomeriggio del sabato si era caricato sulle spalle una Magnum di Sfurzat, che poi è stata interamente bevuta nella serata al rifugio Cometti, in compagnia della decina di partecipanti presenti, a questo punto ancora più allegri.

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La questione eliski affonda le radici assai indietro nel tempo. E’ della primavera del 1989 la prima manifestazione al Rutor (Valgrisenche, in provincia di Aosta), organizzata da un’assai combattiva Mountain Wilderness. Come si può vedere siamo già a 26 anni: la guerra si sta avviando verso i Trent’anni… e speriamo solo che non debba essere invece la guerra dei Cent’anni! Personalmente ritengo la guerra per l’eliski quella, tra le guerre in atto, che possiamo anche “perdere” con maggiore dignità. Perciò, nella convinzione che qualche chance di vincere l’abbiamo, non possiamo mollare per nulla, neppure di fronte alla noia del lettore. Che se vuole può saltare a piè pari o leggere altri post e blog. Mountain Wilderness non ha mai mollato. Noi fortunatamente abbiamo ancora questa energia e non siamo per nulla a caccia di click, perciò ci riteniamo liberi di scrivere anche cose che per alcuni “cominciano a diventare noiose”.

La figura della guida alpina è implicata in questa rovente questione, c’è dentro fino al collo. Molto di un remotamente possibile successo dipende dalle guide alpine. Il ferro va battuto anche quando è freddo, fino allo sfinimento.
Siamo stati accusati di “demonizzare” i colleghi guide alpine che invece esercitano l’eliski. Una cosa so con certezza, per i miei studi e per la mia formazione. Associare una qualunque attività umana al demonio (come per esempio fanno gli estremisti islamici con l’Occidente, o come facevano gli inquisitori cattolici con gli “eretici” veri o inventati che fossero) porta soltanto a dare più forza all’attività stessa. Più ci sforziamo di reprimere i nostri più bassi istinti più diamo loro una forza e un’energia di fronte alle quali ci si può solo ritirare sgomenti, come di fronte a mostri.
Più riteniamo un’attività che non ci piace indegna dell’essere umano, più le diamo autorità.

E dunque, tornando alle guide alpine e all’eliski, sono ben lungi dall’idea che, “demonizzandole”, potrei ottenere qualche effetto.
Le guide alpine che accompagnano i clienti in elicottero per me non sono demoni, sono solo individui che non la pensano come me e che io vorrei convincere a cambiare idea. Mi sto sforzando di far riconoscere loro il ruolo risolutore in questa vicenda che loro malgrado hanno. Il ruolo risolutore non è dell’Amministrazione comunale, né provinciale, regionale o statale. E ovviamente non è neppure delle compagnie di elicotteri, né dei gaudenti russi, tedeschi o italici definiti “clienti”. Se non ci fossero guide pro-eliski il problema sarebbe risolto. E anche un CAI più assertivo aiuterebbe.

Gli interventi apparsi su questo blog non sono “demonizzanti”, al massimo lo è stato qualche commento. Gli interventi apparsi qui (e, credetemi, anche quelli che appariranno) sono solo opinioni espresse con forza, sono inviti alla riflessione, a volte esempi da seguire, stimoli a una categoria perché cresca, cresca finalmente nella serenità di scelte condivise il più possibile.

Alpe Arcoglio, 1 febbraio 2015Arcoglio3-10925487_10204763592362718_560464059370367505_o


Basta elicotteri usati come skilift

di Luigi Bolognini (La Repubblica, 2 febbraio 2015)
Qui potete leggere il documento in pdf dell’articolo apparso su La Repubblica:

TORRE SANTA MARIA (SONDRIO)- Con ciaspole e pelli di foca par battere l’elicottero. È la protesta andata in scena ieri in provincia di Sondrio contro l’eliski, pratica che abbina lo sci su percorsi non battuti e l’uso dell’elicottero come skilift. Già il fuoripista può provocare valanghe, chiaro che la situazione si complica se lo si fa con un apparecchio che sposta masse d’aria e quindi di neve fresca, inquina zone incontaminate, terrorizza a morte gli animali in letargo e rende più spericolati anche sciatori poco esperti.

Però questo importa poco a chi Io pratica: il costo non è basso (si parte dai 250 euro a persona, poi dipende da quante risalite si prenotano) ma muovendosi in gruppo lo si può spalmare, e arrivare in cima a un dosso in elicottero per poi scendere sci ai piedi è molto scenografico. E molto pericoloso malgrado pressoché ovunque siano obbligatorie la presenza di una guida e una dotazione di ricetrasmittenti e zaini ABS per ritrovare più in fratta possibile chi viene travolto dalla neve. Precauzioni che due settimane fa non hanno impedito a quattro turisti a Livigno di finire sono una slavina che ha ucciso uno di loro, uno svizzero di 34 anni. Il malumore degli alpinisti più ortodossi strisciava da tempo, ma la tragedia ha rinfocolato i dibattiti, amplificati anche dalla decisone del Collegio delle guide lombarde di patrocinare un festival di fuoripista che si terrà proprio a Livigno e dove si potrà praticare anche l’eliski. Risultato, Popi Miotti, storico alpinista della provincia di Sondrio, si è dimesso da guida: «È ora di ribellarsi agli atti di spadroneggiamento sulla montagna», ha detto ricevendo l’appoggio del CAI locale. E ieri all’alba Miotti è stato tra i tanti partecipanti di una manifestazione in Valmalenco contro l’eliski: dal fondo-valle nel comune di Torre Santa Maria si è saliti fino alla vetta del Sasso Bianco, a quota 2490 m., solo coi classici metodi, ciaspole e pelli di foca.

Il manifesto ricordo dell’evento. Non tutti i partecipanti, per una sorta di naturale ritrosia, lo hanno firmatoArcoglio3-manifesto partecipazione

“Una iniziativa simbolica – dice il promotore, la guida Michele Comi – per mostrare il volto possibile della nostra montagna, per assaporarne il tempo e il silenzio, per testimoniare quanta importanza ha quest’ultimo frammento di integrità che ormai scarseggia e diventa preziosa. L’eliski è solo una parte del problema generale, che è il consumo della montagna, la frenesia con cui la viviamo, spesso con i motori». E non è un problema solo italiano. Anzi, in un certo senso sì: l’eliski è vietato in Francia e ferreamente regolamentato in Austria e Svizzera. In ltalia è legale o, per la precisione, non è illegale (a parte la regione autonoma Trentino-Alto Adige), e il risultato è che gli stranieri vengono qui a praticarlo.
“Nelle ultime settimane – rivela Comi – ho ricevuto diverse telefonate di guide austriache e tedesche che mi chiedevano informazioni sull’innevamento per la pratica dell’eliski da noi. Ci usano come terra di conquista: ci sono agenzie di viaggi estere che vendono pacchetti completi in Valmalenco, anche in aree protette dove già scorrazzano le motoslitte”.
I sostenitori dell’eliski, turisti a parte, sono tanti operatori del settore che guardano all’opportunità economica: gli stranieri portano soldi, e non pochi. “Un ragionamento che capiamo e rispettiamo – dice Comi – ma se si devasta il territorio alla fine il turismo finisce”. E per questo la protesta, morbida ed ecologica, si allargherà: “Ieri non hanno partecipato solo valtellinesi, ma anche gente di altre zone alpine dove l’eliski è un problema. L’idea è di manifestare a rotazione sulle varie montagne italiane”.

L’intervista a Mauro Corona
“Godersele senza voler faticare: l’offesa peggiore alle nostre vette”
a cura di Caterina Pasolini

«Violentano la montagna per pigrizia e indifferenza. Sono figli di una cultura della fretta, del “tutto e subito”, della soddisfazione senza sforzo e impegno che ha corrotto dalla politica ai rapporti umani». Mauro Corona sta tornando nella sua baita. Il tempo di fare la spesa a valle e già non vede l’ora di essere di nuovo nel silenzio, nella solitudine dell’alta quota.

Lei è contrario all’eliski?
«Si è persa l’etica della montagna e il rispetto della natura, i turisti che arrivano con i minuti contati e il portafoglio pieno, che vogliono andare in cima in pochi minuti con l’elicottero non vogliono far fatica, sono dei nichilisti».

Turisti figli della fretta?
«E del cinismo che usa e distrugge tutto, rapporti umani e vallate. Vince la voglia di guadagnare e per soddisfare chi ha sghei e non vuole faticare si è pronti a tutto. Si è perso il senso, la soddisfazione di una conquista con impegno: sia una donna o la cima di montagna. Ora si preferisce pagare. Più comodo, veloce, meno impegnativo».

Ma i soldi non aiutano la montagna a sopravvivere?
«Dovrebbero fere investimenti veri, una strada per evitare di lasciare isolate valli e paesini che altrimenti si spopolano, ma i politici passano, promettono e scompaiono. Mentre chi resta cerca perfino di spostare i confini a una vallata posti dall’UNESCO per costruire una nuova funivia. Ma vadano con le ciaspole in neve fresca invece di continuare a umiliare la montagna senza pensare alle generazioni future».

Qui potete leggere gli articoli apparsi su Il giorno, su La Provincia (prima pagina) e su La Provincia (interno).

Alcuni partecipanti in posa accanto allo striscioneArcoglio3-1495309_10204763592522722_4385169114830284223_o

 

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No eliski in Valmalenco (né altrove sulle Alpi)!

No eliski in Valmalenco (né altrove sulle Alpi)!
di Michele Comi – Guida Alpina

Domenica 1 febbraio 2015 ci ritroveremo a risalire a piedi dal fondovalle sino agli storici campi da sci di Arcoglio e al Sasso Bianco. Non è importante salire alla vetta, è importante esserci.

Per mostrare il volto possibile della nostra montagna, per assaporarne il tempo e il silenzio, per testimoniare quanta importanza ha quest’ultimo frammento di integrità che risiede in alto, la reale nostra ricchezza, che ormai scarseggia e diventa ogni giorno più preziosa.

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Forse il territorio può ben restare al passo con la modernità semplicemente intercettando il disperato bisogno di “tirare il fiato” dedicandosi a una frequentazione leggera e attenta di questi luoghi, dettata da una vita sempre più frenetica, caotica e disumana.

Al centro siamo noi, senza colpevolizzare nessuno, senza ergersi a giudici, ma testimoniando che siamo tutti responsabili delle nostre azioni e di quello che lasceremo in dote a chi verrà dopo, stimolando, se possibile, la riflessione di ognuno.

Appuntamento dunque a Torre Santa Maria, in piazza Roma, di primo mattino.

Per la logistica: Michele Comi – 348-8403009
Per l’eventuale pernottamento, il rifugio Cometti all’Alpe Piasci è aperto, telefonare al rifugio 0342-452810 oppure al custode Enrico Cometti 0342-513563.

La chiesetta dell’Alpe Arcoglio Superiore
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L’Alpe Arcoglio Inferiore
1034   27-01-2007 L'alpe Arcoglio inferiore 1976 m, sullo sfondo il Monte Canale 2522 m.

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Truppe elitrasportate germaniche

A dispetto dei nostri timori, delle nostre denunce e del più elementare buonsenso, la pratica dell’eliski si diffonde a macchia d’olio. Una piaga alpina che, se continuerà a questo ritmo di propagazione, infetterà senza remissione ogni angolo remoto. E’ con grande dolore, e profondo senso di nausea, che questo Gogna Blog si vede costretto ancora una volta a tornare sull’argomento.
Rifuggirne sarebbe irresponsabile, un guardare dall’altra parte al cospetto di un delitto. Mi scusino i lettori, avrei davvero evitato (almeno questa settimana…).

Truppe elitrasportate germaniche
con il contributo di Giuseppe Miotti

“Der über 20 Landeplätze in der einzigartigen Bergwelt des Valmalenco”… Si stanno preparando quattro uscite di eliski in zona Alpe Arcoglio e Val Giumellino, senza guida o con “guide” austriache, nelle sole due vallecole fuori dall’area SIC. Stiamo pensando a una pacifica invasione dei luoghi. Saresti dei nostri? Avresti voglia di divulgare? E’ per il 1 febbraio 2015, tutti assieme all’Alpe Arcoglio e al Sasso Bianco!

Foto d’epoca dell’Alpe ArcoglioTorreSMaria-foto epoca_arcoglio

Considerata l’esiguità dei dislivelli e il programma destinato a ottimi sciatori, che si infilano a tutta nei brevi couloir del Monte Canale, questo significa molte centinaia di rotazioni!
Tutto ciò compromette qualsiasi altra fruizione di una delle zone più note e frequentate della Valmalenco d’inverno, con la super classica conosciuta da ogni scialpinista lombardo: la salita al Sasso Bianco.
Insomma, per il facile divertimento di pochi, pochissimi, che insozzano questa montagna, senza conoscere nulla di questa valle, ci priviamo di uno dei nostri luoghi migliori e allontaniamo i veri e duraturi appassionati.
In cambio di cosa?

Sulla pagina http://www.yellowtravel.net/ski-snowboard-2012/trips/heliski-italien.html potete trovare in lingua teutonica i particolari.
Per 1.050 euro a testa, il partecipante ha diritto a:

– due pernottamenti in un lussuoso e “stellato” hotel nei pressi di Sondrio;
– due cene gourmet;
– quattro voli in elicottero;
– altre cose minori che qui non interessano.

Segnatevi le date infauste:
HELIVAL1501: dal 27 febbraio al 1 marzo 2015
HELIVAL1502: dal 13 al 15 marzo 2015

Se invece, non contenti, si vuole anche essere accompagnati da un grande professionista, allora
http://www.yellowtravel.net/ski-snowboard-2012/trips/heliski-pro.html
il prezzo sale a 1.190 euro.

L’agognato accompagnatore figo è Mathias „Hauni“ Haunholder, di Walchsee/Tirol, che non risulta però essere guida alpina, bensì solo “Freeride Pro und Skiführer”, cioè freerider professionista e Maestro di Sci.

Ecco le date:
HELIVALPRO1501: dal 20 al 22 febbraio 2015
HELIVALPRO1502: dal 6 all’8 marzo 2015

Montagna violata
di Michele Comi, guida alpina di Valmalenco

Il 18 gennaio 2015 il sindaco di Torre Santa Maria mi ha confermato che, d’intesa con l’amministrazione di Chiesa Valmalenco, è stato deciso di accogliere e avallare per l’inverno in corso la pratica dell’eliski nell’area di Arcoglio e Val Giumellino, proposta da una non ben identificata organizzazione, in nome di un presunto ampliamento e miglioramento dell’offerta turistica in loco (che si aggiunge agli incursori aerei germanici, vedi sopra), che già fanno della Valmalenco terra di conquista.

In questo modo i primi e storici campi da sci della Valmalenco, nonché santuario degli scialpinisti lombardi, faranno un balzo nella modernità, producendo chissà quali ricadute economiche per l’intera comunità.

Non occorre scomodare fiumi di parole e argomentazioni note a tutti per cogliere il pauroso salto nel buio che aggiunge tristezza a una montagna ancora una volta violata.

Non stupisce che Chiesa Valmalenco, ormai avvezza a ogni nefandezza, possa aver dato il suo benestare senza pudore… ma che anche Torre S. Maria, nella sua piccola e ben conservata dimensione autentica di montagna vera, abbia dato il suo appoggio e benestare porta tristezza.

Con queste premesse l’annuale raduno per appassionati skiatori Arcoglio-Torre, che racconta una montagna consapevole e responsabile, umana, in stretto contatto con la natura, qui non potrà più trovare casa.

PS. Se altre località helifree lo vorranno, la formula del raduno Arcoglio-Torre potrà forse trovare una nuova casa. Vedi http://www.stilealpino.it/arcoglio-torre/.

L’Alpe Arcoglio 
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No CAV, Sui Sentieri della Distruzione

No CAV, sui sentieri della distruzione
Su Facebook, il 19 giugno 2013, Rosalba Lepore scriveva: “Penso che Sui sentieri della distruzione debba diventare un evento cadenzato, ripetuto, una catena umana itinerante sui luoghi della devastazione presenti nelle Apuane. Ci sono vari siti emblematici e martiri che possono ospitare il nostro grido di dolore e di lotta: Tacca Bianca-Monte Altissimo, Monte Sagro, Monte Serrone, Monte Corchia, Pizzo d’Uccello, etc. La mia idea è quella di creare eventi unificanti, in nome della salvezza delle Apuane, dove le associazioni del territorio collaborano per raggiungere uno scopo concreto e vitale. Una singola manifestazione, pur partecipata, non può incidere durevolmente e, soprattutto, non può far pressione su coloro che hanno il mandato di governo del territorio
Pochi giorni dopo ci sarebbe stata una delle manifestazioni previste, quella del 23 giugno.

Il Monte Carchio
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Il gruppo dei manifestanti
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Già dall’inizio dunque le manifestazioni avevano queste caratteristiche:
– partenza da vari punti diversi;
– percorso di vari sentieri di avvicinamento, molte volte intatti altre volte preludio al vero e proprio scempio (come le marmifere);
– ripetuta informazione ai partecipanti su ciò che sta avvenendo sulle Apuane: una storia decennale di violazioni della legge, di rapina e saccheggio dei beni della collettività: montagna, biodiversità, acqua;
– infine, come rivoli di un grande fiume, affluenza al luogo del ritrovo e, assieme a coloro che magari sono arrivati con i mezzi motorizzati, visita della cava o, come a Campocecina, osservazione dall’alto l’infernale bacino estrattivo di Torano.

Il 2 marzo 2014 a Campocecina erano previste più di trecento persone, la nevicata e le previsioni meteo negative hanno allontanato un centinaio di persone. Erano circa duecento manifestanti sotto la neve e ciò ha suscitato l’interesse dei media perché non accade tutti i giorni di partire dalla valle, affrontare un notevole dislivello e manifestare con fumogeni elevando scritte Salviamo le Apuane sotto un’abbondante nevicata.

L’ultima manifestazione (la quarta) dell’evento itinerante Sui Sentieri della Distruzione si è svolta il 18 maggio 2014, e questa volta erano più di un centinaio. L’hanno firmata Associazione Amici delle Alpi Apuane, Salviamo le Alpi Apuane, No al Traforo della Tambura, Amici della Terra della Versilia, Salviamo le Apuane, Indipiendientes Apuanos, WWF Lucca, La Pietra Vivente, CAI Viareggio – TAM, ARCI Versilia, CAI Lucca –TAM, tutti gruppi ambientalisti della provincia di Massa-Carrara e di Lucca per dire “no alle escavazioni” e “sì al rispetto dell’ambiente”.

SuiSentieriDistruzione 2Il gruppo è salito dal versante montignosino fino in vetta al Monte Carchio, o quel che di un monte resta, una vetta panoramica, devastata dall’attività estrattiva, sita sul crinale che divide la provincia di Massa-Carrara da quella di Lucca. Il sito ora è dismesso, le cave sono state abbandonate per lasciare il posto a uno scenario desolante e pure orribilmente sfregiato da alcuni ripetitori. Il Monte Carchio 1082 m non ha più la caratteristica cuspide sommitale ed è il simbolo e la storia di quel che resta di un sito quando cessa l’attività estrattiva: mancato ripristino ambientale, assenza di rivisitazioni culturali e sociali, periferia ad alta quota senza senso. Il panorama è molto bello sulla marina e sul Monte Altissimo, dove sono visibili altri impattanti segni dell’uomo.

Che cosa c’è quindi sul Monte Carchio? La gita acquista vita all’interno di un ambiente caratterizzato da una vegetazione che va dalla macchia mediterranea, ai castagneti, agli uliveti e ai boschi di conifere. Poi c’è un passaggio obbligato sul Monte Pepe che conserva anche resti archeologici. Il sentiero proseguirà poi per Cerreto e giunge alla chiesina del Pasquilio. Da qui l’itinerario prosegue fino a Termo del Pasquilio. L’ultimo atto è la salita alla cima, senza vita, solo detriti, vetta dilaniata e schernita dal grappolo di ripetitori. Sarebbe veramente interessante fare un confronto con l’aspetto che aveva nell’Ottocento il vecchio monte, detto anche Penna del Carchio.
Con un breve ma commosso discorso ufficiale gli ambientalisti hanno per l’ennesima volta chiesto l’approvazione del piano paesaggistico regionale e quindi la chiusura delle cave nel Parco delle Apuane.

Dunque, No CAV!

Una delle organizzatrici, Rosalba Lepore, ha commentato: «Non è possibile pensare a stralci o a valutazioni complessive positive che escludono le salvaguardie per le aree del Parco regionale delle Alpi Apuane. In questa chiave io leggo l’approvazione del Consiglio superiore dei beni culturali e più il Piano viene esaminato più si fa stringente e improcrastinabile l’anomalia di un’area tutelata sulla carta, devastata nella realtà».

Per una maggiore informazione leggere questo documento di Rosalba Lepore.

Chi volesse visionare un breve filmato sulla manifestazione:
http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2014/05/18/news/salviamo-le-apuane-i-no-cav-occupano-il-monte-carchio-1.9252452

Sopra Campocecina, 2 marzo 2014
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La “vetta” del Monte Carchio
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postato il 10 giugno 2014