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Luoghi e nonluoghi

Luoghi e nonluoghi

L’espressione non luogo non significa, come si potrebbe immaginare, luogo che non esiste. Significa invece luogo privo di un’identità, quindi un luogo anonimo, un luogo staccato da qualsiasi rapporto con il contorno sociale, con una tradizione, con una storia. In genere, quando si parla di non luogo, si ricordano gli aeroporti, le autogrill, i centri commerciali, le stazioni; tutti luoghi che hanno questa stessa caratteristica, una sorta di anonimato, una riproduzione in serie anche degli ambienti architettonici all’interno del quale quella istituzione è collocata. A usare per primo l’espressione non luogo è stato l’antropologo francese Marc Augé che ha usato, appunto, l’espressione non lieu. Lo ha fatto nel 1992, nel titolo di un suo libro che è stato poi tradotto nel 1996 con il titolo in italiano di Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità. Da quel momento l’espressione non luogo ha avuto grande successo anche nella lingua italiana e il successo è dimostrato anche dal fatto che è scritta indifferentemente e con un trattino tra non e luogo, e, ancora più spesso, la forma è univerbata, quindi nonluogo scritta in un’unica soluzione. A partire dal 2003 nonluogo è entrato ufficialmente come termine prima in un dizionario dei neologismi, e in un secondo momento ha cominciato ad essere registrata anche in tutti i vocaboli della lingua italiana (Valeria Della Valle)”.

Marc Augé
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Luoghi e non luoghi: lo spazio tra Marc Augé e Zygmunt Bauman
(Articolo tratto dalla tesi di Laura Lucchese, L’arte del viaggiare: l’etnografia del pendolare, studio sociologico sulle moderne forme del viaggiare e della loro relazione con le concezioni di tempo e spazio modificatesi con le più recenti trasformazioni sociali. Tesi pubblicata su http://sociologia.tesionline.it/sociologia/articolo.jsp?id=2597 il 15 settembre 2008)

Nell’esperienza contemporanea, luoghi e non luoghi «si incastrano, si compenetrano reciprocamente, la possibilità del nonluogo non è mai assente da un qualsiasi luogo» così Chiara Giaccardi e Mauro Magatti riprendono un’affermazione di Marc Augé sulla compresenza nello spazio sociale di luoghi della solitudine, della non permanenza, dell’interazione strumentale e contrattuale.
Ma cosa sono effettivamente i luoghi e i non luoghi?
I primi riguardano uno spazio relazionale identitario storico, cioè uno spazio in cui le relazioni sono sollecitate e sono parte integrante di questo luogo, i soggetti si riconoscono al suo interno e per questo è definito identitario e storico perché i soggetti hanno una storia comune o si richiamano ad essa.
Il nonluogo ha caratteristiche opposte, riguarda gli spazi di transito, di attraversamento, che sono pensati a prescindere dalla relazione, infatti, non sono identitari cioè non sono spazi in cui ci si riconosce come appartenenti (classici non luoghi sono l’aeroporto, la stazione).
Nella contemporaneità proliferano questi spazi che sono pensati attorno a dei fini, essi sono come degli incroci di mobilità, dove il rapporto principale si svolge tra il luogo e l’individuo, non tra gli individui all’interno di questo luogo. Naturalmente poi ogni non luogo può diventare un luogo per qualcuno: si tratta quindi, di una distinzione di atteggiamento e non di sostanza.
Il nonluogo: “è uno spazio privo delle espressioni simboliche di identità, relazioni e storia: esempi tali di ‘non luoghi’ sono gli aeroporti, le autostrade, le anonime stanze d’albergo, i mezzi pubblici di trasporto […]. Mai prima d’oggi nella storia del mondo i non luoghi hanno occupato tanto spazio (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, 2002, p. 113)”.

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Bauman riprende anche una distinzione fatta da Claude Lévi-Strauss, tra spazi antropoemici e spazi antropofagici, cioè tra spazi che sono costruiti in modo da respingere, da disincentivare la socialità e spazi invece che sono costruiti in modo da fagocitare i soggetti, i comportamenti disciplinati in qualche modo, annullando quella alterità che rende possibile la socialità.
I nonluoghi hanno alcune caratteristiche dei luoghi emici (antropoemici), ma accettano l’inevitabilità di una loro frequentazione da parte di estranei, chiunque vi si trovi deve sentirsi come se fosse a casa propria ma non comportarsi come se davvero lo fosse.
Inoltre, ci sono luoghi dove le differenze vengono rese invisibili e ognuno di essi ha una specifica modalità, tra questi, gli spazi vuoti. “Luoghi ai quali non viene attribuito nessun significato. Non hanno bisogno di essere divisi fisicamente da staccionate o barriere. Non sono luoghi proibiti, ma spazi vuoti, inaccessibili a causa della loro invisibilità… (Jerzy Kociatkiewicz e Monika Kostera, citati da Zygmund Bauman, Modernità liquida, 2002)”.
Questi sono spazi che non hanno alcun tipo di significato e non sono nemmeno in grado di darne uno. Per come vengono descritti, sono luoghi che non vengono “colonizzati” perché nessuno ne sente il bisogno, sono in fondo alla lista di tutti gli spazi descrivibili. «La vacuità del luogo è negli occhi di chi guarda e nelle gambe o nelle ruote di chi procede. Vuoti sono i luoghi in cui non ci si addentra e in cui la vista di un altro essere umano ci farebbe sentire vulnerabili, a disagio e un po’ spaventati (Zygmunt Bauman, Modernità liquida, 2002, p. 116)».
Il tipo di società che nasce e si sviluppa ancor oggi vede l’accrescersi del controllo e degli strumenti d’azione, da parte delle società umane, in diversi aspetti della vita: stato, impresa e scienza, ma in particolare nel viaggio, un viaggio nel tempo libero, per turismo o per lavoro.

Expo, un nonluogo per eccellenza
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Nonluogo in montagna
(adattamento e interpretazione da Wikipedia, a cura della Redazione)

Il neologismo nonluogo (o non luogo, entrambi modellati sul francese non-lieu) definisce due concetti complementari ma assolutamente distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico (solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quegli stessi spazi.

Definizione
Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, gli outlet, i campi profughi, le sale d’aspetto, gli ascensori, eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione, sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso a un cambiamento (reale o simbolico). I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità, incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. Simili eppure diversi: le differenze culturali massificate, in ogni centro commerciale possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Ognuno con un proprio stile e caratteristiche proprie nello spazio assegnato. Senza però contaminazioni e modificazioni prodotte dal nonluogo. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì.

I nonluoghi sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.

Per provare a definire qualche realtà dell’attuale turismo montano usando la definizione di nonluogo: alberghi e rifugi alpini a conduzione non personalizzata, alberghi e bar dei passi alpini, tutti gli impianti sciistici (la magnitudo di spersonalizzazione dei quali aumenta con le dimensioni del domain skiable). Ma aggiungiamo le falesie attrezzate esclusivamente per l’arrampicata sportiva, le vie ferrate, i percorsi vita. Qualunque tipo di rating (dal numero di stelle alla graduazione di difficoltà) accelera il processo che trasforma un luogo in un nonluogo.

Certo, la divisione non è sempre così netta: i luoghi e i nonluoghi sono sempre altamente interlegati e spesso è difficile distinguerli. Raramente esistono in “forma pura”: non sono semplicemente uno l’opposto dell’altro, ma fra di essi vi è tutta una serie di sfumature. In generale però sono gli spazi dello standard, in cui nulla è lasciato al caso tutto al loro interno è calcolato con precisione il numero di decibel, dei lum, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazione. Sono l’esempio esistente di un luogo in cui si concretizza il sogno della “macchina per abitare”, spazi ergonomici efficienti e con un altissimo livello di comodità tecnologica (porte, illuminazione, acqua automatiche).

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Rapporto tra i “nonluoghi” e i loro frequentatori
Nonostante l’omogeneizzazione, i nonluoghi solitamente non sono vissuti con noia ma con una valenza positiva (l’esempio di questo successo è il franchising ovvero la ripetizione infinita di strutture commerciali simili tra loro). Gli utenti poco si preoccupano del fatto che i centri commerciali siano tutti uguali, godendo della sicurezza prodotta dal poter trovare in qualsiasi angolo del globo la propria catena di ristoranti preferita o la medesima disposizione degli spazi all’interno di un aeroporto. La montagna non fa eccezione, anzi certi aspetti sono acuiti, esagerati. Per esempio, quella sensazione di smarrimento che un escursionista non pratico della zona si ritrova a provare si attenua di molto in presenza di baite accanto alle piste di sci, di cartelli segnaletici, posteggi organizzati, di rifugi pieni di giorno e vuoti di notte.

Il rapporto fra nonluoghi e i suoi abitanti avviene solitamente tramite simboli (parole o voci preregistrate). L’esempio lampante sono i cartelli affissi negli aeroporti vietato fumare oppure non superare la linea bianca davanti agli sportelli. L’individuo nel nonluogo perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare a esistere solo ed esclusivamente come cliente o fruitore. Il suo unico ruolo è quello dell’utente, questo ruolo è definito da un contratto più o meno tacito che si firma con l’ingresso nel nonluogo.

Le modalità d’uso dei nonluoghi sono destinate all’utente medio, all’uomo generico, senza distinzioni. Non più persone ma entità anonime. Non vi è una conoscenza individuale, spontanea e umana. Non c’è più libertà. Negli anni ’70 l’Albergo Col di Lana del Passo Pordoi ha visto gesta e amicizia di un gruppo di giovani tra i più creativi della storia dell’alpinismo: quel luogo era gestito dal carisma e dall’umanità di Almo Giambisi. Il quale però ha ricreato questo bel clima al rifugio Antermoja. Stessa atmosfera al rifugio Gardeccia grazie a Marco Desilvestro. Non è vero che oggi non vi sia più possibilità di gestire e frequentare un vero luogo: basti ancora pensare al rifugio Boccalatte di Franco Perlotto.
Nel nonluogo non vi è un riconoscimento di un gruppo sociale, come siamo abituati a pensare nel luogo antropologico. La tessera del Club Alpino Italiano non è più certificazione di passione in comune ma è vista quasi come un fastidio in certi “rifugi”.
Una volta l’uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano: così scriveva il novelliere e saggista Stefan Zweig. Da quel tempo il processo di disindividualizzazione della persona è andato via via progredendo, di pari passo con quella dei luoghi. Anche nella ben tenuta montagna del Tirolo le diverse località si stanno sempre più omologando, con i medesimi rifugi e ristoranti: se ci sono differenti identità storiche, queste tendono a perdere personalità e attrattiva culturale nel momento in cui sono ridotte a stereotipo di richiamo turistico.

Si è socializzati, identificati e localizzati solo in occasione dell’entrata o dell’uscita (o da un’altra interazione diretta) nel/dal nonluogo; per il resto del tempo si è soli e simili a tutti gli altri utenti/passeggeri/clienti che si ritrovano a recitare una parte che implica il rispetto delle regole. La società che si vuole democratica non pone limiti all’accesso ai nonluoghi, a patto che si rispettino una serie di regole, poche e ricorrenti. Farsi identificare come utenti solvibili (e quindi accettabili), attendere il proprio turno, seguire le istruzioni, fruire del prodotto e pagare.

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Il concetto di gita
Anche il concetto di gita è stato pesantemente attaccato dalla surmodernità: grandi “nonluoghi” posseggono ormai la medesima attrattività turistica di alcuni monumenti storici. Si veda la funivia del rifugio Torino appena rimodernata. Si va alle Tre Cime di Lavaredo con la stessa religiosa devozione con cui i cattolici vanno a San Pietro, i musulmani alla Mecca, i giocatori d’azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland o Gardaland, le famiglie all’Auchan il sabato pomeriggio. Questo tipo di gita, oggi, è sempre più diffuso.

Centri commerciali
L’identificazione dei centri commerciali come nonluoghi, tuttavia, è stata oggetto di messe a fuoco distinte da quella di Marc Augé: una ricerca effettuata in Italia su un vasto campione di studenti delle scuole superiori (Lazzari & Jacono, 2010) ha mostrato come i centri commerciali siano uno dei punti di ritrovo d’elezione per gli adolescenti, che li pongono al terzo posto delle proprie preferenze d’incontro dopo casa e bar. Secondo Marco Lazzari (2012) i nativi digitali sono nativi anche rispetto ai centri commerciali, nel senso che non li percepiscono come una cosa altra da sé: sfuggendo la retorica del nonluogo e ogni snobismo intellettuale, i ragazzi sentono il centro commerciale come un luogo vero e proprio, di frequentazione non casuale e non orientata soltanto all’acquisto, dove si può esprimere la socialità, incontrare gli amici e praticare con loro attività divertenti e interessanti. Lo stesso Augé, in effetti, ha successivamente convenuto che «qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo».

Il campo profughi di Zaatari, vicino a Mafraq, Giordania
An aerial view shows the Zaatari refugee camp on July 18, 2013 near the Jordanian city of Mafraq, some 8 kilometers from the Jordanian-Syrian border. The northern Jordanian Zaatari refugee camp, now home to 160,000 Syrians, equal in size to what would be Jordan's fifth-largest city. AFP PHOTO/MANDEL NGAN/POOL        (Photo credit should read MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Il nonluogo nei rifugiati
Augé definisce come doppiamente destinati al nonluogo i rifugiati: essi tagliano i ponti con il luogo di provenienza, a volte per sempre, e si imbarcano senza identità verso qualcosa che non raggiungeranno mai. Sono in duplice negazione. Si crea, particolarmente nell’Europa che tenta di fermare l’ingresso dei migranti, una coppia di nonluoghi: quelli dell’abbondanza, sostanzialmente già descritti sopra, e quelli della miseria, come campi profughi, centri di detenzione dei migranti et similia. In essi la tendenza spontanea riscontrabile nei centri commerciali o in altri nonluoghi a divenire, per alcuni, dei veri e propri luoghi, non si verifica, trattandosi di spazi strutturalmente esclusivi e transitori. L’identità è pericolosa per chi ci si trova (poiché espone al rischio di espulsione o incarcerazione) e questo elimina ogni possibilità di riconversione in luogo.

Bibliografia
Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2009 (prima ed. in italiano nel 1996);
Marc Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo, Elèuthera, 2009;
Marc Augé, Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, 1999;
Marc Augé, I nuovi confini dei nonluoghi, Corriere della Sera, 12 luglio 2010, pag. 29.