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Un’invernale un po’ meno sofferta

Un’invernale un po’ meno sofferta
di Francesco Franz Salvaterra

Ho appena finito di rileggere il racconto di Gianni Rusconi dal libro Il grande alpinismo invernale, sulla prima invernale, appunto, alla Via delle Guide sulla Nord-est del Crozzon di Brenta.

A dire il vero avrei voluto leggerlo prima di partire per il Crozzon, ma nel disordine di casa mia non trovavo il libro, forse sepolto sotto l’attrezzatura che con Marcello (Cominetti, con cui intendevo partire per questa gita) stavamo frettolosamente preparando. Quindi ora me lo sono goduto di fronte al caminetto a salita compiuta.

Gianni Rusconi, tentativo prima invernale della via delle Guide al Crozzon di Brenta, fine dicembre 1968
Parete ENE del Crozzon di Brenta, tentativo 1a invernale della via delle Guide, Giani Rusconi

Se devo essere onesto la loro salita invernale è stata veramente una grande impresa e un’avventura che li ha spinti al limite delle forze, la nostra al paragone è stata una cosa molto meno sofferta e affascinante, pur avendoci regalato momenti indimenticabili legati sicuramente al fascino dell’inverno che restituisce alla montagna la sua staticità assoluta.

A distanza di quasi 50 anni, stride il confronto tra la spedizione “pesante” dei Rusconi e compagni, se raffrontata alla nostra: leggerissima e quasi spensierata, ma non troppo.

Sicuramente noi l’abbiamo affrontata perché le condizioni meteo erano quelle più favorevoli: poca neve in parete, tempo stabile e temperature non estremamente basse. Noi avevamo dalla nostra la possibilità di partire al momento giusto e la facilità nel metterci d’accordo, essendo solo in due e facendo lo stesso lavoro: le guide.

Ma veniamo alla storia.

Roberto Chiappa, Gianluigi Lanfranchi (detto Pomela), Antonio Rusconi e Giovanni Rusconi attaccano la grande parete nord-est del Crozzon il 7 marzo 1969. E’ tutto l’inverno che fanno avanti e indietro da Lecco assediando questa via, nel tentativo più serio partecipano anche Alessandro Gogna con Leo Cerruti: questi, con i due Rusconi, riescono ad arrivare fino a tre lunghezze sulle placche nere, la parte tecnicamente di grado più elevato, a metà parete. C’è da dire che le difficoltà maggiori si incontrano sui tiri di quarto grado, dove la neve si deposita sugli appigli e nasconde gli appoggi, i pochi chiodi e su cui non sempre è facile decidere se progredire con gli scarponi, se mettere i ramponi o addirittura le scarpette.

Leo Cerruti segue a -35° sulle placche nere della via delle Guide (Crozzon di Brenta), tentativo di 1a invernale, 30 dicembre 1968
Crozzon di Brenta, via delle Guide, tentativo di 1a invernale

Poi, a marzo, per ben 6 giorni (5 bivacchi) i lecchesi combattono con diedri e placche intasate di neve, il termometro talvolta segna -30 gradi, e mi sembra un po’ strano, però… Non hanno le maniglie jumar e risalgono le corde con i nodi prusik, appesa alle imbragature artigianali insieme ai chiodi da roccia portano una spazzola per pulire la neve dagli appigli! Verso la cima gli cade una sacca con i viveri e si ritrovano in vetta, per fortuna nel ventre materno del bivacco Castiglioni con poco cibo e nel mezzo di una tempesta. Essere lassù in quella scatola di latta è sicuro quanto ritrovarsi in mezzo al mare grosso con una barchetta. Si sopravvive ma bisogna assolutamente togliersi da lì!

Il giorno dopo, tra vento e slavine, impiegano tutte le ore di luce per traversare dalla vetta del Crozzon a quella della Tosa. Infatti la discesa non è banale neppure d’estate. Qui fanno il settimo bivacco in un buco nella neve, sono allo stremo delle forze, immaginate, senza sacchi da bivacco in Goretex, con le moffole di lana e le giacche di cotone!

Negli ultimi momenti Gianni preso dallo sconforto pensa alla frase di Pierre Mazeaud dopo la tragedia del Freney del ’61: “ Il dramma è iniziato e non ce ne siamo accorti”.

L’ottavo giorno dopo aver disceso i camini della Cima Tosa abbandonano tutto il materiale, scendono passando nelle vicinanze del rifugio Pedrotti e, praticamente rotolandosi nella neve, arrivano a Molveno lungo la valle delle Seghe, finalmente in salvo.

24 gennaio 2016: in salita verso il rifugio Brentei
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Marcello Cominetti sulle prime lunghezze di corda, via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
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Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
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Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
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La “nostra” invernale è fortunatamente molto meno sofferta: il 24 gennaio saliamo al rifugio Brentei dalla val Brenta, partiamo da casa mia a Tione dopo un ottimo pranzo e arriviamo al rifugio alle ultime luci. Fino a poco sotto la Malga Brenta Alta praticamente non c’è neve, poi mettiamo le ciaspe. Anche le temperature sono dalla nostra, fino a un paio di giorni fa a Campiglio la temperatura è scesa fino a -18, ora si è alzata di almeno 10 gradi. La mattina del 25 la sveglia suona alle tre e mezza. Prima delle sette siamo alla base della parete. Ancora non si vede bene quindi per essere sicuri di non sbagliare l’attacco beviamo il contenuto del thermos da 750 cc. e con il fornello sciogliamo della neve mentre aspettiamo la luce. Avevo ripetuto la via diversi anni fa con Luca Leonardi (il gestore del rifugio Brentei) e suo figlio Gabriele, però a dire il vero non ricordo granché. Marcello invece non l’ha mai fatta.

Marcello Cominetti sulle placche nere della via delle Guide al Crozzon di Brenta, 25 gennaio 2016
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Francesco Salvaterra, 25 gennaio 2016
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Non abbiamo con noi materiale da bivacco quindi la nostra strategia di salita prevede di essere rapidi, leggeri e audaci: le giornate sono ancora corte.

Lasciate alla base racchette e uno zaino, la nostra attrezzatura prevede: fornello e gas, liofilizzati per cena, barrette e caramelle per la giornata, un thermos, guanti di ricambio, una serie di friend e qualche stopper, dieci rinvii, cordini, secchiello e quattro ghiere, due maniglie jumar, un paio di ramponi di alluminio, uno di acciaio, due piccozze, un paio di scarpette, una vite da ghiaccio di alluminio, una mezza corda da 60 m, un procord da 4 mm da 60 m, uno zaino da 40 lt.

Parto per primo e mi rilasso quando dopo pochi metri troviamo la scritta in rosso “Via delle guide”. Per essere più rapidi abbiamo deciso che il secondo sale a jumar con lo zaino, perlomeno sui tiri più ripidi. Salgo cinque tiri, bestemmiando a ogni passaggio con i piedi su piccole tacche perché abbiamo portato un paio solo di scarpette, quelle di Marcello che sono un 44,5 e io ho il 42 di scarponi. Se scalassi con le babbucce di Aladino avrei maggior sensibilità ma almeno non serve che mi tolga le scarpe in sosta. Alla base delle placche nere più verticali passa in testa Marcello.

Nella parte bassa della via c’è spesso della neve che però è polvere e si toglie facilmente con le mani, le temperature sono di pochi gradi sotto lo zero e si scala con un po’ di freddo alle dita, con qualche “bollita” ma sopportabile. Le placche nere e verticali sono quasi pulite e Marcello sale veloce per sette tiri, facendo acrobazie per passare con le scarpette sulle cenge completamente ghiacciate mentre io “sjumaro” come un indemoniato, alternando grandi sudate a freddo mentre lo assicuro in sosta.

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Alle 17 riusciamo per fortuna a superare la fascia ripida della parete e a intravedere dove passare, mancano ancora circa trecento metri alla cima. Una cascata di ghiaccio immette a un colatoio nero, quindi calzo i ramponi e la scalo con le picche per portarmi sotto la parete terminale. In un attimo è buio pesto e questo tiro di IV non sembra per nulla facile con i ramponi ai piedi. Le soste non si trovano perché coperte dalla neve ma per fortuna qualche chiodo di passaggio emerge dalle tenebre. Manca solo un altro tiro per uscire sui pendii finali, è un traverso con un passo strapiombante dato di IV che a me sembra un 7a! Ansimando riesco a raggiungere la cengia alla fine della corda e attrezzo una sosta piantando la piccozza a mo’ di chiodo nell’unico scoglio di roccia che emerge dalla neve. Marcello salendo a jumar ha il suo bel da fare tra un pendolo e l’altro sul traverso, con la mezza da 8 mm che sfrega pericolosamente sulle rocce quando si lascia andare tra un rinvio e il successivo. Io nel frattempo inganno il tempo guardando la piccozza flettersi ritmicamente e puntandomi bene con i piedi nella neve. Quando mi raggiunge, la luna fa capolino da Molveno, è piena piena e illumina a giorno noi e il Crozzon. Si vedono le luci di Andalo, il Campanil Basso stretto tra la Brenta Alta e il Campanile Alto sembra vicinissimo e le piste del Grostè hanno stranamente un confortevole richiamo al domestico che ci scalda.

L’arrivo in vetta al Crozzon di Brenta di Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti, 25 gennaio 2016
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Un facile pendio ci porta sotto la sorpresina finale: lungo un tiro che sarebbe facilissimo d’estate si è formata una cascata con un tratto verticale. Abbiamo messo via le jumar quindi la seconda piccozza ce l’ha Marcello.

Fortunatamente un buon friend mi anima e salgo pinzando le colonnine di ghiaccio con la mano sinistra, nella paura che provo mi viene da ridere pensando a quando durante i corsi guida ci facevano fare esercizio scalando con una piccozza sola su cascate belle ripide.

Siamo belli cotti e andiamo piano, anche sugli ultimi facili pendii restiamo legati e alle 21.30 finalmente ci abbracciamo in vetta! Il bivacco Castiglioni sembra un hotel a cinque stelle, manca solo la jacuzzi. Il giorno dopo verso le otto e mezza cominciamo la discesa, l’idea iniziale era di traversare lungo la normale fino alla Tosa e poi scendere il canalone Neri ma appena sotto la cima cambiamo idea. Scendiamo in doppia da “Lisa dagli occhi blu”, una bellissima via di misto aperta da Parolari e Tondini che all’oggi non conta molte salite (fino in vetta). Non la conosciamo, ma con un po’ di pazienza troviamo gli ancoraggi e in qualche ora di faticoso recupero del sagolino da 4 mm. arriviamo nella parte finale del canalone Neri, vicino agli zaini e alle odiate ciaspe. Tutte le guide le odiano, è inutile nasconderlo.

Alla Malga Brenta Alta facciamo un’incursione “rubando” una zuppa di fagioli e un buon caffè, abbandonati da qualche anima pia, e alla macchina, nel bagagliaio ci aspettano due birre artigianali ghiacciate “Rethia” lasciate lì per un brindisi che ora non si fa più aspettare.

E’ la mia prima invernale di una via di roccia, è stato bellissimo. Anche una montagna “di casa” come il Crozzon, vestita di bianco sa regalare delle emozioni inedite e indimenticabili, provare per credere!

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti accanto al bivacco Castiglioni, vetta del Crozzon di Brenta, 26 gennaio 2016
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Cerro Torre à la carte

Cerro Torre à la carte
di Marcello Cominetti (da http://marcellocominetti.blogspot.it/, 24 dicembre 2014)

Eravamo a Cortina, era il mese di marzo del 1992 e tra le altre cose di cui stavo parlando con Jim Bridwell saltò fuori quella che riguardava il Cerro Torre. Avevo un cliente che voleva salirlo per la Via del Compressore, quella che allora si pensava erroneamente fosse la “normale” all’urlo di pietra.

The Bird, così chiamano da sempre Jim, si voltò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: “Ma è semplicemente fantastico! Ti serve solo un cliente fortissimo e tu devi essere completamente pazzo”.

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti con al centro il loro compagno-cliente Max Lucco in cima al Cerro Torre, il 14-12-2014
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Luci nella notte australe sopra l’Elmo
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Scoppiammo a ridere entrambi e pochi mesi dopo partii con Cesare (un nome emblematico se si parla del Torre) e Sandro per il Cerro Torre.
Sui pendii sotto la spalla la neve fresca e già marcia era più alta di noi. Rinunciammo dopo non pochi sforzi, ma proprio non ci riusciva di salire. Ci sarebbe voluto uno spazzaneve e pure bello grosso.
Ripiegammo sul Fitz Roy che salimmo per la Via Franco Argentina allora in condizioni perfette.Questo anche per dire che tra le due montagne c’è molta differenza, climaticamente parlando.Bell’avventura davvero e per me come guida alpina. Era la prima volta che una guida saliva lassù con un cliente.
Senza volerlo aprii un’ era, quella del professionismo in quei posti. Bei tempi!

Cominetti e Lucco sotto il Col de la Esperanza e sotto al Torre
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Eravamo belli e soddisfatti, certo, ma a me era rimasto dell’amaro in bocca semplicemente perché il Torre mi piaceva di più. Faceva parte della mia formazione letteraria e mistica molto più del Fitz Roy e l’idea di fare “la guida” su quelle cose così complicate mi attraeva da matti. Non c’erano altri motivi.
Per un alpinista che decide di vivere del mestiere di guida arriva prima o poi un momento in cui si impone una scelta. Continuare inseguendo realizzazioni alpinistiche di punta e fare la guida come complemento e forma di reddito, oppure decidere di fare la guida e basta ma cercando di portare i clienti sulle montagne dei propri sogni.
Scelsi la seconda opzione, anche perché mi lasciava più tempo da dedicare ad altre passioni (oggi che sono più maturo direi alla famiglia) e, non posso nascondere che fare la guida mi permetteva di esercitare quella propensione a fare il “sergente” che non è per nulla un dono di natura.
Ho dei colleghi che a 50 anni continuano a fare gli alpinisti di punta, le guide e gli arrampicatori sportivi allenandosi come ragazzini. Mi sembrano delle persone irrisolte, dietro alla positiva facciata dell’atleta.

Franz Salvaterra versione heavy duty
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Adoro i miei figli, suonare la chitarra, costruirmi casa con le mie mani e… andare in montagna, ovviamente.
Sono stato su tante montagne a fare la guida ma quelle della Patagonia per me rappresentano ogni volta un ritorno a casa, un inno alla libertà e all’incertezza. Il contrario della sicurezza in tutti i sensi, il dubbio e l’impopolarità nonostante sforzi a volte sovraumani.
Io sono uno che detesta il Sistema, non me ne sento parte e se vado a fare la guida sul Cerro Torre è anche perché mi piace correre il rischio di non farcela. Troppi fattori devono combinarsi allo stesso tempo. Molti più di quelli che servono se la stessa cosa la si affronta con gli amici.
Infatti tentai il Torre con un cliente diverse volte e questa “magica combinazione” fu sempre lungi dal verificarsi e ne tornai con beghe umane e economiche, pive nel sacco e maldicenze. Ma mai con delusione. Sapevo che il Torre mi avrebbe lasciato la possibilità di tornarci e io fretta non ne ho mai avuta.

Per questo pochi giorni fa ci ho riprovato.  Ero d’accordo con Max che saremmo tornati insieme a El Chaltén e, se il meteo ce lo avesse concesso, avremmo scalato qualcosa, ma non sapevamo che cosa. Sapevamo bene che fare programmi non serviva, ci dovevamo solo adattare alle condizioni del momento.

Quei grupponi di alpinisti col maglione tutti uguale che partono in pompa magna annunciando che spaccheranno le cime patagoniche, sono decisamente sorpassati, patetici e fanno sorridere. Contano sul fatto che così si tirano su soldi che qualche sponsor concede solo a chi si sa far notare.

La nostra Ferrino Monster all’Elmo. Cerro Egger sullo sfondo
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La mia Azienda sono io, ho provato ad averne una formata da più corpi e teste e alla fine mi ha deluso. I miei sponsor mi vestono dalla testa ai piedi, fino alle piccozze, agli sci, agli occhiali e ai moschettoni e io queste cose me le faccio durare. I vestiti mi piacciono di più quando sono consumati. Non amo il consumismo anche se potrei consumare molto di più.

Infatti mi porto dietro sempre il minimo e a volte anche meno.

La sera del 10 dicembre Max è arrivato a El Chaltén sconvolto da un viaggio lunghissimo e appena l’ho visto, ancor prima di salutarlo, gli ho detto: “Domani si parte per il Torre”.
Non ho ben capito se il suo primo sguardo fosse di stupore o di disperazione, ma la mattina dopo abbiamo riempito gli zaini e siamo partiti. Mi sembrava contento.
Della serie di combinazioni favorevoli di cui parlavo sopra, faceva parte Franz (Salvaterra), un venticinquenne trentino conosciuto qui l’anno scorso. Forza, capacità, simpatia, entusiasmo e testa sul collo quanto basta, tutti concentrati in un ragazzo solare e dotato di estrema leggerezza di spirito. Per me è la persona con cui affronterei l’oceano a bordo delle nostre ciabatte certo di sbarcare in America!
E poi mi dicevo: se un negro è diventato presidente degli Usa, una guida alpina poteva fare il suo mestiere anche sul Cerro Torre. La proporzione non è esagerata.
Poco prima di risalire il ghiacciaio Grande alla base del versante sud della montagna ci siamo accorti di avere dimenticato in paese le snowbars, ovvero dei lunghi picchetti in alluminio che servono ad assicurarsi sulla neve inconsistente dei funghi ghiacciati della ovest del Torre, la Via dei Ragni, quella che intendevamo salire.
Lo stipite della baracca di Maestri di cui ne troviamo dei resti sul ghiacciaio poteva fare il caso nostro, bastava spezzarne una parte per ottenere più o meno quello che avevamo dimenticato.
Improvvisazione, approssimazione, fantasia, precisione solo quando serve, ecco le doti necessarie se vuoi anche divertirti. Secondo me.
La notte al campo detto Niponino è coperta dal nevischio e da una volpe che aspetta gli alpinisti quando si approssima una breccia di tempo buono. Lei lo sa e ti rosicchia anche le corde se le lasci fuori perché su un ghiacciaio non c’è nulla da mangiare e anche un pezzo di nylon è un manicaretto se le costole ti spuntano dal pelo sempre più per la fame. Le nostre corde ci fanno da cuscini e quindi si salvano ma un lacciolo di una picca di Franz finisce nello stomaco del mustelide. Poco male, a questo si può rimediare facilmente.
L’indomani il Col Standhardt è una vera e propria ascensione. E’ tutto di ghiaccio e sembra più ripido del solito. Le cime del Gruppo del Torre sono incrostate di “escarcha”, neve umida compressa sulle pareti verticali dal vento gelato. Noi che andiamo a salire una via tutta di ghiaccio non siamo preoccupati.
Dal Col ci si cala con la corda dentro al Circo de los Altares, un anfiteatro di montagne sullo Hielo Continental dalla bellezza estrema, difficile da dire anche per uno che scrive bene come Baricco, figuriamoci per me… bisogna andarci per provarla.

Max e Marcello (che mostra fiero la patacca UIAGM) in vetta
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Il tempo sta migliorando come da previsioni meteo. Si capisce che sta arrivando il bello, specie se da queste parti ci hai passato mesi della tua esistenza, l’aria non profuma più di sale del Pacifico, segno che il vento non soffia più da ovest, dalla fabbrica delle perturbazioni.
Una brezza meridionale ci sospinge la mattina dopo verso il Col de la Esperanza con la luna piena in faccia che tramonta dietro al Domo Blanco. Saliamo velocemente un paio di tiri di misto e proseguiamo sulla neve dura che diventa sempre più ripida fino al Colle che Bonatti e Mauri avevano battezzato così nella speranza di salire sul Torre nel 1958.
Il tentativo dei “lumbard” finì dove ci fermiamo anche noi per la notte, sul fungo di ghiaccio più grande che i Ragni di Lecco avevano chiamato l’Elmo per via della sua forma tondeggiante.
Sole e zero vento, fa quasi caldo, montiamo la nostra tendina arancione colorando ulteriormente un luogo sospeso nella sua unicità. La cima del Torre è appena lì sopra, quella della Egger è quasi alla nostra altezza e a sud gli Adelas sembrano meringhe sul carrello di una pasticceria senza soffitto. Gardando all’orizzonte verso il lago Viedma viene da chiedersi dove tutto questo abbia fine e se ne abbia davvero una. Sul versante opposto lo Hielo Patagonico Sur sembra di vapore bianco come quello che soffiano le locomotive, solo che è immobile.
Ci riposiamo senza essere troppo stanchi ma ci piace goderci un posto simile, mica capita tutti i giorni. E neppure tutte le volte che si scala da queste parti, aggiungo!
Ci idratiamo a dovere e, sotto un sole accecante, andiamo a dormire.
L’indomani ci sveglia la prima cordata in arrivo. Siamo quelli che hanno deciso di dormire più in alto perché la nostra tattica (guai a non averne una efficace) prevedeva di sfruttare entrambi i giorni di tempo buono: ieri e oggi, appunto.
Le altre 5 cordate hanno preferito dormire più in basso, sotto al Col de la Esperanza dove c’é una spalla pianeggiante con pochi crepi ottima per tenda e truna.
Ci riaddormentiamo ma per poco perché lì fuori c’é sempre più trambusto. Una decina di persone da queste parti sono una grande folla e alle 3 e mezza decidiamo di fare colazione e partire anche noi. Gli ultimi sono i nostri amici dell’Esercito, Majo, Farina e Francoise. Con loro c’è un rapporto speciale e ci fa enormemente piacere incontrarci in un posto così singolare.
I tiri si susseguono rapidi e personalmente provo a fondo cosa significhi scalare sul “bagnoschiuma” verticale, un terreno di cui avevo solo sentito parlare e che prevede l’uso di speciali alette montate sulle piccozze e l’utilizzo di mani e piedi come sulla roccia senza piccozze inventandosi a ogni passo equilibri improbabili.
Questa via pare non abbia uguali. Da quando si arriva al Col de la Esperanza si entra in un mondo unico, fatto di giganteschi cavolfiori. La prima cosa che ti chiedi è come facciano a stare lì appesi. Tutto è fortemente bianco, e il nostro gioco, o meglio quello della via, è insinuarsi nelle poche pieghe tra una palla gigante e quell’altra, salire un diedro di rocce verglassate, una cascata strapiombante di ottimo ghiaccio colato su una placca di granito perfetta e infilarsi letteralmente dentro al nucleo di quelche cavolfiore grazie a dei tunnel verticali che non si sa bene perché esistano.

Max Lucco nel tubo finale che porta in vetta
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I miei amici Rolo Garibotti e Doerte Pietron, alpinista e “scenziato” della logica il primo e alpinista e fisica la seconda, hanno da poco concluso uno studio, in collaborazione con un eminente metereologo statounitense, sul queste formazioni.
Non padroneggiando così bene la lingua di Shakespeare mi sono perso la lettura del trattato e quindi non ne so di più di quello che Rolo e Doerte mi hanno raccontato mentre scalavamo vicino a casa…ma giuro che lo leggerò.

In cima mi soffermo a pensare a tante cose ma quella che più mi occupa la mente è mia madre. Sapeva che volevo scalare questa montagna e si era letta un sacco di libri in merito, e si era fatta venire una paura terribile. Lassù era tutto così luminoso e tranquillo che se ci fosse stata anche lei avrebbe capito tante cose e soprattutto che non valeva la pena di angustiarsi così a lungo per me. Ma siccome non poteva esserci la capisco eccome.
Il mio cliente Max (Lucco) e Franz sono felici almeno quanto me e tra abbracci, commozioni e foto di rito sbotto serio dicendo da vecchia guida: “Ora guai a chi fa una cazzata scendendo da qui”.
Si tratta in fondo di concentrarsi bene per qualche ora, perché scendere da una palla di neve non è un affare da prendere sottogamba. Non ci sono le soste con i chiodi nella roccia. Qui dobbiamo farcele tutte noi assieme agli altri dividendoci il compito per i molti ancoraggi che servono.
La sera al Filo Rosso montiamo la tenda tutta storta su un crostone di neve dura che emerge tra la neve marcia dal sole di tutto il giorno.
Si sta scomodissimi ma la stanchezza e la contentezza di aver salito una montagna come è il Cerro Torre ci fanno fare una cena da principi e una dormita da re!
Nel lungo ritorno a piedi attraverso Paso Marconi del giorno dopo ho modo di pensare se quello che abbiamo scalato è una montagna come le altre, più bella delle altre, oppure è un mito.
Mi rispondo che abbiamo scalato entrambi e che forse scalare un mito è più duro e difficile che scalare una cima anche aguzza e particolare come il Torre.
Con Franz già pensiamo di tornarci a fare le guide con chi ce lo chiederà.
Si perché siamo un ottimo team e Franz, mi sono dimenticato di scriverlo prima, è diventato Aspirante Guida Alpina il giorno prima di partire per El Chaltén. Non male come inizio di carriera professionale, non male davvero.

 

 

 

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Oltre a Selvaggio Blu

Oltre a Selvaggio Blu
L’Anello Boladina-Ferrata di Goloritzé

Sebastiano Cappai è felice: dice che il 1° aprile 2015 non verrà più ricordato come sa die de sas brullas (il giorno delle burle), ma come il giorno in cui a Baunei è risorto S’Iscalone de Boladina. Ed erano ben 100 anni che mancava all’appello.

S’Iscalone de Boladina. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-2Questa importante opera di ingegneria pastorale permetteva un comodo transito a uomini e animali sino ai primi del ‘900. Dalle regioni di Cuccuru Albu, Piredda, Serra Maore, Serra ‘e Lattone si scendeva sino a Goloritzé, dove era possibile reperire preziosa acqua: dopo la sua distruzione causata da una rovinosa frana, non era stato più praticato.

Poi, in tempi ben più recenti (cominciando dal 1987), Mario Verin e Peppino Cicalò riescono a coronare il sogno di collegare tra loro i sentieri esistenti, le tracce e i frequenti salti rocciosi al fine di percorrere nel modo più logico possibile il tratto di costa sarda tra Baunei e Cala Sisine. Nasce così Selvaggio Blu, un percorso tra i più meravigliosi e amati al mondo.

Selvaggio Blu evita, nel suo terzo giorno di percorso, il tratto immediatamente vicino al mare tra Cala Goloritzé e Punta Mudaloru. In pratica evita completamente il bosco di Ispuligidenie, Punta Ispuligi e Cala Ispuligidenie (anche chiamata Cala Mariolu). Non che la coppia sardo-fiorentina non vi fosse passata, anzi. Ma i due avevano giudicato alcuni tratti non compatibili con il resto: per omogeneizzare era necessario “ferrare” qualche tratto.

Da Punta Salinas uno sguardo sull’Aguglia, sulla Cala Goloritzé e sul tratto di costa verso Cala Ispuligidenie
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile IrbidossiliNel 2001 Sebastiano Cappai e amici avevano aperto (tra l’altro in senso contrario a Selvaggio Blu) il percorso denominato Trek delle 7 Cale, con l’obbiettivo di percorrere la costa senza staccare mai lo sguardo dal mare. Ma le notevoli difficoltà non hanno fatto decollare questa idea, rimasta quasi lettera morta.

Lo stesso Cappai riconosce: “la realizzazione dell’ultima tappa del Trek delle 7 Cale mi aveva portato al confronto con uno dei territori più ostici di tutto il Supramonte, i precipiti canaloni di sabbioni misti a ghiaia che costituiscono l’entroterra che circonda le tre cale di Goloritzé. Ho dovuto spesso scavare per ottenere delle labili tracce dove posizionare una parte della suola degli scarponi, ed infatti le ripetizioni di questa tappa si contano sulle dite di due mani poiché molti passaggi risultavano impossibili da proteggere”.

Sulle tracce loro, anche Antonio Cabras della Coop Goloritzè, e i ragazzi della Explorando Supramonte si erano affannati alla ricerca di un passaggio logico. Ma avevano ceduto di fronte al tabù del tratto ferrato.

Finché nel maggio del 2013 Luca Gasparini e Marcello Cominetti (guida alpina), individuarono un punto, probabilmente già individuato dai predecessori, che con poco più di 30 m di arrampicata risolse il collegamento tra i sentieri per poter unire Cala Goloritzé a Cala Ispuligidenie, senza quindi risalire la gola di Boladina e percorrere la Serra e’ Lattone.

Il tratto di arrampicata, però, era tutt’altro che facile, sicuramente impraticabile per un escursionista anche esperto, quindi nel giugno del 2014 Marcello Cominetti, con Mario Muggianu e Claudio Calzoni della Explorando Supramonte-Grotta del Fico (coadiuvati da Nicola Collu), hanno attrezzato il famoso passaggio proprio sotto al Culu ‘e Saltu con 30 m di cavo e qualche gradino. Utilizzando alcuni tronchi in ginepro per rendere più agevole il passaggio in onore alle tradizioni pastorali locali, ora il tratto verticale è percorribile con kit da via ferrata (consigliato) e presenta una difficoltà tecnica non superiore a quella originaria del resto dell’itinerario Selvaggio Blu pur essendo di estrema spettacolarità per la notevole esposizione dei passaggi che però sono ben assicurati.

Marcello Cominetti: “Non nascondo che nell’attrezzare questo passaggio ci siamo posti molti interrogativi di carattere “etico” legati prima di tutto alla condizione unica che gode questo eccezionale territorio dal punto di vista estetico e ambientale, e in secondo luogo all’essenza che il sentiero Selvaggio Blu si è guadagnato negli anni, grazie proprio alle prerogative di poc’anzi. Crediamo di avere fatto un buon lavoro aprendo una possibilità senza offendere nulla e nessuno ma consapevoli del fatto che per preservare totalmente un luogo sarebbe meglio non andarci. Ci auguriamo che i frequentatori futuri siano intelligenti e rispettosi come lo sono quasi sempre stati da queste parti, sicuramente sostenuti e intimoriti da una natura così prepotentemente bella”.

In rosso, il tracciato della Via Ferrata. Da Cala Coloritzé (a sin.) si sale per le frane di Su Ledere ‘e Goloritzé, poi si traversa fino al ben riconoscibile spigolo di 30 m della Via Ferrata. In giallo, il tracciato della Variante alta. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-5Ora Su Ledere ‘e Goloritzé è meno impervio di prima ma resta ben lungi dal potersi considerare un normale sentiero, semplicemente perché non lo è affatto. A dispetto del tratto ferrato, conserva tutta la sua problematicità.
Questo percorso, che ormai possiamo chiamare Ferrata di Goloritzé, si propone come variante a Selvaggio Blu, aprendo la percorrenza del lungo tratto costiero tutto sospeso sul mare di Ispuligi fino ai grottoni che precedono Bacu Mudaloru, in corrispondenza della calata in corda, dove i due itinerari si ricollegano.

Lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-3E siamo giunti così al 1° aprile 2015 quando viene sistemato l’ultimo tassello nel Bacu Boladina. Questa volta il gruppo è nutrito: oltre a Sebastiano Cannas, sono presenti Gianni Cannas, Sergio Soro, Matteo Cara, Roberto Ciabattini, Italo Chessa, Mario Calaresu, Enzo Battaglia e naturalmente i padroni di casa, Giampietro Carta (Trekking Margine), Salvatore Piras (Salinas Escursioni) e Sandro Murru (Explorando Supramonte-Grotta del Fico).

Sullo lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-4Il Bacu Boladina è precisamente quello che Selvaggio Blu risale allo scopo di evitare Su Ledere ‘e Goloritzé. La “resurrezione” de S’Iscalone de Boladina permette di scendere senza l’uso della corda per il Bacu Boladina fino a confluire al Bacu Goloritzé e all’omonima e famosa cala (quella con l’Aguglia di Goloritzé).

Tra i tanti possibili collegamenti che S’Iscalone de Boladina consente, uno in particolare risulta molto accattivante: permette infatti di realizzare un bellissimo anello che include la Ferrata di Goloritzé.

L’anello Boladina-Ferrata prevede di raggiungere in auto dal Golgo la sella di S’Arcu‘e Piredda 425 m. Da qui alla sella di S’Arcu‘e Su Tesaru. Si scende ora per il vallone chiamato Bacu Boladina (superando il recentemente ricostruito S’Iscalone de Boladina), poi si raggiunge Cala Goloritzé. Da qui si prosegue per l’impegnativa Su Ledere e quindi si traversa fino allo spigolo di 30 metri della Ferrata. Si prosegue ora (per le tracce del Trek delle 7 Cale) sino ad intersecare l’evidente sentiero turistico, recentemente ristrutturato, che risale ripido da Cala Mariolu sino alle creste di Serra ‘e Lattone poste a quasi 600 metri di quota.

Superato lo spettacolare Iscalone di Ipuligidenie posto sotto l’arco di roccia omonimo si giunge alle creste sommitali raggiungendo ancora il tracciato di Selvaggio Blu. Seguendolo a sinistra si discende raggiungendo gli antichi ovili di S’Arcu ‘e Su Tesaru e la sella di S’Arcu‘e Piredda da cui si è partiti.

S’Iscalone de Ispuligidenie
Anello-Boladina-Ferrata-S'Iscalone de IspuligidenieL’iniziativa non ha mancato di sollevare questioni di vario genere. Tra le reazioni più significative riporto integralmente quella di Mario Verin:

Premessa
Sono assolutamente contrario alle vie ferrate.
Quando con Peppino Cicalò aprimmo
Selvaggio Blu negli anni ’80 avevamo un’idea diversa e, in accordo con l’allora sindaco di Baunei, pensavamo a un sentiero percorribile da tutti senza l’utilizzo di corde.
Oggi il contesto è cambiato, il fascino di
Selvaggio Blu è anche la sua difficoltà, fortemente voluta dalle guide del luogo che non lo vogliono segnare in nessun modo. Tuttavia, in contraddizione con questo intento, sono stati attrezzati alcuni tratti con corde fisse e catene (a mio avviso senza necessità).

La Via Ferrata
Conosco, anche se non l’ho ancora percorsa, la variante aperta dall’amico Marcello Cominetti, guida alpina di grande esperienza, il primo a condurre escursionisti su Selvaggio Blu già dagli anni ’80, quindi un grande conoscitore della zona. Ne avevamo parlato più volte, perché anch’io e Peppino Cicalò l’avevamo valutata e a suo tempo scartata perché considerata troppo pericolosa. Mantengo tuttora questa convinzione in quanto la nuova ferrata attraversa una zona di grosse frane (Su Ledere ‘e Goloritzé). E anche da un punto di vista estetico, a parte la suggestiva esposizione iniziale, trovo che sia poco interessante, perché si inoltra dentro un bosco e lo percorre per 3 km, perdendo uno dei tratti più belli e panoramici di Selvaggio Blu, la cresta di Serra e’ Lattone.  

Boladina
Il
passaggio di Boladina (circa 15 metri di parete, IV grado) fino a oggi veniva affrontato solo in salita dagli escursionisti che percorrevano Selvaggio Blu. È pericoloso, in quanto l’intaglio della parete è l’imbuto di un canale che scarica sassi. Il fatto di velocizzare la salita ripristinando l’antica scala fustes (tronco di ginepro gradinato) è dunque positivo, anche perché è un punto dove già oggi ci si affolla e si può perdere molto tempo se ci sono più gruppi. Quello che invece a mio avviso è negativo, è che lo scopo dichiarato per cui è stata ripristinata la scala fustes di Boladina (S’Iscalone de Boladina) è quello di affrontare il passaggio nei due sensi, cioè scendere dall’alto su Goloritzé e fare l’anello con la nuova ferrata. Questa situazione diventa molto pericolosa per chi è in basso e non può in alcun modo prevedere se c’è qualcuno sopra che sta scendendo.

Il mio timore, in entrambi i casi, è che si prenda poco in considerazione la sicurezza.

Per approfondimenti, oltre a consigliare la lettura de Il libro di Selvaggio Blu, di Mario Verin e Giulia Castelli, Edizioni Enrico Spanu, 2013, riportiamo qui in integrale il documento di Sebastiano Cappai sull’Anello-Boladina-Ferrata.

S’Arcu de Ispigedidenie
Anello-Boladina-Ferrata-Arco Ispuligidenie