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Senza limite: la neo retorica di fine secolo

Più di vent’anni sono trascorsi da quando un editoriale di Alp fotografava una situazione che presto sarebbe stata reale: non più profezia ma facile constatazione che chiunque poteva fare.

Senza limite: la neo retorica di fine secolo
di Marco Albino Ferrari Editoriale di ALP 103 (1993)

In una mattina del febbraio 1965, il Ministro degli Interni se ne stava seduto alla sua grande scrivania di noce scuro. Tra le notizie dell’ultima ora che aveva tra le mani, ce n’era anche una decisamente particolare; d’un tratto, una leggera smorfia di stupore gli passò veloce sul volto. Walter Bonatti aveva salito da solo, in cinque giorni e in inverno una nuova via sulla grandiosa parete nord del Cervino. Era necessario fare qualcosa. Il Ministro si diede subito da fare e convinse il Presidente della Repubblica a premiare l’alpinista con una medaglia d’oro, come alto riconoscimento civile. Saragat in persona pronunciò la grandiosa frase: «Epica impresa che suscita la commossa ammirazione del mondo intero e l’orgoglio della Patria». E un altro infuso di retorica andò a cadere tra i commenti che hanno riempito le pagine della storia dell’alpinismo.

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Lo stesso Walter Bonatti scriveva «Dio e Patria, i valori supremi e contrastanti a cui erano rivolti gli eroi del passato, e a cui le nostre contraddizioni interne rimasero fedeli con successo e con tanto misticismo, hanno perduto col tempo molto del loro ascendente… Ma qui nasce un nuovo movimento eroico dell’animo… esso assume un altro profilo più adatto al nostro tempo (1965) ». Forse Walter era un po’ in ritardo nella storia quando scriveva queste autosentenze di eroismo e oggi ancor di più, dopo tutti i rimpasti culturali degli anni Settanta e Ottanta, quelle frasi ci sembrano lontane, quasi impensabili. Ci sentiamo immensamente estranei a un passato in realtà per niente remoto. Oggi non si userebbe più quel tipo di declamazioni enfatizzate ma nel contempo tutto è diventato come asettico, studiato, pianificato: i “campioni” hanno trovato la loro specializzazione, i loro scenari ideali dove esibire sommi virtuosismi. Si è studiato nei più piccoli dettagli come innalzare i limiti e come renderli appetibili all’occhio del pubblico: in realtà così facendo si è ottenuto un calo di interesse, come si fosse consumata una certa idea originale.

Oggi una grande impresa in montagna, non solo non fa più spalancare la bocca al Ministro degli Interni, ma non richiama più neanche tanto l’attenzione del pubblico di settore. Quando i “limiti” si dichiarano abbattuti non vale più la pena parlarne. Che grande interesse può suscitare l’ennesima via “nuova” aperta magari intersecando in più punti gli itinerari classici di una parete ormai super affollata? Forse perché è mezzo grado più dura delle altre? L’alpinismo è come ingolfato: sulla parete sud del Fou gli itinerari non si riescono più a contare, quest’estate se ne è aggiunto uno alla lista, ma è una notizia che non riesce più a fare scalpore.

In questo momento di transizione i nostri lettori reclamano altri contenuti, altre riflessioni. Ci si chiede come mai l’alpinismo non raccoglie più grande attenzione? Perché l’evento eccezionale è diventato quotidianità. Così l’interesse generale sta cambiando. Per esempio abbiamo osservato che quest’estate è avvenuto un certo incremento delle ripetizioni delle vie classiche a discapito di quelle moderne. Anche questo dato potrebbe essere significativo. La storia, la memoria dell’uomo, diviene inevitabilmente un riferimento di identità in un momento di impoverimento di contenuti. Dopo lo storico articolo sull’Aiguille du Fou (Alp n. 91), dopo la ricostruzione delle tracce di Gervasutti (n. 98), dopo quelle pionieristiche di Young (n. 99) siamo arrivati a parlare del Pilone Centrale del Frêney proprio in una chiave che ci permettesse di entrare nelle rughe e nella storia nascosta di quella montagna. Abbiamo ripreso la penna di uno storico dell’alpinismo, Gian Piero Motti, perché ci sembrava che osservare il passato da un’angolazione più vicina agli eventi fosse in qualche modo più coerente. Motti insisteva sull’importanza di dare senso storico ai giudizi: le pagine di Bonatti lascerebbero un profumo diverso lette con l’occhio del loro tempo e anche la medaglia d’oro di Saragat forse avrebbe un altro peso. Oggi più nessuno commenta l’alpinismo con quel tipo di declamazioni eroiche; ma attenzione, un’altra forma di retorica bussa al nuovo millennio.

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Marco Albino Ferrari: il cacciatore di storie

Martedì 28 ottobre 2014, presentazione presso la sede del CAI Milano del nuovo libro di Marco Albino Ferrari, Le prime albe del mondo (Edizioni Laterza).
Dall’emozionante chiacchierata con la quale l’autore, stimolato da Alessandro Gogna, ha saputo intrattenere un pubblico interessatissimo, estraggo, quasi parola per parola, ciò che Ferrari ha raccontato di Ettore Castiglioni. E questo è solo un esempio di come l’autore sappia “cacciare” e poi finemente cucinare le storie che lo affascinano. I diari di Castiglioni erano stati curati da Ferrari e pubblicati nella collana dei Licheni con il titolo Il giorno delle Mésules, 1993.

Il turning point di Ettore
di Marco Albino Ferrari (28 ottobre 2014)

Erano i primi mesi di lavoro nella redazione di ALP, avevo 27 anni, e il potermi improvvisamente interessare in modo professionale alle storie della montagna per me era stato un cambiamento di vita radicale.

Si presentò in redazione un personaggio curioso, non tanto alto, con i capelli bianchissimi, gli occhi azzurri e vivaci, nervoso, con l’accento toscano: Saverio Tutino. Tra le altre attività, quest’uomo era direttore del Centro Diaristico di Pieve S. Stefano, dove è conservata una moltitudine eterogenea di diari, memorie, memorie intime. Tra questi c’erano i diari di Ettore Castiglioni. Conoscete tutti Castiglioni: di origini trentine ma naturalizzato milanese, era lo zio di Saverio Tutino.

FerrariPresentazioneLibro-1961718_1627556290804608_3872628474595280683_oTutino è stato corrispondente a Cuba per L’Unità, ha scritto sul Politecnico di Elio Vittorini, un personaggio quindi centrale nella cultura italiana, ma anche un giramondo e uomo d’avventura. Lui raccontava di questo zio fenomenale, l’esploratore delle Dolomiti, il compilatore magnifico e insuperabile delle grandi guide monografiche del territorio dolomitico.

Il diario era costituito, nella circostanza materiale, da sei faldoni trascritti a macchina da una signora che, innamorata di Castiglioni, dopo la morte di Ettore, ne aveva copiato i manoscritti. Occorreva fare una selezione, perché a voler pubblicare l’intero corpus sarebbero stati necessari sei volumi. In realtà dunque bisognava scartare molto e tenere un sesto del complesso degli scritti. Occorreva avere un criterio, dare una direzione, interpretare quel patrimonio tramite una precisa angolatura di visuale. Va da sé che si era scelto di focalizzare la lente sul Castiglioni alpinista. Quindi tutto ciò che riguardava l’alpinismo, la montagna, l’esperienza diretta con la roccia, con le Dolomiti, doveva essere trattato con più riguardo rispetto al resto.

Questa era un’altra pietra che cadeva dal cielo, una sorta d’inaspettata novità che mi portava a tu per tu con un altro dei miei miti, perché già da quel poco che era stato in precedenza pubblicato di suo si intravvedeva un personaggio assai complesso e ricco. Era un intellettuale, laureato in legge a Londra, figlio dell’alta borghesia, ma aveva rifiutato la carriera, la professione, e si era rinchiuso in questo mondo molto solitario, circoscritto a se stesso, chiuso, che metteva al centro della sua esistenza la montagna. Un luogo ideale, sacralizzato, che lui percorreva e nel quale vagava, per colmare lacune cartografiche, per cercare di appropriarsi dell’orografia, cosa necessaria alla compilazione delle sue guide, con una visione sistematica, classificatoria, ma nello stesso tempo idealizzante, piena di entusiasmo per questi altrove che lui raggiungeva in una specie di estasi continua. E poi c’erano i fine stagione che lui raccontava nei diari, settimane di vagabondaggio nelle Dolomiti senza meta, senza sapere dove i suoi passi lo avrebbero condotto nella notte successiva, magari in un fienile, magari in un fondovalle, in rifugio, in un bivacco… sempre da solo con il suo diario, che come amico fedele avrebbe tenuto dalla sua tarda adolescenza fino agli ultimi giorni della sua vita, nel marzo 1944.

Ferrari-presentazione-libro-10710466_10152806299863523_2002037106845618795_oEbbene, quel malloppo di scritti doveva essere ridotto, e la scelta non poteva essere fatta in orario di lavoro. Era un compito a casa che era stato affidato a me, studente che doveva imparare il mestiere del redattore. Essere alle prese con un diario inedito è un’esperienza molto intima, un dialogo muto, una sorta di rapporto a distanza, certo incolmabile perché uno dei dialoganti non c’era più: però le parole da lui vergate erano davvero intime. Normalmente ciò che l’interlocutore ti dice è quello che vuole dirti, che vuole far passare all’esterno, ma il diario è qualcosa di davvero intimo, a volte una trascrizione diretta dal nostro inconscio. E in questa sfera dell’inconscio di Ettore Castiglioni, nelle sere d’inverno passate in una camera a torre nel centro di Torino, ho trovato un periodo di grande passione. Alla fine ce la feci a riordinare la massa di materiale, aveva una logica: il lavoro era finito.

Ettore Castiglioni dopo l’8 settembre 1943 si era ritirato con un gruppo di allievi della scuola di alpinismo in Valle d’Aosta, a Ollomont, un punto strategico all’inizio del cammino per la Fenêtre Durand, uno dei pochi passaggi possibili per entrare in Svizzera. Dopo l’8 settembre c’era un viavai di gente in fuga dalla guerra e dalle leggi razziali, per tentare di rifugiarsi nell’isola di pace della Svizzera. E lì lui, Ettore Castiglioni, che da sempre aveva rifiutato la società, la relazione con gli altri, che si era rifugiato nella solitudine come categoria massima, come luogo d’elezione per stare solo a tu per tu con la montagna, per evitare il grigiume del mondo… ecco, quando gli è stato chiesto aiuto, Ettore non si è girato dall’altra parte. Non si è rifiutato, lui che si era sempre rifiutato, e nel momento in cui il mondo e la società imploranti gli hanno chiesto aiuto, lui si è girato dalla parte giusta, fino a dare la vita.

Un personaggio siffatto e con una svolta di quel tipo fa la gioia degli sceneggiatori, che chiamano turning point quel momento in cui la storia prende una direzione totalmente imprevista: affascinante, quel punto in cui tu puoi scegliere se essere te stesso come sei sempre stato sempre oppure cambiare perché c’è qualcuno da aiutare. Castiglioni si è rivelato un perfetto protagonista di turning point, da elogio. Con l’abbandono del suo spirito misantropo, si era dedicato appieno ai progughi disperati.

Dopo tre settimane di traffico e di cammino per portare in salvo ebrei in fuga per il Vallese, tra cui anche Luigi Einaudi, il futuro presidente della repubblica italiana, Castiglioni è stato arrestato dalle guardie di frontiera che lui tra l’altro corrompeva con fontine perché, quelli sì, si girassero dall’altra parte. Imprigionato a Martigny, fu poi liberato ma gli fu proibito di rientrare in Svizzera. Nel novembre 1943 tornò a Milano, una città appena bombardata, mezza vuota e sfollata. Tenne fede al suo appuntamento quotidiano con il diario, ma qui si comprende bene come gli fosse ormai impossibile confidarsi con le pagine bianche nel modo così intimo cui ci aveva abituati in precedenza. Se il diario fosse caduto nelle mani dei fascisti, per lui sarebbe stata la fine. La lettura penetra in una zona misteriosa, come è misteriosa la sua morte, che avviene nel marzo 1944. Con gli sci da scialpinismo dalla Valmalenco si recò al Passo del Forno, poi scese al Passo del Maloja e si rifugiò alle ultime luci del giorno in una locanda, dove cenò cercando di non farsi notare. Aveva uno zaino e un passaporto smaccatamente falso. Non si capisce cosa volesse fare, il diario non lo dice. Il padrone del ristorante notò quell’uomo solo, chino sul piatto, un clandestino. Chiamò le guardie che, alla vista del documento risibile, lo trassero in arresto. Lo portarono in altra sede, lo rinchiusero in una stanza in alto, dopo avergli tolto i vestiti.

Lì successe qualcosa in lui, qualcosa che può essere solo immaginato. Di fatto lui si calò dalla finestra, a marzo, in pieno inverno, a 1800 metri e fuggì verso il Passo del Muretto, a oltre 2500 metri. Si era fatto un mantello a mo’ di poncho con la coperta di lana e si era confezionato un paio di calzature con le lenzuola. Una traversata impossibile, come immaginare di traversare l’Atlantico a nuoto… pensiamo di notte, d’inverno, svestito sul ghiacciaio del versante settentrionale del passo. E poi, anche se fosse riuscito in questo pazzesco intento e fosse arrivato a Chiesa Valmalenco? Lì c’erano i neri, i fascisti… che non avrebbero certo tardato a capire cosa tramasse un figuro così agghindato in giro per le montagne. Lo avrebbero messo in prigione, quasi certamente fucilato.

Niente diario, solo la nostra immaginazione, appoggiata su alcuni fatti. E il nostro entrare in punta di piedi in un Castiglioni così interiore da preferire la morte alla prigionia.

Era impossibile cercare e trovare la libertà da quella parte, lì si trovava solo la morte. Eppure Castiglioni arrivò al Passo del Muretto, scese sul versante italiano. Ma era allo stremo, forse gli sembrò di fermarsi solo un istante a riposare e invece si accasciò, sfinito nel vento. Lo ritrovarono a primavera, con il viso immerso nella neve.

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Etna libera, intervista a Marco Albino Ferrari
di Claudia Campese (articolo apparso l’11 settembre 2014 su CTzen, organo informazione on line di Catania)

Marco Albino Ferrari, ex alpinista e fondatore e direttore di Meridiani Montagne, la rivista di riferimento per gli appassionati italiani, parla del dualismo tra sicurezza e libertà nella fruizione della natura e dell’equilibrio impossibile da imporre per legge: «Quanto è lecito che un cittadino sia soggetto a uno Stato paternalista?», si chiede. Una riflessione che si applica anche al vulcano etneo, gestito nella sua parte sommitale da Prefettura e Protezione civile regionale. Si ricorda, in questa occasione, che le stesse limitazioni sono valide, con qualche diversa sfumatura, ancher per Stròmboli.

«È vero, il primo spicchio di sole in Sicilia viene proprio dall’Etna». Di chiarore che sorge dalla natura se ne intende Marco Albino Ferrari, milanese classe 1965, autore del libro Le prime albe del mondo, Gli escursionisti sono alle prese con gli alterni divieti di fruizione del vulcano, disposti dalla prefettura sulla base dell’ormai noto documento della Protezione civile regionale. Il quale stabilisce l’obbligo di accompagnamento da parte delle guide per quanti vogliano visitare la parte sommitale dell’Etna e l’assoluto divieto in caso di eruzioni. Una stretta misura di sicurezza che ha qualche precedente nella storia, ma che non è mai riuscito a frenare gli amanti della montagna.

Marco Albino Ferrari. Foto: Emilio Leone
Etna-marco-albino-ferrariDa giornalista e alpinista, cosa pensa del triangolo sicurezza-fruizione-natura?
«Innanzitutto c’è da fare una distinzione tra rischio e pericolo. Il pericolo è oggettivo, incalcolabile e improvviso; il rischio è invece un concetto che nasce con la società moderna, a partire dal 700, con l’idea di poter calcolare la sua entità. Pensiamo ad esempio alle assicurazioni, è il cosiddetto rischio calcolato. In una dialettica di cui parlava già lo psicanalista Sigmund Freud, la sicurezza si contrappone alla libertà di fare quello che si vuole, senza un atteggiamento preventivo rispetto alle attività umane».

Come ci si districa tra questo dualismo sicurezza-libertà?
«Sono due posizioni divergenti, tra cui è necessario trovare punto di equilibrio. Perché una società troppo garantita, che previene sempre il pericolo, è una società immobile. E negli ultimi anni la nostra è sempre più tesa a garantire e governare l’incertezza».

Ma la natura non è incertezza di per sé?
«Certo, ma basta pensare a chi ha condannato i geologi che non hanno previsto il terremoto de L’Aquila. Questa è una società che non ammette che ci siano margini di imprevedibilità, anche a discapito della libertà. Ma quanto è lecito che un cittadino sia soggetto a uno Stato paternalista?».

Etna innevato e Regalbuto (Enna)
etna_innevato_regalbutoLo è nel caso di chi va in montagna?
«L’alpinismo è un’attività che prevede il rischio e il pericolo come parti integranti del suo statuto, anzi, li esalta. Da questo punto di vista l’alpinismo è una provocazione, uno scandalo: vien percepito come un caso di pochi esaltati che si mettono in pericolo».

Sembra un manifesto rivoluzionario. Anche le Alpi condividono con l’Etna un tentativo di opposizione da parte delle autorità?
Da qualche anno in Piemonte le leggi regionali vietano la scalata in caso di condizioni climatiche avverse, come le forti nevicate, e lo sci fuoripista, per la possibilità di provocare una valanga e fare male a qualcuno. Ma sono divieti poco applicabili, perché è difficile controllare. Nella storia dell’alpinismo, comunque, si presentano ciclicamente delle proposte di legge, magari all’indomani di grandi tragedie, ma non se n’è mai fatto niente.

Non si è mai riusciti a controllare, se non la natura, i suoi appassionati?
In Svizzera, negli anni ’30, tentare di scalare la parete nord dell’Eiger era uno dei miti dell’alpinismo, che aveva già provocato diverse vittime. Gli alpinisti continuavano a scalare accanto ai cadaveri degli altri alpinisti morti. A un certo punto la legge cantonale decideva di vietare la scalata, punendola con alcuni giorni di prigione. Eppure i candidati continuarono ad arrampicarsi comunque, dicendo: «Che importa il divieto svizzero. Una volta in parete non ci spareranno mica addosso e, se dopo ci metteranno in prigione, ne approfitteremo per goderci alcuni giorni di ben meritato riposo!».

Eruzione sull’Etna

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