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Meeting al rifugio del Croz dell’Altissimo

Un anno fa, il 28 agosto 2014, Alessandro Beber organizzava al rifugio del Croz dell’Altissimo un meeting (molto informale) invitando molti degli alpinisti che hanno contribuito alla storia alpinistica del Brenta.

Rifugio Croz dell’Altissimo, 28.08.2014. Piero Ravà, Sergio Martini, Alessandro Gogna, Marco Furlani, Chiara Paoli, Valentino Chini, Mariano Frizzera, Marco Pilati + gatto GrillRifugio Croz dell'Altissimo, 28.08.2014. P. Ravà, S. Martini, A. Gogna, M. Furlani, Chiara Paoli, V. Chini, M. Frizzera, M. Pilati + gatto Grill

Il risultato è stato un piacevolissimo incontro tra verdi e meno verdi glorie, un pomeriggio sotto alle grandi crode del Brenta e una simpatica cena al rifugio.

Rifugio Croz dell’Altissimo, 28.08.2014. Francesco Salvaterra, Alessandro Baù, Matteo Faletti, Rocco Ravà, Alessandro Beber, Andrea ZanettiRifugio Croz dell'Altissimo, 28.08.2014. Francesco Salvaterra, Alessandro Baù, Matteo Faletti, Rocco Ravà, A. Beber, Andrea Zanetti

Per l’occasione era presente una piccola troupe televisiva. Qui di sotto 10 filmati intervista (Alessandro Beber, Danilo Bonvecchio, Valentino Chini, Marco Furlani, Giuliano Giovannini, Alessandro Gogna, Sergio Martini, Marco Pilati, Piero Ravà, Andrea Zanetti).

Alessandro Beber

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Alba Chiara, un po’ come la canzone di Vasco Rossi

  La prima ascensione di Alba chiara al Monte Casale
di Marco Furlani

L’avventura è dentro di noi. Per gli alpinisti il posto dove cercarla è la montagna, e aprire una via nuova su di una grande parete è il massimo dell’avventura.

Con la memoria bisogna tornare molto indietro nel tempo, eppure tutto è così chiaro e nitido, scolpito nella memoria. Allora la sete d’avventura era la benzina per i nostri giovani ma potentissimi motori.
Alla fine degli anni ‘70 inizio ‘80 il nostro terreno di gioco era l’allora quasi inesplorata “Valle della luce”. Ero appena ritornato dalla valle dello Yosemite in California carico come una molla e volevo mettere a frutto la bella esperienza americana.

Marco Furlani su Alba chiara (primo tentativo con Stefano Fruet), Monte Casale

Furlani-AlbaChiara-M. Furlani sul primo tentativo su Alba chiaraA quei tempi avevo conosciuto Mauro Degasperi, di Ravina, soprannominato Alcide: assieme a Roberto Bassi e Riccardo Mazzalai si erano distinti come i giovani più promettenti dell’arrampicamento trentino di quel periodo.

Mauro era bel ragazzo colto, alto, magro dal fare gentile e molto paziente, mi entrò subito in simpatia. Alcide era fortissimo in arrampicata libera e formava coppia con Riccardo Mazzalai, soprannominato Tequila, un’autentica forza della natura, alto più o meno come me ma fisicamente più robusto, due braccia forti come querce, una fluidità e scioltezza impressionante. Un po’ avventato forse ma in gamba, in gamba sul serio. Lavorava la terra con suo padre, contadini per vocazione. Avevano una cantina molto ben fornita, dove il più delle volte ci trovavamo a discutere e quando i bicchieri superavano un certo numero e gli animi si scaldavano nascevano feroci discussioni.

Eravamo tipi semplici e come me i due ravinoti vivevano l’alpinismo e l’arrampicata serenamente e liberamente, senza tanti preconcetti etici: si faceva com’ eravamo capaci e meglio che si poteva, con i pochi mezzi che avevamo, ed in breve tempo insieme ripetemmo la maggior parte dei grandi sesti gradi delle Dolomiti.

Noi tre assieme al leggendario Valentino Chini, alpinista più maturo di noi, avevamo già aperto la via del Boomerang sull’immensa placconata del Monte Brento, un viaggio avventuroso e incredibile lungo una parete strana e singolare per quel tempo.

Come si sa, raggiunto un obiettivo quando si è giovani la testa corre verso altri traguardi… Avevo individuato la possibilità di una grande via sulla ciclopica parete del secondo pilastro del Casale, alta 650 metri: era un oceano di placche grigie nella prima parte con in alto un grande diedro chiuso da grandi strapiombi, una vera “big wall”.

Con un altro giovane fenomeno della scalata, Stefano Fruet, avevo già assaggiato alcuni tiri e superato il tetto con gli strapiombi iniziali. La via verso l’oceano di placche era aperta, poi Stefano abbandonò l’idea e smise quasi di arrampicare. Allora ricompattai il quartetto del Boomerang e partimmo armati di tutto punto.

I chiodi ce li facevamo noi, Riccardo poi ne aveva costruiti di tutti i tipi; c’erano quelli grandi con l’anello appositamente fatti per le soste, quelli più piccoli da progressione, qualche lama sottile forgiata appositamente per le fessurine del compatto e inchiodabile calcare del Sarca. Completava il corredo il fedele punteruolo con alcuni chiodi a pressione.

Tutto era pronto: viveri, acqua, e materiale da bivacco quando prestissimo, quella mattina di fine maggio del 1981, arrancavamo carichi sui ghiaioni basali della concava parete del Casale. Ci legammo in due cordate, io con Riccardo, a ruota Alcide e Vale si trascinavano dietro il grande saccone con tutto il necessario per la permanenza in parete: il nostro stile era attaccare e non mollare più l’osso fino in cima.

Il leggendario Valentino Chini su Alba chiara, Monte Casale
Furlani-AlbaChiara-Il leggendario Valentino Chini su Alba ChiaraL’arrampicata lungo la grigia parete si presentò subito ardua e impegnativa, il tempo era magnifico, terso e ventilato e dopo diversi passaggi per allora e ancora adesso molto impegnativi arrivammo alla rampa erbosa che conduce alla cengia alla base del grande diedro.

Dietro Alcide e Vale seguivano molto bene sobbarcandosi il duro lavoro del recupero materiale. Alla cengia mangiammo qualcosa e mentre io e Riccardo attrezzavamo qualche tiro nel diedro loro preparavano il bivacco.

Ricordo una serata bellissima e di come mi emozionò il tramonto verso il Bondone. Dopo aver mangiato si discuteva un po’ di tutto e immancabilmente cademmo sulla politica. Valentino e io avevamo una visione diametralmente opposta; io così rigidamente di sinistra, lui così cocciutamente di centro: i toni si alterarono e Alcide e Tequila ci guardavano esterrefatti…

Riccardo Tequila Mazzalai e Mauro Alcide Degasperi su Alba chiara
Furlani-AlbaChiara-R. Mazzalai e M. Degasperi durante l'apertura di Alba chiara

Una volta placatesi le discussioni, la notte passò tranquilla e alla mattina nella penombra assistemmo al sorgere dell’alba. Ricordo la luce del sole che lentamente scendeva dall’alto incendiando con un color rosso oro tutto il pilastro fino a giungere a noi che pigramente iniziavamo a prepararci. Guardammo gli strapiombi superiori davvero paurosi ma, una volta messe le mani sulla roccia, tutto passò e iniziammo a carburare.

Arrivammo bene sotto l’orlo dei tetti finali, poi Riccardo si armò di tutto punto e partì salendo un po’ in libera e un po’ in artificiale battendo con vigore sui chiodi. Quando toccò a noi scoprimmo un vuoto incredibile, con il vento del Garda che ci accarezzava facendo sbattere le staffe: stavamo bene, eravamo appagati, ci sentivamo liberi. In vetta ci abbracciammo perché avevamo vinto.

La nostra via si sarebbe chiamata Alba Chiara, un po’ come la canzone di Vasco Rossi che era appena uscita, un po’ come l’alba della nostra vita.

Marco Furlani su Alba chiara, Monte Casale, Valle del Sarca
Furlani-AlbaChiara-M.Furlani su Alba chiara

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Salire a lato e scendere di notte sulle piste

Salire a lato e scendere di notte sulle piste

Il quotidiano Trentino, il 24 gennaio 2015, titolava “Troppi scialpinisti sulle piste del Bondone, anche di notte. L’allarme delle Funivie”.
La Società Trento Funivie ribadisce ancora una volta i divieti: “Sia le norme provinciali che quelle nazionali vietano la risalita delle piste e qualsiasi loro utilizzo al di fuori dell’orario di apertura al pubblico”.

Il problema nasce dallo scontro con la necessità di manovra serale e notturna dei mezzi battipista. Gli sciatori non possono essere presenti, neppure a ragionevole distanza: le piste devono essere deserte, per evidenti ragioni di sicurezza. La società degli impianti di risalita ricorda infine che con l’applicazione della normativa vigente, qualsiasi utilizzo al di fuori dell’orario di apertura è pertanto assolutamente vietato.

Rifugio al Sole, vetta del Palon del Monte Bondone
????????????????????????????????????È vero – dice Marco Furlani, il noto alpinista, pure lui frequentatore notturno del Bondone – la risalita delle piste da parte degli scialpinisti è molto frequente sul Monte Bondone: che è meta di moltissimi appassionati che utilizzano anche le ore notturne per allenarsi, grazie alla facile accessibilità. La Società ha concesso per tre precise piste (Diagonale Montesel, Cordela e Lavaman) l’apertura il giovedì e il sabato, dalle ore 20 alle 22.30. Tra l’altro proprio l’altra sera – a pochi metri dalla vetta del Palon – è stato soccorso uno scialpinista colto da infarto: è stato salvato con l’uso del defibrillatore dagli agenti della polizia municipale che erano in servizio a Vason, proprio in occasione della serata di sci notturno.

Ma il problema è che la gente non si accontenta dei soli giovedì e sabato. Anche se il rifugio al Sole, in vetta al Palon, le altre sere è chiuso, sono tantissimi quelli che vanno su di notte e poi scendono, incuranti dei gatti che lavorano”.

Nel novembre 2014 è stato diffuso un video dal soccorso alpino di Schladming (Austria): vi si evidenziano i rischi che corre chi scende lungo le piste da sci mentre sono all’opera i gatti delle nevi per la battitura. I gatti talvolta, per avere maggiore trazione, utilizzano un verricello e un cavo che può avere una lunghezza fino a 1.000 metri e che può anche essere nascosto sotto la neve e avere movimenti improvvisi e violentissimi. Ecco il video:

Il 30 gennaio 2015 il quotidiano L’Adige riprende l’argomento con un articolo di Fabia Sartori, dal titolo “Scialpinisti sulle piste pericolosi da multare”. L’articolo è praticamente un monologo di Francesco Bosco, capo degli impianti di Campiglio e presidente della sezione trentina dell’associazione nazionale esercenti funiviari (ANEF), che invoca un deciso giro di vite a suon di multe per quella che ritiene essere una vera e propria “piaga” che affligge tutti i caroselli del territorio trentino.

Gli scialpinisti che risalgono le piste in orario d’apertura e di chiusura vanno multati: la loro attività è assolutamente illegale ed è punibile a norma di legge. Anche in Trentino è il momento di arrivare ad applicare le sanzioni previste, che fino ad oggi non sono mai state elevate… Nelle altre Regioni e Provincie le forze dell’ordine multano (come previsto dalla legge nazionale 363 del 5 gennaio 2004) chi si avventura in salita con le pelli di foca con ammende che variano tra 120 e i 250 euro… Invito caldamente la Polizia di stato e i Carabinieri, il Corpo forestale e la Guardia di Finanza, la Polizia locale a praticare le sanzioni previste per i soggetti inadempienti. A noi impiantisti non e concesso di multare: possiamo solamente produrre segnalazioni alle forze dell’ordine preposte oppure invitare personalmente gli scialpinisti a cambiare percorso”.

Dice Marco Furlani: “È vero che la legge chiarisce come la risalita sulle piste con gli sci ai piedi sia normalmente vietata, così come qualsiasi utilizzo (in salita e discesa) delle pista in orario di chiusura. Ma è anche vero che sul Bondone si è sempre chiuso un occhio… Non dimentichiamo che questo “traffico” notturno è una manna per il rifugio al Sole, di proprietà guarda caso della Società Trento Funivia”.

ScialpinismoNotte-image

Bosco invece insiste: “Ritengo che sul nostro territorio si sia creata una sorta di «lobby intoccabile» che riceve tolleranza e permissività da parte di tutti. Paradossalmente conosco casistiche di azioni delle forze dell’ordine su persone che hanno intrapreso il fuoripista in località in cui è vietato: sulle piste il pericolo viene sottovalutato… ci sono i cartelli di divieto che vengono spesso rimossi… il nostro personale rischia perfino di essere aggredito nel momento in cui invita gli scialpinisti a lasciare le piste… mi chiedo dove stia il buon senso”.

Parlando di sciescursionismo, un tempo erano sentieri e stradine forestali a essere maggiormente battuti, poi pian piano si è affermata quest’usanza (in realtà nata in Austria) di salire e scendere in pista, ovviamente soprattutto nelle serate di sabato e domenica. Che ci sia rischio è evidente: gli operatori non vedono gli sciatori nelle tenebre e non li sentono, gli scialpinisti possono non accorgersi della fune tirata. Un incidente, anche grave, non è per nulla improbabile.

Siamo d’accordo con Bosco quando invita i vari Sci Club del Trentino, o i gruppi SAT, a rinunciare a organizzare scialpinistiche in notturna ai rifugi, con conseguente discesa di 100 o 150 persone sulle piste. Il lavoro dei mezzi battipista ne risulterebbe nullificato, la mattina dopo le piste risulterebbero quasi impercorribili allo sciatore medio. Questa non può essere una pratica che il CAI o associazioni similari possano favorire.
Purtroppo per il presidente Bosco la soluzione si ha attraverso il «fioccare» delle multe. Per lui la responsabilizzazione si ottiene solo con la coercizione e la sanzione: “L’unica attività concessa è quella di risalire su sentieri o stradine e poi ridiscendere lungo le piste se sono aperte… Sono contrario a modifiche di legge al fine di individuare una «zona franca» a bordo pista dove lasciare libero il passaggio con gli sci ai piedi: rimarrebbe un alto grado di pericolo, anche perché il bordo pista non è semplice da identificare. Noi impiantisti siamo responsabili in toto della gestione delle piste e se la Provincia vuole legiferare deve prendersi anche la responsabilità della tutela di chi sale con gli sci ai piedi”.

Dunque gli impiantisti, forse complice l’incidente del succitato infartato, alzano la cresta. Il sito http://girovagandoinmontagna.com osserva: “Perché una società privata, sia pure partecipata, che gode comunque di concessione pubblica, deve espropriare a suo esclusivo interesse una intera montagna? Nel caso del Bondone non solo di giorno ma, con l’estensione dell’apertura degli impianti, perfino di notte? I problemi della pericolosità di risalire le piste durante la battitura pista sono noti, ma possibile non si possa trovare una soluzione per tutelare anche chi, legittimamente, preferisce salire la montagna con le pelli piuttosto che con gli impianti? Le montagne non sono proprietà privata degli impiantisti”.

Marco Furlani getta acqua sul fuoco: “Non è interesse della Società Trento Funivie spingere troppo l’acceleratore. Gli va bene che la gente salga al loro rifugio. Però attenzione: salire sempre a lato della pista, oltre le paline, con un solo punto (segnalato) di attraversamento della pista (a Vason). Indi scendere sempre in assenza dei gatti delle nevi.

Francesco Bosco
ScialpinismoNotte-Francesco_Bosco_Confindustria_TRento

 

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La parete est di cima Brenta

Storia di un rubino incastonato
di Marco Furlani (tratto dal suo sito La valle della luce).
La cima Brenta 3150 m è “un grandioso e complesso massiccio roccioso e ghiacciato”, scrive Ettore Castiglioni descrivendo la sua massiccia e complessa mole. La sua parete est è una delle più alte, grandiose e selvagge, dell’intero gruppo del Brenta.

L’immane parete est di cima Brenta
L'immane parete est di cima Brenta

Alta architettura visibile da qualunque belvedere posto a est del gruppo, questo imponente massiccio dolomitico ha sempre attratto lo sguardo dell’escursionista; dal Bondone, alla Paganella o dalla Marzola, l’occhio dell’alpinista non poteva rimanere insensibile, attratto da quella grande macchia rossa, quasi un rubino incastonato in una splendida cornice, che è il bellissimo pilastro est.
Questo domina la testata delle Val Perse e sale dalle ghiaie del sentiero Orsi che ne bordano la base con un sol balzo di 600 m fino alla cengia Garbari dove passano le Bocchette Alte per continuare più rotto fino alla vetta.
La storia alpinistica di questa parete è relativamente recente, il forte M. Agostini con A. Moser ne violano l’intangibilità il 13 luglio 1930 salendo con un elegante itinerario di quarto grado su buona roccia sulla nera e spesso bagnata parte destra, ben distanti dal vero e proprio pilastro rosso.

EstBrentaIl 28 settembre 1936 gli accademici Matteo Armani e Marcello Friederichsen, due autentici giganti dell’epoca d’oro del sesto grado, salgono l’estetico camino ad arco che borda il pilastro sempre comunque sulla destra: ne esce una via logica, di estetica meravigliosa, stupenda, con tratti veramente impegnativi. Armani la valuta di V grado, ma chi ha ripetuto le vie di questo grande e quasi sconosciuto atleta sa di cosa si parla, in più tratti si sfiora il VI grado.

Il grande eroe sconosciuto Matteo Armani
Il grande eroe semi-sconosciuto Matteo Armani

Qui vale la pena spiegare bene la morfologia della parete in questo settore perché per anni, complice la descrizione di Castiglioni, ci sono stati fraintendimenti.
Egli nella sua guida Dolomiti di Brenta scrive: “la via si svolge lungo quel sottile diedro verticale che delimita a destra l’enorme placca rossa della parete”. Questa descrizione può trarre in inganno l’alpinista, la via Armani infatti segue il camino subito a destra del diedrino ben visibile, molto evidente perché la via attacca prima per un’esile fessura che man mano si trasforma in camino e che solca elegantemente ad arco quasi tutta la parete ed esce per un’evidente colata nera.

Due delle vie che tagliano il Rubino
Due delle vie che tagliano il Rubino

L’attenzione si sposta sulla sinistra, dove la parete presenta uno spigolo poco accennato interrotto da numerosi strapiombi.
Quattro assi dell’alpinismo acrobatico, due guide e due accademici, Marino Stenico, Bruno Detassis, Carlo Sebastiani (Topo) e Marco Franceschini liquidano il problema nel luglio del 1947 con 8 chiodi su 500 metri di V e VI grado. E’ da ricordare che questa è la prima via nuova di Bruno Detassis dopo i lunghi anni di prigionia e privazioni in un campo di lavoro in Germania: al suo rientro a Trento dopo la guerra pesava 47 kg, quando il suo peso forma era di 75.

Bruno Detassis con Ettore Castiglioni
Bruno Detassis con Ettore Castiglioni

All’inizio degli anni ’60 i tempi sono oramai maturi per risolvere il problema principale della parete, il superamento diretto degli strapiombi rossi, impresa studiata nei minimi particolari come nel suo stile da Marino Stenico, poi anche Bepi Loss, altri alpinisti, magari meno famosi ma non per questo meno bravi e agguerriti, come Cesare Cestari e Renato Comper, due sosatini purosangue.
I due attaccarono, ma la mancanza di materiale adeguato e di tempo spegne le loro velleità 50 metri sopra la cengia che divide la fascia di rocce grigie da quelle rosse circa a metà della parete: è tuttavia il punto più alto raggiunto fino a quel momento.
Cesare Maestri con il fedele Carlo Claus attaccano decisi, sembra cosa fatta, ma il diavolo ci mette la coda e durante la notte di bivacco sulla cengia centrale, Cesare ha un attacco di peritonite.
Il generoso ed erculeo Carlo se lo porta sulle spalle quasi fin sulla porta dell’ospedale. Quando il ragno delle dolomiti è in parete, i giornalisti sono sempre all’erta e la notizia arriva a Verona.

Valentino Chini a sinistra e Marco Furlani sulla cengia Garbari dopo la via della Sorpresa
Valentino Chini a sinistra e Marco Furlani sulla cengia Garbari dopo la via della Sorpresa

All’epoca Milo Navasa era uno dei massimi esponenti dell’alpinismo dolomitico e aveva messo a punto un collaudatissimo sistema che si basava sull’apporto di due fortissimi compagni Claudio Dalbosco e Franco Baschera e un’organizzazione impeccabile.
I tre che avevano in programma la salita da qualche tempo colgono la palla al balzo e dal 13 al 17 luglio 1964 superano in perfetto stile alpino senza aiuto dal basso il pilastro con un ardito aereo ed estremo itinerario e dedicano la via alla loro Città di Verona, sono 600 metri di VI+ e A3.
Tutto sembra compiuto, ma nel settembre 1983 dopo un bivacco alla base la collaudata e inseparabile copia di accademici Marco Furlani e Valentino Chini supera l’esilissimo diedro nero (quello erroneamente attribuito da Castiglioni alla via Armani) che borda a destra la parete rossa interrotto nella prima parte da una fascia di grandi strapiombi gialli.

In risalita d'inverno lungo gli strapiombi di cima Brenta
In risalita d’inverno lungo gli strapiombi di cima Brenta

Partono carichi di chiodi pensando di dover vincere la parte centrale con l’uso di mezzi artificiali, ma ne escono in 8 ore di dura arrampicata libera su roccia straordinariamente solida usando solamente 13 chiodi e battezzando i 650 metri con il nome di Via della Sorpresa.

Una nota a parte merita il fortissimo accademico e uomo di punta del nostro alpinismo trentino negli anni ’80 e ’90 Dario Sebastiani “Seba”, atleta formidabile, apritore instancabile e fautore di un’etica severissima, dove i concetti classici si fondono con la sportività e l’avventura; spinto da un travolgente desiderio di nuovi spazi dove poter vivere nuove avventure traccia con Dario Merler un itinerario sulla sinistra della via Città di Verona il 13 luglio 1985. E’ la via Lory, difficoltà V e VI.

Dario Sebastiani "Seba"
Dario Sebastiani “Seba”

Poi Sebastiani, con l’inesauribile Valentino Chini “Vale”, sale la via dei Pilastri, VI, il 23 agosto 1985, altro itinerario molto impegnativo a destra della via Armani: non ci si lasci ingannare dai gradi perché il VI di Sebastiani è molto vicino al VII…

A sinistra del rubino la via "LORY" a destra la via dei "PILASTRI" le due vie di Dario Sebastiani

A sinistra del rubino la via Lory a destra la via dei Pilastri, le due vie di Dario Sebastiani

Con questa salita si chiude il periodo classico, l’ultima impresa in ordine cronologico vede a più riprese tra il 1996 e il 1997 uno degli astri nascenti del momento, l’ardita guida Andrea Zanetti “Zanna”, insieme con Andrea Andreotti, autentica leggenda dell’alpinismo, coadiuvati dalla cengia centrale da Fabio Bertoni che è con loro in vetta: salgono in stile modernissimo il difficile settore fra la via Città di Verona e la via della Sorpresa.

Da sinistra via Detassis, via Verona, via Sorpresa, via Armani
Da sinistra via Detassis, via Città di Verona, via della Sorpresa, via Armani
Andrea Zanetti "Zanna"
Andrea Zanetti “Zanna”

Si tratta di un itinerario grandioso aereo, ottimamente attrezzato, con difficoltà che travalicano il concetto del classico per entrare in una concezione diversa, dove sicurezza, avventura e grande difficoltà si fondono insieme dando origine a qualcosa di superlativo. Sulla parete nei vari tentativi i tre faranno 10 bivacchi terminando la via il 24 agosto 1997. Andrea Zanetti è socio della SOSAT ed ha voluto dedicare questo capolavoro al 75° compleanno della sezione operaia della SAT, per cui la via si chiama via del 75° SOSAT”.

La via è quasi subito ripetuta dall’accademico sosatino Lino Celva con la moglie Ilaria, poi dalle guide Antonio Prestini e Max Faletti, ancora dagli accademici Bruno Menestrina e Dario Feller, a dimostrazione che oramai i tempi sono cambiati e che gli arrampicatori cercano la grande difficoltà ben attrezzata.
Non resta che ricordare la salite invernali, questa parete per la difficoltà di accesso è stata una delle ultime a essere prese di mira in inverno. Un primo tentativo alla via Città di Verona vede Marco Pilati, il più grande invernalista trentino, con Valentino Chini, Aldo Murara e Flavio Marchesoni sferrare un attacco fallito per un’abbondantissima nevicata che li farà rientrare con un altissimo pericolo di valanghe.
Epica è stata la prima invernale e prima ripetizione assoluta da parte di Marco Furlani, con il fido Valentino Chini “Vale” e Cesare Paris, nel siderale inverno 1980/81, dal 19 al 25 gennaio. 6 giorni e 5 bivacchi in parete dopo 17 anni dall’apertura della via Città di Verona.
Alla fine degli anni ’80 la fortissima cordata composta da Michele Cestari e Giorgio Giovannini compie le prime invernali delle vie Armani e Detassis in giornata, la via della Sorpresa invece è appannaggio invernale di Franco Nicolini e Felice Spellini.

Ed ecco ancora il mitico Dario Sebastiani che in cordata con il suo alievo Michele Cestari il 4 febbraio 1998 compie la prima invernale della via 75° SOSAT, altra perla nell’attivita di Dario.

Michele Cestari "Cesta"
Michele Cestari “Cesta”
Giorgio Giovannini
Giorgio Giovannini

Non si cada nell’errore di pensare che la parete essendo rivolta a est sia in inverno più agevolata: il sole la lambisce solo per pochi minuti poi scompare dietro la Cima Baratieri, essendo poi alta di quota e libera verso nord è continuamente battuta dalle fredde correnti polari.
Rimane questa una delle più avventurose pareti delle Dolomiti e se si vorrà magari misurarsi con la vera avventura, una puntata qui è quasi d’obbligo.

Tracciati Via Sorpresa e via dei Pilastri
Tracciati Via Sorpresa e via dei Pilastri

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postato il 17 novembre 2014