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Marco Pedrini

Marco Pedrini

Ci mette un po’ il trenino a partire… ma quando parte, allora va forte davvero!
Marco Pedrini, detto il Pedro, ci stava facendo assaggiare i biscottini che gli faceva la nonna, ma che lui correggeva di nascosto e prima della cottura con foglioline sminuzzate di marjuana secca…

Eravamo a Finale Ligure, e quella notte fu tra le più movimentate che io mi ricordi: di dormire non se ne parlò neppure, ma alla mattina eravamo tutti pronti a scalare nell’ambito del convegno che la Cassin aveva organizzato per la promozione dei propri articoli d’arrampicata. Il treno non solo era partito, non accennava a fermarsi più!

MarcoPedrini

Il ricordo di quella notte brava, con gente come Pedrini, Ballerini e Anghileri, non deve far pensare male. Non è che fosse sempre così, a quei tempi, cioè prima caricarsi per bene di vino “nostralino” e poi salire sui treni “svizzeri” e scorrazzare di notte: c’era molta più serietà di quanto questo mio incipit farebbe pensare. Ma quella notte si esagerò, specialmente quando, dopo aver importunato Augusto Azzoni e Alessandra Gaffuri in una grotta, si scese da Perti alle tre di mattina con la mercedes dell’Aldino Anghileri e sul tetto c’erano sdraiati il Pedro e il Ballera che si tenevano ai mancorrenti. Giunti alla fine della discesa, sulla strada che unisce Calice a Finalborgo, ci si fermò: ma non perché fosse pericoloso, bensì perché si temeva che qualcuno dell’ordine pubblico notasse l’anomalia. Perciò, invece di scendere e di entrare nell’abitacolo, i due andarono a lato della strada nel torrente, si procurarono aiutati da me e dal Red (Roberto Crotta) un discreto fascio di canne (Arundo donax e Phragmites  communis) e risalirono sul tetto dell’auto. Red e io li coprimmo per bene, per giungere poi così mimetizzati in pieno centro a Finale tre le nostre risate più ebeti.

Marco, nato a Lugano nel 1958, aveva incominciato a fare alpinismo nel 1976, a 18 anni: “avevo una forte attrazione per gli sport rischiosi e le altre attrazioni forti”. Nel 1978 entra nel gruppo di arrampicatori Scoiattoli dei Denti della Vecchia del Ticino, sempre in quell’anno ottiene il brevetto di Guida alpina Svizzera. Nel 1980 apre una via nuova allo Stetind, in Norvegia, oltre a ripetere in 14 ore e in libera la via inglese al Trollryggen. Già da subito si vede la sua tendenza all’innovazione, tra una nuova via e una prima in arrampicata libera: farà parlare di sé per vie aperte dall’alto e per spit messi dove nessuno voleva.

Ho provato a fare l’elenco (che qui allego, certamente incompleto) delle sue salite più importanti, divise tra Yosemite, Patagonia, Monte Bianco e i monti di casa sua.

Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, Monte Cucco, Finale Ligure, 7 ottobre 1984
Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, M. Cucco. Finale Ligure. 7.10.1984

I suoi capolavori sono la seconda ascensione invernale (1981) della parete nord-est del Pizzo Badile, via Cassin, e prima in stile alpino. Suoi compagni sono Danilo Gianinazzi e Michel Piola, in tre giorni di epica scalata raggiungono il bivacco sommitale. Dopo il primo giorno gli svizzeri sono già a metà parete. Poi il tempo cambia trasformando la scalata in una corsa verso la vetta e la salvezza, essendo la ritirata molto più pericolosa e problematica.

L’11 luglio 1982 con Claudio Cameroni realizza la prima rotpunkt del Pilastro Bonatti del Petit Dru. Dal 17 al 19 luglio 1959 gli austriaci H. Jesacher e C. Madreiter avevano aperto una variante per evitare a sinistra il famoso pendolo di Walter Bonatti, salendo in artificiale una sottile fessura di 50 m che in seguito diventò il percorso seguito da tutti i ripetitori (la fissure des Autrichiens). Pedrini per la sua libera del pilastro preferisce un diedro di 7a a destra di questa fessura, confermando la sua grande capacità d’intuizione.

Marco Pedrini fa un volo volontario su Stravolgimento progressivo, Monte Cucco, Finale Ligure, 7 ottobre 1984
Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, Volo voluto. M. Cucco. Finale Ligure. 7.10.1984

Dopo le realizzazioni in Valle dell’Orco, nel 1985 Marco va in Val di Mello: è nel periodo più fecondo della sua breve ma smagliante carriera. Sullo strapiombo del Tempio dell’Eden piazza qualche spit e senza aggiungere altro si incastra nella strapiombantissima fessura della Signora del Tampax, un 7c o IX grado che sarà ripetuto solo dopo qualche anno da Tarcisio Fazzini e più avanti verrà valutato anche 8a, quindi uno dei primi in Europa, senz’altro il primo in fessura.
Pedrini e Roberto Bassi salgono poi Bodenshaff al Precipizio in arrampicata libera, con difficoltà di 6c/7a al posto dell’A3 originale su grossi cunei di legno.

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Sulla grandezza di Marco la dice lunga anche l’elenco dei suoi compagni di cordata: Marco Ballerini, Marco Preti, Patrick Bérhault, Jacky Godoffe, Roberto Bassi, Michel Piola, Romolo Nottaris, tutti nomi tra i più grandi degli anni ’80 e non solo.

Ma è il 26 novembre 1985 che Pedrini realizza il suo grande capolavoro: al Cerro Torre, la prima solitaria della via del compressore, documentata in un filmato con riprese mozzafiato intitolato Cumbre, con le riprese e la regia di Fulvio Mariani. I due, per le riprese, salirono ancora due volte il Cerro Torre, proprio fino in vetta. Marco Pedrini è certamente l’unico uomo al mondo ad aver salito il Cerro Torre tre volte in una sola settimana.

Diplomato in ginnastica e sport, divenne anche maestro di sci e pensava di fare la guida alpina. La sua filosofia, per quanto potei capire nelle abbastanza numerose uscite a Finale e all’Antimedale che feci con lui, era di vivere e lasciar vivere, assaporare il presente, senza fare progetti a lungo termine. Me lo ricordo provare la libera, senza neppure imprecare, sul duro strapiombo di Rock Stupid, a Rocca di Perti (terza ascensione, 8 dicembre 1983): perché era ambizioso, ovviamente, e voleva riuscire con determinazione.

L’avevo conosciuto la mattina del 6 dicembre 1983, prima di salire il Sass de Trolgia per la via Casarotto, assieme a Fulvio Mariani e Romolo Nottaris. Anche se quella volta non arrampicò, come invece faceva di solito, con il walkman e i Pink Floyd a manetta a me sembrò comunque una forza della natura.

Il ragazzo era perso dietro ai suoi sogni e alle ragazze bionde, non aveva alcuna opinione politica, si alzava tardi al mattino, tanto da aver attaccato una volta la Bonatti al Grand Capucin alle due del pomeriggio. Quanto amava i tetti e le fessure strapiombanti, meglio se già attrezzate, tanto odiava l’obbligo delle cinture in auto, le lunghe marce d’approccio, l’eccesso di magnesite sugli appigli e far la coda prima di arrampicare.

Una volta mi disse che per lui l’alpinismo moderno era giusto che dovesse essere considerato uno sport come un altro, ben lungi soprattutto dalla mentalità eroica che spingeva a diventare superuomini, “o vincitori o cadaveri”.

Marco Pedrini sulla via Casarotto del Sass de Trolgia (Canton Ticino), 6 dicembre 1983)
Sass de Trolgia (Canton Ticino), via Casarotto (6.12.1983), Marco Pedrini

Il futuro lo vedo senza mezzi artificiali, neanche le scarpette e men che meno il carbonato di magnesio, per non parlare della corda e dei chiodi. Faremo delle solitarie integrali e scalzi… – diceva. Pedrini ha rinunciato a far parte della spedizione ticinese all’Everest perché gli sarebbe costato 12.000 franchi svizzeri.

Gli piaceva la danza jazz ma anche buttarsi giù dai ponti con l’elastico, arrampicarsi sui muri degli edifici (del tutto proibito in Svizzera, dunque allettante). Si allenava con regolarità ma senza fanatismo, preferendo di sicuro i coni gelato alle ferree diete. Indimenticabili sono i film dei quali è protagonista: Cerro Torre Cumbre (1985) di Fulvio Mariani e Orizzonte Avventure: Marco Pedrini un talento in verticale di Gianluigi Quarti.

La notizia della sua morte sul Petit Dru il 16 agosto 1986 (in discesa dalla Diretta Americana, dopo la salita in solitaria) mi colpì come una fucilata, uno sfregio su un corpo già all’eccesso ricoperto di cicatrici ma che ha sempre rifiutato di farci l’abitudine.

Marco Pedrini sulla via Maestri 1970 del Cerro Torre per girare il film Cerro Torre Cumbre. Foto: Fulvio Mariani.
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In ricordo di Marco Pedrini ci sarà una grande serata a Lecco (15 giugno 2016). Sarà emozionante.
Marco Pedrini-Locandina_A3_LuganoHQ_OK da vedere

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Flash di alpinismo 10

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 10 (10-13)
di Massimo Bursi

Corde
Sua madre mi raccontò la storia dell’ultima corda nuova. Come al solito, Claudio le aveva chiesto un “sussidio straordinario” per comperare una corda nuova.
“Ancora una corda nuova!”
“Una corda costa meno di un funerale”.
“Sì, ma un funerale si paga una volta sola” (Anna Lauwaert a proposito di Claudio Barbier).

Ogni scalatore ha la cantina occupata da innumerevoli corde da roccia: quelle buone e quelle andate, colpite da scariche di sassi, “ramponate”, rovinate dagli spigoli taglienti della roccia o semplicemente troppo usate per essere ancora abbastanza resistenti.

Non c’è una regola fissa, un modo sicuro o un metodo scientifico per capire se una corda sia da buttare o meno, subentra piuttosto quel sentimento di sfiducia che ti porta a lasciare, un bel giorno, la tua corda in cantina e rimpiazzarla con un’altra nuova.

Le corde si ammucchiano laggiù, silenziose testimoni di questa passione!

Ogni tanto ci vorrebbe una bella sveglia rock per prendere le vecchie corde e stenderle, in maniera statica, dalla base fino in cima al Campanile Basso e poi portarci tutti gli amici!

Non si sa mai come impiegare le corde da roccia oramai vecchie. Ecco un modo originale di riciclarle: un originale ed indistruttibile zerbino di casa!
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Cerro Torre free!
Che cretini siamo stati!
Quando ci regalarono le corde pensammo bene di farcele dare tutte di colore diverso. Così dopo aver sottoposto la corda rossa da nove a sforzi e sollecitazioni di ogni tipo, durante la prima salita, ce la ritrovammo ben rovinata per le successive riprese senza poterla cambiare per esigenze di copione.
Fa così la comparsa il mitico nastro adesivo che tappa spellature e nasconde il bianco nylon dell’anima della corda.
Fidando in quella corda come in Belzebù cominciai la seconda salita del Cerro Torre (Fulvio Mariani – a proposito del film Cumbre girato sul Cerro Torre con Marco Pedrini).

Marco Pedrini nel 1985, effettua la prima ripetizione in solitaria della famosa via del compressore aperta da Cesare Maestri al Cerro Torre, e subito dopo ripete, ben due volte, scanzonato, lo stesso itinerario con Fulvio Mariani per girare lo storico film Cumbre.

Questa è stata la prima e vera salita in libera del Torre, poiché Pedrini e Mariani erano liberi dentro e potevano permettersi di ironizzare sul compressore e su tutte le manfrine di prove e controprove in cui era ed è tuttora prigioniero il Cerro Torre, Cesare Maestri e tutti gli alpinisti invischiati in una polemica senza fine.

Marco Pedrini aveva quell’irruenza spensierata e quell’entusiasmo contagioso che lo ha portato a fare alpinismo con il sorriso sulle labbra e senza star troppo su a pensarci e magari prendendosi anche qualche rischio in più. E il “Crosta” si prendeva tanti rischi.

Marco Pedrini ricorda una rockstar che vive fino in fondo la sua vita di eccessi consumandosi come una stella in cielo. Marco Pedrini è un punk rock gioioso che vive suicidandosi piano a piano. La musica dei Clash mi accompagna in questo parallelismo.

Su un prepotente sfondo di musica rock dei Black Sabbath, rivedo l’immagine di un Pedrini, ironico, che a cavalcioni sul compressore, come fosse una moto, si prende gioco dell’intero mondo alpinistico!

Marco Pedrini impegnato sulla sua nuova via Panoramix sul Gran Capucin al Monte Bianco.Flash 284Granitica certezza
Domanda – Ha dei programmi per il futuro?
Risposta – A ottantacinque anni non faccio programmi particolari, ma continuerò a scalare (Riccardo Cassin).

Riccardo Cassin è sempre stato molto deciso sugli obiettivi da intraprendere e scalare ha sempre fatto parte dei suoi programmi.

Basti pensare che Cassin partì nel 1938 da Lecco per risolvere uno dei problemi ancora irrisolti delle Alpi: la parete nord delle Grandes Jorasses, portando con sé solo una cartolina della montagna per potersi orientare.

La ripetizione, alla veneranda età di 78 anni, della sua Cassin alla parete nord-est del Badile conferma la sua estrema caparbietà nel voler continuare ad arrampicare e se c’è la passione non c’è limite all’età.

Non è inusuale che arrivino in falesia una cordata di vecchietti che sicuramente hanno passato i sessant’anni. A loro non interessa assolutamente nulla del grado e non si fanno problemi a tirare i chiodi, ma sono sicuramente i tipi più simpatici della falesia e quelli che sembrano divertirsi di più.

Sapere di poter arrampicare ancora per tanti anni ti infonde una grande sicurezza.

Riccardo Cassin in arrampicata, cinquant’anni dopo, sulla sua via al Pizzo Badile all’età di 78 anni.

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Geotecnia a infissi distanziati
L’arrampicata geotecnica ad “infissi distanziati” per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali” è la testimonianza di un’antietica paradossale per il fatto che non è possibile realizzare una difficoltà obbligata se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale.
Si può solo inventare una difficoltà alterata che, disancorata con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.
L’arrampicata geotecnica ad infissi distanziati a cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge ad obbedire ciecamente alle conseguenze.
Dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica (Ivan Guerini).

Chiaro, no? Sebbene nessuno sia mai riuscito a capire fino in fondo la scrittura esoterica e dai toni ispirati di Ivan Guerini, lui ogni tanto riesce a sintetizzare il suo pensiero con buffe espressioni che colpiscono la fantasia.

Ad esempio il fatto di utilizzare spit sulle vie viene da lui chiamata “arrampicata geotecnica ad infissi distanziati”.

Ivan Guerini ha il limite, o il pregio, dipende, di essere rimasto fisso ed ancorato a valori, etiche ed esperienze di quando nacque l’arrampicata libera in Val di Mello. Da qui il suo radicato rifiuto dell’uso dello spit.

La sua vera genialità è nel coniare queste espressioni comico dispregiative dal suono vagamente scientifico.

Ivan Guerini dopo aver escogitato il gioco-arrampicata, ha inventato il gioco-linguaggio.

Tu a che gioco giochi?

Esiste ad Ajaccio in Corsica un museo di nut, friend ed altre attrezzature alternative ai chiodi, creato da Stephane Pennequin, un appassionato di attrezzatura alpinistica recente ma soprattutto passata.
Insomma c’è ancora qualcuno che professa un futuro alpinistico alternativo alla “geotecnica ad infissi distanziati”.
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Onestà
Mi rendo conto di vivere in una realtà separata dove sono i fatti a contare e non le parole, dove la vetta ha ancora un senso, dove l’onestà verso la montagna deve comunque prevalere, dove l’arrampicamento non deve essere inteso restrittivamente, né come uno sport, né come un fatto spirituale, ma come uno splendido connubio di mille componenti, che si possono semplicemente sintetizzare in una sola parola: alpinismo (Lorenzo Massarotto).

Lorenzo Massarotto parlava poco, scriveva nulla e faceva parlare poco di sè ma praticava molto un alpinismo onesto e fatto per se stesso e non per gli altri.

Il fatto di scalare per il proprio piacere ed interesse personale mettendo al bando la naturale vanità e voglia di mettersi al centro della scena, porta ad un’attività autentica ed onesta.

Per mettere in pratica queste parole ci vogliono parecchi anni di maturità.

Inoltre bisogna fuggire dalla tentazione di trasformare l’alpinismo cioè la passione in un lavoro poiché, così facendo, bisogna guadagnare denari e se i denari sono pochi ogni mezzo è lecito per cercare di guadagnare di più.

Insomma l’onestà alpinistica molte volte passa dalla purezza e dalla povertà.

Mi piace ricordare Lorenzo Massarotto che partiva dal paese di Cittadella per scalare le pareti del Civetta su un vecchio motorino Ciao ma assolutamente libero da tutto, da tutti e da tutti i condizionamenti.

L’estrema onestà è il vero prezzo della libertà.

Renato Casarotto durante la sua salita invernale al Pelmo. Sebbene Casarotto fosse stato criticato per le sue presunte scarse capacità alpinistiche – era lento – lui è sempre andato avanti per la sua strada praticando un’attività ad altissimo livello e in maniera assolutamente modesta ed onesta.
Flash 290Compagni di cordata
Ricordati sempre che in montagna si va col passo del più debole (Proverbio anonimo).

Tante tragedie sono successe in montagna poiché in cordata c’era un elemento più debole degli altri e questo ha rallentato la cordata, indotto al bivacco e fatto sorprendere la cordata da una furibonda tempesta. Spesso la bufera porta la morte dopo penosi bivacchi.

Da quando è iniziato l’alpinismo fino ad oggi, questo copione si è ripetuto innumerevoli volte, causando tragedie che hanno sempre colpito l’immaginario collettivo.

Da queste tragedie sono nati reportage, film, libri e rievocazioni.

Quindi una cordata equilibrata è sempre una buona azione preventiva, purtroppo succede sempre che qualcuno voglia fare un salto in avanti e finisca con il legarsi con una persona maledettamente più forte di lui.

Oppure succede che il nostro eroe non ha compagni e così accetta di legarsi con un pivello da tirare su come fosse un sacco di patate pur di portarsi a casa l’obiettivo ed aggiungere una riga al proprio curriculum.

Non c’è miglior fortuna per uno scalatore che trovare il compagno di cordata “giusto”.

Leonardo Di Marino, Heinz Mariacher, Maurizio Zanolla, Luisa Iovane e Roberto Bassi, un gruppo di amici fuoriclasse e compagni di cordata, qui fotografati in Verdon. Nel loro caso, l’unione di queste personalità, ha dato origine ad un gruppo creativo che per qualche anno ha dettato legge sulle Dolomiti e sulle falesie del Nord-est.
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Settimo grado
Nelle Alpi il settimo grado va ricercato su grandi pareti e in prime salite. Su vie addomesticate e ripetute migliaia di volte è facile che si generino dei risultati eccezionali ma mancano la scoperta e l’avventura. Per fare veramente il settimo grado, e trovare magari l’ottavo, bisogna saltare al di là di una barriera che si chiama sicurezza. Bisogna mettersi in pari con l’anima. Bisogna che ci siano delle spinte interne che giustifichino il rischio al quale si va incontro (Lorenzo Massarotto).

Ci sono settimi gradi democratici, per tutti, ed altri invece molto severi, quasi aristocratici, circondati da tramandate leggende quali quelli di Massarotto.

I pionieri del settimo grado hanno saputo per primi andare oltre la barriera della sicurezza per fare un salto “quantico” in avanti.

Ci sono stati momenti quali la fine degli anni settanta, in cui convivevano non, sempre pacificamente, alpinisti classici da V grado ed AO con giovani leoni che proponevano il VII grado.

Alla Pietra di Bismantova c’era una storia, sconosciuta e naturalmente non degna di entrare nel libro della storia con la S maiuscola, ma che mi ha affascinato.

Si narra infatti della cordata di Gabriele Villa e di Emiliano Levati: sono due ragazzi, divisi da pochi anni di età, ma rappresentano il vecchio ed il nuovo che si confrontano e si mescolano fra loro.

Levati sale in libera ed apre i primi settimi gradi della Pietra mentre Villa incredulo segue con gli scarponi rigidi e con le regolari staffe arrancando dietro al veloce free-climber.

Nella storia ci sono periodi in cui arrivano forti cambiamenti ed improvvise discontinuità con il passato. Cerca di coglierli al volo e viverli da protagonista.

E’ il 1981 e siamo alla Pietra di Bismantova dove Gabriele Villa ed Emiliano Levati si stanno riposando dopo una giornata di arrampicata. Sul bagnasciuga del cambiamento abbigliamento californiano freak ed abbigliamento classico da alpinista in palestra si mescolano senza problemi.
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Ghiaioni di sesto grado
Oggi i classici sesti gradi delle Dolomiti sono per noi dei “ghiaioni”, in confronto alle difficilissime vie in palestra. Allora non ci andiamo, perché è noioso. Rifacendo quelle vie le braccia e le dita si addormenterebbero completamente. Sarebbe una giornata persa per l’allenamento (Heinz Mariacher e Luisa Iovane).

Davvero una classica via di sesto grado delle Dolomiti ti rattrappisce le braccia e le dita?

E’ proprio così vero che per fare gli altissimi gradi delle falesie bisogna trascurare gli itinerari alpinistici che portano via tempo e giorni all’allenamento estremo?

Al di là dell’atteggiamento spocchioso e superiore dei due fuoriclasse dei gradi estremi, c’è molto del vero in quel che affermano.

Da quando i due fecero quell’esternazione ad oggi la situazione è perfino peggiorata poiché le difficoltà in falesia si sono evolute e specializzate sugli strapiombi allontanandosi ancora di più dalla classica arrampicata dolomitica di placca verticale.

L’arrampicata verticale è diventata terribilmente démodé e non fa più notizia.

A te cosa importa? Dove ti diverti di più? Segui la tua passione ed il tuo divertimento e non il tornaconto in termini di piano di allenamento.

Heinz Mariacher impegnato su un fotogenico passaggio della via Tom Tom club alla Spiaggia delle Lucertole sul lago di Garda. All’inizio degli anni ottanta, Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Roberto Bassi, Bruno Pederiva e Maurizio Zanolla lasciarono momentaneamente le Dolomiti per spingere le difficoltà estreme sulle placche di calcare della Valle del Sarca. Il Nuovo Mattino si stava trasformando in arrampicata sportiva.
Flash 296Insofferenti!
La gente inizia ad arrampicare perché soffre le regole e i regolamenti, e Dio benedica queste persone (John Gill).

Poche, pochissime o forse nessuna persona di quelle con le quali sono solito arrampicare ama regole e regolamenti.

In molti abbiamo scelto di arrampicare poiché siamo insofferenti ed anarchici verso tutte le regole!

Si, ci tocca vivere in una società civile e sottostare ad un codice di comportamento, ma per fortuna possiamo ancora andare ad arrampicare e fuggire da ogni costrizione e forma di controllo.

Di solito guardiamo con compassione i cosiddetti barbacai: cioè quegli arrampicatori, solitamente ricoperti da distintivi, riconducibili al CAI, probabilmente sono più impegnati e meritevoli di noi, ma noi dalla nostra parte abbiamo il vento della libertà ed il fatto di non dover rendere conto a nessuno.

Questo ci dà una forza incredibile!

Nell’arrampicata come nella vita cerca sempre di non farti ingabbiare!

 Luggi Rieser, dotato scalatore austriaco ora noto con il nome di Pram Darshano, è stato un esempio di come rompere le regole del gioco per ricrearne di nuove.
Flash 298Sii individualista
Guardati dal potere d’attrazione delle tendenze attuali. Esci e prova qualcosa di nuovo: sii individualista e cerca nell’arrampicata la tua via (John Gill).

Il bello dell’arrampicata è che ciascuno può e deve trovare la propria via. Chi fa le gare, chi si allena per la falesia, chi si allena per la montagna, chi alterna alpinismo e sci-alpinismo, chi d’estate scappa in Himalaya, chi d’estate scappa al mare a Kalymnos, chi scala solo strapiombi e chi invece ama le placche d’aderenza.

L’importante è che ciascuno possa trovare la propria strada da portare avanti con determinazione.

Non è uno sport dove il cronometro detta le regole, qui le regole te le imposti tu! Qui gli obiettivi te li dai tu!

Per questo il popolo degli scalatori è un popolo individualista e che rifugge ogni regola ed ogni gerarchia. Il gruppo o l’associazione alpinistica da forza al singolo individuo ma al tempo stesso ne smussa i caratteri individuali! Il CAI inquadra, addormenta la coscienza critica, facilita le relazioni tra gli individui, ma alla fine ingabbia e castra la creatività dello scalatore.

Oggi questo tipo di associazioni servono poco, forse la loro funzione originaria si è esaurita, sono lente a capire dove si muove l’alpinismo e, in poche parole, appaiono moribonde.

Sii individualista!

John Gill, scalatore boulder americano degli anni cinquanta, maestro autodidatta di arrampicata e maestro di ginnastica in una sua celebre esibizione. La vecchia Europa era lontana anni luce da questo approccio!      Flash 300

CONTINUA

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