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La vendita dell’aria fresca

Chi si trovasse a spasso per le Dolomiti di Ampezzo, al rifugio Averau troverebbe in vendita a 5 euro l’una delle graziose bottigliette etichettate “Aria delle Dolomiti”.

Uno scherzo? Forse, ma non proprio. Intanto c’è un prezzo. Fosse anche solo un euro, o solo qualche centesimo, un prezzo impone che non ci si approfitti della credulità della gente. Se c’è scritto che è “aria delle Dolomiti” indubbiamente lo è, se è imbottigliata sul posto (con la luna giusta, però…). E quanto alle percentuali descritte sull’etichetta? Sono corrette? Come hanno fatto tecnicamente a miscelare così tante arie di diversa provenienza? Per fortuna c’è quel 2% finale di aria “di follia purissima” che salva la situazione e ti strizza l’occhio.

I souvenir del rifugio Averau. Foto: Alberto De Giuli
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Senza ombra di dubbio, se di scherzo si tratta, chiunque vada alla cassa a comprarne una dovrebbe vedersela consegnare con un sorriso e con la frase “per Lei, Signore, questo è un omaggio, souvenir del nostro rifugio…” e con il condimento di un’altra strizzata d’occhio.

Comunque, attenzione. Perché l’idea non è nuova. Si favoleggia di una mitica “aria del Maloja” o anche di altra “aria delle Dolomiti” in vendita negli autogrill. Mentre siamo del tutto certi della vendita in Cina di aria canadese e di aria delle Blue Mountains australiane.

Il rifugio Averau
VenditaAriaFresca-_C6K6371 © D G Bandion

In Cina comprano aria in bottiglia dal Canada
Se vi capitasse di abitare a Pechino, magari ricerchereste anche voi una boccata d’aria pulita e fresca. Ve ne fareste scorta! Tra i prodotti più ricercati in Cina, insieme a Gucci e Ferrari, c’è l’aria delle Montagne Rocciose: un affare milionario per chi respira smog concentrato.

E’ del 18 dicembre 2015 la notizia che la società canadese Vitality Air era in difficoltà perché non riusciva a soddisfare la richiesta cinese di aria pulita imbottigliata. Moses Lam, fondatore di Vitality Air, ha iniziato questa attività “per scherzo” (rivela) dopo aver letto che il miliardario cinese Chen Guangbiao vendeva aria pulita in lattina a 1 dollaro al barattolo. Lam mise in vendita su eBay, allo stesso prezzo, sacchetti d’aria delle Montagne Rocciose: la risposta fu entusiastica. Il decollo di quest’idea ha fatto diventare i sacchetti vere e proprie bombole da 7,7 litri, 150 respiri garantiti, 59 dollari.

Troppo caro? Da un’indagine risulta che la più forte domanda viene dalle famiglie benestanti che vogliono far respirare aria buona ai figli chiusi in casa, come pure da case di riposo e night club.

Lake Louise, Alberta, Canada. Quest’aria è esportata in bombolette
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In Cina è «allarme rosso» per emergenza inquinamento
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E anche quella delle Blue Mountains australiane
Del 3 maggio 2016 (www.lastampa.it) è la notizia che due imprenditori australiani, John Dickinson e Theo Ruygrok, attraverso un macchinario apposito, catturano l’atmosfera pulita delle Blue Mountains e la rivendono in bottiglia alla Cina.

A detta dei fondatori di Green&Clean, l’aria imbottigliata assume una fragranza diversa a seconda dell’ambiente da cui viene estratta: eucalipto per quella montana (Blue Mountains) o sentore di salsedine per quella della costa (Bondi Beach e vento di Tasmania).

Ogni bottiglia è dotata d’inalatore e costa 18 dollari e 80 centesimi, circa 12 euro al cambio attuale. Ogni confezione contiene l’equivalente di 130 respiri a pieni polmoni: quindi, facendo un rapido calcolo, si tratta di quasi 15 centesimi a respiro.

Secondo uno studio dell’Università della California ogni anno un milione e seicentomila persone muoiono in Cina per malattie e complicazioni respiratorie e cardiovascolari, indotte dall’esposizione ad alti tassi di particelle inquinanti. I guai dell’inquinamento per la Cina derivano da una domanda energetica soddisfatta per lo più da centrali a carbone e da un’intensa politica industriale che, se da un lato contribuisce all’espansione della classe media, dall’altro fa sì che un vigile urbano di Pechino viva in media 43 anni (Marina Freri)”.

Aria in bottiglia, in diversi package e fragranze. Foto: Vitalityair
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L’aria delle Dolomiti è incontaminata, lo dice la scienza
Del resto anche la cosiddetta “scienza” non scherza. E’ del 10 marzo 2015 la notizia che la qualità dell’aria delle Dolomiti sia come quella del Polo Nord o della Groenlandia: purissima e incontaminata. Questo giudizio viene dagli scienziati del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Università Ca’ Foscari. Gli esperti hanno esaminato la composizione chimica dell’atmosfera a cominciare dall’estate del 2011, basandosi sui dati raccolti dalla stazione di rilevamento sul Col Margherita (Passo San Pellegrino). Qui è stato installato un sito fisso della rete GMOS (Global Mercury Observation System, http://www.gmos.eu), prima rete mondiale di monitoraggio del mercurio, che si avvale di decine di siti di campionamento per quantificare in tempo reale la presenza di questo contaminante in atmosfera.

Il progetto coinvolge 23 istituti di ricerca internazionali, e il ruolo della stazione del Col Margherita in questa rete mondiale di monitoraggio è quello di studiare i livelli di base di questo elemento in un sito alpino d’alta quota. I dati sperimentali, registrati dagli scienziati di CNR e Ca’ Foscari ad una risoluzione temporale di 5 minuti per 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, sono inviati in tempo reale ai centri di ricerca. Qui vengono elaborati e resi immediatamente disponibili al pubblico attraverso varie piattaforme web”.

Senza mettere in dubbio la serietà di queste affermazioni (ma francamente appare poco credibile che l’aria attorno al Passo San Pellegrino, con il turismo pluristagionale che vi si concentra, sia simile a quella di una deserta e glaciale Groenlandia), ci preme riportare però la frase di chiusura del comunicato stampa, quella che recita “Oltre al pubblico, anche la politica può beneficiare di queste rilevazioni, che diventano strumenti operativi per indirizzare le future politiche ambientali riguardanti le misure di contenimento e mitigazione delle emissioni inquinanti”. Come dire: chi parla di inquinamento nelle Dolomiti stia zitto, perché le rilevazioni scientifiche danno ragione alle politiche di certe amministrazioni, a questo punto non “dissennate” bensì “oculate e lungimiranti”.

Stazione di rilevamento sul Col Margherita (Catena di Cima Bocche, Passo San Pellegrino)
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Le Colonne d’Ercole – 2

Le Colonne d’Ercole – 2 (2-2)
(quasi 290 anni di esplorazioni dolomitiche)

Quasi 290 anni sono passati da quel lontano giorno del luglio 1726 in cui i veneziani Pietro Stefanelli, farmacista dell’alta società, e Giovanni Zanichelli, celebre botanico, si ritrovarono, quasi senza volerlo, in vetta al Cimon del Cavallo, una tra le cime dolomitiche ben visibili, nelle giornate terse, dalla laguna. “Lassù una vasta solitudine, luoghi orridi e belli, e nessun segno di vita umana e di coltivazione”, scrissero.

Visto che il loro scopo era la raccolta di erbe officinali, cosa li ha spinti fino alla cima? Non certo l’emulazione di cacciatori o pastori. E sarebbe stato già sufficiente andare lassù in alto per eventualmente menar vanto di imprese avventurose, senza bisogno della vetta. Dunque, rimane solo la meravigliosa ipotesi che siano stati catturati, a una cert’ora di un pomeriggio afoso, dall’enigmatico richiamo che il nostro spirito ogni tanto emette, come sapevano ben fare le sirene che Ulisse non volle ascoltare. Sessanta anni prima della conquista del Monte Bianco e ben prima dei viaggi interiori ed esteriori di Wolfgang Goethe.

Ne nacque una lunga storia che ha visto confrontarsi viaggiatori e alpinisti stranieri con le guide locali, con i locandieri, con la storia e le tradizioni della gente locale. In particolare, nel secolo XIX, sono stati i britannici a fare alpinismo sulle Dolomiti, facendovi nascere così il turismo.

Lago di Carezza e Latemàr
Lago di Carezza e Latemàr

Dopo la pubblicazione a Londra del Murray’s Handbook, nel 1837, le Dolomiti cominciano ad attirare i viaggiatori britannici, che percorrono le valli a piedi o a dorso di mulo cogliendo le immagini di “sublime grandiosità” indicate dalla guida.

Oltre ai numerosi scritti apparsi sull’Alpine Journal, il periodico dell’Alpine Club, furono pubblicati i diari di viaggio di Amelia Edwards, Elisabeth Tuckett, Douglas William Freshfield, Leslie Stephen. Ma il più fondamentale libro fu quello di George Cheetham Churchill e Josiah Gilbert, The Dolomite Mountains (1864). La loro opera “lancia” definitivamente le Dolomiti, che vengono inserite nel “Tour alpino” che il romanticismo ha contribuito a rendere di moda oltre Manica, come variante del “Grand Tour” che tradizionalmente viene compiuto, scendendo in Italia, nel percorso educativo delle classi più agiate del Regno Unito.

John Ball
John Ball

Nel 1857 nasce a Londra l’Alpine club, un esclusivo consesso di alpinisti che determina l’invenzione dell’alpinismo come noi lo intendiamo oggi. Anche le cime delle Dolomiti cominciano ad essere salite con sistematicità.

Nel 1868 esce la prima guida alpinistica delle Dolomiti, terzo volume di una collana fortunata che l’irlandese John Ball, sposo di una nobildonna di Bassano, pubblica a Londra con il titolo di A guide to the Eastern Alps.

In quel momento quasi tutte le vette maggiori erano state salite per l’itinerario più abbordabile. Inizia ora la lunga esplorazione delle creste, delle pareti, in un crescendo continuo dell’innalzamento del livello di difficoltà che porta nel 1925 alla conquista della parete più repulsiva e grandiosa, quella della Civetta.

Attraverso le epoche del Sesto Grado, dell’Artificiale, del Nuovo Mattino (conosciuto tardivamente anche in Dolomiti), e con il coinvolgimento di alpinisti di tutta Europa e non solo, si attraversa tutto il secolo XX e si giunge all’apertura, sempre in Civetta, di una via dal nome sintomatico, Colonne d’Ercole: si tratta della realizzazione che incarna in sé i valori massimi di difficoltà, di bellezza e di purezza di arrampicata libera (2012, Alessandro Baù, Alessandro Beber, Nicola Tondini). Il nome evoca un passaggio epocale, come è certamente quello in cui le Dolomiti e la loro storia, nonché il nostro alpinismo, si trovano.
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Nel 1988 qualcuno ebbe l’idea di festeggiare i duecento anni della scoperta geologica delle Dolomiti, solo perché nel 1788 (o 1789) il marchese Déodat de Dolomieu, geologo francese, lungo la strada tra Trento e Bolzano aveva raccolto alcuni campioni di roccia di colore chiaro simile al calcare, ma che da questo si differenziava per via della diversa reattività all’acido cloridrico.

Fu soprattutto un’operazione marketing, come oggi rischia d’essere intesa anche la più recente nomina a Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

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Le cartoline che raffigurano alcune tra le vette dolomitiche più belle e caratteristiche sono note in tutto il mondo, l’immagine delle Tre Cime di Lavaredo fa concorrenza al Cervino quanto a staticità dell’idea che ce ne siamo fatta. Sciare nelle nevi splendenti con la corona delle guglie dolomitiche è un quadro mentale dal quale nessuno può ormai liberarsi. L’idea della perfezione ha sostituito non solo il ricordo, ma anche il desiderio di ulteriore conoscenza.

Il simbolo sta uccidendo il padre, l’immagine (soprattutto quella virtuale) è più importante della realtà fisica. Di questo sono responsabili gli alpinisti che hanno portato, come angeli, la conoscenza di un mondo sublime, di cui la gente si nutre. Loro stessi però non sapevano quel che facevano, e dobbiamo perdonarli.

Sassolungo e Sassopiatto dall’Alpe di Siusi, in un’illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, The Dolomite mountains, 1864
Sassolungo e Sassopiatto dall'Alpe di Siusi, in un'illustrazione di J. Gilbert e G.C. Churchill, "The Dolomite mountains", 1864

Il mistero di queste montagne è stato svelato nel momento stesso in cui l’esplorazione dava risultati molto visibili. Quando anche la Sud della Marmolada non ha più avuto segreti per i migliori ecco che i caroselli sciistici hanno sostituito totalmente la realtà. Come non ci fosse più bisogno della Gioconda di Leonardo o del Partenone ma ci accontentassimo delle loro fotografie.

Viene il dubbio che la soluzione sia quella di dimenticare la storia e ritornare a guardare queste montagne con gli occhi di un bambino, che sa mescolare così bene la fiducia e la paura.

Queste sono le Colonne d’Ercole che abbiamo paura di attraversare. Mille convenienze e piccoli e grandi interessi ci stanno remando contro e non ci lasciano abbandonare il Mare Nostrum, diventato angusto come una culla che prima o poi dovremo abbandonare. Dobbiamo avere fiducia che lo spirito, quello stesso di Zanichelli e Stefanelli, ci richiami ancora, con voce più forte.

Manolo libera Solo per vecchi guerrieri
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La Corona Imperiale

La Corona Imperiale

La settimana bianca è un’istituzione degli ultimi decenni, bellissima perché a giusta distanza dalle ferie estive e dalle follie natalizie ti fa riscoprire il senso dello stare in famiglia con i bambini, in un bel posto, tra le montagne. E, se devo esprimere una preferenza, Saas Fee è proprio adatta a una settimana bianca. Il fatto che la circolazione agli automezzi sia vietata, al di là del piccolo disagio dell’arrivo e della partenza con i bagagli, si rivela presto vincente. Il villaggio rimane comunque turistico e moderno, senza quell’aria di antico che siamo ancora abituati a sognare, ma è bello camminare nella stradina principale e sbirciare nei negozi luminosi o per le viuzze più interne. Al mattino presto ogni tanto capita di udire qualche muggito dalle stalle sotto alle abitazioni, mentre l’oscurità lascia pian piano la conca che s’arrossa in alto sulle creste e sulle pareti di ghiaccio a canne d’organo del Dom e del Täschhorn. Nell’aria si sente il profumo della legna nei camini appena riaccesi.

Saas-Fee
Saas Fee

La giornata scorre scandita da discese su pista, una dietro l’altra senza mai fermarsi né mai ripetersi, con dislivelli importanti. Per i bambini, un’emozione continua, dal trenino sotterraneo alla grotta di ghiaccio con la riproduzione della caduta degli alpinisti in un crepaccio, dalla breve ma aerea passeggiata alla cima della Quota 3460 m, nel vento che ti spazza via, fino alle prime divertenti escursioni fuori pista.

Non è la prima volta che vengo da queste parti. Sull’Allalinhorn avevo portato alcuni clienti bresciani, una delle rare occasioni in cui esercitai il mestiere di guida alpina in senso classico. La sera seguente avremmo raggiunto la Britanniahütte e da lì avremmo fatto, per l’Adlerpass, la traversata su Zermatt. Poi saremmo andati alla Schönbielhütte, senza sapere che, il giorno dopo ancora, il cattivo tempo avrebbe interrotto la nostra Haute Route per Arolla fermandoci con una violenta bufera al Col de Valpelline e facendoci tornare a Zermatt.

Dalla vetta dell’Allalinhorn la superba serie di Quattromila del Vallese sembrava un po’ più a portata di mano, come sempre quando si è su una cima e non sotto alle grandi pareti. L’emozione dell’aver raggiunto la vetta, la gioia della fatica terminata per quel giorno, la soddisfazione di aver fatto una bella cosa insieme facevano possibile ogni progetto, ogni voglia di scalare altre montagne. Alphubel, Täschhorn, Dom e Lenzspitze verso nord, Strahlhorn e Rimpfischhorn verso sud erano le montagne più vicine. Ma dietro a queste ecco il Monte Rosa ancora più gigantesco, e poi i Lyskamm, i Breithorn, fino al Cervino. A ovest la Dent Blanche, l’Obergabelhorn, lo Zinalrothorn e il Weisshorn, solo per citare i più importanti, chiudevano la cosiddetta Corona Imperiale.

Il Feegletscher cominciava proprio in quel momento a essere animato da veloci puntolini che aumentavano sempre più di numero, fino a diventare un piccolo formicaio che più s’infittiva più s’allontanava dal nostro mondo di silenzio e di vento: ciò che lì appariva davvero significativo era l’immensità delle montagne alla nostra altezza, la Corona Imperiale appunto.

Alba con il teleobiettivo da Saas Fee verso la vetta dell’Allalinhorn
Alba con il teleobiettivo da Saas Fee sulla vetta dell'Allalinhorn

Pensai quanto sarebbe stato bello progettare una grande traversata, ma quel pensiero non andò oltre. E altri lo realizzarono. All’inizio del 1986 i due più forti alpinisti svizzeri del momento, André Georges ed Erhard Loretan si accordarono per il concatenamento invernale di queste 38 vette, delle quali 30 di 4000 metri. Georges aveva già tentato due volte, con Michel Siegenthaler, nel 1983 e 1984. Una valanga all’Adlerpass per poco non aveva ucciso quest’ultimo. Al bar della stazione di Sion, il 12 febbraio 1986 Loretan aspettò per tutto il giorno e inutilmente il compagno Georges, bloccato dalla polizia per questioni di servizio militare. Loretan racconta in Les 8000 rugissants che il carnevale era finito la sera prima, che si era da poco tolto il costume da indiano, che il calumet della pace gli bruciava ancora in gola, l’acqua di fuoco era scorsa a fiumi e i bisonti stavano galoppando sul suo scalpo. Dopo due giorni di bel tempo persi, i due riescono finalmente a partire il 14 da Grächen. La loro impresa durò 19 giorni, di cui solo 7 di bel tempo e 3 bloccati dalla bufera nei bivacchi fissi del percorso. Il cielo azzurro era diventato un optional, un «elemento decorativo». Il 4 marzo l’avventura si concluse a Zinal. I giornali avevano inneggiato all’impresa, i puristi gridato allo scandalo, il club alpino parlato di «gloria personale». «A me rimane nel cuore un episodio che occulta tutte le critiche: durante la giornata di riposo al Teòdulo, la più vecchia guida di Zermatt, la più famosa, nata con il secolo (1900), Ulrich Inderbinen, ancora attivo, è venuta a darci il suo incoraggiamento. Il resto sono chiacchiere da salotto».

Questa è soltanto una delle vicende che una terra grande e bella come il Vallese può raccontare, quando non si vada là solo per il semplice divertimento di trovare centinaia di km di piste a propria disposizione. L’incontro di uomini e montagne ha fatto la storia che noi non potremo mai sapere e che dovremo accontentarci di conoscere un pezzetto qua e là. Tutto ciò si respira tra queste montagne, magari non le più alte delle Alpi ma di certo le più concentrate e ricche di fascino.

Fascino che rischia di essere altamente compromesso dalle follie del marketing. Un esempio? Era il marzo 1999 e in un comunicato stampa diffuso dall’ufficio turistico di Saas Fee lessi testualmente: «Nella sua nuova linea di comunicazione, Saas Fee cambia il look ed evolve nella sua coscienza turistica. Per essere precisi, si tratta della riscoperta dei valori del turismo antico… stabilendo il proprio sviluppo a lungo termine con l’accettazione di cinque visionari principi guida. Il turismo non è più considerato da un punto di vista meramente materiale, ma si connette ai cinque livelli di spirito, cuore, intelletto, emozione e corpo. Con riferimento al best seller Le profezie di Celestino queste cinque idee fondamentali saranno il motivo-guida del turismo». Eccone il riassunto: «1) Saas Fee, la magia della natura… a livello corpo, la vacanza è percepita come il risveglio dalla vita di ogni giorno… il soggiorno è bello quando vi si può trovare il significato della propria vita… mentre i locali provvedono agli spazi e all’incontro con altra gente; 2) Saas Fee, qualità di vita per ospiti e abitanti… il livello cuore è determinato dal comune battito nell’unione delle aspirazioni; 3) Saas Fee mantiene le promesse… il livello intelletto cresce mentre si offre un servizio davvero professionale e a prezzo giusto e mentre si raccomanda all’ospite di arrivare con la mente sgombra e rilassata; 4) Saas Fee, ritmo, gioia di vivere e sensualità… il livello emozione è assicurato dalla felicità degli ospiti… l’abbondanza di energia vitale rende la gente aperta ed altruista; 5) Saas Fee s’impegna allo sviluppo sostenibile e a propria misura… il livello corpo si esprime nella facile scelta di un luogo libero dalle auto».

Curling a Saas Fee. Foto: Sandro Vannini
Curling a Saas Fee (Vallese, Svizzera)

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L’offensivo divieto di salire il Cervino il 14 luglio

L’offensivo divieto di salire il Cervino il 14 luglio

Per il 150° della conquista, a Zermatt fior di cervelli si sono messi a studiare con grande determinazione (e speriamo con altrettanta creatività, ma dai programmi pubblicati non sembrerebbe) come celebrare ulteriormente quest’icona mondiale. E’ un peccato sapere che agli alpinisti è stato vietato con qualche genere di ordinanza di salire sul Cervino nella giornata del 14 luglio 2015. Sono convinto infatti che sarebbe bastato un “invito”, invece si è ricorso al divieto, come sempre.

Sul sito delle celebrazioni è scritto testualmente (tradotto dall’inglese): “La comunità alpinistica ricorda e porta rispetto ai 500 alpinisti che hanno finora perso la vita sul Cervino. Per questa ragione, il Cervino sarà chiuso ad ogni attività alpinistica il 14 luglio 2015. Ciò si applica a tutte le creste e le vie della montagna, sia sul versante svizzero che su quello italiano”.

Pensare che nella comunità alpinistica possa esserci qualcuno non disponibile a questo piccolo sacrificio è un insulto. Grazie ai pubblicitari di Zermatt si è alla costrizione che un programma sia rispettato o con le buone o con le cattive. Le cattive sono una multa fino a 50.000 franchi svizzeri! Si è preferito l’ordine autoritario alla spontaneità. Siamo sicuri che il modo più dignitoso per onorare la memoria dei caduti sia una proibizione?

Questo vergognoso divieto viene da lontano. Il Cervino è considerato di proprietà di chi molto razionalmente e con autorità sta cercando di appropriarsi della sua immagine. E quando ci sono proprietà e rendita il divieto è quasi obbligatorio…

Uno degli eventi previsti per il 150°
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Il Cervino è con l’Everest la più famosa montagna del mondo ma, per molti motivi, la notorietà di cui gode è ben diversa da quella della più alta montagna della Terra. Il suo fascino, come del resto quello di tutte le altre montagne alpine nel corso della storia dell’alpinismo, è stato ormai privato di quel poco di magia e di sa­cralità sopravvissuti al secolo dei lumi. Lo sherpa Tenzing raccontò che dopo essere ritornato dalla vetta dell’Everest gli fu chiesto insistentemen­te se in cima aveva visto Shiva, oppure qualche altra divinità. Nulla di tutto ciò per il Cervino, che al contrario diventò scenario di grandi aspirazioni spor­tive e di romantiche o decadenti tragedie umane, so­prattutto dopo le polemiche in seguito alla di­sgrazia che ne concluse la prima ascensione.

Ai piedi del Cervino è stata costruita Cervinia, un villaggio va­canziero dove prima era solo pascolo. Zer­matt, sul versante sviz­zero, è allo stesso modo uno dei centri turistici più eleganti e importanti al mondo. Per entrambe il simbolo è la Gran Becca, o il Matterhorn che dir si voglia. Milioni di cartoline, di illustrati turi­stici, migliaia di libri e di calenda­ri, centinaia di film, decine di campagne e spot pub­blicitari hanno sfruttato il Cervino come «forma» dell’immaginario collettivo. L’idea del Cervino è un arche­tipo «laico» dell’umanità occidentale, quindi tendente a moltipli­carsi in serie, come tutti gli og­getti soggetti ad adorazione profana. Mentre le monta­gne sacre vorrebbero riassumere in sé le qualità di uno Spirito assoluto e quindi in definitiva tendono ad essere una sola, per il Cervino si nota la disponibi­lità contraria, quella di riprodursi in mille feticci più o meno somiglianti all’originale e più o meno in vendita. Ne esiste perfino una versione per i bambini, a Disneyland.

Ma ci sono altri motivi che hanno favorito la molti­plicazione dei Cervini. Horace-Bénédict de Saussure, nei suoi Voyages dans les Alpes, per primo scrisse nel 1796: «Ma la cosa più bella di cui quel sito offra la vista è la grande e superba cima del Mont-Cervin, che si leva ad altezza enorme in forma di obelisco trian­golare di roccia viva, che pare lavorato a scalpello. Mi propongo di ritornarvi un al­tr’anno ed osservare da più vicino e misurare quel magnifico roc­cione. Ma non si potrà certo misurarlo portandovi su il barometro, ché i suoi fianchi dirupati non offrono presa neppure alla neve». E dopo averlo osservato e misurato ai suoi piedi si domandava «Quale forza è stata necessaria per frantumare e spazzare tutto ciò che manca a quella pi­ramide… Perché attorno ad essa non si vede alcun cu­mulo di detriti…».

Anche John Ruskin in The stones of Venice (1886) tro­vava strano che «il più nobile scoglio d’Europa» offris­se esempio di massima stabilità pur essendo «formato da materiali imperfetti e di diversa na­tura».

Il nuovo rifugio dell’Hoernli (inaugurazione il 14 luglio 2015)
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Guido Rey elevò il Cervino a un rango ancora supe­riore, gli de­dicò una vita di opere e pensieri ad esso consacrando gli ultimi anni di vita e soggiornando nella «baita» ai suoi piedi: «Venite a vedere questo posto» scriveva alla sorella ed alla nipotina predi­letta l’anno antecedente alla morte, «prima che la strada delle au­to non ne abbia guastato la solitudine e la poesia… dopo, io non ci verrò più…». Per il Poeta del Cervino, la «sua» montagna era il monumento concreto all’affermazione: «Io credetti e credo la lotta coll’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede».

Anche se più prosaico, Federico Sacco, nel suo splen­dido Le Alpi (1934), non poteva non dedicargli un in­tero capitolo, «Come si formò il Cervino», che inizia così: «Chi, risalendo la Valtournenche, oltrepassata l’aspra strettoia di N. D. de la Garde, si affaccia fi­nalmente alla mirabile conca del Breuil, rimane anzi­tutto profonda­mente colpito dalla gigantesca maestà del Cervino che si erge di colpo, arditissimo, come immane piramide di roccia slanciata ver­so il cielo; né meno imponente esso appare dal lato svizzero, o da qualche cima vicina». In seguito lo stesso Sacco os­servava acutamente ciò che in effetti contraddistingue questa grande mon­tagna dalle altre: il grande contra­sto tra la selvaggia struttura che tende ad invadere il cielo e il dolce paesaggio alla base di essa.

Dunque «isolamento» dalle altre montagne, «difficoltà di conquista» e «contrasto» con l’ambiente circostante sono tra i motivi del suc­cesso dell’«idea» del Cervino.

Ma, più di tutto, causa della grande diffusione menta­le del Cervino è la sua «forma piramidale». Il modo più antico di elevarsi è la pi­ramide, tanto che si può di­re che tutte le cime artificiali hanno quella forma e non altra. Volume, orientamento delle facce, linee che si collegano in alto verso il cielo rappresentavano il bisogno dell’umanità di ordinare l’universo e di ri­produrne le leggi: e oggi la perfetta piramide a quat­tro facce del Cervino riproduce la sintesi di ciò che di più cartesiano ci portiamo dentro: ciascuno di noi cogita il suo Cervino e fissa lì le sue esigenze geo­metriche.

La fotografia ha continuato l’opera degli scrittori e dei pittori. Il Cervino visto dai pressi di Zermatt mentre tenta di avvitarsi nel cielo è uno stereotipo di cui non ci libereremo mai più e che rischia di pro­vocarci anche delusioni. Come nel caso della Muztagh Tower, fotografata con il teleobiettivo da Vittorio Sella da un lon­tano e particolare punto d’osservazione e quindi in pratica immagi­ne solo virtuale.

Uno degli ultimi episodi riguarda Rotterdam, dove una struttura arti­ficiale di una quarantina di metri co­struita per potervi arrampicare all’interno e all’e­sterno, è stata battezzata il Cervino dei Paesi Bassi.

Se le aziende svizzere produttrici di cioccolato vogliono raffigurare nella confezione la montagna per eccellenza, è logico che riproducano, più o meno stilizzato, il Matterhorn. Non è altrettanto normale che lo facciano anche nel resto dell’Europa per una serie di prodotti tra i più svariati. Gli altri Cervini sono dunque le montagne che albergano nelle profondità della psiche individuale, ciascuna fatta a modo suo ma tutto sommato simile alle altre, perché derivate da un’unica immagine primigenia, più bella e più grande, cui il Cervino vero ha avuto la sorte di somigliare.

Se anche i pubblicitari credono che il Cervino sia un modo di comunicare a presa rapida, possiamo dire che sia un’espressione di linguaggio universale, allo stesso modo di una serie azzeccata di note musicali.

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Al seguito di scrittori, pittori, fotografi e giorna­listi, anche gli alpini­sti non sono sfuggiti a questo fenomeno del nostro tempo. È loro la responsabilità dell’aver confrontato le montagne più diverse sem­pre all’unica possibile pietra di paragone: il Cervino. Ed ecco quindi il Cimon della Pala diventare il Cervino delle Dolomiti quando lo si guardi dalla Baita Segan­tini. L’affiancare le due mon­tagne non ha alcun senso logico se si guardano solo architettura, litologia, geologia: il problema era che anche le Dolomiti «dove­va­no» avere il loro Cervino! Tutte le montagne pirami­dali sono state ribattezzate, basta citare il Cervino delle Ande, cioè l’Alpamayo, oppure la stessa seconda montagna in altezza del mondo, il K2. Poco importa che, se calcoliamo il volume di quest’ultima in chilo­metri cubi, scopriamo che è ben 44 volte quello del Cervino: all’epoca della conquista italiana del 1954 si parlò e riparlò del Cervino del Karakorum. E così l’Ama Dablam, lo Shivling e il Gas­herbrum IV, tutte piramidali e isolate: accostamenti facilmente cri­tica­bili, caso per caso. Non è che, considerato che en­trambi erano poeti, Vittorio Alfieri sia mai stato chiamato il Dante Alighieri dell’astigiano, eppure o­gni valle vorrebbe avere il suo Cervino, forse anche per la pigra abitudine che tutti abbiamo di ri­farci a dei modelli invece che far la fatica di riscoprire le individua­lità nascoste e l’intrinseca originalità.

Ed è questa pigrizia il vero passaporto che ci lascia sopportare che il Cervino sia di proprietà di qualcuno, e di conseguenza che questi ne “debba” vietare l’accesso per questioni di sicurezza o ne possa proibire la salita per rispetto ai defunti.

Rispetto e dolore che esistono per conto proprio dentro di noi, che dunque ci sentiamo profondamente offesi che nello stesso giorno, 14 luglio, sia anche inaugurato in pompa magna il nuovo rifugio dell’Hoernli, attorno al quale è e continuerà ad essere vietata ogni forma di campeggio.

La propaganda c’informa vantandosene che il nuovo rifugio ha una capacità di ricezione leggermente inferiore a quella del precedente e non ci dice però che i prezzi sono raddoppiati o quasi, nella filosofia dilagante che il Cervino non debba essere meta dei poveri.

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Aziende e sicurezza

 Aziende e sicurezza

Dal 20 al 22 febbraio 2015 si è svolto a Rjukan, Norvegia, l’annuale meeting Rjukan Icefestival, un’iniziativa che ormai ha superato la ventina di edizioni.

La manifestazione è stata funestata nell’ultima giornata dalla tragica caduta mortale della guida alpina valtellinese Pietro Biasini, evento che tanto dolore e sgomento ha provocato in chiunque lo conosceva.

Pietro Biasini
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Rjukan è un centro di circa 6000 abitanti nel sud della Norvegia, con rilievi che arrivano a 1883 m. Nel 1978 gli scalatori norvegesi Marius Morstad e Bjørn Myrer Lund vi scalarono la prima cascata di ghiaccio, Rjukanfossen. Da lì partì l’interesse per questa località, che è diventata oggi uno dei centri più popolari per gli appassionati di tutto il mondo, con oltre 190 cascate scalabili. E’ del 1993 la prima edizione del festival che, partito in sordina e limitato ai locali, oggi è internazionale.

Negli anni ci sono state le partecipazioni di scalatori ben noti, come Franz Fisher, Carlos Wagner, Tomaz Humar, Will Gadd, Harry Berger, Ines Papert, Kristen Reagan, Robert Caspersen, Trym Sæland, Gøran Kropp, Nick Bullock e molti altri. Tutti hanno contribuito a portare nuove tecniche sempre più aggiornate, con il loro esempio pratico e le belle conferenze serali.

Il 17 febbraio 2009 due partecipanti al festival caddero dalla sosta della 4a lunghezza di Bølgen. Uno di essi non sopravvisse. Nel 2014 si era sfiorata la tragedia con un incidente che avrebbe potuto avere gravi conseguenze. Nel 2015 è ri-successo, questa volta alla guida alpina italiana. Ragazzi di tutto il mondo erano lì tutti assieme per chiacchierare, scambiarsi esperienze, provare nuovi materiali e assistere alle serate. La facilità con la quale lì s’incontrano persone piacevoli è la forza di questo meeting. Non ci voleva proprio.

La presenza degli sponsor è abbastanza ingombrante, specie nell’area Krokan, facilmente accessibile. Altoparlanti, pubblicità, musica ad alto volume. Le ultime novità in fatto di materiali destano grande interesse, con marche come Black Diamond, Petzl e Grivel. L’idea è quella di far provare ciò che si vuole, le ultime piccozze, le viti da ghiaccio di ultima generazione, i ramponi.

E’ evidente che su una cascata di ghiaccio l’equipaggiamento è di assoluta importanza. Con gli ultimi attrezzi anche scalatori mediocri possono raggiungere risultati notevoli. Il progresso tecnico in questo campo ha fatto miracoli, fin dai tempi delle prime punte frontali dei ramponi (Grivel, 1929).

Tutto questo merita attenzione, perché enfatizzare troppo il progresso spesso porta a una diminuzione della vera sicurezza. Le grandi aziende condizionano i consumatori sussurrandogli abilmente i vantaggi del rinnovare spesso la dotazione individuale comprando a caro prezzo le ultime novità. Ma quando questa morbosa attenzione al materiale, in uno sport potenzialmente pericoloso, sostituisce i dettami fondamentali per una pratica “sicura”, beh allora occorre riformulare nuovi indirizzi.

Possiamo parlare di “effetto superman”, proprio come succede a Clark Kent quando si mette in costume e magicamente acquista i super-poteri. Succede che essere dotati di equipaggiamento che ci fa sentire bravi porta a sentirci invincibili, anche se la realtà è ben differente.

Aggiungete il mitragliamento di immagini delle riviste, di dvd e di clip da you-tube dove si vedono i migliori fare cose mai viste con quell’equipaggiamento. E’ quasi consequenziale che, almeno a un certo livello, lo scalatore medio e il principiante si sentano autorizzati ad aspirare a vie non proprio alla loro portata.

Rjukan Icefestival 2014, settore Krokan
OLYMPUS DIGITAL CAMERAPotrebbe sembrare stupido, la maggior parte sa quanto allenamento e fatica i più bravi abbiano dovuto fare per essere tali. Ma per taluni non è così, e l’equazione miglior materiale = miglior scalatore è per costoro quasi assiomatica. Dopo tutto viviamo in un mondo mediatico, dove però il messaggio costante “compra questo per avere questi vantaggi” si sta rivelando il miglior passaporto alla tragedia.

Non vedo avvisi da parte dei costruttori e venditori riguardo a questo pericolo, non necessariamente riservato ai principianti. Mi riferisco a quello che gli americani chiamano “health warning”. Oggi non ci sono più pacchetti di sigarette senza questo tipo di avvertimenti, che richiamano a una responsabilità. Ma non voglio dire che siano necessari messaggi tipo quello che vedete qui sotto nel foto-montaggio.

Attenzione: scalare può essere pericoloso. Pensa se hai le capacità per farlo in sicurezza
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Di certo però sarebbe bene che le aziende aiutassero a promuovere quegli aspetti di quest’attività (o di altre similari) che riguardano le capacità tecniche e tattiche assolutamente necessarie. Sarebbe una loro responsabilità morale.

Non vorrei neppure che venissero intensificate, in manifestazioni come quella di Rjukan, le misure per una sicurezza imposta e sorvegliata. Non è così che si educa. Finito il festival tutto sarebbe come prima.

Nessuno sostiene che le aziende siano responsabili per gli incidenti. Tutti i praticanti sanno che l’attività è a proprio rischio. Ma certamente il linguaggio promozionale e pubblicitario dovrebbe insistere di più sui pericoli e meno sulle qualità del nuovo prodotto: questo sarebbe un comportamento responsabile di chi, alla fine dei conti, comunque spinge a praticare un’attività potenzialmente pericolosa.

Certo non è attrattivo pubblicare statistiche di incidenti o cose del genere. Però parlare delle tecniche necessarie sarebbe giusto e anche gradito dagli utenti. Sarebbe così difficile o costoso per le aziende dire “allora, andate con questi viti da ghiaccio, ma se non siete sicuri di ciò che fate andate là a scalare X con qualcuno che ti mettiamo a disposizione per farti imparare e migliorare”. Sarebbe bello che le aziende devolvessero una parte degli utili per accrescere le capacità e l’esperienza del principiante. Organizzando workshop gratuiti. E ciò lo si potrebbe promuovere anche e soprattutto nell’ambito dei festival.

Di certo aiuterebbe a sviluppare confidenza in quelli che non soffrono di “sindrome da superman” bensì di sindrome “mancanza di confidenza”. I consigli gratuiti e l’assistenza alla lunga ripagherebbero le aziende dell’iniziale e necessario investimento economico.

Sarebbero queste le novità obbligatorie a un festival per essere davvero brillante e responsabile. Non avrebbero evitato la morte di Pietro Biasini, che non aveva certo bisogno di alcun consiglio dalle aziende, ma avrebbero nobilitato l’intera manifestazione. Per essere davvero coerenti con ciò che loro stessi hanno scritto nella loro presentazione: “la ragione principale per questo evento no-profit è sempre stata quella di radunarsi, socializzare e imparare sempre di più al riguardo di una scalata su cascata più difficile e più sicura http://www.rjukanicefestival.com/ “.

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Essere al top

A volte le pagine pubblicitarie del web sono commoventi. Sì, perché c’è la possibilità che ti facciano sorridere. La superficialità con cui vengono confezionate spesso è inaccettabile. Non bisognerebbe mai dimenticare che un marketing accurato non può fottersene in questo modo di logica e accuratezza. Si rischia di ottenere l’effetto contrario: invece di invogliare, si ottiene di dissuadere (e a noi in questo caso andrebbe anche bene…).

La Capanna Regina Margherita sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa
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Prendiamo a esempio la pagina di www.alagna.it, quella che vorrebbe promuovere l’eliski sul Monte Rosa in questo 2014-2015.

Questo è il testo che presenta in generale le possibilità di eliski ad Alagna Valsésia:
Eliski ad Alagna
Alagna è un ambiente ancora selvaggio e non toccato dal turismo di massa. Offre possibilità infinite di splendide escursioni e, grazie all’eliski, opportunamente controllato e regolamentato, agli sciatori più esigenti è garantito di scoprire itinerari in neve fresca invernale anche in primavera. Colle del Lys, Colle Ippolita, la Valle Nera, il Cavallo, il tour di Zermatt sono solo alcuni dei voli che proponiamo! Le guide di Alagna sapranno consigliarti quando e dove volare, scegliendo per te dove le condizioni sono al top. Ad Alagna si vola con elicotteri a 5 posti, gruppi rigorosamente di max 4 persone accompagnati da una guida alpina UIAGM. L’eliski controllato e ben organizzato è un modo di guardare la montagna con una prospettiva nuova“.

Questo testo, indipendentemente dalle nostre ben precise opinioni sull’eliski, è abbastanza misero. Potremmo dire che è mendace quando asserisce che l’ambiente di Alagna non è toccato dal turismo di massa; potremmo osservare che è grottesco quando garantisce “agli sciatori più esigenti” itinerari in “neve fresca invernale” anche in primavera; potremmo constatare che è penoso quando stabilisce che l’eliski è “un modo di guardare la montagna con una prospettiva nuova”; potremmo soffocarci dal ridere quando si parla di condizioni al top (viene in mente un plurisbeffeggiato modo di esprimersi di Flavio Briatore: se non sei al top… sei fuori!).

Un’altra pagina dello stesso sito www.alagna.it descrive le varie possibilità per il turista invernale. In questa, accanto alle varie proposte di sci fuoripista, scialpinismo e ciaspolate, figurano le proposte di eliski di fine settimana (790 euro a persona, comprensivi di guida alpina per 3 giorni, 2 voli in elicottero, 3 notti in HB ad Alagna in camera doppia, Ski pass Monterosaski 3 giorni, Safety kit, trasferimenti Acqua Bianca Alagna) e le proposte di eliski su base settimanale (1600 euro a persona, comprensivi di guida alpina per 6 giorni, 2 voli in elicottero, 7 notti in HB in hotel 3 stelle ad Alagna in camera doppia, ski pass Monterosaski 6 giorni, safety kit, trasferimenti Acqua Bianca Alagna).

Senza qui stare a discutere sui prezzi (ognuno può fare le sue valutazioni), analizziamo la proposta nel dettaglio. In entrambi i casi si parla di “25 atterraggi e tantissime discese; 3000 metri di dislivello e un terreno sempre diverso; canali ripidi, percorsi su ghiacciaio, ampi valloni e spazi infiniti“. Osserviamo che, in altra parte del sito, sono 8 le piazzole dedicate all’atterraggio, non 25.
Il testo prosegue: “Le guide alpine di Alagna conoscono il free ride paradise a menadito. Sciare con loro la vastità dei fuoripista del Monterosa ski significa scoprire dove la neve è migliore, dove i canali sono più divertenti, dove i panorami sono mozzafiato e l’eliski è emozionante”.

Fino a pochi giorni fa il sito di cui stiamo parlando confondeva l’eliski con l’eliturismo e pubblicizzava un “bel regalo di Natale” la possibilità di raggiungere con l’elicottero la Capanna Regina Margherita per poi scendere in sci. Periodo: giugno-settembre! Errore cui giustamente e finalmente si è posto rimedio cancellando le pagine incriminate. Il marketing spesso tralascia l’accuratezza, ciò che gli interessa è imbonire, non certo spiegare. Ma quando si parla di fuoripista (anche se con elitrasporto), non si può essere mai superficiali: occorre dire che il pacchetto è soggetto alle condizioni meteo, nonché allo “storico” della stagione di innevamento; occorre dire se c’è un minimo “garantito” e qual è eventualmente. Qualifichiamo questa proposta uno squallido esercizio pubblicitario, l’ennesimo tentativo di promettere divertimento ed emozioni epidermiche in un campo dove la montagna invece di farla da padrona è ridotta a business da divertimentificio, dove le abusate parole “mozzafiato” ed “emozionante” celebrano il parto stitico di un copywriter a dir poco senza fantasia.

Ci auguriamo che la professionalità in montagna e sul terreno sia ben superiore all’accuratezza con cui è stato formulato il pacchetto d’offerta: perché, se così non fosse, l’utente farebbe meglio a disertare.

Flavio Briatore

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Plan de Corones: mors tua vita mea

Il sottile messaggio è: di casino ne abbiamo fatto, abbiamo distrutto, lacerato, violentato, banalizzato… ma alla fine avete visto che risultato? Sono tutti felici! Le imprese hanno fatto un sacco di soldi, i lavoratori hanno lavorato per stagioni, la val Pusteria non è contaminata perché siete stati invitati ad andarci con un comodissimo treno. E soprattutto lo sciatore gode con orgasmo plurimo. Che volete di più?

Guardate questo filmato con attenzione:

Questa è con esattezza la cultura che ci sta massacrando con soave determinazione. Al danno ambientale si aggiunge la beffa culturale.

Il “consumatore di neve (poco importa se programmata o no)” si è mai chiesto come si arriva a renderlo felice? Ho il sospetto che no, ma questa volta il subdolo marketing fa passare per meritevole la feroce distruzione, la traveste, la addobba di cultura. Si “scomoda” Zaha Hadid e in cima a Plan de Corones si costruisce l’ultimo Messner Mountain Museum, un baluardo di VERA cultura mandato purtroppo al tritacarne globale.

Geniale. Come se gli allevatori di suini, per pubblicizzare i loro salami, ci facessero vedere che dolce morte fanno i loro animali.

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Coccole di montagna

Mo vi fanno le Coccole! Di montagna
di Carlo Bonardi

A me le faceva la mia Mamma, le coccole.
Di cose “soft” poi però ho sempre sentito parlare: una era (è) Coccolino, che ammorbidisce gli indumenti; come fa anche Perlana (parente?); e ci sono l’Acqua Lete (non ha impurità e va giù senza intoppi – glu, glu – le avranno tolte nel captarla dal fiume che leva anche la memoria!) e pure il Tenerone della TV; e chissà quante altre ancora.

Coccole in una spa della Stiria
Stiria,  wellness (benessere), cura

Da alcuni anni sono fiorite Coccole nuove: non di Mamme, che vanno avanti alla vecchia, sebbene tra operatori turistici (albergatori, o, più in particolare, del beauty farm, resort, wellness, s.p.a., ecc. Nota, l’ultima non è “società per azioni” sebbene “salus per aquam”: in verità, quindi, sono da antichi romani… prima che li sistemassero i barbari zotici).

All’inizio ne ho solamente letto, dopo ho visto un promotore televisivo: da lui, in Riviera Romagnola, le fanno (il Tipo, oltre che affabile, era grande, grosso e – presumo – peloso; in effetti  mi avevano avvisato, quando andai militare: “de gustibus non sputacchiandum est!”).

Alfine, tra una panoplia di vari altri servizi, ne ho saputo anche per i turisti montani [così – se vogliono – potranno meglio praticare archerying, biking, bowling, climbing, fishing, fitnessing, hiking, horsing, jogging (orsiYoghi?), jumping, kayaking, mountaneering, nordic walking, orienteering, paragliding, pioneering, skiing, scouting, snowboarding, sporting, shooting, swimming, training, trekking, walking (italico: pedibus calcantibus), wargaming, ecc.].

Coccole nella taverna dell’Hotel Madlein, a Ischgl (la Ibiza delle Alpi)
Ischgl, Tirolo, Hotel Madlein, Discoteca PachaNon devono essere male, queste Coccole (ho un’amica che si illumina e scodinzola al solo pensiero di andare a prendersele con la famigliola), vi sentite anzi fessi ad accontentarvi o addirittura preferire tavolacci e connessi (magari di un “lager”, come anche gli svizzeri scrivono nei rifugi).

Cresce un problema: nel prezzo del soggiorno offrono – allegri – una bella pelata (pure se non stanno a Cortina).

Il fatto di queste pubblicità è che uno le inventa, gli operatori le copiano a raffica (studiano a scuola o vanno per buzzing; una volta era più semplice, bastava dire: “Aria frizzante e bel panorama”), tanti comprano.

Comunque, fanno cose giuste, loro.

Dove vado al lavoro io – invece – se si sente parlare di “coccole” (normalmente è aggiunto: “era per giocare al dottore!”) arrivano gli anni di galera.

A ognuno il suo.

Carlo Bonardi (Brescia, 31 marzo 2014)

Coccole nella camera dell’Hotel Madlein, Ischgl (Tirolo)
Ischgl, Tirolo, Hotel Madlein, camera

postato il 6 aprile 2014

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Quando il commercio diventa l’anima dell’alpinismo

Di Franco Michieli
Franco Michieli, nato a Milano nel 1962, geografo, redattore per molti anni delle riviste Alp e Rivista della Montagna, originale esploratore e garante internazionale di Mountain Wilderness, è tra gli italiani più esperti nel campo delle grandi traversate a piedi di catene montuose e terre selvagge.

Dopo i percorsi integrali delle Alpi (81 giorni), dei Pirenei (39 giorni), della Norvegia (150 giorni) e dell’Islanda (33 giorni) compiuti da giovanissimo, continua la ricerca dei significati dell’esplorazione, specie nelle terre artiche e sulle Ande, dove ha attraversato numerose cordilleras collaborando alla formazione di guide locali, ma anche sulle montagne di casa.

Dal 1998 propone una testimonianza controcorrente rispetto a una civiltà sempre più virtuale: con uno o due compagni attraversa a piedi terre impervie interpretandole esclusivamente con occhi e facoltà umani, in vero isolamento nella natura: senza GPS, strumenti ricetrasmittenti, mappe, bussola e orologio, cioè come un animale migratore o un umano antico, mostrando che nel rapporto concreto fra uomo e natura si trovano molte soluzioni che la civiltà ipertecnologica ha dimenticato. Sul tema tiene corsi e seminari per professionisti o semplici appassionati. Collabora con trasmissioni televisive naturalistiche. Ha raccontato le sue esperienze in centinaia di articoli, conferenze e nel film La via invisibile. Per un profilo completo vedi qui. Per una bella intervista a Franco Michieli, vedi qui.

Quando il commercio diventa l’anima dell’alpinismo è un articolo esemplare da lui scritto sul n. 250 della Rivista della Montagna (2001), a tutt’oggi ancora più attuale.

Quando il commercio diventa l’anima dell’alpinismo
di Franco Michieli

Oggi consideriamo naturale che salire sulle montagne comporti un costo in denaro, modesto nel caso di una gita vicino a casa, ma anche altissimo nel caso di spedizioni a mete remote o prestigiose, che risultano pertanto riservate a un’élite. Non dovrebbe però sfuggirci che l’entità di tali costi ha subito una rapida evoluzione negli ultimi decenni, seguendo la rivoluzione economica che ha coinvolto non solo le società occidentali, ma il mondo intero. Se pensiamo che una cinquantina d’anni fa giovani alpinisti destinati in seguito a divenire famosi compivano le loro prime imprese con corde per stendere il bucato o sacchetti della frutta in testa al posto del passamontagna, possiamo renderci conto di quanto l’uso della ricchezza abbia guadagnato nel frattempo uno spazio decisivo nella frequentazione della montagna. Ricordo anche che poco più di vent’anni fa, tornando a Milano da gite in Grigna con addosso scarponi e zaino, in metropolitana si suscitava ogni volta scandalo: le signore, in particolare, facevano critiche a voce alta, e una volta fui aspramente rimproverato perché ritenuto un vagabondo drogato. Oggi si fa perfino fatica a ricordare tutto questo: l’abbigliamento da montagna è di moda, come lo è portare lo zaino, e le attività alpinistiche sono state omologate per mezzo dell’unico sistema capace di spianare la strada alle idee più strambe o anticonformiste, cioè quello di inglobarle nel campo dell’economia: la pratica della montagna è divenuta parte dell’industria del tempo libero.

Cordillera Raura, Peru. Foto: F. Michieli
QuandoilCommercio-Michieli.-Cord.-Raura.2.modificataChi avrebbe mai detto, in un passato non lontano in cui i più faticavano ad avere il denaro necessario per sfamarsi e per vestirsi, che anche il tempo della nostra vita sarebbe diventato un bene in commercio, cui destinare spese non indifferenti? Il concetto può sembrare strano, ma è di tale rilevanza nella società attuale che non possiamo più ignorarne le conseguenze. Facciamo una semplice constatazione: gli stambecchi passano la vita sulle crode, ma non spendono una lira; le aquile si librano sopra le cime e non si curano affatto della prossima entrata in vigore dell’Euro. Il Tempo, anche quello destinato al gioco e all’esplorazione, appartiene loro per natura: nessuno si premura di organizzarglielo in cambio di un compenso. Anche l’uomo ha vissuto per decine di migliaia di anni in condizioni simili. La conoscenza dei mille segreti del territorio, del comportamento degli animali e dei possibili utilizzi delle diverse piante doveva bastare alla vita: il tempo libero dalle attività volte alla sopravvivenza permetteva di sviluppare relazioni e pensieri spontanei, che nessuna “agenzia” si occupava di mettere in vendita. Anzi, in epoche arcaiche il Tempo era la divinità stessa: era identificato col moto circolare del cielo, nel quale i vari allineamenti del sole, dei pianeti e delle costellazioni dello zodiaco costituivano gli eventi supremi che influenzavano il corso dell’esistenza sulla terra. Oggi pochi di noi collegano ancora in modo diretto il trascorrere del tempo con i moti silenziosi degli astri, anche quando ci troviamo in montagna o in luoghi selvaggi: il tempo è quello degli orologi, e ci stiamo bene attenti perché il tempo che passa costa. Costa assentarsi un giorno in più dal lavoro, rispondere in ritardo alle mail o non essere telefonicamente reperibili per più di qualche ora. Oppure costa tardare, anche in montagna, perché dovremo pagare di più il rifugio, l’agenzia, i portatori, le guide, il rinnovo dei viveri e così via. Il tempo non solo non è più sacro (anzi, è il motore invisibile che fa maturare i rendimenti in banca o in borsa), ma sta diventando una delle merci principali, specialmente nell’ambito delle società tecnologicamente più avanzate. Vediamo come.

Le nuove tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni, divenute in pochi anni molto utilizzate anche in montagna, hanno accelerato enormemente il processo di mercificazione non solo di beni e servizi tradizionali, ma anche di tutto ciò che può occupare il nostro tempo. In pratica, grazie soprattutto al cyberspazio, sono le relazioni a essere al centro dello sviluppo della cosiddetta new economy: le relazioni non solo tra persone, ma anche delle persone con la cultura, l’ambiente, ogni genere di hobby e, di conseguenza, anche con la montagna. L’esperienza che ciascuno ricerca nel desiderio di godere del proprio tempo libero viene sistematicamente proposta in vendita sotto forma di “pacchetto”: un termine che dovrebbe farci inorridire, e che invece procura affari d’oro. Per restare nel nostro ambito, sappiamo che sono diventati un “pacchetto” gli 8000, le alte vie, innumerevoli trekking in giro per il mondo, i soggiorni in rifugio o nell’agriturismo, il week-end di sport “estremi”: la settimana con la guida (per non parlare della settimana bianca), e non ultima la testata giornalistica specializzata legata a una vasta gamma di opzioni collaterali capaci di indirizzare la nostra vacanza. Se in passato chiudendoci in casa potevamo pensare di essere lasciati tranquilli col nostro tempo, oggi è proprio tra le mura domestiche che veniamo attaccati più duramente: televisione a parte, il tempo – anche e specialmente quello notturno – è divorato da Internet (anche i siti sulla montagna sono innumerevoli); ed è un tempo che paghiamo, sotto forma di bolletta e, in modo indiretto, della pubblicità contenuta nei siti, che inevitabilmente ci sublima nella testa. Restando alla fine con una poco piacevole impressione: che, nonostante tutta l’ammirazione dovuta agli eroici aggiornatori dei siti, quel parapiglia di immaginette e trafiletti abbia ben poco a che vedere con la realtà, causa i limiti insiti nel mezzo stesso. Si può sfuggire? Sì, ma come ha ben detto l’ex vicepresidente americano AI Gore, «chi non è su Internet non esiste». Dunque tra poco esserci sarà davvero obbligatorio, se non per i sinceri eremiti. Tanto è vero che gran parte delle spedizioni non riesce già più a farne a meno.

Con gli sci nell’inverno islandese. Foto: F. Michieli
QuandoilCommercio-Michieli.-Islanda-sole-e-nebbiaFin dove arriverà questo processo? L’accesso alla natura diverrà a pagamento, o sarà obbligatorio acquistare specifici servizi di “aiuto” alla fruizione? Per chiarire questa eventualità con voce più autorevole della mia, cito alcuni brani tratti da un articolo pubblicato recentemente in prima pagina sul “Corriere della Sera” (12.04.00), a firma dell’economista e filosofo americano Jeremy Rifkin: «Immaginate di svegliarvi una mattina e scoprire che ogni aspetto del vostro essere è diventato una faccenda commerciale, che la vostra vita si è trasformata in una ineguagliabile esperienza di shopping. […] Nel mondo degli affari, il nuovo termine operativo è life time value (LTV), cioè il valore del tempo di vita dell’acquirente. Parliamo della misura teorica di quanto potrebbe valere un essere umano se ogni momento della sua vita venisse mercificato dentro la sfera commerciale». Anni fa si diceva che presto progresso e benessere ci avrebbero assicurato sempre più tempo libero. Molti di noi sognavano che le possibilità di passare lunghi periodi nella natura, lontano dalla fretta della civiltà, si sarebbero moltiplicate. Ma non si era capito che invece il progresso identificato con la crescita economica illimitata non può sussistere se non conquistando sempre nuovi angoli dell’esistenza, cioè rendendo produttivi spazi e tempi rimasti in precedenza fuori dal mercato. Reso disponibile ogni oggetto materiale, il mercato per ampliarsi deve riuscire a vendere anche beni immateriali, cioè le relazioni. L’avventura è ovviamente tra questi. Alpinismo ed escursionismo, il cui pregio più grande è stato il loro far parte della sfera del gratuito – che non vuol dire senza spese, ma piuttosto che appartiene al tempo interiore della persona, come gli affetti, i sentimenti, la fede, o la memoria di certe opere d’arte con cui ci si sente in totale sintonia –  rischiano di diventare l’opposto di se stessi, anche se esteriormente paiono le medesime attività di prima. E invece no: una cosa che si compra non ha niente a che vedere con ciò che nasce da una relazione spontanea, anche se il desiderio di partenza è simile.

E’ l’attacco al nucleo più interno della persona a quello spazio di intimità che ciascuno dovrebbe sempre e comunque poter conservare in sé, a fare la differenza. È utile ricordare che proprio intorno a questo punto si sviluppa il lucidissimo romanzo 1984 di George Orwell (l’inventore del vero Grande Fratello, tanto per intenderci), in cui con logica inflessibile si mostra come terrore e tortura possano smantellare proprio quel nucleo vitale più interno all’uomo. Il potere contemporaneo, cioè l’economia, benché non sia presieduto da alcuna singola mente perversa, ma faccia capo a convinzioni diffuse, ha scoperto un metodo per certi versi più efficace per ottenere un risultato simile: l’immersione dell’essere umano sotto una cascata di risposte pronte e in vendita per soddisfare ogni suo più piccolo desiderio, con scroscio tanto intenso da stordire e far cadere ogni difesa. Anche così, riuscendo a far mercato di ogni piccolo sogno, quel nucleo intimo si sta sgretolando. Ma lasciamo continuare il già citato Rifkin: «La mercificazione delle relazioni umane è un’avventura malsana. […] Se la giornata è limitata e fissata in un arco di ventiquattr’ore, i nuovi tipi di servizio e di rapporti commerciali sono limitati soltanto dalla capacità dell’imprenditore di immaginare nuovi modi di mercificare il tempo. […] E mentre abbiamo creato ogni sorta di aggeggio e di attività salva-tempo e salvafatica per provvedere ai bisogni e ai desideri reciproci nella sfera commerciale, stiamo cominciando ad avvertire una mancanza di tempo per noi stessi come mai era accaduto nella storia dell’uomo. Ciò perché l’enorme proliferazione dei servizi salva-tempo e salvafatica non fa che aumentare la varietà, il ritmo e il flusso dell’attività mercificata intorno a noi».

Pensiamoci bene: se a causa di infrastrutture, supporti informativi e servizi – che in un modo o nell’altro sono sempre a pagamento e per questo vengono creati – anche il nostro saltuario rapporto con natura e montagna perde la sua spontaneità, dove andremo ad attingere esperienze e risposte libere dai condizionamenti imperanti? Rifkin conclude realisticamente così: «Quando praticamente ogni aspetto del nostro essere diventa un’attività a pagamento, la stessa vita umana si trasforma in prodotto, e la sfera commerciale nell’arbitro finale della nostra esistenza privata e collettiva».

Alpi del Lyngen in Norvegia. Foto: F. Michieli

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Qualcuno potrebbe liquidare l’argomento da noi proposto come l’inutile filosofia di chi non sa adeguarsi alla propria epoca. Qui intendiamo invece invitare i lettori a considerare l’importanza pratica, e non filosofica, della questione. La sempre più grave mancanza di tempi e spazi per sviluppare atteggiamenti spontanei non finalizzati al profitto in senso lato è un problema assolutamente concreto, che si ripercuote negativamente sulla qualità della vita, sullo stato dell’ambiente e sulla salute psicologica di un numero sempre maggiore di persone, per non parlare delle più vaste tragedie del sottosviluppo. Il che non significa negare che attività come il rapporto con la natura possano avere anche, in parte, un apprezzabile valore commerciale. Ma è compito nostro far sì che tale valore non superi certi limiti, annientando altri concretissimi significati dell’esperienza nell’ambiente naturale.

Ritrovare sulle montagne il tempo perduto è ancora possibile? Dal punto di vista delle montagne, certamente sì. Sopra di esse il cielo e i suoi astri, per quanto tracciati da scie di aerei e da riflessi di satelliti, segnano ancora il trascorrere di un tempo cosmico che non si lascia toccare dalle frenesie della superficie terrestre. Il problema è capire se in quel tempo riconosciamo ancora la presenza di un valore; se possediamo il desiderio di rientrare durante alcuni periodi liberi nel ritmo del divenire naturale, lasciando che sensazioni e pensieri si accordino col flusso degli eventi privi di fretta e di obiettivi prefissati che animano la montagna. A parole sembra che molti non aspettino altro; ma ribellarsi all’utopia tecnologica di cui il mondo è caduto (provvisoriamente) preda è oggettivamente difficile. Perciò incoraggiamoci a vicenda: aiutare l’umanità, oggi, significa anche difendere spazi e tempi per le relazioni gratuite. Salvare una montagna che abbia queste caratteristiche può rappresentare la vera, grande sfida tra le cime del prossimo futuro.

Franco Michieli

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Meno marketing e più cultura


Più conoscenza e meno incidenti.
Impariamo a conoscere meglio le nostre montagne
di Giancarlo Del Zotto

La montagna attrae sempre. Ma a che prezzo! Guardavo con la prima poca neve gruppi e gruppetti di sciatori con pelli di foca e di escursionisti con ciaspole abbandonare le piste battute e protette e inoltrarsi in terreno aperto su percorsi incerti e approssimativi, con materiali ed equipaggiamento poco adeguati a quel sottile manto nevoso, con ritmi piuttosto frenetici che esprimevano l’intento di realizzare una perfomance – come si dice in gergo sportivo – piuttosto che di godersi una tranquilla gita lontano dagli affollamenti e dai rumori invasivi della quotidianità.

Foto: Mario Verin/K3
Italia; Trentino Alto Adige; Dolomiti,Val Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspole
Mi chiedevo se qualcuno di loro avesse pensato che quell’allontanarsi da una pista affollata gli avrebbe fatto scoprire la magia della neve fresca, del silenzio, delle nuvole che corrono nel cielo e che ci aiutano a prevedere l’evoluzione del tempo, la scoperta del bosco innevato, delle tracce degli animali che popolano la montagna d’inverno.
La scoperta di un mondo silenzioso, nuovo e diverso.

Mi chiedevo quanti di loro conoscevano i nomi e la storia delle cime che li sovrastavano.
Mi chiedevo quanti di loro avessero letto o ascoltato il bollettino meteo e il bollettino delle valanghe la sera prima della gita per decidere l’equipaggiamento da adottare e il percorso da scegliere.
Quanti di loro avessero con sé l’ARTVA – il prezioso apparecchietto elettronico che consente in pochi minuti di individuare una persona sepolta dalla neve – e con l’ARTVA, la pala e la sonda per un rapido intervento di autosoccorso.

Le tragiche morti in valanga di questi giorni non sono una novità.
Da anni le statistiche del Soccorso Alpino Nazionale e dei Paesi alpini, confermano che il 95% delle vittime di valanga è costituito da coloro che l’hanno provocata.

Le esigenze del mercato del turismo hanno trasformato la montagna in un “prodotto”, vendibile a “pacchetti” con il “tutto compreso”, confezionato con le attrattive che devono avere tutti i prodotti, cancellando, perché inutile al “prodotto” stesso, due secoli di storia, di cultura, di genti e di territori.

Perché non proporre e sperimentare un percorso opposto a questo esasperato consumismo, offrendo la scoperta e la conoscenza graduale e progressiva della montagna, il fascino della scoperta dell’ambiente alpino, l’apprendimento delle tecniche, degli equipaggiamenti e delle conoscenze per contenere i rischi?

Le montagne delle nostre Alpi offrono un ambiente diversificato e straordinario.
Proviamo a proporre un percorso d’avventura e di scoperta, rivalutiamo il silenzio della montagna e la lentezza.
I valori della cultura una volta appresi e condivisi danno la garanzia della durata nel tempo e sconfiggono agevolmente l’effimero delle mode.
Le strutture operative ci sono, le Guide Alpine, i Maestri di sci, gli Istruttori delle Scuole di Alpinismo del CAI e le Sezioni del Club Alpino Italiano possono agevolmente sostenere questo progetto.

Proviamoci!

Giancarlo Del Zotto
Istruttore Nazionale di Alpinismo e Sci Alpinismo
Presidente della Scuola di Alpinismo, Sci Alpinismo e Arrampicata “Val Montanaia” del CAI Pordenone
Soccorritore Emerito del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino, Stazione di Pordenone

15 febbraio 2014

Monte Bianco, in ciaspole dal Colle del Gigante al Col de Toula, 17 aprile 2012, in marcia verso il Col des Flambeaux, con lo sfondo del Dente del Gigante