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Marmolada 1961

Marmolada 1961
(dal mio diario, gennaio 1962)

Quando Paolo Baldi mi parlò del suo progetto di salire an­cora sulla Marmolada feci in modo che capisse che avrei de­siderato andare anch’io. Non vedevo altri mezzi per raggiunge­re la vetta: mio padre non si sarebbe mai sognato di organiz­zare una gita così: per lui queste sono scemate, così per gente che vuole mostrare la propria abilità, così pericolose, e non considera per nulla il lato spirituale e sportivo; non compren­de la gioia che procura una buona ascensione faticosa con an­che un pizzico di pericolo o più che pizzico, illusione. Comun­que Paolo in principio cercò di non parlarne, ma alle mie insi­stenze promise che quando sarebbe arrivato suo padre gliene avrebbe parlato. Poco fiducioso di ciò non mi accontentai e continuai a scocciarlo finché il 13 di agosto non arrivò suo pa­dre. Visto che non si approdava a nulla e che quasi lui ci si divertiva, intensificai ancora le mie richieste. Mi disse che fin­ché non arrivava suo zio con i tre cugini, un amico di suo padre e i suoi due figli, non si sarebbe fatto nulla: per il momento mi calmai. Ma verso il 20 i grandi cominciarono a parlottare tra di loro di quell’argomento ed esortai per l’ultima volta Paolo: ma non fece nulla, allora decisi di parlarne io stesso a suo pa­dre e un giorno, incontrandolo, lo salutai e gli chiesi se per caso c’era una gita alla Marmolada in programma. Rispose di sì ed io, con una faccia tosta terribile, gli chiesi se potevo ag­gregarmi. Rispose che potevo se mia madre dava il consenso e se c’era posto nella cordata. Dato che le cordate sono al massi­mo di sette persone e siccome c’erano già Paolo, il padre, lo zio i tre cugini e una delle tre sorelle di Paolo, io avevo ben poche speranze di partecipare alla gita. Per fortuna avvennero delle così inaspettate: si aggiunse altra gente che voleva partecipare e si arrivò alla necessità di comporre due cordate; dissi a mia madre di prepararsi e un giorno con infiniti accorgimenti, sot­terfugi, speranze, timori, gioie e disperazioni, ebbi il tanto so­spirato permesso.

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Si è a giovedì 24, la gita sarà tra due giorni. La famiglia di Paolo fa gli ultimi preparativi. Acquistano pantaloni alla zuava, sacco da montagna nuovo, ramponi, eccetera. Da parte mia ho già tutto, anche i ramponi: solo gli scarponi sono un po’ vecchi e logori e fanno acqua al contatto della neve. Comunque rimedio portandomi dietro ben nove paia di calze di ricambio. Sono tanto contento, entusiasta, che ho già preparato tutto fin da venerdì, anche il mangiare: la notte tra venerdì e sabato la passo mezzo insonne in agitazione e finalmente giunge l’ora della partenza. Alcuni prendono la corriera, altri vanno in macchina per riunirci ad Alba di Canazei. Sembriamo un esercito: il padre di Paolo, Paolo e sua sorella Maria Teresa, lo zio di Paolo, che chiamerò lo «zio» (il suo nome è Leo Baldi), due dei suoi tre figli, due fratelli di cognome Malatesta, un certo Nicola e una signora molto brava in alpinismo su roccia: in totale undici persone. Per la cronaca ecco l’abbon­dante equipaggiamento mio personale: dieci paia di calze tra lunghe e corte (avrei potuto risparmiarle portando un paio di calzettoni di lana), un paio di scarponi vecchiotti, pantaloni lunghi-blue jeans, camicia felpata, pullover senza maniche, tre maglioni, la giacca a vento, due papaline, occhiali da sole per proteggermi dal riverbero della neve, guanti di lana e i rampo­ni che mi ha prestato il padrone di casa. Nel sacco ho dei pa­nini, ma pochi, con prosciutto e formaggio, molta cioccolata, molti quadretti di zucchero, un coltello, due carte militari al 25.000, dei biscotti crackers, una scatola di pesche sciroppate e un po’ di frutta fresca. In tutto cinque chili sulle spalle. L’ini­zio della strada è alla fermata della corriera, sotto un crocefis­so e un cartello: “Visitate il rif. Contrin”. Attorno, prati e boschi. Mi fermo su una panchina messa li dal Comune e metto a posto quelle così che mi ero proposto di fare all’ultimo mo­mento. Chiudo di nuovo il sacco, guardo un po’ in giro e aspet­to gli altri che pure s’affaccendano. Finalmente il padre di Pao­lo dà il segnale di partenza. Subito mi metto in testa: è come un’abitudine. Assumo il passo cadenzato da montanaro, che è il migliore di tutti, e procediamo di buon accordo per un bel pezzo, chiacchierando a gruppi di gite e di tante altre cose. Io sono con Paolo e finito il primo pezzo che pur non essendo duro è abbastanza ripido e si snoda per un sentiero larghissimo, percorso anche dai muli e piuttosto acciottolato, ci fermiamo un po’ per far riposare i più deboli. Abbiamo oltrepassato una zo­na boscosa abbastanza fitta. La strada fa giri piuttosto larghi su una stessa zona di terreno: alcuni sentieruzzi tagliano i tor­nanti e si inerpicano in canaloni di brughiera. C’è una devia­zione che porta alla cascata. L’aria qui intorno è carica di va­pore e il sole calante scherza con le minuscole goccioline pro­vocando bellissimi arcobaleni. La boscaglia vive intorno a noi con le api e gli uccelli, voci di altri gitanti di ritorno ci arri­vano dall’alto… La vita del bosco è sempre bella, anche quan­do nello stesso luogo ci si è già stati: non si può dire che i suoni e le immagini siano diversi, ma è sempre bello offrire il nostro animo ad essi. Siamo a quota 1730 m: qui, stando alle carte topografiche, c’era un laghetto, ma adesso non c’è altro che una distesa di ghiaia e di sabbia trasportata dalla corrente. A destra ci sovrasta il Collac, blocco roccioso suggestivo per la sua solitudine ai piedi dell’altro gruppo di fronte: la Marmo­lada. Non che la Marmolada si abbassi a vedere il suo minu­scolo cortigiano: ben altre cime e cimette frappone tra lui e se stessa, a cominciare dal Cogolmai, che è il primo della serie.

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Dopo quella salita iniziale il sentiero si fa più largo anco­ra e più piano, costeggia il torrente per poi giungere con un’ul­tima salita al rifugio. La val Contrin è la tipica valle trentina: non intendo una valle di transito, parlo di quelle valli piccole e brevi che alle persone che vi entrano si presentano subito bene; non ha curve e si vede perciò il fondo, non è stretta ma nep­pure larga. Vi sono prati e pascoli in cui le mucche possono ben nutrirsi, ma vi sono anche fitte pinete. La valle sbocca dove ci siamo affacciati noi e dalle altre parti è molto faticosa l’en­trata, essendovi infatti tre valichi da superare, uno più ripido dell’altro: il Passo Ombretta (o di Contrin), il Passo Cirelle e il Passo San Nicolò. È in sostanza una valle di quelle che piac­ciono a me, quasi selvaggia: vi è infatti appena un rifugio vi­cino a una malga, poi ancora qualche fienile e la Cappelletta vicino al rifugio. Questo è situato su una piccola collinetta, con­tornata da pini e dallo spiazzo antistante c’è una bella vista sul Sassolungo. C’è ancora tempo per la cena, perciò andiamo a gironzolare mentre i grandi fissano le camere. Paolo ed io ci stacchiamo dagli altri e andiamo verso la strada di domani: ci divertiamo a scalare qualche masso con parziale successo. Alle prime oscurità torniamo al rifugio. Lì seduto su una panca di legno con davanti il tavolo e il mio pasto frugale, alla luce scialba cui fa contrasto la generale allegria, mi sembra di ap­partenere ad un altro mondo. Credo che anche Paolo provi una sensazione simile: lo vedo mogio, gli occhi fissi, forse nel mio medesimo pensiero. Eh, sì! È certamente una cosa fuori dal­l’ordinario questa! Sono contento di gustare questa felicità se­rena. Forse sto per dormire e pur essendo nella massima tran­quillità, mentre distrattamente maneggio il cucchiaio tra boc­ca e brodo, temo qualcosa di indefinibile: sono inquieto e non me ne accorgo. Per riscaldarci un po’ prendiamo un bel tè bol­lente con limone e finalmente, verso le 21, ci avviamo nell’al­tro edificio per dormire. Occupiamo la stanza che ci è stata assegnata assieme a due giovani tedeschi, ci svestiamo somma­riamente e ci accomodiamo in cuccetta.

Sulla via ferrata della cresta nord-ovest della Marmolada
FERRATA VERSO PUNTA PENIA (MARMOLADA) CHIARA E AGOSTINO

Subito cerco di dormi­re, immaginando di riuscirci non appena toccato letto, ma sono troppo agitato e con il tempo mi eccito sempre di più. Sento gli altri che a poco a poco si addormentano ed io… niente! Non riesco che a pensare alla Marmolada, agli sforzi fatti per par­tecipare a questa gita e a quello che finalmente avrei provato nel posare il piede sulla sospirata vetta. E intanto mi struggo nell’impazienza, mi giro e mi rigiro nelle coperte, stringendo i denti per la rabbia di non poter partire subito… E poi, che rab­bia non poter sapere l’ora! Ho cercato nel sacco l’orologio e non l’ho trovato. Prendo una busta di crackers e mangio. D’improvviso un pensiero spaventoso: e se il tempo s’imbruttisse? La sera è stata bella, ma chissà? Decido di andare a vedere, tanto non mi sarei addormentato più. Nell’oscurità cerco i ve­stiti, che indosso pian piano, mi alzo, infilo gli scarponi, apro silenziosamente la porta e dopo aver fatto alcuni passi quatto quatto mi slancio per il corridoio e poi giù per le scale. Final­mente sono fuori dalla prigione della mia prima notte in rifu­gio. Non ho ancora fatto un passo al di là della soglia che, do­po aver respirato una boccata di quella brezza notturna, mi fer­mo estatico: il cielo è completamente cosparso di stelle e la luna risplende e abbaglia; i monti sono illuminati e fanno una vivida cornice alla valle buia; alla mia sinistra il gruppo del Vernel è in piena luna e davanti a me le Cime Ombretta, le Ci­me Cadine. Queste, essendo più lontane, occhieggiano sinistra­mente. Il profilo del Passo San Nicolò si staglia nitido. Con re­verenza guardo la Marmolada: non si nasconde più ora. Ora comanda allo scoperto. La sua parete sud ovest è assurda, ir­reale e opprimente. Il profilo, che già alla luce del giorno è selvaggio e superbo, di notte è tetro e spettrale. Sembra proprio un, disegno della fantasia, una di quelle visioni terribili che travagliano le notti dei più piccini. Le così che spaventano e danno i brividi non si ammirano mai a lungo, perciò torno den­tro, anche perché così mal vestito ho freddo. Torno nel dormi­torio, assieme alle altre persone ignare di così gravide visioni. Termino di vestirmi e mi stendo sul lettino. Dopo tanto tempo sento un tramestio, una voce che parla e sveglia tutti: è una delle nostre guide. Capisco di essermi addormentato. Mi alzo, stropiccio a lungo gli occhi, faccio ordine nel sacco tenendo da parte qualche zuccherino e qualche pezzo di cioccolata che met­to in tasca. Quando escono, tutti rivolgono esclamazioni meravi­gliate per quanto io ho già visto prima: ma non è più la stessa cosa, l’alba è vicina e non c’è più solitudine. In rifugio beviamo il tè e mangiamo qualcosa: esamino le due guide sottoponen­dole a un personale esame: la prima non mi va tanto a genio, non che mi sia antipatica a vista, solo preferisco la seconda. Spero che questa si metta in testa e per fortuna sarà così. Su­bito dietro all’uomo simpatico ci sono io, poi Paolo, in seguito le posizioni non sono fisse. Saliamo per declivi erbosi, gli ulti­mi pascoli, poi su terreno pietroso ma non roccioso. Mentre la valle si restringe, incominciamo le serpentine. Aspettiamo che il minore dei Malatesta si scarichi gli intestini del superfluo. Dopo la biforcazione per il Passo Ombretta si è su una specie di ripiano, al principio del ghiaione che porta alla stretta For­cella Marmolada, quota 2503 m. Consumiamo cioccolata e pru­gne secche di Paolo. Ormai si vede al di là del cammino che abbiamo appena fatto: il Latemàr comincia ad arrossarsi con i primi raggi solari e il cielo sereno fa nitida quella bella vi­sione. Le cime più in basso sono ancora all’oscuro, immerse in una luce incerta che le fa così di uno stesso colore grigiastro: è questione di attimi però, perché subito intervengono altre tra­sformazioni.

La cartolina inviata a mio padre con il tracciato e quell’io così orgoglioso
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Nessuno è stanco ma ci aspetta una bella tirata: perciò la guida ci richiama e si mette di nuovo a capo fila. I ghiaioni, non per dire, sono il mio forte: è raro che faccia un passo e scivoli, come capita spesso ad altri. Procedo sempre sicuro e senza fatica, sopra un terreno che sfugge. Il sentiero su ghia­ione è ben visibile, dapprima sale a destra (sinistra orografica), poi attraversa e si porta sul lato sinistro (destra orografica), do­ve con infinite serpentine, con curve di 30° ogni due metri, rag­giunge un poggio di cinque metri quadrati, poco al di sotto del­la forcella, a quota 2892 m. Le guide ci fanno riposare bene, poi ci legano la corda attorno alla vita; a un tratto il minore dei Malatesta si sente male e si sente svenire; si vede che soffre il mal di montagna giacché siamo ad un’altezza non trascu­rabile. Comunque un buon grappino lo rimette in sesto. Per maggior precauzione la guida lo mette dietro di sé ed io mi devo accontentare del terzo posto. La prima cordata è compo­sta dalla guida simpatica, dal minore dei Malatesta, da me, dal maggiore dei Malatesta, da Nicola, da Pio, cioè il fratello mag­giore dei cugini di Paolo e dal padre di Paolo; la seconda dal­l’altra guida, da Paolo, dall’altro suo cugino, da sua sorella, dallo zio e dalla Signora. Lasciamo quel poggio e ci avviamo su per il canalone finale e giunti in cima vediamo che c’è da salire una scaletta di ferro su una parete che, senza scalette, sarebbe di quarto grado, a quanto dice la guida. Non mi spa­vento certo per questo, ben sapendo che gran parte del cammi­no per raggiungere la vetta dovremo farlo su per la via ferrata, cioè salendo su una serie di scale di ferro più o meno a pre­cipizio, aggrappandoci alla corda metallica. Dopo la prima gra­dinata giungiamo alla Forcella Marmolada, 2910 metri. Che spettacolo magnifico! La vista è limitata perché le rocce del Vernel e della Spalla della Marmolada im­pediscono, ma è fantastico lo stesso. Ormai il sole ha quasi inon­dato il basso ghiacciaio e le cime di fronte al lago, cime erbo­se che ho già asceso in parte, sono anch’esse illuminate. Il ghiac­ciaio sotto di noi è però ancora in ombra. Dopo poco ricomin­ciamo la salita. Presto impariamo il meccanismo della cordata, che sugli scalini di ferro è più d’impaccio che altro. È diver­tente salire a perdifiato su quegli scalini che si susseguono a circa trenta centimetri uno dall’altro. Saliamo senza un attimo di sosta e quando si passa da una rampa all’altra bisogna fare attenzione ad alcune placchette di vetrato. Alla fine ci fermia­mo al sole e ci scaldiamo alle sue carezze: dovrei essere al di sopra del limite d’altezza del Piz Boè. Il panorama si è immen­samente allargato, mastichiamo zucchero, caramelle e cioccola­ta, aspettiamo l’arrivo dell’altra cordata. Quando ripartiamo, mettiamo piede su neve e attraverso estese placche di neve dura e di ghiaccio arriviamo alla capanna della Punta Penia, cioè a dieci metri dalla cima. In preda ad una speciale agitazione entro in capanna, poso il sacco e corro in cima, alla croce. Fi­nalmente a 3342 metri! Poi scorgo sulla sinistra un monticiattolo di neve e mi viene in mente che la cima sia quella. Perciò torno dalla guida, mentre intanto arrivano Paolo e la sua cor­data, m’informo e poi gli riferisco che la vera cima è quella con la croce, quella cui si riferiscono le quote delle carte. Però esiste sempre anche l’altra cimetta nevosa, che non è tenuta in considerazione. Ma quel monte di neve è più alto, perciò per aumentare il nostro record ci slanciamo su, misurandone l’al­tezza a occhio e decidiamo di essere a 3348 m. Con un passo di esitazione facciamo il movimento finale e raggiungiamo quel­la quota; indi ci prepariamo per il salto finale per raggiungere una quota ancora più alta. Prima salto io e a suo giudizio rag­giungo gli ottanta centimetri. Poi salta lui e do lo stesso giudi­zio. Quindi senza nemmeno guardare il panorama ritorniamo alla capanna dove tutti mangiamo: sono le 9.50. In seguito tutti insieme ritorniamo in cima e scattiamo molte fotografie perché il tempo è splendido (segue minuziosa descrizione del­le montagne intorno, NdR). Si domina tutto, ma non i giganti all’oriz­zonte che, unendosi in uniforme linea biancastra, paiono con­trapporre a tale dominio un’assurda barriera… In basso e in primo piano, ancora in parte oscuri, i crepacci insidiosi del ghiacciaio. Il Pian dei Fiacconi si scorge bene, molti puntini neri si muovono allegramente. Alcuni sciano sui campi di neve della Marmolada di Rocca. Magnifica la voragine scura del Passo Ombretta, dove non è ancora penetrato il sole. Tutto pe­rò appariva ordinato a delizia dell’anima.

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Un pezzo di discesa si deve effettuare con i ramponi per poi scendere sul ghiacciaio seguendo con attenzione le orme per non cadere nei crepacci profondi di quell’estate, dai venti ai centottanta metri a detta della guida. Forse l’avrà detto per spaventarci e per farci stare più attenti. Dopo gli ultimi preparativi calziamo i ramponi e dopo aver provato a camminare con quelle punte sotto i piedi, avendo visto che sono molto utili perché mordono bene il ghiaccio e aiutano a non scivolare, ci disponiamo in fila, legati in cordata. Poiché nelle discese la guida sta sempre ultima, la nostra si mise in fondo e io pe­nultimo. Egli dà alcuni consigli al padre di Paolo che è per primo. Poi anch’egli si mette i ramponi e dà il segnale di par­tenza ed è a malincuore che io lascio la cima. Si inizia la di­scesa su una crestina di neve ghiacciata larga non più di qua­ranta centimetri dalla quale sono caduti tre giorni fa due gio­vani sfracellandosi nell’orrido burrone ghiacciato. Tolti i ramponi, ­scendiamo su roccia, per alcuni un po’ difficile, e infine arriviamo a un ponte di ghiaccio che sovrasta il crepaccio più profondo della stagione. È l’ultimo ostacolo, superato il quale ci sentiamo abbastanza stanchi da poter scivolare: la guida su­bito dietro di me ci rimprovera e queste frasi un po’ dure mi toccano nell’orgoglio. Ci avviciniamo al Pian dei Fiacconi do­ve, all’arrivo della seggiovia, ci dovrebbero aspettare venti per­sone, tra cui mia madre, la madre di Paolo con le sorelle, pa­renti, amici, eccetera. Noi, alla fine dei ghiacci, ci sleghiamo e ci slanciamo giù sul nevaio. Nella neve marcia arrivo per primo tutto bagnato, con cinque minuti di vantaggio, a recar notizie. Tutti e venti mi arrivano addosso, saluto tutti e dico che gli altri stanno arrivando; dopo poco saluti, abbracci si susseguono a bizzeffe. Ma intanto l’altra cordata non si vede. In tutta quel­la folla non si vede nemmeno se stanno arrivando. La mamma di Paolo comincia a temere per il figlio e la figlia. La sofferen­za ha un termine, così salutiamo le due guide che portano in cima un’altra comitiva. Tutti insieme, trentun persone, entria­mo nel ristorante del Pian dei Fiacconi, tutti i particolari sono raccontati e tutti parlano allegri dello stesso argomento.

A Soraga, dopo i saluti, ognuno torna alle proprie case. Dopo aver riempito la testa a mia madre di tutti i minimi par­ticolari, dopo aver mangiato e riassettato la roba che mi sono portato dietro, mi spoglio e mi metto a letto dove dormo come un masso fino all’indomani, convinto di aver compiuto una cosa che per altri non avrà nessun valore, ma per me ne ha moltis­simo e che ha segnato una data per me indimenticabile: 27 ago­sto 1961, ore 9.48 a quota 3348,800, Punta Penia della Mar­molada.

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Federica Mingolla, prima donna in libera sul Pesce

Federica Mingolla realizza la prima femminile in libera (e in giornata) della via Attraverso il Pesce sulla parete sud della Marmolada. E con ciò entra a pieno titolo nella storia dell’alpinismo.

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La 21enne rock climber torinese ha realizzato l’impresa nella giornata di domenica 17 luglio, scalando da capo-cordata e in libera (prima rotpunkt femminile) i 900 metri di parete verticale che sovrastano la Val Ombretta. Prima donna in assoluto a riuscire nell’impresa.

Partita alle ore 5.22 di domenica mattina 17 luglio 2016 dalla base della parete, Federica è stata accompagnata durante la scalata da Roberto Conti, l’alpinista bresciano di 27 anni che le ha fatto da secondo di cordata. L’uscita dalla via è avvenuta alle ore 23.49, dopo 18 ore e 27 minuti di scalata.

L’itinerario è stato aperto nel lontano 1981, dal 2 al 4 agosto e in 35 ore di arrampicata, dai due alpinisti cecoslovacchi Igor Koller (di Bratislava) e il 17enne Indrich Šustr. Heinz Mariacher aveva già tentato di salire quelle immani placche della Marmolada d’Ombretta, tra la via dell’Ideale e la Conforto, ma non aveva voluto ricorrere all’artificiale. I cecoslovacchi non ebbero questi problemi e passarono con 25 chiodi + 40 di sosta. Usarono anche nut, hexentric e friend, con un totale di 15 chiodi in artificiale + gli skyhook. Quella di Šustr capocordata è ancora oggi considerata una delle massime performance di tutti i tempi.
Fu l’impresa dell’anno senza alcun dubbio e ancora oggi il VII+ obbligatorio, gli innumerevoli tiri di VII e l’uso del cliff-hanger spaventano anche i migliori.

La battezzarono Weg durch den Fisch (via Attraverso il Pesce) anche se tutti la chiamano il Pesce. Salirono direttamente le grandi placche della parete meridionale della Marmolada d’Ombretta, rimanendo sempre un po’ a sinistra della verticale di una caratteristica nicchia a forma di pesce, che poi raggiunsero con passi rocamboleschi. Presto divenne una via famosa in tutto il mondo, con difficoltà molto elevate e continue nel tratto di parete attorno alla nicchia dove c’è il famoso passaggio del diedro svasato (di VIII+) e con altri passi in placche con piccoli fori che si mantengono sempre attorno all’VIII UIAA con un passo di IX- poco dopo la nicchia. I primi salitori ovviamente evitarono con l’aiuto dei cliff-hanger il superamento in libera dei passi più difficili. Lo sviluppo è di 1280 m, con difficoltà di VI e VII continue per 250 m e passi in A2-A3 sui cliff o di VIII+ (7b).

Federica Mingolla e Roberto Conti sulla via Attraverso il Pesce, Marmolada. Foto: Mirko Sotgiu, OpenCircle
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Federica Mingolla ha appena raggiunto la grande nicchia a forma di pesce, via “Attraverso il Pesce”, Marmolada. Foto: Klaus Dell’Orto/OpenCircle
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Con questi numeri è ovvio che si tratta di un’arrampicata libera estrema. Fino a ora nessuna donna aveva tentato l’ascensione in libera, senza l’uso di artificiale, nonché da capocordata. Federica: “Ho conosciuto Roberto sabato, quando l’ho caricato in macchina per salire. Un amico me lo aveva consigliato in quanto bravo e simpatico. Nemmeno lui aveva mai salito la parete, pertanto era molto motivato… questo mi è bastato!“.

I due erano pittosto “leggeri”: una serie di friend fino al n. 4, poi 4 o 5 Alien. Otto rinvii e molti cordini per le clessidre. Poi tre chiodi e un martello nel sacco da recupero, non utilizzati.In quella giornata ventosa, ma con tanto sole, la Mingolla ha salito interamente in arrampicata libera tutti e trentadue i tiri della via: dopo aver superato tutti i tratti più difficili e impegnativi, è però caduta con un breve volo su un passaggio di 6c, sul tiro che arriva alla nicchia. Sei metri di traverso. Fattasi ricalare in sosta, è ripartita riuscendo agevolmente a completare quella lunghezza. Questa piccola sbavatura non le ha permesso di dichiarare di aver compiuto l’intera ascensione on sight, oltre che in libera.

La parete sud della Marmolada d’Ombretta con il tracciato del Pesce
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Dopo la cengia mediana le difficoltà tecniche calano, ma non certo l’impegno. Il tratto finale si svolge attraverso una serie di camini poco compatti, bagnati e in parte ghiacciati, che la cordata ha comunque superato senza ricorrere all’artificiale. I due, dopo aver scalato le ultime tre ore circa con la torcia frontale, hanno bivaccato nei pressi della vetta su una cengia in leggera discesa, in un solo saccopiuma e assicurati a un ancoraggio. C’era una tenda ad attenderli, messa in una zona riparata: ma l’oscurità non ha permesso loro di trovarla. Troppo stanchi per valutare soluzioni alternative, hanno giudicato imprudente scendere sul ghiacciaio.

Federica ha così commentato l’impresa: “Nei primi tiri lunghi, da 40 m, siamo stati bravi e veloci sia nella progressione che nell’individuare le soste. Un ovvio rallentamento è avvenuto sui tiri successivi e siamo arrivati nella nicchia del Pesce verso le 13, con un’ora di ritardo sul nostro programma di marcia. Ora che però è stata recuperata nei tiri successivi, che sono anche i più duri della via, e che abbiamo percorso stando nelle tre ore circa. Alle 17 eravamo in cengia. Molto difficoltosa è stata l’ultima parte. Nonostante il grado, relativamente semplice ma pur sempre da proteggere, la roccia era bagnata, non compatta e a volte ghiacciata, le soste difficili da individuare”.

Scheda storica della via
Prima ascensione: Igor Koller e Indrich Šustr, 2-4 agosto 1981;
Prima ripetizione e prima femminile: Luisa Iovane, Heinz Mariacher, Bruno Pederiva, Maurizio Manolo Zanolla, 1984;
Prima invernale: Maurizio Giordani, Franco Zenatti e Paolo Cipriani, 16-20 marzo 1986;
Prima rotpunkt: Heinz Mariacher e Bruno Pederiva, 16-17 agosto 1987;
Prima on sight: Daniele De Candido con Gildo Zanderigo, settembre 1991;
Prima solitaria: Maurizio Giordani (in free solo tranne che nei nove tiri centrali), 3 agosto 1990;
Prima solitaria in free solo: Hansjörg Auer, 29 aprile 2007;
Prima femminile rotpunkt: Federica Mingolla con Roberto Conti, 17 luglio 2016.

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Federica Mingolla
Torinese di 21 anni, Federica Mingolla nella vita è una studentessa di Scienze Motorie a Torino (SUISM) oltre che arrampicatrice sportiva professionista, atleta e tecnico federale FASI. Federica con i suoi 56 kg di peso e 1,68 di altezza, un fascio di muscoli e robuste spalle, è una delle donne italiane più interessanti nel panorama dell’arrampicata sportiva.
Curriculum:
– Atleta in Coppa Italia dal 2011 al 2014: campionessa italiana giovanile, vicecampionessa italiana assoluta, diversi podi in Coppa Italia;
– Atleta di interesse nazionale dal 2011 al 2014: coppa Europa giovanile, campionati europei, coppa del mondo, mondiali giovanili;
– Arrampicatrice professionista su roccia dal 2014: prima donna italiana e terza al mondo a scalare Tom et je Ris, 8b+ di 60 m nelle Gole del Verdon- Francia; prima donna italiana e seconda al mondo ad avere scalato una delle pareti più difficili sul Monte Bianco, Digital Crack, 8a, sull’Arête des Cosmiques; prima femminile in libera di Legittima visione, 8b, valle dell’Orco; diverse FA femminili sempre sul grado 8b in tutta Italia.
– Alpinista dal 2015 (è iscritta ai corsi per aspirante guida alpina).

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La nuova minaccia alla Marmolada

Guido Trevisan è nato a Noale (VE) il 5 settembre 1976. Laureato in ingegneria per l’ambiente e il territorio a Padova, è gestore del rifugio Pian dei Fiacconi dal 1 gennaio 2001. Papà di due figli e alpinista per passione.

La nuova minaccia alla Marmolada
di Guido Trevisan

Sono Guido Trevisan, gestisco il rifugio Pian dei Fiacconi da quindici anni: ho preso in gestione questo posto, assieme all’amico e allora socio Sergio Rosi, quando era ai minimi storici per tutta una serie di motivi tra cui il mancato interesse politico locale e provinciale a sviluppare questa parte di Val di Fassa. Dopo tre anni di affitto abbiamo comprato e ristrutturato. E personalmente ho investito TUTTO in questa avventura, semplicemente perché è un posto splendido e perché mi piace. E ci credo.

Sono cambiate molte cose, gli affari vanno meglio, la clientela è tornata e questa nicchia dolomitica ha continuato a tenere un’aura di romanticismo, un posto un po’ fuori dal tempo, in particolare d’inverno quando lo sci di massa non arriva quassù perché “c’è solo un impianto”, dicono.

Stamattina leggo sui quotidiani Trentino e L’Adige che la giunta provinciale ha adottato in via preliminare il programma per gli interventi “per uno sviluppo sostenibile della Marmolada” e che il documento “disegna il futuro della Regina dal punto di vista ambientale e turistico”.

Guido Trevisan, custode del rifugio Pian dei Fiacconi
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Sono rimasto inorridito a leggerlo:

– di ambientalista e sostenibile non c’è niente in quel progetto visto che prevede la stazione di arrivo a monte della funivia in mezzo al ghiacciaio in un punto attualmente vergine, il Sass Bianchet, visibile da tutti i lati, con conseguente antropizzazione di un’altra zona oggigiorno pulita (ricordiamoci che a 500 metri di distanza c’è già la stazione a monte della funivia che sale dal Veneto);

– le decisioni, chiaramente politiche, non hanno minimamente tenuto conto del parere del comune di Canazei e tanto meno di noi operatori;

– non ha neppure una giustificazione economica visto che, arrivando sotto la cima, i turisti “estivi” preferiranno ancora salire dal lato Veneto in modo da arrivare in cima e godere del panorama a 360°;

– inoltre a titolo personale vedermi passare un impianto sopra la testa che poi scarica i turisti 50 metri sopra al rifugio mi sa tanto di presa in giro perché in estate nessuno torna in giù 50 metri per andare al rifugio sotto ed in primavera, anziché allungare la stagione, me la accorcia visto che quando la neve in basso comincia a scarseggiare la pista di rientro verrebbe chiusa.

Non mi interessa che mi scarichino i turisti fuori dalla porta del rifugio ma neppure mi piace sentirmi preso in giro su ciò in cui credo e leggere tanta ipocrisia di chi usa queste parole “sviluppo sostenibile” e “ambientalismo” solo per giustificare scelte politiche a noi tenute oscure”.

 

La vicenda
a cura della Redazione

Questo lo sfogo di Trevisan, che fa ecco all’accorata telefonata da lui fattami il 15 settembre. Per me è come un fulmine a ciel sereno e mi dedico subito a una ricerca sull’argomento, che riproduco qui sotto.

Già nel giugno 2013 si era avuta notizia di un nuovo piano della Provincia autonoma di Trento per il ghiacciaio della Marmolada. Il documento era stato inviato alla Regione Veneto, alla Fondazione Dolomiti Unesco e agli interlocutori locali: la giunta provinciale contava di approvarlo entro il termine della legislatura.

E’ di questi giorni il via libera della giunta provinciale. Il documento ricalca le linee del piano presentato a giugno 2013:

– smantellamento dell’attuale impianto “Graffer” e nuovo impianto in due tronchi: dalla diga del passo Fedaia al Pian dei Fiacchi (cabinovia a otto posti o seggiovia quadriposto) + collegamento con il Sass Bianchet, alcune centinaia di metri sotto Punta Rocca (funivia bifune senza piloni intermedi);

– smantellamento dell’impianto Passo Fedaia-Sass de Mul (quello andato distrutto dall’incendio del 27 ottobre 2012) e rifacimento dell’impianto Sass de Mul-Seràuta, con ripristino ambientale di tutte le infrastrutture obsolete presenti sul ghiacciaio.

Dal Sass Bianchet si potrebbe usufruire di due ski-weg di collegamento in discesa verso Punta Seràuta e verso il Sass del Mul.

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In questo modo, secondo il piano, non ci sarebbe ampliamento dell’area sciabile o la realizzazione di nuove piste sul ghiacciaio, perché non verrebbe aperta alcuna pista per scendere da Sass Bianchet al Pian dei Fiacchi (“paradiso” dunque dei freerider). Se si scende solo fino al Sass de Mul si può salire sul previsto impianto (Vascellari) Sass de Mul–Seràuta; se invece si scende giù fino al Passo Fedaia, allora occorrerà arrivare fino a Malga Ciapela per risalire in vetta con le funivie.

Per brevità, non entro nel merito di ciò che dice il piano a proposito del problema parcheggi e delle frequenti chiusure invernali della strada di collegamento Pian Trevisan-Diga del Fedaia. Tralascio anche di dire quanto “ingegnoso” sia il previsto utilizzo estivo della pista Pian dei Fiacconi-Diga del Fedaia da parte degli appassionati di downhill. E sorvolo anche sull’inutilità di insistere sulla “novità” di un percorso ciclo-pedonabile attorno al lago di Fedaia e sull’ovvio e doveroso interessa da riservare alle vestigia della Grande Guerra.

Naturalmente per le aree sciabili si continuerà a concedere agli impiantisti, come già ora succede, di preservare il manto nevoso con l’utilizzo dei teli geotessili.

Il piano, non appena sbandierato il via libera della giunta provinciale, è stato duramente contestato.
Ciò che è notevole in questa protesta è il fatto che, ben lungi dal rifiutare qualsiasi altra invasione umana sul ghiacciaio, la popolazione di Canazei e limitrofi vorrebbe che il collegamento si prolungasse fino a Punta Rocca, facendosi scudo “ambientale” del fatto che Sass Bianchet è ancora “vergine”, dunque meglio andare a costruire manufatti e stazione d’arrivo laddove i danni sono già abbondantemente presenti!

In salita da Pian dei Fiacconi verso Punta Rocca
Salita alla vetta della Marmolada di Rocca con panorama su Sassolungo e Sella (manifestazione Mountain Wilderness)

Silvano Parmesani (sindaco di Canazei): «Non siamo per nulla soddisfatti e lo faremo sapere alla giunta provinciale, fiduciosi di trovare ascolto. Pare infatti che in questo piano i veneti (con gli impianti che arrivano in vetta) siano tenuti in considerazione più dei trentini. Come se il nostro progetto fosse poco rispettoso della nostra Regina».

Elena Testor (procuradora del Comun general de Fascia): «Il previsto arrivo del nuovo impianto in località Sass Bianchet invece che a Punta Rocca, penalizza pesantemente tutta la skiarea che risulterebbe monca di un collegamento indispensabile al fine di creare un comprensorio sciistico di un certo interesse. Non di secondaria importanza è poi l’impatto ambientale. L’agonizzante ghiacciaio della Marmolada verrebbe pesantemente intaccato in un punto alquanto delicato e ancora vergine».

L’arrivo della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca in una foto aerea da sud
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Ancora più duri i toni del consigliere provinciale dell’Union autonomista ladina (UAL), Giuseppe Detomas: «Tale progetto è nel modo più assoluto inaccettabile, sia sotto il profilo del merito che anche nel metodo… Valutiamo tale piano impattante sotto il profilo ambientale per gli interventi previsti, poiché sul versante veneto è previsto un nuovo impianto, mentre per il Passo Fedaia si impone di limitare la nuova stazione di arrivo alla località intatta e integra dal punto di vista ambientale di Sass Bianchet. Appare invece facilmente intuibile, anche osservando le cartine, che con un minimo ulteriore prolungamento si potrebbe arrivare direttamente a Punta Rocca, dove sono già presenti strutture e piste da sci, senza nuovi interventi invasivi… Con tale piano di sviluppo Canazei e l’intera Valle di Fassa rimarrebbero per l’ennesima volta penalizzati, vedendo nascere un impianto “monco” in quanto privo del collegamento realmente funzionale oltre che necessario». E aggiunge: «In realtà il piano risponde alle esigenze di sfruttamento da parte veneta che, in barba agli aspetti ambientali, con il nuovo impianto del Sas de Mul andrebbe a introdurre un ulteriore ampliamento dell’offerta sciistica e quindi a promuovere nuovi accessi di sciatori e nuovi passaggi su quel versante che comunque, si ricorda, insiste sul territorio di competenza trentina».

Non diverso infine il giudizio di Luca Guglielmi, segretario politico dell’Associazione Fassa, secondo il quale «l’arrivo di un ipotetico impianto di risalita e Sass Bianchet a poche centinaia di metri da Punta Rocca, è poco incisivo: di fatto taglierebbe in tronco la possibilità di uno sviluppo a 360° gradi del massiccio stesso».

Anche Aurelio Soraruf, gestore del rifugio Castiglioni al Passo Fedaia, è di questo parere: «C’è un altro piano, quello elaborato dla comune di Canazei… La Provincia deve capire che quella di arrivare a Punta Rocca non è la richiesta di una parte politica, ma dell’intera rappresentanza valligiana… Un piano che tra l’altro tiene in seria considerazione i singoli rifugi (non come questo, che passa sopra al rifugio Pian dei Fiacconi, tagliandolo completamente fuori dal circuito)… Ugo Rossi (presidente della Provincia di TN, NdR) ha ripetuto che dobbiamo avere buoni rapporti di vicinato col Veneto. Ma possibile che questi buoni rapporti dobbiamo pagarli solo noi fassani? Il fatto è che Mario Vascellari ha urgenza che Trento gli dia il via libera per fare il nuovo impianto in territorio trentino, se no ci rimette: e i suoi interessi contano molto più dei nostriLa funivia del Sass Bianchet è costosa, troppo corta e non serve al turismo estivo. Insomma, non sta in piedi economicamente e nessuno investirà un euro per realizzarla. Invece gli investitori privati ci sono, ma per arrivare fino in cima, a 700-800 metri dalla Punta, dove la stazione di arrivo si potrebbe fare senza problemi».

Luigi Casanova, portavoce di Mountain Wilderness, ha fatto parte del Comitato di coordinamento scaturito dall’Accordo di programma del 2002, firmato quattro anni fa con lo storico “nemico”, l’impiantista Mario Vascellari delle Funivie Marmolada srl, un accordo ancora oggi indigesto ai fassani sul futuro della montagna e del suo ghiacciaio: «Il nuovo impianto Pian dei Fiacchi-Sass Bianchet andrebbe a incidere su un territorio ambito dallo sci alpinismo. Lasciamolo in sospeso, quel secondo tronco ipotizzato dalla Provincia. Anche perché per fare tutto il resto, ossia per gettare le fondamenta del rilancio della Marmolada, serviranno dieci anni… Le «fondamenta» sono tutte le altre azioni previste dal Piano preliminare approvato lunedì 14 settembre: la messa in sicurezza della strada che arriva a Passo Fedaia, la riqualificazione dell’area del passo con la messa in sicurezza della pista ciclabile, la costruzione di parcheggi meno invasivi, la riqualificazione dei rifugi e alberghi che finora sono rimasti fermi e la sostituzione della bidonvia tra Passo Fedaia e Pian dei Fiacconi con una seggiovia quadriposto, la sentieristica e i centri informativi… Per fare tutto questo ci vorranno almeno dieci anni e solo alla fine si potrà ragionare di ciò che eventualmente manca. Ma comunque non si potrà arrivare a Punta Rocca, perché nella sella dove arriva oggi la funivia di Vascellari non c’è posto, bisognerebbe sbancare, ossia smontare l’arrivo di importanti vie alpinistiche che hanno fatto la gloria della Regina delle Dolomiti, andando con le ruspe a 3.250 metri. E a quel punto Dolomiti Unesco non avrebbe più senso, avrebbe fallito la sua mission in tutti i sensi».

Lo stesso Casanova si permette un piccolo sfogo con la nostra Redazione: «Cosa si imputa a Mountain Wilderness? Di aver seguito la Marmolada anche dal punto di vista politico, in Provincia, e di aver concordato, nel 2005-6 un piano di sviluppo importante, del valore di 50 milioni di euro, bocciato dal comune di Canazei perché non prevedeva l’arrivo di una funivia ulteriore a Punta Rocca. La provincia ovviamente non ha reso disponibili i 50 milioni. Da allora la Marmolada è in piena decadenza, con responsabilità dirette dei rifugisti locali, a partire da Aurelio Soraruf, l’urlatore principale.
Dopo la nostra vittoria 2010 in Cassazione, contro lo sfregio al ghiacciaio da parte della Società di Mario Vascellari, ho avviato (praticamente in modo personale) un percorso di condivisione che ci ha portati a un documento (2012) che, qualora venisse attuato, risolverebbe gran parte dei problemi di abbandono del versante settentrionale della Marmolada. Ad alcuni soci di Mountain Wilderness trentina questo accordo non va bene perché vogliono vedere MW contro tutti e tutto, sempre arrabbiata e incapace di risolvere, sempre perdente come quasi tutto l’ambientalismo nazionale, ormai superato. Una posizione legittima, ma occorre tener presente che oggi tutti i politici fassani vogliono Punta Rocca e che a loro di Dolomiti UNESCO nulla importa. Dalla nostra parte abbiamo la provincia di Trento e Vascellari. Nell’accordo con Vascellari sta scritto che qualora una delle due parti non condivida un progetto tale idea viene cassata. Vi pare poca cosa?».

Considerazioni
L’affermazione dell’assessore provinciale Carlo Daldoss nell’approvazione finale di giunta, «Abbiamo dato priorità alla tutela ambientale, con un piano rispettoso di questa montagna», è secondo me risibile, anche perché per l’ennesima volta è utilizzata una formuletta ormai trita e ritrita.

Se la giunta provinciale ritiene che, per essere credibile non certo solo da un punto di vista ambientale, basti fare quest’affermazione, siamo come al solito ai confini della realtà di buon senso.

Se gli estensori del piano credono, sempre con l’obiettivo della credibilità, che basti l’istituzione della navetta da Pian Trevisan alla Diga e che il non aggiungere piste sia sufficiente a preservare un ambiente “tipo” montagna; se reputano che davvero servano a qualcosa per un futuro equilibrio accettabile l’obbligo di battere le piste lungo la linea di massima pendenza (la modalità più “rispettosa” per il ghiacciaio) e il divieto di “importare” neve dal ghiacciaio: beh, allora fingono di ignorare che durante i mesi di marzo e aprile (quando dovrebbero essere al massimo delle loro potenzialità) l’utilizzo degli impianti della Marmolada (in rapporto alla loro attuale capacità) è dell’11%. Per non parlare dei mesi invernali, in cui questo rapporto, a causa delle condizioni ambientali certo più severe di altre aree dolomitiche e fassane, si riduce ancora.

Fingono di ignorare che 300-450 sono gli sciatori giornalieri necessari per rendere economicamente sostenibile un nuovo impianto. Comunque non collegato al ben più esteso e frequentato sistema piste-impianti della valle di Fassa.

E queste argomentazioni sono del tutto valide anche nell’altrettanto deprecabile ipotesi che l’idea di Sass Bianchet venga prima o poi abbandonata in favore di un prolungamento a Punta Rocca.

Il rifugio Pian dei Fiacconi   NuovaMinacciaMarmolada-rifugio

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Gli “appigli sfuggenti” di Maurizio Giordani

Introduzione ad Appigli sfuggenti, il nuovo libro di Maurizio Giordani (Alpine Studio editore).

Maurizio Giordani si è dedicato a “inventare” nuovi limiti per l’alpinismo moderno, affrontando itinerari mai percorsi da altri, anzi talvolta mai neppure sognati da altri. Neppure avendo a sua disposizione un intero libro autobiografico come questo Maurizio è riuscito a raccontare il suo migliaio di ascensioni, spesso estreme, tra cui centinaia di vie nuove, in tutto il mondo.

Dal 1985 fa parte del Club Alpino Accademico Italiano, poi nel 1989 diventa guida alpina. La sua attività lavorativa lo vede anche organizzatore di trekking extraeuropei, conferenziere, rappresentante di articoli e abbigliamento per la montagna, di cui ha disegnato alcune collezioni. Ha pubblicato tre opere sulla Marmolada: un libro sulla storia della grande Parete Sud, Sogno di Pietra, e due guide di alpinismo sugli itinerari della parete, delle quali una recentissima. Dice di «vivere una vita assolutamente normale», ma questo lo giudicherà il lettore dopo aver letto questo libro.Giordani-AppigliSfuggentiCopertina

Già dal titolo si capisce che abbiamo a che fare con un alpinismo intelligente, attento ai suoi meccanismi come alle sue fantasie, quelle che dopo un po’ stravolgono i meccanismi di cui sopra. Il suo prologo sugli “appigli sfuggenti” è il canto del suo pensiero, un pensiero in pieno divenire, quello di un individuo ben lungi dall’aver raggiunto il suo ciclo evolutivo.

La parte sud della Marmolada. Poco a sinistra del centro è ben visibila la striscia marroncina in linea con la via dell’Ideale. Foto: Maurizio GiordaniDal rifugio Falier si nota la striscia marrone sulla parete sud per lo scarico dalla Terza Stazione della funivia Malga Ciapela - Punrta Rocca, Marmolada Pulita 1988, Dolomiti. Foto: M. GiordaniSuccede a tutti, prima o poi, di trovarsi davanti a quello che sembra un vicolo cieco; una malattia invalidante, una dolorosa perdita, un ostacolo che sembra insormontabile. E l’indicazione che ne esce è chiara. L’alpinismo non fine a se stesso ma importante scuola di vita, maestro severo ed efficace, che aiuta a non perdere il filo, che insegna a non mollare, che può mostrare la via giusta da seguire e che indica come fare per non perderla.

Maurizio Giordani sulla via dell’Ideale alla Marmolada, 23 luglio 1988

Maurizio Giordani, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali , 23.07.1988Una passione forte, inesauribile, che non sfuma dopo l’appagamento ma che si rinnova con costanza, perché solida, concreta, vera.

Innamorato della sua Parete Sud, Maurizio aveva denunciato all’associazione Mountain Wilderness, di cui in seguito fu poi nominato Garante Internazionale, le condizioni barbariche in cui versava sia il canalone d’uscita della via dell’Ideale, ingombro in modo indegno di ogni tipo di rifiuto e scarto edile, sia la sommità del ghiaione ai piedi della parete.

Sul tracciato della via si era creata anche una vistosa striscia marroncina, la cui intensità di colore si affievoliva solo a un centinaio di metri al di sopra delle ghiaie. Io stesso avevo fotografato il getto quotidiano di oli esausti e liquidi di latrina che dalla terza stazione della funivia ogni mattina veniva rilasciato proprio sulla verticale della via dell’Ideale.

A. Gogna (sopra di lui Maurizio Giordani e Rosanna Manfrini), via dell’Ideale, Marmolada, 23.07.1988A. Gogna (sopra di lui Maurizio Giordani e Rosanna Manfrini), Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988Con Maurizio decidemmo di andare a vedere le condizioni di quell’itinerario, la cui storia gloriosa non meritava certo quel trattamento. Il 22 luglio 1988 avevo guidato una piccola spedizione di Mountain Wilderness al recupero ambientale del bivacco Vincenzo Dal Bianco al Passo Ombretta e dei suoi immediati dintorni; la sera ci ritrovammo al rifugio Falier e facemmo l’appello per salire la via dell’Ideale. Maurizio era arrivato con la sua compagna di vita, Rosanna Manfrini; io avevo trovato all’ultimo momento un giovane volontario del luogo, Giusto Callegari; ma la sorpresa più bella ce la diedero Graziano “Feo” Maffei e Paolo Leoni che, giunti lì per tutt’altro obiettivo, all’ultimo momento decisero di aggiungersi alla cordata “ecologica”.

Il mattino dopo era bello, il custode Nino Dal Bon ci fece vivere i primi momenti della giornata servendoci un’amorevole colazione assieme a un affetto quasi paterno.

Paolo Leoni assicurato da Graziano Maffei, via dell’Ideale, 23.07.1988

Paolo Leoni assicurato da Graziano Maffei, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali , 23.07.1988All’attacco della parete ricordo che ero fortemente emozionato. Stavo all’inizio di una via-capolavoro e caposaldo nella storia dell’alpinismo, un’impronta che la personalità di Armando Aste ha lasciato a futura testimonianza di un alpinismo epico. Stavo per legarmi con un ragazzino pure lui certamente bravo ma emozionatissimo e non certo dotato dell’esperienza che viene con gli anni. Davanti a me la cordata degli anni Ottanta, quella coppia Giordani-Manfrini che tanto aveva realizzato quanto neppure io sapevo. E dietro di noi la cordata Maffei-Leoni, le cui imprese ancora oggi non sono giustamente valutate (perché ripetute poco o affatto) e che anche allora erano “secretate” dall’intrinseca modestia senza pari dei protagonisti. Ma già allora sapevo che, quando nulla viene esibito, è proprio quando più ci sarebbe da dire e sapere. Il Feo sorrideva, era evidentemente felice di essere lì: si rattristava solo se guardava la striscia marrone, le briciole di vetro e gli altri minuscoli detriti provenienti dall’alto, da una stazione che allora era perfetto esempio di turismo d’assalto.

Intanto guardavo come Maurizio scalava. Nel 1988 già era esplosa l’arrampicata sportiva, le riviste erano gremite di foto in cui il capocordata esprime agilità e potenza atletiche, con movimenti dinamici che solo dieci anni prima erano sconosciuti e cui neppure le agili mosse di un Emilio Comici potevano assomigliare. Maurizio procedeva con una sicurezza e una regolarità disarmanti, si sarebbe detto quasi “rigido”, a paragonarlo all’atleta moderno: poi improvvisa arrivava la mossa geniale, appena accennata, quasi sfiorata, quella che ti faceva capire che quell’alpinista aveva il IX grado in mano.

Graziano Maffei sulla via dell’IdealeGraziano "Feo" Maffei, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988Lasciataci indietro la famosa traversata a sinistra, ormai ben alti in parete, ci ritrovammo all’inizio della gola finale: una cascata d’acqua maleodorante, direttamente proveniente dal canale finale, impura per il quotidiano e marroncino scarico della funivia, stava scrosciando sopra le nostre teste e tra poco avremmo dovuto necessariamente affrontarla. Maurizio vi si gettò con determinazione: per parte mia solo l’orgoglio m’impedì di chiedere una corda…

Bagnati fradici, puzzolenti, dovevamo decidere se salire la via originale, o la variante Messner: ci fu un rapido consulto nella nebbia fitta che ci aveva avvolti.

Graziano Maffei sulla via dell’IdealeGraziano "Feo" Maffei, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988
Le condizioni dei due itinerari d’uscita erano miserevoli non tanto per la roccia bagnata e i torrentelli fetidi, quanto per i detriti su cui le dita potevano ferirsi. Decidemmo perciò di uscire per la variante Mariacher che, svolgendosi ben più a sinistra, era “ecologicamente” a posto.

Quel giorno sapevo di aver scalato una grande via, ma nella nostra azione c’era stato un qualcosa in più di ciò che normalmente ti dà una bella avventura: c’era la sicurezza di aver condiviso uno scopo, di aver lottato non “contro la montagna” ma davvero per la sua difesa. Un vincolo che tra noi sei era destinato a rimanere, non come cosa di cui vantarsi, bensì come affetto da tener ben caro nel cuore.

Maurizio Giordani all’uscita della viaMaurizio Giordani, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988

postato il 13 dicembre 2014

 

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Abracadabra

Abracadabra
di Heinz Mariacher (pubblicato su ALP n. 2, giugno 1985)

Un tempo per me, come dettava la tradizione, arrampicare significava esclusivamente montagna. Ogni estate si andava in Dolomiti, cercando di ripetere le vie più difficili. Dopo averle fatte tutte, non vedemmo altre possibilità di miglioramento che arrampicare con il cronometro e fare più vie nello stesso giorno. Avevamo già sentito parlare del free-climbing, ma non l’avevamo preso sul serio, perché veniva praticato solo in palestra.

Heinz Mariacher sulla via Cassin, parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, 1978. Foto di Almo Giambisi
Heinz Mariacher sulla via Cassin, parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, 1978. Foto di Almo GiambisiFu Pete Livesey, proveniente dalla scuola inglese dedita all’arrampicata libera, che nel 1979 durante un giro in Dolomiti ci mostrò che un alto livello nell’arrampicata rappresentava un notevole vantaggio anche in montagna: in breve tempo ripeté il Pilastro della Tofana per la via Costantini interamente in libera (rotpunkt, cioè da capo cordata, senza attaccarsi o riposarsi sui chiodi e senza voli). Fece poi la Lacedelli alla Cima Scotoni sempre in libera, ma con un riposo su un chiodo, e superò la via Buhl alla Roda di Vael con soli 6 chiodi di progressione.

Fu un esempio concreto e affascinante, che rappresentava un chiaro metro di paragone con il quale confrontarmi senza dover scendere a valle. Tentai il Pilastro della Tofana senza riuscire a passare, perché mi mancava la forza negli strapiombi. Mi convinsi che era necessario un allenamento specifico, da affiancare all’arrampicata in montagna, per raggiungere simili livelli in arrampicata libera. Senza ancora interpretare l’arrampicata in bassa montagna come un fatto determinante o addirittura fine a se stesso, ho così cominciato a frequentare anche un po’ le palestre, al fine di ripetere le prestazioni di Livesey. Nel frattempo, in Dolomiti, ho continuato la mia ricerca delle massime difficoltà, indirizzando la maggior parte delle mie energie sulla splendida parete sud della Marmolada.

La conoscevo fin dal 1975 e vi avevo aperto anche 10 vie nuove, con difficoltà fino al sesto grado superiore. Il nostro gioco seguiva regole ben precise: pochi chiodi, niente artificiale, niente chiodi a pressione o spit, niente bivacchi… E ora volevo fare di più. La sfida che sentivo nei confronti dell’arrampicata non si realizzava più sui soliti itinerari classici, che mi apparivano tutti uguali l’uno all’altro. Così nel 1980 ho aperto la via Abracadabra, la prima via della Marmolada nell’ordine del VII grado, e oltretutto assai più pericolosa delle altre per la roccia friabile che non permette buone possibilità di assicurazione.

Ogni stagione mi sentivo più sicuro delle mie possibilità e, nell’estate del 1982, ho affrontato il confronto diretto con le prestazioni di Livesey alla Roda di Vael: sono passato sulla via Buhl interamente in arrampicata libera (rotpunkt). Un anno prima Guellich e Albert erano riusciti a passare con due soli punti di riposo e avevano dichiarato difficoltà di VIII+. Forse la via Buhl in libera resta ancora oggi la più difficile arrampicata delle Dolomiti. Già allora arrampicavo sempre con Luisa Jovane. Lo stesso anno abbiamo sfiorato l’ottavo grado sulla Sud della Marmolada, aprendo dal basso e senza nessun chiodo a pressione la via Moderne Zeiten (via dei Tempi moderni). È stato il massimo livello che ho raggiunto prima di dedicarmi sistematicamente al freeclimbing, allenandomi principalmente a casa e preparandomi fisicamente prima dell’estate.

Uno dei motivi che mi hanno spinto ad abbandonare in parte la mia parete preferita, la Sud della Marmolada, è stato l’arrivo di arrampicatori che non stavano alle nostre regole del gioco e che con l’artificiale e con i chiodi a pressione superavano i problemi che noi avevamo cercato di risolvere in libera. A partire dal 1983 abbiamo cominciato a frequentare Arco e la Valle del Sarca, aprendo nuovi itinerari accanto a quelli classici ormai superati. Abbiamo iniziato ad arrampicare in tutte le stagioni, escluso l’inverno, utilizzando anche gli spit per protezione: il calcare della Valle del Sarca è buono soprattutto sulle placche compatte e non fessurate. Così è cresciuto ancora notevolmente il livello delle difficoltà e, progressivamente, mi sono specializzato nell’arrampicata a bassa quota: talvolta in montagna cammini per delle ore e arrampichi per tutta una giornata sugli sfasciumi, per poi superare solamente pochi metri veramente paragonabili alle arrampicate estreme di Arco.

Luisa Iovane e Heinz Mariacher, agosto 1982, Agordo
Luisa Iovane e Heinz Mariacher, 1982L’estate scorsa (1984) ho realizzato solo tre o quattro salite in Dolomiti, fra cui il Pilastro di Mezzo al Sasso della Croce con un cliente e la via Maestri alla Roda di Vael, dove non sono riuscito ancora a fare completamente in libera l’ultimo tiro. Inoltre abbiamo ripetuto la temutissima via del Pesce sulla Marmolada (via Koller-Šustr): c’è un passaggio in libera eccezionalmente difficile (VII+) con un chiodo molto cattivo come unica sicurezza lontano sette metri, tanto che viene da pensare che Šustr, di appena diciassette anni, non fosse del tutto a posto quando è passato per primo. Una simile difficoltà superata in questo stile, secondo me, è stato un vero passo avanti nella storia dell’arrampicata libera.

Alla luce di tutta questa esperienza, penso che arrampicare a pochi metri dall’auto non sia certamente un semplice sport o una pura ginnastica come molti alpinisti classici sostengono. Al contrario, richiede un’eccezionale forza psichica, almeno quanto in montagna. Ad Arco tento il tutto per tutto, spesso superando il limite del volo, per raggiungere le massime difficoltà; in Dolomiti, al contrario, mantengo sempre una buona riserva, perché diversamente sarei un pazzo. Mentre in palestra si vola sul serio, in montagna nessuno considera davvero la possibilità di cadere: la paura nel primo caso è molto più reale, anche se i voli non sono necessariamente pericolosi.

L’avventura esiste ovunque, sia in palestra sia in montagna; ognuno è libero di cercarsi l’avventura che desidera, non dipende dall’altezza della parete. Comunque, nonostante tutto, credo che in futuro svolgerò gran parte della mia attività in montagna, perché lì lo sviluppo dell’arrampicata libera è ancora molto limitato e l’ottavo e il nono grado in stile classico rappresentano una grande sfida aperta (per stile classico intendo l’apertura delle vie dal basso, senza artificiale).

Mi riferisco però al vero ottavo e nono grado, non a quello che molti oggi sostengono di superare: è un problema di correttezza di valutazione, dato che in montagna si tende sempre a sopravvalutare. In generale il rischio come fattore di difficoltà assumerà sempre maggiore importanza e, anche a bassa quota, ci si dovrà abituare a una chiodatura sempre più scarsa.

Oggi molti considerano l’arrampicata come uno sport, ma non essendoci per ora gare che permettano confronti diretti (l’intervista è stata condotta prima dell’ufficializzazione delle gare di Bardonecchia, NdR) un fattore determinante rimane l’onestà verso se stessi e verso gli altri. Purtroppo c’è sempre qualcuno che vende le proprie fantasie come grossi risultati sportivi.

Una volta, quando arrampicavo solo in montagna, era tutto più facile. Oggi l’arrampicata di alto livello richiede una preparazione sempre più intensa e la rinuncia a molti piaceri della vita.

Col dei Bous (Fedaia), parete ovest, tentativo di prima ascensione. Heinz Mariacher sulla seconda lunghezza, 29 luglio 1986
Col dei Bous (Fedaia), parete ovest, tentativo di prima ascensione. Heinz Mariacher sulla seconda lunghezza.Heinz Mariacher
Nato nel 1955 a Wörgl, in Tirolo, è attualmente uno dei più forti arrampicatori a livello europeo. La sua attività di alpinista ha avuto inizio in giovanissima età, verso i tredici anni, quando ha ripetuto in solitaria — nel Kaisergebirge — il suo primo itinerario di V grado. In pochissimi anni ha percorso tutte le più difficili vie del Kaiser e, nel 1974, si è distinto ripetendo in appena sei ore, da rifugio a rifugio, le vie Comici e Cassin sulle pareti nord delle Cime di Lavaredo. L’estate successiva ha salito da solo la via Lacedelli alla Cima Scotoni e la Vinatzer alla Sud della Marmolada.

Poi è iniziata una fase di riflessione e di ripensamento, volta alla ricerca di un rapporto essenziale con la natura che avrebbe dovuto sfociare in un’esperienza come trapper in Alaska. Ma infine l’arrampicata ha di nuovo preso il sopravvento, unitamente alla conoscenza di Luisa Jovane, compagna di Heinz nella vita e in montagna. È seguita una campagna assai efficace in Yosemite, con veloci ripetizioni della via del Nose e della Salathé al Capitan, e poi un viaggio in Hoggar con la realizzazione di numerose vie nuove.

Le successive ripetizioni e prime salite in Dolomiti, tutte in stile rotpunkt e cioè secondo un’etica di severa purezza stilistica, costituiscono un elenco eccezionale: vie Soldà e Vinatzer-Messner alla Marmolada, Pilastro di Mezzo al Sasso della Croce, Bellenzier alla Torre d’Alleghe, Pilastro della Tofana (via Costantini), Carlesso alla Torre di Valgrande, Gogna alla Marmolada, Buhl alla Roda di Vael. In solitaria assoluta, cioè senza corda né assicurazioni, ha percorso quasi tutte vie del Piz Ciavazes e la Fessura Conforto alla Marmolada.

Tra tutte le realizzazioni di Mariacher (più di 40 itinerari di estrema difficoltà) spiccano nettamente per continuità e per impegno i 12 percorsi sulla Sud della Marmolada, la parete preferita da Heinz e compagni. Le vie nuove sulla Marmolada sono state sempre effettuate in giornata, esclusa Tempi Moderni. Parallelamente a questo eccezionale terreno d’azione, Heinz ha individuato un campo di arrampicata privilegiato nella Valle del Sarca, agibile in tutti i mesi dell’anno. Qui, in compagnia di Luisa, di Manolo e di Roberto Bassi, Mariacher ha raggiunto forse i massimi limiti in arrampicata libera delle palestre italiane (paragonabili a pochi altri centri del territorio nazionale), aprendo un gran numero di itinerari in stile rigorosamente “pulito” (niente assicurazioni dall’alto, niente attrezzatura preventiva della via, resting o simili) e mantenendo un metro di valutazione estremamente severo applicato alla scala aperta UIAA.

Mariacher scopre la parete sud della Marmolada da solo, nel 1976, salendo la via Vinatzer lungo l’itinerario originale del grande arrampicatore gardenese.

Gli anni successivi sono tutto un susseguirsi di prime salite sulla grande muraglia, in stile elegante e pulito: dodici vie in tutto senza un bivacco e senza un solo chiodo a pressione. Nel 1978 Mariacher apre con Ludwig Rieser e Reinhard Schiestl la via Hatschi Bratschi alla Marmolada d’Ombretta, un itinerario di gran classe comparabile alla via Don Quixote dell’anno successivo. Nel 1979 è la volta del Nuovo Pilastro Sud alla Punta Penia (con Luisa Jovane, Franz Kroll e Peter Brandstätter), e poi della Wogelwild e della Zulum Babalu. Mariacher e i suoi giovani compagni lasciano sbalordito l’ambiente alpinistico tradizionale per la rapidità con la quale aprono itinerari di 600-1000 metri d’altezza, su una parete dalla fama severissima, simbolo incontrastato (con la Nord-ovest della Civetta) del grande alpinismo dolomitico.

Heinz Mariacher al punto più alto del tentativo al Col de Bous, 29 luglio 1986. La foto divenne poi la copertina di Sentieri Verticali
Heinz Mariacher al punto più alto del tentativo al Col de BousNel 1979, en passant, Mariacher sale da solo (senza nessuna attrezzaura appresso, neanche la corda) la fessura Conforto e poi dà inizio alle prime grandi ripetizioni in completa arrampicata libera come la Vinatzer-Messner (con Luisa) e la Soldà (con Luisa e con Almo Giambisi): i chiodi non si toccano, neanche per riposare, e il primo sale a vista, senza nessuna assicurazione preventiva. Il 1980 è l’anno delle nuove vie Sancho Pansa e Abracadabra, itinerari di grande impegno e di concezione moderna ed evoluta, come pure la via della Mancha aperta da Heinz e Luisa l’anno successivo. Nel febbraio del 1982 Mariacher ritorna sulla Marmolada in pieno inverno, con Rieser, e traccia un altro difficile itinerario, la via dell’Ombrello. Poi in primavera riesce a salire in libera la via Ezio Polo e apre uno dei più spettacolari itinerari della parete, la Moderne Zeiten, tra la via Gogna e la variante Messner alla Vinatzer.

Nel 1981 i cecoslovacchi Koller e Šustr superano, con manovre rocambolesche, la paurosa placconata compatta a destra della via dell’Ideale. Mariacher e compagni sono i primi ripetitori della via del Pesce nell’estate 1984, dove riscontrano difficoltà eccezionali, con un passaggio ai limiti dell’allucinazione, data la quasi totale impossibilità di proteggersi.

postato il 19 novembre 2014

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La chiusura del sentiero “Antermoia”

La chiusura del sentiero “Antermoia”
Per motivi di pubblica sicurezza il sindaco del comune di Rocca Piétore il 20 giugno 2014 ha emesso l’ordinanza n. 2015 in cui si fa divieto assoluto di percorrere il sentiero che dalla località “Dovich” porta a “Serauta” e viceversa. Qui di seguito il testo:

Il Vallone dell’Antermoia sorvolato dalla funivia Malga Ciapela-Punta Rocca
Marmolada, vallone d'Antermoia, dalla seconda stazione della funivia


IL SINDACO
Viste e considerate le condizioni del sentiero denominato “Antermoia” che dalla località “Dovich” porta a “Serauta” e viceversa, le quali non permettono di garantirne la percorrenza in condizioni di ordinaria sicurezza;

considerato quindi che occorre intervenire con ordinanza contingibile ed urgente per garantire la pubblica incolumità delle persone;
Visti gli articoli 50 e 54 del Testo Unico degli Enti Locali approvato con Decreto legislativo 18.08.2000 n.267 e successive modifiche ed integrazioni;
Visto l’art. 37 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore in vigore;

O R D I N A
1) E’ ISTITUITO IL DIVIETO ASSOLUTO DI PERCORRENZA DEL SENTIERO DENOMINATO “ANTERMOIA” CHE DALLA LOCALITA’ “DOVICH” PORTA A “SERAUTA” FINO A QUANDO LO STESSO NON SARA’ RIPRISTINATO;

2) IL PRESENTE DIVIETO SARA’ RESO NOTO, OLTRE CHE CON LA PUBBLICAZIONE DELLA PRESENTE ORDINANZA, CON AVVISO PLURILINGUE DA ESPORRE ALLE DUE ESTREMITA’ DEL SENTIERO;

3) I contravventori alla presente ordinanza saranno puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di € 25,00 a un massimo di € 500,00, salvo che il fatto non costituisca reato. Si applicano le procedure di cui alla Legge 24.11.1981, n.689.

Ordinanze come questa me ne arrivano sul tavolo quasi un giorno sì e un giorno no, abbiamo già affrontato l’argomento molte volte e nella maggior parte dei casi riteniamo non sussistano minimamente gli estremi per editti di questo tipo, adatti più a un pubblico medioevale che agli appassionati moderni di montagna.

In questo caso non vengono neppure spiegate le ragioni del pericolo, ma non solo. Non viene detto che il sentiero è sempre stato borderline tra un percorso escursionistico e un percorso d’avventura non segnalato in alcun modo.

Sul sentiero dell’Antermoia, rifiuti. Anno 1988.
Rifiuti sotto al Vallone di Antermoia, 11.09.1988. Marmolada pulita 1988, Dolomiti
Chi fino a oggi si fosse spinto a percorrerlo, come abbiamo fatto noi più volte ai tempi della bonifica della Marmolada, lo avrebbe sempre e comunque fatto a “suo rischio e pericolo”, come si suol dire.

Quindi, a meno che non si siano verificate frane, terremoti o altri disastri, questo “non sentiero” non è mai stato e continua a non essere una minaccia per la burocrazia comunale e le rivalse degli eventuali incidentati.

Non c’è mai stato nessuno che si è preso la paternità di quel “non sentiero”, quindi nessuno è responsabile. Dunque perché gettare fumo negli occhi con ordinanze retrive, ottuse, fintamente premurose dell’opinione pubblica? Viene per caso indicato un percorso ricostruttivo, un quando alla disponibilità? No.

Resta il divieto puro e semplice. Perché? Perché no, come dice Jannacci.

Ancora una volta ribadisco che al posto dei divieti e delle sanzioni si deve parlare o di eventuale ripristino d’urgenza (ma in questo caso di cosa?), oppure di “consiglio” di non percorrere, magari dando uno straccio di ragione.

Ma il linguaggio burocratico ha nel suo DNA questa evidente disparità tra cittadino e autorità, sempre più fastidiosa, iniqua, paternalista.

Sul sentiero dell’Antermoia, rifiuti. Ben visibile la Stazione Serauta. Anno 1988
Marmolada, vallone d'Antermoia, 1988

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In montagna bisogna accendere il cervello

dice Giovanni Cipolotti.
– Nulla di gratuito è dovuto, specialmente se preteso con stupidità – aggiungo io.

Le previsioni facevano veramente schifo sabato 19 aprile in quel delle Dolomiti. Nebbia, neve e il pericolo di caduta valanghe: ed esattamente questa situazione attendeva due scialpinisti della provincia di Vicenza che da Pian Fedaia tentavano di raggiungere Punta Rocca, sulla Marmolada.

In salita verso Punta Rocca
Salita alla vetta della Marmolada di Rocca con panorama su Sassolungo e Sella (manifestazione Mountain Wilderness)Subito dopo mezzogiorno, a una quota compresa tra i 2900 e i 3000 m, i due rimangono bloccati, “sorpresi” da una nevicata che, ampiamente prevista da tutti i bollettini, gli fa in breve perdere la visuale e l’orientamento. In breve si accumulano forti quantità di neve fresca: per fortuna capiscono che il pericolo di valanghe è forte, quindi dopo un po’ di girovagare si siedono nella neve e alle 13 decidono di chiamare il soccorso con il cellulare.

Scattato l’allarme, le operazioni non possono svolgersi nell’immediato, date le condizioni atmosferiche. Un elicottero del SUEM di Pieve di Cadore ha approfittato di un varco nella nebbia, ma senza poter raggiungere i due scialpinisti. In seguito si mettono in moto anche i tecnici della Valle di Fassa, i quali con l’aiuto di un altro elicottero e perfino di un gatto delle nevi riescono finalmente a individuare e raggiungere i due bloccati. Uno di loro scenderà con gli sci assieme ai soccorritori, l’altro preferirà il mezzo cingolato. L’intervento si può chiudere alle 21.

Interventi come questo non susciterebbero l’interesse della stampa se in questo caso non ci fosse stato l’amaro seguito economico.
Marco Ceci, sul Corriere delle Alpi, titola: “Recupero in Marmolada, conto salato”. Nell’articolo il giornalista definisce “estremo” il fuoripista che i due, di 39 e 29 anni, stavano facendo: ma in verità in questa escursione, diciamo noi, di estremo c’è solo la sprovvedutezza.

Una bravata da quasi 5 mila euro: a tanto ammonta, infatti, il conto che i due si vedranno addebitare dall’Azienda sanitaria veneta per il procurato allarme che ha richiesto un intervento di recupero durato circa otto ore coinvolgendo due elicotteri (quello del SUEM di Pieve di Cadore e quella dell’elisoccorso di Trento) e una trentina di persone tra personale di bordo, Soccorso alpino e responsabili degli impianti di risalita della Marmolada”.

Segue l’intervista al direttore del SUEM di Belluno, Giovanni Cipolotti, che ci spiega che la normativa regionale veneta prevede un meccanismo di recupero costi nei casi di evidente imprudenza.

La Marmolada dal Faloria
Dalle piste del Faloria (Cortina) su Marmolada«La tariffa è di 90 euro al minuto per l’elicottero, che è stato impegnato per oltre 45 minuti nel caso specifico, mentre per l’intervento delle squadre del Soccorso alpino il tariffario è di 150 euro per le prime due ore, fino a un massimo di 500 euro. Questo vale per il Veneto, ma nell’intervento sono stati coinvolti anche l’elisoccorso di Trento e una squadra del Soccorso alpino di Canazei: non mi risulta che il Trentino preveda un meccanismo per il rientro dei costi per le operazioni di soccorso, ma non escludo che esista un ticket apposito previsto dalla loro azienda sanitaria».

Nel comunicato stampa, dopo gli auguri di buona pasqua al suo personale, ai volontari del Soccorso alpino della Val Pettorina e a quelli di Canazei, al personale degli impianti di risalita della Marmolada e agli equipaggi degli elisoccorsi di Pieve di Cadore e di Trento, lo stesso Cipolotti aggiunge gli auguri «ai due scialpinisti vicentini che, in una giornata in cui le condizioni meteorologiche erano pessime ed ampiamente previste, in un’epoca in cui non si può più accampare la scusa del “non si era informati o del “non si sapeva”, hanno deciso di proseguire nella loro bizzarra impresa, mettendo a rischio la propria vita e quella di alcune decine di persone che per tutta la giornata, sin oltre le 21, hanno lavorato e rischiato per metterli in salvo. A loro e alle loro famiglie auguro una buona Pasqua di meditazione».

E l’appello di Cipolotti si conclude ricordando a tutti gli appassionati «che prima di affrontare qualsiasi attività in montagna, in estate come in inverno, è sempre meglio accendere il cervello».

Un commento personale: tanto quanto sono per la totalmente libera frequentazione della montagna, altrettanto non respingo la liceità della richiesta di rimborso. Occorre incominciare a pensare che 1) il soccorso non è MAI obbligatorio e che 2) può non essere gratuito. Mi dispiace infierire sui due poveri malcapitati (c’è di sicuro che se ne ride, io no), ma è ora di comprendere che a questo mondo non c’è nulla di gratuito e dovuto, specialmente se preteso con stupidità.

postato il 24 aprile 2014