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Più sicurezza in tutte le stagioni

Da sabato 12 marzo a domenica 20 marzo 2016 si è svolta a Milano la manifestazione Mount City-Montagne a Milano, con una fitta serie di eventi.
Uno di questi, nella splendida sede di Palazzo Marino, è stato il convegno Più Sicurezza in tutte le stagioni.

Roberto Serafin (http://www.mountcity.it/): “Dolores De Felice e Antonio Colombo che coordinavano con grande competenza a Palazzo Marino la conferenza sul tema Più sicurezza in tutte le stagioni, hanno dato la parola via via a Lorenzo Craveri che ha insegnato a leggere le previsioni meteorologiche, a Umberto Pellegrini che ha spiegato come “nascono” le previsioni del tempo, a Elio Guastalli, soccorritore e profeta della sicurezza in montagna, che vorrebbe veder fallire il Soccorso alpino, a Riccardo Marengoni che ha offerto suggerimenti per camminare in sicurezza, a Matteo Bertolotti che ha parlato della formazione degli alpinisti nelle scuole del CAI, a Martino Brambilla che ha raccontato della sua esperienza nell’alpinismo giovanile del CAI, alla rifugista Elisa Rodeghiero che ha riferito della funzione dei rifugi come indispensabili presidi anche per l’integrità fisica di chi va in montagna. Infine un protagonista dell’alpinismo di tutti i tempi, il veterano Alessandro Gogna, ha posto un sigillo al convegno dilungandosi sulla “bestemmia del no limits”. “La nostra”, ha detto Gogna, “è una società strana, perché come si fa a vivere questa schizoide contrapposizione tra il non avere limiti (o comunque predicare di non averli) e contemporaneamente insistere su una sicurezza quasi maniacale in tutto ciò che facciamo?”.

Il pubblico di Palazzo Marino in occasione dell’inaugurazione dell’evento MountCity-Montagne a Milano. Foto: RobertoSerafin/MountCity
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Dei vari interventi sopra elencati abbiamo scelto quello di Elio Guastalli.

Dai soccorsi possibili alla cultura della prevenzione
(gli interventi del Soccorso Alpino e Speleologico e la volontà di farlo fallire)
di Elio Guastalli

Parto facendo qualche piccola osservazione. Perché, vivendo nel soccorso alpino ormai da molti anni, ho un dubbio: non so se tutti hanno ben chiari alcuni aspetti, alcuni compiti, ai quali il Soccorso Alpino e Speleologico del CAI è chiamato. Sessanta anni fa il soccorso alpino è nato come un’associazione di mutuo soccorso. In sessanta anni sono cambiate tante cose, è cambiato il mondo. Soprattutto le nostre abitudini, le mie e le vostre comprese.

Dico questo perché in seguito tornerò su questo piccolo ma non trascurabile concetto.

Oggi il Soccorso alpino non è più, da tanti anni, un’associazione di mutuo soccorso. Oggi c’è molto altro. E da anni. Oggi il CNSAS svolge un compito di pubblico servizio. E’ un onore per il Soccorso alpino, è un onore per il Club Alpino Italiano, ma è un compito pesantissimo, veramente di grandissima responsabilità. C’è questa, ma non solo, legge dello Stato che interessa il soccorso alpino, ma non solo: attraverso una serie di altri provvedimenti, anche restrittivi, convenzioni, e anche tramite i presîdi sanitari delle Regioni al Soccorso alpino sono assegnati dei compiti molto precisi.

Il CNSAS è sostanzialmente una struttura operativa al servizio dei Sistemi sanitari d’urgenza e d’emergenza. Da qui derivano degli obblighi che portano il soccorso alpino a fare confrontandosi con una serie di strutture che chiedono e chiederanno sempre di più, a esempio, precisione ed efficienza negli interventi.

Dunque vi è un impegno grande, che non so se è realmente percepito da tutti. In un mondo sempre più difficile in cui nessuno, o quasi, accetta ancora certe condizioni, tipo quella di legare l’incidente che ha subito a una sorta di casualità. E’ molto più facile vedere la gente arrabbiarsi e fare denuncia. In questo clima, ben diverso da quello di trent’anni fa, il soccorso alpino è sottoposto a una pressione ben maggiore, la stessa cui sono sottoposte le Unità di Servizio Sanitario.

Dico questo perché in tempi recenti, come soccorso alpino, abbiamo visto, e a volte subìto, apprezzamenti anche esagerati. I tecnici del soccorso alpino non sono eroi, sono settemila persone, per la maggior parte volontari con qualche professionista guida alpina, che fanno questo per spirito di solidarietà e passione per l’alpinismo e la montagna. Dunque lo spirito è rimasto quello di un tempo, quello del mutuo soccorso.

A volte quindi si parla dei tecnici come di eroi un po’ fuori dal tempo. A noi piacerebbe una valutazione un po’ più serena e tranquilla.

Fatta questa premessa, per illustrare l’attività del soccorso alpino, vi mostro alcuni numeri, pochi ed elementari,  scarni perché nonostante una lunga storia oltre un secolo nessuno di noi vuole avere l’ambizione di parlare di dati statistici.

Elio Guastalli
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Da questi dati si possono comunque evincere e percepire aspetti e fatti che negli incidenti si ripetono.

Il soccorso alpino e speleologico, da qualche anno e in Italia, ha un numero che si attesta attorno ai settemila interventi. In questa tabella vedete le percentuali per cause d’incidente e per attività.

La caduta, seguita dal malore, fa la parte del leone. Nell’ambito delle attività è l’escursionismo il principale responsabile. L’incapacità di percezione del pericolo è in ogni caso alla base della maggioranza degli incidenti.

Queste percentuali sono comunque approssimative, e in più disquisire sul 6% piuttosto che sul 7% non ci porta da nessuna parte. Le cause sono quelle, anche se estendiamo l’analisi agli anni precedenti.

I soccorsi speleo sono pochi, per fortuna, perché comunque rimangono i più complicati e possono durare anche cinque o sei giorni.

Potremmo curiosamente osservare quanto incida la ricerca dei funghi. Questa ricerca è uno dei compiti del soccorso alpino, come pure del CAI. Una ricerca che deve portare alla prevenzione. Come i soccorsi alpini del mondo condividono le tecniche per una sempre maggiore efficienza, supportata in gran parte dall’elisoccorso, così la prevenzione dev’essere altrettanto condivisa.

C’è poi la domanda: il soccorso alpino è sempre possibile? O in qualche caso è troppo rischioso e qualcuno deve prendere la decisione se tentarlo o meno? Qui si entra nell’ambito della consapevolezza personale. Va detto con chiarezza che in presenza di casi disperati ben difficilmente il risultato può essere del tutto positivo, cioè il recupero della persona ancora in vita.

Laura Posani, presidentessa della storica Società Escursionisti Milanesi che ha organizzato MountCity, l’evento in programma a Milano dal 12 al 20 marzo. Foto: Roberto Serafin/MountCity
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Si sono verificati casi, ma rimangono casi. Nella maggior parte degli eventi considerati a poca speranza, il risultato non sarà mai soddisfacente. E, quand’anche lo sia, dobbiamo considerare che il risultato a quel punto non è conseguito soltanto dalla grande efficienza ma anche da una buona dose di fortuna. Quindi non tutti i soccorsi sono possibili se non modificando il livello di consapevolezza del soccorritore rispetto a quelle condizioni e a quelle dinamiche.

Il rischio è soprattutto quello di affidarsi troppo al tecnicismo. Affidarsi al tecnicismo vuole dire dimenticare il resto, cioè che oggi andiamo sempre più di corsa, che ci sono pericoli ineliminabili (che nessuno di noi ha la presunzione di eliminare) che richiedono riflessione sul nostro comportamento. La prevenzione passa necessariamente attraverso questa consapevolezza, che quindi dev’essere aumentata, incentivata.

L’amico e compianto Daniele Chiappa, tra i primi a rivoluzionare il soccorso in visione moderna, diceva sempre che con la prevenzione si sarebbe potuto “far fallire il soccorso alpino”, nel senso di farlo diventare del tutto inutile o quasi, con il minor numero di interventi possibile.

La prevenzione si deve fare mirando alla sicurezza come obbligo morale, mirando alla libertà perché la libertà è complementare al nostro andare in montagna in quanto sollecita la nostra attenzione e la nostra sensibilità. La libertà di comportarci bene però, perché solo così possiamo essere responsabili di noi stessi, dei nostri compagni e di coloro che ci aspettano a casa.

Con questo spirito è nato il progetto Sicuri in montagna, proprio mirando non al tecnicismo ma alla persona, senza mai aver detto che la montagna è sicura. La montagna non è sicura, ma le persone hanno l’obbligo morale di frequentarle cercando la massima sicurezza, non fidandosi completamente di qualunque aggeggio e di qualunque tecnica per non dimenticarci delle nostre scelte auto-responsabili.

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Al di fuori del convegno Più sicurezza in tutte le stagioni, e per restare in argomento, all’intervento di Elio Guastalli facciamo seguire l’interessante relazione (aprile 2016) di Maurizio Dellantonio, neoeletto presidente nazionale del CNSAS.

Per il 2015, i dati statistici confermano una sostanziale stabilità rispetto all’anno precedente. In questo ultimo triennio, il numero degli interventi per anno è pressoché identico e le modeste variazioni sono del tutto ininfluenti sul panorama generale per poter cogliere qualche tendenza o nuova indicazione. Si conferma invece la mole delle missioni di soccorso che mediamente è di quasi 20 interventi al giorno, portati a termine su tutto il territorio nazionale. Si registra anche un’attività più intensa in periodi che fino a qualche anno fa erano considerati stagioni morte per il turismo: questo sta ad indicare una fruizione più diversa e variegata del mondo alpino.

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Negli ultimi dieci anni, il numero di interventi è passato gradualmente dai 5568 del 2006 ai 7153 del 2014, con un picco nel 2011, quando le operazioni di soccorso furono addirittura 8299; una tendenza che ha comportato anche un conseguente maggiore impegno di operatori e tecnici, dovuto all’aumento delle persone soccorse.

Sono stati più di trentamila (31.383) i soccorritori del CNSAS (Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico) impegnati nel corso del 2015 in oltre settemila interventi, in tutta Italia, per un totale di circa 145.000 ore.

Dall’esame in dettaglio dei numeri, i 7005 interventi del 2015 sono stati compiuti in prevalenza durante i mesi estivi: 980 a luglio, 1277 in agosto, quando aumentano i frequentatori della montagna; cifre inferiori invece per i mesi di aprile (358), maggio (370), novembre (300) e dicembre (368).

Nella maggior parte dei casi, le persone soccorse presentano ferite non gravi (2662 – 37,3%) oppure sono illese (2320 – 32,5%); i feriti gravi sono stati 1265 (17,7%), quelli che si trovavano in condizioni molto gravi o in imminente pericolo di vita, con le funzioni vitali compromesse, sono stati 421 (5,9%); i decessi sono stati 429 (6%), i dispersi 49 (0,7%).

I maschi sono il 71% (5106), le femmine il 29% (2040), un dato che si ripresenta abbastanza costante nel tempo. La fascia d’età più coinvolta negli incidenti è quella fra i 50 e i 60 anni (1106), seguita da quella fra i 40 e i 50 (1040), poi 60-70 (874), 20-30 (834), 30-40 (830), 70-80 (594), con numeri inferiori per i ragazzi tra i 10 e i 20 anni (576) e i bambini fino a 10 anni (165), mentre sono state 185 le persone soccorse oltre gli 80 anni. Solo il 6,2% (445) è iscritto al CAI: nel 93,8% dei casi (6071 persone) non ci si avvale dei vantaggi che l’iscrizione comporta, in termini di copertura assicurativa e di attività di formazione e informazione sulla prevenzione del rischio in montagna.

I cittadini italiani sono l’80,5% (5753), seguiti da tedeschi (554 – 7,8%), francesi (94), austriaci (82) e svizzeri (62), che insieme arrivano al 3,3%; il 5,7% (406) è costituito da altri cittadini europei, quelli provenienti da una trentina di nazioni differenti sono il 2,7% (195).

Le ragioni per cui si richiede soccorso sono connesse alle attività praticate: la caduta prevale di gran lunga, con 2353 casi (32,9%), seguita da malore (900 – 12,6%), un dato quest’ultimo in stretto rapporto con l’invecchiamento generale della popolazione.

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La perdita di orientamento (846), accanto a incapacità (561), ritardo (284) e sfinimento (170), indicano che oltre un quarto degli interventi (1861 – 26,1%) potrebbero essere evitati con un’attenta programmazione degli itinerari e la consapevolezza delle proprie capacità escursionistiche, alpinistiche o sportive; la mancata consultazione preventiva dei bollettini meteorologici è invece stata la causa di 311 operazioni, avvenute in condizioni atmosferiche critiche. L’ambiente montano è lo scenario prevalente (43,2%), seguono l’ambiente ostile e impervio (21,7%) e le piste da sci (10%); l’ambiente rurale e antropizzato equivale allo 0,7%.

L’escursionismo (2877), lo sci in pista (755) e l’alpinismo (439) sono le attività durante le quali accade il maggior numero di infortuni; lo sci-alpinismo corrisponde a 169 casi (2,4%), 132 le ferrate, 128 l’arrampicata. I cercatori di funghi che hanno chiesto aiuto o che è stato necessario recuperare sono stati 315, un numero legato anche all’andamento stagionale della raccolta.

La richiesta dell’elicottero è avvenuta in 2843 casi (89,3% appartenenti al Sistema sanitario nazionale); a bordo, accanto all’équipe medica, è sempre presente il Tecnico di Elisoccorso (T.E.) del CNSAS. Nei restanti casi, emerge quanto sia fondamentale la collaborazione con le altre realtà coinvolte nel sistema dell’emergenza nazionale, come Vigili del Fuoco (77 mezzi), Union Alpin Dolomit (65), Protezione civile (53), Polizia di Stato (12), Corpo Forestale (11), Guardia di Finanza (5), Carabinieri (2), Esercito (2), Marina (2).

L’elicottero è quindi ampiamente utilizzato ma, nonostante l’utilizzo di tecnologie avanzate, ci sono situazioni in cui la competenza delle squadre territoriali è fondamentale: i soccorritori del CNSAS sono in grado di raggiungere chi ha bisogno di aiuto in qualsiasi condizione, ovunque, di giorno e di notte, in ogni momento dell’anno, grazie a una elevata selezione, a una formazione continua, alla meticolosa conoscenza dei posti e soprattutto all’insostituibile spirito di dedizione e solidarietà che li contraddistingue.

Il CNSAS non è una normale associazione, ma un Corpo nazionale, che affonda le proprie radici sul territorio e il lavoro dovrà proseguire sul modello di un federalismo maturo, consapevole e autonomo che è stato la nostra forza in questi anni”.