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La leggenda dello Yeti

Il primo yeti di Reinhold Messner
Nel settembre 1987 ebbi modo di conversare a lungo con Reinhold Messner, sia nel suo castello di Juval che durante un lungo viaggio in auto fino a Ramsau (Dachstein). Affrontammo una dozzina di temi, tra i quali quella che lui aveva chiamato la “Via degli Sherpa”, l’itinerario di migliaia di km che gli Sherpa avevano percorso nel secolo XVII. Quella che segue è la fedele e inedita trascrizione di ciò che ci dicemmo al riguardo.

– Già nel 1980, per il progetto dell’Everest in solitaria, avevo fatto l’escursione fino al Nangpa La, quando mi venne l’idea di percorrere prima o poi tutta la Via degli Sherpa; nel 1981 ebbi il permesso di salire lo Shisha Pangma, ma solo dopo che un gruppo di alpiniste cinesi avesse finito la salita. Soltanto allora avremmo potuto arrivare al campo base, così i cinesi furono costretti a darmi il permesso di fermarmi a Tingri, il che per me era più interessante del fermarmi allo Shisha Pangma. Sapevo dell’itinerario delle carovane del sale, volevo fare una storia del sale che viene dal Nord e che va nel Nepal, però in precedenza non mi era ancora riuscito perché gli sherpa nepalesi coi quali avevo un accordo non avevano avuto il coraggio di accompagnarmi.

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Tutti dicevano di non farlo, che è troppo pericoloso: io volevo passare il Nangpa La con loro e poi tornare. Siamo invece andati fino sotto al Cho Oyu, e non direttamente sul passo del Nangpa La che comunque conoscevo già dal 1980 per averlo raggiunto dalla parte tibetana. Ho scrutato un po’ tutta la zona e per la prima volta mi dissi che non era logico che gli Sherpa nel 1640 circa fossero passati dal Nangpa La, perché nel frattempo avevo saputo che a nord-ovest del Gauri Sankar c’è un altro valico molto meno difficile, che porta più o meno dove sbocca la Rolwaling Valley: ci sono molti villaggi e lì ci sono ancora scambi commerciali tra Tibet e Nepal.

Così nel 1981 abbozzai la teoria che gli Sherpa erano partiti per qualche ragione e volevano andare al Gauri Sankar: quella era la loro meta molto lontana, ma non sapevano dove era quella montagna. Non volevano andare al Kailash e neppure nella zona dell’Everest, volevano andare al Gauri Sankar, una montagna molto sacra per loro; arrivando a Tingri, dove si sono fermati per degli anni, hanno confuso il Cho Oyu con il Gauri Sankar, hanno preso il Cho Oyu come riferimento, perché da lì è ciò che si vede. Così sono finiti sul Nangpa La. Il Gauri Sankar è invece nascosto da una montagna secondaria di 7000 m ed è parecchio a destra del Cho Oyu. Passato il Nangpa La si sono trovati quindi nel Solo Khumbu. Anni dopo, traversato il Tashi Lapcha Pass 5755 m e colonizzata tutta la Rolwaling Valley hanno fnalmente raggiunto il Gauri Sankar, ma da sud, non da nord! Ancora oggi gli sherpa abitano a sud del Gauri Sankar, anche se è nel Solo Khumbu che ci sono le famiglie più antiche e nobili.

Nel 1985 ebbi la possibilità, tramite un amico, di andare al Kailash. Non ero il primo, perché qualche turista già con qualche trucco era arrivato fin là e un austriaco aveva avuto un permesso un po’ di mesi prima di noi. Dopo Sven Hedin, dopo Herbert Tichy, nessuno aveva più potuto visitare quei luoghi. Abbiamo dovuto andare a Pechino, poi Chengdu, poi Lhasa in aereo, ma i cinesi non volevano che noi andassimo al Kailash anche avendo il permesso. Le hanno tentate tutte, per esempio ci hanno venduto il permesso per 12.000 dollari, poi quando hanno detto “sì, potete anda­re, però come andate?”, allora abbiamo scoperto che non potevamo noleggiare auto, potevamo solo importarle e neppure rivenderle dopo. Infatti alla fine le abbiamo regalate! Due Toyota. Neppure le gomme di scorta avevamo, trattenute a Chengdu e mai viste arrivare a Lhasa. Siamo partiti da Lhasa e per lo Zhamnanko siamo andati al lago Manasarovar e al Kailash, lungo quella via che per tradizione gli sherpa hanno seguito da Tingri per giungere alla montagna sacra del Kailash. Poi abbiamo proseguito per Kashgar, è lunghissima, avevamo il permesso di traversare ancora fino a Urumchi, ma a Kashgar seppi della morte di mio fratello Siegfried, così interrompemmo il viaggio e volammo fino a Urumchi e poi a Pechino fino a casa.

Ma tu sei sicuro che l’altro passo è fattibile?

– Sì, non si può andare perché lì ora è chiuso, però io ho trovato della gente che mi ha detto che la strada era quella e tutte le volte che ho chiesto ma perché non andate dal Nangpa La, mi rispondevano perché è molto più difficile, oggi si passa dal Gauri Sankar.

Avevo quindi fatto il giro del Kailash, conoscevo il tragitto da Lhasa fino al Nangpa La; in più sapevo che nel 1975 una donna australiana aveva percorso con una carovana di yak il tragitto da Lhasa al Kailash e ritorno. Perciò mi sono detto che sarebbe stato bello percorrere la parte più importante della Via degli Sherpa, la prima, quella che attraverso il Kham porta a Lhasa, tratto oggi completamente chiuso. Ho iniziato a studiare questa possibilità per l’86, dovevo anche allenarmi per i miei due ultimi Ottomila e quindi passare molto tempo in quota. Un cinese, un mio amico di Lhasa, uno che capisce il nostro mondo e mi ha creduto quando dicevo di voler fare un viaggio etnologico e non spionaggio, mi ha dato una macchina, mi ha dato una specie di carta, non un permesso, ma una carta che dava via libera al sig. Reinhold Messner…

I “resti” di uno yeti nel monastero di Khumjung (valle del Khumbu, Nepal)
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Ma questo è tibetano o cinese?

– È cinese. I tibetani non hanno nessun potere, i tibetani vivono e basta. Sono andato in macchina da Lhasa ad Amdu, poi a Golmut, tutto facile, tutto asfaltato. Abbiamo fatto già qui in questa zona quasi un incidente perché guidano malissimo, c’erano centinaia di yak vicino alla strada morti perché l’inverno prima era stato molto severo. Incominciava ad essere difficile, le distanze sono enormi e il nostro permesso diceva che noi avevamo la possibilità di girare in Tibet, ma quella regione oggi non è considerata Tibet. Quella zona è chiusa ai turisti, ma siamo ugualmente scesi da Sining a Dege. Abbiamo avuto un incidente e ci siamo fermati per quasi una settimana, ci hanno sequestrato i documenti… alla fine me li sono ripresi strappandoglieli dalle mani e rifiutandomi di ridarglieli. Ci dicevamo che ci avrebbero dato assistenza, ma secondo loro le nostre macchine non potevano andare, servivano macchine specia­li che avrebbero dovuto arrivare: ma siccome era tutto interrotto, loro avrebbero avuto il tempo di trovare l’inghippo per bloccare la nostra spedizione. Abbiamo fermato un camion, ma la polizia ci ha costretto a scaricare tutto quello che vi avevamo caricato sopra; solo su un secondo camion riuscimmo a ripartire ma con molti problemi, molte strade erano interrotte, abbiamo dovuto portare la roba da un camion all’altro. Loro pensavano “non andranno lontani”, avevamo centocinquanta chili, abbiamo dovuto superare interruzioni difficili, un giorno per un chilometro portando la roba sulle spalle, avanti e indietro arrampicandoci sui massi della frana. Siamo arrivati fino in fondo ad una gola profondissima e lì ancora bloccati.

Il capo del luogo ci trovò una specie di albergo per la sera, ecco finalmente qualcuno che ci aiuta dicevamo, ma il giorno dopo ha fermato la nostra spedizione dicendo a tutti nel paese di non portarci, che la strada era interrotta, era impossibile andare. “Non ci credo”, gli ho detto, allora mi ha portato un pezzo avanti e la strada era veramente interrotta, però non gravemente. Questo me lo faccio io, con una pala e una piccozza mi apro la strada, mi dicevo. Però lui non voleva, e fotografandolo ho capito che aveva paura, che era insicuro su di noi. Quando se ne è andato abbiamo fermato la prima macchina, messo su la nostra roba e siamo ripartiti. L’interruzione ce la siamo lavorata per 200 metri, ma venivano anche i cinesi ad aiutare, ed eravamo passati quasi dall’altra parte con il nostro trattorino, quando anche questo all’ultimo momento è andato dentro nel fango e non usciva più… e veniva già dietro la jeep della polizia cinese a fermarci. Noi abbiamo comunque scaricato il nostro materiale dall’altra parte della frana e abbiamo tentato un giorno intero di avere un’altra macchina, però nel frattempo la po­lizia aveva sparso la voce che noi non potevamo andare, che era vie­tato portarci. Con un carretto ci siamo portati fuori dal paese e abbiamo trovato uno che ci avrebbe portati via di notte. Quello non si vide, ma ne trovammo un altro che ci aiutò a scappare con il carico su per un lungo passo alla luce della pila. Scesi dall’altra parte, quando lui voleva andare a casa, pioveva a dirotto e continuò tutta la notte. Ci siamo nascosti in una casa perché avevamo paura che i cinesi venissero ancora a bloccarci ed eravamo già vicini alla nostra meta, la zona di re Gesar, che era nato e morto in questa zona: per questo volevo venire qui, poi andare a Dege da dove sono partiti gli Sherpa e quindi andare a ovest per la loro via.

Fin qui c’era sempre con noi Tarchen, un tibetano che ha viaggiato in India e Nepal perché era un khampa che combatteva i cinesi. In un monastero vicino lui aveva passato i primi anni di vita. Tarchen però aveva ancora più paura di noi di essere bloccato, pertanto ci lasciò; lì noi ci siamo fermati una decina di giorni, vicino ad un lago dove fanno il gioco di re Gesar.

Possibile orma di yeti (33 cm). La foto è stata scattata da Eric Shipton il 9 novembre 1951 sul Menlung Glacier, a circa 5500 m
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Gesar of Ling è considerato l’ultimo poema epico vivente, ancora oggi alcuni menestrelli ne cantano le parti tramandate per secoli solo per via orale. Narra di Gesar, una specie di re Artù tibetano. Il poema è lunghissimo, circa 25 volte l’Iliade.

Lì ho cercato il posto di Ling, e ho capito che Ling non esiste, che tutto è Ling, c’è una montagna che ho anche fotografato sotto la quale passa un fiume, ci sono molte grotte dove dicono che lui ha meditato prima di morire, scrivendo bellissime poesie, poesie che non ti posso adesso citare perché sono molto complicate, parlano di montagne e di piani che devono diventare la stessa cosa affin­ché il mondo vada in equilibrio; ho studiato qui Gesar e la scienza dice che gli Sherpa sono partiti da qui. Ed è vero, lo si vede anche dall’architettura che gli sherpa sono partiti dalla zona di Dege. Capito che i cinesi sapevano dove eravamo e che presto avrebbero avuto carte per trasferirci da qualche parte, abbiamo deciso di attuare il nostro piano, cioè io volevo scappare e andare verso Lhasa mentre Sabine (la moglie di Reinhold, NdR) si sarebbe fermata un po’ di giorni per assistere da sola alla festa di Gesar e poi ritornare in macchina a Chengdu in due-tre giorni, e poi a Lhasa in aereo. Ma Sabine non poté vedere la festa, fu prelevata e riportata a Chengdu ben prima. Peccato, alla festa di Gesar centinaia di guerrieri a cavallo cantano e recitano tutto il poema, dura una settimana.

Ogni anno?

– No, era la prima volta dagli anni ’50 che lo rifacevano.

Per quello che ti interessava?

– Sì, mi interessava moltissimo e avrei voluto vederla, perché da noi un’opera così, in un teatro così, non c’è. Un grande altipiano con un 7000 m dietro, di cui non so neanche il nome, non scalato, un grande lago, rocce con sopra gli alberi, un giardino perfetto zen in pieno Tibet.

Dunque sono arrivato in bus fino quasi a Dege, pioveva così tanto che la strada era di nuovo bloccata e ho dovuto raggiungere Dege a piedi e di notte. Nessuno mi ha lasciato entrare nelle case, la gente fuori a lavorare perché le case non crollassero e per fortuna ho potuto alle due di notte trovare posto perché qui c’è il divieto totale di lasciare entrare dei forestieri proprio come anni fa. Sono andato avanti da Dege fino a Chamdo, parzialmente a piedi. C’erano dei tratti molto difficili, però trovavo sempre ancora delle macchine o dei trattori che andavano un pezzo, e da Chamdo sono andato a Rivoche e da lì sono partito a piedi perché sapevo che gli Sherpa erano passati da lì. Il primo tratto è molto bello, su terra rossa su e giù, ma non molto difficile e da quando avevo lasciato la strada era molto più facile per me perché non c’era più un cinese e i tibetani mi davano da mangiare. Giunto però a Bambar, c’era un altro posto di blocco cinese. Sono andato in un albergo dopo aver comprato un po’ di birre. Alle undici di sera sono venuti nell’albergo a bussare, li ho mandati alla “reception” per il passaporto (che invece avevo con me) e sono scappato dalla finestra dirigendomi verso Lharigo. Devi pensare che sono cinque giorni, e devi camminare sessanta o ottanta o cento chilometri al giorno.

Le orme dello yeti trovate nel 1951 da Eric Shipton e Michael Ward sul Menlung Glacier
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Come facevi ad orientarti in quel nulla?

– Aggiornavo tutti i giorni una carta che mi portava già vagamente a Lharigo, però ogni giorno sapevo qualche cosa di più… quando incontri qualcuno, meglio se anziano, gli sottoponi i dieci nomi che sai, lui te ne dice cento, fai una selezione di quello che capisci lui sa davvero (perché molti parlano ma non conoscono)… Sulla via per Lharigo sono andato a Tshagu, dove ho avuto l’avventura che quasi mi ammazzavano. Avevo camminato per tutto il giorno e mi ave­vano detto che c’è un posto che si chiama Tshagu dove potevo pernottare. È arrivata mezzanotte, non c’era casa, non c’era niente, sono andato avanti quasi alla cieca e ho trovato alle due di notte un paesino su in montagna, con una trentina di cani scatenati. Ho dovuto prendere un grande bastone per difendermi e per mezz’ora sono andato su e giù per il paesino gridando tashi delek, che si dice in Tibet come da noi buongiorno e buonasera. Nessuna luce, c’erano soltanto i cani: essendo stanchissimo ho trovato una casa con il lucchetto e, grazie ad una scala che portava sotto il soffitto che era aperto, ho steso il mio materassino, il mio sacco piuma e mi sono messo a dormire un po’. Mezz’ora dopo è arrivata la gente, arrabbiatissima, mi tiravano dei sassi da sotto. Così sono sceso con la pila, non mi hanno aggredito ma mi hanno preso tutto, volevano sapere se ero armato, gridavano in tibetano, io non capivo niente e dicevo che venivo da Chengdu e andavo a Lhasa, gli ho anche mostrato il mio lasciapassare. Allora mi hanno portato in una camera e alla fine mi hanno trattato molto bene. La via per Lharigo era molto pericolosa, per il giorno dopo venne con me un portatore; purtroppo sono arrivato a Lharigo ancora di notte: non si può arrivare di notte in un paese, ed è anche logico. Lì c’era di nuovo una piccola stazione militare. Non potevo pernottare prima perché i nomadi nei loro campi non mi davano il permesso… e soprattutto io non volevo più dormire all’aperto da quando avevo incontrato quello che gli Sherpa chiamano lo yeti (ma non vorrei che questo fosse pubblicato perché non vorrei che la gente sapesse dov’è, se la gente sapesse dov’è tenterebbe di andare là, e adesso tu sai pressapoco dov’è… è molto lunga questa strada…).

Non penso che andrò.

– Sì, non dirlo ad altre persone perché incominciano subito a costruire qualche cosa.
Fino a un certo punto andavo, anche dormendo in una caverna, non avevo nessuna paura, ma dopo aver visto que­ll’animale non dormivo più…

– È così terrificante?

– A me non ha fatto niente, io ho visto due esemplari, il primo è venuto lì dov’ero e poi s’è girato: è venuto sui due piedi e poi è andato via tranquillamente. Con il secondo però era notte, ha fischiato esattamente come dicono gli Sherpa e di­cono che quando fischia ti attacca e ti ammazza. È più grande di noi e tutta quella gente parla dello yeti come io parlo di una mucca e quella notte terribile a Tshagu mi sono salvato per­ché ho riferito loro che avevo appena visto quell’animale e hanno subito detto “ma è una fortuna che sei vivo ancora”… ed è lì che ho sentito il vero nome dello yeti, lo yeti è un’invenzione nostrana occidentale: non si chiama yeti….

Nel 1998 Messner pubblicò Yeti. Legende und Wirklichkeit, poi tradotto in italiano con Yeti. Leggenda e verità (Feltrinelli, 1999). Gli ci vollero dunque dodici anni per analizzare a fondo tutto ciò che si cela dietro allo yeti e giungendo anche alla conclusione, contraria a quanto dettomi nel 1987, di rendere pubblici i suoi avvistamenti dello tshemo, il nome con cui i tibetani chiamano lo yeti, nome che allora non mi riferì.
L’incipit del libro è una delle più belle pagine mai scritte da Messner: narra del suo incontro con lo tshemo, alla fine di una lunga e solitaria giornata, faticosa e piena di pericoli, in un ambiente estremo e selvaggio.

Il suo è davvero l’incontro con il mito fatto carne di un individuo civilizzato, scettico per definizione: «Solo di rado mi facevo più attento, quando qualcuno, nel suo racconto, forniva precise indicazioni del luogo e i nomi delle persone che aveva ncontrato o che lo avevano accompagnato in quella circostanza. Ma ogniqualvolta ponevo domande più specifiche, i padri diventavano nonni, un luogo una regione, un’affermazione sicura si tramutava in un forse, fino a che i discorsi sullo yeti assumevano un tono così vago da indurmi a dimenticarli…».

Messner così riassume a grandi linee il suo libro e le sue conclusioni: «Lo yeti non si è mai preoccupato di noi; sa che esistiamo, ma solo a livello istintivo. Noi, invece, abbiamo di lui una duplice percezione: possiamo vederlo come un animale estraneo a ogni forma di civiltà, e al tempo stesso lo serbiamo nella fantasia come un essere leggendario; ma solo la presenza contemporanea dei due aspetti dà forma alla sua piena realtà. All’immagine del temibile yeti, partorita dall’immaginazione delle popolazioni seminomadi che da secoli vivono in armonia con le divinità della natura nelle foreste e tra i ghiacci dell’Himalaya, si addice, sul piano zoologico, solo lo tshemo o dremo… Renderò conto, nel più accurato dei modi, di tutto ciò che ho visto e trovato, di tutte le esperienze che ho vissuto durante i dodici anni in cui ho cercato lo yeti. E se talvolta mancherò di precisione nell’indicare nome e località, sarà dovuto alla mia volontà di non indirizzare flussi di turisti là dove, anche un domani, tshemo, dremo, riti, tshute e yeti avranno bisogno di un habitat incontaminato.
Questo libro risolve sostanzialmente l’enigma dello yeti, ma non può e non vuole toccare il mito dell’uomo delle nevi. Quel mito deve restare qual era, perché il mito è sempre più forte della realtà.

Ma torniamo alla nostra conversazione del 1987.

– Prima dicevo sempre che lo yeti è una favola, adesso so che esiste ed è interessante vedere qual è il parallelo fra la leggenda e lo yeti reale. La leggenda è nata perché in questo tragitto gli Sherpa si sono incontrati anche loro con lo yeti, che avrà certamente ammazzato qualcuno… lì nacque la storia, che poi è stata tramandata e portata qui… ma adesso non parliamone più.

Eric Shipton
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Prima di Lharigo iniziavo verso le cinque o sei a camminare, ma è sempre difficile entrare nei campi nomadi perché hanno i cani, ci vuole mezz’ora per entrare: poi lì erano tutti giovani e tutti ridevano. Non è che mi dicessero “dai, stai con noi, ti dia­mo da mangiare”. Io avrei pagato e così avanti… No, tutti ridevano e non mi accettavano. Sapevo che dovevo cercare gli anziani, ma lì non ce n’erano. Una volta ero su un alto passo, quasi a cinquemila metri e sono arrivato in un paesino, una specie di fortezza di 5 o 6 case, con gli yak che arrivano alla sera. Mi sono seduto là e ho guardato come li mungono, poi pian piano ho tentato di parlare, di chiedere se potevo dormire. È diventato scuro e hanno tentato ugualmente di dire no, che c’era un altro paese lassù, nuovamente non mi volevano. Alla fine venne una vecchia donna che ebbe pietà e disse che potevo dormire nella stalla. C’erano un po’ di letti al margine della stalla, hanno chiu­so la porta per la notte, poi hanno chiuso tutte le donne in una stanza con un lucchetto, molto presto… e lo potevo vedere perché stavo nel mio sacco a piuma e vedevo come stavano chiudendo tutte le donne in una stanza… ma tutte queste piccolezze per dirti che a Lharigo sono arrivato a mezzanotte. Ne usciva un gruppetto di tibetani ubriachi. Cantavano. En­trai, non c’era nessuno, non una luce, niente, e dopo un po’ vidi una pila da qualche parte, mi avvicinai alla pila, si spense. C’era un gruppetto di soldati, due o tre soldati che tentavano di bloccarmi, sai, nascondendosi con la pila ve­dendo dove andavo e ci voleva un bel po’ prima di trovarli perché loro si nascondevano, si facevano di nuovo vivi con la pila perché non sapevano di nuovo dov’ero io. Alla casermetta mi hanno fatto dormire in cella senza chiuderla. Così ho potuto continuare e sono sceso dopo due settimane da lì. È stato veloce perché sono andato in bus, non passando però da Amdo. In una valle molto strana ho visto il “funerale celeste”, è lì che ho fatto le foto per un servizio su Jonathan, l’unico ad aver visto e documentato quella cerimonia. Lì, trovi tutta quella storia, però io non sono andato per vedere il funerale celeste, bensì perché sapevo che gli Sherpa lì si erano fermati a lungo prima di ripartire per Lhasa e Tingri, volevo vedere il posto… E così conosco tutta la Via degli Sherpa fuorché 100 km e in tutto saranno da Dege fino al Solo Khumbu circa 3000 km in linea d’aria: hanno fatto un bel giro questi Sherpa; una vera migrazione d’altri tempi, un esodo tipo dalla Russia fino a Roma … forse di più, e per me è logico che in questo esodo siano nate delle leggende che han­no portato una certa cultura da un posto ad un altro posto.

Per finire, questo viaggio è il più bel viaggio che ho fatto sia per le difficoltà che ho dovuto affrontare, non volendole ma dovendole superare, sia anche perché finalmente potevo camminare a lungo e questo tipo di viaggio è una forma del mio futuro, anche se in realtà io vorrei fare anche dei viaggi con meno gente… qui ho trovato almeno tre case al giorno… mi piacerebbe traversare il Taklamakan, fattibile solo se hai un grande aiuto. È un deserto totale, forse noioso, sarebbe soltanto una questione sportiva…

Reinhold Messner
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M’interessa di più aver capito che Bhutan, Solo Khumbu, Dolpo e Khali Gandaki (ed anche il Karakorum) erano molto più legati al Tibet che all’India, difficilissima da raggiungere per via delle valli profonde solcate da fiumi selvaggi. Ecco perché gli Sherpa hanno ancora influssi della loro religione bon, il buddismo primitivo, ben diverso da quello tibetano di oggi, il lamaismo sia giallo che rosso. Gli Sherpa si fermavano sempre vicino a monasteri, anche a Tingri c’era un famoso monastero che oggi non c’è più, distrutto dai cinesi. E anche oggi vanno fedeli bon a Lhasa e nel parco fanno il giro in senso contrario, e nessuno dice niente. Il colore dei bon è il nero e grande importanza è data alle forze della natura. Gli sherpa di oggi, pur lamaisti praticanti, dicono che nel bosco e sulle montagne ci sono entità che l’uomo deve temere. Hanno poi le loro figure da seguire, uomini saggi che hanno dato il buon esempio.

Però non vorrei diventare neppure uno scienziato e dire ecco io sono capace di chiarire tutte queste cose: io faccio un viaggio e vedo quello che vedo, non sono né un tecnico, né un geografo, né altro, io vorrei che questi posti selvaggi, o semiselvaggi, rimanessero zone bianche sulla carta geografica, capovolgere ciò che si diceva all’inizio del ‘900, cioè che era necessario abolire le macchie bianche della carta: al contrario vorrei salvarle. E se farò una storia di questa Via degli Sherpa racconterò quello che ho vissuto senza dire nomi, potrei dire che sono partito da un paese molto ad est del Tibet, che c’erano cinque case fatte così e così, e così non rubo niente a nessuno… se invece incomincio a pubblicare subito la carta geografica, quel posto lo rovino. Questa è anche la base della mia filosofia del White Wilderness, capovolgere l’idea della macchia bianca sulla carta affinché rimanga un’università per chi vive una vita “semplice”, per chi non vuole andare all’università a studiare o anche per chi all’università ci va ma vuole an­che le zone selvagge per capire senza voler scrivere, fare calcoli o portare a casa dati geografici, scientifici, geologici ed etnolo­gici, che non hanno nessuna importanza. Importante è l’esperien­za che tu ti fai e te la fai soltanto se la zona è selvaggia, pure con la gente selvaggia, non importa.

Quindi White Wilderness come Blanc on the map di Eric Shipton.

– Sì, molto bello quel titolo, è esattamente quel­lo che voglio dire con White Wilderness.

Anche se Shipton in realtà le macchie bianche le voleva eliminare, come tutti gli esploratori del suo tempo.

– Tutte le grandi spedizioni avevano ingenti finanziamenti proprio perché erano dirette a zone del mondo sconosciute, da conquistare. E adesso si può capovolgere questa idea solo tornando indietro, senza dati scientifici, e raccontando le cose come faceva Omero… per dare senso alla via e alla tua esperienza e per lasciare intatta la White Wilderness.

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Flash di alpinismo 1

Flash di alpinismo
Citazioni, impressioni e immagini – parte 01 (1-13)
di Massimo Bursi

Introduzione
Il progetto di scrittura che propongo parte da una citazione relativa al mondo alpinistico, dalla quale scaturisce un’impressione personale abbinata a una fotografia particolarmente significativa. Il tutto con un approccio decisamente leggero e anti-conformista per coinvolgere diversi lettori.

Sia le citazioni che le fotografie sono state trovate su libri o riviste di settore o internet.

Le impressioni invece nascono da una lettura del fenomeno alpinismo fuori dal coro, dettata dalla mia esperienza alpinistica. Nelle impressioni cerco di lanciare originali idee per uno stimolo personale.

L’unità narrativa citazione – impressione – fotografia, viene ripetuta per tutto il libro al fine di provocare sfide quotidiane anche per il lettore/alpinista più fanatico.

Ho privilegiato il fenomeno della rivoluzione del Nuovo Mattino e la magica scoperta dell’arrampicata degli anni ’80 attingendo al mitico mondo degli scalatori americani e anglosassoni.

Il libro si rivolge all’ampia fascia di lettori/alpinisti di ogni età: non ci sono particolari target interessati.

Perché questo libro? Perché sul mercato non c’è nulla di tutto questo. Perché è un approccio originale per valorizzare le migliori idee di tante persone che hanno riflettuto sul fenomeno arrampicata e perché mi piace l’idea di legare citazioni a fotografie, centrate sull’uomo alpinista.

John Bachar, fantasma, in arrampicata a Tuolumme Meadows in California sulla via Fingertips nel 1986. Foto: Phil Bard
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Ogni vero scalatore si alza alla mattina, subito guarda il tempo che fa ed in base a questo decide dove allenarsi e cosa scalare. Al “nostro” scalatore fanatico serve uno stimolo quotidiano, una miscela esplosiva al di fuori dalle regole codificate, che contenga una frase lanciata, alcune impressioni “fuori dal coro” ed uno stimolo fotografico passato o presente.

Lo scalatore fanatico, ma non solo lui – anche il sognatore impiegato bancario che aspetta il sabato pomeriggio per la sua amata arrampicatina – potrà trovare, in queste pagine, lo stimolo per partire di corsa e proseguire nella propria personale ricerca sulla via da seguire.

Questa raccolta è molto legata al Nuovo Mattino quando si passava dagli scarponi alle prime scarpette EB, quando le falesie si chiamavano palestre e quando si annusava, fra i lunghi capelli, l’aria della rivoluzione.

Le frasi, citate, sono il pensiero di altre persone, un’idea che aiuta ad agire con la propria testa.

Le impressioni sono le idee buttate lì da un appassionato èscalatore ancora indeciso fra il gioco dell’arrampicata e la visione utopica dell’alpinismo.

Le immagini proposte sono frammenti significativi che mi hanno  trasmesso un messaggio stimolante. Ho privilegiato le fotografie aventi per soggetto gli uomini che scalano a discapito delle immagini con le montagne come soggetto.

Mettete un inquietante sottofondo di musica rock, leggete la frase del giorno e aiutatevi con la fotografia a entrare nel magico mondo dell’arrampicata.

Pietre rotolanti
Il massimo era arrampicare in solitaria sulla parete nord-ovest del Civetta con grandi amplificatori in grado di trasmettere la musica dei Rolling Stones (Claudio Barbier).

Negli anni ’60, ai tempi di Claudio Barbier, l’iPod doveva ancora essere inventato, eppure l’idea di abbinare la trasgressiva musica rock all’arrampicata era già molto forte negli alpinisti più visionari.
Io stesso, quando sono in macchina e vado ad arrampicare, amo ascoltare la musica rock a tutto volume ed immaginare il mio stesso profilo che arrampica con il sottofondo della amata musica assordante.
“Ma dai, sono passati almeno trent’anni, ascolto sempre la stessa musica ed evado sempre con l’arrampicata” mi dico fra me e me!

A pensarci bene sia l’arrampicata che la musica rock hanno un comune denominatore comune: trasgredire al massimo e spaccare con le regole stabilite.
Di una cosa sono sicuro: finché ascolterò musica rock e finché mi godrò le mie arrampicate rimarrò giovane ed anticonformista.

L’arrampicata, come il rock, è trasgressione, è vedere il mondo da un angolo diverso, è manifestare la propria rabbia in maniera creativa: rappresenta la forza dirompente, senza calcoli, dei giovani che credono in un’utopia, in un sogno irraggiungibile.

Il rock scatenato si contrappone alla pacata musica classica. Chi sceglie la parete si contrappone a chi sceglie un sentiero senza rischi.

E’ la direzione che Claudio Barbier e Jim Morrison con la loro pazza esistenza hanno tracciato per noi. Sottofondo musicale consigliato Rolling Stones o i Doors.

Non smettere mai di credere nei tuoi sogni. Insegui i tuoi sogni anche se tutti ti danno contro. Ricorda che la vita è sempre rock.

Claudio Barbier mentre cerca l’appiglio del prossimo movimento in un’immagine molto distante dallo stile iconografico degli anni ’60. La tormentata ed inquieta vita di Claudio Barbier anticipa la rivoluzione alpinistica del Nuovo Mattino
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Triangolo
Ha la testa di un settantenne, il fisico di un venticinquenne e il comportamento di un undicenne (Marco Radici a proposito di Jim Bridwell).

Parlando di Jim Bridwell, il leggendario scalatore californiano, gli amici gli riconoscono approccio mentale, prestanza fisica e capacità di gettarsi oltre all’ostacolo.

Quanti nostri amici hanno forza ma non hanno l’esperienza o la capacità di rischiare per tentare qualche impresa fuori dal comune?
Quante volte ci sentiamo perfettamente allenati ma non siamo pronti per tentare quella via o quel diedro che tante volte abbiamo sognato?

Quando invece, con noncuranza, ci buttiamo su pareti impressionanti poiché psicologicamente le dominiamo nonostante la fatica, nonostante le braccia e le gambe non riescano a star dietro alla nostra voglia di scalare.

L’alpinista è testa, fisico e volontà estrema e costituisce un triangolo i cui vertici stanno tra loro in un fragile equilibrio, per cui, se uno dei tre vertici di questo funambolico triangolo viene meno, allora la figura geometrica svanisce e l’alpinista si svuota del suo essere tale.

Tanto più lontani sono i vertici, tanto più solido è l’alpinista che lo compone. Jim Bridwell è un triangolo miliare!

Cerca di espandere i tuoi tre vertici: testa, fisico e volontà, in ciascuna delle dimensioni possibili per esplorare i tuoi limiti inimmaginabili.

Jim Bridwell ritratto durante la prima ripetizione della via di Maestri sul Cerro Torre del 1975. Jim Bridwell ha dimostrato che un ottimo scalatore può raggiungere traguardi impensabili anche in alta montagna come in effetti lui fece sul Cerro Torre. In quegli anni i delegati svizzeri dell’UIAA guardando le sue fotografie si stracciavano le vesti dicendo che quel tizio nulla aveva da spartire con l’alpinismo, ma subito dopo arrivò la rivoluzione!
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Arrampicata liberata
Il valore di un alpinista è inversamente proporzionale al peso della ferraglia che si porta dietro (Reinhold Messner).

Quando Reinhold Messner, l’alpinista-filosofo, uscì con questa affermazione, gli alpinisti, ubriacati dal mito dell’artificiale facevano pesante uso della ferraglia. Messner intuì che era possibile invertire la direzione e che bisognava cambiare strada per non diventare alpinisti-carpentieri.

In quegli anni Messner affermò il concetto dell’arrampicata super-libera come una scalata veloce, con pochi chiodi e con pochi ed essenziali mezzi. Alcune sue nuove vie come la Messner alla Seconda Torre del Sella rispecchiano proprio questa filosofia.

Queste idee diedero origine a un filone di arrampicata che portò Heinz Mariacher, Ludwig Rieser, Reinhard Schiestl e Luisa Iovane ad aprire vie estreme in Marmolada in sette o otto ore con una manciata di chiodi, anche in periodi tradizionalmente sfavorevoli quali il mese di novembre.

Ciò diede origine a un periodo particolarmente fecondo per l’arrampicata libera favorita dall’arrivo delle scarpette, nut, friend e pile che ci liberarono da pesanti scarponi, chiodi ed abbigliamenti ingombranti.
Cominciammo a pensare di liberarci anche dei bivacchi in parete.

Iniziò quello che fu anche chiamato il Nuovo Mattino.

A tutt’oggi penso che questo sia il modo più libero e piacevole di arrampicare. Questo è arrampicare.

Liberati dalla schiavitù del grado, dai tetti strapiombanti, dalle falesie alla moda, dalle palestre indoor di plastica, trova una placca, scegli la linea e segui il sole. Fregatene delle mode!

Patrick Berhault in posa plastica su una placca calcarea quasi impossibile. Negli anni ’80 lui e Patrick Edlinger occuparono la scena mediatica proponendo scalate e modi di vita ancora sconosciuti. I pantaloni bianchi e la fascia rossa in testa erano lo status symbol ma questo non bastava per farci salire agili e leggeri dove salivano loro. Da allora l’arrampicata si è evoluta passando agli strapiombi ma non ci sono stati significativi progressi sulle placche verticali
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Risata liberatoria
Io credetti e credo alla lotta coll’Alpe, utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede (Guido Rey).

Questa frase era, e forse è ancora, scritta sulla tessera del CAI.

Quando il giorno dopo un’arrampicata mi guardo le mani scorticate penso, ridendo, alla lotta che ho dovuto sostenere con l’Alpe.
Utile? Nobile? Bella? Ma dai…

No, questa frase non mi piace affatto.
Questa frase mi ha indotto a non rinnovare la mia tessera del CAI.
Non mi piace tutta la retorica che ancora oggi gira attorno alla montagna. Odio le commissioni. Odio gli organismi e le associazioni che vogliono valorizzare la montagna. Odio i corpi alpini, le divise, le medaglie e gli accademici.

Forse è invidia, forse non ho abbastanza patacche da mostrare. Io preferisco vivere la montagna in perfetta anarchia senza doverne renderne conto a nessuno.

Non è un lavoro. E’ un’attività inutile. La fede è un’altra cosa.

Quando risalgo un camino freddo, umido e pericoloso penso, ridendo, che sto compiendo la mia famosa “lotta con l’Alpe”. Quale lotta, io preferisco fare l’amore.

Certamente il CAI e le altre associazioni alpinistiche hanno svolto un ruolo importante negli anni passati ma oggi rappresentano istituzioni che non stanno al passo con l’evoluzione dell’alpinismo e dell’arrampicata. Rappresentano un freno. Il ragazzino che vedo arrampicare leggero sul masso mi ha detto che quando fece il corso di roccia del CAI, il suo istruttore non riusciva a salire poiché oppresso dal peso delle medaglie sul petto.

D’altronde il CAI ha partorito il gruppo accademico CAAI: un club esclusivo, costituito nel 1904, dove si è ammessi solo per provato merito.
Sono rimasto veramente sconvolto nell’apprendere che il CAAI è riuscito ad ammettere nel proprio consesso alpinisti di sesso femminile solo nel 1978. Non oso neanche immaginare la mentalità elitaria e maschilista che si respira fra gli Accademici.

Non preoccuparti, una risata li seppellirà!

Sottofondo musicale consigliato: i Ramones.

Liberati dalla retorica e ritrova, sotto la patina di ruggine, te stesso. Lascia la lotta con l’Alpe a chi ama frequentare i circoli alpinistici.

Fino a metà degli anni ’70 in montagna si arrampicava rigorosamente con gli scarponi rigidi, meglio se accompagnati da un calzettone di lana. Oggi la cosa appare pesante, faticosa e retrograda. Un po’ come la frase del CAI. Qualcosa di pesante e polveroso che non ha più ragione di esistere
FdACONTINUA

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Riflessioni sull’etica alpinistica

Riflessioni sull’etica alpinistica
di Guglielmo Magri, Istruttore Arrampicata Libera Scuola Alpinismo Giuliano Mainini (CAI Macerata) e collaboratore Scuola Alpinismo Franco Gessi (CAI Bassano del Grappa)

L’Alpinismo, che una volta è stato definito la conquista dell’inutile, è stato da sempre un’attività caratterizzata dalla più assoluta libertà individuale. Non c’è bisogno di permessi, di brevetti o di esami per praticarlo a qualsiasi livello lo si faccia, cosa che sempre fa stupire i profani. Tuttavia esso, al contrario di tanti altri sport e attività cosiddette “estreme” a cui viene affiancato, è governato da regole volontarie non scritte che vanno sotto il nome di etica alpinistica. Per questo motivo la storia dell’Alpinismo non consiste solo nel susseguirsi delle salite e nel progresso delle tecniche, ma anche nell’evoluzione dell’etica: questo processo è consistito nei tentativi di stabilire la maniera corretta in cui salire una montagna, soprattutto decidendo quali e quanti aiuti tecnologici e logistici fossero accettabili. Per quanto questo tipo di riflessioni hanno caratterizzato profondamente l’Alpinismo, si può asserire che le questioni etiche non furono predominanti all’inizio: al tempo di Jacques Balmat, Michel-Gabriel Paccard e Horace-Bénédict de Saussure i problemi maggiori erano la salita delle vette più alte e più importanti e i mezzi tecnici erano talmente scarsi da far si che anche utilizzando qualsiasi facilitazione che la tecnologia dell’epoca potesse mettere a disposizione, comunque la conquista di tali vette rimaneva una sfida irta di mille incognite. Le questioni etiche assunsero importanza maggiore quando l’Alpinismo si cominciò ad evolvere verso la ricerca di vie alternative per raggiungere una vetta o anche cime minori, quando cioè sempre più divenne vero il motto “la via è la meta”, e quando parallelamente l’evoluzione tecnologica mise a disposizione mezzi sempre più sofisticati che avrebbero potuto facilmente aggirare quelli che all’inizio erano insormontabili problemi di salita: fu dopo questa transizione che divenne più importante il come si raggiungeva un qualsiasi tipo di cima (che sempre più non coincideva con la vetta più alta) piuttosto che l’arrivarci in sé.

Albert F. Mummery
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Una delle prime prese di posizione etiche fu la rinuncia alla salita del Dente del Gigante da parte di Albert F. Mummery, nel 1880, che giudicò la salita della liscia placca, punto chiave del’impresa, “impossibile con mezzi leali”, lasciando la via ai fratelli Sella dotati della famosa pertica. Fu invece all’inizio del ‘900, con Paul Preuss, che si ebbe il primo grande tentativo di formalizzazione dell’etica, con le regole da lui enunciate e presentate al Convegno di Monaco, in cui teorizzava la necessità di non avvalersi di nessun tipo di mezzo artificiale, né per la progressione, né per la protezione, considerando lecita eticamente solamente l’arrampicata libera slegati.

All’inizio degli anni ‘50, l’introduzione del chiodo a pressione e le tecniche dell’arrampicata artificiale, resero possibili ascensioni su pareti prima ritenute impossibili, ma scivolarono velocemente verso casi estremi sempre più discutibili. A questa tecnica, si oppose strenuamente, tra gli altri, Walter Bonatti, nei primi anni ‘60, prendendo apertamente posizione contro i chiodi a pressione.

Durante gli anni ‘50, inoltre, ebbero i primi successi le spedizioni sugli 8000 del Karakorum e dell’Himalaya: a causa della dimensione di queste montagne e del carattere “nazionale “ di queste spedizioni, in esse l’ascensione alla vetta assunse le caratteristiche di un vero assalto in forze, e si adottò la tecnica dei campi intermedi con un sistema di rifornimenti. Si abbandonò, in pratica, lo stile che aveva caratterizzato le ascensioni nelle Alpi, e cioè quello dell’isolamento e dell’autonomia delle cordate durante la scalata. Tale sistema cominciò ad essere adottato anche su grandi pareti di roccia, utilizzando il metodo delle corde fisse, lungo le quali gli alpinisti potevano rientrare alla base o ricevere rifornimenti.

Paul Preuss
EticaAlpinismo-Paul-Preuss

Successivamente, alla fine degli anni ‘60, di fronte a veri e propri assedi a cime importanti come la Grande di Lavaredo e l’Eiger, condotte con l’utilizzo di chiodi a pressione e corde fisse, figure importanti come Hermann Buhl e soprattutto Reinhold Messner nel famoso articolo L’assassinio dell’impossibile, pubblicato sulla rivista del CAI, assunsero posizioni molto critiche contro questi eccessi.

Enzo Cozzolino
EticaAlpinismo-Enzo Cozzolino (1)

Negli Stati Uniti, intanto, Royal Robbins, evolveva uno stile teso a ridurre al minimo i chiodi a pressione e le corde fisse sulle grandi muraglie di granito californiane. Questo suo atteggiamento fu sempre in contrasto con quello di un altro grande dell’epoca, Warren Harding e questa polemica giunse al culmine all’inizio degli anni ‘70, quando Harding aprì una nuova via su El Capitan, The wall of the early morning light, facendo uso di oltre 300 chiodi a pressione. Robbins, pochi mesi dopo decise di attaccare la via con l’intento di schiodarla, ma durante la salita, si rese conto dell’altissima difficoltà della via e terminò la via senza più togliere i chiodi.

Tutte queste posizioni di critica provocarono, negli anni ‘70, una vera e propria reazione al periodo precedente: tornò ad essere importante l’arrampicata libera e la limitazione di mezzi di protezione e questo in breve portò alla presa di coscienza della possibilità di superare la barriera del VI grado. Fra i movimenti e gli alpinisti che portarono avanti queste nuove idee, possiamo sicuramente citare il “Nuovo Mattino”, i “Sassisti”, Ivan Guerini e soprattutto Reinhold Messner.

Messner fu protagonista anche della reazione ai metodi “pesanti” che avevano caratterizzato la conquista degli 8000, riuscendo ad applicare anche su quelle montagne lo “stile alpino”, anche senza utilizzo di ossigeno e addirittura in solitaria (sul Nanga Parbat).

Durante gli anni ‘80 la tendenza alla riduzione delle protezioni nell’arrampicata su roccia si accentuò soprattutto per opera di alpinisti come Heinz Mariacher, Maurizio “Manolo” Zanolla e Igor Koller, che aprirono vie in cui venivano alzate di molto le difficoltà e contemporaneamente le protezioni divenivano rare ed estremamente aleatorie.

Royal Robbins
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Oltre allo sviluppo della libera si affinarono le tecniche di artificiale moderno su mezzi rimovibili e aleatori, senza ricorso a chiodi a pressione. Queste tecniche erano state sviluppate inizialmente dagli alpinisti americani in Yosemite, e in questo periodo cominciarono ad essere adottate in Europa per aperture importanti, come quella della via Attraverso il Pesce di Koller e del giovanissimo Jindrich Sustr.

Negli anni ‘90, in seguito al grande sviluppo dell’arrampicata sportiva, divenne ancora più importante la ricerca dell’arrampicata libera, e fu portato avanti da alcuni alpinisti un approccio che rivalutava l’utilizzo dei chiodi con foratura della roccia (spit), mediante un loro uso abbinato ad un’etica rigorosa che ammetteva solamente la libera per l’apertura delle vie in questo stile.

I maggiori esponenti di questa tendenza sono stati Michel Piola, Martin Scheel, Beat Kammerlander e, in Italia, Rolando Larcher: secondo il loro stile vengono utilizzati gli spit, spesso piazzati col trapano, ma tutta la via deve essere percorsa in libera e dove non si riesce a procedere in questa maniera si deve rinunciare, senza tentare passi in artificiale. Questo fa sì che, anche con gli spit, non si sia mai sicuri di passare e che per farlo si deve cercare la “via”, gli spit poi vengono messi dove ci si può fermare e non dove si vorrebbe e questo fa sì che il rischio non sia eliminato. In questo tipo di salite però non si procede in “stile alpino” perché si fa ricorso a corde fisse per poter affrontare la via con le condizioni fisiche e ambientali ottimali per l’arrampicata. Questo stile non è stato condiviso da tutti, dato che per molti alpinisti sono rimasti fondamentale lo stile alpino e la limitazione delle forature: per progredire nelle difficoltà con questo approccio ci si è sempre più affidati alle tecniche di artificiale moderno portandolo a livelli estremi.

Tutte queste posizioni indicano la continua vivacità del dibattito, ma denotano anche la ricerca di una soluzione definitiva, nella individuazione di regole assolute che pongano una linea di demarcazione netta su ciò che sia lecito e su cosa non lo sia in Alpinismo. Ma prima di interrogarsi su ciò, si dovrebbe prima provare a riflettere su una questione che sta a monte: qual è lo scopo dell’Alpinismo?

Non è arrivare in vetta ad una montagna come si potrebbe a prima vista rispondere: se così fosse basterebbe piantare una serie di scale a pioli e il problema sarebbe risolto.

Si potrebbe tentare di dire, con tutte le limitazioni di una semplificazione così spinta, che l’Alpinismo è l’arrivare in cima a qualche struttura alpina seguendo una serie di regole del gioco che fanno sì che in questa attività l’uomo venga messo alla prova nelle sue capacità di affrontare l’ignoto e le difficoltà in un ambiente a lui spesso ostile. E’ proprio lo stabilire queste regole del gioco secondo un giusto compromesso che non spinga l’uomo a un folle suicidio, ma che d’altronde lasci spazio a questa sfida, che ha generato questo dibattito interminabile in generazioni di alpinisti.

In conclusione, questa concezione dell’Alpinismo e delle sue regole etiche comporta come conseguenza che esse debbano cambiare nel tempo, man mano che l’Alpinismo continua la sua evoluzione, anzi devono farlo proprio per consentirne l’evoluzione, dato che se esse sono le regole che rendono possibile il giusto equilibrio tra sfida e necessità di ragionevole sopravvivenza degli sfidanti, man mano che alcuni dei parametri in gioco si modificano è necessario che anche le regole cambino per continuare a mantenere il suddetto equilibrio. Dato che ciò comporta che queste regole non sono facilmente semplificabili, è sempre necessario un vivo dibattito su di esse, proprio perché vanno ristabilite caso per caso. Questo dibattito, come abbiamo visto è sempre esistito in Alpinismo, ma potrebbe essere ormai necessario abbandonare l’illusione di riuscire a trovare definizioni definitive e una soluzione finale ai problemi posti dall’etica alpinistica.

postato il 6 luglio 2014

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Oltre la quota, oltre il limite

Dall’ottobre 1989 al giugno 1995 Reinhold Messner si dedica alle grandi traversate orizzontali e glaciali, come del resto aveva anticipato con la Via degli Sherpa e con altre imprese nei deserti e sugli altopiani.

Forse il sottoporsi alle fatiche e alle privazioni di spedi­zioni come queste, nell’era dei trasporti aerei e dell’alta velo­cità, sembra un inutile esercizio senza senso, un’impresa d’altri tempi. Ma l’impresa sportiva di collegare un punto ad un altro non è l’unico scopo. Ogni progetto ha più significati, sta a noi esserne coscienti.

Reinhold Messner e Arved Fuchs al Polo Sud OltreilLimite-messner1Nessuno aveva mai traversato i poli, o anche la Groenlandia “per il lungo”, senza ca­ni: la sfida era contro il tempo e contro la logistica, perché occorre limitare la quantità di chili per sopravvivere. Esiste però un limite che non si può superare e che bisogna aver impa­rato a definire con estrema accortezza in sede progettuale. Oc­corre conoscere molto bene se stessi, le proprie forze e le pro­prie capacità di resistenza per osare le traversate con viveri sufficienti.

Freddo, caldo, vento troppo forte, assoluta solitudine, nessun contatto con il mondo civile, nessun approvvigionamento interme­dio. Queste sono le regole perché un’impresa oggi possa essere veramente tale.

Messner si è aiutato, in presenza di vento favorevole, con le vele. L’utilizzo della vela si basa sullo sfruttamento di una delle più antiche, “ecologiche” e naturali sorgenti di energia delle quali l’uomo dispone. Ma chi conosce anche in modo appros­simativo le problematiche ambientali e del vento ai poli sa be­nissimo che il suo sfruttamento può avvenire solo in particolari condizioni, che si realizzano in tratti molto parziali rispetto all’itinerario previsto.

Inoltre, se da un lato questa tecnica permette di velocizzare la percorrenza di alcuni tratti, d’altro lato essa allarga il “ran­ge” di rischio: ai crepacci, agli sbalzi del terreno improvvisi, all’eccessiva velocità (e quindi alla possibilità di cadute) si aggiungono le difficoltà di prevedere con correttezza le scorte di viveri. Al di là dello splendido effetto scenico che fanno, le vele sono quindi un aiuto da sfruttare con moderazione, anche a causa dei dolori muscolari alle braccia che provocano.

Tutto ciò ha una valenza sportiva enorme, forse però con quel mo­do di intendere e vivere lo sport del quale molti hanno perso le radici e che sempre meno trova spazio tra le pagine dei giornali.

Anche se queste imprese, come tutte le altre, hanno in loro la possibi­lità d’essere classificate record, comunque chi le compie deve superare un ristretto modo d’intendere che vuole tutte le cose ben incasellate al loro posto.

Chi ha fatto centinaia di prime ascensioni alpinistiche in tutto il mondo, chi ha salito 18 montagne di ottomila metri, quale bisogno può avere di ulteriori re­cord?

Cercare di stabilire un record e di compiere un’esperienza estre­ma unica nei suoi aspetti non è la stessa cosa: la ricerca del record è costruzione meticolosa di un’impresa che deve portare al superamento di un limite oggettivo; avventure estreme come quelle polari sono esperienze nelle quali la singolarità dell’impresa gioca un ruolo che, tutto sommato, è molto parziale rispetto al confronto ch’essa implica con se stessi, prima ancora che con l’incognita delle ostilità naturali. Un record, poi, è fatto perché qualcuno possa tentare di confron­tarsi con esso nel tentativo di batterlo. Un’avventura unica nel suo genere, se ripetuta, perde appunto l’essenza stessa del suo essere: l’unicità.

Obiettivo di queste spedizioni è anche quello di dare un volto e una cronaca allo spostamento dell’interesse dalla “meta pratica” (trovare una via per i commerci tra l’Europa e l’Asia, o colonizzare l’Antartide a fini scientifici o minerari), alla “me­ta idealistica” (conquistare la “fine del mondo”), fino alla ri­cerca dei propri limiti personali attraverso i ghiacci più scon­volti della Terra.

Ciò che Messner ha fatto, dunque, non è né ricerca del record, né con­quista: solo cercando di capirlo nelle pieghe dei suoi racconti si può tentare di intuire il significato profondo di ciò che ha fatto.

Traversata dell’Antartide
Il progetto iniziale di Reinhold Messner e Arved Fuchs era di partire dal margine del tavolato di Ronne, raggiungere il Polo Sud a piedi e proseguire fino al Mare di Ross. Le cattive condizioni atmosferiche impediscono il volo di approccio, la partenza viene rinviata a tal punto da rendere necessario un ridimensionamento del progetto. Alla fine, il 13 novembre 1989 iniziano la traversata sulla costa occidentale antartica, cioè circa 500 km più all’interno del tavolato di Ronne, più o meno nel punto in cui lo strato di ghiaccio non appoggia più sull’oceano bensì sulla terraferma del continente, un compromesso necessario. Sono previsti due punti di rifornimento, il primo tra i monti di Thiel, il secondo al Polo Sud, presso la base americana. Questa viene raggiunta il 31 dicembre. Il 13 febbraio 1990 arrivano alla base di Scott, dopo aver percorso 2800 km in 92 giorni.

Ognuno di loro era dotato di due vele, di diversa dimensione, del tipo di quelle da parapendio. Queste si potevano governare con una barra di materiale speciale, che a sua volta era assicurata all’imbragatura, sul davanti. Le slitte era­no trainate tramite una specie di barra a manubrio collocata all’altezza delle anche. Avevano alimenti per poco più di 4000 chiloca­lorie al giorno (il doppio di quante ne consuma un individuo se­dentario). I cibi erano suddivisi in sacchetti giornalieri che contenevano, ben riconoscibili, le diverse confezioni per la co­lazione, per la merenda e per la cena. Contenuto il più possibile il peso degli imbal­laggi (non sono stati lasciati rifiuti lungo il percorso), alcuni cibi erano confezionati in appositi involucri co­stituiti da una gelatina proteica edibile, quindi fonte essa stessa di calorie.

In mancanza a quel tempo del telefono satellitare, solo l’apparecchio Argos riferiva la loro posizione serale, giorno per giorno.

Un particolare assai importante è raccontato da Messner nel suo libro Oltre il limite (DeAgostini, 1997). Raggiunto Gateway, il punto in cui termina il continente sul Mare di Ross, Fuchs voleva a tutti i costi interrompere. In fin dei conti il continente era stato traversato… Messner invece voleva raggiungere il mare, 700 km più a nord. A parte i costi supplementari di un recupero aereo non previsto, Messner sentiva che la loro impresa non avrebbe avuto corpo se non concludendola al mare, in una base abitata. Non c’è miglior modo per spiegare l’espressione “oltre il limite”.

La sfida di traversare l’Antartide senza supporto né meccanico né logistico, da costa a costa via Polo Sud, fu raccolta nel 1995 da Børge Ousland che però, dopo essersi rifornito alla base statunitense, dovette comunque abbandonare per congelamenti. Nella stagione seguente 1996-97, completò la traversata da solo senza ricevere alcun rifornimento. Cominciò il 15 novembre da Berkner Island nel Mare di Weddel e raggiunse la base McMurdo sul Mare di Ross il 17 gennaio. Aveva impiegato 64 giorni e coperto un distanza di 2845 km, con temperature fino a –56° e con una slitta dal peso iniziale di 178 kg.

Børge Ousland

OltreilLimite-Ousland-Borge-inGroenlandia, un record non voluto
Nella primavera 1993 è la volta di un’altra “idea impossibile”: la traversata della Groenlandia da sud a nord, come si dice, “per il lungo”, senza cani e senza supporti esterni. Un progetto al limite delle possibilità umane per la ristrettezza dei tempi di realizzazione, l’isolamento e le estreme condizioni ambientali. Protagonista ancora una volta Messner, assieme al fratello Hubert.

Se le traversate della Groenlandia erano state parecchie in senso orizzontale (memorabili quella del­la spedizione di Nansen del 1888 e quella ben più lunga di Peroni e compagni del 1983), solo due sono state effettuate in senso longitudinale: nel 1978 il solitario Naomi Uemura compiva un ex­ploit indimenticabile di 93 giorni parallelamente allo sviluppo della costa orientale, mentre dieci anni dopo la spedizione di Will Steger faceva la stessa cosa sul versante opposto. Entrambe le spedizioni però usarono non solo i cani, ma anche i depositi la­sciati dall’aereo sul loro cammino.

Traversare quindi “by fair means” l’intera isola o quasi non era stato mai neppure tentato da nessuno. Nessun ausilio tecnico o supporto aereo, senza radio e, ad eccezione di un piccolissimo tratto iniziale, senza cani.

La scelta della stagione primaverile va incontro a svantaggi evidenti, quali una temperatura media ben più rigida, tempo assai più instabile e bu­fere violente e frequenti; ma l’assenza quasi assoluta di crepacci dovuta al manto di neve invernale e la minor probabi­lità di incontrare, verso la fine del percorso, i temutissimi torrenti d’acqua di scioglimento superficiale del ghiacciaio (o­stacoli a volte insormontabili che costringono ad estenuanti ri­cerche del giusto passaggio) sono le motivazioni che hanno convinto Messner a non tentare d’estate.

I due Messner partono da Isertok (costa sudoccidentale) il 23 aprile 1993, ore 14.30 locali, in una splendida giornata di sole a 65° e 30′ di latitudine N. Li accompagnano due groenlandesi inuit, che gui­dano due mute di cani e due slitte cariche di tutto il ma­teriale. Due operatori di una troupe televisiva, tra i quali il sottoscritto, e il presidente dell’Equipe Enervit Paolo Sorbini, sponsor tecnico dell’impresa, completano la lista degli accompagnatori. Dopo una faticosa salita dal li­vello del mare ghiacciato fino all’orlo del grande altopiano di ghiaccio, i sette uomini preparano il primo campo durante una violentissima bufera scatenatasi all’improvviso. Il giorno dopo, 24 aprile, marcia a bussola in una fitta nevicata per circa 30 km in direzione nord fino al secondo campo, messo in un punto qualunque di un altopiano ormai senza confini e senza riferimen­ti. Alle 11.30 del terzo giorno, dopo un’altra marcia a bussola di circa 10 km, i due gruppi si separano: i Messner si allontana­no mentre nevica, trainando le loro due slitte e dopo pochi minu­ti non sono che due segmenti tremolanti che stanno rapidamente decomponendo la loro immagine su uno schermo assolutamente bian­co.

La loro marcia si dipana tra soste forzate e corse al vento fino a 120 – 130 km al giorno. Il 7 maggio approfittano di un venticello favorevole che in un balzo solo ha sospinto le loro vele per 170 km. Con questa giornata positiva i Messner si riportano in pari con la ta­bella di marcia, riguadagnando il terreno perduto. L’8 maggio, altro giorno favorevole: 56 km avanti verso nord. Nella notte, il messaggio in codice dell’apparecchio Argos se­gnala che “viene abbandonata la prima possibilità di fuga”, quel­la verso Sondre Stromfjord, la base aerea sulla costa occidentale dell’isola. Ciò significa che da ora ai due conviene proseguire verso la meta finale, Thule, eventualmente considerando in segui­to la possibilità di fuga su Jakobshavn, la cittadina sulla Baia di Disko.

Il 9 maggio il vento favorevole continua: Reinhold e Hubert Mes­sner superano altri 125 km dell’enorme altopiano ghiacciato, sem­pre sui 2200 metri di quota, e arrivano a segnalare la loro posi­zione a 69° 45′ 14″ N e 45° 35′ 38″ W, quindi già oltre la lati­tudine di Jakobshavn e a un quarto del percorso totale.

Il codice segnala “dolori fisici”, dolori muscolari per l’eccessiva andatura a vela: in tre gior­ni sono stati fatti 351 km e, alla lunga, lo sforzo sulla barra per governare la vela si fa sentire.

La sera del 10 maggio i Messner sono a 70° 54′ 4″ di latitudine N e a 45° 48′ 40″ di longitudine W, dopo aver fatto nella giorna­ta uno splendido balzo di quasi 128 km. Contemporaneamente alla localizzazione, il satellite trasmette il messaggio in co­dice che significa “abbandono della seconda possibilità di fuga”, quella di Jakobshavn.

Reinhold e Hubert Messner alla conclusione della traversata della Groenlandia

Thule, Groenlandia 1993, traversata Isertok-Thule dei fratelli Messner, foto di Renato MoroLa sera del 14 maggio la loro marcia risulta drastica­mente rallentata: solo 10 km in un giorno! Però ar­riva contemporaneamente il confortante messaggio in codice di “abbandono della terza possibilità di fuga”, quella su Umanak, villaggio sulla costa occidentale, a nord della Baia di Disko. Ciò significa che hanno la netta intenzione di proseguire verso la meta finale, Qanaq (la nostra Thule).

Il 17 maggio il messaggio in codice comunica che i due hanno superato il punto di “non ritorno”: ciò vuol dire che i Mes­sner hanno rinunciato anche alla quarta e ultima possibilità di fu­ga, quella che li avrebbe portati al villaggio di Kraulshavn. Reinhold e Hubert Messner marciano ormai da più giorni senza più alcuna oscurità però preferiscono spostar­si nelle ore di luce più viva, per godere di una temperatura più confortevole.

La sera del 26 maggio i Messner sono a 77° 51′ 10″ di latitudine N e a 68° 28′ 30″ di longitudine W, quindi a circa 60 km dall’ar­rivo, sull’orlo dello sconfinato altopiano di ghiaccio che costi­tuisce il 95% della superficie della Groenlandia: li attende una discesa fino al mare ghiacciato e una traversata di 35 km fi­no al villaggio di Thule. Qui sono arrivati, nelle ore di luce notturna, tra il 27 e il 28 maggio, assai provati e con alcuni seri congelamenti alle mani.

Un record non voluto! – è stato il commento a caldo di Reinhold sulla loro impresa – È una delle spedizioni più belle della mia vita. Abbiamo potuto fare la traversata solo grazie ad un vento molto forte di sud ovest che ci ha costretti ad andature folli. Era l’unico modo per poter andare avanti, così camminavamo quat­tro ore di notte e poi stavamo a vela anche dieci ore, in bufere pazzesche e con temperature che ci hanno provocati dei congela­menti seri, anche se non gravi.

Polo Nord unsupported
Da Constantine Phipps che, nel 1773 e con due navi, raggiunse gli 80°48′ N a nord delle isole Spitzberg, fino all’oggi più tecnologico, le spedizioni al Polo Nord costituiscono una delle storie umane più affascinanti, dove dramma, coraggio, perseveranza e perfino menzogna coesistono inestricabilmente.

Negli anni ’90, due gruppi (per primi i due norvegesi Børge Ousland ed Erling Kagge, il 4 maggio 1990 da Cape Columbia) e infine un so­litario, lo stesso Ousland dalla Siberia nel 1994, hanno raggiun­to il Polo senza supporti esterni, facendosi però trasportare in aereo al ritorno.

Quindi, fino al 1994, nessuno era mai riuscito ad attraversare il Polo Nord senza supporto tecnologico (skidoo-aereo-nave), e la grande avventura ancora da dimostrare era attraversarlo senza supporti, cioè andata e ritorno by fair means, senza l’ausilio di cani, motoslitte e senza rifornimenti in­termedi.

Nel progetto di Messner, la traversata, lunga circa 2000 km, doveva iniziare dalle Shmidta I­slands, in Siberia, e concludersi a Cape Columbia (Terra di El­lesmere, Canada) dopo circa 90 giorni. Secondo lui nessuno aveva mai raggiunto il Polo Nord via terra tornandone con i propri mezzi, neppure Peary nel 1909 con i cani.

Le difficoltà sembravano praticamente insormontabili. Anche se il ghiaccio della calotta si sposta da est a ovest (Drift Ice), così favorendo una traversata da Siberia a Canada, l’Ice Pack si sposta, si muove e si spacca, formando dossi e crepacci difficilmente superabili. Ci sono salti, ci sono fessure gigantesche attraversate da acqua e sovente si possono trovare vere e proprie cascate di blocchi di ghiaccio alte decine di metri, perché il pack ha uno spessore variabile da 2 centimetri a 5 metri. Per questo è probabilmente il terreno più difficile del nostro pia­neta.

Nel periodo finale, in maggio, quando la temperatu­ra aumenta, sull’itinerario di marcia si creano canali di mare aperto. Quindi il periodo della partenza non può che essere in marzo, durante la notte polare (temperature anche sotto i -50°): dunque, tempo limitatissimo.

La slitta da tirare all’inizio pesa 150 kg a persona: questo rappresenta il massimo trainabile su terreno difficile. Diminuire il peso della slitta significa di­minuire le scorte alimentari già calcolate al minimo.

Partiti dalla base di Sredny (Siberia) il 7 marzo 1995, Reinhold e Hu­bert Messner si avvalgono del trasporto di un elicottero mili­tare per coprire i circa 200 km che li separano dalla fine del­la terra ferma e l’inizio dell’Oceano Artico.

Nel pomeriggio del 7 marzo i due lasciano Cap Artichevsky e ini­ziano la marcia lungo un fiordo ghiacciato, puntando a nord.

L’apparecchio satellitare Argos in loro dotazione segnala l’8 marzo un poco significa­tivo progresso di qualche km, unitamente ad un messaggio in codice relativo all’attacco di orsi bianchi.

Durante la seconda notte il forte vento del nord determina il movimento del pack verso riva: sono ore d’inferno in cui i due fratelli, sorpresi nella notte dall’improvvisa serie di fratture nel ghiaccio, cercano di spostare la tenda e il materiale in luo­go più sicuro. La temperatura di –42°, il buio, il vento vedono i Messner uscire dalla tenda con le sole scarpe da notte e trascinarla nell’unica direzione dove sembrava che le onde di ghiaccio scon­volto non andassero.

Nel tentativo di mettere in salvo gli sci, Hubert cade in acqua e riesce dopo pochi ma eterni secondi a uscirne. Diventa immediata­mente una corazza di ghiaccio ed è costretto a rifugiarsi nel sacco piuma in tenda, mentre Reinhold, saltando da un blocco all’altro, cerca di salvare anche la seconda slitta, in tempo per vederla stritolata sotto il crollo di una torre di ghiaccio.

Non c’è pace neppure in seguito: devono ancora spostare la tenda nella not­te, mentre Hubert lotta con il congelamento delle mani. È solo dopo un bel po’ di ore che, anche constatate le perdite di mate­riale, Messner ha il tempo di azionare la levetta dell’apparec­chio Argos per chiedere il proprio recupero.

I due sono prelevati alle 20 (ora locale) del 9 marzo 1995 e ri­portati alla base di Sredny.

In seguito, ben pochi sono stati i tentativi coraggiosi di dare realtà al progetto di Messner: fino al 2001, quando Børge Ousland riesce da solo nella traversata dalla Siberia al Canada in 82 giorni.

Il rispetto dell’ambiente e di se stessi
Ogni conquista ha in sé valenze di appropriazione, di violazione, valenze assolutamente antitetiche ed incompatibili con quel ri­spetto, quel “credo” profondo nella Natura e nelle sue forze (uo­mo compreso) che animano gente come Messner.

Le terre polari sono le più vaste regioni selvagge ed ancora in­contaminate della Terra. Per comprendere a fondo un ambiente in­tegro come quello, in tutta la sua completezza, pronti a subirne le relative conseguenze e in modo diretto non falsato da mediazioni estranee, bisogna confrontarsi, porsi sullo stesso piano.

Slitte a motore, cabine riscaldate, aerei e mezzi meccanici de­gradano l’ambiente ma con esso anche la nostra esperienza. La sensazione di dominare l’ambiente è solo illusoria. L’assenza dei cani è il decisivo taglio del cordone ombelicale, la civiltà è lontana anni luce e, quando anche il calore e il movimento anima­li sono distanti, a scaldare l’anima restano solo gli affetti più profondi.

La comprensione dell’ambiente esige una grande comprensione di se stessi. È questa una ricerca che solo pochi hanno osato spingere ai mondi più lontani e alle zone più inesplorate del proprio es­sere: così lontano che nessuno riesce a comprendere davvero quei pochi, ma solo intravvedere i bagliori che questi con fatica riescono a trasmettere.