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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3 (3-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

La pancia: l’istinto come arma positiva.
Nel gergo di tutti i giorni, noi parliamo tanto della “pancia” – cioè ascoltare la pancia; se per esempio tu vai ad arrampicare sabato, ma la tua pancia dice che c’è qualcosa che non va, cosa fai?
Qualche volta vado lo stesso, ma puoi essere sicura che allora non mi diverto! Non mi diverto per niente.

“Divertire” – ti ho beccato, ti sta bene, non volevi mica non usare questa parola? (Ride).
La pancia è l’istinto. Devi allenarti all’istintualità. L’istinto è un’arma che abbiamo, un’arma molto forte e positiva che tu hai per fare fronte all’io. L’istinto è proprio l’inconscio che hai dentro di te, che sei tu alla fine. Io sono, tu sei, noi siamo: ci sono delle parti che riconosciamo e delle altre che non riconosciamo. Le parti che riconosciamo sono le più forti. Questa è la mia convinzione di base. Che poi non sono certo io a inventarlo. Alla fine è una figurazione, è un modo per capirci, per cercare di capirci. La parte che non riconosciamo ogni tanto manda segnali che in psicologia sono stati riconosciuti come i déjà-vus, le visioni a occhi aperti, i sogni e anche le emozioni istintuali: in presenza di questi, non puoi non dirti: “un momento, sono avvertimenti che non so spiegarmi”. Non ti arrivano dal tuo io. Il tuo io dovrebbe registrare questi segnali e non gettarli come se fosse merda, cosa che normalmente invece fa. L’istinto è una delle forze, è una delle energie veramente positive.

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E con mistero cosa intendi?
Per mistero intendo semplicemente tutto quello che non sappiamo. Che è tanto. Portando la parola “mistero” al discorso iniziale della pervicace ricerca del proprio destino, questa ricerca è una continua e dolce, mite aggressione al mistero. Adesso, cara mia, pensiamo al mangiare. Cosa vuoi bere – del bianco o del rosso?

Sinceramente io normalmente a pranzo non bevo…
Ma oggi sei con me, dunque bevi e basta!

Va bene, capo! Tu avevi scelto quella strada della ricerca interiore. A partire dal ‘75. Ma poi ti sei messo con una donna che tu stesso hai detto che raffigurava il contrario, se ho capito bene. Questo per salvarti?
Sì. Per salvarmi, ma non ho agito coscientemente, è ovvio. Ma se m9i guardo indietro non può che essere stato così. Ci sono delle persone che ti riportano con i piedi per terra. E Bibi mi ha riportato con i piedi per terra facendo due figlie con me, che non è roba da poco… E Guya mi ha riportato con i piedi per terra in un altro modo ancora. Mi hanno riportato entrambe con i piedi per terra, ma non è che io fossi chissà dove, semplicemente avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a non esagerare – non mi fa tanta paura il pericolo, l’entità del pericolo, quanto come lo affronto; cioè non ho paura del pericolo in se stesso bensì del fatto di non esserci preparato a sufficienza. E se qualcuno mi aiuta, non è che mi fa schifo!

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Ma da questo potrei dedurre che tu hai una fottuta paura della morte?
Non credo di avere più paura degli altri, ce l’ho né più, né meno degli altri. Non mi sembra di avere una paura fottuta della morte, credo di avere una paura normale. So che succederà, vediamo di farlo succedere il più tardi possibile, come penso che miliardi di persone pensino. Il momento del passaggio, quello sì, penso che faccia paura – il passaggio da uno stato all’altro.

(Riscalda un avanzo di risotto, accompagnato da un bicchiere di rosso.)

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La ricerca dell’equilibrio. I sogni.
La ricerca dell’equilibrio. Facendo un ritratto di te, si potrebbe intitolarlo qualcosa come “il sottile equilibrio tra dentro e fuori”? È un concetto importante, l’equilibrio, per te, vero?
Sì. Tra il dentro e il fuori va abbastanza bene. È una visuale che sento mia. Con il tacere che dicevo prima, parlando metti un piede di qua e uno di là e si va a perdere quest’equilibrio. Puoi anche parlare del sottile equilibrio tra la mia coscienza e la mia incoscienza (intesa ovviamente come inconscio).

Avendo trascritto così tanti sogni – oltre 2000 – ti aiuta?
Tu perché mi hai parlato di sogni violenti che hai fatto tu?
(Si riferisce a una parte di conversazione qui non riferita).

L’intervistatrice, Christine Kopp
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Perché non ci avevo più pensato prima, sapevo di aver sognato quello che ho sognato prima della morte di mio fratello – quando poi è veramente morto, è stata una cosa molto potente. Sognavo che lui moriva, o assassinato o in un incidente, comunque sempre una morte violenta. Mi ha impressionato. Ovviamente mi sono anche chiesta quanto era una premonizione della sua morte o quanto io volevo che accadesse.
Per me nessuna delle due. I sogni sono uno strumento che riguarda esclusivamente noi stessi. Quindi non vedo come si possano applicare a quelli che ci stanno attorno, non può esserci premonizione di cose che riguardano altri individui. A maggior ragione per “il quanto volevi che accadesse”.

La tua prima osservazione è: mi si offre la visione della futura morte di mio fratello. La seconda è: voglio che succeda. Secondo me nessuna delle due è il significato del sogno. Perché se vuoi ci sono delle biblioteche intere di Freud, Jung, ecc. che te lo spiegano… Solo la cabala napoletana pretende cose del genere… Psicanalisi e psicologia analitica dicono altre cose. L’interpretazione del sogno non va mai nel senso di prevedere il futuro.

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Il sogno è una fotografia della tua situazione interiore, dove però le figure che noi utilizziamo pittoricamente – uomini, donne, mamme, figli, sconosciuti – di solito hanno delle precise funzioni. Per esempio in genere se tu sogni una donna, un’amica o anche no, queste figure femminili rispecchiano esattamente quello che è il tuo inconscio. Sognare invece la figura di un fratello o di un uomo per te è in genere la rappresentazione di quello che Jung ha chiamato “l’animus” (“anima” nel caso un uomo sogni una donna). Animus e anima sono la rappresentazione della parte inconscia più profonda, quella “collettiva”.

I fatti che il sogno ti racconta sono messi lì non perché avvenga la morte, ma perché avvenga una rinascita (come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto). Se pensi in termini di rinascita, e non di morte, cambia tutto perché in effetti sognare che tuo fratello morisse non ha nulla a che fare con tu fratello vero ma con la figurazione che ti stai facendo (aggressiva) del tuo inconscio collettivo. Penso che la tua necessità di uccidere questo inconscio collettivo sia il frutto di come sei stata educata. Il conscio collettivo (come dire l’ego collettivo) reprime l’inconscio collettivo esattamente come tutti tendiamo a fare a livello individuale. Lo vuole uccidere, schiacciare. E il conscio collettivo è tutto l’insieme di credenze, di condizionamenti della società che hai in te, anche e soprattutto l’autorità. Condizionamenti che ci sono senza che tu te ne accorga, di un’intera società. È vero che la società svizzera è diversa per esempio da quella italiana. E queste differenze sono proprio date da condizionamenti che vengono dalla nostra storia. I condizionamenti consci vengono dalla società civile, te li insegna, “la forchetta devi tenerla così”; nel caso dei sogni con tuo fratello parliamo invece del conscio collettivo, quei condizionamenti che non sono riconducibili alla tua educazione ma al fatto che sono ben presenti in una società e in una cultura.

Stiamo parlando, nel tuo caso, di tutto ciò che la maschilità in senso generale possa rappresentare. La caratteristica violenza significa che c’era nel momento del tuo sogno un grosso contrasto tra il fatto che tu eri spettatrice di qualche cosa che andava verso una fine violenta e la tua necessaria e futura presa di posizione. Violenza ripetuta e ripetuta, come se fosse un’esigenza. Quello che viene sottoposto al sognatore, è l’esigenza del sognatore, non l’esigenza di altri.

La tua esigenza, in quel momento, era che ti si creassero delle condizioni per cui tutti questi tuoi condizionamenti determinati dal tuo non-essere maschile potessero in qualche modo essere eliminati.

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Non c’entra niente tuo fratello, dimentica tuo fratello: la tragedia era raffigurata per farti capire che tu volevi troppo bene a questi condizionamenti, che invece dovevi eliminare. La tragedia era per questo, questo era il significato del sogno. Dimentica che fosse lui, perché lui non c’entra. Lui era la rappresentazione del tuo inconscio collettivo, e quando si hanno dei sensi di aggressività verso l’inconscio collettivo in questo modo, da farlo morire nei sogni, sei oltre un certo gradino, vuole dire che stiamo esagerando nella repressione. Ti posso fare un elenco di cose contro cui mi sono ribellato o vorrei che la gente si ribellasse, per esempio contro la superficialità che io condanno e che vedo molto tipica degli italiani.

Io non so per quale motivo sei venuta in Italia. Un individuo che lascia un paese, un posto… un motivo c’è. Io sono stato per 20 anni a Genova, poi sono venuto a Milano. Dovevo farlo! Per fortuna l’ho fatto! Dovevo andare in un’altra città, dove io potevo esercitare meglio quelle che erano le mie tendenze che nella città dove ero nato non potevo fare. E lì c’è stato anche da parte mia una ribellione contro quello che era stato sia il conscio collettivo dei genovesi, che è una cosa allucinante, sia anche l’inconscio collettivo. Una volontà di andare fuori. Non sono mai arrivato a sognarlo, anche perché l’ho fatto abbastanza presto.

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Tu avevi sorelle o fratelli?
No, ero da solo.

Sai, è interessante. Ho fatto la maturità con il latino. L’italiano era una materia facoltativa, ma avevo già troppe altre lingue, tra cui il russo facoltativo, e non mi lasciano fare anche l’italiano. Fatta la maturità sono andata subito di mia volontà in Italia, a Firenze, per fare un corso di italiano. Sapevo già di voler fare la scuola per traduttori con l’italiano. (L’unica cosa che sono riuscita a fare prima era frequentare un corso facoltativo sempre sulle novelle di Giovanni Verga – ho cominciato con Verga…). Dopo ho fatto la scuola per traduttori, ho fatto anche sette mesi a Bologna. Ho cominciato a lavorare, ma per anni l’italiano non era importante. Poi, molti anni dopo, per lavoro ho conosciuto Lecco e Natale Villa e mi sono trasferita qui. E adesso sto con Eugenio in Valsassina. E pensa che già mio nonno materno, che io non ho mai conosciuto, aveva lavorato in Italia, a Barletta, prima della prima guerra.
Una delle cose più potenti dell’inconscio è la lingua. È un serbatoio gigantesco, quasi infinito di sensazioni, emozioni, ecc. che possiamo definire inconscio. Siccome tutte le parole nelle varie lingue sono diverse e quindi anche i contenuti. Quando una parola come te sente il desiderio di…

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… volevo proprio un’altra lingua, cercavo un’altra lingua!
… avevi bisogno di uccidere la tua lingua, veramente, parliamo a livello raffigurato, ovviamente, per rinascere in un’altra lingua. E non mi stupirei se fossero abbastanza simili i due periodi. Pensaci tu.

Un’altra cosa interessante è che la mia passione sono sempre state le lingue (e i fiori – ma fare un mestiere con i fiori non sarebbe valso abbastanza nella mia famiglia). Poi una cosa stranissima è che io sono cresciuta a Berna e so parlare il dialetto bernese, che è un dialetto forte e ben distinto. Ma casa e in famiglia parliamo il lucernese, visto che i miei vengono da Lucerna. Adesso quando parlo con bernesi o vallesani (che sono abbastanza vicini come dialetti a quello bernese), faccio un mix stranissimo tra bernese e lucernese e mi da molto fastidio. Con gente da Lucerna verso Nord e verso Est parlo il lucernese e mi sento bene, ho la mia identità. Invece quando parlo quel mix strano non sento una mia identità; ma non riesco neanche a parlare solo il lucernese, cioè quella che è la mia madre lingua vera. Mi adatto, a metà, ma mi fa stare male. In italiano questo problema non ce l’ho, mi sento “una”, con un’identità, che tra l’altro sarà un po’ diversa di quella primaria, svizzera.
… un’altra identità, sradicandoti dalla tua identità svizzera…

Infatti, sono anche andata abbastanza in crisi per questo. Chi sono? Chi sono in Italia, in Svizzera? Quali sono le mie radici?
Hai presente gli arancioni – vestiti di arancione, andavano in giro danzando, ora ci sono i seguaci di Osho… Io capisco perfettamente l’ansia di un individuo che non si riconosce più (o non a sufficienza) nella propria religione, quella in cui è cresciuto. E che in qualche modo cerca istintivamente un’altra via. Allora viene a contatto con queste religioni orientali, ecc. e ne rimane affascinato. C’è chi le abbraccia rimanendo quello che è, quindi senza esagerare, e c’è chi le abbraccia andando in giro a chiedere l’elemosina, suonando il sitar. Questo è il casino che dicevi tu. L’abbandono delle tue radici non va bene. È qualcosa da evitare.

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Ma forse non sapevo neanche bene dove e cosa erano le mie radici! Il discorso è che come dici tu, dovevo andarmene, forse; poi, certo, le radici svizzere ci sono, in una serie di cose, di condizionamenti, forse volevo combattere i condizionamenti trovandomi altre radici. Nnon sono più così convinta che uno ce le ha solo dove è nato, ecc. Una parte sì, certo. Ma forse dopo tutto puoi mettere altre radici, come le piante, come certe piante. Certe non puoi trapiantarle, morirebbero. Altre ti fanno altre radici, puoi anche tagliare un ramo e questo cresce e fa radici in un altro posto!
Abbandonare le proprie radici è molto pericoloso perché ti espone a una serie di disadattamenti improvvisi dove ti chiedi “ma chi sono io”. Nello stesso tempo però tu sai perfettamente che dovevi andare. Allora era l’uccisione per la rinascita. Questo è il discorso. Io non vorrei abbandonare mai completamente le mie radici genovesi, sono per me una sicurezza che c’è un senso, sono un po’ utilitarista in questo senso.

In casi come noi, certo, vai via, capisci l’importanza del posto da dove vieni, questo non lo nego. Io sono svizzera…
… ma tu per esempio ridi delle battute che fanno a Lucerna? E anche di quelle che fanno a Lecco?

Ma certo!
Questo è importante. Ridere non è razionale. È la traduzione dei nostri contenuti. La cosa che dovresti andare a vedere un po’ è capire quelli che sono stati i periodi importanti… Il primo amore, il secondo amore… Sono sempre gli stessi che girano.

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Certo, lo faccio continuamente. Oggi i sogni li contempli ancora? Li trascrivi ancora?
No, anche perché effettivamente sogno di meno. E i sogni che faccio non hanno quella potenza che invece avevano gli altri. Il trascriverli non è un’operazione così semplice – devi essere attrezzato, aver il libricino pronto, ecc. L’ultimo che ho trascritto sarà di quattro, cinque anni fa. Infatti, non ne sento più il bisogno. Magari li ascolto abbastanza per non avere la necessità compulsiva di trascriverli per poi poterci pensare. Prima li scrivevo perché era talmente forte la voglia di prevaricazione del mio io che di certo li avrei cancellati, non me li sarei più ricordati. Adesso questo non c’è più, quindi non c’è bisogno di scriverli. Anzi non ho neanche più bisogno di ricordarli.

Ma ti ha aiutato?
Certo. Ho fatto anch’io il mio percorso. Ho fatto tre anni di psicanalisi che è stata una delle più belle cose che ho mai fatto. Non per cura, ma per mio volere. E quindi mi è servito eccome. Era in questo periodo che cominciavo a capire come agiscono queste forze e l’insegnamento è stato quello di non rifiutarle. Neanche le più cattive. Sono convinto che più vuoi cancellare, rifiutare, più saranno violenti questi sogni. Cioè più è forte quest’azione di compressione, più i sogni saranno violenti perché c’è urgenza da parte del sogno di farti capire che la situazione è drammatica. Più una cosa nel sogno come emozione o colori è forte, più c’è bisogno dentro di te che questa cosa vada presa sul serio. È abbastanza semplice. Quando salgo sul tram e sento parlare una persona qualunque, che magari dice cretinate ed è antipatica, la prima cosa che penso è che sono proprio quelle le situazioni che io cerco di schiacciare; la presenza di questa persona è la rappresentazione concreta di questo mio atteggiamento che dovrebbe essere corretto. Così la giornata non è mai noiosa, anche gli eventi più banali diventano significanti!

… la classica proiezione…
Sì. La giornata che si svolge, da quando ti svegli, poi fai una telefonata, incontri delle persone, ecc., tutto questo turbinio di parole, di fatti che ti capitano puoi benissimo dimenticare tutto, puoi benissimo lasciare stare, ma sarebbe sprecato. Perché tutto quello che tu vedi attorno a te, secondo me, è importante e arriva anche a delle azioni correttive – per esempio tra me e Guya c’è un continuo e scherzoso dibattito su cosa significa avere un gatto in casa. Da una parte io dico per scherzo che è una grandissima rottura di coglioni… Lei sa benissimo che io scherzo, che voglio bene al gatto. Però possono esserci delle cose anche più serie; per esempio lei tende a personificare oltre ogni limite attribuendo anche qualche intelligenza al gatto che io dubito che abbia. Lei mi dice “guarda come ti tocca con questa zampa”, io tendo a non dare importanza a questa cosa, ma so che questa zampa ha la sua importanza, succede che faccio un po’ di correzione, a quel punto essere toccati con quella zampa è una manifestazione di affetto, mentre se non ci fosse nessuno a fartelo notare, mi perderei qualcosa. Ecco perché ti dico che forse la terza moglie è la più semplice, perché sono queste le semplicità di cui sto parlando e di cui ho bisogno. C’è indubbiamente più attenzione a certi particolari.

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Ma con lei parli di alpinismo, del tuo blog?
Lei fa la parte di quella che mi tiene un po’ con i piedi per terra. Da una parte una, due volte sono andato da lei e le ho detto “guarda cosa ho scritto” ed era la cosa più polemica, contro quello, contro questo, allora lei mi ha risposto “vedrai che ti arriverà qualche querela!”. “Ma che cazzo dici, ma pensa te!” Dopo invece ci pensi e le dai ragione. Se invece è una cosa troppo tecnica di alpinismo, allora lascio perdere. Lascio abbastanza al caso. Forse tempo fa avrei voluto che lei leggesse per esempio il post sulla “pervicace ricerca del destino”, in realtà non l’ha letto – magari l’ha letto per conto suo, ma non credo. Lei è piuttosto insensibile a certe cose, ha il suo equilibrio, non è portata a questa ricerca, anzi, evidentemente è portata ma non lo fa. Altrimenti non starebbe con me, e io lascio stare. Il fatto che piaccia a me dividere il pelo in quattro non è che lo debbano fare tutti. Tranne magari quando stiamo parlando di problemi di qualcuno, in famiglia, di amici, e una volta lei mi chiamava continuamente “il piccolo Jung”… (Ride).
Lei ha questa abilità di dissacrare, dissacra tutto, mette tutto un po’ sul ridere. E questo è bello, a me piace.

Ti dà anche la giusta leggerezza dell’essere, se no ci perdiamo…
Per cui cercare di convincerla o comunque metterla davanti a dei contenuti che so già che non la interessano, non vale la pena. Ecco perché non c’è questo scambio. C’è in altre forme, e va bene così. Non spingo. Lo stesso con le mie figlie. Ogni tanto vedono cosa ho scritto, mi chiedono “tu ti sei occupato di questo?”… Ho imparato a non spingere, all’inizio magari lo facevo.

Normalmente si ottiene poi il contrario, se uno lo fa…
Esatto. Cosa vuoi sapere ancora, cosa ti sta a cuore?

Allora, guardiamo l’orario. Sì, facciamo ancora una mezz’oretta. Sono senza macchina a Lecco, quindi dovrei prendere il treno delle 17.20.
Se sei venuta in treno è proprio perché qui dovevi venire senza auto, la tua essenza e basta. Nuda, senza orpelli.

La libertà non c’è senza limite.
Un discorso che non abbiamo ancora fatto è quello sulla libertà. Il fatto che la libertà non c’è senza limite, un concetto che ribadisci più di una volta. Libertà non è anarchia.
Libertà non è anarchia e non è neanche la libertà del bambino che fa quello che vuole. Il significato della parola libertà ha significato solo dentro determinati contesti. Il contesto delle scelte, appunto, che devi fare. Se non hai fatto scelte, non hai libertà. E le scelte le fai ponendoti dei limiti.

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Ma il tuo alpinismo dopo aver cominciato la ricerca interiore, e lo dici tu stesso, non è stato più così estremo… Ma oggi vai ancora in montagna. Cos’è ‘sta montagna per te? È un ambiente per te necessario per la sopravvivenza, è la passione, cos’è?
È vero che vado sempre tanto in montagna, ma è anche vero che l’età aumenta e determinate cose non le posso più fare. Non ho più l’energia, ma neanche più la voglia di farle, anche se mi piacerebbero ancora. Le ho fatte. La montagna quella della quota, della neve, dell’inverno – ho parlato della solitudine, ecc.: no, basta. Poi adesso ho anche un po’ di problemi di equilibrio, per cui non vado neanche più a sciare. Quindi anche quello è abbandonato. Quello che faccio sono salite su roccia, su mezza montagna o falesia, non proprio montagna montagna. Vado dove c’è poco da camminare, dove non c’è tanta discesa, sempre per il problema dell’equilibrio, camminando faccio fatica, mentre non faccio fatica ad arrampicare. Detto questo, avendo un po’ delineato cos’è la mia attività – magari si svolge anche sul difficile, ma comunque sul difficile protetto, vedo che il resto lo sto limitando, preferisco ad andare sul difficile protetto, anche se un po’ mi dispiace.

Se non ti limiti, l’io si potrebbe gonfiare…
Esatto. Comunque. Mi piace l’ambiente, mi piace però anche l’ambiente della campagna, non necessariamente deve essere verticale. Il fatto di andare sul verticale che cosa mi dà? Mi dà il modo di vedere anche che grado faccio in più o in meno di un anno fa, di tre mesi fa, di sei mesi fa; lo guardo e lo vedo, questo sì. Ma lo faccio più che altro per indagare il modo in cui lo faccio. Per me è la prova del nove per capire se il mio procedere nel mio cammino, nella mia pervicace ricerca del destino, sta andando nella direzione giusta o se invece sta andando nella direzione sbagliata!

E se va nella direzione giusta, cosa vuol dire?
Me ne accorgo. Se tu in quei dieci minuti di un tiro di corda o in quelle tre ore di una via vedi che li fai bene, non mi esalta dal punto di vista che li ho fatti bene ma dal punto di vista che vuol dire che io sto bene. Il fatto che sto bene mi fa procedere ulteriormente sulla strada della ricerca. Per me è letteralmente una prova del nove. Ogni volta. Con risultati non sempre univoci… Per esempio quando ci siamo incontrati l’estate scorsa al Gran Sasso ero in una fase nella quale dovevo assolutamente stare fermo. Sono arrivati anche degli amici che volevano andare assieme a me in montagna, ho detto no, sto con Guya; già vado tutto l’anno per i cazzi miei, questa volta sto con lei, non mi va di lasciarla da sola. E ho fatto bene. Quando siamo tornati si è spaccata la macchina, il gatto quasi ci lascia le penne, scena da incubo… Poi dopo a Briançon mi sono rotto il naso. Lì era chiaro ed evidente che dovevo stare fermo. Guarda caso dopo ho scoperto che c’era un problema con la tiroide; il malanno fisico è comunque importante – curiamolo, nel momento in cui tu ti sottoponi alla cura tu stai ritrovando il passo giusto della ricerca.

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Come quando mi sono spaccata il ginocchio e mi sono detta devo rallentare, andavo troppo in fretta. E fino a oggi è una parte del mio corpo che mi fa capire quando devo rallentare. Oggi comincio ad ascoltarlo di più. La mia testa, il mio io magari vorrebbero fare di più e vorrebbero che io fossi più brava – invece il corpo mi frena… Ho sempre chiesto tanto da me, anche perché hanno sempre chiesto tanto da me.
Lo spirito competitivo che ci ossessiona sono sempre più convinto derivi dalla civiltà in cui sei cresciuto, però in fine su che cosa si appoggia? Tu prima hai detto una cosa molto bella: “hai dell’affetto quando sei brava”…

Più estremo ancora; nella mia testa c’è stampata la frase “ti amiamo se tu sei brava”.
… quando sei brava, ti amiamo; questa secondo me è follia pura. Abbastanza spesso è vero che l’amore che c’è in una famiglia non viene fuori se non c’è risultato, la bravura di un figlio. Mi sembra delirante…
Dunque è nella competitività che risulta esserci trasmissione tra padre e figli.
La competitività non è una cosa che dobbiamo buttare via in sé, però appunto dobbiamo stare attenti che questo dono non superi se stesso o meglio che noi a questo dono non attribuiamo valenze che farebbero ingigantire il nostro io. Se ci riusciamo, il dono del senso competitivo rimane una cosa positiva.

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Il segreto del secondo campanile

Il mistero del secondo campanile

Chi, incuriosito dalle montagne della Moiazza, non fosse interessato a questo racconto, cioè a come si è risolto un piccolo mistero, bensì semplicemente volesse avere informazioni sulle vie che solcano la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, vada a cuor leggero a consultare la nuova guida Moiazza (Idea Montagna, 2011) di Stefano Santomaso: vi troverà la situazione reale, il risultato di una lunga indagine (35 anni).

Tutto incominciò osservando con attenzione una fotografia del versante occidentale della Moiazza, quando passavo molto del mio tempo a caccia di possibili prime ascensioni su pareti significanti ed espressive.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani (Moiazza)
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Era l’aprile del 1974, con Flavio Ghio, di Trieste, e Giovanni Favetti, di Milano, avevamo appena salito due importanti pareti, la Est della Seconda Pala di San Lucano e la Sud della Quarta Pala di San Lucano. Sarà stata fortuna, però per me non è mai stato normale fare due prime ascensioni di 1400 metri l’una nel giro di una settimana… e con due bivacchi… e in aprile, una stagione certamente non del tutto canonica.

Davvero gasati per quei due successi, la settimana dopo Giovanni ed io eravamo di nuovo in zona. Stavolta cercavamo una parete un po’ più breve, non esposta a nord per via della neve e che non richiedesse ore e ore per andare all’attacco.

La parete sud-occidentale del Campanil dei Zoldani, alta quasi 600 metri, mi era sembrata perfettamente rispondente a ciò che desideravamo, qualcosa di abbastanza lungo che però desse la possibilità di essere risolto in giornata.

Partiti da Milano con comodo in tarda mattinata di sabato 20 aprile, arrivammo con piacevole cammino nella poca neve al Rifugio Carestiato. Era l’imbrunire, non ci aspettavamo di trovarlo aperto, però almeno speravamo in un locale invernale che invece, con nostra grande costernazione, scoprimmo non esserci o comunque essere chiuso.

Dopo una cena frugale ma calda e dopo l’ultimo tè, spegnemmo il fornellino e ci rassegnammo a bivaccare lì fuori, senza sacco piuma. Se avessimo saputo della non esistenza del ricovero invernale avremmo potuto partire un po’ prima e dunque avvicinarci di più verso l’attacco. Tanto, dormire fuori per dormire fuori…

La notte non fu terribile, comunque, anche perché ancor prima della luce la interrompemmo per la colazione e per la partenza verso la Forcella del Camp, oltre la quale finalmente potemmo vedere il versante occidentale in tutta la sua magnificenza.

Impegnarsi su una parete di 600 metri senza averla mai studiata se non in fotografia non è il massimo di tattica intelligente. E quando poi si è all’attacco non è che si possano avere le conoscenze giuste, perché tutto è come al solito distorto dalla prospettiva.

Devo anche dire che, a distanza di 31 anni (scrivevo questo nel 2005, NdR), non ho ricordi così nitidi su questa avventura, solo qualche flash di memoria qua e là. E se posso scrivere questo racconto è perché fortunatamente già il lunedì seguente (è datata) mi ero scritto la relazione tecnica della salita. Da appunti presi posso anche dire che attaccammo alle otto di mattina precise e che alle 15 eravamo in vetta. La non difficile discesa ci portò in breve al Rifugio Carestiato, dove raccogliemmo le nostre poche cose lì lasciate, per metterci in viaggio e raggiungere Milano la domenica sera a un’ora abbastanza decorosa.

La seguente relazione però rimase nascosta tra le mie carte per 31 anni, ed è un miracolo che sia sopravvissuta a una decina di traslochi e a qualche inevitabile repulisti.

Campanil dei Zoldani 2398 m parete sud-ovest, Giovanni Favetti e Alessandro Gogna, 21 aprile 1974, ore 7. Si attacca in corrispondenza di uno sperone grigio, il punto più basso di tutta la parete. Attaccare un diedrone, dopo 5 m (III+) uscire sulla parete di sinistra e superare una fessura per 15 m (VI-, 3 passi di A1, 3 ch). S1 su piccoli gradini. Continuare nella fessura, ora diedro, per 30 m, evitando l’ultimo strapiombo a sinistra (IV e V). S2 su buona terrazza. Attaccare un diedro strapiombante (V+, A1, 1 passo di A2) e uscirne dopo 20 m. Superare la successiva fessura (IV+) fino ad un buon terrazzo. S3. Obliquare a destra (II, III-) 40 m. S4. Con tre lunghezze superare tutto il diedrone obliquo a sinistra (arrampicando sulla faccia di sinistra, III, 1 passo di IV). Raggiungere una fessura-camino strettissima. S7. Superare la fessura-camino (recuperando gli zaini) per 7 m (faticoso, IV). S8. Continuare nel camino obliquo un po’ a destra 40 m (III e IV). S9. Obliquare a destra per cengia ad altro diedrone. S10. Superare il diedrone e le rocce a destra che seguono (35 m, IV con 3 passi di V). S11. Continuare nel camino per circa 30 m (IV e V), uscire a destra (chiodo) prima dei gialli (V-) e superare la fessura obliqua a destra (IV) fino a rocce più facili vicino ad una forcellina. S12. Continuare ora facilmente verso un grande camino a sinistra e salirlo (IV l’ultimo passaggio). S14. Tendere a sinistra e mirare ad altro camino, superandolo interamente (III, III+). S16. Traversare a destra su cengia ascendente (I). S17. Girare lo spigolo sud e salire facilmente alla vetta, 50 m.

Convinti dunque di aver scippato la terza «prima» del mese guardavamo già ad altre realizzazioni, come ad esempio la Sud della Palazza nei Monti del Sole (che poi salii il 19 e 20 maggio con Carlo Zonta e Francesco Santon), oppure la Sud-ovest del Ciglione Occidentale del Pelmo, che tentai con Favetti e Ghio ai primi di maggio: dopo un bivacco nella neve sulla Cengia di Grohmann il giorno dopo non riuscimmo per il cattivo tempo a progredire di un gran che. Era però una via davvero meravigliosa che poi fu vinta in tre giorni (dal 15 al 17 settembre 1977) da Franco Miotto, Riccardo Bee e Giovanni Groaz.

Convinto, dicevo, del successo del Campanil dei Zoldani, quale fu la mia sorpresa nel leggere sul numero di settembre dell’allora mitica rivista tedesca Alpinismus la notizia che due triestini della XXX Ottobre, Roberto Priolo e Tullio Ogrisi avevano già salito la stessa parete il 21 giugno 1970!

La notizia era scarna, ma poi fu confermata dalla rivista Alpi Venete che, a pag. 179 del numero di autunno-natale del 1971, riporta la stessa nota, dalla quale si evincono anche un tempo impiegato di 7 ore, difficoltà di V con passi di V+ e un uso di 8 chiodi oltre a quelli di sosta.

Sulle prime lunghezze della via Piccolo Denver
MisteroSecondoCampanileprimiTiriPiccoloDenver

A questo punto mi fu chiaro che sostanzialmente avevamo percorso quasi lo stesso itinerario, data la coincidenza di un simile uso di chiodi e di un orario perfino uguale. Forse le nostre difficoltà risultavano leggermente superiori, ma questo poteva essere attribuito alla possibile maggior valentia dei triestini, o comunque al modo diverso di graduare le difficoltà, o magari ancora alla stagione differente (giugno invece di aprile). In ultimo c’era anche la probabilità di qualche variante da parte nostra un po’ più diretta (per esempio nelle prime lunghezze).

Tutte queste erano ipotesi. Devo anche aggiungere che non credo di essere poi così fanatico nel raggiungimento a tutti i costi di prime o prime con varianti dirette o altre cose del genere. Ho sempre valutato questo genere di ambizione abbastanza puerile, mentre ciò che mi ha ogni volta interessato è la verità, e soprattutto il mistero che si crea a volte fitto con la scarsa informazione. Curiosità dunque, non ambizione.

La questione rimane assopita per decine d’anni, fino all’uscita recente della guida alpinistica di Stefano Santomaso sulla Moiazza. Questa mi capita casualmente tra le mani nella più bella libreria di Torino: subito mi ricordo del delle mie vicende al Campanil e vado a sfogliarla alla ricerca di come l’autore abbia trattato la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani come appare nella guida Moiazza (2003) di Stefano Santomaso, oggi esaurita. 18=Rampa dei Bellunesi; 19=via Piccolo Denver; 20=via Bien; 21=via Angelina alla Terza Torre del Camp. Come si vede, non compaiono né la via Gogna-Favetti, né la via dei Triestini
MisteroSecondoCampanileDisegnoSantomaso0003

Santomaso le dedica 7 pagine (di cui 3 a schizzi, 2 a foto e 2 di testo). Decido perciò di comprare subito la guida per potermela studiare con comodo a casa.

Anche questa monografia non riporta la relazione originale dei triestini, pur citandoli (un nome è leggermente storpiato). Ci sono invece ben descritti tre nuovi itinerari, con tanto di schizzo tecnico e tracciato su una buona fotografia.

La Rampa dei Bellunesi, di Piero Sommavilla e Renato Mosena, è del 1970 (che giorno?), ripetuta poi da Eugenio Bien e Fausto Todesco nel 1975 e in seguito una volta ancora. È un itinerario che sale la parete molto a sinistra e patisce della qualità cattiva della roccia nella parte alta: guardando il tracciato, escludo subito di averlo percorso.

La Piccolo Denver è di Stefano Santomaso, Stefano Conedera e Paolo Zasso, del 1992, con una seconda salita di Daniele Costantini e Giuseppe Vieceli nel 2000. Un bellissimo tracciato che supera direttamente il grande muro centrale, quindi anche questo da escludere se si vuole tentare di ritrovare le nostre tracce o quelle dei triestini.

La Bien è di Eugenio e Renato Bien, nell’anno 1974 (che giorno?), ripetuta da Stefano Santomaso e Stefano Conedera nel 1990. Il tracciato sembra seguire una linea di minor resistenza ma abbastanza centrale. Attacca a destra del precedente, ma poi lo incrocia per andare a salire una rampa assai friabile a due terzi di altezza. Giudico subito che, anche in base alle difficoltà riportate, potrebbe essere questo l’itinerario più logico e quindi quello da noi scelto in precedenza (e con ogni probabilità anche dai triestini).

Roberto Priolo e Tullio Ogrisi, 21 giugno 1970
MisteroSecondoCampanileRobertoPriolo-TullioOgrisi21-06.1970

Inizia dunque la febbrile ricerca della mia relazione tecnica, che non ricordavo neanche se avevo scritto: mi sembrava però assai poco probabile non averlo fatto, visto che la ritenevo una prima ascensione.

Dopo un’ora di impegnativa ricerca in mezzo ai miei 200 metri lineari di libri e riviste che ho a casa (+ appunti e quaderni), finalmente ho lo strumento in mano che mi permette un confronto.

Ed è a questo punto che possiamo veramente parlare di mistero del secondo campanile, facendo riferimento al primo, un articolo da me pubblicato su Alp nel 1986 sulle vicende misteriose che accompagnarono la salita di Severino Casara sul Campanile di Val Montanaia: vicende che ancora oggi sono ben lungi dall’essere chiarite, anzi stiamo assistendo a un ritorno in auge della probabilità che Casara non abbia mentito per nulla!

Roberto Priolo
MisteroSecondoCampanile-RobertoPriolo

Questo mistero del secondo campanile non presenta le tristi tonalità di calunnia o menzogna che purtroppo il primo offre in abbondanza da 80 anni. Siamo di fronte semplicemente ad una carenza di informazioni che non ci permette di collocare al proprio posto le varie caselle di storia. Il mistero non riguarda la veridicità di quanto affermato dai diversi attori, ma riguarda l’integrazione delle scarse informazioni in un’ipotesi descrittiva che sia fondata e ragionevole.

Con la mia relazione in mano sono andato a cercare riscontri sulla Bien e ho potuto concludere con buona approssimazione che Favetti e io abbiamo attaccato più direttamente e più in basso, i Bien abbiano seguito la nostra stessa rampa-diedro, nonché la successiva fessura-camino faticosa e stretta e ancora il camino successivo. La nostra S9 dovrebbe coincidere con la loro S7. Qui i due percorsi si separano, la Bien tende a sinistra, noi andiamo appena a destra, per salire poi per itinerario autonomo e a destra della parte finale della Piccolo Denver.

Sarebbe anche da chiarire in che data esatta sia stata salita la Bien nel 1974, (errato nella pubblicazione, dove è scritto 1970) anche se ritengo improbabile un’anteriorità al 21 aprile.

A questo punto sarebbe bello che i triestini leggessero queste righe e intervenissero nell’informazione, per chiarire definitivamente la storia di questa bella parete. Così non ripeteremo le inesattezze e le approssimazioni che già si sono verificate altrove (un esempio che mi viene in mente è la Ovest del Sasso d’Ortiga).

Giovanni Favetti sulla Quarta Pala di San Lucano, prima ascensione della parete sud (1974)
giovanni favetti su 4a pala san lucano, parete sud

A questi interrogativi rispose lo stesso Eugenio Bien, con una mail del 4 luglio 2005:
Caro Gogna, ho letto il tuo bell’articolo su Dolomiti Bellunesi, e subito mi si sono chiarite alcune cose che da diversi anni non riuscivo a collocare nella loro giusta veste.
Prima di esporti le mie considerazioni ti devo però confessare che sono rimasto felicemente sorpreso nell’apprendere che agli inizi degli anni Settanta la tua attenzione si fosse rivolta a questo meraviglioso versante ovest della nostra Moiazza, anche perché, per noi iniziati all’alpinismo, le tue realizzazioni sulle Pale di S. Lucano e tante altre ti ponevano ai nostri occhi come un mito dell’alpinismo.
Ricordo i tuoi Galibier che subito comprai e che ritenni subito estremamente confacenti anche per l’arrampicata libera che ancora con conosceva l’uso delle pedule di arrampicata.
A tutt’oggi non sono ancora riuscito ad avere la relazione della via effettuata da Priolo e compagno nel 1970 e della quale io ho avuto notizie attendibili per la prima volta all’inizio degli anni Novanta. Questo fu quando Piero Sommavilla con Giovanni Angelini si erano impegnati con il CAI-TCI nella stesura della guida Civetta-Moiazza (che non fu mai portata a termine). Ricordo abbastanza bene che Sommavilla mi diceva che il loro itinerario passava attraverso il grande placcone centrale che suppongo leggermente a destra della via Piccolo Denver di Santomaso, Conedera, Zasso. La mancanza della relazione di Priolo con relativo schizzo pertanto non mi permette ancora di collocare le verità storiche di questo meraviglioso Campanil dei Zoldani al posto giusto. Io ho percorso la mia via il 15 agosto 1974 in 11 ore di arrampicata incontrando le difficoltà che ben tu hai potuto constatare sulla guida di Santomaso. Il 26 maggio del 1977 con mio fratello Renato e Casare De Nardin salimmo il Campanil dei Zoldani con l’intenzione di effettuare un’altra via nuova che avesse in comune la prima parte, fino al settimo tiro della via da me precedentemente salita nel 1974 e che percorresse invece per i restanti 2/3 la parte destra del Campanil dei Zoldani leggermente in spigolo. La sorpresa fu quella di trovare invece un chiodo universale Cassin colorato rosso a circa 2/3 della via. Siccome al primo tiro della salita effettuata da noi nel 1974 trovammo 4-5 chiodi, questo chiodo ci confermava che qualcuno avesse precedentemente effettuato prima dell’agosto del 1974 questa salita. Io avevo avuto poi notizie che tra i pochi che avevano effettuato degli approcci in questa parte della Moiazza fossero stati dei Triestini, conclusi che avevamo effettuato la prima ripetizione della via dei Triestini. Questa tesi fu poi confermata dalle informazioni ulteriori avute in seguito e che ti ho già esposte sopra… Solo ora che ho letto la tua relazione posso concludere che il 26 maggio del 1977 facemmo la prima ripetizione della via Gogna-Favetti. A questo punto non ci resta che collocare la via dei Triestini avendo la loro relazione e relativo schizzo. Sicuramente la tua salita rimarrà una via nuova mentre la mia potrà anche verificarsi essere stata una prima ripetizione della via dei Triestini. Se così fosse dovrei concludere d’aver effettuato le prime ripetizioni delle tre bellessime vie effettuate sul Campanil dei Zoldani, compresa anche quella di Sommavilla del 1970. Quanto prima riusciremo a collocare tutto al posto giusto, tanto prima cesserò di rammaricarmi per aver deformato una verità che era a me completamente sconosciuta. Certo è che coloro che si prendono l’onere di mettere nero su bianco queste verità storiche, e mi riferisco agli estensori delle guide, dovrebbero usare un’attenzione maggiore, soprattutto quando certe cose si sanno.
Fammi sapere qualche cosa perché anche queste supposizioni possano, almeno alla luce delle nostre esperienze che solo ora si sono intersecate, diventare verità storica. Questo è e sarà sempre il nostro obbiettivo prioritario.
Una forte stretta di mano.
Eugenio Bien

Nel 2008, in occasione dei 30 anni di Le Dolomiti Bellunesi, la redazione s’impegna in una bellissima pubblicazione, La grande cordata. Nella serie di articoli uno più interessante dell’altro, figura anche quello di Stefano Conedera, Il Campanil dei Zoldani, l’ultimo tassello mancante. Questo saggio storico mette la parola fine a tutto ciò che non era chiaro nella storia del Campanil dei Zoldani. Qui lo potete leggere in versione integrale.

Per brevità, abbiamo qui preferito riportare la lettera inviatami da Stefano Santomaso, 23 gennaio 2009 (i contenuti della quale sono un riassunto del suo articolo):
Caro Alessandro, innanzitutto vorrei congratularmi con te per tuo il bel articolo pubblicato su Dolomiti Bellunesi, veramente molto interessante, peccato che di questi tempi sia una delle poche voci che si levano a difesa dell’integrità dei monti. Io comunque lo sottoscrivo a pieno. Penso che anche tu abbia letto il mio racconto riguardo alla storia alpinistica del Campanil dei Zoldani.

MisteroSecondoCampanile-StefanoSantomasi0001

Sperando di farti cosa gradita ti vorrei illustrare meglio alcuni particolari che riguardano le salite alpinistiche che percorrono la parete occidentale del monte. Nell’articolo pubblicato infatti ho deciso di non inserire dettagli tecnici degli itinerari pensando che queste argomentazioni interessano solamente la stretta cerchia di alpinisti che, principalmente, hanno aperto gli itinerari. In più, con l’oggettiva difficoltà nel descrivere e far comprendere ai lettori i singoli tratti rocciosi interessati dagli itinerari. Ho così pensato che una foto con i tracciati bastasse e spiegasse molto più di tante parole.

Come avrai sicuramente notato la via di Priolo e Ogrisi vince centralmente la parete uscendo poi attraverso quella lunga rampa inclinata che caratterizza la parte alta della parete ripercorsa anche nel 1974 dai fratelli Bien. Questa salita è stata inoltre incrociata dalla via Piccolo Denver che sicuramente, per una intera lunghezza, sale in comune proprio alla base della grande placca centrale (infatti si percorre un diedro che incide una parete altrimenti impercorribile). Lo stesso Priolo, alcuni anni dopo che avevo pubblicato la guida Moiazza (2003), mi aveva scritto indicandomi a grandi linee la direttiva da lui seguita, in più un incartamento reperito da Eugenio Bien alcuni mesi fa e appartenuto a Piero Sommavilla evidenzia abbastanza chiaramente il tracciato seguito dai Triestini.

L’ascensione che hai compiuto assieme a Favetti invece si svolge più a destra; hai attaccato più in basso e a destra rispetto ai Triestini percorrendo l’unica fessura verticale esistente in quella zona, tratto ripercorso anche da Massarotto negli anni Ottanta e quindi anche da me e Giuseppe Bepi Vieceli nel 2001 durante l’apertura della via Vittorio Vieceli.

La nuova guida Moiazza, roccia tra luce e mistero di Stefano Santomaso (Idea Montagna, 2011)
MisteroSecondoCampanile-moiazza-roccia-tra-luce-e-mistero

La continuazione diretta di quella fessura non è altro però che il primo tiro difficile della via Priolo che con direttiva ideale incide la parete verticale superiore. Penso di poter affermare con certezza che la tua ascensione e quella dei Triestini quindi hanno in comune una trentina di metri in questo tratto (dove precisamente indichi un passo in A2), appena dopo le due salite si dividono. Eugenio Bien non è d’accordo con la mia convinzione; secondo il suo parere, la tua salita si svolge ancora più a destra andando a vincere un anfiteatro strapiombante che così dice, giustificherebbe i passaggi effettuati in artificiale.

A me sembra invece improbabile che con Favetti abbiate attaccato una parete strapiombante alta più un centinaio di metri, peraltro priva di una qualsiasi linea logicamente arrampicabile. In più la relazione che hai lasciato della tua via, si adatta perfettamente (tranne forse i passi artificiali) al tracciato che nel 1990 ho percorso con Stefano Conedera ripetendo la via Bien e al primo tratto percorso con Bepi Vieceli nel 2001.

Anche i fratelli Bien nel 1974 hanno dapprima percorso il primo tratto della via di Priolo, dopodiché hanno seguito, penso quasi integralmente, il primo terzo della tua via seguendo un grande diedro fessurato posto una trentina di metri a dx della via dei Triestini. Successivamente i due hanno affrontato e vinto una severa parete sulla sinistra (tratto chiave della loro ascensione) fino a riprendere la via dei Triestini in alto, sopra la grande placca centrale.

Quanto questa salita, nel primo e ultimo terzo di parete, percorra tratti nuovi o ripercorra tratti già superati precedentemente è difficile da ricostruire con precisione, ma visto che le linee “logicamente arrampicabili” sono le stesse presumo che le salite si sovrappongano. La questione appare comunque alpinisticamente di scarsa importanza e, con il tuo contributo, facilmente risolvibile.

Riguardo invece all’ultima salita tracciata, la via Vittorio Vieceli, dopo il primo tiro in comune con la Gogna, la via traversa verso destra per non toccare la via seguita da Priolo e dai Bien, andando poi a prendere e vincere il bellissimo spigolo del Campanil dei Zoldani. La parte finale di questo itinerario, che si svolge attraverso una serie di facili caminetti e diedri adagiati, penso riprenda la parte alta della tua via perché entrambe le salite percorrono i punti più logici e facili di questo tratto.

Alpinisticamente sono sempre le prime salite tracciate che comandano il gioco, tutte le altre devono tener conto di questi tracciati. Così è chiaro che anche in questo caso ci sono due grandi vie indipendenti, la via dei Triestini e la Gogna-Favetti: da queste, altre si staccano o si riallacciano percorrendo con mezzi tradizionali i punti più deboli del monte.

MisteroSecondoCampanile-ripviaBien0001

Dopo che Eugenio Bien ha rinunciato, sono contento di aver potuto scrivere io l’articolo sul Campanil dei Zoldani, ricostruendo e riassumendo la storia delle salite; un po’ per un certo senso di colpa verso gli alpinisti triestini, che probabilmente si sono sentiti “rubare” il loro tracciato pubblicato erroneamente sulla guida della Moiazza, un po’ per la mia passione per la conoscenza e divulgazione della storia alpinistica agordina e dolomitica.

Finisco di annoiarti con una riflessione; se ben guardiamo, l’alpinismo fatto negli anni Settanta come quello del Duemila, su questa parete non è poi così diverso. Questo non può che essere un fatto estremamente positivo.

Concludo con un cordiale saluto e con la speranza di sentirti o rincontrarti magari qui ad Agordo davanti a un buon bicchiere oppure proprio su queste nostre belle montagne.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, con i tracciati definiti dall’indagine: giallo=Rampa dei Bellunesi (28.06.1970); nero=via Piccolo Denver (25.07.1992); bianco=via dei Triestini (Priolo-Ogrisi, 21 giugno 1970); rosso=via Gogna-Favetti (21.04.1974); blu=via Bien (15 agosto 1974); verde=via Vittorio Vieceli
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Alpinismo e dramma

Alpinismo e dramma
Il Monviso è il luogo di nascita del Club Alpino Italiano. Il 1863 è assai lontano e proprio per questo il sodalizio che fu fondato un po’ prima e un po’ dopo altri nel mondo si è prestato a un’evoluzione continua che oggi è ben lungi dall’essere conclusa. La salita che Quintino Sella e amici realizzarono alla vetta del Monviso (prima ascensione italiana) fece da catalizzatore a un’idea ormai giunta a maturazione. Nella visione del politico Sella appariva chiaro quanto le montagne e le imprese necessarie a salirle fossero nobile espressione di un popolo alla ricerca di un’unità spirituale e geografica. Con la fondazione del CAI la catena alpina diventava simbolo di unità di intenti e l’alpinismo ne diventava il cemento. L’associazione ebbe subito grande fortuna e seguì le trasformazioni che la società e l’alpinismo ebbero in quasi un secolo e mezzo. Il costituirsi di una società di alpinisti è parte integrante della drammaturgia del fenomeno alpinismo, così come una grande compagnia teatrale promuove e realizza grandi rappresentazioni.

Credo che vi sia un comune cammino di alpinismo e teatro. Proprio sopra la paciosa ed efficiente Grindelwald è posta quella terribile parete nord dell’Eiger. La “parete assassina” è vicina alla Kleine Scheidegg, uno dei luoghi più turistici al mondo, quindi può essere osservata con potenti binocoli. Qualunque dramma si svolga sui suoi 1800 metri di dislivello, con i minimi particolari, può essere divorato da occhi avidi di emozioni. A meno che una cortina di nubi e di nebbie, o una bufera, non chiudano ogni visuale, una pietà che la natura ha e l’uomo no.

La voglia di competizione con i propri simili o con se stessi è parte altamente trascinante e determinante di qualunque risultato in un’azione sportiva. L’alpinismo diventa sport quando le regole lo soverchiano, quando il mistero si allontana. E uno sport probabilmente non è neppure considerato tale se non è inserito in una qualche serie di competizioni organizzate.

La competizione è dramma, dramma umano e quindi teatrale. Un atleta piace e ha successo non solo perché abbastanza spesso vince e ottiene risultati. Piace soprattutto quando la qualità e l’intensità della sua esperienza umana superano quella dei suoi concorrenti, quando vince a dispetto dei pronostici, delle condizioni sfavorevoli, delle avversità o degli incidenti subiti in passato. Il caso di Marco Pantani è veramente significativo di ciò che voglio dire: vincere Tour e Giro nello stesso anno quando solo due anni prima molti lo davano per spacciato va oltre la prestazione atletica e innalza a evento altamente drammatico ciò che normalmente sarebbe considerata solo una semplice vittoria. Pantani così non è solo “il più forte” ma è anche il più simpatico, il più gradito, il più baciato dal successo con il favore dei tifosi e non solo di essi.

Giro d’Italia 1998, Marco Pantani vince la 14a tappa Schio – Piancavallo. BettiniPhoto©2011
Giro d'Italia 1998 - 14a tappa Schio - Piancavallo - Marco Pantani (Mercatone Uno) - BettiniPhoto©2011

All’inizio l’alpinismo era assimilabile alle altre attività di esplorazione del nostro pianeta e pertanto la grande componente avventurosa di ogni “viaggio” ne giustificava da sola, anche senza l’aiuto dell’innegabile voglia di giungere “prima di altri”, la grande drammaticità.

Il dissidio romantico tra Io e Natura è sempre stato alla base di ogni motivazione alpinistica. Un dissidio che, se in assenza del mistero a cui tende, si sviluppa e si manifesta nelle più varie forme di competizione dall’intrinseca drammaticità.

Prova ne sia il fatto che, da una trentina d’anni ad oggi, si sono affermate le competizioni di arrampicata. Queste gare si svolgono oggi prevalentemente su terreno sintetico perché, al di là delle comunque valide motivazioni per preservare intatto un terreno naturale, la parete artificiale offre garanzie ben più sicure sull’effettiva uguaglianza per tutti gli atleti del terreno di gara, reso così inalterabile dai successivi passaggi. Un po’ quello che è successo con l’ormai affermato uso, in occasione di competizioni, dell’innevamento programmato per le piste da sci alpino o nordico. Lo spettacolo, ed in ogni caso la parità di condizioni, sono assicurati e garantiscono così un risultato degno di fede e ligio ad alcune regole ben precise.

L’evento alpinistico, la performance, si svolgevano in un ambiente naturale ricco di fascino e di mistero. I protagonisti erano spesso ribelli alle regole della vita normale, un po’ bizzarri, come gli attori.

Quanto l’alpinismo di un tempo non aveva alcuna regola, tanto oggi sia le gare di arrampicata, sia l’arrampicata stessa praticata tutti i giorni dagli appassionati, e perfino l’alpinismo moderno, contemplano una grande quantità di regole che, anche se non sono scritte, sono alla base dell’accettazione altrui. Il protagonista ha bisogno dell’accettazione di un pubblico e per garantirsela obbedisce alle regole. Talvolta le “supera”, oppure le aggira, oppure le ignora. In ogni caso, così facendo, si pone contro l’opinione del pubblico e degli esperti, provoca quindi una polemica che, proprio per l’esito incerto che questa può alla fine avere, favorevole a lui o no, contribuisce ulteriormente al rafforzamento di quella dimensione drammaturgica dello sport che stiamo cercando di dimostrare. L’eccesso di regole uccide la creatività ma non il drama.

AlpinismoDramma-Tragic_comic_masks_-_roman_mosaic
Lo svanire del mistero ha come diretta conseguenza che l’azione in montagna, anche se non più mediatizzata come fino a poco più di una ventina d’anni fa, mostra maggiormente un suo aspetto comunque peculiare: l’essere fatta apposta per strutturare lo svolgersi di un dramma nel quale la tensione di fondo è data dal pericolo di morte.

Ben colgono ciò i media, allorché pur avendo rinunciato da tempo a un’informazione seria in questo campo, non perdono occasione di sparare titoli di tragedia ogni qual volta la morte colpisce un certo numero di protagonisti.

La suspense sul pericolo di morte è dunque una variabile di grande importanza ed è una variante semplicistica ma efficace delle grandi tensioni di sentimento che sono alla base del teatro.

Oggi il coraggio non è più tanto di moda, perfino le istituzioni che prima ne facevano un must culturale, lo celebrano meno di un tempo. Siamo ben distanti dalle fascinose copertine della Domenica del Corriere. Ma la morte ha conservato tutto il suo fascino, a volte morboso a volte meno. Il pericolo di morte è sempre importante in fondo ai nostri cuori e l’alpinismo è uno dei mezzi a portata di mano per subirne il fascino, non importa che si sia attori o spettatori. La figura del gladiatore, in un modo o nell’altro, ci rende ancora partecipi, quindi coralmente assisi a uno spettacolo più o meno teatrale.

Ed è proprio il riconoscimento di questo pericolo di morte che mi consente l’ultima osservazione. Il non aver raggiunto, tramite le ascensioni vissute o raccontate, le più alte forme d’arte riconosciute, come invece il teatro ha fatto, ha sicuramente molte ragioni ma io vedo come più importante quell’assenza di mistero tangibile che oggi contraddistingue il nostro vivere. La nostra autocensura, come dicevo prima, crisi se volete, la nostra reticenza a raccontare ciò che veramente si agita dentro di noi, contribuirà a dilatare le dimensioni del mistero di cui tutti abbiamo tanto bisogno. Ma perché l’autocensura è così sensibile solo nell’alpinismo? Forse perché l’alpinismo non è il teatro recitato, è veramente il teatro vissuto sul palcoscenico dell’universo, dove la morte è vera, non finta, e dove il mistero della vita è l’unico senso che conta.

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Quelli che han Naso 1

Storia del Naso di Zmutt 1 (1-2)
Il compito del giornalista, secondo la più nobile scuola, quella inglese, è di raccontare semplicemente i fatti appena successi. Sembrerebbe semplice, limitarsi a ciò che effettivamente è accaduto, evitando commenti ed interpretazioni.

Leo Cerruti e Gianni Calcagno, 1a invernale parete nord-est della Grivola, gennaio 1970

Leo Cerruti e Giani Calcagno, Grivola, prima ascensione invernale della parete NE, via Cretier

Ciò presuppone una documentazione certa, basata su fonti selezionate. Se tutti i giornalisti si attenessero a questo semplice principio, un primo corollario sarebbe la rinuncia alla stampa scandalistica, basata sul pettegolezzo e sul prurito curioso. Le conseguenze di questa mutilazione sarebbero disastrose, sai quanti giornali dovrebbero chiudere. E infatti nessuno si sogna un’eventualità così radicale, perché i lettori (ma anche coloro che scrivono) hanno bisogno del mistero.

Ciò che alimenta il mistero da consumare durante la lettura di un giornale è semplicemente l’ignoranza del giornalista: non si può essere documentati su ogni avvenimento in modo tale da non suscitare mai nel lettore alcun tipo di domande. Ci sono fatti che vengono “comunicati” con dovizia di particolari e fatti che rimangono anche per anni nell’oblio di qualche scarna riga di diario personale.

Sappiamo qual è il compito dello storico? Una prima risposta è “raccontare con obiettività ciò che è successo molto tempo prima”, quindi sembrerebbe lo stesso del giornalista, solo un po’ posticipato. E una seconda, a me sembra, che compito dello storico sia farsi divorare dai dubbi, perciò soprattutto scavare negli archivi dimenticati, accostarsi a testimoni possibili, connettere relazioni tra fatti: costruire insomma una storia che in qualche modo tragga alimento dal mistero di ciò che un tempo fu dimenticato ma che ne produca un altro sulla base di ciò che ancora non si è capito.

Già Gino Buscaini, in Alpi Pennine II e a proposito degli Strapiombi di Furggen, osservava, senza però trarre conclusioni: «Notevoli e ingannevoli discordanze si riscontrano nei vari racconti d’ascensione. Tra le pubblicazioni consultate, inoltre, non ve n’è una che riporti un tracciato esatto (Montagnes du Monde 1946, 15; Monografia CAAI, 1965; Cervino 1865-1965, pagg. 121-25; Les Alpes 1944, 94). Questi fatti non sono appannaggio esclusivo dello spigolo sud-est, ma imperano in tutta la bibliografia del Cervino. Tuttavia questo spigolo deve avere un particolare potere di invogliare i salitori a scrivere racconti emozionanti, dai quali è praticamente impossibile trarre una relazione tecnica (vedi anche Bollettino del CAI 1946, 180-4, racconto Perino)».

Il Naso di Zmutt
Dopo l’exploit di Bonatti sulla parete nord, per qualche anno sembrò che nulla di nuovo il Cervino potesse aggiungere alle brame di nuovo degli alpinisti. Poi ci si accorse del “Naso di Zmutt”, il pauroso profilo di rocce strapiombanti che delimita a destra la parete Nord e che precede il profilo della cresta di Zmutt. Una struttura rocciosa a sé, una parete a sé, un “must” per chi cercava il massimo impegno in alpinismo. Un luogo, soprattutto, dove tentare di forzare ancora una volta un’impresa senza chiodi a pressione.

Pierre-Alain Steiner nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di ZmuttLa cordata di Michel Piola e Pierre-Alain Steiner impegnata nella prima ascensione alla via diretta del Naso di Zmutt (29 luglio-1 agosto 1981). Archivio Michel Piola.

Allorché nell’agosto 1968, dal 4 al 6, con Gianni Calcagno misi le mani sulla grande parete nascosta, del Naso di Zmutt non si sapeva nulla. Salimmo i primi 400 metri per arrivare a quello stretto couloir ghiacciato che caratterizza l’inizio della grande parete rocciosa, più o meno dove molti anni dopo, nel 1981, Piola e Steiner avrebbero iniziato la loro direttissima. Il tempo non ci fece alcuna grazia, anzi fu giocoforza fuggire con un grande obliquo a destra e raggiungere così in piena tempesta i Denti di Zmutt, per poi scendere per la cresta e raggiungere a notte fonda il rifugio dell’Hörnli.

Michel Piola nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di Zmutt
Pierre-Alain Steiner fotografa il compagno Michel Piola durante un bivacco nella prima ascensione della via diretta al Naso di Zmutt (29 luglio-1 agosto 1981). Archivio Michel Piola.

Nell’ottobre successivo seguii con apprensione il tentativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini e quando, l’estate successiva, riuscii a ritentare con Leo Cerruti, vidi che il freddo ottobrino e un’indubbia diversa concezione di risolvere i problemi avevano costretto la cordata dei quattro ad un’attrezzatura sistematica dei primi 400 m. Ricordo pure l’episodio comico di quando raggiungemmo il loro punto massimo, alla fine della nostra diciottesima lunghezza di corda: ci aspettava un ingente mazzo di materiale abbandonato. Ci facevano così gola quei bellissimi cunei metallici di provenienza americana e dal costo elevato (i bong) che li scambiammo con i nostri ingombranti e “cheap” cunei di legno.

La salita al Naso di Zmutt ha rappresentato per me il massimo di ciò che ho potuto esprimere con la mia attività alpinistica. Logico che negli anni seguenti io abbia seguito con interesse tutto ciò che sulla parete succedeva.

Dopo un silenzio di quasi cinque anni, dal 21 al 28 gennaio 1974 lo svizzero Edgar Oberson e il cecoslovacco Thomas Gros compiono la prima invernale e prima ripetizione della nostra via, facendosi recuperare sfiniti in vetta  dall’elicottero.

Dal 29 luglio al 1° agosto 1981 gli svizzeri Michel Piola e Pierre-Alain Steiner salgono una via assai più diretta (la direttissima), con l’uso di qualche spit.

Perché qualcuno doveva pensare anche alle sezioni ancora più ostili della grande parete. E quella era una cordata che in quei tempi stava rivoluzionando l’arrampicata alpina, spaziando dall’Eiger al Monte Bianco con uno stile che prevedeva di portare i massimi livelli su roccia del periodo in un contesto severo come quello dei grandi giganti alpini. I due giudicarono che la via, in futuro, sarebbe diventata classica, da percorrere in arrampicata libera e da salire in giornata, merito delle difficoltà non estreme e della roccia buona incontrata durante l’apertura.

Pierre-Alain Steiner nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di Zmutt
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981

Il 12 e 13 luglio 1982 lo svizzero André Georges sale la Gogna-Cerruti in prima solitaria, mentre dal 26 al 31 dicembre 1982 ancora gli svizzeri Daniel Anker e Thomas Wüschner salgono in prima invernale la direttissima Piola-Steiner, seguiti alla fine dello stesso inverno, dall’8 al 14 marzo 1983 dai polacchi Jan Wolf e Krzysztof Kraska che non ne sapevano nulla. Esiste la voce che, di questa via, il 28 luglio 1986 lo sloveno Janez Jeglic abbia effettuato la prima solitaria (con variante nel secondo terzo), ma su Alpiništicni odnik Domžale, in uno scritto alla memoria (dopo la sua scomparsa il 30 ottobre 1997 al Nupse), è riportato che nel 1986 egli fece da solo la parete sud “per la via delle Guide”. Il che spiegherebbe come mai, sia pur fortissimo, Jeglic avrebbe impiegato solo un giorno per la direttissima Piola-Steiner… Purtroppo la prematura scomparsa di Jeglic non ci può dare informazioni sicure.

Il 17 e 18 luglio 1986 ecco il concatenamento in 24 ore di cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche e di Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti), da parte di Jean-Marc Boivin e André Georges.

Gabarrou il testardo
Nel 2001 entra in scena il “Gab”. Lasciata la Hörnlihütte il 31 luglio 2001, Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto seguono la Gogna-Cerruti nella parte iniziale di ghiaccio e misto, proseguono per il pendio di ghiaccio fino quasi alla sommità di questo. Sono lì per salire il Naso nella sua sezione più breve ma anche più strapiombante. E Gabarrou è già stato lì.
Patrick Gabarrou e François Marsigny su Aux amis disparu sul Cervino, tentativoPatrick Gabarrou e François Marsigny su Aux amis disparus sul Naso di ZmuttCervino, tentativo
Leo Cerruti e Gianni Calcagno, Grivola, prima ascensione invernale della parete NE, via Cretier
Dunque vediamo: il primo ricordo è del 1989 con Pierre Gourdin (tornati per un malanno fisico di quest’ultimo); qualche settimana dopo con François Martigny il 18 e 19 luglio, quando il vento più furioso aveva fermato i due sotto al grande strapiombo che stavano chiodando e dopo un bivacco più o meno a metà altezza del risalto verticale e strapiombante (6a+/6b e A2 e A3); con una traversata su cengia ed un’altra lunghezza difficile erano riusciti a scappare sulla cresta di Zmutt e quindi raggiungere la cima.
Gabarrou ci era ritornato ancora con Pierre Gourdin l’anno dopo, questa volta con un trapano e due batterie per forare quella roccia incredibilmente dura. Gourdin era riuscito a progredire altri 30 metri di lunghezza grazie ad uno spit e i piccoli chiodi a pressione da 6 mm finché, ormai distrutto fisicamente e moralmente, aveva deciso di calarsi dopo aver sistemato una sosta. I due, come nel precedente tentativo, avevano traversato verso destra risalendo poi la cresta di Zmutt. Era il 19 luglio 1990.
Nell’ambiente dell’élite alpinistica i tentativi di Gabarrou avevano fatto decisamente epoca, si racconta perfino che Erhard Loretan e Jean Troillet abbiano chiamato Gabarrou al telefono annunciandogli «se non finirai la tua via, ci andremo noi!». Nel 1992 il nuovo compagno di Patrick era il giovane aspirante guida alpina Lionel Daudet. Dopo i tre tentativi, Gabarrou si sentiva ormai moralmente autorizzato ad approcciare le grandi difficoltà salendo per la cresta di Zmutt ed evitando quindi la parete inferiore. Anche perché l’estate assai secca stava creando scariche di sassi frequenti. I due si erano calati proprio per quel camino che a Gabarrou era già servito due volte per scappare dalla parete. Daudet il 5 luglio aveva ripreso la lunghezza di artificiale abbandonata da Gourdin e per un sistema di fini fessurine era riuscito a continuare senza altri spit. Il giorno successivo Daudet era sempre stato capocorda, a causa della perdita di una scarpetta d’arrampicata di Gabarrou. Prima altre 4 lunghezze di artificiale, poi un po’ di libera avevano permesso finalmente di uscire dal Naso e raggiungere la parte finale della cresta di Zmutt, poi la vetta. Gabarrou e Daudet avevano dedicato la via a tutti gli amici scomparsi, Aux amis disparus, appunto. Una via che ancor oggi attende un percorso integrale dalla base fino in vetta. In questa impresa ci proverà lo stesso Daudet nell’inverno 2002.

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare un bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, ClusesIn prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.Con Ravaschietto dunque Patrick intende realizzare un altro sogno, la linea di fessure e diedri a sinistra di Aux amis disparus e questa volta gli riuscirà alla prima, con conclusione il 2 agosto, non distante dal suo cinquantesimo compleanno. La via nuova, con difficoltà fino al 6b+ e A2+, 80°, M5+, si chiamerà Free Tibet. Usate solo protezioni ad incastro e qualche chiodo, mettendo spit solo ai posti da bivacco.

Free Tibet di Enrico Martinet, La Stampa 13 ottobre 2001
Ride, Patrick Gabarrou, mentre racconta di aver avuto una «paura folle». Ha consegnato la sua estate a Free Tibet, come ha battezzato la nuova via sulla parete nordovest del Cervino, un imbuto con un grande lenzuolo di neve, che poi diventa verticale per raggiungere il Naso di Zmutt. «La più difficile del Cervino», sentenzia Gabarrou, alpinista francese, guida alpina di fama, con alle spalle una carriera infinita.
Non era solo, però. È andato a guardarsi la ver­tiginosa quanto buia parete che già conosceva molto bene (ha compiuto una via parallela dedicata Aux amis disparus), poi ha telefonato al rifugio Morelli, nelle Alpi Marittime, per cercare
«un certain Cesare Ravaschietto». L’ha trovato, gli ha spiegato che cosa volesse fare, si è sentito rispondere «non conosco la via, ma lasciami due giorni e arrivo». Una storia un po’ simile a quella di Riccardo Cassin quando compì l’impresa alla Nord delle Grandes Jorasses….
… Sul Cervino Gabarrou e Ravaschietto hanno fatto due bivacchi e sono rimasti tre giorni. Hanno risalito il loro grande diedro senza cercare di evitarlo. Non è una via logica, ma un itinerario volutamente complicato. Quel diedro, dice Gabarrou, «è alto 120 metri ed è il più alto e il più difficile di tutte le Alpi occidentali». Arrampicata estrema, possibile per due alpinisti che hanno imparato a stimarsi proprio su quella parete così complessa. Patrick, definito da Cesare «vecchia roccia», chiama la guida di Cuneo «il fortissimo», oppure «lo stambecco». Spiega: «Cesare è stato una vera sorpresa per me. Un alpinista completo e di grande livello». E, quanto al nuovo itinerario, aggiunge: «Non ho mai trovato una roccia tanto dura. Neppure il granito del Bianco è così. Su quel diedro puoi scordarti di piantare chiodi, il martello rimbalza come sul ferro».

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou impegnato da secondo su un difficile diedro. Foto: Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, ClusesIn prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou impegnato da secondo su un difficile diedro. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.

Nello stesso momento in cui Gabarrou e Ravaschietto lasciano la Hörnlihütte, gli spagnoli José Isidro e Xavi Metal partono anche loro per l’impresa che gli varrà il Piolet de Oro 2001 (versione ispanica del Piolet d’or), la prima spagnola della direttissima Piola-Steiner. L’itinerario dunque si avvia, con due bivacchi, a diventare la classica della parete: la cordata iberica conferma le valutazioni di 85°-90° per il primo terzo, poi 11 lunghezze fino al 6b+ e A0, e infine il tratto finale di circa 330 m a 60° e 65° su terreno misto per raggiungere la vetta italiana. Usata un’intera serie di friends, con misure e mezze misure, assieme ad una selezione di una decina di chiodi.

Continua domani, 17 giugno 2014

postato il 16 giugno 2014