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Il segreto del secondo campanile

Il mistero del secondo campanile

Chi, incuriosito dalle montagne della Moiazza, non fosse interessato a questo racconto, cioè a come si è risolto un piccolo mistero, bensì semplicemente volesse avere informazioni sulle vie che solcano la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, vada a cuor leggero a consultare la nuova guida Moiazza (Idea Montagna, 2011) di Stefano Santomaso: vi troverà la situazione reale, il risultato di una lunga indagine (35 anni).

Tutto incominciò osservando con attenzione una fotografia del versante occidentale della Moiazza, quando passavo molto del mio tempo a caccia di possibili prime ascensioni su pareti significanti ed espressive.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani (Moiazza)
MisteroSecondoCampanile0004 - Copia

Era l’aprile del 1974, con Flavio Ghio, di Trieste, e Giovanni Favetti, di Milano, avevamo appena salito due importanti pareti, la Est della Seconda Pala di San Lucano e la Sud della Quarta Pala di San Lucano. Sarà stata fortuna, però per me non è mai stato normale fare due prime ascensioni di 1400 metri l’una nel giro di una settimana… e con due bivacchi… e in aprile, una stagione certamente non del tutto canonica.

Davvero gasati per quei due successi, la settimana dopo Giovanni ed io eravamo di nuovo in zona. Stavolta cercavamo una parete un po’ più breve, non esposta a nord per via della neve e che non richiedesse ore e ore per andare all’attacco.

La parete sud-occidentale del Campanil dei Zoldani, alta quasi 600 metri, mi era sembrata perfettamente rispondente a ciò che desideravamo, qualcosa di abbastanza lungo che però desse la possibilità di essere risolto in giornata.

Partiti da Milano con comodo in tarda mattinata di sabato 20 aprile, arrivammo con piacevole cammino nella poca neve al Rifugio Carestiato. Era l’imbrunire, non ci aspettavamo di trovarlo aperto, però almeno speravamo in un locale invernale che invece, con nostra grande costernazione, scoprimmo non esserci o comunque essere chiuso.

Dopo una cena frugale ma calda e dopo l’ultimo tè, spegnemmo il fornellino e ci rassegnammo a bivaccare lì fuori, senza sacco piuma. Se avessimo saputo della non esistenza del ricovero invernale avremmo potuto partire un po’ prima e dunque avvicinarci di più verso l’attacco. Tanto, dormire fuori per dormire fuori…

La notte non fu terribile, comunque, anche perché ancor prima della luce la interrompemmo per la colazione e per la partenza verso la Forcella del Camp, oltre la quale finalmente potemmo vedere il versante occidentale in tutta la sua magnificenza.

Impegnarsi su una parete di 600 metri senza averla mai studiata se non in fotografia non è il massimo di tattica intelligente. E quando poi si è all’attacco non è che si possano avere le conoscenze giuste, perché tutto è come al solito distorto dalla prospettiva.

Devo anche dire che, a distanza di 31 anni (scrivevo questo nel 2005, NdR), non ho ricordi così nitidi su questa avventura, solo qualche flash di memoria qua e là. E se posso scrivere questo racconto è perché fortunatamente già il lunedì seguente (è datata) mi ero scritto la relazione tecnica della salita. Da appunti presi posso anche dire che attaccammo alle otto di mattina precise e che alle 15 eravamo in vetta. La non difficile discesa ci portò in breve al Rifugio Carestiato, dove raccogliemmo le nostre poche cose lì lasciate, per metterci in viaggio e raggiungere Milano la domenica sera a un’ora abbastanza decorosa.

La seguente relazione però rimase nascosta tra le mie carte per 31 anni, ed è un miracolo che sia sopravvissuta a una decina di traslochi e a qualche inevitabile repulisti.

Campanil dei Zoldani 2398 m parete sud-ovest, Giovanni Favetti e Alessandro Gogna, 21 aprile 1974, ore 7. Si attacca in corrispondenza di uno sperone grigio, il punto più basso di tutta la parete. Attaccare un diedrone, dopo 5 m (III+) uscire sulla parete di sinistra e superare una fessura per 15 m (VI-, 3 passi di A1, 3 ch). S1 su piccoli gradini. Continuare nella fessura, ora diedro, per 30 m, evitando l’ultimo strapiombo a sinistra (IV e V). S2 su buona terrazza. Attaccare un diedro strapiombante (V+, A1, 1 passo di A2) e uscirne dopo 20 m. Superare la successiva fessura (IV+) fino ad un buon terrazzo. S3. Obliquare a destra (II, III-) 40 m. S4. Con tre lunghezze superare tutto il diedrone obliquo a sinistra (arrampicando sulla faccia di sinistra, III, 1 passo di IV). Raggiungere una fessura-camino strettissima. S7. Superare la fessura-camino (recuperando gli zaini) per 7 m (faticoso, IV). S8. Continuare nel camino obliquo un po’ a destra 40 m (III e IV). S9. Obliquare a destra per cengia ad altro diedrone. S10. Superare il diedrone e le rocce a destra che seguono (35 m, IV con 3 passi di V). S11. Continuare nel camino per circa 30 m (IV e V), uscire a destra (chiodo) prima dei gialli (V-) e superare la fessura obliqua a destra (IV) fino a rocce più facili vicino ad una forcellina. S12. Continuare ora facilmente verso un grande camino a sinistra e salirlo (IV l’ultimo passaggio). S14. Tendere a sinistra e mirare ad altro camino, superandolo interamente (III, III+). S16. Traversare a destra su cengia ascendente (I). S17. Girare lo spigolo sud e salire facilmente alla vetta, 50 m.

Convinti dunque di aver scippato la terza «prima» del mese guardavamo già ad altre realizzazioni, come ad esempio la Sud della Palazza nei Monti del Sole (che poi salii il 19 e 20 maggio con Carlo Zonta e Francesco Santon), oppure la Sud-ovest del Ciglione Occidentale del Pelmo, che tentai con Favetti e Ghio ai primi di maggio: dopo un bivacco nella neve sulla Cengia di Grohmann il giorno dopo non riuscimmo per il cattivo tempo a progredire di un gran che. Era però una via davvero meravigliosa che poi fu vinta in tre giorni (dal 15 al 17 settembre 1977) da Franco Miotto, Riccardo Bee e Giovanni Groaz.

Convinto, dicevo, del successo del Campanil dei Zoldani, quale fu la mia sorpresa nel leggere sul numero di settembre dell’allora mitica rivista tedesca Alpinismus la notizia che due triestini della XXX Ottobre, Roberto Priolo e Tullio Ogrisi avevano già salito la stessa parete il 21 giugno 1970!

La notizia era scarna, ma poi fu confermata dalla rivista Alpi Venete che, a pag. 179 del numero di autunno-natale del 1971, riporta la stessa nota, dalla quale si evincono anche un tempo impiegato di 7 ore, difficoltà di V con passi di V+ e un uso di 8 chiodi oltre a quelli di sosta.

Sulle prime lunghezze della via Piccolo Denver
MisteroSecondoCampanileprimiTiriPiccoloDenver

A questo punto mi fu chiaro che sostanzialmente avevamo percorso quasi lo stesso itinerario, data la coincidenza di un simile uso di chiodi e di un orario perfino uguale. Forse le nostre difficoltà risultavano leggermente superiori, ma questo poteva essere attribuito alla possibile maggior valentia dei triestini, o comunque al modo diverso di graduare le difficoltà, o magari ancora alla stagione differente (giugno invece di aprile). In ultimo c’era anche la probabilità di qualche variante da parte nostra un po’ più diretta (per esempio nelle prime lunghezze).

Tutte queste erano ipotesi. Devo anche aggiungere che non credo di essere poi così fanatico nel raggiungimento a tutti i costi di prime o prime con varianti dirette o altre cose del genere. Ho sempre valutato questo genere di ambizione abbastanza puerile, mentre ciò che mi ha ogni volta interessato è la verità, e soprattutto il mistero che si crea a volte fitto con la scarsa informazione. Curiosità dunque, non ambizione.

La questione rimane assopita per decine d’anni, fino all’uscita recente della guida alpinistica di Stefano Santomaso sulla Moiazza. Questa mi capita casualmente tra le mani nella più bella libreria di Torino: subito mi ricordo del delle mie vicende al Campanil e vado a sfogliarla alla ricerca di come l’autore abbia trattato la parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani come appare nella guida Moiazza (2003) di Stefano Santomaso, oggi esaurita. 18=Rampa dei Bellunesi; 19=via Piccolo Denver; 20=via Bien; 21=via Angelina alla Terza Torre del Camp. Come si vede, non compaiono né la via Gogna-Favetti, né la via dei Triestini
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Santomaso le dedica 7 pagine (di cui 3 a schizzi, 2 a foto e 2 di testo). Decido perciò di comprare subito la guida per potermela studiare con comodo a casa.

Anche questa monografia non riporta la relazione originale dei triestini, pur citandoli (un nome è leggermente storpiato). Ci sono invece ben descritti tre nuovi itinerari, con tanto di schizzo tecnico e tracciato su una buona fotografia.

La Rampa dei Bellunesi, di Piero Sommavilla e Renato Mosena, è del 1970 (che giorno?), ripetuta poi da Eugenio Bien e Fausto Todesco nel 1975 e in seguito una volta ancora. È un itinerario che sale la parete molto a sinistra e patisce della qualità cattiva della roccia nella parte alta: guardando il tracciato, escludo subito di averlo percorso.

La Piccolo Denver è di Stefano Santomaso, Stefano Conedera e Paolo Zasso, del 1992, con una seconda salita di Daniele Costantini e Giuseppe Vieceli nel 2000. Un bellissimo tracciato che supera direttamente il grande muro centrale, quindi anche questo da escludere se si vuole tentare di ritrovare le nostre tracce o quelle dei triestini.

La Bien è di Eugenio e Renato Bien, nell’anno 1974 (che giorno?), ripetuta da Stefano Santomaso e Stefano Conedera nel 1990. Il tracciato sembra seguire una linea di minor resistenza ma abbastanza centrale. Attacca a destra del precedente, ma poi lo incrocia per andare a salire una rampa assai friabile a due terzi di altezza. Giudico subito che, anche in base alle difficoltà riportate, potrebbe essere questo l’itinerario più logico e quindi quello da noi scelto in precedenza (e con ogni probabilità anche dai triestini).

Roberto Priolo e Tullio Ogrisi, 21 giugno 1970
MisteroSecondoCampanileRobertoPriolo-TullioOgrisi21-06.1970

Inizia dunque la febbrile ricerca della mia relazione tecnica, che non ricordavo neanche se avevo scritto: mi sembrava però assai poco probabile non averlo fatto, visto che la ritenevo una prima ascensione.

Dopo un’ora di impegnativa ricerca in mezzo ai miei 200 metri lineari di libri e riviste che ho a casa (+ appunti e quaderni), finalmente ho lo strumento in mano che mi permette un confronto.

Ed è a questo punto che possiamo veramente parlare di mistero del secondo campanile, facendo riferimento al primo, un articolo da me pubblicato su Alp nel 1986 sulle vicende misteriose che accompagnarono la salita di Severino Casara sul Campanile di Val Montanaia: vicende che ancora oggi sono ben lungi dall’essere chiarite, anzi stiamo assistendo a un ritorno in auge della probabilità che Casara non abbia mentito per nulla!

Roberto Priolo
MisteroSecondoCampanile-RobertoPriolo

Questo mistero del secondo campanile non presenta le tristi tonalità di calunnia o menzogna che purtroppo il primo offre in abbondanza da 80 anni. Siamo di fronte semplicemente ad una carenza di informazioni che non ci permette di collocare al proprio posto le varie caselle di storia. Il mistero non riguarda la veridicità di quanto affermato dai diversi attori, ma riguarda l’integrazione delle scarse informazioni in un’ipotesi descrittiva che sia fondata e ragionevole.

Con la mia relazione in mano sono andato a cercare riscontri sulla Bien e ho potuto concludere con buona approssimazione che Favetti e io abbiamo attaccato più direttamente e più in basso, i Bien abbiano seguito la nostra stessa rampa-diedro, nonché la successiva fessura-camino faticosa e stretta e ancora il camino successivo. La nostra S9 dovrebbe coincidere con la loro S7. Qui i due percorsi si separano, la Bien tende a sinistra, noi andiamo appena a destra, per salire poi per itinerario autonomo e a destra della parte finale della Piccolo Denver.

Sarebbe anche da chiarire in che data esatta sia stata salita la Bien nel 1974, (errato nella pubblicazione, dove è scritto 1970) anche se ritengo improbabile un’anteriorità al 21 aprile.

A questo punto sarebbe bello che i triestini leggessero queste righe e intervenissero nell’informazione, per chiarire definitivamente la storia di questa bella parete. Così non ripeteremo le inesattezze e le approssimazioni che già si sono verificate altrove (un esempio che mi viene in mente è la Ovest del Sasso d’Ortiga).

Giovanni Favetti sulla Quarta Pala di San Lucano, prima ascensione della parete sud (1974)
giovanni favetti su 4a pala san lucano, parete sud

A questi interrogativi rispose lo stesso Eugenio Bien, con una mail del 4 luglio 2005:
Caro Gogna, ho letto il tuo bell’articolo su Dolomiti Bellunesi, e subito mi si sono chiarite alcune cose che da diversi anni non riuscivo a collocare nella loro giusta veste.
Prima di esporti le mie considerazioni ti devo però confessare che sono rimasto felicemente sorpreso nell’apprendere che agli inizi degli anni Settanta la tua attenzione si fosse rivolta a questo meraviglioso versante ovest della nostra Moiazza, anche perché, per noi iniziati all’alpinismo, le tue realizzazioni sulle Pale di S. Lucano e tante altre ti ponevano ai nostri occhi come un mito dell’alpinismo.
Ricordo i tuoi Galibier che subito comprai e che ritenni subito estremamente confacenti anche per l’arrampicata libera che ancora con conosceva l’uso delle pedule di arrampicata.
A tutt’oggi non sono ancora riuscito ad avere la relazione della via effettuata da Priolo e compagno nel 1970 e della quale io ho avuto notizie attendibili per la prima volta all’inizio degli anni Novanta. Questo fu quando Piero Sommavilla con Giovanni Angelini si erano impegnati con il CAI-TCI nella stesura della guida Civetta-Moiazza (che non fu mai portata a termine). Ricordo abbastanza bene che Sommavilla mi diceva che il loro itinerario passava attraverso il grande placcone centrale che suppongo leggermente a destra della via Piccolo Denver di Santomaso, Conedera, Zasso. La mancanza della relazione di Priolo con relativo schizzo pertanto non mi permette ancora di collocare le verità storiche di questo meraviglioso Campanil dei Zoldani al posto giusto. Io ho percorso la mia via il 15 agosto 1974 in 11 ore di arrampicata incontrando le difficoltà che ben tu hai potuto constatare sulla guida di Santomaso. Il 26 maggio del 1977 con mio fratello Renato e Casare De Nardin salimmo il Campanil dei Zoldani con l’intenzione di effettuare un’altra via nuova che avesse in comune la prima parte, fino al settimo tiro della via da me precedentemente salita nel 1974 e che percorresse invece per i restanti 2/3 la parte destra del Campanil dei Zoldani leggermente in spigolo. La sorpresa fu quella di trovare invece un chiodo universale Cassin colorato rosso a circa 2/3 della via. Siccome al primo tiro della salita effettuata da noi nel 1974 trovammo 4-5 chiodi, questo chiodo ci confermava che qualcuno avesse precedentemente effettuato prima dell’agosto del 1974 questa salita. Io avevo avuto poi notizie che tra i pochi che avevano effettuato degli approcci in questa parte della Moiazza fossero stati dei Triestini, conclusi che avevamo effettuato la prima ripetizione della via dei Triestini. Questa tesi fu poi confermata dalle informazioni ulteriori avute in seguito e che ti ho già esposte sopra… Solo ora che ho letto la tua relazione posso concludere che il 26 maggio del 1977 facemmo la prima ripetizione della via Gogna-Favetti. A questo punto non ci resta che collocare la via dei Triestini avendo la loro relazione e relativo schizzo. Sicuramente la tua salita rimarrà una via nuova mentre la mia potrà anche verificarsi essere stata una prima ripetizione della via dei Triestini. Se così fosse dovrei concludere d’aver effettuato le prime ripetizioni delle tre bellessime vie effettuate sul Campanil dei Zoldani, compresa anche quella di Sommavilla del 1970. Quanto prima riusciremo a collocare tutto al posto giusto, tanto prima cesserò di rammaricarmi per aver deformato una verità che era a me completamente sconosciuta. Certo è che coloro che si prendono l’onere di mettere nero su bianco queste verità storiche, e mi riferisco agli estensori delle guide, dovrebbero usare un’attenzione maggiore, soprattutto quando certe cose si sanno.
Fammi sapere qualche cosa perché anche queste supposizioni possano, almeno alla luce delle nostre esperienze che solo ora si sono intersecate, diventare verità storica. Questo è e sarà sempre il nostro obbiettivo prioritario.
Una forte stretta di mano.
Eugenio Bien

Nel 2008, in occasione dei 30 anni di Le Dolomiti Bellunesi, la redazione s’impegna in una bellissima pubblicazione, La grande cordata. Nella serie di articoli uno più interessante dell’altro, figura anche quello di Stefano Conedera, Il Campanil dei Zoldani, l’ultimo tassello mancante. Questo saggio storico mette la parola fine a tutto ciò che non era chiaro nella storia del Campanil dei Zoldani. Qui lo potete leggere in versione integrale.

Per brevità, abbiamo qui preferito riportare la lettera inviatami da Stefano Santomaso, 23 gennaio 2009 (i contenuti della quale sono un riassunto del suo articolo):
Caro Alessandro, innanzitutto vorrei congratularmi con te per tuo il bel articolo pubblicato su Dolomiti Bellunesi, veramente molto interessante, peccato che di questi tempi sia una delle poche voci che si levano a difesa dell’integrità dei monti. Io comunque lo sottoscrivo a pieno. Penso che anche tu abbia letto il mio racconto riguardo alla storia alpinistica del Campanil dei Zoldani.

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Sperando di farti cosa gradita ti vorrei illustrare meglio alcuni particolari che riguardano le salite alpinistiche che percorrono la parete occidentale del monte. Nell’articolo pubblicato infatti ho deciso di non inserire dettagli tecnici degli itinerari pensando che queste argomentazioni interessano solamente la stretta cerchia di alpinisti che, principalmente, hanno aperto gli itinerari. In più, con l’oggettiva difficoltà nel descrivere e far comprendere ai lettori i singoli tratti rocciosi interessati dagli itinerari. Ho così pensato che una foto con i tracciati bastasse e spiegasse molto più di tante parole.

Come avrai sicuramente notato la via di Priolo e Ogrisi vince centralmente la parete uscendo poi attraverso quella lunga rampa inclinata che caratterizza la parte alta della parete ripercorsa anche nel 1974 dai fratelli Bien. Questa salita è stata inoltre incrociata dalla via Piccolo Denver che sicuramente, per una intera lunghezza, sale in comune proprio alla base della grande placca centrale (infatti si percorre un diedro che incide una parete altrimenti impercorribile). Lo stesso Priolo, alcuni anni dopo che avevo pubblicato la guida Moiazza (2003), mi aveva scritto indicandomi a grandi linee la direttiva da lui seguita, in più un incartamento reperito da Eugenio Bien alcuni mesi fa e appartenuto a Piero Sommavilla evidenzia abbastanza chiaramente il tracciato seguito dai Triestini.

L’ascensione che hai compiuto assieme a Favetti invece si svolge più a destra; hai attaccato più in basso e a destra rispetto ai Triestini percorrendo l’unica fessura verticale esistente in quella zona, tratto ripercorso anche da Massarotto negli anni Ottanta e quindi anche da me e Giuseppe Bepi Vieceli nel 2001 durante l’apertura della via Vittorio Vieceli.

La nuova guida Moiazza, roccia tra luce e mistero di Stefano Santomaso (Idea Montagna, 2011)
MisteroSecondoCampanile-moiazza-roccia-tra-luce-e-mistero

La continuazione diretta di quella fessura non è altro però che il primo tiro difficile della via Priolo che con direttiva ideale incide la parete verticale superiore. Penso di poter affermare con certezza che la tua ascensione e quella dei Triestini quindi hanno in comune una trentina di metri in questo tratto (dove precisamente indichi un passo in A2), appena dopo le due salite si dividono. Eugenio Bien non è d’accordo con la mia convinzione; secondo il suo parere, la tua salita si svolge ancora più a destra andando a vincere un anfiteatro strapiombante che così dice, giustificherebbe i passaggi effettuati in artificiale.

A me sembra invece improbabile che con Favetti abbiate attaccato una parete strapiombante alta più un centinaio di metri, peraltro priva di una qualsiasi linea logicamente arrampicabile. In più la relazione che hai lasciato della tua via, si adatta perfettamente (tranne forse i passi artificiali) al tracciato che nel 1990 ho percorso con Stefano Conedera ripetendo la via Bien e al primo tratto percorso con Bepi Vieceli nel 2001.

Anche i fratelli Bien nel 1974 hanno dapprima percorso il primo tratto della via di Priolo, dopodiché hanno seguito, penso quasi integralmente, il primo terzo della tua via seguendo un grande diedro fessurato posto una trentina di metri a dx della via dei Triestini. Successivamente i due hanno affrontato e vinto una severa parete sulla sinistra (tratto chiave della loro ascensione) fino a riprendere la via dei Triestini in alto, sopra la grande placca centrale.

Quanto questa salita, nel primo e ultimo terzo di parete, percorra tratti nuovi o ripercorra tratti già superati precedentemente è difficile da ricostruire con precisione, ma visto che le linee “logicamente arrampicabili” sono le stesse presumo che le salite si sovrappongano. La questione appare comunque alpinisticamente di scarsa importanza e, con il tuo contributo, facilmente risolvibile.

Riguardo invece all’ultima salita tracciata, la via Vittorio Vieceli, dopo il primo tiro in comune con la Gogna, la via traversa verso destra per non toccare la via seguita da Priolo e dai Bien, andando poi a prendere e vincere il bellissimo spigolo del Campanil dei Zoldani. La parte finale di questo itinerario, che si svolge attraverso una serie di facili caminetti e diedri adagiati, penso riprenda la parte alta della tua via perché entrambe le salite percorrono i punti più logici e facili di questo tratto.

Alpinisticamente sono sempre le prime salite tracciate che comandano il gioco, tutte le altre devono tener conto di questi tracciati. Così è chiaro che anche in questo caso ci sono due grandi vie indipendenti, la via dei Triestini e la Gogna-Favetti: da queste, altre si staccano o si riallacciano percorrendo con mezzi tradizionali i punti più deboli del monte.

MisteroSecondoCampanile-ripviaBien0001

Dopo che Eugenio Bien ha rinunciato, sono contento di aver potuto scrivere io l’articolo sul Campanil dei Zoldani, ricostruendo e riassumendo la storia delle salite; un po’ per un certo senso di colpa verso gli alpinisti triestini, che probabilmente si sono sentiti “rubare” il loro tracciato pubblicato erroneamente sulla guida della Moiazza, un po’ per la mia passione per la conoscenza e divulgazione della storia alpinistica agordina e dolomitica.

Finisco di annoiarti con una riflessione; se ben guardiamo, l’alpinismo fatto negli anni Settanta come quello del Duemila, su questa parete non è poi così diverso. Questo non può che essere un fatto estremamente positivo.

Concludo con un cordiale saluto e con la speranza di sentirti o rincontrarti magari qui ad Agordo davanti a un buon bicchiere oppure proprio su queste nostre belle montagne.

La parete sud-ovest del Campanil dei Zoldani, con i tracciati definiti dall’indagine: giallo=Rampa dei Bellunesi (28.06.1970); nero=via Piccolo Denver (25.07.1992); bianco=via dei Triestini (Priolo-Ogrisi, 21 giugno 1970); rosso=via Gogna-Favetti (21.04.1974); blu=via Bien (15 agosto 1974); verde=via Vittorio Vieceli
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Una misteriosa via Vinci

Una misteriosa Via Vinci
di Heinz Grill

La parete nord-ovest del Castello delle Nevère
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Le vecchie descrizioni aggiungono immagine e vivacità alle emozioni che un arrampicatore prova dentro di sé durante una ripetizione. Quanto sono meravigliose le parole di Vinci, che parla di un “orlo friabilissimo”, di un “passaggio difficilissimo”, di uno “scenario pauroso” e di “notti di bivacco inaspettate” e tanto altro. Un’altra descrizione racconta di una via assolutamente misteriosa in Moiazza, che nessuno ha ripetuto in tutti questi decenni e che é solo storica. La descrizione è come se venisse direttamente dalla scena delle esperienze interiori e si vede quasi la faccia del primo di cordata deformata dalla paura. Le descrizioni moderne che si riferiscono in modo sobrio e tecnico a un 6a o un 6b rivelano molto poco della parete vera e propria ma anche dell’esperienza individuale o, detto meglio, del vissuto archetipico dell’arrampicatore.

Per amore di queste descrizioni e veramente solo per amore delle parole, ho letto nella guida di Stefano Santomaso la relazione della salita di Vinci sulla parete nord-ovest del Castello delle Nevère, redatta probabilmente nel 1936 dopo la gloriosa prima salita. Pure i miei amici Barbara e Martin continuavano a burlarsi delle parole raffinate con visi sorridenti. “La via è in ogni caso sconsigliata.” Oltre a ciò il 7 novembre 1969 si è staccata una grande frana dalla parete che sembra aver cambiato l’intera faccia della parete nord-ovest. L’epilogo era quindi scontato già fin dall’inizio in tal senso e la descrizione divertente era solamente un fatto storico-culturale.

“Che cosa facciamo domani?” chiedo ai miei due amici. Barbara dice con sorriso birichino: “La via sconsigliabile, la Vinci?”. “Sei in vena di scherzi?” era la mia risposta. “Ti leggo ancora una volta la descrizione.” L’orlo friabilissimo creava tanto divertimento fino all’attivazione dei primi sintomi vegetativi come mani sudorifere e crampi allo stomaco. Lo scherzo ci portava in ogni modo nel nostro piccolo gruppo di tre alla conoscenza esatta della descrizione di Vinci e della sua via sul Castello delle Nevere. Di nessun’altra via conoscevamo così a fondo la descrizione, sebbene altre esercitassero molta più attrazione e soprattutto promettessero esperienze più gratificanti su roccia solida. Per fare una via sulla Cima G. Costantini abbiamo solo strappato la pagina dalla guida, messa in tasca e siamo partiti di corsa. Con la via Vinci invece abbiamo persino sognato nelle notti dei “passaggi estremamente difficili” e dei “tetti con parecchi chiodi”. Nel sonno le immagini della descrizione magnifica sono profondamente entrate dentro di noi e l’orlo oltremodo friabile è diventato un’immagine perfetta.

Finalmente ci troviamo la mattina alle 8 al parcheggio della Capanna Trieste riflettendo insieme sull’enigma della via, che volevamo affrontare in quella giornata promettente. In realtà conosciamo già tutti gli itinerari che ci interessano in questa zona: la Carlesso, la Cassin, la via dei Polacchi, la via Dell’oro sulla Torre Trieste; le vie sulla Cima dei Tre e sulla Cima G. Costantini. “Solo una non conosciamo”, dice Barbara. “Ho già sognato l’orlo friabilissimo: sale con strapiombi al lato del tetto e, a causa della friabilità, non è possibile metterci neanche un chiodo. E dopo bivacchiamo sotto i tetti, appesi a un vecchio chiodo di Vinci, in maniera classica e bellissima…”

Nella descrizione viene consigliato di portare almeno 20 chiodi e materiale da bivacco. Impacchiamo cinque chiodi, un martello; il materiale da bivacco meglio lasciarlo in macchina. In realtà non si dovrebbe parlarne, ma non possediamo materiale di bivacco e ci sentiamo così poco classici relativamente alla bella descrizione.

Un IV grado all’inizio
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Traverso arioso
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I primi tiri vanno abbastanza bene e la roccia è solida. Un chiodo-anello traccia la linea. Rimarrà l’unico sulla parete, e questa era una circostanza che non corrispondeva del tutto con la descrizione che era così plastica. Seguiva poi una zona più facile che conduceva alla parete principale. Era stato accennato a un traverso difficile con due chiodi, dunque traversiamo, anche se i chiodi indicati sono introvabili. La parete diventa più difficile, seguono i primi passaggi di VI grado. Lino Lacedelli, il ripetitore della via, aveva solo parlato del grado V+, se non sbaglio? Nel 1948 aveva fatto la prima ripetizione con i suoi compagni e parlava in modo molto rilassato di un tempo di salita di 8 ore e pure di passaggi molto meno di VI. La via diventava più difficile, seguiva una fessura ripida con ulteriori traversi, Lacedelli sembra aver oltrepassato questi passaggi di volata nelle sue “8 ore”. La roccia era comunque sorprendentemente solida.

I primi passaggi di VI grado
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Fessura nera
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La sezione piramidale della parete del Castello delle Nevère
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Finalmente abbiamo raggiunto una cengia sulla quale c’erano dei blocchi inquietanti e a questo punto la situazione è diventata vivace come un’immagine reale. Il recupero della corda faceva chiasso come quando in una cava di pietra si lavora duro. Forse ci troviamo finalmente sulla linea giusta.

Uno strapiombo difficile richiedeva parecchia fantasia: presumibilmente Lacedelli ha omesso alcuni passaggi oppure eravamo noi a fare il nostro lavoro in modo così pessimo? Là sopra si trova il grande tetto triangolare che precipita in modo raccapricciante verso il basso, sopra l’orlo strapiombante friabilissimo che deve inevitabilmente essere scalato. Però chi aveva detto strapiombante?

La fantasia trasforma le immagini in esagerazioni plastiche e inebrianti. L’orlo era in realtà moderato, ma sopra, dove inizia la zona dei tetti della rampa, veniva una sfida problematica. “Parecchi chiodi” diceva la vecchia descrizione. Ho cercato un po’ a sinistra e poi a destra e mi sono reso conto che purtroppo questi chiodi non c’erano. Poteva essere che Lacedelli li aveva tolti per sbaglio nel suo zelo esagerato delle 8 ore? Un friend serviva per superare il secondo tetto. Con una staffa e un passo azzardato con gambe divaricate e il problema era risolvibile. “Come era la valutazione di Lacedelli” ho chiesto gridando verso i miei compagni di sicuro già un po’ turbati. “V+ al massimo” era la risposta e io replico: “Allora non siamo in buona forma.”

Il grande triangolo dei tetti
MisteriosaViaVinci-IMG_1411 das große Dachdreieck mit darüber überhängendem orlo friabilissimo

Dopo i tetti
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Cengia sotto l’ultimo terzo
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Arrivati nella parte superiore della parete la roccia è diventata magnificamente solida e subito talmente compatta che una chiodatura non era possibile. Avremmo dovuto piantare dei chiodi, ma dato che avevamo portato solo 5 chiodi e un martello dovevamo naturalmente risparmiare. Lacedelli aveva omesso questi passaggi, perché anche in questa zona si doveva almeno arrampicare un VI grado a distanze lunghe. La valutazione dei gradi dipendeva sicuramente dalla nostra pessima condizione e le ore passavano a dispetto della dinamica continua nel flusso della salita; non è che stessimo resistendo ad acclimatarci in tutta questa faccenda?

La parte superiore: fessure e diedri
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Passaggi su buona roccia con poche sicurezze
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Sopra gli 800 m
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Vista verso Torre Trieste

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Uno spigolo difficile
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L’orientamento è spesso un po’ difficile
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Finalmente abbiamo raggiunto uno degli ultimi passaggi, un camino giallo che si  restringe e poi si allarga di nuovo. La ciliegina aggiuntiva era il suo bagnato. Nel camino ho dimenticato tutto il vocabolario motorio alpinistico e sono rimasto incastrato come un dado dentro il camino, lottando con le ginocchia e i gomiti, per guadagnare alcuni centimetri. Per Lacedelli era probabilmente solo un V+, perché in quello almeno non si può cadere. A un certo punto siamo riusciti finalmente a superarlo e la cima venne raggiunta dopo un’arrampicata di 10 ore.

L’ultimo camino con strozzatura
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Siamo un po’ anacronistici: per noi la descrizione di Vinci è giusta anche oggi. Lacedelli era forse ispirato da un animo troppo sportivo e moderno e con questo avrebbe quasi tolto a questa via classica il suo spirito misterioso. Nella discesa ci siamo immersi nel banco di nebbia magnifico e misterioso nella montagna, non è soggetta al tempo. Noi rimaniamo fedeli ai vecchi tempi e siamo ancora innamorati di quella via. In complesso la via Vinci è una bella impresa.

Torre Trieste nella nebbia
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Note (NdR)
La prima ascensione della parete nord-ovest del Castello delle Nevère è di Alfonso Vinci, Paolo Riva e Camillo Giumelli (18-19 agosto 1936, con 19 ore di arrampicata effettiva. Usati 32 chiodi di cui 18 lasciati).

La prima ripetizione è stata di Lino Lacedelli, Luigi Ghedina e Siro Menardi (11 settembre 1948, in 8 ore), che degradarono la via a V+.

Protagonisti della seconda ripetizione della via Vinci al Castello delle Nevère sono stati Heinz Grill, Martin Heiss e Barbara Holzer, il 16 agosto 2016.
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