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I Sentieri di Selvaggio Blu

I Sentieri di Selvaggio Blu

A 51 m sul livello del mare, in una piazzetta senza nome della parte alta del paese di Santa Maria Navarrese, precisamente vicino al ristorante il Pozzo, è stato apposto un cartello segnalatore (vedi figura 1) che si comprende subito essere parte di un sistema segnaletico da pochi mesi esposto in tutta la provincia sarda dell’Ogliastra.

Dalla grafica accattivante, il cartello incuriosisce anche chi non intende muoversi da lì: per chi invece si sta accingendo a un’escursione esso diventa immediatamente oggetto di studio.

Mario Verin e Alessandro Gogna perplessi al cospetto del cartello. Foto: Giulia Castelli
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Mario Verin, Giulia Castelli ed io non facciamo parte di queste due categorie: in realtà riteniamo di conoscere a sufficienza il bellissimo territorio circostante Santa Maria, il sentiero per Pedra Longa nonché i sentieri di Cima di Pittaine 450 m c., Monte Scoine 647 m e Monte Oro 667 m. Dunque, osservando con attenzione il cartello, vorremmo ritrovare almeno alcune di quelle che sono le nostre certe conoscenze.

Anzitutto l’intestazione: BA003. Una sigla che, senza allegato elenco BA001, BA002, BA004, non significa nulla. Si presuppone che quello cui BA003 si riferisce sia il ben visibile titolo BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa.

Ma a questo punto l’osservatore si preoccupa e medita: “Ma io sono qui a Santa Maria… come si pone Santa Maria in questo titolo/cartello?”.

Una risposta sembra essere data al fondo del cartello: un asterisco rosso indica il fatidico “Voi siete qui”. Qui, dove? Lo so io che sono a Santa Maria, il cartello non me lo dice. Se invece che questo cartello, posto in un paese, si prendesse in osservazione per esempio quello anch’esso relativo al BA003 (vedi figura 2) si vedrebbe che il cartello nella sezione inferiore è uguale identico a quello della figura 1 con la sola differenza dell’asterisco rosso, posto effettivamente in un altro punto.

Ora, siamo noi a sapere che il cartello della figura 2 è posto al Passo di Uttolo, sulla carrozzabile Baunei-Pedra Longa: il cartello non ce lo dice affatto. E un viandante, con a disposizione solo il cartello, non potrebbe mai saperlo. Inevitabile la sensazione d’essersi perso…

Ma proseguiamo l’analisi. Sotto al titolo è una breve descrizione dell’itinerario. Veniamo a sapere che l’itinerario BA003 inizia nella parte alta del borgo turistico di Santa Maria Navarrese. Ah, dunque siamo a Santa Maria! Finalmente sappiamo dove siamo. Al termine di una breve ma precisa descrizione dei primi minuti di itinerario “il sentiero conduce rapidamente sulla Cima di Pittaine a c. 500 m sul livello del mare (non è più di 450 m)”. tanto rapidamente non può essere, visto che si tratta di almeno 400 m di dislivello…

Figura 1
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Proseguendo si raggiunge Coile Locorbu, che si caratterizza per un punto di vista panoramico dal quale la vista spazia sull’intero promontorio di Capo Bellavista”. Citare Coile Locorbu senza dire che questo è anche un valico, tra Monte Oro e Monte Scoine, significa non avere idea di quanto si sta scrivendo. Citare Capo Bellavista (che è quello della lontana Arbatax) significa che sta scrivendo non ha a cuore le esigenze di chi dovrebbe leggere e almeno capire qualcosa.

Ma la descrizione continua: “Terminato il periplo di Monte Siccone (quando l’abbiamo iniziato? Sarà giusto pensare che “Siccone” stia per “Scoine”?), che tocca i 647 metri (allora sì, Siccone è Scoine), si può osservare il centro del paese di Baunei, per poi concludere il percorso in località Genna Intermontes”.

Figura 2
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La descrizione, che ci dice che stiamo vedendo Baunei, indica che siamo nel punto più a nord-ovest dell’intero periplo: come mai un attimo dopo si “conclude” a Genna Intramontes (che abbiamo già oltrepassato in salita, all’inizio della “strada panoramica” di Santa Maria, nel punto più a sud-est del periplo, 174 m, ma queste sono tutte informazioni che stiamo dando noi ora). Come si congiungono i due punti secondo il cartello? Mistero.

Il Monte Oro e il Monte Scoine dal Passo di Uttolo
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Inizia ora l’esame della sezione centrale del cartello, quella con i disegnini dell’omino che cammina e soprattutto con il simbolo della mountain bike. Viene indicata una “pendenza massima” dell’87%. Che tradotto in gradi si approssima molto ai 45°! Questo è probabilmente corretto, ma allora non si spiega come lo stesso cartello valuti “media” la difficoltà cicloviaria! Viene poi indicata ina “pendenza laterale”, che possiamo presumere essere quella di una strada/sentiero inclinata, non orizzontale. Altri misteri.

Il Monte Scoine dalla vetta del Monte Oro. In primo piano la Sella Locorbu.
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Ma ora però arrivano i misteri più agghiaccianti: i segni bianco-rossi indicano un orario di 1h40’ per la Pedra Longa (nominata solo nel titolo) e di 4h40’ per il Coile Duspiggius, mai nominato in descrizione!

A questo punto è la rinuncia a capire da parte di qualunque volonteroso. La terza sezione del cartello, quella inferiore, riporta un disegnino schematico, a tratti di vario colore, con dei numeri qua e là. Ci sono, sulla destra, altri numeri (anch’essi in colore diverso) che dovrebbero essere delle quote. Nella confusione totale di questo cartello, le quote sono numeri con la virgola, come se davvero ci interessasse sapere che si tratta di una quota di 276,7 m o un’altra di 553,5 m. Viva la precisione dove non serve a nulla!

Ma la cosa più incredibile è che si comprende subito che i numeri accanto al tracciato non sono quote: e non si capisce cosa siano!

A questo punto notiamo una dizione su fondo verde, a metà tra la sezione centrale e quella inferiore, che ci dice di “scaricare le app degli itinerari su www.percorrendologliastra.it”.

Dunque l’Ogliastra bisogna girarla con lo smartphone, altrimenti a casa o in spiaggia! Allora scarichiamo l’app, con logiche imprecazioni.

Finalmente appare l’elenco degli itinerari BA (che sta per Baunei): sono sette. Con la ricerca dell’itinerario BA003 appare la schermata http://www.percorrendologliastra.it/itinerari/baunei-baunei-locorbu-pedra-longa/, dove finalmente capiamo che i numeri accanto al tracciato sono i “punti d’interesse”. Cliccando sul numero una breve audioguida in tre lingue ci vorrebbe spiegare cosa stiamo vedendo, ma le poche parole che si ascoltano non danno sostanzialmente alcuna informazione, soprattutto sul dove siamo.

Con l’aiuto dunque dell’app, alcuni misteri si chiariscono, che ne richiamano però altri. E i misteri di base s’infittiscono:
1) Cosa sono quelle quote in metri con virgola?
2) Se l’itinerario parte da Santa Maria, come mai il titolo è BAUNEI │Baunei Locorbu – Pedra Longa?
3) Che c’azzecca Coile Duspiggius?

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Questo incubo ha una fine solo se si rifiuta di indagare oltre. Chi volesse percorrere i sentieri del Supramonte di Baunei acquisti senza paura la Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu, di Mario Verin, Giulia Castelli e Antonio Cabras. Sono 24 euro ben spesi, che ci fanno dimenticare le tristezze dei cartelli dell’Ogliastra. Vi sono descritti 41 itinerari e 2 trekking, con mappe 1:15.000.

Le descrizioni sono perfette, nel limite del possibile. Perché la grande difficoltà degli autori, ma di chiunque si accinga a colossali lavori del genere, è di esprimere in parole il senso di vera e propria navigazione che è necessario in questi luoghi, senza alcun punto di riferimento visibile e soprattutto logico nell’arco di chilometri o, se volete, di ore. Navigare istintualmente nella macchia, o al fondo di valloncelli dei quali a volte non si comprende la direzione (la bussola schizza di qua e di là a volte in poche decine di metri), il senso di salita o discesa e neppure la situazione topografica tra i rilievi. Perdersi è praticamente da mettere in conto e non una volta sola. Un aiuto fondamentale lo dà il GPS, strumento qui indispensabile se si vuole almeno avere la speranza di non perdersi completamente (in un terreno che molto spesso non è coperto dal segnale telefonico e che richiederebbe l’uso del telefono satellitare).

La lettura attenta delle descrizioni degli itinerari della guida, unitamente all’uso del GPS, riducono il pericolo di dover chiedere aiuto a gran voce. Il consiglio, per chi vuole andare a questo genere di avventura, è di non sottovalutare alcunché e di iniziare dai sentieri meno complessi per farsi un’idea.

Mario Verin nella discesa del bacu Esone, uno degli itinerari più impegnativi della Guida ai Sentieri di Selvaggio Blu (il n° 40)
Sardegna, Supramonte di Baunei,  discesa del Bacu Esone, canyoning,

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Voglia di ripido

Siamo felici di presentare al nostro pubblico l’ultimo lavoro di Igor Napoli, uno degli ultimi esemplari viventi della specie “hippyens-montanus”, incallito ricercatore, inventore e catalogatore di nuove linee di discesa: è il secondo volume di Voglia di ripido, riedizione aggiornata (valli Stura, Grana, Maira, editore Vividolomiti, collana Mountain Geographic). Il primo volume (dal Monte Antoroto alla Testa del Claus) era uscito nel maggio 2013 con l’editore Soletti. Il terzo e ultimo volume (valli Maira, Varaita e Po) uscirà a settembre 2016. In tutto, sono 1000 pagine di belle foto e itinerari scelti di scialpinismo ripido, dall’inizio delle Alpi sino al Monviso. Molte delle linee descritte sono l’espressione della vulcanica e incredibile attività dei protagonisti che in questa disciplina hanno raggiunto i massimi livelli; ma l’intendimento generale dell’opera rimane sempre e comunque quello di trattare itinerari eterogenei, significativi dal punto di vista estetico e alla portata di una cerchia di sciatori la più ampia possibile.

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Voglia di ripido
di Igor Napoli

Varie componenti spingono gli appassionati di montagna a cimentarsi nell’uno o l’altro itinerario: alla base ci possono essere motivazioni estetiche, istinti pseudosuicidi, sete di conoscenza, ricerca del sensazionale, masochismo, desiderio di far parlare di sé… Non ci sono regole, per fortuna, solo massima libertà. Se uno vince, non necessariamente un altro perde, come invece succede in altri sport…

Guardando certe foto di montagna a volte capita di vedere posti talmente ripugnanti e schifosi che per scherzo viene da pensare “chissà come potrebbe essere passare di lì”, ma solo così, per giocare con la fantasia e poi godere di essere rimasti a casa, davanti al fuoco. Ma poi invece ci sono altre giornate in cui quelle stesse minchiate che avevi pensato solo per gioco, in modo del tutto zen (nel senso che le avevi pensate a mente vuota, senza scopi e senza – in definitiva – pensarle veramente) ti si rivoltano contro e allora per un istante incominci a credere che quel barlume di idea che avevi buttato lì per lì, in realtà potrebbe anche avere un senso… il pensiero incomincia a roderti ogni giorno di più… sei già entrato nel tunnel e la frittata è fatta.

 

C’è un giardino incantato di fiori di cristallo:
è il regno della luce e del silenzio.
Non sta proprio dietro l’angolo: a volte trovarlo richiede sforzo…
Nel giardino incantato il gelo, il vento e la neve creano spettacoli
di perfezione e armonia che riempiono di pace.
Quando riesco a trovarlo sto così bene che non vorrei più andare via.
Ma non si può stare lì tutta la vita.
Allora vorrei che quella pace mi accompagnasse per sempre
e capisco che se tutta la gente si portasse dentro
anche solo una minima parte di quell’estrema semplicità,
gran parte dei problemi che ci tormentano
svanirebbero.

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Mai un fiocco di neve cade in un posto sbagliato (massima zen)”
Riaccingermi a rieditare Voglia di Ripido I è un po’ come rientrare in rifugio, al caldo e in buona compagnia, dopo essere stato due ore fuori a spalare neve…

Sembra di riprendere le fila di un discorso temporaneamente interrotto. E’ un mix di sensazioni contraddittorie: da una parte il forte stimolo a ricominciare questo viaggio invernale nelle mie montagne e dall’altra, nessuna voglia di farmi possedere per l’ennesima volta dal macchinario diabolico che ho davanti.

Mi vengono in mente i momenti balordi e difficili in cui, con l’esperienza nulla dello scrittore principiante, con le diapositive stipate in una scatola da scarpe e con i “sacri itinerari” salvati uno ad uno con religiosa cura nei floppy-disk del vecchio computer “Atari”, vagavo tra gli editori della provincia di Cuneo.

La prima tappa dal banfone che mi fumava sempre in faccia dicendo di volerne stampare 6-7000 copie: mi fece andare avanti e indietro un sacco di volte, senza mai concludere un tubo di niente; seconda tappa da quello “triste dentro” che lo avrebbe pubblicato anche subito, ma rigorosamente in bianco e nero, per spendere meno; anzi, no, a detta sua “a tre colori”, perché i titoli li avrebbe stampati in rosso…

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A volte è più facile scrivere un libro che trovare uno che te lo pubblichi senza volerne approfittarne troppo.

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Alla fine capitai a Dronero, dall’editore L’Arciere, che si dimostrò più umano degli altri, anche se mi impose una conditio sine qua non di 300 copie prenotate (e ovviamente pre-pagate dal sottoscritto) prima di partire con la stampa. Così andai a destra e a manca a promuovere un libro che ancora non esisteva…

Quando finalmente uscì Voglia di Ripido I, per fortuna piacque subito tanto, per l’argomento e per le fotografie; un po’ meno per il prezzo, oggettivamente sproporzionato, che però non avevo deciso io. Quelle cose le stabiliscono gli editori…

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Ancora non sapevo che quello era il primo libro del genere in Italia. In pochi anni il volume andò in esaurimento.

In questi otto anni, intanto, sono successe diverse cose.

Per quanto riguarda me, è cambiata la prima cifra.

E quando dal 4 passi al 5, non sempre ti riesce ancora tutto così bene come quando le decine erano solo 2 o 3… Magari nella testa i pensieri continuano a frullare leggeri, ma poi, quando devi passare dalla teoria ai fatti, sempre più spesso vai a scontrarti con realtà fatte di ginocchia che bruciano, schiene irrigidite e insicurezze psicologiche ad esse collegate… Per fortuna lo scialpinismo non è fatto solo di Lurousa e Forcelle. Anche la Bisalta ha dei segreti da svelare… E come lei, un sacco di altri posti.

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In Voglia di Ripido I ero consapevole di aver gettato alcune pietre nello stagno. Pubblicando foto di pareti e montagne che nessuno aveva ancora percorso in sci, avevo per così dire “cissato la maraja (Slang piemontese che sta per “stimolato la gioventù”)” fornendo qualche idea in più per stimolare a nuove mete. Diversi giovani raccolsero la palla al balzo e portarono avanti le fila del discorso.

I risultati non tardarono ad arrivare: Mario Monaco, Andrea Schenone, Eraldo Viada, Federico Varengo, Gigio Gagliardi, Diego Fiorito, Giorgio Bavastrello, Roby Garnero ed altri signori del ripido si divertirono a distruggere pseudo-miti di pareti e canali che nel libro avevo indicato come “sfide per il futuro…” e inseguendo autonomamente i propri progetti personali continuarono a collezionare nuove e importanti discese, al punto che un aggiornamento sembrava quasi indispensabile.

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In realtà ho sempre pensato che un bravo scialpinista non dovrebbe basarsi unicamente su una lista preconfezionata di itinerari, per decidere dove andare. Le gite più belle sono quelle che ognuno si inventa seguendo i propri istinti, il proprio senso creativo e le proprie esperienze.

Non è assolutamente vero che “ormai si è fatto tutto”, che non c’è più spazio per discese nuove… Ogni inverno ha un po’ una sua storia particolare: a seconda di dove il vento ha tirato di più, certi angoli di montagna possono essersi riempiti di neve in posti dove non avremmo mai più immaginato che potesse accadere… ed ecco, come per incanto, un nuovo passaggio per i nostri sci… Bisognerebbe avere la fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto… In realtà, spesso non lo veniamo neanche a sapere, perché non abbiamo il dono dell’ubiquità, perché quel giorno dobbiamo lavorare, o più semplicemente, perché quando c’è tanta neve, per ovvi motivi di sicurezza, è molto meglio non esserci.

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Forse questo aspetto è ciò che rende lo sci ripido un’attività unica.

Ma come in tutte le cose, può capitare di farsi prendere così tanto da tale disciplina da dimenticare tutto il resto, per pensare solo più a dove e come andare a ficcare i piedi appena possibile…  “Fanta-sci”…  Troppo tardi, sei stato preso dal vortice e difficilmente riuscirai a liberartene, fintanto che un giorno forse vedrai che hai speso un sacco di energie in azioni spesso ripetitive e di incerta utilità, importanti solo per te, e l’immagine che vuoi che gli altri abbiano di te, all’interno di un ristretto giro di persone…

Ma fuori di lì?

 

Voglia di ripido volume II – Scialpinismo e sci ripido in Val Stura, Grana, Maira di Igor Napoli
SKU: 978-88-99106-15-7
(avec des notes techniques en français) (tecnhiken auf deutsch bekannt)
78 itinerari di sci ripido e scialpinismo dal Malinvern alla Roccia Blancia
Itinerari e immagini selezionate, per la guida più completa sulla montagna invernale e lo scialpinismo ripido nelle Alpi sudoccidentali. Un libro per continuare a sognare e un punto di riferimento per gli appassionati.
ISBN: 978-88-99106-15-7
Prezzo di vendita: 26,55 €
Prezzo di listino: 29,50 €
Sconto: -2,95 €

Indice volume II

Indice volumi I, II e III (in ordine alfabetico)

Igor Napoli
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Sud verticale

E’ appena uscita la nuova guida Sud verticale, una completa monografia di ghiaccio, scialpinismo, roccia, falesie e ferrate nei Parchi del Pollino e dell’Appennino Lucano. L’autore è Guido Gravame, l’editore è Idea Montagna.

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Sono passati quasi 35 anni da quando, assieme a mia moglie Ornella e Andrea Savonitto, nel corso del nostro lungo peregrinare nelle montagne del Sud, capitammo sulle montagne del Pollino. Pur dotati di carte militari dell’IGM eravamo completamente all’oscuro di cosa avremmo trovato, ma una cosa era chiara fin da subito. Sul versante settentrionale avremmo trovato una montagna meravigliosa, piena di boschi e di itinerari anche impegnativi; su quello meridionale grandi dislivelli e precipizi dirupati e selvaggi. Non mi aspettavo grandi pareti di roccia, perché non ero riuscito a reperire in anticipo alcuna documentazione fotografica. E dunque, quale non fu la nostra sorpresa, con conseguente eccitazione, quando scoprimmo ciò che sovrastava Civita! Gole profondissime, canyon… e soprattutto pareti a perdita d’occhio, una specie di novello Verdon dalle proporzioni gigantesche e del tutto inesplorato.

Fummo subito presi dalla frenesia del fare, anche se i giorni che avevo messo a disposizione per la zona del Pollino erano comunque limitati. Ci scontrammo subito con la difficoltà di avere qualunque genere di informazioni sul posto, controbilanciata dalla sorpresa dell’aver trovato alcune strade poderali sterrate che non ci aspettavamo (sulle carte non c’erano) e che ci facilitavano decisamente le cose.

Alla fine riuscimmo essenzialmente ad aprire una via difficile sull’imponente parete ovest della Pietra del Demanio e ad attraversare in senso est-ovest l’intera Gola del Barile. In realtà ci siamo impegnati a risalire questo fantastico canyon non propriamente con il solo scopo esplorativo: ci interessava l’enorme parete sovrastante, la Sud-ovest della Timpa di San Lorenzo, a occhio e croce la più alta di tutto il Meridione d’Italia. Pur osservando con molta attenzione, non riuscimmo a trovare un itinerario possibile nello stile mordi e fuggi. Per tutto il canyon lo zoccolo basale della parete ci risultò costituito di immani placconate lisce che di certo avrebbero richiesto molti tentativi, un’attrezzatura e magari anche qualche chiodo a pressione (che non avevamo neppure). Ci sfuggì la possibilità sfruttata molti anni dopo da Giovanni Peruzzini e Alessandro Manià: loro seguirono una lunga cengia che taglia in basso la parete (la cengia di Sant’Anna) evitando così lo zoccolo e risalirono diretti alla vetta per quella che chiamarono la via del Moto Perpetuo.

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Questa grande impresa è solo la prima ad affrontare la grande parete: io mi auguro che prima o poi qualche forte cordata riprenderà il nostro vecchio progetto e salirà dal fondo della Gola del Barile sull’intera parete, magari più a destra di Moto Perpetuo, dove è presumibile trovare difese naturali ancora maggiori.

Insomma, un ricordo meraviglioso, ingigantito dal lungo silenzio che seguì le nostre esplorazioni, poi ulteriormente amplificato da vaghe notizie di nuove timide aperture e di qualche grande impresa. Già mi ero interessato a queste nuove frequentazioni per la stesura del mio La Pietra dei Sogni, ma questa guida che sto presentando elenca le nuove vie e le descrive con grande precisione e amore. Rimarchevoli le annotazioni storiche per ciascun itinerario, sia esso di completa avventura sia plaisir. Alla fine si vengono a conoscere nei dettagli imprese, uomini e donne che qui hanno esplorato, sofferto e vinto, oppure qualche volta sono stati sconfitti. Noi questi alpinisti dobbiamo ringraziarli perché sono loro ad aver portato e portare avanti un discorso che viene da molto lontano.

Francesco Nuovo in uscita da Ottobre Rosso sulla parete sud-ovest di Timpa Falconara. Foto: Guido Gravame
Francesco Nuovo in uscita da Ottobre Rosso sulla parete SW Timpa Falconara

Con piacere vedo che il format, già ampiamente collaudato dall’Editore per la sua bellissima serie di guide del Gruppo di Brenta, è stato applicato anche qui sul Pollino e dintorni, con il risultato, grazie anche e soprattutto alla competenza dell’Autore, di fare chiarezza su un gruppo di montagne che dovrà essere noto d’ora in avanti non solo perché a suo tempo è stato dichiarato Parco Nazionale, ma anche perché costituisce un grande luogo d’avventura. Qui l’avventura è propria non solo delle pareti da arrampicare in tutte le stagioni: qui l’avventura è essenza intima di ogni modo di muoversi e di conoscere. Sono pochi i luoghi, nelle Alpi e nell’Appennino, a essere ancora così.

Alessandro Gogna, 1a ascensione della via del Peperoncino, seconda lunghezza, Pietra del Demanio (Gola del Raganello inferiore), 26 settembre1981
Parco Pollino, Raganello inferiore, A. Gogna sulla 2a L della via del Peperoncino, 1a asc.,26.09.1981

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ArrampicaRoma

ArrampicaRoma
presentazione alla nuova guida di arrampicata di Riccardo Innocenti

Precisione, cura del dettaglio, documentazione sono qualità che ogni autore di guida deve avere o almeno, se non nasce “imparato”, farsi. Ma, se dietro c’è la completa padronanza dei luoghi, allora la guida sarà efficace senza essere asettica: rimane uno strumento di consultazione, ma diventa anche informazione, quasi lettura serale. In più, Riccardo Innocenti aggiunge le testimonianze degli scopritori e degli apritori, riporta qualche loro profilo e varie curiosità.

E’ questione di mente comprensiva, aperta, filtrante. In definitiva, di stile.

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Con occhio alla sicurezza in generale, nell’introduzione ben undici pagine sono dedicate alla chiodatura. Foto e testo illustrano le molte e differenti tipologie di attrezzatura delle lunghezze di corda e delle soste, rimarcando alla perfezione i possibili pericoli insiti negli ancoraggi che si trovano in loco.

Sicuramente l’autore, dopo aver per certo percorso personalmente tutte le 256 vie multipitch, non avrebbe potuto totalizzare anche tutti i 5558 monotiri descritti nei due volumi e sparsi nelle due ore d’auto che costituiscono l’ideale raggio con centro Roma. Ma l’intelligenza comprensiva, aperta e filtrante di cui dicevo sopra ha provveduto a sostituire un’impossibile arrampicata che neppure un team organizzato di ripetitori avrebbe potuto realizzare se non in tempi inadeguati alla nostra quotidianità.

E i tempi invece sono stati ristretti, quasi tre anni di lavoro: in tempo, come dice Innocenti, per fare uscire una guida già “vecchia” in partenza, esagerando per far capire il concetto che le novità, nelle falesie, si rincorrono a una velocità superiore a quella dell’odierna informazione (che già è in tempo reale!).

La cura del dettaglio è già visibile nell’abbondante presentazione di foto e schizzi. Personalmente ho apprezzato molto la scelta di riportare foto delle falesie in cui non fossero tracciati tutti gli itinerari ma solo quelli di riferimento, in modo da reperire con sufficiente agilità ciò che cerchiamo, tramite il facile confronto con l’elenco delle vie, in genere sempre posto accanto. Un piccolo sforzo richiesto all’arrampicatore, assai utile però per comprendere meglio la geografia del luogo e degli itinerari. Per le vie a più lunghezze è sempre riportata la notizia storica dei primi salitori, con la data; particolare tralasciato per i monotiri chiodati dall’alto. Un piccolo appunto: la datazione delle vie sportive e l’attribuzione ai loro autori sono altrettanto utili, perché anche le vie sportive hanno la loro storia, fatta di epoche, di mode, di momenti creativi particolari. Proteggibilità e impegno globale, sia per le vie classiche che per quelle sportive, sono sempre classificate.

Anche se la competenza non si crea con la quantità, l’aver inserito tutti gli itinerari, anche quelli desueti, dà un valore storico al lavoro, oltre che fornire possibilità ulteriori di recupero e ri-creazione.

Errori possibili? Beh, la perfezione non è di questo mondo. Di certo Innocenti si è trovato di fronte a qualche piccolo mistero nella storia dell’arrampicata romana, anche a episodi forse sepolti per sempre. Non possiamo escludere che un lavoro così non abbia proiettato anche solo un piccolo raggio di luce su questi interrogativi e magari scatenato la curiosità di qualcuno. I cold case sono in attesa di essere risolti ovunque!

Il volume 1 di ArrampicaRoma è appena uscito (ArrampicaRoma Nord). Pubblicazione prevista per il volume Sud: primavera 2016.

Un tipico esempio di doppia pagina
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La Vela Bianca

La Vela Bianca
di Carlo Crovella
(monografia scialpinistica del Sottogruppo Ramière-Roc del Boucher, Alta Val di Susa)
Foto dell’Autore

Carlo Crovella, istruttore di scialpinismo della SUCAI Torino, ha compilato la monografia scialpinistica del sottogruppo Ramière-Roc del Boucher: si tratta dell’importante displuviale che divide la Val Thuràs dalla Valle Argentera (Alta Val di Susa-Piemonte). Nell’ambito della sua attività esplorativa e di indagine bibliografica (che abbraccia l’arco alpino quasi per intero), Crovella nutre per questo sottogruppo un particolare interesse, anche per motivazioni affettive e personali.

La monografia, intitolata La Vela Bianca, è costituita da un pdf, distribuito fuori commercio, comprendente commenti, foto illustrative, informazioni di complemento e, soprattutto, la presentazione-descrizione di 35 itinerari scialpinistici (sia di stampo “classico” che “ripido”), alcuni noti da tempo, altri di recente frequentazione.

La Vela Bianca è il primo numero di una nuova collana online, i Quaderni di Montagna (settembre 2015), compilata esclusivamente per interesse culturale e con l’obiettivo di divulgare la conoscenza delle montagne.

Carlo Crovella
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Per richiedere il pdf gratuito dell’intera monografia, inviarne richiesta all’indirizzo mail: [email protected], con oggetto “La vela Bianca”, con nome e cognome citati nel testo e con la dicitura GognaBlog. L’autore spedirà il pdf personalmente a ogni richiedente.

La crisi generale della carta stampata ha definitivamente chiuso il ciclo delle speranze di poter sopravvivere di montagna scrivendone. Non resta che mettersi il cuore in pace e scrivere gratuitamente per il web. Si dà alimento alla propria passione evitando le illusioni e soprattutto il sangue amaro.

Qui è leggibile il CV di Carlo Crovella, con le esperienze editoriali nel settore della “montagna”. Di professione è economista e scrive articoli su tali temi come free lance per conto di siti online oppure di istituzioni bancarie per le loro pubblicazioni accademiche.

Ha fatto parte (sempre come collaboratore esterno) del CDA (Centro Documentazione Alpina) fin dagli anni ’80, ma anche oggi continua a scrivere sistematicamente articoli di montagna.

L’originalità di questa pubblicazione comporta una recensione “originale”. Pertanto, subito dopo aver indicato come e dove ci si può procurare la monografia La Vela Bianca, abbiamo optato per una presentazione che comprendesse una stringata introduzione, l’indice degli itinerari e la descrizione di uno di essi, assai rappresentativo.

L’elenco degli itinerari è raggruppato per fasce omogenee di difficoltà, in modo tale che ogni lettore può sapere già dove indirizzare le sue scelte (la numerazione invece dipende dalla descrizione in senso orario partendo dalla Ramière per “scendere” lungo la Val Thuràs e tornando di nuovo alla Ramière, dopo aver “risalito” la Valle Argentera).

L’itinerario scelto è invece il numero 22, “rappresentativo” delle nuove tendenze dello scialpinismo, cioè ancora canoni classici, ma al limite superiore (OS): come tutti gli altri, è corredato da alcune info logistiche.

Val Thuràs: sullo sfondo la Ovest del Boucher (al cui limite destro si trova La Vela Bianca)
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Introduzione
Nell’ambito delle Alpi Cozie centrali, in corrispondenza della Punta Ramière 3303 m, dalla cresta di confine si stacca un’importante displuviale che penetra per una decina di km in territorio italiano e divide marcatamente due valli interne: la Val Thuràs a occidente e la Valle Argentera a oriente. Questo sottogruppo esalta le caratteristiche morfologiche delle Cozie centrali: d’estate la parte superiore dei loro fianchi è composta da mobili pietraie arroventate dal sole. Ma con la neve, la scenografia cambia radicalmente. Se il manto è stabilizzato, questi valloni offrono delle vere gemme scialpinistiche, dalle gite “classiche” e note da tempo, agli intinerari “moderni” (cioè di recente scoperta, ma con caratteristiche tradizionali), fino alle discese di sci ripido. E spesso fanno sognare: qualche anno fa, mentre camminavo distrattamente sul fondovalle, l’improvvisa scoperta di una linea di discesa sul versante ovest del Boucher mi ha letteralmente “folgorato”. L’ho chiamata “La Vela Bianca” per la sua forma triangolare che (seppur al rovescio) ricorda una vela spiegata. Oltre alle intriganti discese di sci ripido (alcune delle quali sono ancora dei cantieri aperti), la “ricchezza” scialpinistica di questo sottogruppo è assicurata dalla folta presenza di itinerari, che, pur offrendo caratteristiche di “rara” bellezza, sono ancora compresi nei canoni dello scialpinismo tradizionale. Tali percorsi (alcuni con difficoltà BS, ma più spesso OS) risultano affrontabili da una vasta platea di scialpinisti “classici”: tuttavia una volta di più si sottolinea che gite di questo impegno richiedono un’adeguata preparazione tecnico-fisica ed un manto nevoso assolutamente assestato.

Bibliografia di principale riferimento per il gruppo:
E. Ferreri, Alpi Cozie centrali, CAI-TCI, Milano 1982;
R. Aruga-C. Poma, Dal Monviso al Sempione, Edizioni CDA, Torino 1974;
R. Barbiè-J.C. Campana, Dal Monviso al Colle del Moncenisio, Blu Edizioni, Torino 2004;
R. Aruga, Scialpinismo fra Piemonte e Francia, Edizioni CDA, Torino 1999;
M. Grilli, Dalle Alpi Liguri alla Val Susa, Grafica LG, Torino 1991.

Valle Argentera: il Vallonetto (o Peronetto) sovrastato dalla triagolare parete NE del Boucher e dalla “gobbetta” del Gran Roc (all’estremo limite destro della nuvoletta)
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Cartografia essenziale
:
IGM 1:25.000, Foglio 66 I SE, Colle di Thuras: garantisce una precisa rappresentazione del terreno (specie alle quote superiori, perché l’antropizzazione ha sensibilmente modificato le sezioni sottostanti), ma contiene numerosi errori di toponomastica, che riguardano in particolare le vette in questione (spesso confuse fra di loro!);
Fraternali 1:25.000, Scialpinismo in Val di Susa, con itinerari e info schematiche;
IGC 1:25.000, N. 105, Sestriere-Claviere-Sansicario-Prali.

Avvicinamento stradale (da Torino)
Autostrada per il Fréjus-uscita Circonvallazione di Oulx- S.S. per Cesana e poi Bousson. Si oltrepassa anche Sauze di Cesana e, a un tornante, si imbocca il bivio verso il Pont Terrible (1642 m: da qui sono calcolati i dislivelli, salvo diversa indicazione). La strada fino al ponte 1912 m, in fondo alla Valle Argentera (anche detta Valle della Ripa), viene sgomberata dalla neve verso il 20-25 maggio, ma in stagioni poco nevose si riesce a salire in auto almeno fino a Brusà del Plan 1816 m, a volte anche oltre. Dall’estate 2015 si paga un pedaggio di 3 euro (non è chiaro se, in futuro, sarà applicato anche in altre stagioni: può darsi invece che venga introdotto il divieto di transito, ad esempio 1/11-30/4).

Punti di appoggio
Per la ricettività in zona: Azienda di Soggiorno di Cesana, 0122-89202.
Assitenza tecnica e riparazione materiale: Alta Quota (Cesana), 0122-89210.

Indice
(road map operativa per lo scialpinista)

1) Percorsi “classici” (noti da tempo)
1a) Di impegno medio (BS)
Punta Ramière per la normale dalla Val Thuràs (itin. n. 2)
Punta Marìn, versante ovest (itin. n. 4)
Cima del Pelvo dalla Val Argentera (itin. n. 27)
Punta Serpentiera dalla Valle Argentera (itin. n. 28)
Punta Ramière per la normale dalla Valle Argentera (itin. n. 33).

1b) Classificati difficili (OS)
Punta Ramière per la cresta sud-ovest e discesa per il versante sud (itin. n. 1)
Punta Serpentiera, versante ovest (itin. n. 8, sovente concatenato con l’itin. n. 9)
Cima del Pelvo, versante sud (itin. n. 9, sovente concatenato con l’itin. n. 8)
Cima del Pelvo, versante ovest (itin. n. 10)
Punte della Clapiera, versante Ovest (itin. n. 11)
Roc del Boucher, versante sud (itin. n. 14)
Gran Roc, versante nord (itin. n. 21).

2) Percorsi di più recente “scoperta”
2a) Di impegno medio (BS)
Merlo Basso dalla Valle Argentera per il Vallone Platte (itin. n. 30)
Punta Ramière per il Canalone nord-est (itin. n. 35) – Nota: BS tendente all’OS.

2b) Classificati difficili (OS)
Punta Ciatagnera, versante sud (itin. n. 12)
Gran Roc, versante est (itin. n. 22)
Punta dui Cucu (toponimo proposto), versante est (itin. n. 23).

3) Percorsi di sci ripido e/o estremo (discese già effettuate)
Roc del Boucher, versante ovest, via classica (itin. n. 15)
Gran Roc, versante ovest (itin. n. 17)
Monte Furgòn, versante sud-ovest (itin. n. 19)
Monte Furgòn, versante nord-ovest o nord-nord-est (itin. n. 20)
Roc del Boucher, versante nord-est (itin. n. 24)
Punta Ramière, parete nord (itin. n. 34).

4) Cantieri aperti
Punta Ciatagnera, versante ovest (itin. n. 13)
Roc del Boucher, versante ovest, pendio triangolare detto “La Vela Bianca” (itin. n. 16)
Punta Muta, versante sud-sud-ovest (itin. n. 18)
Roc del Boucher, versante est-sud-est dal Vallone Renaud (itin. n. 25)
Punta Ciatagnera, versante est dal Vallone Guccie (itin. n. 26).

5) Itinerari citati per completezza sistematica, ma privi di un autonomo interesse sciistico
Punta Marìn, versante sud-sud-est (itin. n. 3)
Punta Tre Merli, versante sud (itin. n. 5)
Punta Serpentiera, versante sud (itin. n. 7)
Punta Serpentiera, cresta nord-ovest (itin. n. 28)
Punta Serpentiera, canale sud-est e cresta est-sud-est (itin. n. 29)
Punta Tre Merli, cresta sud-est (itin. n. 31)
Punta Marìn, versante nord-est (itin. n. 32).

L’itinerario si sviluppa lungo il severo Vallonetto o Peronetto: evidente il salto di roccia a metà percorso
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Itinerario n. 22
Gran Roc 3121 m, per il versante est (Valle Argentera), lungo il Vallone detto Vallonetto o Peronetto
Si tratta di un itinerario che rappresenta in pieno la tendenza dello scialpinismo negli ultimi venti anni circa. Siamo al livello più elevato degli itinerari “tradizionali”, un passo prima dello sci ripido. La difficoltà OS va affrontata con le giuste condizioni e l’adeguato materiale (oltre alla dotazione scialpinistica: ramponi, piccozza e casco).

Classificazione: OS. Dislivello: 1479 m. Bibliografia: CAI-TCI (itin. n. 682 b, descrizione estiva); Montagne 360 (febbraio 2014), articolo dell’autore.
Itinerario di recente scoperta (circa 15-20 anni fa), ma che sta avviandosi a conquistare il ruolo di ambita superclassica. La continuità dei pendii (pur restanto entro i canoni “tradizionali”), la sciata super-gratificante e l’ambiente decisamente severo giustificano ampiamente tale blasone, ma richiedono un’approfondita capacità di valutazione delle condizioni nivologiche.

Dal Pont Terrible si segue la strada del fondo valle fino a poco prima (1800 m circa) che inizi l’ampio pianoro di Brusà del Plan. Si svolta a destra e s’imbocca l’evidente strettoia basale del vallone detto Vallonetto (Peronetto in altre carte), che più in alto si apre. Lo si risale, cercando i passaggi migliori in funzione delle condizioni. Il salto roccioso a metà vallone viene normalmente superato risalendo il ripido pendio tutto a sinistra (destra orografica) e tornando in centro al vallone sopra la bastionata stessa. In alternativa (ma quasi sempre con inevitabile uso dei ramponi) si può risalire uno o l’altro dei due canali che rigano la bastionata. Sopra detto salto, ma ancora sotto la conca dove si trovava il Ghiacciaio del Boucher, si vira decisamente a destra, puntando infine alla cresta divisoria con il Gran Vallon (che raggiunge il Gran Roc da nord, altro stupendo itinerario noto da tempo). La si raggiunge in prossimità della vetta con un ultimo ripido pendio-canale che può imporre l’uso dei ramponi. Attenzione che su alcune carte l’itinerario tracciato gira erroneamente verso il Colletto Brusà, percorrendo poi la successiva cresta che invece non è molto sciistica. Se si arriva a tale colle, conviene piuttosto scendere sul lato opposto, collegandosi al tratto superiore del Gran Vallon (itinerario tradizionale).

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Oltre la Verticale

Oltre la Verticale

Vi presentiamo l’introduzione, a firma d’uno dei massimi esperti dell’argomento, alla guida Oltre la Verticale, di Diego Filippi e Giuliano Bressan. La guida, freschissima di stampa ed edita da Vividolomiti Edizioni, propone 105 itinerari di arrampicata artificiale e mista dalle Alpi agli Appennini.

Arrampicata artificiale in Dolomiti: quale il suo destino?
di Marco Furlani

Prima del secondo conflitto mondiale le Dolomiti furono palcoscenico di quel teatro dove la tecnica di scalata su roccia aveva raggiunto livelli impressionanti, l’epoca d’oro del sesto grado.

Oltre--la-Verticale-COVER artificiale4giuE’ anche vero però che fino a quel momento non era ben chiara la differenza fra l’arrampicata libera e quella artificiale e così fu sempre fino alla fine degli anni ’60. Un esempio? Sulle vie di Emilio Comici fin dove il “maestro” sia passato in libera, oppure in artificiale è difficile capire.

Con arrampicata libera s’intende arrampicare usando appigli e appoggi per mani e piedi e tutto il materiale alpinistico si usa solo per assicurarsi in caso di caduta: qui non stiamo a fare la cronologia dei grandi maestri liberisti di quegli anni, non è il tema di questo scritto.

Con arrampicata artificiale invece s’intende che tutta l’attrezzatura esistente si usa per progredire e superare sezioni di parete o pareti intere particolarmente liscie e strapiombanti. Si è arrivati addirittura a forare la roccia per usare particolari chiodi detti a pressione o espansione, là ove non c’era altra possibilità con tutti i problemi etici, puristici e filosofici, che ne derivarono.

I sàssoni Dietrich Hasse, Lothar Brandler, Jörg Lehne e Sigi Löw scalarono la Cima Grande di Lavaredo per l’impressionante via direttissima “Zeller” nel 1958 usando dodici chiodi a pressione, ma qui non siamo nell’artificiale totale, anzi siamo nella fase dove l’arrampicata libera è predominante e dove le due tecniche si alternano in perfetto equilibrio; nel 1959 il formidabile friulano Ignazio Piussi, con Giorgio Redaelli, supera la direttissima alla Sud della Torre Trieste, altro capolavoro di equilibrio. Non ci si lasci ingannare dai 90 chiodi a pressione e i 400 chiodi normali su quasi 900 metri di parete: la via è veramente un capolavoro e a torto è stata classificata come la più grande scalata artificiale delle Alpi. Avendone fatta la quinta ripetizione posso assicurarvi che i tratti in libera erano veramente estremi per il periodo; altro capolavoro di perfezione è quello di Armando Aste che con il fido Franco Solina supera la placconata della Marmolada lungo la via dell’Ideale: è qualcosa che lascia perplessi ancora oggi, in netto anticipo sui tempi, dove l’artificiale si riduce veramente a pochissime sezioni; cito un altro grande capolavoro di misto, la via Stenico-Navasa al Campanile Basso, via audace ed estrema, sempre il tutto valutato nel periodo di apertura, cioè gli anni ‘60.

Assieme ai capolavori succitati negli anni ’60, alcuni alpinisti fanno del chiodo a pressione il talismano per vincere l’impossibile: Bepi Defrancesch, Cesare Maestri e Mirko Minuzzo solo per citarne alcuni. Inutile dire che l’uso massiccio di mezzi artificiali ha portano allo svilimento la nobile arte dell’artificiale e ha ridotto le salite a un vero e proprio lavoro artigianale da muratori, quello che fu chiamato da Reinhold Messner l’assassinio dell’impossibile.

In quel periodo sono i francesi che capiscono che le due tecniche hanno bisogno di una classificazione separata, la libera valutata con i gradi dal primo al sesto superiore, l’artificiale dall’A1 all’A4: più gli ancoraggi per la progressione saranno precari, più difficile sarà il grado.

Versi gli anni ‘70/’80 le regole del gioco cambiano. Dalla California arrivano i primi segni di un cambiamento radicale, il nuovo verbo da seguire, le due discipline prendono vie separate e ben distinte.

Ecco che la scalata artificiale, che in Dolomiti verso la fine degli anni ‘70 sarà ripudiata, svilita e quasi abbandonata, in Yosemite continua con una sua identità ben precisa: limitare al massimo i buchi nella roccia. Si assiste allora alla nascita di nuova attrezzatura come stopper, excentic, cliff, rurp, creata apposta proprio per limitare l’uso dei chiodi a pressione, in base alle nuove regole assolute del non forare la roccia.

Fra le tante citiamo una salita emblematica e simbolo di Yosemite su El Capitan, la via Pacific ocean Wall di Jim Bridwell e compagni, per anni ritenuta la via di roccia più dura del mondo.

Jim Bridwel “the bird” scalerà anche con l’italiano e carissimo amico Giovanni Groaz, uno dei pochissimi specialisti nazionali di questo tipo di salite, aprendo vie nuove anche su El Capitan.

Alla scala delle difficoltà con queste salite saranno aggiunti l’A5 e l’A6 che si scomodano solo in caso di caduta mortale: cose da brivido, dove la concentrazione psicofisica e il rischio di morire in caso di cedimento dei precari ancoraggi è portato al limite estremo.

Il risvolto di copertina
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E le Dolomiti? Dopo lo svilimento, direi il decadimento, degli anni ‘60/’70 ci furono alpinisti meno noti di altri ma altrettanto capaci che continuarono una grande tradizione di perfetto equilibrio fra libera e artificiale, tracciando vie di ampio respiro e grande difficoltà, ad esempio Alessandro Gogna, Almo Giambisi, Bruno Allemand e Alberto Dorigatti sulla Sud della Marmolada, oppure Sergio Martini, Paolo Leoni e Mario Tranquillini in Marmolada con l’impressionanti vie a Punta Rocca, ancora irripetuta, alla Punta Tissi in Civetta, alla Rocchetta del Bosconero; per non parlare della supercordata di Graziano Feo Maffei e il fido Mariano Frizzera con le vie in Vallaccia: fra le tante cito il pilastro Zeni, e in Marmolada fra le tante cito il pilastro Lindo e il pilastro dei Quarantenni, ma anche in Civetta, autentici capolavori poco conosciuti, in netta controtendenza nel periodo dell’apertura ma valorizzati molto dopo dagli alpinisti amanti delle cose vere non di quelle alla moda.

E dopo cosa è successo? Nella Yosemite italiana, la valle del Sarca o meglio la Valle della Luce, negli anni ‘90 viene superata la parete più strapiombante d’Europa e forse del mondo, quella del monte Brento, con 8 giorni consecutivi in parete ma con uso massiccio di mezzi artificiali. Nasce la via Vertigine, di Andrea Andreotti, Marco Furlani e Diego Filippi, tuttora l’unica via aperta sugli strapiombi in prosecuzione, senza mai scendere.

Umberto Marampon, eclettico scalatore veneto nella Valle della Luce e in Dolomiti verso gli anni ’80 aprì diverse vie (alcune in solitaria) che tuttora lasciano perplessi per lo sforzo fisico occorso nell’apertura. Si pensi che bucava tutto a mano! Nasce così la via DDT al Colodri in concorrenza alla vicina Zanzara e Labbradoro, prima via aperta calandosi dall’alto e poi liberata; poi un’altra sul Dain picol e un’altra a Rupe secca.

Altra via da brivido è il Grande Incubo, sempre sul Brento, di Andrea Zanetti e Diego Filippi; in valle, ad opera soprattutto di Diego Filippi, sono nati molti itinerari artificiali con l’uso del trapano, per esempio sulla parete del Limarò vicino alla via di Maestri e Baldessari del ’57, a conferma che nel tempo flussi e riflussi continuano, e sui Colodri con il bellissimo tetto Zambaldi.

Concludendo ritengo l’arrampicata artificiale una nobile tecnica che può dare soddisfazioni grandissime e non alla portata di pochi: bisogna però essere dotati di moltissima forza fisica, resistenza alla fatica e arte nell’usare l’attrezzatura, essere buoni organizzatori e accettare di calarsi in una dimensione di progressione lenta in ambiente veramente grandioso e severo.

Se poi si pratica ad alti livelli, bisogna essere psichicamente fortissimi, sulle grandi e strapiombanti pareti: si potrà inoltrarsi all’interno del proprio ego viaggiando nel tempo e nello spazio, dove corpo e mente a volte si fondono nel confronto in una dimensione assolutamente dilatata e diversa.

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Ossola bella e buona

Ossola bella e buona è un vero libro, già dal momento in cui lo si prende in mano. Non ha le piccoli dimensioni di una guida tascabile, né quelle grandi dei libri fotografici. Condivido in pieno la scelta degli autori, Livia Olivelli e Alberto Paleari: dare dignità a un’opera (e di conseguenza al territorio) rinunciando alla possibilità dell’inserimento in tasca. Del resto, i tempi ci insegnano che perfino le fotocopie sono superate… perché al loro posto si preferisce la serie di fotografie sullo smartphone.

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Nel sottotitolo è la spiegazione immediata della titolatura quanto meno curiosa: Sentieri e sapori dal Monte Rosa alla Val Formazza. Dunque un’Ossola “buona” perché “da mangiare”.

Prendo a sfogliare il libro con curiosità, non solo per il titolo indovinato. Il fatto è che Alberto Paleari ci ha abituati a una letteratura di livello, e da lui mi aspetto una trattazione che superi la banalità della gran parte delle monografie escursionistiche.

Non ne possiamo più delle descrizioni tecniche prive di anima. I destra e sinistra, i su e giù da soli ci dicono come e dove andare per raggiungere la nostra meta. Ma questo è vero se si dà per scontato che il nostro obiettivo sia il mero percorso, dall’inizio alla fine, di un tratto di territorio montano. Se la nostra meta è diversa, meno sportiva e più conoscitiva, meno geografica e più intima, allora cambiano i presupposti, e la descrizione asettica, sedicente oggettiva, deve cedere spazio all’interpretazione dell’autore, volutamente soggettiva: la nostra guida non è più un automa onnisciente ma è un essere umano con esperienza e carisma.

Nel frontespizio abbiamo già una buona notizia: si tratta del primo volume, dunque ne seguirà almeno un secondo.

Poi c’è la presentazione, gustosa. Veniamo a sapere che i due autori si sono un po’ riscoperti come viaggiatori dell’Ottocento, two eccentrics in the Alps (parafrasando il famoso libro di W. A. B. Coolidge, An eccentric in the Alps.

Ci dicono: “Il nostro è, o almeno vorrebbe essere, come lo furono i libri dei viaggiatori inglesi dell’Ottocento, il libro di due alpinisti che si mettono per strada e raccontano dove sono andati, che cosa hanno visto, chi hanno incontrato, dove e come hanno alloggiato, che cosa hanno mangiato e bevuto, quali considerazioni e riflessioni ha provocato in loro ciò che hanno visto…”.

Naturalmente sono anche consci che “già prima di questa sono state stampate molte guide escursionistiche dell’Ossola, certamente ben fatte e spesso più complete della nostra, da anni esistono anche guide sulla gastronomia e gli alberghi, gli alpeggi e i formaggi, perfino sui vini, e moltissime che raccontano anche la storia locale, le antiche usanze e le tradizioni, le curiosità, le bellezze artistiche, ma pensiamo che la novità della nostra sia quella di raccontare alla buona e come ci è capitato di incontrare camminando (strada facendo) ciò che abbiamo visto, sentito, gustato, odorato e toccato”.

La guida-libro spazia sulle diverse valli, Valle Anzasca, Valle Antrona, Val Bognanco, Val Vigezzo, Valle Antigorio, Alpe Devero, Formazza, Alpe Veglia, fino al Sempione.

Prendiamo a esempio l’itinerario n. 20, Scaredi e il Lago del Marmo. Paleari inizia dicendo: “Questa è la descrizione di una gita scolastica in cui accompagnai come guida alpina due classi del Liceo Berchet di Milano…”, poi prosegue raccontandoci di come si svolse quella gita con allievi e professori, alcuni spaesati, facendo poca distinzione tra le cose da descrivere e quelle invece da raccontare di quel maggio 1997.

Una formula originale, spesso ripresa negli altri capitoli.

Ovviamente ci sono itinerari per tutti i gusti, dalle passeggiate, quasi itinerari gastronomici, a gite impegnative e traversate in alta montagna.

Precisione e humor, ricordi e consigli.

Un’ottima guida e un bel libro da leggere, per chi ama questi posti ma ancor più per quelli che non li conoscono.

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Pietra di Luna, sesta edizione

Dalla sua prima guida Arrampicate in Valle dell’Orco (edita da Edizioni Melograno nel lontano 1987 e compilata assieme a Roberto Mochino), Maurizio Oviglia ne ha fatta di strada!

Potrebbe già essere considerato uno dei migliori autori italiani se fosse rimasto solo nell’ambito dell’arrampicata in Piemonte. In Rock Paradise (Versante Sud, 2000) ci relaziona sulle grandi scalate nelle valli del Gran Paradiso, in Passaggio a nord-ovest (Versante Sud, 2005 e 2011, con Fiorenzo Michelin) ci sono tutte le arrampicate delle valli torinesi, in Valle dell’Orco (Versante Sud, 2010) ritorna alla sua vecchia passione e ce la ripropone dopo 23 anni di evoluzione di cui lui, Maurizio, non si è perso neppure un momento, spesso anche protagonista.

Precisione, cura del dettaglio, documentazione sono qualità che ogni autore di guida deve avere o almeno, se non nasce “imparato”, farsi. Ma, se dietro c’è la sua penna (pardon, volevo dire tastiera), la guida non è più asettica: rimane uno strumento di consultazione, ma diventa anche informazione, lettura. Ogni via è raccordata con i suoi apritori, ci sono i profili di questi, ci sono curiosità.

E’ questione di stile.

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Ma, dicevo, Maurizio non si è occupato solo di Piemonte, anzi. Trasferitosi a Cagliari nel 1985, ancora giovane giovane, s’interessa immediatamente all’attività arrampicatoria di tutta la Sardegna, storia e geografia. Gli scopi sono due: fare vie nuove e compilare la prima grande guida sarda secondo quello che sarebbe diventato il metodo Oviglia. Ed ecco nel 1988 uscire Pietra di Luna, seguita con lo stesso nome da una seconda edizione nel 1991.

Le vie di Pietra di Luna delle due prime edizioni contemplano tutto lo scibile in materia, non viene fatta selezione. Nell’elenco troviamo i monotiri sportivi come pure le vie lunghe del tutto disattrezzate.

Il successo di questi libri incoraggia Maurizio nella sua strada, sempre a duplice scopo. Non è questo il luogo per parlare di lui come grande arrampicatore, occorre affermarlo però, senza tema di smentite. Mi devo limitare a parlare di Pietra di Luna, che negli anni seguenti con diverse copertine esce altre tre volte, l’ultima nel 2011.

In quelle ultime tre edizioni però Maurizio è costretto a troncare in due l’immane materia e quindi parlare solo di arrampicata sportiva anzi, più precisamente nell’ultima, solo di arrampicata sportiva in falesia. L’edizione 2011 è un “mostro” di 608 pagine, sarebbe inimmaginabile più grossa ancora.

Ma in programma Maurizio aveva la sesta edizione, quella ultima: quella che ci presenta il panorama completo delle vie lunghe di tutta l’isola, attrezzate o non attrezzate e delle vie “trad”, quelle delle “aree clean”.

Solo chi già aveva firmato la guida Sardegna nella Collana dei Monti d’Italia poteva assumersi questo compito. Solo chi ebbe a che fare con il puntiglio e il rigore di Gino Buscaini, solo chi ha un’esperienza globale come Maurizio Oviglia poteva affrontare una matassa così imbrogliata. In Sardegna, nel corso degli anni, sono confluiti tutti gli stili, sono state applicate tutte le etiche. E’ arrivata gente da ogni dove, ad aprire, ripetere, tentare, giudicare. Bisogna sapere cosa vogliono dire i vari termini, come clean, trad, free climbing. Cosa vuole esattamente dire on-sight in apertura e altre finezze del genere. Cosa intendono gli altri quando usano parole del genere, perché è vero che c’è tutto meno che condivisione totale.

L’autore avrebbe potuto far pesare di essere in assoluto l’uomo con più prime ascensioni in terra sarda: e non lo ha fatto, forse non gli è venuta neppure la tentazione.

Nella sua storia di vita, ha attraversato le diverse fasi evolutive, ha attrezzato dal basso, dall’alto, oppure non ha attrezzato affatto. In base alle epoche storiche, al gusto personale e alla sua capacità di anticipare le tendenze. Come compilatore, non gli bastava avere notizia storica degli itinerari, gli occorreva ripercorrerli, calarsi con modestia e passione nella mente e nel tempo dei lontani primi salitori. Certo non ha ripetuto ogni itinerario presente nella guida, ma poco ci manca. E poi la competenza non si crea con la quantità, bensì con la qualità e il discernimento.

Con queste caratteristiche non si è più solo autori di guida e/o bravissimi scalatori: si diventa anche storici. Si dà spazio agli altri per esserci o esserci stati.

Errori possibili? Beh, la perfezione non è di questo mondo. Ci sono tanti piccoli misteri nella storia dell’arrampicata sarda, e anche cose sepolte forse per sempre. A volte, su questi interrogativi, basta proiettare solo un piccolo raggio di luce per scatenare la curiosità di qualcuno: e magari si viene a risolvere un cold case!

Chi compra questa “guida”, quest’ultima edizione di Pietra di Luna, e vorrà sfogliarla al solo scopo di sapere cosa fare e che materiale portarsi, sbaglia. Non gli succederà nulla di male, avrà solo perso un’occasione, quella di apprezzare di avere tra le mani un oggetto confezionato con molto amore e tanto rispetto. Che merita molto di più degli euro che siamo stati costretti a sborsare.

Maurizio Oviglia apre Testa di Cane (Nel Regno di Onan), Sardegna
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Dolomiti di Brenta vol. 2

Fare oggi una guida per un pubblico di appassionati di arrampicata in montagna è diventato assai difficile. Troppi sono i gusti diversi, le maggiori o minori aderenze con l’arrampicata sportiva, le tendenze variegate di apertura degli itinerari. Si rischia di non potercisi più raccapezzare.

IdeaMontagna-Solo cop. alta
Per ciò che riguarda il Brenta, ai tempi di Ettore Castiglioni o anche di Gino Buscaini le cose non stavano diversamente. Loro si presero l’incarico di uniformare, rendere omogenee le informazioni. Con esperienza, ricognizioni sul luogo, ripetizioni e astuzia di redattore, il più delle volte Castiglioni e Buscaini sono riusciti nell’intento. Per gli altri casi, salite remote, autori semisconosciuti, vie non ripetute, i due autori hanno goduto di quel lungo periodo storico in cui anche le inesattezze finivano nel dimenticatoio e non avevano bisogno di essere perdonate proprio perché non riconosciute.

Oggi, la proliferazione di itinerari concomitanti o incrocianti, l’uso implacabile di internet e, in generale, quel colino impertinente che vaglia i fatti oscuri della storia, hanno reso impossibile la vita comoda dell’autore: che deve o chiarire i misteri o, dopo adeguato e non risolutivo studio, denunciarli candidamente.

Francesco Cappellari è al secondo volume della collana dei cinque previsti sulle Dolomiti di Brenta: ma non voglio descrivere qui la sua guida, chi l’acquisterà avrà subito a disposizione un’esauriente serie di avvertenze su come la materia è stata trattata. Dirò solo che la guida è stata divisa in quattro settori: Massiccio del Monte Daino, Massodi, Val Perse e Croz dell’Altissimo.

Probabilmente qualche variante di poco conto sarà stata trascurata, probabilmente ricerche storiche ancora più accurate avrebbero portato qualche notizia di più su quello che possiamo chiamare la “statistica” delle prime ripetizioni, solitarie, invernali, femminili, in libera, on sight, ecc. Poco male, perché è pur vero che di solito a una guida non si richiede questo: si dà per scontato che l’essenziale di una guida siano le relazioni, gli schizzi tecnici, i percorsi riportati sulle fotografie.

E questi non mancano, anzi sono maniacalmente presenti per ogni via presa in questione. La volontà di portare ordine in una materia che non vedeva aggiornamenti scritti dal 1977 è evidente, come pure il risultato.

Si vede con facilità la precisione con cui gli itinerari sono descritti non tanto per una malintesa e inutile pignoleria o per l’ansia di non dare adito a interpretazioni sbagliate: qui la precisione è essenziale, è chiarezza di ricordo e di suggerimento. Fa parte cioè della struttura mentale dell’autore.

Su Sinfonia d’Autunno (Croz dell’Altissimo). Foto: Beppe Ballico
IdeaMontagna-Su Sinfonia d'autunno (ph Beppe Ballico)Poi ci sono i riferimenti storici, fotografie dei primi salitori, curiosità. Non dimentichiamo che ciò che ci propone questa guida non è una selezione, anzi la complessa materia viene trattata, con ottica del tutto moderna, come un’ideale continuazione rivisitata della Guida dei Monti d’Italia.

Questa trattazione globale porta con sé il pericolo, già osservato altrove, di pubblicizzare oltremodo angoli dolomitici che così qualcuno teme saranno “presi d’assalto”. Questo timore può essere anche valido, ma la stessa cosa è da prevedere anche in caso di selezioni. Io sono convinto che la trattazione completa ha il merito di essere più convincente di un ammasso di relazioni di vie tutte uguali, perché scelte con un unico criterio di “fruibilità” (plaisir, difficoltà omogenee, notorietà, chiodatura, ecc.). La presa d’assalto alla montagna è ben altro, e non è responsabilità degli arrampicatori, anzi.

Il Croz dell’Altissimo con i suoi itinerari
IdeaMontagna-Croz_tracceQuesta guida dà dei consigli soprattutto informando, non cercando di spingere in una direzione o in un’altra. Questa guida non fa graduatorie di bellezza con le stellette, non mette in fila le vie in ordine di difficoltà come faceva la collana di Gaston Rébuffat delle “100 più belle”.

L’amore per la montagna è equamente suddiviso tra vetta e vetta, tra via e via. E con esso il rispetto per l’opera degli altri, cioè di tutti coloro che hanno cercato di placare la propria sete di azione producendo itinerari più o meno belli, più o meno artistici.

Tony Zanetti su Rimini Beach (Croz dell’Altissimo). Foto: Archivio Zanetti
IdeaMontagna-Tony Zanetti su Rimini BeachSta al lettore interpretare e incontrare sulle vie la personalità degli apritori: e se questo incontro fecondo è stato facilitato da questo lavoro, ben venga.

Per avere informazioni sull’intera produzione di IdeaMontagna, vedi qui.

Il primo volume dell’opera Dolomiti di Brenta, uscito nel 2013
IdeaMontagna-Dolomiti-Brenta-Val-Ambiez

postato il 2 maggio 2014