Posted on Lascia un commento

Il labirinto della montagna accompagnata

Il labirinto della montagna accompagnata

L’accompagnamento professionale in montagna è un ambito assai controverso, un territorio che da ormai molto tempo le Guide Alpine (articolate in collegi regionali o provinciali nel cosiddetto CONAGAI – Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane – www.guidealpine.it/) si sono trovate a condividere con altre figure. Alcune di queste hanno un’investitura legale, altre sono del tutto abusive. Aggiungiamo che, quando si dice montagna, s’intende una vastissima gamma di tipi di terreno, dal facile all’estremo, dall’innevato al ghiacciato, dall’escursione naturalistica alla discesa di canyon spettacolari, dallo scialpinismo al fuoripista e alle ciaspole.

LabirintoMontagnaAccompagnata-images

Per questo motivo in molte regioni operano anche gli Accompagnatori di Media Montagna (AMM), professionisti iscritti negli elenchi speciali dei Collegi Regionali e Provinciali delle Guide Alpine che conseguono il titolo di AMM (attività professionale esercitata ai sensi degli articoli 21 e 22 della legge 6/1989), attraverso corsi di formazione ed esami organizzati dai Collegi delle Guide Alpine. Questa figura professionale è abilitata a condurre singoli o gruppi su terreni escursionistici senza limiti altitudinali (lo ha sancito la sentenza della Corte Costituzionale numero 459 del 14 dicembre 2005), con l’esclusione però dei terreni dove è necessario l’impiego, per la progressione ma anche solo per la sicurezza, di attrezzature alpinistiche (corde, imbragature, ramponi, piccozze o strumenti di autoassicurazione (rinvii, connettori, ecc.), e comunque tutti i terreni in cui sia necessario impiegare tecniche alpinistiche (Legge n. 6 del 2 gennaio 1989).

LabirintoMontagnaAccompagnata-images

In tutte le regioni e province autonome, a eccezione dell’Alto Adige, per questo genere di accompagnamento “escursionistico” si è affiancata (o era pre-esistente) la figura della Guida Ambientale Escursionistica (GAE), aderente all’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (AIGAEwww.aigae.eu/), nata nel 1992 e con 3.000 soci attivi. E’ ovvio che i collegi regionali in cui quest’associazione si articola sono ben più significativi numericamente in quelle regioni o province autonome in cui, per le ragioni più diverse, non sono stati istituiti gli AMM.

In questa situazione, dato che il mercato dell’accompagnamento è comunque limitato, le due associazioni sono da tempo in rotta di collisione.
Lo scorso 22 settembre 2015, il CONAGAI e l’AIGAE hanno firmato un documento di intenti per il quale, in una sorta di “non-belligeranza”, si sarebbe dovuto dare il via a un tavolo di lavori congiunto per un più pacifico futuro dell’accompagnamento escursionistico.

Successivamente all’accordo, che prevedeva sostanzialmente che le due associazioni lavorassero congiuntamente al superamento delle anacronistiche sovrapposizioni delle diverse figure professionali di accompagnamento in escursionismo, è stata improvvisamente proposta dalla Regione Sicilia una nuova legge che istituisce la figura delle Guide di Media Montagna.

Il tavolo di lavoro: Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane e AIGAE
LabirintoMontagnaAccompagnata-guide-alpine-aigae_02

L’AIGAE ha diramato a questo proposito un comunicato stampa del 12 aprile 2016, in cui sostiene che la Regione Sicilia ha “rispolverato e distorto la facoltatività di istituire a livello regionale la figura degli Accompagnatori di Media Montagna (AMM) prevista dall’obsoleta legge 6 del lontano 1989”. Secondo l’AIGAE si tratta di una vera e propria “invenzione legislativa”, anacronistica, caotica, in contrasto con le leggi nazionali, che “non aiuta né il turismo né l’occupazione”.

A questo comunicato non poteva mancare la risentita risposta del CONAGAI, che il 19 maggio 2016 dirama un comunicato stampa che suona come evidente ripresa delle ostilità: La legge parla chiaro e i tribunali lo confermano: gli unici professionisti abilitati all’accompagnamento escursionistico in montagna sono formati dalle Guide Alpine”.

Riportiamo integralmente il comunicato CONAGAI n. 4/16 del 19 maggio 2016.

Lo scorso aprile l’Associazione italiana Guide ambientali escursionistiche ha diramato un comunicato stampa a cui le Guide Alpine Italiane non possono rimanere indifferenti, essendo peraltro questo l’ultimo atto di una annosa querelle, che lo scorso settembre pareva essere arrivata al termine. Preso atto che così non è stato e atteso il parere del tribunale di Torino che ha dato torto alle Guide ambientali escursionistiche, il Collegio Nazionale delle Guide Alpine ribadisce una volta per tutte che la legge italiana 6/89 stabilisce inequivocabilmente che l’accompagnamento su terreno montano è esclusiva prerogativa delle Guide Alpine e delle figure formate all’interno del Collegio, con formazione quindi e competenze garantite dagli standard internazionali. Un’esclusiva che ha come unico scopo la sicurezza pubblica nell’ambito di un’attività in cui esistono rischi oggettivi.

A sinistra, il presidente dell’Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche (AIGAE) Stefano Spinetti; a destra, il presidente del Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane (CONAGAI) Cesare Cesa Bianchi
LabirintoMontagnaAccompagnata-guide-alpine-aigae_01 - Copia

Partiamo dall’accordo CONAGAI – AIGAE siglato il 22 settembre 2015 e ratificato tramite lettera di intenti, che alleghiamo al comunicato. La lettera chiarisce inequivocabilmente che le Guide AIGAE che volessero operare in montagna debbano rientrare nel Collegio nazionale delle Guide Alpine Italiane, ovvero uniformarsi agli standard della figura professionale degli Accompagnatori di Media Montagna, tramite apposite modalità di verifica delle competenze.

L’accordo era stato raggiunto con lo scopo di mettere ordine nell’ambito delle professioni dell’accompagnamento outdoor. Successivamente una nota inviata dal Ministero dello Sviluppo Economico ad AIGAE ha invitato l’Associazione a precisare l’ambito di svolgimento dell’attività dei suoi iscritti, in modo da evitare sovrapposizioni con la disciplina della professione contenuta nella legge 6 del 1989. La nota metteva in evidenza le criticità legislative relative alla loro professione e tornava a sottolineare la necessità di risolvere il conflitto scaturito dalla coesistenza di diverse leggi che disciplinano il settore: da un lato la legge nazionale, la n.6 del 2 gennaio 1989, che regola la professione di Guida Alpina, degli Accompagnatori di Media Montagna e Guide Vulcanologiche; dall’altro la legge n.4 del 2013 che disciplina l’organizzazione delle libere professioni non organizzate in ordini o collegi e alcune Leggi Regionali che erano intervenute localmente a disciplinare la materia. Tra le varie leggi a oggi esistono ambiti di sovrapposizione, particolarmente in relazione all’accompagnamento escursionistico in montagna e su terreni innevati. La Corte Costituzionale ha confermato un ambito esclusivo di esercizio della professione nelle aree maggiormente caratterizzate dalle bellezze ma anche dai pericoli della montagna, continuando a prevedere per tali aree la competenza esclusiva degli iscritti all’albo delle Guide e degli Accompagnatori, senza possibilità per le rimanenti professioni dell’outdoor di sovrapporsi con le rispettive attività.

CONAGAI e AIGAE aprivano quindi un tavolo di lavoro per individuare le modalità per far rientrare gli associati AIGAE nel Collegio Nazionale delle Guide Alpine, inquadrandoli appunto all’interno dei Collegi. Il principio individuato dal Collegio Nazionale delle Guide Alpine, che tuttora apre le porte alle Guide AIGAE, si basa sul riconoscimento dei crediti formativi laddove siano presenti e sulle compensazioni necessarie nelle materie mancanti totalmente o parzialmente.

Nonostante l’accordo, nei mesi successivi AIGAE ha proceduto legalmente e verbalmente contro agli assessorati delle regioni Sicilia e Piemonte, che hanno riconosciuto negli ultimi mesi la figura dell’Accompagnatore di Media Montagna, applicando correttamente la legge nazionale relativa all’accompagnamento in montagna.

Non solo pertanto le proteste di AIGAE si rivelano ingiustificate, mendaci e queste sì anacronistiche, a fronte anche dell’intervento della Corte Costituzionale, ma hanno anche la grave responsabilità di confondere il quadro in merito alle figure professionali di riferimento per l’accompagnamento in montagna, arrecando un danno prima di tutto agli utenti finali. La chiarificazione del quadro generale delle professioni che operano in ambito escursionistico infatti, in particolare in montagna, era stata voluta dal CONAGAI così come dal Ministero che a tale scopo inviava la lettera ad AIGAE, ai fini della sicurezza e della garanzia della qualità del servizio offerto agli utenti finali, e non per ragioni lobbistiche.

LabirintoMontagnaAccompagnata-accordo-AIGAE-CONAGAI_01 - Copia

In merito alle limitazioni per l’esercizio della professione degli AMM, non può accettarsi ciò che le Guide ambientali escursionistiche sostengono quando dicono che si tratta di una professione molto limitata. Non esistono infatti limiti altitudinali, e l’esercizio della professione può essere consentito ricorrendone le condizioni in tutto il territorio italiano, mentre sono escluse le attività che richiedono l’utilizzo di attrezzatura alpinistica per le quali occorre un iter formativo da Guide Alpine che di certo non rientra nella formazione nemmeno delle GAE. Quanto all’accompagnamento su terreni innevati è questa realmente l’unica limitazione, per la quale è già stato presentato alla Camera dei Deputati un emendamento che mira proprio ad ampliare il raggio di azione degli AMM. Comunque si valuti la legge, finché esiste essa rimane tale, e quindi non un suggerimento, ma un insieme di disposizioni da rispettare, anche per evitare di commettere il reato di esercizio abusivo di una professione protetta. Quando, ci auguriamo presto, l’emendamento troverà esecuzione, gli accompagnatori nuovi e già titolati, saranno abilitati in una cornice di piena legalità all’accompagnamento sulla neve, non prima però di aver seguito una formazione specifica a riguardo, indispensabile visti i rischi che questo tipo di terreno comporta.

La nuova legge che istituisce la figura dell’Accompagnatore di Media Montagna della Regione Sicilia non solo è dovuta ma è sicuramente anche legittima e, esattamente al contrario di quanto afferma AIGAE, è volta proprio a sostenere l’occupazione prevedendo la formazione di professionisti del trekking in montagna e a favorire il turismo, garantendo all’utente una formazione certificata, seria e di altissimo livello. Ne è conferma quanto avvenuto solo poche settimane fa in Piemonte, dove il tribunale del TAR ha dato torto ad AIGAE che si era espressa contro la legge regionale che istituiva l’Accompagnatore di Media Montagna.

Infine il Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane ci tiene a rassicurare le Guide ambientali escursionistiche che operano in montagna che saranno in tutti i modi favoriti i processi di confluenza all’interno di CONAGAI al fine non solo di preservare la continuazione del loro lavoro, ma anzi di poterlo esercitare nel rispetto delle leggi attuali. L’invito ad AIGAE è quello di smettere di perseguire una strada di scontro e di agevolare invece i propri soci che operano in montagna alla confluenza nel CONAGAI e quindi nella legalità.

L’AIGAE risponde pressoché immediatamente con il Comunicato stampa n.7/16 del 19 maggio 2016 dal titolo “La legge parla chiaro, le guide alpine no!”. Senza mezzi termini è affermato che “il comunicato delle Guide Alpine sulla presunta esclusività nell’accompagnamento escursionistico è colmo di errori grossolani e falsità”. Per l’AIGAE si è così a “una clamorosa occasione di dialogo sprecata da una livorosa difesa corporativistica di superati recinti immaginari, che fa compiere alla categoria un balzo all’indietro di decenni, danneggiando prima di tutto il turismo in natura”.
Riportiamo anche questo lungo comunicato integralmente.

Apprendiamo con sorpresa e stupore di un comunicato del CONAGAI (Collegio Nazionale Guide Alpine), pubblicato sul loro sito ufficiale, che non esitiamo a definire “fantascientifico” in quanto traboccante di fantasiose considerazioni. A pochi giorni fra l’altro da un incontro previsto per proseguire con loro il tavolo di confronto, istituito per individuare modalità e presupposti per una convergenza tra i nostri due bacini professionali, come previsto dalla lettera comune d’intenti del 22 settembre 2015 che alleghiamo.
Accordo dove le due associazioni, a fronte del reciproco riconoscimento, si impegnavano “a non intraprendere iniziative anche di carattere legale l’una nei confronti dell’altra nonché nei confronti dei singoli associati per tutta la durata dei lavori e anzi a condividere iniziative di carattere legislativo”.
Intesa e lavoro congiunto, che ci vedevano in attesa di risposte alle nostre diverse costruttive proposte, che con tutta evidenza vengono interrotti unilateralmente, assumendosene a questo punto le responsabilità politiche di fronte non tanto ai propri soci ma a tutti gli interlocutori pubblici e privati che da anni invitavano i professionisti dell’accompagnamento a fare ordine e collaborare per il bene del mercato turistico collegato all’escursionismo.

Un’inutile pugnalata alle spalle che non capiamo a chi giovi, se non a un’infantile popolarità nel lasciar credere ai propri associati che siano veri gli steccati protezionistici promessi in anni di costosissimi corsi di formazione, fra l’altro con la validità legale messa in discussione dalla sentenza di Corte Costituzionale 372 del 1989 di cui parliamo di seguito.

Nota: si intendano nel testo a seguire le sigle GAE per Guide Ambientali Escursionistiche; AMM per Accompagnatori di Media Montagna; MISE, per Ministero per lo Sviluppo Economico. 

LabirintoMontagnaAccompagnata-tra-i-due-litiganti-il-terzo-gode-fb

 

CHI HA DISATTESO I PATTI?
1) 15 giorni dopo aver firmato CONAGAI disattende già l’accordo
Il Collegio Guide Alpine Abruzzo il 6 ottobre 2015 inviava al Ministero dello Sviluppo Economico una richiesta di chiarimenti sull’attuazione della Legge 4/2013 per le libere professioni non ordinistiche in cui è elencata anche la professione di Guida Ambientale Escursionistica. Ad essa seguiva anche, da parte del Collegio Nazionale, una richiesta di accesso agli atti che hanno portato all’inserimento dell’AIGAE nell’elenco delle Associazioni Professionali di categoria tenuto dal Ministero. È successivamente seguita una campagna disinformativa, rivolta a tutti gli enti istituzionali, sulla presunta illegalità delle GAE operanti sul territorio abruzzese omettendo gran parte del parere del Ministero, dove ad esempio si confermava l’incostituzionalità di tutte le leggi regionali in tema di professioni.

Da notare che il Collegio Guide Alpine Abruzzo, nel richiedere informazioni al MISE, ha inviato il solo articolo 16 della legge Regione Abruzzo 86/98, addirittura mettendolo in evidenza con carattere in grassetto (si tratta di un orrendo pasticcio giuridico che vorrebbe ridurre la Guida Ambientale Escursionistica a una specializzazione dell’Accompagnatore di Media Montagna, straripando ben oltre i confini impostigli dalla legge nazionale e conferendo all’AMM fantasiose competenze che non gli sono proprie e che non trovano riscontro nella citata legge di riferimento nazionale n. 6/89).
Viene spontaneo domandarsi perché il Collegio non abbia invece argomentato con i soliti teoremi sulla esclusività della competenza degli Accompagnatori di Media Montagna, ma abbia furbescamente utilizzato SOLO una parte di quell’inguacchio legislativo?
IN SOSTANZA, IL COLLEGIO G.A. ABRUZZO NON HA DETTO AL MISE “NON ACCETTATE LE GAE IN ABRUZZO PERCHE’ CI SONO GIA’ GLI AMM, BENSI’ TUTT’ALTRO, COMUNICA AL MISE CHE LE GAE IN ABRUZZO ESISTONO GIA’!
La nota del Ministero all’AIGAE che ne è seguita, fuorviata dalla subdola richiesta, non è stata come vogliono far credere “In Abruzzo le GAE non possono operare perché ci sono gli AMM”, bensì “Dato che esiste una legge regionale che parla di GAE, dovete tenerne conto”. CAPITA LA DIFFERENZA?
Ovvio poi che la Regione Abruzzo dal 1998 a oggi si è ben guardata dal rilasciare negli anni a chicchessia il titolo di GAE come specializzazione degli AMM, ben sapendo che… non lo può fare, senza addentrarsi in un ginepraio giuridico!

Abbiamo successivamente chiesto al Collegio delle Guide Alpine abruzzesi di fare insieme una verifica di legittimità, vigenza e costituzionalità della legge regionale 86/98 poiché solo una pronuncia del giudice amministrativo e/o della Corte Costituzionale sarebbe stata in grado di interpretare in modo vincolante la normativa in discussione. Ma non abbiamo ricevuto risposta!
Cioè, dicono che siamo illegali, ma quando gli chiediamo di andare a verificare davanti a un giudice… Nicchiano!

2) Guida Alpina diffonde una lettera aperta contro il tavolo di lavoro e CONAGAI fa finta di non vedere
In data 21 dicembre viene diffusa una lettera di una guida alpina traboccante di personalissime interpretazioni giuridiche prese a caso, debitamente tagliate e messe insieme a proprio piacimento e contenente anche talune affermazioni fuorvianti e al limite dell’offensivo.

Ad avviso dell’AIGAE tali comportamenti comportavano una violazione di quanto stabilito dalla lettera di intenti che impegnava le parti a “ricercare una soluzione bonaria a tutti i conflitti e le problematiche a oggi emerse così come a quelle che dovessero emergere in futuro”.
Questa mancanza di rispetto dei patti viene prontamente segnalata dal Presidente AIGAE al Presidente CONAGAI, con e-mail del 23/12/2015, cui non è mai giunta risposta.

3) Per tutto il 2015 sono stati fatti ovunque tentativi di proposte di legge regionale per l’istituzione degli Accompagnatori di Media Montagna, in particolare in Piemonte e in Sicilia.
Nonostante l’impegno, rispettato da AIGAE, di non proseguire con presentazioni di leggi regionali e non, fino a un pronunciamento del tavolo di lavoro sui successivi passi legislativi da conseguire insieme.

4) Sono proseguite in diverse zone d’Italia inutili azioni legali e di disturbo da parte dei Collegi Regionali delle Guide Alpine nei confronti delle Guide Ambientali Escursionistiche.
Alle nostre richieste di chiarimenti è stato risposto che il Collegio Nazionale non ha controllo né poteri nei confronti dei Collegi regionali, facendoci dubitare sull’effettivo potere di rappresentanza e attendibilità dei nostri interlocutori.

LabirintoMontagnaAccompagnata-8894322-Varsavia-Polonia-17-ottobre-2010-contendenti-combattimenti-durante-i-mondiali-di-Sumo-Archivio-Fotografico - Copia

 

FALSITÀ, ORRORI ED ERRORI DEL COMUNICATO STAMPA CONAGAI
1)
”La legge parla chiaro e i tribunali lo confermano: gli unici professionisti abilitati all’accompagnamento escursionistico in montagna sono formati dalla Guide Alpine”.
FALSO. Quali sarebbero questi tribunali che lo affermano? E dove lo avrebbero confermato? Non esiste una sola sentenza! Al contrario abbiamo invece sentenze vere e proprie di tribunali a favore delle Guide Ambientali Escursionistiche che dicono esattamente il contrario. E che alleghiamo e siamo pronti a fornire come prova della veridicità di quanto affermiamo.

2) “La legge italiana 6/89 stabilisce inequivocabilmente che l’accompagnamento su terreno montano è esclusiva prerogativa delle Guide Alpine e delle figure formate all’interno del Collegio, con formazione quindi e competenze garantite dagli standard internazionali”
FALSO. La legge 6/89 non cita mai la parola “esclusiva” né tantomeno gli “standard internazionali”. Al contrario, il CONAGAI volutamente ignora che la sentenza n. 372 inappellabile di CORTE COSTITUZIONALE del 6 luglio 1989, ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 7, commi 2-3-6 e 7 e dell’art. 22, commi 5 e 7 della L. 6/89 che ponevano le modalità di effettuazione dei corsi ed esami per Guida Alpina e AMM. Ebbene, mentre per le Guide Alpine il vuoto legislativo è stato colmato dall’art. 23 della legge 81 dell’8 marzo 1991, per gli AMM ciò non è mai avvenuto. Allo stato, quindi, non esistono le norme statali di riferimento, da riprodurre nelle leggi regionali, per dettare le regole dei corsi di formazione e degli esami per l’abilitazione all’esercizio della professione di AMM.

3) “Successivamente una nota inviata dal Ministero dello Sviluppo Economico ad AIGAE ha invitato l’Associazione a precisare l’ambito di svolgimento dell’attività dei suoi iscritti, in modo da evitare sovrapposizioni con la disciplina della professione contenuta nella legge 6 del 1989. La nota metteva in evidenza le criticità legislative relative alla loro professione e tornava a sottolineare la necessità di risolvere il conflitto scaturito dalla coesistenza di diverse leggi che disciplinano il settore”.
FALSO. La nota del Ministero non dice nulla di tutto questo (anche qui… basta leggerla) come già specificato poco sopra al punto 1 del paragrafo “CHI HA DISATTESO I PATTI” sulla questione Abruzzo.

4) “La Corte Costituzionale ha confermato un ambito esclusivo di esercizio della professione nelle aree maggiormente caratterizzate dalle bellezze ma anche dai pericoli della montagna, continuando a prevedere per tali aree la competenza esclusiva degli iscritti all’albo delle Guide e degli Accompagnatori, senza possibilità per le rimanenti professioni dell’outdoor di sovrapporsi con le rispettive attività.” E inoltre “le proteste di AIGAE si rivelano ingiustificate, mendaci e queste sì anacronistiche, a fronte anche dell’intervento della Corte Costituzionale”.
FALSO E INCREDIBILE. Stranissimo infatti che questa sentenza venga citata proprio dalle Guide Alpine che, anzi, di solito ne negano l’esistenza. A tal riguardo, l’unica sentenza inappellabile di Corte Costituzionale è infatti la 459/2005 che non dice affatto quanto dichiarato dal CONAGAI ma esattamente il contrario! Infatti nella sentenza si cita la “guida-ambientale escursionistica”, come “figura comunque avente un profilo professionale alquanto differenziato dall’Accompagnatore di Media Montagna”.

OLTRE A UN ALTRO PASSAGGIO IMPORTANTISSIMO: Ciò che distingue effettivamente tale figura professionale (guida alpina) è, sulla base di quanto previsto dalla legge n. 6 del 1989, non già una generica attività di accompagnamento in aree montane (la cui esatta definizione, per di più, aprirebbe complessi problemi a seguito della intervenuta soppressione del criterio altimetrico in conseguenza della abrogazione dell’art. 3 della legge 3 dicembre 1971, n. 1102, recante “Nuove norme per lo sviluppo della montagna”, nonché dell’art. 1 della legge 27 luglio 1952, n. 991, recante “Provvedimenti in favore dei territori montani”), bensì l’accompagnamento su qualsiasi terreno che comporti «l’uso di tecniche e di attrezzature alpinistiche» (come si esprime testualmente l’art. 2, comma 2, della legge n. 6 del 1989) o l’attraversamento di aree particolarmente pericolose e cioè «delle zone rocciose, dei ghiacciai, dei terreni innevati e di quelli che richiedono comunque, per la progressione, l’uso di corda, piccozza e ramponi» (come si esprime l’art. 21, comma 2, della medesima legge).”

Basta saper leggere con calma, minima onestà intellettuale e capacità di comprensione la sentenza.

5) “(…) il parere del tribunale di Torino che ha dato torto alle Guide Ambientali Escursionistiche” e “Ne è conferma quanto avvenuto solo poche settimane fa in Piemonte, dove il tribunale del TAR ha dato torto ad AIGAE che si era espressa contro la legge regionale che istituiva l’Accompagnatore di Media Montagna”
FALSO. Il TAR Piemonte a febbraio 2016 non ha dato torto all’AIGAE, bensì semplicemente non ne ha accolto il ricorso per un errore procedurale. Per dare torto ci vuole che sia scritto in una sentenza, che non c’è stata!

6) “La nuova legge che istituisce la figura dell’Accompagnatore di Media Montagna della Regione Sicilia non solo è dovuta ma è sicuramente anche legittima”.
ORRORE. A parte che sarebbe interessante capire perché “è dovuta”. Ma se si vuole che sia legittima deve ad esempio istituire la figura corretta e non chiamarsi come è stato fatto “Guida di Media Montagna”, figura fantasiosa non contemplata dalla L.6/89 e di cui sono oltretutto ancora vaghi ambiti e regolamenti.

7) “In merito alle limitazioni per l’esercizio della professione degli AMM, non può accettarsi ciò che le Guide Ambientali Escursionistiche sostengono quando dicono che si tratta di una professione molto limitata. Non esistono infatti limiti altitudinali, e l’esercizio della professione può essere consentito ricorrendone le condizioni in tutto il territorio italiano.”
ERRORE. I limiti altitudinali sono verso il basso, poiché è il nome stesso a rendere ridicolo l’Accompagnatore di Media Montagna in pianura, sulle dune o in collina, essendo impossibile stabilire i confini della montagna a causa della soppressione del criterio altimetrico (vedi sentenza Corte Costituzionale sopra citata) e ancora meno cosa sia la media montagna. Ma soprattutto l’esercizio della professione di AMM, per essere consentito in tutto il territorio italiano e cioè al di fuori dei collegi regionali di cui fanno parte, necessita il rispetto di quanto previsto dalla stessa legge 6/89 art.22 e non è così facile come si vuol far credere. Di fatto gli AMM sono vincolati a operare nelle regioni in cui sono iscritti ai relativi Collegi, difficilmente più di uno. Mentre le GAE, essendo liberi professionisti ai sensi della L.4/2013 non hanno limiti regionali né tantomeno nazionali, ricadendo fra l’altro a pieno titolo nelle normative europee sulla libera circolazione delle professioni.

LabirintoMontagnaAccompagnata-labirinto-dell-alta-montagna-29336312

8) Sull’accordo CONAGAI – AIGAE: “La lettera chiarisce inequivocabilmente che le Guide AIGAE che volessero operare in montagna debbano rientrare nel Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane, ovvero uniformarsi agli standard della figura professionale degli Accompagnatori di Media Montagna, tramite apposite modalità di verifica delle competenze.”
FALSO. La lettera d’intenti era stata sottoscritta per cercare di trovare insieme una strada comune per armonizzare le professioni di accompagnamento (basta leggere la lettera allegata per capire che è così). L’unica proposta in tal senso è stata presentata da AIGAE a CONAGAI il 18/12/2015 e alla stessa non è seguita mai – neanche a dirlo – nessuna risposta né controproposta.

9) “La chiarificazione del quadro generale delle professioni che operano in ambito escursionistico infatti, in particolare in montagna, era stata voluta dal CoNaGAI così come dal Ministero che a tale scopo inviava la lettera ad AIGAE, ai fini della sicurezza e della garanzia della qualità del servizio offerto agli utenti finali.”
FALSO. Il Ministero non ha mai richiesto nulla in tal senso. Nell’accordo fra l’altro non si parla di chiarificazione ma di armonizzazione, che apparentemente era voluta sia da AIGAE che da CONAGAI (fino al cambio evidente di obiettivi che evidenzia il loro “comunicato degli steccati”).

10) (le proteste di AIGAE ai tentativi di leggi regionali sugli AMM) hanno anche la grave responsabilità di confondere il quadro in merito alle figure professionali di riferimento per l’accompagnamento in montagna, arrecando un danno prima di tutto agli utenti finali.
È VERO ESATTAMENTE IL CONTRARIO, noi cerchiamo di fare chiarezza e ci teniamo a far capire che l’accompagnamento in natura non è solo montagna e che il mercato richiede da tempo figure molto più complete e poliedriche.

11) “Infine il Collegio Nazionale delle Guide Alpine Italiane ci tiene a rassicurare le Guide Ambientali Escursionistiche che operano in montagna che saranno in tutti i modi favoriti i processi di confluenza all’interno di CoNaGAI al fine non solo di preservare la continuazione del loro lavoro, ma anzi di poterlo esercitare nel rispetto delle leggi attuali.” E anche “’invito ad AIGAE è quello di smettere di perseguire una strada di scontro e di agevolare invece i propri soci che operano in montagna alla confluenza nel CoNaGAI e quindi nella legalità.”
ORRORE ED ERRORE. Che il CONAGAI faccia sonni tranquilli. Noi non vogliamo né entrare nel loro Collegio né diventare Accompagnatori di Media Montagna, poiché siamo altro (sempre per citare letteralmente la Corte Costituzionale che sancisce in modo inappellabile la piena legalità delle GAE). Le leggi le rispettiamo sempre e comunque. A questo proposito, visto che lo abbiamo già fatto con il Collegio Regionale Guide Alpine Abruzzo ovviamente senza ricevere risposta, invitiamo a controllare meglio l’operato degli iscritti: AMM che accompagnano su neve, che operano al di fuori dei territori dei Collegi di appartenenza, che propongono pacchetti turistici senza licenza, ecc…

La L. 6/89 art. 14 lettera b) infatti dice testualmente che è compito del Collegio regionale delle Guide Alpine “vigilare sull’osservanza, da parte dei componenti del collegio, delle regole della deontologia professionale”.

Pronti a rispondere pubblicamente, anche della mancata vigilanza obbligatoria, per ogni caso che solleveremo chiedendo gli opportuni interventi di legge e dandone ampia diffusione a mezzo stampa?

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

INFINE QUALCHE DOMANDA
Come mai se solo gli iscritti al CONAGAI sono abilitati ad accompagnare in escursione i suoi rappresentanti si sono seduti a un tavolo di lavoro con un’Associazione come AIGAE (con un numero di iscritti che è circa 4 volte tanto) che rappresenterebbe circa 3.000 professionisti che loro ora definiscono “illegali”, sottoscrivendo con loro una lettera d’intenti comune?

È consapevole il CONAGAI che esistono in Italia decine di gruppi, associazioni di guide, cooperative e aziende miste che vedono la compresenza di AMM, GAE e Guide Alpine che da anni già collaborano tra loro in integrazioni delle reciproche competenze, ambiti e professionalità?

Ha mai informato i propri soci il CONAGAI di tutte le sentenze in cui è stata respinta l’accusa di esercizio abusivo di professione nei confronti di Guide Ambientali Escursionistiche e del fatto che nessuna GAE è mai stata condannata?

Ha mai informato i propri soci il CONAGAI degli innumerevoli pronunciamenti dell’Antitrust, che si sono succeduti dal 2007 ad oggi, proprio a riguardo le modalità delle Guide Alpine e sulle diverse leggi regionali che li riguardano?

Come mai, se non hanno limiti operativi, diversi AMM si sono negli anni iscritti anche ad AIGAE e risultano tuttora iscritti come Guide Ambientali Escursionistiche per poter avere possibilità di operare con copertura assicurativa adeguata su qualsiasi tipo di ambiente e condizione?

Vuole dire pubblicamente il CONAGAI quanto costa a persona il corso per la nuova fantasiosa figura della Guida di Media Montagna in Sicilia e spiegare che solo le Guide Alpine vi possono insegnare? Quanto costa ogni ora di corso? Quanto guadagnano gli insegnanti?

Vuole il CONAGAI spiegare perché i Collegi Regionali, pur essendo obbligati dalla legge 6/89, art. 14, comma 2., lettera c) a mantenere i rapporti con gli organismi e le associazioni rappresentative di altre categorie professionali, e pur professandosi così rispettosi delle leggi, si rifiutano di farlo con l’AIGAE che inequivocabilmente è un’associazione rappresentativa di altra categoria professionale?

Siamo ormai abituati a non ricevere risposte e sappiamo già che dovremo farlo noi, pubblicamente. Facendo informazione su tanti aspetti che da troppo tempo sono stati manipolati e mistificati. Il turismo escursionistico-ambientale in Italia ha bisogno di trasparenza e chiarezza, ma soprattutto di fare un salto in avanti enorme rispetto alla retrograda mentalità degli steccati, degli orticelli e dei vecchi privilegi corporativistici.

Considerazioni
Direi che per il momento basta così, in attesa di ulteriori sviluppi. Chi volesse approfondire il punto di vista di tre collegi regionali/provinciali delle Guide Alpine può consultare l’ottimo articolo (anche se leggermente datato) pubblicato da Altitudini.it il 14 giugno 2013
http://altitudini.it/guide-alpine-chi-sono-gli-abusivi/

Posted on Lascia un commento

Rapporto Montagne Italia

La Fondazione Montagne Italia ha presentato nel giugno 2015 il Rapporto Montagne Italia, un corposo documento di 328 pagine che fotografa la montagna italiana.

Un attento lavoro di analisi, quantitativa e qualitativa sulla montagna e sul suo legame con le aree urbane italiane, che arriva a nove anni dal precedente studio di questo tipo realizzato dal Censis.

La versione integrale del Rapporto Montagne Italia è disponibile in rete (ma per poter scaricare è necessario compilare un modulo e spuntare l’autorizzazione al trattamento dei propri dati (privacy): http://www.unimontagna.it/rapporto-montagne-italia-il-volume-scaricabile-pdf-sul-sito-uncem%E2%80%8F/;

oppure è disponibile qui:
parte Uno-pagg. 001-081,
parte Due-pagg. 082-138,
parte Tre-pagg. 139-248,
parte Quattro-pagg. 249-330.

Secondo il documento, in moltissimi Comuni montani oggi si sperimentano politiche di integrazione e un nuovo welfare di comunità. La montagna conosciuta come luogo dal quale emigrare, che fino agli anni Novanta ha perso, sia sugli Appennini che sulle Alpi, decine di migliaia di abitanti, oggi diventa territorio che torna a crescere, con un aumento della popolazione dopo lunghi e non uniformi periodi di declino. La montagna mostra una capacità diversa di accogliere e ospitare i nuovi flussi di migrazione di lungo raggio, sino a fare degli stranieri una componente rilevante delle forze di lavoro.

Presentazione del rapporto
RapportoMontagneItalia.FotoMBussone

Lo riconosce l’on. Enrico Borghi, presidente della fondazione: “Scopriamo che il trend demografico comunque non è negativo perché ci sono decine di immigrati che vengono integrati per iniziativa delle amministrazioni e dei welfare di comunità locali. Oggi nelle aree montane e rurali c’è un’evidente capacità di integrazione. Su questo le montagne possono insegnare qualcosa al resto del territorio nazionale”.

È una delle immagini positive e inattese che emergono dal Rapporto Montagne Italia. Nuovo welfare, ma anche nuova economia e apertura al terziario e all’innovazione. Non senza la necessità di una maggiore coesione tra i Comuni, moltissimi con meno di mille abitanti, capaci insieme di superare la delicata fase di riorganizzazione istituzionale che ha prima visto l’evoluzione delle Comunità montane e poi una soppressione delle Province, entrambe erogatori di servizi e luoghi istituzionali capaci di mediare il dialogo delle aree montane e rurali con le zone metropolitane e urbane.

I deficit più forti rilevati dal Rapporto sono quelli relativi ai servizi, come emerso anche dalle interviste a oltre 400 Sindaci di 80 Province di venti Regioni, oltre che dalle interviste di esperti. “La montagna è accogliente, ma ha un deficit grave sull’accessibilità ai servizi – ha ribadito Ugo Baldini, architetto del Caire – Sulla banda larga ad esempio siamo in clamoroso ritardo. Ma oggi vediamo una montagna che si riproduce. In alcuni casi i dati sono molto rilevanti al nord. Il sud perde ancora molti giovani. E la popolazione diventa più anziana, al sud. Mentre al nord, grazie all’immigrazione, la popolazione diventa più giovane. Un’inversione di tendenza pesante”.

Sui temi economici è l’agricoltura a destare maggiore interesse. Vi è un dato incisivo: “Nel 1961, le aziende agricole coprivano il 93% del livello nazionale, con cura di pascoli, coltivi e boschi – ha sottolineato Baldini – Oggi quella percentuale è scesa al 56%. Un terzo dei territori italiani è senza cura. Pensiamo a cosa vuol dire questo sul piano turistico e sulla prevenzione del dissesto idrogeologico. Servono interventi e precise politiche attive che il Rapporto invita ad attivare”.

I Comuni Montani giocano (a sorpresa) la carta del terziario
di Gianni Trovati (dal Sole 24 Ore del 15 giugno 2015)

Il digital divide, inteso come scarsa presenza della banda lar­ga tra la popolazione, riguarda il 46,8% degli abitanti nei Comuni montani, contro il 35,6% che si registra nella media nazionale. Nemmeno in termini di infrastrutture “fisiche” il quadro mi­gliora molto: in nove Comuni montani su dieci il panorama delle scuole è incompleto, con il risultato che in più di un terzo dei Comuni montani quasi la metà degli studenti è costretta al pen­dolarismo scolastico.

Peccato, però, che in più della metà dei Comuni montani, soprattutto al Nord, la popolazione è cresciuta negli ultimi dieci anni, l’immi­grazione spinge questa dinami­ca al punto che in un Comune montano su tre più del 10% degli abitanti sono stranieri, e che quindi cresce la domanda di servizi materiali e digitali anche per sostenere un’economia che punta sempre più sul terziario.

RapportoMontagneItalia

Corrono lungo queste con­traddizioni le 328 pagine di anali­si e tabelle del nuovo Rapporto sulla montagna, che la Fonda­zione dell’Unione nazionale dei Comuni montani ha ultimato e presentato il 17 giugno 2015 alla Camera dei Deputati

Il gap infrastrutturale che caratterizza i 4.200 Comuni italia­ni classificati come montani, che amministrano il 58,2% del terri­torio nazionale e contano 14,3 milioni di abitanti (il 24% degli italiani), è un dato storico. Il pro­blema è legato al fatto che il gap rispetto al resto del territorio cresce, anche per una serie di scelte politiche ed economiche che rischiano di bloccare le possibilità di sviluppo di questi ter­ritori, sempre più legate al settore dei servizi.

Il lungo contenzioso con Po­ste, che prevede di dimezzare la corrispondenza in 4.721 piccoli Comuni considerati “periferi­ci” e che secondo il vicemini­stro Enrico Costa rischia di esporre l’Italia a una procedura di infrazione Ue, è solo l’ultima di una serie di “razionalizzazio­ni” che hanno visto la montagna come luogo da abbandonare più che da sviluppare. I “buchi” nel sistema scolastico, ricordati sopra, si sono allargati con la ri­forma avviata nel 2008 per ri­durre i costi tagliando il numero delle sedi.

Oggi il problema si allarga alle strade, la cui manutenzione è in corso di abbandono da parte del­le Province. A dirlo sono gli stes­si sindaci dei Comuni montani, interpellati dal Rapporto in un censimento ad ampio raggio delle loro opinioni su problemi e opportunità del territorio che amministrano. Alla voce «rifor­ma delle Province», il 75,5% dei sindaci dice di preoccuparsi del­le ricadute sulla viabilità e le reti di mobilità, mentre solo un sin­daco su tre lamenta un problema di riduzione della rappresentanza politica.

Anche in questo caso, i colpi portati da una riforma che rima­ne invischiata fra resistenze ter­ritoriali e difficoltà di applica­zione nazionali rischiano di af­fondare una situazione già com­promessa. Alla richiesta di dare un voto “scolastico” (da 1 a 10) al­la condizione di infrastrutture e servizi sul territorio, gli amministratori dei Comuni di monta­gna affibbiano in media un «4,8» ai collegamenti stradali, e un vo­to analogo («4,9») ai trasporti pubblici, in particolare su gom­ma. Proprio questi ultimi avreb­bero dovuto sostituire in molti Comuni i servizi ferroviari, che sono stati oggetto di una profon­da “razionalizzazione” negli ul­timi anni e infatti ottengono dai sindaci il voto peggiore, «3».

Sono questi, spiega il Rapporto, gli ostacoli allo sviluppo di un territorio che però rimane ricco di potenzialità legate sia alla dif­fusione dell’economia dei servi­zi (nel 40% dei sistemi locali il peso del terziario è superiore al 71,7% del valore aggiunto totale che rappresenta la media nazio­nale) sia alla tenuta dell’agricol­tura, che in montagna perde me­no superfici che in pianura.

«Questi numeri – riflette Enri­co Borghi, presidente della Fon­dazione Montagne Italia e presidente dell’Intergruppo parlamentare per lo sviluppo della montagna – evidenziano la funzione strate­gica di uno spazio che troppo spesso sfugge alla politica nazionale. La montagna è fatta anche di distretti produttivi che innovano e competono sul piano in­ternazionale, e hanno bisogno di servizi adeguati”.

Posted on Lascia un commento

Arrampicata difensiva

Arrampicata difensiva

Partiamo dalla definizione di Medicina difensiva (da Wikipedia):
La medicina difensiva consiste nella pratica di diagnostiche o di misure terapeutiche condotte principalmente, oltre che per assicurare la salute del paziente, anche come garanzia delle responsabilità medico legali seguenti alle cure mediche prestate.
Il medico deve difendersi perché il numero delle denunce è cresciuto oltre il normale, ma l’80% di queste denunce poi risultano infondate e il paziente perde la causa.

Dettagli
Evitare la possibilità di un contenzioso medico legale è la motivazione principale del porre in atto pratiche di medicina difensiva. Molto comune negli Stati Uniti, con un’incidenza variabile tra il 79% e il 93%, la medicina difensiva viene praticata specialmente nella medicina di emergenza, nei reparti di ostetricia e in altri interventi specialistici ad alto rischio.

Tipologia
La medicina difensiva può essere positiva o negativa.

Un incubo ricorrente tra i medici
ArrampicataDifensiva-1

La medicina difensiva positiva si attua con un comportamento cautelativo di tipo preventivo (assurance behaviour); in tal caso il comportamento cautelativo si esplica nel ricorso a servizi aggiuntivi non necessari (analisi, visite o trattamenti), atti a:
– diminuire la possibilità che si verifichino risultati negativi;
– dissuadere i pazienti dalla possibilità di presentare ricorsi;
– redigere documentazione, la quale attesti che il medico ha operato secondo gli standard di cura previsti, in modo da cautelarsi da eventuali future azioni legali.

Quando diritto e salute non coincidono
ArrampicataDifensiva-2

La medicina difensiva negativa si pratica invece con l’astensione dall’intervento di cura (avoidance behaviour), che si manifesta nel caso in cui il medico eviti di occuparsi di determinati pazienti o di eseguire interventi ritenuti ad alto rischio.

Rimedi
La medicina difensiva è ritenuta un fenomeno da arginare nell’interesse del medico, del paziente e anche delle casse dello Stato: in Italia, infatti, la medicina difensiva pesa per oltre il 10% sulla spesa sanitaria. Tra i rimedi suggeriti, quelli di orientare la formazione degli studenti in medicina verso una maggiore attenzione al rapporto medico-paziente, rendere gli orari di lavoro meno stressanti, favorire il ricorso alla conciliazione in caso di errori medici.

Il ricorso a strumenti stragiudiziali per la risoluzione delle controversie è divenuto indispensabile anche allo scopo di evitare l’immediato ricorso all’Autorità Giudiziaria. Non a caso, il risarcimento del danno derivante da responsabilità medica rientra tra le materie per le quali, a partire da marzo 2011, è obbligatorio tentare preventivamente la mediazione civile.

 

Corsi di arrampicata difensiva
(liberamente tratto da Nonciclopedia, l’enciclopedia VM 18 e libera dai bambini)

L’arrampicata difensiva – detta anche arrampicata paraculo – è una particolare disposizione tattica con la quale si schierano al lavoro sempre più equipe d’insegnamento. Lo scopo non è tanto offrire prestazioni di elevato standard qualitativo all’allievo, quanto evitare il più possibile di prenderlo nel di dietro a seguito di denunce per supposta irresponsabilità. L’idea viene fatta risalire a Giovanni Trapattoni: catenaccio a oltranza per poi colpire spietatamente in contropiede. La messa in pratica è partita però dagli Stati Uniti d’America, che l’hanno esportata in tutto il mondo come omaggio gratuito in accompagnamento alla democrazia.

La stampa come sempre ci ricama sopra…
ArrampicataDifensiva-5

 

Origini del fenomeno
Ci fu un tempo in cui l’operato dell’istruttore e l’istruttore stesso erano insindacabili e intoccabili: in falesia e in montagna tutti si alzavano in piedi e chinavano il capo al passaggio dell’arcigno distintivo di turno, ascoltandone in religioso silenzio il verbo infallibile. Le diagnosi erano inconfutabili e le prescrizioni erano sacre, da rispettare come i dieci comandamenti. In caso contrario si rischiava di essere zittiti con somma vergogna e di ricevere un clistere punitivo.

Bei tempi!

L’istruzione di massa ha favorito il declino di questa epoca. Le aumentate conoscenze della massa hanno fatto sì che si sviluppasse una maggiore consapevolezza, ma soprattutto che il numero di avvocati in circolazione aumentasse in maniera esponenziale. Tutta gente che aveva bisogno di lavorare in un campo che appariva saturo già da allora. Occorreva allargare il campo delle competenze, individuare nuovi bersagli: lo sport d’avventura era ancora un territorio in gran parte inesplorato. D’improvviso gli istruttori si resero conto che non potevano più trincerarsi dietro manovre e spiegazioni composte da termini tecnici noti solo agli addetti ai lavori. Ormai parole come prusik, marchand e lolotte erano alla portata anche di un coatto di periferia. La classe docente subì le prime condanne a seguito di errori particolarmente gravi, assicurando alla giustizia i responsabili di vari decessi o infortuni dovuti a negligenza e imperizia e riempiendo di quattrini le tasche dei parenti e dei loro avvocati.

E anche la televisione non scherza!
ArrampicataDifensiva-4

Tutto bene, dunque?
No.
Gli studi legali si specializzarono in questo settore, i familiari degli allievi si riunirono in associazioni e le class action si diffusero come metastasi tumorali. La classe docente, sebbene patrocinata dai migliori principi del foro, scoprì di non essere più intoccabile e il panico si diffuse in breve tempo. Contemporaneamente il popolo aspirante alpinista, fino ad allora cornuto e mazziato, scopriva che rifare la facciata di casa, estinguere il mutuo, concedersi quel viaggetto alle Maldive, o semplicemente dimostrare di avercelo più duro degli istruttori, non era più un’utopia. Così le cause per malinsegnamento si estesero ad ogni minimo errore o incertezza: oggi come oggi un freno dissipatore, un guanto, una barretta energetica in più o in meno possono fare la differenza.

Pianificazione e attuazione
Tale situazione fa innescare un pericoloso circolo vizioso: l’operatore insegnante che perde la tranquillità sul lavoro è portato a commettere più errori e quindi a dibattersi in un numero sempre crescente di cause. Il problema è stato studiato con rigore altamente scientifico.

Al termine di accurate indagini, verifiche sul campo e simulazioni al computer, risulta evidente che non esiste una scappatoia efficace, se si esclude la soluzione finale per la casta avvocatizia, impraticabile per mere difficoltà tecniche. È stato perciò deciso di porre in essere una serie di accorgimenti atti a limitare al massimo i danni. Ciò ha condotto all’identificazione di due differenti approcci alla questione.

Arrampicata difensiva positiva
L’arrampicata difensiva positiva si attua con un comportamento cautelativo di tipo preventivo, che si esplica nel ricorso a servizi aggiuntivi non necessari (esamini, visite mediche o esercizi) atti a:

– Diminuire la possibilità che si verifichino risultati negativi (“La risonanza magnetica e l’elettroencefalogramma cui l’abbiamo sottoposta attestano con ragionevole certezza che il suo lieve tremolio di piede potrà scomparire in tempi brevi e senza lasciare esiti significativi”);

– Dissuadere gli allievi dalla possibilità di presentare ricorsi (“Ci ispiriamo a linee guida riconosciute e approvate in tutto il mondo. Vuole forse denunciare il mondo intero? E poi sappia che sono amico di Simone Moro”);

– Redigere documentazione che attesti che l’istruttore ha operato secondo gli standard d’insegnamento previsti, in modo da cautelarsi da eventuali future azioni legali (“Ho discusso il suo caso anche col Ministro dello Sport e con il CAAI: hanno entrambi convenuto che, con 647 pagine di documentazione, la sua lieve difficoltà nello “spallare” ha ricevuto tutte le attenzioni che meritava”).

Il fatto che questa pratica comporti un ingente spreco di risorse e soldi pubblici sembra non costituire un problema per nessuno, di conseguenza l’approccio positivo è gettonatissimo.

Arrampicata difensiva negativa
La negazione del problema è spesso una tattica vincente.

Esempio:
Lei avrebbe bisogno di un compagno che le faccia sicura come si deve… ma non posso farlo io, mi spiace (il difensivista altamente negativo)!
Perché? Lei è il miglior istruttore della città (un allievo perplesso)!
E intendo continuare a esserlo. Devo pregarla di andarsene. Mi lasci in pace (il catenacciaro negativo gioca di rimessa)!

ArrampicataDifensiva-7
L’arrampicata difensiva negativa si pratica con l’astensione dall’intervento di docenza, che si manifesta nel caso in cui l’istruttore eviti di occuparsi di determinati allievi o dall’eseguire uscite ritenute ad alto rischio. Come fa l’istruttore a decidere di chi non occuparsi? Esistono più opzioni:

– Assenteismo: di volta in volta l’istruttore simulerà raffreddori, incidenti stradali, lutti familiari e quant’altro giustifichi un’assenza dalla Scuola all’improvviso;

– Documentazione: l’istruttore raccoglierà informazioni sull’allievo e i suoi familiari tramite investigatori privati, allo scopo di comprendere se si tratta di gente combattiva, cagacazzi e con conoscenze tra gli avvocati. In tal caso cederà volentieri l’allievo a un collega più sprovveduto;

– Ricerca: improvvisamente l’istruttore si accorge che la sua vera strada è l’accademia: sarà sempre impegnato in estenuanti viaggi all’estero per convegni, simposi, seminari che lo terranno a debita distanza dall’insegnamento sul campo.

Anche l’approccio negativo comporta un ingente spreco di risorse e soldi pubblici, ma anch’esso sembra funzionare egregiamente, quindi è gettonatissimo.

Spalle ben coperte, dunque?
Non sempre.

Infatti, se va male comunque?
Nonostante tutte le precauzioni, qualcosa va sempre storto e l’istruttore rischia di essere trascinato in tribunale. Per sua fortuna è obbligatorio tentare la mediazione civile prima di adire a vie legali. Una sorta di constatazione amichevole che mantiene pulita la fedina penale. A un certo prezzo. La classe docente si è organizzata proponendo alle parti lese dei pacchetti “tutto compreso” con i quali è possibile, a seconda del caso, comprarsi un’auto nuova, dotare di IPhone la famiglia e i parenti collaterali (compresi i più antipatici), affittare un attico a New York o trattare con disprezzo le commesse delle boutiques di Montecarlo. Ciò rende gli allievi felici e tranquillizza gli istruttori, che evitano la galera.

D’altra parte in galera ci finiscono sempre gli stessi coglioni.

Medice, cura te ipsum!
ArrampicataDifensiva-3


L’esempio limite
L’istruttore più in pericolo è comunque colui che è anche medico: l’unione nella stessa persona di queste due qualifiche porta a rischi davvero esagerati.

Istruttore-medico di turno durante un uggioso turno pomeridiano al Policromuro di Arco: – Cos’è stato quel rumore?

Aiuto-istruttrice annoiata e demotivata: – Lo sloveno che sta facendo Stressami ha starnutito!

Istruttore-medico di turno improvvisamente preso dal panico: – Cosa? Presto, Gina, prepara subito l’aerosol con due fiale di beclometasone dipropionato, una di ambroxol, cinque gocce di salbutamolo e otto di ossitropio bromuro! E metti l’ossigeno a 8 litri al minuto! Poi, subito antibioticoterapia con ceftriaxone un grammo per tre endovena. Muoviti, non stare lì impalata!

Aiuto-istruttrice Gina che non intende rinunciare alla sua tranquillità: – Ehi capo, camomillati un attimo, eh!

Istruttore-medico che già si vede trascinato alla sbarra: – Seeee, camomilla! Il Rohypnol ci vorrebbe! Non mi distrarre che sto pensando! Dunque, ha starnutito… merda! Mmmm… uno starnuto può fargli partire un embolo… Gina, quando scende, iniziamo pure la profilassi antitromboembolica con EBPM a dosaggio massimo! Ah, dimenticavo… programmi in urgenza questi esami: emocromo, VES, PCR, PT, PTT, enzimi cardiaci, profilo renale ed epatico, emocoltura, urocoltura, rx torace, spirometria ed elettromiografia! Mmmm… quasi quasi richiedo una TAC. E anche una colonscopia!

Aiuto-istruttrice Gina, dannatamente pragmatica: – Ma capo, insomma… era solo uno starnuto!

Istruttore-medico di turno immerso nei suoi ottimistici progetti per l’avvenire: – Dillo! Dillo che mi vuoi vedere marcire in galera!

Conclusioni
Se si è allievi in Italia: meglio imparare all’estero.
Se si è istruttori in Italia: meglio esercitare in Nepal.

Ma è solo un’unghia incarnita…
– La prudenza non è mai troppa!

ArrampicataDifensiva-6

Posted on Lascia un commento

Tirolo in festa

Tirolo in festa

In Tirolo le manifestazioni per il Carnevale si tengono ogni anno; le grandi sfilate tradizionali invece hanno cadenza ciclica ogni 3/5 anni. Ecco le più famose: il Wampelerreiten, ad Axams, si svolge ogni anno. Wampelerreiten significa «cavalcare sulla pancia» ed è un’usanza spettacolare ma anche un po’ rude. È un combattimento tra gruppi di giovani del luogo con enormi camicie imbottite di fieno, tanto da sembrare giocatori di rugby con enormi ingessature: ma sono tutti in gonnella!

Le sfilate dei Muller, Tuxer e Huttler hanno tutte le stesse caratteristiche ma denominazione diversa a seconda della provenienza, che però si localizza principalmente nelle vicinanze di Innsbruck. Ogni anno a Carnevale (generalmente gli ultimi quattro sabati prima della quaresima), la città di Innsbruck sulla piazza davanti al Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl) offre ai cittadini ed ai turisti le esibizioni spettacolari dei Muller, famosi soprattutto per i loro copricapo particolari ed il rituale degli Abmullen, schiaffi con la mano piatta che simboleggiano il risveglio della natura e delle sue forze. Analoghe manifestazioni si svolgono sempre vicino a Innsbruck, a Igls e Thaur.

Le grandi sfilate cicliche invece sono concentrate nell’alta valle dell’Inn e ruotano attorno alla piccola cittadina di Imst ed al suo famoso Schemenlaufen. La sfilata è caratterizzata dai cosiddetti Roller e Scheller che ballano secondo un antico cerimoniale ormai consolidato nei secoli. Essi caricano sulla schiena enormi campane che pesano circa 30 kg, vestiti multicolori, maschere facciali di legno e ricchi copricapi. Anche le vicine località di Wenns e Tarrenz organizzano sfilate simili. Altra sfilata ciclica è il grande Schellerlaufen di Nassereith, manifestazione che assomiglia molto allo Schemenlaufen di Imst e contrappone ai Roller e agli Scheller il gruppo delle streghe. Insolito è il «gioco degli orsi», uno degli elementi più autentici e più antichi del carnevale tirolese. I gruppi vengono accompagnati da Maje, Spritzer e Sackner, le maschere che fanno dispetti al pubblico.

Blochziehen, sei tonnellate per 65 uomini. Foto: APA-FOTO (FISSER BLOCHZIEHEN/ANDREAS KIRSCHNER)
APA16113200-2 - 17122013 - FISS - …STERREICH: ZU APA 269 CI - MŠnner beim traditionellen "Blochziehen" im Tiroler Fiss (undatiertes Archivbild). Nach drei Jahren Pause sollen am 26. JŠnner 2014 wieder die "Schallner", die "Mohrelen" und der "Bajatzl" durch das Tiroler Fiss ziehen. Bei einem der Šltesten Tiroler FasnachtsbrŠuche, der seit 2011 zum immateriellen UNESCO Kulturerbe zŠhlt, wird ein Baumstamm, der "Bloch", durch das Dorf gezogen. +++ WIR WEISEN AUSDR†CKLICH DARAUF HIN, DASS EINE VERWENDUNG DES BILDES AUS MEDIEN- UND/ODER URHEBERRECHTLICHEN GR†NDEN AUSSCHLIESSLICH IM ZUSAMMENHANG MIT DEM ANGEF†HRTEN ZWECK ERFOLGEN DARF - VOLLST€NDIGE COPYRIGHTNENNUNG VERPFLICHTEND +++ APA-FOTO: FISSER BLOCHZIEHEN/ANDREAS KIRSCHNER

Il Blochziehen, è un’usanza che nacque un anno in cui non si celebrò alcun matrimonio nella località: il Bloch è un grande pino che viene tagliato dagli scapoli del paese e guardato a vista perché non sia rubato o danneggiato dai ragazzi dei paesi vicini. Il giorno della sfilata viene addobbato e portato per le vie del centro, accompagnato da orsi, streghe e diavoli. Questa è una manifestazione che si svolge principalmente nelle zone dell’alta valle dell’Inn.

Schleicherlaufen a Telfs
TiroloFesta-Schleicherlaufen-telfs
Lo Schleicherlaufen di Telfs deve il suo nome agli Schleicher. Così vengono chiamate le figure vestite di seta e velluto con campane gigantesche legate in vita, sofisticate maschere di maglie di filo di ferro (uniche in Tirolo) e soprattutto con cappelli spropositati ed improbabili che possono arrivare fino ad un metro di altezza e pesare anche 10 kg. Caratteristica anche la figura del «Portatore delle lanterne» che indossa un cappello con quattro enormi punte, costruito con oltre 3.000 granelli di mais. A queste figure si contrappongono i «selvaggi», caratterizzati da orribili maschere di legno e interamente ricoperti di barbe ricavate dalle piante. Del corteo fanno parte anche il «gruppo degli orsi», la banda musicale ed i carri.

l «roghi delle streghe» a Sillian, nel Tirolo Orientale: questa usanza risale al 1637, quando sulla roccaforte di Heinfels si svolse un processo per stregoneria contro una ragazza di 18 anni, in seguito bruciata sul rogo. Ogni martedì grasso, durante la grande sfilata carnevalesca, un carro con l’«alta corte» ed il carro del boia chiudono la sfilata dei partecipanti. La manifestazione finisce con un «processo» sulla piazza centrale del paese, dove si denuncia la strega che viene poi bruciata sul rogo.

Ogni anno il Carnevale trasforma i centri dei villaggi tirolesi, ma anche le piste da sci, in atmosfere ed ambienti multicolori, ricchi di fantasia, note musicali, specialità gastronomiche e tanta allegria.

Il primo maggio nelle campagne, un po’ dovunque, si innalza l’albero della cuccagna, il Maibaum, ben vigilato perché dai paesi vicini non venga rubato o mozzato per scherzo. La prima domenica di maggio a Zell am Ziller ricorre la Gauderfest, una celebrazione primaverile che risale al 1500. Il nome Gauder deriva da un antico podere della zona e la caratteristica della festa è una grande lotta di arieti sotto l’occhio vigile della protezione animale. All’epoca fu fondata anche una piccola birreria privata che da allora produce birra di alta qualità ed un prodotto tipico: la Zillertaler Gauderbock. Questa birra ad alta gradazione (8,2°) viene servita unicamente durante la Gauderfest. L’antica sede della fabbrica è stata ora trasformata in un grazioso albergo.

Anticamente, nel Tirolo, il giorno del Corpus Domini era occasione di moltissime rappresentazioni sacre e profane ispirate dalla festività cristiana. In parte, queste manifestazioni sono state vietate nel XVIII secolo e oggi si conservano esclusivamente riti religiosi. Una delle più antiche tradizioni legata al Corpus Domini è l’Antlassritt che si ripete ogni anno nelle Alpi di Kitzbühel (a Westendorf, Brixen im Thale e Kirchberg): si tratta di una processione a cavallo, di origini storiche, alla quale partecipano tutti i contadini della zona. I cavalli, accuratamente puliti, ornati di piume, foglie, corone di fiori, ramoscelli di larice e peonie portano le selle delle grandi occasioni. I cavalieri, che avanzano in coppia e vestiti a festa, portano rami verdi, bandiere e lanterne. Guidati dal parroco, che cavalca un destriero bianco, attraversano i paesi accompagnati dalla banda musicale fino alla Schwedenkapelle.

Wampelerreiten ad Axams
TiroloFesta-Wampelerreiten-Axams-7756586_web
Il Gründonnerstag (Giovedì Santo) non deriva da grün (verde) bensì da grunen che significa «piangere»; anche le campane rimangono in silenzio fino al sabato. Per tradizione il Giovedì Santo era il giorno della coloritura delle uova. I Santi Sepolcri allestiti per il Venerdì Santo, e costruiti appositamente per alcune chiese parrocchiali, furono molto in uso nell’Ottocento, ma la stragrande maggioranza è andata perduta. Alcuni esemplari furono ritrovati dopo la seconda guerra mondiale e fanno di nuovo parte della tradizione pasquale di alcune località tirolesi: a Patsch vicino a Innsbruck, a Ehrwald e a Breitenwang, a Schwaz. Nel periodo pasquale vengono montati anche dei presepi, i cosiddetti «presepi della quaresima», i Fastenkrippen: un magnifico esempio si trova a Zirl nella Kalvarienkirche. Gli Osterfeuer, i «fuochi pasquali», sono un’antica tradizione che si è conservata soltanto nella valle dello Zillertal. Lontano dalle fattorie, su cime panoramiche, vengono accesi grandi falò che illuminano la valle a significare la resurrezione e la fine della Quaresima. I Passionsspiele o «giochi della Passione», che annunciano il messaggio cristiano della pace, sono una caratteristica della scena culturale tirolese fin dal Medioevo ed hanno origine principalmente da voti religiosi. Essi hanno luogo ancora oggi a Thiersee ed a Erl. I Grasausläuter sono un’usanza tipica della bassa valle dell’Inn: vicino a Schwaz e nella Zillertal è «risvegliare l’erba suonando». Ragazzi con grandi campanacci alla vita allontanano simbolicamente i demoni risvegliando la natura e raccogliendo piccoli doni da parte dei contadini.

Tempo d’autunno. Soprattutto nelle Alpi di Kitzbühel questo periodo dell’anno costituisce un’autentica attrazione turistica e festa per gli occhi. A St. Johann si dà l’addio alla stagione con grandi manifestazioni come la «festa dei canederli» e l’Oktoberfest Tirolese. Nella vicina Ebbs molte manifestazioni sono legate all’equitazione, visto che la piccola località ospita il più grande allevamento europeo di Haflinger e molto noto è anche il pentathlon degli uomini forti ovvero le «Olimpiadi dei muscoli» di Ebbs.

Posted on Lascia un commento

Silenzi d’inverno

E’ di recentissima pubblicazione il bel libretto (60 pagine) di Luca Serenthà, Silenzi in Montagna, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2015.
Di lettura facile e breve, evidenzia i contenuti del silenzio in montagna, inteso come bene particolare, da apprezzare: indirizzato soprattutto ai ragazzi e a coloro che, pur sognandola, sono un po’ a digiuno di montagna.

SilenziInverno-9788857529479p

Numero 21 della collana Accademia del Silenzio, ISBN: 9788857529479, il libro è costruito sull’artificio letterario del dialogo di tre personaggi che, pur trovandosi a livelli diversi della ricerca e pur partendo da esperienze di vita diverse, incrociano i loro percorsi in un rifugio, “luogo che non è solo la cornice dei loro discorsi, ma suggeritore silenzioso dei loro pensieri“.

L’autore, nella prefazione, si augura: “La speranza è che anche il quarto interlocutore muto, il lettore, abbia voglia, dopo la breve pausa, di riprendere la traccia alla ricerca del proprio silenzio“.

Questi i capitoli in cui si divide il libro: dopo la prefazione dell’autore si susseguono Ritorno in montagna, Il silenzio e la storia delle Alpi, Silenzio ascoltato e raccontato, Il silenzio degli alpinisti, Silenzi d’inverno, Un silenzio per il futuro, Appendice.

Per concessione dell’editore e dell’autore, riproduciamo qui il capitolo

Silenzi d’inverno
di Luca Serenthà

La penombra della sera stava ormai avvolgendo il rifugio: le giornate corte di fine estate facevano sempre più guadagnare terreno alla notte. Inoltre, senza che nessuno ci avesse badato, dei grossi nuvoloni, avevano dapprima scavalcato le creste nascondendole e poi riempito il cielo. Il torrentello continuava a gorgogliare, sempre uguale e sempre rinnovandosi, prendendo la rincorsa verso la valle, indifferente al passare delle ore e al fatto che non ci fosse più nessuno ad ascoltarlo. Solo il vento con qualche soffio più forte, insinuandosi in tutti gli interstizi come solo lui li sa scovare, segnalava la sua presenza con sinistri fischi udibili dall’interno del rifugio dove si stava svolgendo una rilassata conversazione attorno al tavolo della cena.

Stava parlando Camilla: «Se penso alla primavera, mi viene in mente un tripudio di suoni: credo che in assoluto sia la stagione più sonora. Se non l’hai mai ascoltata è inimmaginabile la musica che può produrre la neve quando inizia a sciogliersi insinuandosi e sgocciolando tra i sassi oppure scorrendo sulla prima terra fradicia che esce allo scoperto: è come se tutto si fosse trasformato in un grande xilofono che fa da colonna sonora al risveglio delia montagna dal torpore invernale. Però, sebbene ogni stagione penso abbia qualcosa di bello, se devo dire qual è la mia preferita è senz’altro l’inverno».

«Come mai?» chiese Andrea.

«So che il silenzio bianco dell’inverno ha significato a volte paura e isolamento, ma salire ad un alpeggio dopo una nevicata e soffermarsi ad ascoltare i suoni attutiti mi rilassa, mi ridà la mia giusta dimensione. Lo scricchiolio dei passi sulla superficie gelata, un tonfo di un bel cumulo di neve caduto da un ramo stanco di portarne il peso, l’abbaiare lontano di un cane in paese o quello vicino d’un camoscio che non riesci a scorgere, l’improvviso frullio d’ali di un gallo forcello che decolla dalla sua nicchia nella neve: il tutto sprofondato in un magico silenzio d’ovatta».

SilenziInverno«Non per nulla – intervenne Oreste – Dante nella Divina Commedia per dare il senso di qualcosa che avviene nella calma e nel più assoluto silenzio, usa proprio questa immagine: “un cader lento […] come di neve in alpe senza vento (Inferno XIV, 28-30)”. A dire il vero però non sempre i rumori invernali sono così rassicuranti e rilassanti. Quando stai spingendo in salita le tue pelli di foca nella neve fresca e al fruscio prodotto dagli sci che creano una nuova traccia, si sovrappone un breve rumore di sordo sprofondamento del manto che si è assestato sotto il tuo peso, per un attimo trattieni il respiro, e se la valanga non parte, inizi a chiederti cosa è meglio fare. Saper ascoltare la neve e la montagna a volte è vitale: può risultare davvero fatale tapparsi le orecchie con il cerume dell’adrenalina e dell’emozione a tutti i costi».

«Ma che bell’immagine!».

«Scusa Camilla, ma è proprio così…».

«E tu l’hai mai sentita da vicino una valanga?» chiese Andrea ad Oreste.

«Eccome, purtroppo sì! Per mia fortuna, però, non ne sono mai rimasto direttamente coinvolto… è un gran spavento! Chiaramente dipende dalle dimensioni e dalla tipologia, ma quando mi sono trovato nelle vicinanze di una grossa valanga a lastroni… d’improvviso si sente un gran botto e poi con un boato prolungato tutto precipita a valle, un vento frusta ogni cosa nelle vicinanze finché torna il silenzio, un silenzio pesante. Le fatalità per carità possono sempre capitare, ma quante volte ascoltando quei piccoli avvertimenti che la montagna sussurra a chi li vuol cogliere si sarebbero potuti evitare incidenti mortali».

«Già…» stava assentendo Andrea, quando Oreste riprese con voce più infervorata: «… e mi chiedo, come possano ascoltare qualcosa quelli che scendono con il rumore dell’elicottero per un pendio che non hanno salito!».

«Ecco la tirata sull’eliski» puntualizzò Camilla.

«No, tranquilla, mi fermo subito, ma mi chiedo perché se a qualcuno non piace il silenzio deve privarne anche tutti gli altri, animali compresi che sono atterriti da quel fragore… che si ficchi in testa un paio di cuffie e lasci in pace il mondo! E non mi si venga a raccontare (Oreste iniziò a gesticolare alzando e facendo roteare in aria il dito indice) la frottola dell’economia, del turismo, eccetera: perché se io fossi un turista che cerca il piacere della montagna invernale, non andrei più laddove continua a passarmi sopra l’elicottero!».

SilenziInverno-pine-winter-christmast-snow-dawn-pure-top-best-picture-desktop

Piacevolmente divertita dal siparietto, Camilla sottolineò sottovoce rivolgendosi ad Andrea: «Questa faccenda dell’eliski lo manda proprio su tutte le furie».

«È che da ogni cosa si vuole togliere la fatica e lasciare solo velocità e adrenalina – continuò noncurante Oreste – ecco sì, solo questo conta! E il piacere di una silenziosa e lenta risalita? E questo vale anche per quelli che salgono sempre con il cronometro in mano… se non stai facendo una gara, perché devi correre? Credo che ci sia un profondo legame tra lentezza e silenzio. Prova a muoverti senza far rumore velocemente: è impossibile. E se anche ci provi sei talmente concentrato a non far rumore che non puoi accorgerti di cosa c’è nel silenzio attorno. Ancora una volta forse si ha paura: lentezza e silenzio ci portano ad abbandonare quel terreno superficiale così rassicurante. Per vivere la montagna, e per far sì che abbia un futuro, più che mai trovo indispensabile prendere come regola quel motto coniato da Alexander Langer (in opposizione a quello olimpico ciecamente e quotidianamente seguito dalla nostra civiltà citius, altius, fortius): lentius, profundius, suavius, più lento, più profondo, più dolce (A. Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 1996, p. 146). Non vi sembra che anche una proposta di turismo più dolce e lento aiuterebbe ad entrare in profondità nei silenzi della montagna?».

«Sì – commentò Andrea – ma la maggior parte delle persone che pensa alla montagna con la neve credo che abbia in mente le piste da sci, che non sono proprio luoghi silenziosi, no?».

«Beh, devo dire – fece Camilla – che sciare in pista è sicuramente divertente, a me piace molto anche quello… si deve ammettere però che puntare tutto solo sullo sci, convogliando masse di turisti in montagna, solo in limitati periodi e sostenendo solo quel tipo di attività, rischia di essere un vicolo cieco. Il senso del limite è sempre stato la guida di chi ha vissuto nelle valli alpine e forse con la prolificazione di impianti il limite si è un po’ passato. Un giorno si creeranno altre piste indoor come quella di Dubai con neve finta e chalet-ristoro con la musica a tutto volume, si offriranno pacchetti vantaggiosi per fare vacanze esotiche senza rinunciare allo sci, e i turisti abbandoneranno le nostre montagne: se gli è stato proposto solo ciò che è riproducibile altrove perché dovrebbero restare?».

Dopo qualche attimo di riflessione riprese la parola Oreste: «I rumori sono sempre riproducibili, mentre quel silenzio che ti racconta l’ambiente in cui ti trovi è un esperienza che rimane sempre unica e profonda».

Un improvviso chiarore attirò l’attenzione di tutti verso la finestra: un rombo spiegò subito quel bagliore. Immersi nella conversazione non avevano fatto caso alle prime gocce di pioggia che avevano iniziato a cadere. Ora il picchiettare della pioggia si faceva più intenso e colpiva anche i vetri del rifugio esposti contro vento e a breve si aggiunsero alle percussioni piccoli chicchi di grandine che rimbalzavano sulle pietre attorno e sulle lamiere del tetto. Per un breve tratto il frastuono fu tale che conversare divenne faticoso cosicché i tre colsero l’occasione per alzarsi e sparecchiare.

Posted on Lascia un commento

La Stalla ovale del Qualido

La Stalla ovale del Qualido
di Giuseppe Popi Miotti

Il vecchio patriarca dei Della Mina uscì ancora una volta dalla casera nascosta fra le cascine di Cà di Sciüma, al di là del torrente e guardò verso l’alto. Di fronte a lui si apriva il ripido imbocco della Val Qualido, delimitato da un’impressionante muraglia granitica.

Sui pascoli superiori, non visibili dal basso, alcuni del clan stavano terminando i preparativi per abbandonare l’alpeggio; l’autunno era alle porte e le vacche dovevano essere riportate giù. Quello sarebbe stato l’ultimo anno di monticazione; il Qualido era diventato troppo difficile, troppo pericoloso, poco redditizio. Stavano finendo gli anni Cinquanta del ‘900 e anche fra le montagne era giunto l’ammaliante richiamo delle città, di lavori più comodi, di stili di vita meno duri che attiravano i giovani lontano dal paese.

Eppure – si trovò a pensare – quella vita, dura e rozza mi ha lasciato incancellabili ricordi. Mi dispiacerà abbandonare l’Alpe”.

La colonizzazione del Qualido da parte della sua famiglia, assumeva ai suoi occhi significati epici.

La Val Qualido. Foto: Federico Raiser
qualido-raiser-27401581

Mentre il vento staccava le prime foglie dorate di un grande faggio, il vecchio andò con la mente a molto tempo prima, quando era ancora piccolo e tutta la famiglia si era impegnata nell’impresa. Secoli prima l’alta Val Màsino era appartenuta ai Melàt, quelli di Mello, ma anche quando, dal 1785, i confini amministrativi erano cambiati, la proprietà della valle, che aveva preso il nome del paese, era rimasta loro.

“Noi Melàt siamo gente dura e caparbia, ma nessuno si era mai sentito di affrontare l’impresa che è riuscita ai Della Mina. – pensò con orgoglio l’anziano, iniziando a ripulire una grande caldera di rame – solo noi siamo stati capaci di installare un alpeggio sul Qualido, la valle più difficile di tutte”.

Salendo all’Alpe del Qualido
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Per realizzare quel progetto c’erano voluti anni di fatiche, da parte di tutta la famiglia, compresi quelli del ramo dei “Barba”. Strofinando il pentolone, l’anziano pastore ricordava ancora i racconti del nonno e di come fossero riusciti a trovare il percorso meno difficile verso i pascoli. L’alpeggio era sufficiente per una sessantina di mucche, ma c’era un altro problema: i pendii erano esposti alle valanghe e sarebbe stato difficile costruire baite sicure. Tradizionalmente abili nello scavo e nella costruzione di ricoveri sfruttando, in parte, grossi blocchi di granito, i Della Mina non si persero d’animo. Sul lato orientale della valle, oltre il colle del Cavalet, ove la valle si divide nei due profondi valloni che piombano in Val di Mello, videro una zona di macigni. Il luogo era sicuro e ben esposto al sole. Con pazienza allargarono gli spazi sottostanti i massi più grandi, ne protessero le aperture con muretti a secco e ricavarono l’Alpe del Qualido.

Salendo all’Alpe del Qualido
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Contemporaneamente migliorarono il sentiero costruendo rampe di muri a secco su cui deposero enormi gradini di granito. Nei punti più esposti le scalinate furono protette da robusti parapetti di legno e fu costruita una casera intermedia al termine del tratto più difficile della salita, quello iniziale.

La via della transumanza partiva da Mello e, passando per Caspano, entrava in Val Màsino risalendo fino a San Martino da dove entrava nella Valle di Mello. I piccoli agglomerati rurali di Cà Rogni, Panscer, Cascina Piana, Cà di Sciüma, Ràsica, erano punto d’appoggio degli alpeggi, ma consentivano anche di prolungare la stagione grazie ai ricchi pascoli del fondovalle.

Portare le mandrie sul Qualido era un’impresa e gli incidenti non erano rari: bastava che una vacca facesse uno scarto e la caduta era fatale. Il tracciato era tanto ripido da rendere impossibile l’uso del mulo per portare i rifornimenti: la povera bestia, sovraccarica, si sarebbe ribaltata. Il problema fu risolto con stoico pragmatismo: i trasporti da Cà di Sciüma all’alpeggio si sarebbero fatti a spalla e il mulo sarebbe stato utilizzato per quelli sui pascoli.

Col tempo, i Della Mina riuscirono a guadagnare un po’ di pascolo anche nella ripidissima Val della Mazza, il ramo più stretto e impervio del Qualido, quello che scende direttamente sotto l’alpe, ad oriente del Cavalet. Poi si spinsero ancora più in là, fin sulla groppa di un grande dossone di granito, oggi noto come “Scoglio delle Metamorfosi”, dove c’era ancora erba. Sulle grandi cenge alberate da maestosi faggi, i Melàt raccoglievano legna e foglie secche per farne lettiere agli animali. Per facilitare accessi e trasporti furono allora tracciati altri sentieri, quello della Zoca di föleg (conca delle foglie) e quello detto del Ciudì, vero capolavoro d’astuzia e ardimento. Questa sorta di via direttissima, risale la Val della Mazza, superando alcune placche rocciose grazie a gradini scavati nel granito, a tronchi infissi nelle fessure a mo’ appigli e appoggi, a vene sporgenti di pegmatite che, fungendo da esili camminamenti, collegano i punti deboli della salita.

L’ingresso della Stalla ovale del Qualido
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Furono anni spesi ad ottimizzare le dure clausole di un contratto non scritto con la montagna del Qualido, ma lui, il patriarca, era fiero di quello che erano riusciti a fare. Ancor più, andava fiero della sua idea, quella del Camarun e con piacere ripercorse per l’ennesima volta le tappe di quella vicenda. Era da poco tempo diventato il punto di riferimento della famiglia quando, durante un’infelice estate, una tremenda bufera aveva disperso la mandria e le acque in piena avevano trascinato alcune bestie giù per la Mazza, fino in Val di Mello. Il danno fu immenso e non era possibile consentire che si ripetesse, tuttavia, data la grande esposizione dei pendii alle valanghe, era quasi impossibile costruire una capiente stalla. Le speranze di tutti erano riposte nel nuovo capofamiglia: ci voleva un’idea. La soluzione venne quasi per caso. Aggirandosi fra i grandi blocchi dell’alpeggio, il Della Mina scorse un’apertura sotto un grande sasso. L’antro però si chiudeva poco dopo l’ingresso. Uscito di nuovo all’aperto, il pastore prese ad analizzare il macigno, cercò di percorrerne il perimetro e con stupore si rese conto che era di dimensioni ciclopiche.

L’interno della Stalla ovale del QualidoOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Forse – pensò – questa è la soluzione dei nostri problemi”.

Fu così che all’inizio del XX secolo si iniziarono gli scavi per ampliare la piccola apertura scoperta dal capo clan. Tutti contribuirono all’impresa: come molte famiglie contadine del tempo, anche i Della Mina erano numerosi, e sul monte si davano il cambio in dieci, dodici membri del gruppo. Non è chiaro quante stagioni di lavoro abbia richiesto l’opera; forse due, forse tre. Allo scopo fu costruita sul posto una carriola in legno di larice, ruota compresa, e fu aggiunta una slitta dello stesso legno per trascinare i massi più grossi. Le speranze crescevano, di mano in mano lo scavo si approfondiva sotto l’immane blocco di granito ma, probabilmente, nessuno di loro si aspettava ciò che emerse a lavoro ultimato: un vasto “salone” naturale che avrebbe potuto ospitare al sicuro tutta la mandria. Avevano tolto circa 600 metri cubi di terra e sassi d’ogni dimensione, ricavando un vano di forma ovale, lungo una ventina di metri, alto nel punto massimo quattro metri e largo circa sette. La grande stalla ovale fu poi rifinita con un pavimento in acciottolato dotato di scoli per i liquami; su tutto il perimetro interno fu disposta una lunga mangiatoia di larice, con fori appositi ove legare circa 50 mucche, i vitellini erano invece tenuti liberi, al centro della stalla. Alcune feritoie verso valle provvedevano a lasciar passare aria e luce, mentre tutto il perimetro, compresa la porzione interna a monte, fu chiuso con un solido muro a secco. Infine, un grosso tronco di larice, disposto in centro alla sala, quasi a sostenere il monolitico tetto, serviva a reggere un piccolo tavolato sospeso che fungeva da fienile.

“Il Camarun aveva funzionato benissimo – pensò l’anziano Melàt – ma da oggi sarà abbandonato. Peccato, perché è costato tanta fatica”.

Con semplicità il vecchio riprese le sue incombenze rivolgendo altrove i suoi pensieri, senza sapere che con quell’opera i Della Mina avevano creato uno dei più strabilianti manufatti delle Alpi.

L’interno della Stalla ovale del Qualidoqualido-001

 

Geografia e toponomastica antica e moderna
Diramazione orientale dell’alta Val Màsino, la Val di Mello è una delle più belle vallate della Alpi. Modellata dal lavoro dei ghiacciai, la valle ha un orientamento Est-Ovest con due versanti molto differenti.

Il lato destro orografico è caratterizzato da grandi pareti di granito, solcate da cenge alberate ad è inciso da quattro valli laterali (da Ovest: Val del Ferro, Val Qualido, Val di Zocca e Val Torrone) che si addentrano verso Nord, fino allo spartiacque con la Val Bregaglia. Il versante opposto è oscuro ed ombroso e le valli laterali sono più piccole e corte. Ad Est la valle è chiusa da un vasto anfiteatro, dominato dalle vette del Monte Pioda 3431 m e del Monte Disgrazia 3678 m.

Delle quattro citate, la Val Qualido è la più piccola e selvaggia. L’imbocco è formato da due profondi valloni paralleli, incisi fra alte pareti granitiche. Il solco occidentale, delimitato dall’altissima muraglia del Qualido, è quello principale; quello a Est o Val della Mazza, è assai più stretto ed incassato. Questi due valloni, separati dalla costiera della Mazza, oggi più nota come “Mongolfiera“, si uniscono a circa 2000 m, confluendo nella sella prativa del Cavalet. Da qui la valle si apre in un ampio pascolo per poi morire in un anonimo punto senza cime dello spartiacque. Il margine orientale della Val Mazza è formato dalle due grandi strutture sovrapposte oggi note come “Bastionata dei Dinosauri” e “Scoglio delle Metamorfosi”. I toponimi moderni, ormai entrati nell’uso comune, risalgono agli anni fra il 1970 e il 1975, quando la Val di Mello e le sue pareti divennero uno dei maggiori centri italiani di arrampicata. I giovani scalatori trovarono simpatico identificare vie e formazioni rocciose con nomi di fantasia, un po’ più poetici di quelli in uso secolare presso gli abitanti della valle. Il tutto fu comunque fatto nel pieno rispetto della storia e delle tradizioni, senza voler cancellare il passato.

Posted on Lascia un commento

Di chi sono le Alpi?

Di chi sono le Alpi?
si chiede Giandomenico Zanderigo Rosolo (storico, Belluno) in un curioso saggio curato da Mauro Varotto e Benedetta Castiglioni, pubblicato da Padova University Press per RETE MONTAGNA, Associazione internazionale di Centri di Studio sulla Montagna

L’incipit del saggio è: “Alla domanda: “Di chi è la montagna italiana?” risponderei che ormai non appartiene più ai montanari, che sono in via di estinzione. Non appartiene agli alpinisti, che da un centinaio d’anni percorrono i sentieri in quota ed impongono i loro nomi alle vette. Non la possiedono ancora del tutto le imprese turistiche intente a trasformarla in un grande parco giochi per la gente che, frustrata tra lunedì e venerdì dal lavoro, il sabato e la domenica gode la libertà incolonnandosi in strade e in piste da sci ed eleva il proprio spirito degustando i piatti “tipici” e le pagliacciate folkloristiche. Potrei dire che, banalmente ed emblematicamente, in questo nostro periodo di transizione la montagna appartiene ai fungaioli ed alle influenti logge micologiche“.

DichisonoleAlpi-BB7E2084-C481-4C7C-969B32897F410519
Un testo provocatorio e ben documentato, una serie di osservazioni e informazioni che conducono alla conclusione: “... La situazione montana assomiglia piuttosto a quella dei cassonetti dei rifiuti: persone anche distinte si aggirano appresso con aria furtiva, sistematicamente o casualmente, e recuperano oggetti che sono stati di altri. Chi in tal modo s’impossessa non fa un torto a nessuno ed ha la legge dalla sua parte; ma è l’oggetto che gli rimane sempre un po’ estraneo, perché non l’ha guadagnato col suo lavoro e perché, abbandonato, l’oggetto ha concluso una lunga storia e ne incomincia un’altra necessariamente breve e scialba e forse riserverà al nuovo proprietario qualche sgradevole sorpresa“.

Qui riporto la traduzione in italiano dell’Abstract in inglese che precede il testo. Ma è molto raccomandabile la lettura del testo integrale.

Montagna “res derelicta”? La montagna italiana può, per molte ragioni, essere definita come una “res derelicta” (Il vocabolario Treccani così definisce res derelicta: locuzione latina (propr. «cosa abbandonata»), usata in italiano come sostantivo femminile. Espressione del diritto romano, ma rimasta in uso nel linguaggio giuridico moderno, per indicare cosa che sia stata abbandonata dal legittimo proprietario con l’intenzione di rinunciare alla sua proprietà, e possa quindi divenire oggetto di occupazione da parte di terzi).

Negli anni ’50, con poche eccezioni, la montagna fu abbandonata dai suoi abitanti, scesi a valle oppure trasferitisi alle pianure (o anche all’estero) per abitarvi definitivamente. Lasciarono dietro di loro coltivazioni, allevamenti e quasi tutte le attività tradizionali. Ciò produsse ben più che un deterioramento dell’ambiente, si arrivò all’impoverimento e al declino del tessuto sociale.
Sulla negletta proprietà, individuale e collettiva, rocce incluse, un tempo oggetto di minuziose trascrizioni legali basate su tradizioni millenarie, cominciarono a definirsi differenti rapporti in nuove destinazioni d’uso (per lo più turistico-ricreative), in linea con i nuovi costumi sociali che, alla responsabilità collegata al diritto di proprietà, hanno sostituito l’immediatezza della fruizione dei beni.

Le montagne sono “derelitte” anche perché la legge forestale del 1923, quella speciale del 1952, le loro faticosissime conferme di rito del 1971 e del 1994, perfino l’attuale progetto di legge in discussione al Parlamento, sono stati espressioni scialbe di non avvaloramento. A volte le regole e il reperimento di fondi pubblici, invece d’essere processi virtuosi, sono stati il mezzo per furberie ripetute e processo di espropriazione di beni e autonomie. Un esempio di questo andazzo è l’istituzione negli anni ’90 del Parco Naturale delle Dolomiti di Ampezzo che, grazie ai finanziamenti regionali, è gestito sempre dalla vecchia Comunità in accordo con i nuovi bisogni.

DichisonoleAlpi-valledaosta-640x428

Come oggetti inutili e ingombranti, molte montagne sono “selvagge” e marginalizzate. Chiunque può appropriarsene, perché il proprietario è un po’ che non se ne cura, in quanto a livello locale e nazionale vi è una totale assenza di governo, nessuno prende le decisioni necessarie per evitare responsabilmente ritardi e danni e per impedire usi impropri.
In queste condizioni, l’assenza d’un segretario può paralizzare l’attività di un piccolo Comune. E non ci si sorprende che, a vent’anni dalla Convenzione delle Alpi, il denaro pubblico è ancora usato per sostenere progetti sui quali le autorità competenti non hanno fatto alcuna seria valutazione di sostenibilità.

Anche le montagne, esattamente come la pianura e le città, hanno bisogno di gestione: non in regime di “specialità”, bensì di attenta normalità.

DichisonoleAlpi1

 

 

 

Posted on Lascia un commento

La montagna secondo me

La montagna, secondo me
di Gabriele Ferreri (già pubblicato da Duma c’anduma)

La montagna insegna a vivere: questa frase l’ho udita spesso, ma… non è vera. C’è gente che frequenta i monti da una vita e non ha imparato un tubo! La montagna al massimo regala emozioni a chi è sensibile ed educato (Mauro Corona).

Come non essere affascinato dalle imprese alpinistiche di uomini straordinari come il Duca degli Abruzzi, Riccardo Cassin, Emilio Comici o il più noto Walter Bonatti? Come non dar seguito all’irrefrenabile voglia di correre come il giovane campione di skyrunning Kilian Jornet?

Da sempre l’uomo ha dovuto assecondare i propri impulsi e le proprie tensioni interne spingendosi a compiere, nel corso del tempo, imprese a dir poco epiche ma basate su una visione puramente antropocentrica e concentrata sulle difficoltà alpinistiche e sulle cime da raggiungere. Così, nell’essere più che altro follemente affascinati e desiderosi di emulare questi grandi personaggi, ci siamo forse dimenticati la montagna, quella vera. Ci siamo dimenticati che cosa significa essere “uomini di montagna”.

Vista dalla Guglia Rossa. Foto di Attilio Pregnolato (The World’s Paths – www.theworldspaths.com)
AlpinismoSecondoMe 02

Io l’ho capito leggendo la prefazione del libro Il respiro della montagna di Ugo Scortegagna. Se da un lato dobbiamo recuperare la naturalità della montagna “come elemento di valore primario assoluto”, dall’altro dobbiamo prendere il distacco da quella visione del tutto personale ed egoistica di essa.

Riconoscere la naturalità della montagna come elemento di valore primario assoluto (Ugo Scortegagna).

Riconoscere la naturalità della montagna significa parlare di “montagna vivente” e “delle sue delicate e stupefacenti meraviglie“. Significa conoscere l’ambiente nel quale ci muoviamo e le sue molteplici, spesso minuscole, interazioni. Significa parlare di “interiorizzazione di valori di bellezza e di spiritualità“. Amare la montagna, davvero, significa conoscere e saper riconoscere i “padroni autentici” delle terre alte e non considerarsi il soggetto esclusivo quanto parte, infinitesimale, della montagna vivente. Significa smettere di volerla conquistare per farsi conquistare da essa. Significa non parlare di “mie montagne” ma di “nostre esperienze”.

Non esistono proprie montagne, si sa, esistono però proprie esperienze. Sulle montagne possono salirci molti altri, ma nessuno potrà mai invadere le esperienze che sono e rimangono nostre (Walter Bonatti).

Lungo la Vi Mertchenda da Mezzenile a Ceres
AlpinismoSecondoMe 01

Poi mi si è rivelato il bosco con i suoi odori e ho scoperto il piacere di non dover per forza andare in alto per raggiungere una cima e di vivere, piuttosto, la bassa montagna. Ora, per tutte le cose che si possono osservare, impiego un tempo smisurato per percorrere anche solo cento metri. Mi meraviglio del verde del muschio e desidero, toccandolo, sentire i polpastrelli delle dita umidi di acqua. Osservo il tappeto di foglie sulle quali cammino e riconosco (non sempre, ahimè) le “colonne del cielo” che abitano il bosco. Chiedo al pastore, piuttosto che guardare la cartina o il più tecnologico GPS. E sentendomi rispondere che lì, sul quel sentiero, le mucche al pascolo hanno pulito la strada e ci si può di nuovo passare, penso che anche gli animali da lavoro e gli animali domestici delle nostre comunità montane sono parte integrante della fauna alpina.

Se impareremo non solo a conoscere ed amare ma prima di tutto a capire, svilupperemo quell’intelligenza naturalistica, a volte innata, che ci consente di entrare in connessione profonda con l’ambiente che ci circonda. E nel contatto profondo con la montagna, non potremmo fare altro che sentirci come viandanti di passaggio, ospiti di questa grande e meravigliosa bellezza.

Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo (Tiziano Terzani).

Tutto è sacro, perché tutto vive. Ciò che è dotato di vita, fosse anche l’aria che respiriamo o l’acqua che scorre sulla terra, è percepibile come dono divino. È una sensazione che ha accompagnato gli uomini per millenni in passato e a cui non siamo più abituati, ma non è qualcosa di cui non siamo più capaci. Con un approccio più integrato allo spirito della vita, la natura rivela la propria connessione al divino, si dota di una luce più intensa, e consente all’uomo di considerare se stesso, il proprio corpo e ogni sua funzione, come un’espressione diretta dell’onda vitale dell’Essere, il grande mistero della nostra provenienza e del nostro fine ultimo, la sublime incognita dell’esistenza (Anonimo).

Pettirosso (Erithacus rubecula) al Lago di Braies
AlpinismoSecondoMe 03

 

Posted on Lascia un commento

Il labirinto delle professioni della montagna

 Il labirinto delle professioni della montagna
di Gianfranco Valagussa

Da tempo i target di indirizzo della promozione del turismo montano si sono trasformati in settori specifici di intervento. Penso allo sport, alla cultura, e anche alla conoscenza e all’esperienza (1).

Possiamo oggi ritenere che si è compiuta la fase dell’accettazione dell’ambiente alpino, nelle accezioni naturale e sociale, come elemento essenziale, sia della promozione turistica, sia per lo sviluppo economico-sociale dei residenti.

L’area dolomitica è interessata da uno sviluppo turistico diseguale, con aree di eccellenza per promozione e servizi, e altre arretrate o in difficoltà. All’interno delle aree in difficoltà abbiamo una situazione a macchia di leopardo con singole località con uno sviluppo turistico “stagionalizzato” il cui apice maggiore spicca nella stagione invernale, dello sci quindi (2).

Labirinto-professioni-morichettimail Il servizio di accompagnamento in montagna oggi non prevede più soltanto un aiuto, una guida, per affrontare dei luoghi sconosciuti come la montagna ma prevede di fornire informazioni elaborate.

La trasformazione è avvenuta con l’affermarsi del turismo ambientale, nelle varie diramazioni della conoscenza culturale, dell’esperienza oppure della salute richiedendo varie tipologie di accompagnamento. Un esempio: un percorso della Grande Guerra può esigere l’intervento di una Guida Alpina (es. traversata del Paterno) per agire con la sicurezza necessaria, ma anche solo di una Guida Turistica (per citare una professione lontana dalla specificità alpina) se in posizione accessibile (es. Monte Piana).

Negli ultimi anni (dal 1998) si è sviluppata l’attività delle Guide Ambientali Escursionistiche (GAE) (3) che hanno assolto alle richieste di accompagnamento ambientale legato alla conoscenza delle specificità naturalistiche e culturali, spazio che era originariamente vuoto. Le competenze di questa figura professionale sono le stesse (?) di un altro professionista formato da Guide Alpine (GA) e CAI: l’Accompagnatore di Media Montagna (AMM) (4). Ma mentre la GAE è una figura integrata nel settore turismo (5), l’AMM sembra più appartenere al settore sport e tempo libero (6). Alcune differenze sostanziali sono la preparazione e i costi di acquisizione del titolo professionale (7). Cito il territorio Veneto per due ragioni: è quello che conosco meglio, è un territorio dove esistono le GAE (qui Guide Naturalistiche Ambientali) e gli AMM. Un rebus per i legislatori… Ma anche se questa è già una evidente contraddizione non voglio fare una discussione sui termini giuridici e/o un appello alla legge e/o una disquisizione etica. Mi interessa invece tentare una via per una soluzione generale, al di sopra e al di fuori delle spinte lobbiste o politico-istituzionali, tentare di portare la questione su una dimensione di realtà se non altro perché tutti si dicono appartenere alle professioni di accompagnamento turistico che quando non si svolge in pianura si pratica, ovviamente, su terreno montano o alpino.

Labirinto-professioni-montagna

Per spiegarmi vorrei fare un elenco approssimativo di tutte le figure professionali che, in base alla legge sulle libere professioni (8), potrebbero associarsi e svolgere attività, anche in montagna, assieme ai professionisti associati in Collegio come le GA con gli AMM e i Maestri di Sci, sono: Accompagnatore di mountain bike, Accompagnatore di escursioni a cavallo, Istruttore di nordik wolking, Guida Naturalistica Ambientale, Associazioni Turistiche, Guida Ambientale Escursionistica, Accompagnatore in canoa, Istruttore di arrampicata sportiva, Albergatore (vedi nuova legge Trentino): ma ve ne sono altre in arrivo e riguardano tutti coloro che per bisogno momentaneo frequentano la montagna come luogo di attività e penso alle “guide” di grandi agenzie (come la danese Topas o le grandi agenzie dell’Est EU). Di recente ho saputo di un fotografo professionista, specializzato in temi alpini, che porterà i partecipanti, paganti, a un corso in giro per le montagne alla ricerca di scorci inediti e caratteristici.

Tutto fa pensare che l’obiettivo di leggi e regole sia quello di costringere alla frequentazione di un corso di qualificazione svolto dalle GA, tipo quello previsto nella normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La cosa sarebbe utile però solo se applicata a quelle professioni che effettivamente svolgono attività pericolose in ambiente montano e che richiedono specifiche conoscenze da Guida Alpina. Esempio: non esistono incidenti gravi documentati relativi alla frequentazione di un ambiente alpino con le GAE, neanche nel periodo invernale legato all’uso delle ciaspole, anche se sono considerate dalle GA “più pericolose degli sci”(9). Perché fare un corso magari con il costo di qualche migliaio di euro se il luogo di lavoro prescelto non ha pericoli prevedibili? Per fare un esempio: la legge 626 prevede per i lavoratori delle soluzioni, Dispositivi di Protezione, a seconda del grado di pericolosità che è relativo alla mansione svolta. Ma andiamo oltre.

La richiesta del mercato, se parliamo di professioni parliamo di profit, oggi è estremamente specializzata e richiede conoscenze difficilmente concentrabili in una unica figura: la capacità di raccontare, la trasmissione della conoscenza, la disponibilità alla dilatazione del tempo, la conoscenza tecnica, un corretto rapporto con la natura, un’etica condivisa…

Sta cambiando l’immagine delle Guide Alpine. La decisione dei professionisti di affidare la loro affermazione economica a una legge che investe i frequentatori della montagna a tutti i livelli, sia economico-professionale che ludico-sportivi, ha creato un dibattito ampio e generalizzato. Non trattandosi solo di una legge che regolamenta una professione provoca, di conseguenza, un dibattito complesso che comprende considerazioni etiche, filosofiche, economiche. A mio avviso tre categorie che difficilmente trovano risposte in una legge sulla professione delle GA e che corrispondono invece a una esigenza reale, riassumibile in modo schematico tra le scelte di modernizzazione o quella di conservazione dello scopo della categoria. Anche il documento deontologico oggi risulta insufficiente in quanto le cose affermate (il rispetto dell’ambiente) poi vengono saltate (eliski e freerider) a piè pari con giustificazioni economiche (il lavoro giustifica i mezzi). Per questo la professione si trova a un bivio ben evidenziato nella lettera di Giuseppe Miotti e nella risposta del Collegio (vedi Gognablog).

Di etica e filosofia se ne discute perché ogni frequentatore dell’ambiente alpino ha una propria opinione ed essendo, invece, la Legge “uguale per tutti”, alpinisti, escursionisti, turisti, operatori economici, residenti, giustamente devono poter dare una propria risposta. Sarà compito di legislatori e tecnici delle istituzioni elaborare una regolamentazione efficace e, scusate l’ardire, condivisa.

Labirinto-professioni-accompagnamento_MontagnaTrattandosi di una professione economica (GA, AMM, GAE, GNA, ecc.), quindi profit, non possiamo che porla all’interno di un mercato e nel rapporto con le altre attività professionali. La professionalità di un accompagnatore, di una guida, ha bisogno di tre elementi esssenziali: la conoscenza specifica, la capacità di comunicare e il rispetto per l’oggetto della comunicazione. La conoscenza si acquisisce per studio o per esperienza ed è in continua evoluzione, richiede un aggiornamento continuo. La comunicazione si avvale della conoscenza e della capacità di relazionarsi con l’ascoltatore, presuppone uno scopo comune, un accordo di dare-avere, una specie di contratto non scritto. L’oggetto della comunicazione è quello di cui si è approfondita la conoscenza e viene comunicato, richiede un rapporto etico tra professionista e cliente che, anche questo, deve essere trasferito. Al professionista si richiede il massimo rispetto dell’oggetto della comunicazione. Un esempio. La guida a una mostra d’arte deve conoscere l’artista, comunicare i contenuti e anche condividere il senso dell’Arte, non può dopo una visita prendere a calci un quadro perché ritenuto di poco valore, annullerebbe tutta la comunicazione. Pensiamo ora a una guida naturalistica, non può strappare fiori e prendere a calci esseri viventi, annullerebbe tutta la comunicazione. Passiamo alla Guida Alpina che dopo aver insegnato una tecnica di salita, gli opportuni sistemi di sicurezza, ti invita a salire in elicottero per svolgere attività “alpinistica”…

L’etica professionale non attiene alla sola sfera della filosofia, ma anche a quella del mercato. Si tratta di un mercato etico.

Se nel formulare una legge non si tiene conto di tutte le sfumature inerenti alla professione e non la si condivide con tutte le professioni con una base comune, risulta evidente che quella legge è un errore e non potrà essere rispettata se non con l’intervento degli apparati di controllo e di sanzione dello Stato. L’ambito diventa quello della libertà professionale. Tra le situazioni peggiori emerge quella veneta dove esiste la figura della Guida Naturalistica Ambientale dal 2001 (con il limite della progressione con uso di materiale tecnico di sicurezza) e solo di recente il Consiglio Regionale ha dato mandato al Collegio Regionale delle GA per l’istituzione dei corsi per la qualifica professionale di AMM, con una spesa pubblica complessiva di circa 220.000€, tutto ovviamente senza condividere le scelte con nessun operatore.

Se si vogliono evitare contrapposizioni sia economiche che istituzionali, la via è quella della condivisione.

Se non avverrà una trasformazione condivisa delle regole dell’accompagnamento in montagna che superi il ruolo di egemonia professionale delle GA (comunque nel rispetto del loro ruolo), forse si riuscirà a suon di condanne ad affermare una superiorità legislativa (e repressiva di conseguenza) ma a forte discapito dell’immagine stessa dei professionisti che diverranno una sorta di “notai della montagna”.

Credo che l’unica via sia quella di ritrovarsi a un tavolo comune per approfondire le caratteristiche delle professioni della montagna e il relativo riferimento etico generalizzabile, senza rimanere ingabbiati in una sorta di “Primato della Professione” che ricorda tanto la ipotetica supremazia culturale dell’Occidente sull’Oriente e che ci ha trascinati in una guerra inutile. Concedetemi una metafora. Dovremmo sopravvivere come specie naturali diverse, che si sono sviluppate e adeguate in un ambiente comune, condividono il luogo e rimangono diverse.

Note
1 – Piano di promozione turistica APT n.1, a cura di DOXA e CISET, febbraio 2001.

2 – Statistiche Regione Veneto, Movimento Turistico 2013. Cortina 1.022.991; Falcade 304.326; Auronzo 278.666; Alleghe 139.170; Sappada 105.319; per il resto si va dai 1.151 di Danta di Cadore agli 80.227 di Borca.

3 – Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche, www.aigae.it.

4 – Legge Regione Veneto 23/07/2013, www.guidealpineveneto.it.

5 – Legge Regione Veneto n. 33 del 4/02/2002, art. 82 ed 83.

6 – Bur n. 61 del 20 giugno 2014, Materia sport e tempo libero, Assessore M. Zorzato. Prova di velocità. Delibera della Giunta regionale n. 884 del 10 giugno 2014

7 – www.aigae.it Corsi di Formazione; http://bur.regione.veneto.it allegato F.

8 – Legge 14 gennaio 2013 n. 4.

9 – http://corrierealpi.gelocal.it/cronaca/2014/01/15/news (il link in seguito è stato soppresso, NdR).