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Fede o conquista?

Fede o conquista?
di Stefano Michelazzi
(l’articolo è stato originariamente pubblicato il 20 novembre 2014 sul blog Ritorno alle origini e si rifaceva al post Croci di Vetta)

Quanto può contare un simbolo nella vita delle persone e quanto può contare un simbolo sulla vetta di una montagna? Quanto c’è di vero nella libertà di espressione? Quanto c’è di vero nella libertà di culto?

Sulla gigantesca croce di vetta del Monte Vindiolo 2056 m (Alpi Orobie)

Fede o conquista-Sulla-croce-di-vetta-del-Monte-Vindiolo-(2056-mDue principi sanciti dalla nostra Costituzione, due principi assolutamente rispettosi nei confronti di chi popola il nostro Paese, così come di chi lo visita, per turismo, affari, lavoro e via dicendo. Un Paese laico per Costituzione che riconosce i diversi Credo e le diverse idee o ideologie che al suo interno si possono incontrare e per questo ne motiva la libertà, quindi rivendica la non ufficialità di alcuno, evitando nella sua massima espressione di Democrazia che vi siano discriminazioni sia religiose che di etnia, lingua o quant’altro.

Due principi che spesso vengono violati senza conseguenze e che purtroppo, in un ambito universalmente riconosciuto per essere un fulcro di comunione tra le genti, risultano essere spesso espressioni senza senso, oltraggiate da chi arrogantemente si sente padrone ed in diritto di prevaricare sugli altri.

Di questi tempi, tra chi frequenta le montagne, sono in atto discussioni di vario tipo e su vari temi che riguardano le libertà dei frequentatori dell’ambiente montano e gli impatti più o meno visivi e/o irrispettosi della montagna stessa. Si sta dunque, formando una coscienza di rispetto dell’ambiente con la conseguenza di una sempre maggiore richiesta di rispetto anche delle diversità d’espressione che possono tranquillamente venir considerate sia in un ambito, quello ambientale, sia nell’altro, quello umano.

Impianti da sci, eliski, moto-turismo. Alcuni dei temi attuali. Poi ancora e abbastanza appassionatamente le vie ferrate, ovvero la trasformazione di ciò che venne creato storicamente per motivazioni belliche (guerra ’14/’18) e sarebbe saggio a mio avviso mantenere per scopi didattici e culturali (“La guerra è sempre una brutta bestia!”), in percorsi sportivi che riempiono di cavi e chiodi le montagne con ammassi di ferraglia impattanti per l’ambiente.

Croce in vetta al Monte Vettore (Monti Sibillini)
Fede o conquista-M.Vettore-P1020568Si sta quindi formando una cultura di tipo ambientale e si prendono posizioni, a volte anche piuttosto accese, con veri e propri “Raid” di smantellamento parziale e/o totale delle strutture da parte di chi considera un’ignominia nei confronti della montagna, il solcarla a questo modo.

Giusto o sbagliato, favorevoli o contrari, le vie ferrate seppur impattanti da un punto di vista ecologico, non impattano di certo le varie sensibilità religiose o ideologiche.

Il nodo cruciale delle varie discussioni rimane sempre lo stesso, la montagna è di tutti ma non vi sono vincoli particolari a creare sulle loro pareti dei percorsi di massa, anche perché, gli stessi, potranno poi venir frequentati da chi ne abbia voglia o capacità.

Non possiamo però costruirvi una casa sulla cima o qualunque altro manufatto privato, in quanto non sarebbero utilizzabili da chiunque ma solo da pochi o da una percentuale comunque non globale.

Allora perché, mi chiedo, c’è nel 2014, chi ancora costruisce enormi croci di vetta per propria vanagloria, riempiendo le cime stesse di ammassi ferrosi che non rispettano né le libertà d’espressione né quelle di culto? Sintomo di un’espressione di fede o piuttosto ancestrale bisogno di occupazione e conquista di un territorio? Aldilà del mancato rispetto ambientale in questo caso appare ancora più forte, il mancato rispetto delle sensibilità altrui.

Nel 2005 quattro alpinisti valtellinesi, salirono alla cima del Pizzo Badile e vi posero una statua del Buddha. Lo fecero sapendo bene che qualcuno prima o poi l’avrebbe distrutto, e così fu due anni più tardi. A dimostrazione che chi pone le croci di vetta non lo fa per amor divino ma con concetti assolutamente diversi, disprezzando quel pluralismo come valore essenziale dell’umanità che, come detto, è un valore universalmente riconosciuto alla montagna.
A seguito della posa del Buddha sul Pizzo Badile vi fu a Sondrio un incontro tra varie fazioni discordanti e non, e nell’occasione venne invitato un Arcivescovo il quale si espresse negativamente sul fatto di porre simboli religiosi sulle vette in quanto, fece rilevare, la croce la portiamo dentro di noi e non può essere un simbolo di conquista.
Sagge e a mio avviso giuste parole, che da Ateo mi sento di avallare senza preconcetti!

Croce del Pizzo Deta (Monti Ernici)

Fede o conquista-croce delPizzod'Eta(M.Ernici)

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Gli “appigli sfuggenti” di Maurizio Giordani

Introduzione ad Appigli sfuggenti, il nuovo libro di Maurizio Giordani (Alpine Studio editore).

Maurizio Giordani si è dedicato a “inventare” nuovi limiti per l’alpinismo moderno, affrontando itinerari mai percorsi da altri, anzi talvolta mai neppure sognati da altri. Neppure avendo a sua disposizione un intero libro autobiografico come questo Maurizio è riuscito a raccontare il suo migliaio di ascensioni, spesso estreme, tra cui centinaia di vie nuove, in tutto il mondo.

Dal 1985 fa parte del Club Alpino Accademico Italiano, poi nel 1989 diventa guida alpina. La sua attività lavorativa lo vede anche organizzatore di trekking extraeuropei, conferenziere, rappresentante di articoli e abbigliamento per la montagna, di cui ha disegnato alcune collezioni. Ha pubblicato tre opere sulla Marmolada: un libro sulla storia della grande Parete Sud, Sogno di Pietra, e due guide di alpinismo sugli itinerari della parete, delle quali una recentissima. Dice di «vivere una vita assolutamente normale», ma questo lo giudicherà il lettore dopo aver letto questo libro.Giordani-AppigliSfuggentiCopertina

Già dal titolo si capisce che abbiamo a che fare con un alpinismo intelligente, attento ai suoi meccanismi come alle sue fantasie, quelle che dopo un po’ stravolgono i meccanismi di cui sopra. Il suo prologo sugli “appigli sfuggenti” è il canto del suo pensiero, un pensiero in pieno divenire, quello di un individuo ben lungi dall’aver raggiunto il suo ciclo evolutivo.

La parte sud della Marmolada. Poco a sinistra del centro è ben visibila la striscia marroncina in linea con la via dell’Ideale. Foto: Maurizio GiordaniDal rifugio Falier si nota la striscia marrone sulla parete sud per lo scarico dalla Terza Stazione della funivia Malga Ciapela - Punrta Rocca, Marmolada Pulita 1988, Dolomiti. Foto: M. GiordaniSuccede a tutti, prima o poi, di trovarsi davanti a quello che sembra un vicolo cieco; una malattia invalidante, una dolorosa perdita, un ostacolo che sembra insormontabile. E l’indicazione che ne esce è chiara. L’alpinismo non fine a se stesso ma importante scuola di vita, maestro severo ed efficace, che aiuta a non perdere il filo, che insegna a non mollare, che può mostrare la via giusta da seguire e che indica come fare per non perderla.

Maurizio Giordani sulla via dell’Ideale alla Marmolada, 23 luglio 1988

Maurizio Giordani, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali , 23.07.1988Una passione forte, inesauribile, che non sfuma dopo l’appagamento ma che si rinnova con costanza, perché solida, concreta, vera.

Innamorato della sua Parete Sud, Maurizio aveva denunciato all’associazione Mountain Wilderness, di cui in seguito fu poi nominato Garante Internazionale, le condizioni barbariche in cui versava sia il canalone d’uscita della via dell’Ideale, ingombro in modo indegno di ogni tipo di rifiuto e scarto edile, sia la sommità del ghiaione ai piedi della parete.

Sul tracciato della via si era creata anche una vistosa striscia marroncina, la cui intensità di colore si affievoliva solo a un centinaio di metri al di sopra delle ghiaie. Io stesso avevo fotografato il getto quotidiano di oli esausti e liquidi di latrina che dalla terza stazione della funivia ogni mattina veniva rilasciato proprio sulla verticale della via dell’Ideale.

A. Gogna (sopra di lui Maurizio Giordani e Rosanna Manfrini), via dell’Ideale, Marmolada, 23.07.1988A. Gogna (sopra di lui Maurizio Giordani e Rosanna Manfrini), Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988Con Maurizio decidemmo di andare a vedere le condizioni di quell’itinerario, la cui storia gloriosa non meritava certo quel trattamento. Il 22 luglio 1988 avevo guidato una piccola spedizione di Mountain Wilderness al recupero ambientale del bivacco Vincenzo Dal Bianco al Passo Ombretta e dei suoi immediati dintorni; la sera ci ritrovammo al rifugio Falier e facemmo l’appello per salire la via dell’Ideale. Maurizio era arrivato con la sua compagna di vita, Rosanna Manfrini; io avevo trovato all’ultimo momento un giovane volontario del luogo, Giusto Callegari; ma la sorpresa più bella ce la diedero Graziano “Feo” Maffei e Paolo Leoni che, giunti lì per tutt’altro obiettivo, all’ultimo momento decisero di aggiungersi alla cordata “ecologica”.

Il mattino dopo era bello, il custode Nino Dal Bon ci fece vivere i primi momenti della giornata servendoci un’amorevole colazione assieme a un affetto quasi paterno.

Paolo Leoni assicurato da Graziano Maffei, via dell’Ideale, 23.07.1988

Paolo Leoni assicurato da Graziano Maffei, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali , 23.07.1988All’attacco della parete ricordo che ero fortemente emozionato. Stavo all’inizio di una via-capolavoro e caposaldo nella storia dell’alpinismo, un’impronta che la personalità di Armando Aste ha lasciato a futura testimonianza di un alpinismo epico. Stavo per legarmi con un ragazzino pure lui certamente bravo ma emozionatissimo e non certo dotato dell’esperienza che viene con gli anni. Davanti a me la cordata degli anni Ottanta, quella coppia Giordani-Manfrini che tanto aveva realizzato quanto neppure io sapevo. E dietro di noi la cordata Maffei-Leoni, le cui imprese ancora oggi non sono giustamente valutate (perché ripetute poco o affatto) e che anche allora erano “secretate” dall’intrinseca modestia senza pari dei protagonisti. Ma già allora sapevo che, quando nulla viene esibito, è proprio quando più ci sarebbe da dire e sapere. Il Feo sorrideva, era evidentemente felice di essere lì: si rattristava solo se guardava la striscia marrone, le briciole di vetro e gli altri minuscoli detriti provenienti dall’alto, da una stazione che allora era perfetto esempio di turismo d’assalto.

Intanto guardavo come Maurizio scalava. Nel 1988 già era esplosa l’arrampicata sportiva, le riviste erano gremite di foto in cui il capocordata esprime agilità e potenza atletiche, con movimenti dinamici che solo dieci anni prima erano sconosciuti e cui neppure le agili mosse di un Emilio Comici potevano assomigliare. Maurizio procedeva con una sicurezza e una regolarità disarmanti, si sarebbe detto quasi “rigido”, a paragonarlo all’atleta moderno: poi improvvisa arrivava la mossa geniale, appena accennata, quasi sfiorata, quella che ti faceva capire che quell’alpinista aveva il IX grado in mano.

Graziano Maffei sulla via dell’IdealeGraziano "Feo" Maffei, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988Lasciataci indietro la famosa traversata a sinistra, ormai ben alti in parete, ci ritrovammo all’inizio della gola finale: una cascata d’acqua maleodorante, direttamente proveniente dal canale finale, impura per il quotidiano e marroncino scarico della funivia, stava scrosciando sopra le nostre teste e tra poco avremmo dovuto necessariamente affrontarla. Maurizio vi si gettò con determinazione: per parte mia solo l’orgoglio m’impedì di chiedere una corda…

Bagnati fradici, puzzolenti, dovevamo decidere se salire la via originale, o la variante Messner: ci fu un rapido consulto nella nebbia fitta che ci aveva avvolti.

Graziano Maffei sulla via dell’IdealeGraziano "Feo" Maffei, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988
Le condizioni dei due itinerari d’uscita erano miserevoli non tanto per la roccia bagnata e i torrentelli fetidi, quanto per i detriti su cui le dita potevano ferirsi. Decidemmo perciò di uscire per la variante Mariacher che, svolgendosi ben più a sinistra, era “ecologicamente” a posto.

Quel giorno sapevo di aver scalato una grande via, ma nella nostra azione c’era stato un qualcosa in più di ciò che normalmente ti dà una bella avventura: c’era la sicurezza di aver condiviso uno scopo, di aver lottato non “contro la montagna” ma davvero per la sua difesa. Un vincolo che tra noi sei era destinato a rimanere, non come cosa di cui vantarsi, bensì come affetto da tener ben caro nel cuore.

Maurizio Giordani all’uscita della viaMaurizio Giordani, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988

postato il 13 dicembre 2014

 

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Il nuovo sito internet delle guide alpine

Dal 22 luglio 2014 è on line il nuovo sito delle guide alpine, degli accompagnatori di media montagna e delle guide vulcanologiche. L’indirizzo rimane lo stesso: www.guidealpine.it, ma i contenuti sono stati rivisti, aggiornati e integrati al fine di fornire uno strumento di immediata lettura per tutti.
Ci si riferisce qui al sito del Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane (CONAGAI), quello che racchiude in sé i quattordici collegi regionali e provinciali.

Il sito è dedicato a chi è già professionista, a chi vuole compiere i primi passi per avvicinarsi al nostro mondo e naturalmente al pubblico. Le tre foto qui sono riportate sono state scelte tra quelle a corredo del sito in questione.

Si sa che la grafica è sempre soggetta ai gusti soggettivi: a me personalmente piace, la trovo pulita e gradevole.

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Nella prima sezione, quella denominata “professione”, oltre al classico “chi siamo” vi sono delle evidenze, due delle quali davvero importanti.

Nella prima si dà una risposta al “perché una guida alpina”: Perché è l’unica figura professionale riconosciuta anche a livello internazionale che possiede una preparazione completa di elevato standard qualitativo per tutte le attività praticabili in montagna: dall’arrampicata allo scialpinismo, dal canyoning all’alpinismo classico.

Nella seconda evidenza per la prima volta viene affrontato il tema della gestione del rischio con quattro parole ben dette: Il rischio è insito nelle attività outdoor su terreni spesso scoscesi o innevati. Missione della guida alpina non è eliminare il rischio, perché ciò è impossibile, ma saperlo gestire e a insegnare a gestirlo ai propri compagni di viaggio.

Sempre nella prima sezione è la spiegazione di cosa è l’AGAI, l’Associazione nazionale delle guide che costituisce una sezione del Club Alpino Italiano. Si continua con l’ancor più classico ma necessario “un po’ di storia” delle Guide, essenziale.

Si prosegue con la descrizione delle varie figure professionali, Guida Alpina, Aspirante Guida Alpina, Accompagnatore di Media Montagna e Guida Vulcanologica, seguita da un’accurata esposizione di come vengono impostati e gestiti i corsi di formazione.

Nella seconda sezione, “organizzazione”, si esplicita il senso e l’utilità del Collegio Nazionale, poi si entra nel mondo dei Collegi regionali e provinciali, elencati in ordine e dotati di link per accedervi direttamente. Tutti i collegi regionali presentano, con vari stili e modalità, i loro albi professionali, a eccezione di Campania, Sicilia e Liguria. Queste due ultime addirittura non hanno un sito proprio e l’allacciamento è confinato a un indirizzo e-mail. Come dire: se proprio vi interessa, chiedete.

Segue il lungo elenco delle Scuole di Alpinismo, alcune davvero gloriose.

Poi si spiega cosa è l’UIAGM, l’Unione Internazionale Associazioni Guide Montagna. E infine è presente pure un’area riservata, accessibile solo con le credenziali, nella quale sono consultabili tutti i verbali dei consigli direttivi del Collegio nazionale e di AGAI, i lavori delle commissioni tecniche, i calendari dei corsi di formazione, le informazioni riguardo alle assicurazioni.

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Nella terza sezione, “formazione” vi sono testi relativi alle tecniche di roccia, di ghiaccio, di scialpinismo e di sicurezza.

La quarta sezione infine è dedicata alle news e al blog. In particolare, ho trovato quest’ultimo al momento ben fornito, con argomenti vari di sicuro interesse. Vedremo con che continuità, ma di certo ne riprenderemo i contenuti più interessanti. Il link diretto è: http://www.guidealpine.it/blog/.

News e blog sono due finestre aperte sul mondo dei professionisti della montagna che necessitano del contributo di ognuno per diventare luogo di scambio di informazioni e di discussione sulle tematiche che stanno a cuore a tutti.

Al sito è associata la pagina facebook delle guide alpine.

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postato il 6 settembre 2014

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In montagna si può imparare a studiare

Primo workshop alpino per imparare a studiare in montagna
La mattina i ragazzi si dedicheranno all’arrampicata e ad altre attività, poi all’apprendimento di un metodo.

Il problema:
Molti studenti, in particolare tra gli 11 e i 14 anni, dimostrano difficoltà di selezione e memorizzazione.

Potrebbe sembrare strano, ma a volte ci sono competenze che vanno imparate. I giovani fra gli 11 e i 14 anni, ben abituati peraltro all’utilizzo di dispositivi più o meno tecnologici che richiedono abilità e velocità, hanno a volte difficoltà a concentrarsi, focalizzare e ottimizzare le proprie energie intellettuali e psicofisiche.

Gli studenti che cominciano le scuole medie sarebbero facilitati nell’apprendimento se possedessero tecniche di base come il memorizzare sequenze o ripetere concetti con un filo logico, in una parola se avessere un metodo di studio. «Avevo studiato tutto il giorno prima per la verifica scritta di storia e poi… ho preso appena la sufficienza». «Ieri sapevo perfettamente la lezione, oggi prima mi sono impappinato e poi, come non bastasse, la prof mi ha chiesto cose che sul libro non ci sono».  Sono due delle frasi che si ascoltano più spesso, i primi ad esserne costernati sono proprio loro.

Norma Borgogno
WAM-BorgognoStudioinfo
Bene, per questi studenti, due insegnanti e una guida alpina  hanno messo a punto «Wam Studio», il primo workshop alpino sul metodo di studio.
Tre giorni in montagna a ridosso dell’inizio dell’anno scolastico, dal 26 al 28 agosto 2014, al rifugio Croz dell’Altissimo, sulle Dolomiti di Brenta.

Le attività in montagna isolano dal proprio contesto ordinario – spiega Francesca Noceti, docente di matematica e scienze all’istituto comprensivo Valle dei Laghi, che insieme alla collega Norma Borgogno, professoressa di italiano e geografia e alla guida alpina Gianfranco Menotti ha dato vita al progetto – inoltre, le competenze richieste per destreggiarsi in ambiente montano sono le stesse necessarie per saper studiare: attenzione, un po’ di logica, buonsenso, qualche conoscenza fondamentale delle tecniche di base, una manciata di autostima e consapevolezza, autodisciplina e allenamento.

Francesca Noceti
WAMStudio-noceti
Su questa filosofia di base e tramite l’associazione Dolomiti avventura, i tre hanno ideato un campo estivo che si differenzia da ogni altra attività ludico-ricreativa. I tre giorni sono dedicati al metodo di studio, basato sull’elemento in comune che unisce le competenze formative dell’insegnante, della guida alpina, dell’ambiente di montagna e del ritiro didattico.

Alle radici del progetto c’è la considerazione che un risultato scolastico carente è spesso dovuto a un metodo di studio macchinoso e poco efficace – aggiunge Noceti – metodo di studio che i ragazzi devono inventarsi da sé, oppure che viene demandato alla buona volontà dei genitori perché la scuola, principalmente per mancanza di tempo, non riesce a colmare questo vuoto formativo.

Gianfranco “Gianfri” Menotti
WAM-MenottiStudioinfo
Secondo il programma i ragazzi (studenti iscritti al secondo o al terzo anno della scuola media o al primo della scuola superiore, i posti disponibili sono dieci) la mattina faranno attività con la guida alpina: arrampicate su roccia, escursioni, attività di soccorso e avventura, osservazione dell’ambiente alpino. Al pomeriggio invece, tra le mura del rifugio, le docenti li addestreranno, ad esempio, a leggere con attenzione un testo e individuarne i concetti essenziali, poi raccontarlo senza perdere il filo del discorso. Il focus è sulla capacità di riassunto e sullo sviluppo delle tecniche di memoria.

Presentazione di WAM Studio e programma

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Al ritorno dal K2, tutti d’accordo. Secondo Ugo Angelino

Sul K2 nel ’54 niente liti, tutti d’amore e d’accordo. Parola di Ugo Angelino
di Roberto Serafin

Il presente post è ripreso da MountCity (Sul K2 nel ’54 niente liti, tutti d’amore e d’accordo. Parola di Ugo Angelino, 28.05.2014)

Mezzo secolo di polemiche, liti, querele, recriminazioni, insinuazioni. E un libro, K2. Una storia finita (Priuli&Verlucca), che cinquant’anni dopo dovrebbe avere messo i cuori in pace ma lo ha fatto solo in parte. E un altro libro, Il caso K2 (Baldini&Castoldi), che viceversa persevera nel denunciare le presunte malefatte compiute nel corso della vittoriosa spedizione alla “montagna degli italiani” (1954). Di anni ne sono passati sessanta e adesso Mirella Tenderini, nelle pagine del suo libro appena uscito Tutti gli uomini del K2 (Corbaccio, 2014), tenta di gettare una nuova e positiva luce su un’impresa che, in una fase delicata della nostra storia, ha anche contribuito a infondere una rinnovata fiducia negli italici destini.

AngelinoUgo-9788863807301_tutti_gli_uomini_del_k2Il libro, da poco sugli scaffali, è stato presentato il 1° maggio al TrentoFilmfestival. Brava Mirella, e che adesso gli eroi del K2, dopo essere emersi ancora una volta dal pantano, possano riposare in pace.

Sulla nave che riportava in patria i membri della spedizione”, è la rasserenante ricostruzione della Tenderini, tra i più attenti, puntuali indagatori della storia dell’alpinismo in ogni sua recondita piega, “regnava un’atmosfera di euforia e grande cameratismo. Sulla nave c’erano anche gli uomini di una spedizione tedesca che faceva ritorno dal Karakorum e Ugo Angelino racconta il loro stupore nel vedere gli italiani così festosamente in armonia dopo una lunga spedizione. ‘Noi non ci rivolgiamo più nemmeno la parola…’, gli disse uno di loro. Tra gli uomini del K2 invece l’intesa era perfetta. Festeggiavano il coronamento delle loro fatiche tra compagni, da amici. Del resto le prove al Monte Rosa e al Cervino prima della partenza non erano state solo tecniche ma anche di affiatamento. Non per niente venivano continuamente cambiati i compagni di cordata; era necessario che tutti si trovassero d’accordo con tutti”.

Riproduco questo breve testo per gentile concessione dell’editore Corbaccio. Niente che già non sia stato scritto. Ma chi è quell’Angelino che viene citato dalla Tenderini? Commerciante di Biella da tempo in pensione, è una persona amabile e discreta che non si è mai immischiata nelle polemiche di questa storia infinita, e si spera finita una volta per sempre.

Oggi Angelino e il bolzanino Erich Abram, tra i protagonisti dell’alpinismo dolomitico e audace aviatore, sono gli unici superstiti della storica spedizione guidata da Ardito Desio e hanno simpaticamente aderito a tenere a battesimo a Trento il libro della Tenderini. Entrambi, per mia esperienza diretta, sono persone di ottimo carattere, prove viventi che in tutto questo tempo il K2 non è stato soltanto fonte di liti da condominio.

Ugo Angelino nel 1954. Foto: Mario Fantin
AngelinoUgodaFantinNon a caso ogni anno i reduci, Angelino e Abram compresi, si sono ritrovati per un rituale banchetto, come succede tra compagni di scuola: tutti tranne uno, Bonatti, che avrà avuto le sue ragioni per evitare questi rituali dove si chiacchiera e si spettegola.

Al brindisi si univa anche il grande Riccardo Cassin che si è sempre ritenuto ingiustamente escluso dalla spedizione e si è preso la sua rivincita mandando quattro anni dopo Bonatti e Mauri in vetta al fino allora invitto Gasherbrum IV.

Ma sì, ci voleva la Tenderini per uscire da questa palude, con il distacco, la competenza, il puntiglio e la classe che la distinguono. La sua ricostruzione del “caso K2”, in un libro che ripercorre le tante epopee legate alla più difficile delle montagne himalayane, è esemplare per equilibrio e capacità d’immedesimarsi nei protagonisti e nelle loro pulsioni. E sempre misurando le parole, sempre giovandosi di una documentazione ineccepibile.

La contestata relazione della salita in vetta di Compagnoni e Lacedelli riportata nella relazione del capospedizione Desio? Forse un po’ troppo frettolosa, spiega bonariamente la Tenderini. Bonatti che contraddice nel suo libro Le mie montagne la versione di Compagnoni e Lacedelli? Quasi tutti avevano letto sette anni prima il libro di Desio e a nessuno sarebbe venuto in mente di fare un confronto. E invece…

E ancora: Desio non fece nulla per difendere Bonatti dalle accuse che gli vennero mosse in seguito? Ci sono troppe cose da capire in questa intricata vicenda prima di addebitare tutte le colpe all’uno o all’altro. E la diplomatica indifferenza delle autorità (del CAI)? Una macchia che (ma questo la Tenderini non lo dice) i soloni del Club alpino hanno tardivamente cercato di cancellare senza riuscirvi del tutto, contendendosi penosamente i meriti delle analisi riparatorie affidate a tre cosiddetti “saggi”.

Ma come mai Bonatti, dopo avere pubblicamente ammesso che nel quarantennale dell’impresa il CAI ha fatto tutto il necessario per riconoscere e ufficializzare la sua versione (“confesso che ormai non credevo più di veder riconosciuto il vero”), rilanciò nelle librerie con Il caso K2 poi ribattezzato K2 la verità il tormentone delle accuse? La Tenderini, nell’evidente impossibilità di metterci una pezza, si limita a osservare che l’indimenticabile Walter in quella circostanza operò “in seguito a chissà quali riflessioni o istigazioni”.

Ugo Angelino in tempi recenti. Foto: Roberto Serafin
angelinougoA scanso di equivoci, nel distribuire equamente meriti e demeriti, la saggia Mirella – che con gli alpinisti ha grande familiarità avendo avuto quale marito Luciano Tenderini, alpinista eccelso, guida alpina e grande conoscitore dell’ambiente alpinistico – pone in risalto come la competizione abbia sempre caratterizzato l’alpinismo fin dalle sue origini. Con tutti i veleni che ciò comporta. “E benché gli alpinisti sostengano”, spiega Mirella nel suo appassionante libro su tutti gli uomini del K2, “che il loro non è uno sport ma qualcosa di diverso e di più nobile”. Tie’!

Quanto al citato Ugo Angelino, un piacevolissimo ricordo lega chi scrive a quest’uomo dall’aria mite che se ne stava in disparte nel 2011 ai funerali di Walter. Nel 1998 accompagnai in auto Cassin e la gentile Irma, sua moglie, a Pinzolo, nel Trentino, dove partecipammo alla consegna della Targa d’argento della solidarietà alpina della cui giuria faccio parte da tempo immemorabile.

Ci fermammo su una piazzola per ammirare il gruppo del Brenta e a quel punto un’altra macchina si arrestò e ne scesero Angelino con sua moglie. Fu tutto un confabulare tra vecchi amici. Baci e abbracci si sprecarono. Immortalai l’incontro e spedii le foto a Riccardo il quale a sua volta ne fece delle copie per Ugo. “Sono belle, rappresentano un buon ricordo”, mi scrisse Angelino ringraziandomi.

A quel punto mi resi conto di quanta armonia regnasse, a dispetto di tante scalate cartacee compiute sulle vette della vanità, tra le brave persone che hanno partecipato alla conquista della “montagna degli italiani”.

Mirella Tenderini opera da anni in editoria, ha fondato e diretto la prima agenzia letteraria internazionale per il libro d’arte e ha diretto in passato una collana di libri di viaggio ed esplorazione. Scrive per riviste italiane e straniere, traduce da quattro lingue ed è autrice di libri pubblicati anche all’estero, tra i quali Gary Hemming: una storia degli anni Sessanta; Le nevi dell’Equatore: Kilimanjaro, Kenya, Ruwenzori; La lunga notte di Shackleton; Gauguin e Tahiti: Storia diuna passione e, editi da Corbaccio, Vita di un esploratore gentiluomo. Il duca degli Abruzzi e Tutti gli uomini del K2. Molti di questi sono stati tradotti e pubblicati in tutto il mondo. Per i suoi libri è stata più volte vincitrice di premi letterari prestigiosi.

Mirella Tenderini
Angelinougo-Tenderini-fotoFabrizioSuerra

postato il 7 luglio 2014

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In montagna con i cani

In montagna con i cani
Chi è Børge Ousland? È un norvegese di 52 anni che probabilmente possiamo definire l’ultimo degli esploratori orizzontali, essendo lui riuscito in due imprese che hanno veramente dell’eccezionale, cioè aver attraversato da solo l’Antartide (dal 15 novembre 1996 al 17 gennaio 1997) e l’Oceano Artico (dal 3 marzo al 23 maggio 2001).

Al di là dell’immane impegno richiesto in quei mesi per superare le difficoltà ambientali, la cosa più notevole che caratterizza entrambe le imprese è senza alcun dubbio l’assenza dei cani, quindi la necessità di trainare la slitta con le proprie solitarie e limitate forze.

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Ai tempi di Scott o Amundsen bastava raggiungere il Polo Sud per passare alla storia, e non contava affatto con quali mezzi. Scott fece la scelta di evitare i cani, forse per il principio di fair play di evitare che i cani si dovessero mangiare tra di loro: Amundsen fece la scelta contraria e vinse.

Ma oggi Ousland deve andarci da solo e senza neppure i cani, per avere la sua grande pagina di storia.

Ma, Ousland a parte, non c’è rischio che i cani da slitta rimangano disoccupati, anche a dispetto delle imperversanti motoslitte: perché sono tutti “impiegati” nello “sleddog”!

Questo termine è americano e significa “slitta trainata da una muta di cani”, con un conduttore chiamato musher. Prima dell’ avvento delle motoslitte, lo sleddog era l’unico mezzo di locomozione tra i distanti villaggi del Grande Nord. Gli utilizzatori erano Eschimesi, Indiani Atabaskan e pionieri (cercatori d’oro).

Oggi si utilizza ancora lo sleddog come mezzo di trasporto, ma soprattutto è divenuto uno sport dove i principali protagonisti, cioè i cani, sono considerati veri e propri atleti che corrono instancabilmente anche distanze che superano i 200 km al giorno, come nel caso delle competizioni nord-americane, quali l’Iditarod o la Yukon Quest.

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Leggere ogni anno di queste due grandi competizioni, così distanti dal nostro mondo italico, mi ha sempre affascinato, ed è per questo motivo che davvero mi incuriosii quando per caso venni a sapere dello Sleddog Husky Village di Arnoga in Valdidentro, un paesello a 1874 m vicino a Livigno, in provincia di Sondrio. Lorenzo Tilli, 48 anni, milanese, era un odontotecnico, poi restauratore di mobili d’epoca, ed era scappato da Milano definitivamente nel dicembre 2002.

«Atterrai in Alaska, ad Anchorage, affittai una macchina e raggiunsi Knik, dove Redington Sr aveva il suo centro, e nel giro di pochi giorni entrai a far parte della grande famiglia. All’interno del kennel (allevamento) mi occupavo giornalmente dell’alimentazione, della pulizia e dell’ allenamento dei Teams (mute), un impegno importante, visto che parliamo di una struttura di 130 husky. Nonostante la fatica fisica mi regalava soddisfazioni immense.
Fu la convivenza meravigliosa con i cani, a farmi scattare la molla per aprire l’Husky Village. Lasciai l’Alaska, portandomi in Italia 6 husky (Kobuk, Ruby, Amber, Kuma, Rufus e Luna). Kobuk, il capostipite e mio leader, fu un regalo che mi fece proprio Mr. Redington, prima di morire. Portai in Italia i sei cuccioli: il volo fu abbastanza lungo, e ad ogni scalo chiedevo se me li lasciassero controllare. Volevo farli bere, sgranchire, dovevo coccolarli e rassicurarli. Erano i miei… bambini e senza tante attenzioni si sarebbero spaventati.
Rientrato in Italia, ho sentito la neccesità di ricreare un ambiente dove poter continuare insieme questa splendida avventura chiamata sleddog. Una volta mi ritrovai da solo, in mezzo a boschi di abeti e larici nel cuore delle nostre Alpi, con una muta di 4 husky. Provai un senso di libertà assoluto e fu da subito un colpo di fulmine. Tutte le emozioni lette sui libri, le stavo vivendo in prima persona. In collaborazione con altri musher ho aperto questo Centro per dare la possibilità a tutti coloro che vogliono entrare in questo mondo di venirci a trovare ad Arnoga per provare le emozioni che questa disciplina può trasmettere… continuando così a sognare insieme» racconta Tilli.

Dopo le esperienze maturate nel Grande Nord alaskano dall’estate 1999 alla primavera del 2000, con migliaia di chilometri percorsi sulla slitta in compagnia dei suoi inseparabili cani di razza Alaskan Husky e con l’insegnamento di campioni come Joe Redington Sr, inventore dell’Igitarod, la più grande competizione di sleddog al mondo,, con i suoi 1688 km di traversata con temperature fino a -70°. Tilli decise di portare queste sue esperienze fatte in Alaska nel nostro paese, aprendo un Centro che riproponesse in scala minore le stesse emozioni e le stesse avventure da lui provate: ecco dunque nascere il Centro Italiano Sleddog HUSKY VILLAGE. Arnoga tra l’altro è lo scenario di una delle tappe più belle ed avvincenti dell’Alpirod, la storica gara di slitte trainate da cani più famosa in Italia, dal 1996 sostituita dall’Alpen Trail.

Siamo ai limiti del Parco Nazionale dello Stelvio e siamo venuti a trovarlo. La pelle color cuoio, cotta dal gelo, Tilli non pretende certo di offrire agli appassionati quel mondo estremo che solo l’Alaska può offrire: in ogni caso però l’esperienza è bellissima, vedere come l’uomo possa fare società con i cani, un vero e proprio team di sapore pioneristico nella foresta.

Com’è la vita quassù? «Beh, non è facile. Bisogna esserci tagliati. In questa stagione la neve può arrivare fino a 280 cm di altezza e la temperatura può andare facilmente a -30°. Mi alzo alle 4 del mattino per battere la pista che sale ai Laghi di Cancano, e sono 50 km. Devi fare le scorte di cibo, spaccare per tempo la legna per poter riscaldare la baita, prepararti a restare bloccato anche per giorni. E comunque non è facile tenere allenati e nutrire bene 48 husky… poi devo dividermi tra tutti gli Alaskan, per non creare gelosie… occorre partire con le coccole dal primo e fare il giro di tutti: ne pettini uno, ne accarezzi un altro, a un altro gli parli, e così via…».

I 48 cani sono di cinque diverse razze, alaskan e siberian husky, alaskan malamute, groenlandesi e samoiedo: pesano tutti dai 17 ai 30 kg, con una forza muscolare sbalorditiva. Per mantenerli, la cosa più difficile non è di rifornirli di carne e pesce (tra l’altro congelati, per rinforzare i denti): è l’obbligo di farli correre almeno 20 km al giorno, perché è questo che loro chiedono. Come se l’avessero scritto nel DNA di correre e trainare.

Lorenzo TilliSleddog-lorenzo

Per fortuna Lorenzo non è solo, lo aiuta la moglie Silvia Piolini, istruttore cinofilo, anche lei ben convinta che i cani c’insegnino l’istintività, da noi persa.

Sono cresciuta in mezzo ai cani e quello che so me lo ha insegnato mio nonno, che ne possedeva diversi – spiega Silvia Piolini – ho lavorato per molti anni nel canile dell’ENPA di Crema e questa lunga gavetta è stata impagabile“. Determinata, schietta, innamorata dei cani e della natura, Silvia alterna il suo impegnativo ruolo di mamma della piccola Alaska, lavorando con grande passione nel Centro di Arnoga.
E sì che sono arrivata qui per caso… stavo guardando la televisione e il mio sguardo cadde su un servizio (Mela Verde su rete 4) che stavano trasmettendo proprio sull’Husky Village di Lorenzo Tilli. Andai immediatamente a visitare il sito, e decisi di iscrivermi al corso per diventare musher. Andò tutto per il meglio, al punto che non tornai più a casa. E adesso c’è Alaska… la bimba è piccola, cerca di avvicinare i cani… bisogna solo stare attenti alla manualità dei bambini. A volte per giocare diventano involontariamente maneschi“.

Il Centro Italiano Sleddog HUSKY VILLAGE http://www.huskyvillage.it/ organizza escursioni dove si può essere protagonisti guidando una slitta trainata da una muta di cani (da 2 a 4), accompagnati da un istruttore. Le escursioni sono individuali o collettive con gruppi massimo di 8 persone. Le escursioni sono divise in escursione base da 5 km (30/40 minuti), escursione base da 20 km (2 ore circa) ed escursione da 2 gg. con pernottamento in casetta di legno parzialmente riscaldata.
In mancanza di neve i cani possono trainare dei carrelli su percorsi sterrati.
I corsi sono organizzati corsi di apprendimenti in cinque livelli, per una durata di 12 ore circa complessive. Nota curiosa, a questi corsi possono anche partecipare i cani di proprietà degli allievi, purché in regola con il libretto sanitario.

 

 

Silvia PioliniSleddog-silvia

postato il 5 luglio 2014

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Paura di niente, quelli di Erto

Paura di niente, quelli di Erto
di Giorgio Bertone

Qualche estate fa si chiacchierava, all’ombra della grande montagna, di libri. Con parecchi amici, tra cui Alessandro Gogna, grande alpinista genovese da tempo trasmigrato. Gira che ti rigira spuntò dal bosco il nome di Mauro Corona. Di cui non avevo letto manco un rigo. Mentre Gogna ne parlava, scuotevo sottilmente la testa, forse alludevo senza volere all’antico principio deontologico di ogni lettore di professione: “Non l’ho letto e non mi piace”. Ma Gogna ne parlava così bene…

Giorgio Bertone
Corona-Bertone_full“Allora, Alessandro, tra tutti i libri di Corona, dimmene uno”. L’ombra del bastone, fu la risposta.
Il giorno dopo ero in valle a comprarlo. Appena vidi che era un Oscar Mondadori marchiato a tondo come un manzo “Best sellers” (2005), ricominciai a dubitare. Alle due di notte l’avevo finito. M’era caduto addosso come il soffio della valanga. Qualche settimana dopo, un amico che saliva solo solo a un bivacco oltre i tremila, se lo prese in prestito. Al suo ritorno: “Ma come hai fatto, lassù, solo, a leggere un simile racconto tutto brividi e cupe persecuzioni?”, gli chiesi. “C’erano gli stambecchi, e poi è una fiaba bellissima”. Era vero, la storia tremenda e disperata di Severo Corona detto Zino, uomo perduto dalla strega Melissa che lo rotola sulla china della violenza e della follia irredimibile, lassù sulle coste ripide e nevose di Erto, sopra il Vajont e dintorni, non risponde a nessuna moda dell’idillio montano o del solito “rustico” letterario. E neppure alla sua antifrasi. C’è sotto un fibra potente che ti scuote e un mondo antico recuperato con tenacia da matto metodico. C’è poi dentro, incastonata come una gemma, la storia della piccola Neve, la bambina trasparente che non patisce il freddo: un riscatto dal male che tiene stretta la Terra?

Poi, dopo tanti altri libri (Storie del bosco antico, 2005; Le voci del bosco, 2008, per dire con i titoli che l’autore si sa costruire come personaggio)”, a Neve è dedicato tutto un romanzo di 800 pagine filate: Storia di Neve (Mondadori). Che dico? A lei sono dedicate le mani, la pelle, le ossa, la mente, la faccia scavata dai suoi stessi scalpelli di scultore di Mauro Corona, che mentre si macera sui suoi 13 quaderni narrativi, ne fa una breve cronaca in corsivo: quasi l’avventura di un eremita border line, tra entusiasmi e depressioni, tra vino e letteratura. Un calvario esaltante. Già scrutando di sbieco la mole del romanzo e le prime pagine, il lettore si fa furbo: ma qui Corona vuol misurarsi con i grandi! Addirittura con il capolavoro di Garcia Marquez. E da buon ertano, duro come la pietra e duttile come certi legni, ha la forza e il muso di dircelo chiaro, dopo un bel po’ di pagine: una saga tipo Cent’anni di solitudine “fatte le debite, anzi stradebite distanze”; tra una citazione di Borges, che c’entra e non c’entra, e una di Artaud che invece c’entra, eccome, e il lettore farà bene a mettere in tasca come la chiave di casa: “Nessuno ha mai scritto, dipinto, fatto musica e altro se non per uscir di fatto dall’inferno”. Come c’entra, per altro verso, un’altra citazione da anonimo: “E come ebbe a dire un ingegnere del Vajont: che Dio ce la mandi buona”.

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E nel nome dell’inferno mignon o extralarge che ognuno si porta dentro in gran segreto nell’inferno generale di qui, Corona si tira su le maniche e affronta la sua selva oscura. Dopo tre notti di letture di fronte a un mare furioso di libeccio, affascinati di pagina in pagina, sconvolti, ammirati, delusi, irritati, ammaliati dal tanto fiele e dal poco miele dolcissimo, si può persino lasciar perdere ogni tassonomia critica, fregarsene e abbandonarsi al più sfrenato relativismo. Magari dire che un Corona vale dieci Gabo. Urlare: leggetelo tutti. Portatevelo in un luogo solitario e vivete le ore. Tutti tranne uno: Ermanno Olmi. Che, se lo legge, gli viene un colpo apoplettico. Oppure che, sì, facciamo pure a pugni. Tanto materiale incandescente forgiato e scolpito in tal modo, – la storia principale di Felice Corona Menin, il padre di Neve, che sfrutta le doti miracolistiche della piccola vendendo miracoli fasulli e uccidendo via via uno per uno i complici e i pericolosi testimoni del marchingegno escogitato per ingannare e far soldi e oro, fino alla distruzione di tutto, l’apocalissi finale – tanto materiale “lavorato a mano” avrebbe potuto anche patire lo scalpello e la lima dell’editing con beneficio terapeutico. Eh sì! Vaglielo a proporre, l’editing. Capace di tirare fuori la manera, Corona, l’ascia da boscaiolo. E poi va bene così com’è.

La storia fa il suo giro. Fa i suoi giri ripetuti, come quelli del mulino dove Felice Corona macina le ossa e i crani degli assassinati fino a ridurli in polvere che mischia alla farina per il pane di quelli di Erto che se lo mangiano, cannibali inconsapevoli. E a nulla vale che ci sia Neve, Neve che alla nascita, nel 1919, sta per ore nel gabbiotto del cane seminuda, perché non teme il freddo, Neve che ha la pelle trasparente come vetro e che in mezzo alla pancia mostra il volto vecchio e terribile della strega Melissa, – per dire che il male è inseparabile dal bene e dire poi dell’ìmpari, iniqua divisione, dello sbilancio tra i due regni, il male eccedendo di tanto, di troppo -. Neve che si scioglie in acqua tutte le volte che avvicina il suo amore, il ragazzo Valentino, finché tentando di stare vicina per pochi secondi all’impossibile amato, tutta quanta si liquefarà. Due, almeno, i momenti grandi, che si stampano nella mente del lettore solitario e notturno. La descrizione dell’inferno come regno delle montagne trasparenti. L’inferno è tutto vetro-ghiaccio eterno, illuminato da una luna morta. E dopo l’acqua ghiacciata, ecco il fuoco: le descrizioni dei falò di S. Floriano e S. Simon, precisati anch’essi nei minimi particolari anche tecnici, legna e uomini, tutti una razza. Con l’antico rito delle vecchie del villaggio che si ritagliano le unghie dei piedi e le mettono in una scodella da buttare nelle fiamme del falò. Rito propiziatorio o resa agli ultimi passi della vita? E una vecchia strega che piomba dentro il falò da una teleferica per fascine di legna, – descritta con un realismo che più concreto e preciso non si può -, costruita da Nani Martin detto la Gazza, perché camminava come un uccello sulle funi delle teleferiche che costruiva più che a regola d’arte, con un’abilità da mago. E poi mille episodi: il vecchio Lidio, amico di Neve, perfetto analfabeta, che legge in continuazione un libro non per decifrarlo ma per narrare a se stesso tutte le storie possibili.

Erto nuova
Erto
Altro che Cent’anni: in fatto di onomastica non c’è genealogia di Aureliano Buendia che tenga, né Ursula, né Santa Sofia de la Pietad. E poi, se si vuole continuare a tener duro, il romanzo di Marquez è il regno della metafora, quello di Corona il regno della comparazione: “la foiba comunica con il Vajont come il tubo di grondaia con il tombino”, “la strega Sentina, con due gambe storte che con tre si poteva fare una ruota”. Al “realismo magico” del colombiano farà da dirimpettaio un concretismo naturalistico che sorregge il noire fiabesco, come una struttura perfetta di listelli sotto un orrido Personaggio da processione. La minuta conoscenza della costruzione, fattura, uso e abuso degli attrezzi, delle cose, del corpo degli alberi e degli animali e degli uomini, non ha eguali. Solo che poi Corona ci dà sotto con il grand-guignol. In quel paese di fuorilegge, dove anche i preti rischiano l’osso del collo, dove regna la vendetta a usura (“non occhio per occhio, ma occhi per occhio”), in quel paese di “povera gente impiantata come spine su costoni magri e ripidi”, in quella valle primitiva e aspra dove il tempo si è fermato e la maledizione principale è che forse Erto era un paradiso e “lassù non lo sapevano”, con una fantasia ultrasudamericana, Corona costruisce la sua macchina feroce, episodio dopo episodio, efferatezza dopo efferatezza, “copa” questo e “copa” quell’altro, spruzzi di sangue a raggera per effetti speciali da western all’ertana, con soluzioni sceniche macabre a volte ben alleviate dal tono di conto fabulistico e dallo stile similpopolano.

Erto vecchia
Erto
Ciocca triste e fera? O piuttosto l’impuntarsi capronesco e incupito di chi non può più accettare né esprimere la bontà o la felicità che gli sta dentro? Teste Artaud? Così l’autore si butta a capofitto nel suo gotico rusticano e alpestre da saga nordica, tanto da far sospettare una schidionata di leggende locali (con tanto di canzoni, filastrocche, proverbi), salvate dal diluvio dell’oblio non per via di un Bene qualsivoglia ma di un Male onnipresente, e rivissute sulla propria pelle come una questione personale e privata, privata come una vendetta. E perciò usa un finto parlato semidialettale che lo ficca ancor più nell’identificazione in quel maledetto paradiso di Erto. Mentre nella sua Macondo Marquez, usando un linguaggio quasi astratto e intellettuale, si stacca con ironia e conquista un nuovo tipo di epica. E ciò va detto non per fare confronti impossibili, né per abbassare l’uomo di Erto nel confronto con l’uomo di Macondo. Ma per dire che “Storia di Neve” non è soltanto il miglior omaggio a “Cent’anni di solitudine” che sia stato scritto su questo porco mondo nel quarantesimo anno della sua traduzione in Italia (era uscito pochi mesi prima). Per dire che la storia di Neve e dei suoi terribili e mirabolanti compaesani è un libro potente e fantastico, che non teme confronti. Paura di niente, quelli di Erto.

Beppe Grillo e Mauro Corona
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postato il 27 gugno 2014

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L’inquinamento luminoso

Tra le grandi meraviglie che diventa sempre più difficile osservare è anche il cielo di notte. Perché le stelle brillano meno, perché nebulose e galassie si distinguono sempre più debolmente, anche con l’aiuto di un cannocchiale. Così è necessario allontanarsi dalle luci della città che rendono lattescente lo scenario notturno e tra i grandi inquinamenti ci stiamo abituando a considerare anche quello luminoso. In vetta ad una qualunque montagna al di sopra di grandi distese abitate, l’effetto più evidente dell’inquinamento luminoso è l’aumento della brillanza del cielo notturno e la conseguente perdita della possibilità di percepire l’Universo attorno a noi. Ci si accorge che la notte ha assunto una nuova dimensione, forse più ostile ed inquietante che non nel buio del Medioevo.

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Se un’apparecchiatura elettrica rischiara altri oggetti oltre a quello per cui è stata costruita, si ha una prima fonte di inquinamento. Le stesse superfici illuminate restituiscono poi la luce in eccesso e la diffondono nell’ambiente attorno. Questo è inquinamento ottico e il disturbo ch’esso produce è diverso ma assai legato all’abbagliamento diretto dovuto alla sorgente di luce.
Il cielo, anche il più buio, ha una sua luminosità naturale, dovuta al chiarore dei miliardi di stelle che non vediamo, alla luce delle poche stelle visibili e soprattutto all’emissione intrinseca dell’atmosfera superiore. Ma le molecole e le particelle dell’atmosfera terrestre diffondono qualunque luce, quindi anche le radiazioni provenienti dalle nostre attività quotidiane. La luce artificiale raggiunge l’osservatore, munito o no di telescopio, perché diffusa dalle molecole e dalle particelle gassose di aerosol che si trovano all’interno del suo cono di vista e non. Questo fenomeno, un tempo del tutto trascurabile, dopo la rivoluzione industriale e l’introduzione dell’illuminazione elettrica, ha preso il sopravvento riducendo progressivamente le riserve del nostro pianeta veramente immuni dall’illuminazione artificiale. In un futuro non lontano una cappa lattiginosa potrebbe nascondere del tutto agli occhi dei nostri figli la parte di universo in cui ci troviamo. Infatti l’inquinamento luminoso sta crescendo in modo esponenziale: dagli anni Settanta ad oggi la luminosità artificiale del cielo è più che quadruplicata. Sono diventati così sempre più preziosi e ricercati astronomicamente proprio quei luoghi che non hanno beneficiato del progresso industriale. E la responsabilità della rottura dell’equilibrio naturale luce/buio è dei lampioni stradali, dell’illuminazione degli svincoli autostradali, delle insegne pubblicitarie, dei globi, dei fari delle maxidiscoteche rivolti al cielo, delle migliaia e migliaia di vetrine di una città, dei monumenti rischiarati a giorno. Sono lontani i tempi dei Caldei e dei Babilonesi: l’uomo moderno ha paura del buio e non vuole più imparare dalla notte.

Italia Settentrionale di notte
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Abbiamo ormai ridotto la cultura popolare del cielo agli eventi di astronautica e perdendo il contatto diretto con il cielo l’uomo si è impoverito rispetto alle culture millenarie degli antichi popoli orientali. La notte successiva all’ultimo grande terremoto che colpì Los Angeles, molti abitanti non sapevano spiegarsi cos’era successo in cielo: non avevano mai visto le stelle, apparse perché in molte zone della città il black out aveva riportato l’oscurità. E se noi vogliamo passare una notte contemplativa, magari in cima alla Grignetta, o anche nel cuore del Monte Bianco, ciò che vediamo ha sempre meno a che fare con la vera oscurità e sempre di più con Disneyland. Ci si sente defraudati di qualcosa, derubati del diritto alla pace ed al silenzio e avanza l’atroce sospetto che la nostra civiltà progredisca a spese di una grande, quanto sempre più negata, paura del buio. Dobbiamo ribellarci a questa continua perdita della capacità di sognare ad occhi aperti.

L’illuminazione notturna ha sicuramente un effetto negativo sull’ecosistema circostante, perché anche flora e fauna vedono modificato il ciclo naturale «notte-giorno».

La fotosintesi clorofilliana che le piante svolgono di notte si altera perché le intense fonti luminose «ingannano» il normale oscuramento; le migrazioni degli uccelli seguono precise vie aeree ma subiscono «deviazioni» proprio per effetto dell’intensa illuminazione delle città. La presenza di luce artificiale sulle spiagge di nidificazione è una seria minaccia per la deposizione di uova delle tartarughe. I lepidotteri subiscono un pesante effetto di disorientamento da parte delle luci artificiali: è dimostrato, infatti, che le falene impostano la loro rotta migratoria basandosi sulla luna o su stelle particolarmente luminose. Il numero di farfalle notturne uccise da lampade industriali è notevolmente elevato. L’elenco potrebbe essere ancora lungo e sono in corso studi sempre più approfonditi per valutare la reale portata di questo impatto antropico sugli ecosistemi.

Visione notturna dei Piani dei Resinelli. Apparentemente divise dal Monte Coltignone, le luci di Lecco e Valmadrera anticipano l’orgia rutilante di Brianza e Milano. Foto: Federico Raiser
Visione di notte dalla vetta della Grigna Meridionale su Lecco e Brianza

Per limitare in modo efficace l’inquinamento luminoso occorre minimizzare ciò che va oltre l’illuminazione richiesta. Anzitutto spegnere la luce quando non serve, e prevedere la diminuzione dei livelli di luminanza in quegli orari in cui le caratteristiche di uso lo consentano. Evitare i sovradimensionamenti degli impianti. Poi occorre orientare le lampade in modo da colpire solo il bersaglio da illuminare e rendere minima quella parte di radiazione luminosa che è emessa sopra il piano dell’orizzonte. Razionalizzazione degli impianti, ottimale scelta del tipo di lampade (ad alta efficienza e basso consumo) e loro schermatura, illuminazione «a raso» porterebbero anche una migliore qualità di vita ed un notevole risparmio energetico. Usare lampade che non emettano nelle stesse bande del cielo e infine tenere sotto controllo l’inquinamento atmosferico: le particelle che compongono l’atmosfera terrestre diffondono tutta la luce che ricevono, per cui anche un’atmosfera tersa e pulita giova a ridurre l’inquinamento luminoso.

È stato dimostrato che lo stesso viale, illuminato con luci diverse, inquinanti e non, presenta un maggior numero di particolari visibili nel secondo caso. Molta luce non significa molta sicurezza, anzi può essere il contrario. D’altronde è inconfutabile che l’uomo moderno non può fare a meno delle fonti luminose: e nessuno vuole farlo tornare al buio più completo, neanche l’astronomo più incallito. Ma sicuramente è necessaria una diversa politica energetica e dell’illuminazione.

postato il 20 giugno 2014

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Le guide alpine incontrano la stampa

La montagna invernale: i pericoli della neve
A Madesimo, l’11 e 12 febbraio 2014, le guide alpine del collegio lombardo hanno tenuto un Educational per la stampa allo scopo di avvicinare il mondo professionale della montagna alla comunicazione, periodicamente sollecitata dalla stampa più generalista solo (e purtroppo) per esigenza di cronaca dopo incidenti più o meno spettacolari e nefasti.

Presenti e coinvolti l’Assessore Regionale Rossi, il Presidente dei Maestri di sci Aldo Ghislandi, l’Arpa/Aineva di Bormio oltre che ovviamente una ventina di testate giornalistiche e media. Il supporto del Consorzio Turistico di Madesimo e della guida alpina Marco Garbin sono stati fondamentali per l’esito positivo dell’evento. Sicuramente è stata un’occasione per dare importanza al “fare”. Per comunicare i valori della professione di guida non solo con le parole. Due gli obiettivi raggiunti: la creazione di rapporti di conoscenza tra i giornalisti e le Guide Alpine ed il consolidamento dei legami con lo staff della Direzione Sport e Politiche per i giovani di Regione Lombardia. Si spera che questo cammino appena cominciato possa continuare e dare buoni frutti.

Ecco le motivazioni dell’incontro secondo Luca Biagini, nuovo presidente del Collegio lombardo (il più grande collegio italiano, oltre 350 unità):
“… Dalle prime nevicate di inizio inverno ad oggi il tema della sicurezza in montagna è stato spesso oggetto dell’attenzione dei Media. E’ capitato spesso di leggere con disagio notizie riportate in maniera grossolana, con eccessi che vanno dall’allarmismo alla superficialità, dannosi entrambi se è vero che il fine dovrebbe essere una corretta informazione.  Di fronte a questa situazione come professionisti non possiamo rimanere indifferenti. Ma gli interventi per cercare di porre rimedio non passano esclusivamente attraverso le dichiarazioni e le interviste, che comunque sono doverose da parte di chi ha un ruolo di rappresentanza. Una riflessione sul “cosa fare” si era attivata da tempo in seno al direttivo e sulla proposta di alcuni colleghi – in primis Alberto Marazzi – ha preso forma l’idea dell’Educational svoltosi poi a medesimo l’11 ed il 12 febbraio scorsi.
Non una conferenza stampa ma una giornata in montagna dove Guide Alpine incontrano e spiegano la “loro montagna” ai giornalisti.
Un “educational” (come li chiamano..) dal tema: “La montagna invernale, i pericoli della neve”, che ci ha visto impegnati la sera dell’11 nell’accogliere i convenuti ed organizzare i gruppi per le diverse attività del giorno dopo. Quindi la mattina del 12 di attività nella neve (ciaspole, scialpinismo, free ride) ed il pomeriggio in aula.

GuideAlpineincontrano-Madesimo educationalCon il supporto delle guide, i partecipanti all’iniziativa, che ha coinvolto anche il Collegio maestri di sci, hanno sperimentato l’andare in sicurezza in montagna con diverse attività: free ride, scialpinismo e ciaspole.

Con le ciaspole nei dintorni di Madesimo. Foto: Magda ZaniGuideAlpineincontrano-Educational-MagdaZani-al_ciaspole_madesimo1Il pericolo – ha detto l’assessore Antonio Rossi – c’è sempre, anche perché andare in montagna, in qualunque stagione, richiede attenzione, preparazione e la capacità di saper calcolare il rischio, cosa che oggi abbiamo ulteriormente verificato sul campo e attraverso il confronto con gli esperti… Tante volte parliamo di sicurezza in montagna ma spesso non conosciamo pienamente come comportarci. Per questo motivo, giornate come quella odierna sono utilissime sul fronte dell’educazione e della prevenzione e meritano di essere ripetute per limitare, quanto più possibile, gli episodi negativi sulle nostre montagne“.

Tra gli esperti, che hanno fornito strumenti a sportivi e turisti per ‘decifrare’ la montagna, Alfredo Praolini di Arpa Lombardia, che ha spiegato la composizione, la lettura e l’importanza del Bollettino del pericolo valanghe. “La Lombardia – ha ricordato – è la regione attualmente alla Presidenza di Aineva (Associazione interregionale neve e valanghe) con l’assessore alla Sicurezza Simona Bordonali. I bollettini sul pericolo valanghe forniscono utili informazioni a chi vuole andare in montagna e farlo conoscendo rischi e pericoli, consultando le quotidiane comunicazioni di Arpa presenti su Internet e distribuite anche tramite mailing list… i fattori che possono mettere a rischio le uscite in montagna vengono definiti in collaborazione con le guide alpine operanti nelle sette zone in cui è stato suddiviso il territorio lombardo“.

Fabiano Monti, maestro di snowboard con specializzazione free ride, ha invece parlato di neve, della complessità della sua composizione e delle conseguenti diverse capacità di reggere il passaggio umano, del free ride e dell’esempio di Livigno, il cui comprensorio è, in Italia, all’avanguardia nel settore free ride.

Antonio Rossi, assessore allo Sport e alle Politiche per i giovani di Regione Lombardia, presente all’EducationalGuideAlpineincontrano-educational-Rossipostato il 14 aprile 2014

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Lettera aperta ai Consiglieri della Regione Lombardia

No alle moto sui sentieri
Le osservazioni di Mountain Wilderness sul Progetto di Legge n.124 della Regione Lombardia
a cura di Mountain Wilderness Lombardia

Ai Consiglieri della Regione Lombardia
Le modifiche alla L.R. 31/2008 contenute nel PDL n.124 la cui votazione in Aula regionale è stata calendarizzata per l’8 aprile 2014, e in particolare gli emendamenti accolti riguardo all’art. 59 comma 4bis, andrebbero ad istituire la possibilità per i Comuni alpini di rilasciare permessi temporanei per il passaggio motorizzato; di conseguenza anche le competizioni motorizzate sui sentieri, sulle strade agro-silvo-pastorali nonché nei pascoli di montagna e di media montagna potrebbero essere autorizzate nella discrezionalità decisionale comunale.
In primo luogo è doveroso interrogarsi circa la ragione sottesa all’introduzione della deroga. La norma definisce e circoscrive il transito autorizzato ai punti 3 e 4 dell’art. 59, con l’intento di agevolare attraverso l’utilizzo di mezzi di servizio l’attività di contadini e pastori delle aree alpine, che attraverso la loro opera e il radicamento al territorio contribuiscono al mantenimento e alla salvaguardia del bene collettivo AMBIENTE.

Motobikers alle pendici del Cervino
LetteraApertaConsiglieri-bikers-Cervino-26.jpg_650Il generico enunciato introdotto al punto 4 bis “possono autorizzare il transito temporaneo di mezzi a motore” non contiene se pur minimamente un’indicazione tale da potersi ravvisare la finalità, lo scopo, l’eventuale beneficio derivanti dalla deroga. Le stesse definizioni di mezzi a motore e “temporaneità” lasciano spazio a vuoti interpretativi, in mancanza di un parametro funzionale allo scopo. Svuotata in origine la norma attraverso l’introduzione di una generica deroga, i regolamenti con i quali si fisseranno criteri, modalità e procedure da adottare da parte degli Enti in sede di autorizzazione assumeranno necessariamente un carattere “aperto” alle più disparate finalità e suscettibile di differenti e, non fosse altro, contrastanti applicazioni.
Non da ultimo, i vincoli economici imposti ai Comuni dalla spending review e la mancanza di personale preposto al controllo sul territorio non agevolano, da parte degli Enti locali interessati, interventi di manutenzione o ripristino di aree “compromesse”.
Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n. 124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico.
Ci rivolgiamo ai gentili Consiglieri Regionali della Lombardia, e soprattutto ai rappresentanti politici della Lega Nord ricordando che nelle agende del Vostro ultimo programma politico avete inserito come priorità la valorizzazione del patrimonio artistico-culturale montano, la ripresa dell’economia agricola alpina come sbocco occupazionale di fronte alla drammaticità reale della fine corsa all’industrializzazione urbana.
La rete dei sentieri e delle mulattiere sono un Bene Comune in quanto possono essere comunali, sovracomunali e demaniali; su un sentiero demaniale oppure sovracomunale il Comune, nella fattispecie, non potrà autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati, potrebbe nel caso autorizzare la circolazione dei mezzi motorizzati nel perimetro del territorio comunale e nel rispetto della normativa in materia di Rete Natura 2000. Per le aree considerate Sic è prevista la procedura della valutazione di incidenza oltre agli aspetti legati alla sicurezza in quanto imporrebbe agli enti gestori di attivarsi per posizionare la segnaletica e garantire idonee condizioni di sicurezza, con il rischio di responsabilità per danni laddove tali interventi manchino ed abbiano luogo sinistri.

Qualora lo scopo, così si legge, di questa deroga nel PDL n.124 fosse soprattutto finalizzata a favorire una significativa promozione turistica nei Comuni alpini lombardi, ci facciamo portavoce di un diverso modello turistico. Per promozione turistica noi intendiamo la frequentazione escursionistica della montagna nelle sue varie declinazioni (alpinismo, scialpinismo, trekking, ciclismo), che è divenuta sempre più consistente al punto da essere un tassello fondamentale nell’offerta turistica ed importante volano dello sviluppo economico delle vallate alpine.
Il turismo legato all’escursionismo, al cosiddetto turismo dolce e di cultura, ha potenzialità di gran lunga maggiori perché si rivolge alle persone di ogni età e di ogni estrazione sociale, un bacino di utenza estremamente più vasto rispetto ai centauri crossisti e trialisti, portatori di una cultura effimera e virtuale che non ha affinità e compatibilità con l’habitat alpino. Le regioni che hanno fatto del turismo in montagna la loro principale risorsa, dall’alto della loro esperienza ci insegnano questo.
Alcune virtuose vallate alpine lombarde stanno attuando una politica di rinascita economica, iniziando a valorizzare la sentieristica in simbiosi con le attività agro-pastorali: un esempio è la Valle Camonica i cui alpeggiatori hanno collegato le malghe, con un percorso di sentieri lungo 70 km, dando la possibilità agli escursionisti di acquistare e degustare prodotti locali. Autorizzare la circolazione dei motori per scopi ludici in questi contesti, oltre che recare un grave danno all’ambiente comporterebbe un decadimento del nuovo sistema economico locale.
In altre vallate alpine lombarde si sta valorizzando la sentieristica nel ricordo della nostra storia: i sentieri legati alla Resistenza, ai contrabbandieri, i sentieri costruiti nella Prima guerra mondiale, nonché la sacralità dei sentieri alpini, con annesse Santelle, percorsi dai Religiosi durante l’envangelizzazione.
I sentieri e le mulattiere di montagna nella loro bellezza architettonica e nel loro silenzio rappresentano il distillato del patrimonio ambientale e culturale che i nostri nonni ci hanno consegnato in eredità ricordando a noi, metaforicamente, che la montagna è un ambiente severo, per cui il passo deve essere lento in armonia con l’ambiente, cadenzato, come una preghiera cosmica nel silenzio della spiritualità dell’alpe.

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Questo ci hanno insegnato i nostri padri ed i nostri nonni, il rumore in montagna disturba tutto l’eco-sistema esistente, la montagna va rispettata in quanto oggetto di repentini cambi climatici per cui è fragile nella sua biodiversità e delicata morfologicamente. A tale riguardo siamo tutti a conoscenza che il rischio idrogeologico nelle vallate alpine della Lombardia è molto elevato, provate ad immaginare solo per un attimo 200 centauri con moto da cross che assaltano e devastano un sentiero storico di montagna conservato dai volontari della parrocchia oppure dai soci del Club Alpino Italiano… chi paga? Il cittadino?
Invitiamo i Consiglieri della Regione Lombardia a votare “NO” alle modifiche del PDL n.124 che sarà discusso l’8 aprile 2014 e ad avvicinarsi maggiormente allo studio delle politiche della montagna, abbandonando l’idea di traghettare il circuito di Monza nelle terre alte.
Auspicando che le riflessioni e le considerazioni sopra esposte vengano accolte unanimemente, cordialmente salutiamo.

per Mountain Wilderness Lombardia – Adriano Licini
per Associazione Monte di Brianza –
Franco Orsenigo
per Tavola della Pace della Valle Brembana – Franco De Pasquale
per Arcinvalle Valle Brembana – Maurizio Colleoni
per Unione Operaia Escursionisti Italiani sez. di Bergamo – Gabriele Vecchi

Il testo integrale del Progetto di Legge si può leggere qui
LetteraApertaConsiglieri-PDL-124-frontesizio PDL 124 con relazione

postato il 5 aprile 2014