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Con la bronchite sul Monte Bersaio

Con la bronchite sul Monte Bersaio
dal mio diario, ottobre 1965

La mattina del 17 aprile 1965 mi alzo da letto appestato come Don Rodrigo. Ronzio alla testa, catarro, mal di gola. A furia di supposte e aspirina, riesco a tirare avanti fino alle 15, ora in cui decido di partire ugualmente. Alle 20 sto in piedi solo per pratica, ma sono presente all’appuntamento. I due fratelli Gianni e Lino Calcagno, piuttosto tesi in volto (hanno saltato pasto e lavo­rato tutto il giorno); e il quarto, Gianfranco Negro, che medita sulla propria triste sorte: sa bene che unendosi a noi ha de­cretato la sua fine. L’automobile è una Fiat 500 giardinetta, presa a noleggio, senza porta-sci né porta-pacchi.

La pagina del mio diario
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Ficchiamo gli sci dentro, tenendo aperto il tetto. Siamo an­cora a metà aprile e non stiamo partendo per la Sicilia. Temo che con tutta l’arietta delle Langhe e del Cuneese, notturna, per di più, le mie condizioni di salute non miglioreranno. Così deci­do di chiudermi nel sacco da bivacco.

L’impiegato all’autostrada, gettando un’occhiata distratta all’interno dell’auto, vede la seguente scena: quattro paia di sci che spuntano fuori di 30 centimetri, il guidatore con pas­samontagna, io nel sacco-piuma, e dietro due visi spettrali, im­bacuccati e con lo sguardo fisso. Incomincia il bivacco. Nel po­steriore un caos di bastoni da sci, sacchi-piuma, zaini, piccozze, ramponi e vestiti da città. Il tutto forma un ammasso indistin­to. Man mano che il tempo passa le facce di dietro diventano sempre più scure e terree, le labbra più livide e gonfie. Ma l’oc­chio vive e brilla ancora.

Il Monte Bersaio sopra Sambuco
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Torrione dell’Amicizia, risalto iniziale di 60 m
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Passato Cuneo, alle 1.30, dopo gli auguri di Buona Pasqua, transitiamo piuttosto abbattuti il deserto abitato di Pietraporzio in Valle Stura, e inizia­mo la salita. Dopo 200 metri siamo costretti a scendere per­ché il motore non ce la fa. Al buio, con le scarpe slacciate, rincorriamo la macchina, che ora va. Sudiamo. Poi, una placca di neve gelata. Mano alle piccozze, e poi a spingere.

Sul Pian della Regina, possiamo risalire sul mezzo. Il sudo­re mi si ghiaccia sul collo e sulle spalle. Proseguiamo ancora un po’, a piedi e no, mentre massi di ingenti dimensioni, dissemi­nati qua e là, come al ritiro di un ghiacciaio, cercano di pene­trare nella carrozzeria con grandi colpi. E così ci fermiamo: alla luce dei fari, alle 2.40, i preparativi per la partenza. Con il morale sottoterra e il capo chino sotto lo sforzo, morti di sonno e di fame, maledicendo ogni cosa e profferendo frasi sconce, ci trasciniamo alle prime nevi. Con gran piacere dispo­niamo gli sci sotto i piedi pensando così di andare meglio. Sia­mo nei pressi della «cascata”. Il più in crisi è Gianfranco, che non ha mai messo le pelli di foca. Comunque ci segue, strin­gendo i denti. Dopo tutto anche lui va in montagna per diver­tirsi. Nelle voltate da fermo la neve cede, e dopo un po’ ecco che si vedono pelli che si staccano, cinghini che si spaccano, gente che ansa e suda sotto la luna; tra poco se ne andrà an­che questa, perché il vento di ovest accavalla nuvole su nu­vole. Arrivati alla zona della «valanga”, mentre due di noi sono indietro per guasti meccanici, io do forfait. Vorrei tornare in­dietro da solo e lasciare agli altri il piacere di passare due piace­voli giorni sullo spigolo della Rocca Rossa, mentre io sog­giornerei in macchina, a curarmi. Ma gli altri, caritatevoli, non lo permettono, e il dietro-front è generale. Ore 5. La notte in bianco è pressoché trascorsa. Arrivati quasi a Pietraporzio, ci fermiamo a mangiare e a dormire. Mangiamo come un bran­co di maiali, e subito dopo il pasto repellente, cominciano a cadere i primi assonnati. Lino si addormenta con sguardo ange­lico; io guadagno faticosamente il sacco-piuma; degli altri due, uno va in macchina, l’altro non ci arriva neppure, e si addormen­ta prima. Alle 9 circa, in mezzo a tutta questa desolazione, si notano i primi segni della vita che riprende.

Le Rocche Bianche di Sambuco (Monte Bersaio). Sulla sinistra il tracciato della via dell’Amicizia
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Uno si ritira dietro un masso, Gianni e Gianfranco girano con sguardo ebete senza concludere niente, e io vado in staffe su un larice. Evidentemente mi sento meglio. Al momento di partire (destinazione Genova), gli sci vengono legati sopra il tetto, trattenuti da cordino, che, con vario ed ingegnoso gio­co di nodi e di contrappesi, passando per i finestrini e i deflet­tori, dà molto fastidio agli occupanti.

Arrivati a “quel paese”, Sambuco, rimaniamo affascinati dalle promettenti crode che incombono su questo villaggio. Qualcuno (per sua fortuna non bene identificato) propone di passare la giornata lassù, e così arriviamo sulla piazzetta del paese. I villici si fanno subito d’attorno e alcuni anziani veg­genti ci predicono con sollecitudine grandi sventure. Lo stupo­re e la meraviglia di fronte al nostro ingente equipaggiamento sono generali. Uno di questi ci mostra a dito un pino sotto la parete e dice: «Lassù è stato visto “il” camoscio; se avete un fucile…”.

Beh, a noi sinceramente dispiacerebbe far fuori l’ultimo ca­moscio della zona, e così, ringraziandolo per il suo gentile pen­siero, gli rispondiamo che piuttosto preferiremmo ammazzarci noi su qualche roccia. Al che la gente presente, scandalizza­ta, sgombera la piazza, commiserandoci a bassa voce. Intanto partiamo, e i valligiani ci guardano quasi con religiosa contem­plazione, sapendo che non ci rivedranno mai più (vivi). Gradi­nando un ripido pendio erboso, arriviamo all’attacco. Io non aspet­to nessuno e, imbragatomi in fretta, parto, senza sapere neanche chi si legherà con me. Il vento soffia forte, e ci fa piacere. Presto ci troviamo sotto degli strapiombi, e, tra quarto e quin­to, sotto l’ultima fessura. Non si chioda: il quinto e il mar­cio son di casa. Abbiamo tanto sonno che ci rallegriamo a vicenda di non esserci addormentati sui passaggi. E così sia­mo in vetta, 300 metri sopra all’attacco. Questa cima era an­cora inviolata, e la chiamiamo Torrione dell’Amicizia. E’ quella più a sinistra del turrito castello del Monte Bersaio.

La discesa è problematica, non ci sono né spuntoni né fes­sure valide, ma, mediante macchinose discese a spirale, cen­ge e marciume vario, raggiungiamo un albero. Corda doppia da 40 metri e poi un’altra ancora, su altro albero. A questo punto occorre scendere a lungo per canalini marci e pericolosi. Le no­stre menti si sono talmente smarrite nella sventura che, alla proposta di qualcuno di andare a bivaccare in una palestra di roccia vicino a Genova, tutti, dico tutti, aderiscono entusiasti­camente. È dimostrato perciò che ogni limite di moderazione è stato abbattuto, sgangherato dal folle e convulso evolversi della situazione. A Sambuco, i villici ci osservano, mentre im­perterriti ci prepariamo alla partenza. Stendo un velo pietoso sulle singole crisi in auto: di fame e di sonno. A Mondovì i bravi e onesti monregalesi hanno visto quattro figuri barcollan­ti e incerti, entrare nel bar, alla luce biancastra del neon. Dob­biamo pure risparmiare, e così mangiamo e beviamo troppo po­co: un cappuccino (molto ridotto e tiepidiccio), e una brioche da due bocconate. Da Mondovì a Genova-Voltri e Acquasanta le così volgono al peggio, le palpebre pesano quintali. Gianni si addormenta alla metà di un suo discorso sconclusionato che nessuno stava a sentire:- chi pendola la testa trovando che dopo tutto il ronzio del motore è molto interessante, chi si slo­ga le mascelle in alcuni mostruosi sbadigli, chi, la testa incas­sata nelle spalle e lo sguardo fisso all’orizzonte, guida.

A. Gogna sotto la fessura terminale di V grado (Torrione dell’Amicizia)
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