Posted on Lascia un commento

Solitudine al Mont Blanc du Tacul

Solitudine al Mont Blanc du Tacul
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Rivista mensile del CAI giugno 1970 in seguito alla sua prima solitaria del Pilier Gervasutti, 15 luglio 1969)

Ci sono dei giorni in cui tutto sembra precipitare davanti ai tuoi occhi; ti immergi nella tristezza e ti lasci andare a ogni sorta di melanconia.

Tutto cominciò in autunno, in quel magnifico autunno del 1968: nei primi radiosi giorni di ottobre salimmo, in prima ascensione, il pilastro est della Cresta del Mezzenile. Un’arrampicata veramente superba di cui serbo un grandissimo e indelebile ricordo.

Si dice che in montagna, in genere, ci si fa male nei posti più banali e più stupidi; non a torto. La notte ci sorprese nella discesa, lunga e assai complessa, ma con l’aiuto di un po’ di luna riuscimmo a giungere ben presto sul ghiacciaio nei pressi della seraccata. L’ultimo vero ostacolo, ancora un briciolo di attenzione e poi null’altro che pietraie e un comodo sentiero da seguire in tutta calma e rilassatezza, sotto la luce della luna. Ma la stanchezza, il crollo progressivo della tensione nervosa, vollero giocarmi un brutto tiro.

Ricordo ancora Ilio Pivano sparire giù per un pendio di ghiaccio nerastro, tutto incrostato di ghiaia e di sassolini pungenti.

«Com’è?»

«È molto diritto; ma con un po’ di attenzione si scende tranquilli, vieni pure».

SolitudineBlancTacul-motti0001

 

Però, è diritto sul serio, sarebbe meglio se mi girassi; ma no, continuo a scendere così: un lieve sbilanciamento, forse impercettibile, e mi ritrovo a grattare disperatamente su quella crosta abrasiva nel tentativo, del tutto inutile, di fermarmi. Il pendio assume proporzioni terrificanti, sotto di me scorgo nere voragini rese ancor più grandi dal buio; ma vedo un grosso macigno, mi ci butto sopra e Ilio mi “pesca” al volo. In stato di semincoscienza faccio un rapido bilancio della botta: bolli e contusioni un po’ dappertutto, ma di poco conto; le mani inservibili, fanno pena; un fortissimo dolore al polso destro, forse fratturato.

Radiografie, polso immobilizzato e buona dose di rabbia da ingoiare per la forzata inattività. La diagnosi fu “distacco dei legamenti”, ma niente fratture. Comunque, per più di tre mesi non riuscirò più non solo ad appoggiarmi sulla mano destra, ma nemmeno a stringere convenientemente le dita.

Fu proprio una stagione disgraziata, anche l’operazione delle tonsille doveva capitarmi! Con il risultato di ritrovarmi a febbraio ridotto né più né meno che a uno straccio; dimagrito di sei chili e debole come una foglia prossima a cadere da un ramo stecchito di un albero.

La mia natura, forse troppo sensibile, di tutto ciò soffrì enormemente. Abituato a condurre una vita impostata sull’attività più sfrenata; abituato a mantenere il fisico allenatissimo e in condizioni perfette, non solo ho sempre avuto un po’ il culto del mio corpo, ma ho cercato di praticare, oltre all’alpinismo, gran parte degli altri sport. Il ritrovarmi in condizioni così deplorevoli fu per me un vero e proprio dramma.

Oggi sorrido di tutto ciò, ma allora non riuscivo proprio a vedere un palmo al di là del mio naso. Poi venne anche la primavera e sempre di più mi convinsi che “anche al più duro inverno segue la primavera”. Primavera… solo la parola mi riempiva di vita, quasi mi commuoveva.

Un magnifico pomeriggio di marzo, uno di quei giorni ricchi di vento tiepido e di sole, decisi di andare, da solo, alla palestra di Avigliana, la vecchia cava abbandonata dove conoscevo ogni appiglio, ogni centimetro di roccia.

Riprovai, molto titubante, i primi facili passaggi; ritrovai qualcosa che pensavo di avere perduto e, non mi vergogno a dirlo, mi vennero le lacrime agli occhi. Anche il polso funzionava a meraviglia, a poco a poco ritrovavo la sicurezza e la fiducia in me stesso. Ritrovavo il mio mondo, il sorriso, la gioia di vivere.

Lo so, direte che mi son fatto condizionare dall’alpinismo; forse, ma non fino in fondo. Se sia un male o un bene non lo so e non voglio nemmeno pensarci, ma oggi è così, ci sono scivolato dentro adagio adagio, quasi senza accorgermene.

Sono ormai passati parecchi anni (otto per l’esattezza) dalla prima volta in cui mi sono legato a una corda e con movimenti goffi e incerti, non disgiunti da una certa paura e trepidazione, ho cominciato ad arrampicare su una parete rocciosa. Magnifici, intimi e indimenticabili ricordi di gioie, di ansie e di paure che caratterizzano sempre l’inizio di un primo amore.

D’allora in poi, tante cose sono cambiate; l’alpinismo è diventato per me qualcosa di più di un semplice hobby o di una comune passione, e ho incominciato a conoscere la montagna sempre più a fondo. Mi sono imposto un allenamento intenso, duro e severo, perché sono convinto che in ogni attività umana che si rispetti, se si vuole riuscire, è necessario temprare la propria volontà e capire che la scala da risalire è lunga e faticosa.

Se mi guardo indietro, sono tante ormai le cime, le pareti, le vette che ho salito; eppure anche oggi, se guardo innanzi a me, quante salite, quante montagne, quante pareti ancora mi aspettano! Alcuni anni fa certe salite mi facevano rabbrividire, pensavo che mai avrei potuto arrampicarmi su pareti di quel genere; mi parevano pazzesche. Poi l’allenamento e la maturità mi hanno portato a superare quelle stesse pareti e oggi altre imprese hanno per me un sapore di mito e di leggenda. Non so se le mie capacità e la fortuna mi permetteranno un giorno di cimentarmi con esse; ma voglio dire che se nella vita ci fosse tolta la possibilità di sognare e di ricordare, ci verrebbe tolta la facoltà stessa di vivere.

Così ho girato un po’ tutte le Alpi, dalle Marittime alle Dolomiti, ho visto montagne e valli meravigliose, posti davvero indimenticabili. Eppure ogni volta che risalgo la strada tortuosa della Val Grande di Lanzo, ogni volta che riconosco a uno a uno i massi, le cime, i colli e le borgate della mia valle, mi prende qualcosa dentro che è ben difficile da definire. Mi rivedo bambino scorrazzare felice tra i prati e i boschi di Breno, rivivo a una a una le gite e le passeggiate fra le pinete e i pascoli, con accanto l’entusiasmo infantile di mio padre per tutto ciò che è bello e pulito.

Poi il fanciullo, il bambino rimane incantato la prima volta che sale a un colle e scopre una selva di cime, di vette, di colli, mentre laggiù è l’ombra della sera, la valle con gli amici, gli affetti e la mamma che aspetta per la cena.

Ricordi di innumerevoli gite, di lunghe camminate su e giù per creste e valloni, alla scoperta del mistero, rappresentato da un colle, da una cima, da un ghiacciaio…

«Bastava un colle, una vetta, una costa. Che fosse un luogo solitario e che i tuoi occhi risalendolo si fermassero in cielo.

L’incredibile spicco delle cose nell’aria ancor’oggi tocca il cuore. Io per me credo che un albero, un sasso profilati nel cielo, fossero dèi fin dall’inizio (Cesare Pavese)».

Poi lo spirito dell’avventura prende il sopravvento, ed eccomi alla ricerca dei massi disseminati sul fondovalle, mentre, fra gli sguardi stupiti dei valligiani, mi arrabatto disperatamente con le scarpette da tennis per superare qualche breve passaggio. A nulla valgono i loro paterni ammonimenti; ma le grandi montagne, la roccia, le scalate sono ancora lontane, appartengono ancora alla fantasia.

Gian Piero Motti a Borgone (Valle di Susa). Foto: Vincenzo Pasquali
Gian Piero Motti, Borgone, foto: V. Pasquali

Superati tutti i passaggi dei massi del fondovalle, a volte con l’aiuto di una rustica fune per stendere il bucato o per avvolgere il fieno, cominciai a posare gli occhi sulle bastionate che si elevavano imponenti sui fianchi della valle. Ma era ancora troppo presto, non sapevo cosa fosse un chiodo, una corda, cosa fosse la tecnica più semplice di arrampicata. Salivo seguendo l’istinto, a volte commettendo anche imprudenze.

E ancora per parecchio tempo macinai chilometri e chilometri su e giù per sentieri, per ghiaioni e per nevai. Ma imparai a conoscere il vento, la neve, imparai ad amare la natura. E poi… e poi il lento e graduale tirocinio, prima la Scuola Gervasutti, a cui tanto devo, poi le mie prime esperienze da capocordata, le prime vittorie e i primi piccoli drammi.

Ricordo un giorno in cui, armati di una corda nuova fiammante e di alcuni chiodi, io e un carissimo amico, compagno di tante avventure, risalimmo il torrente che scende a destra del Bec di Mea fra Bonzo e Breno. Per noi rappresentava il grande problema; senza attrezzature e rischiando non poco con le nostre scarpette da tennis, eravamo giunti a un punto insuperabile, vincendo una liscia placca bagnata con un lancio di corda, effettuato su una sporgenza della roccia, con la cinghia dei pantaloni. Quel giorno avevamo la corda e i chiodi, ci sentivamo per lo meno dei Walter Bonatti. Passammo attraversando all’uscita una copiosa cascata con relativa doccia, e realizzammo uno dei nostri sogni più belli.

Poi a quindici anni io e a tredici o poco più il mio compagno, la prima vera salita: la cresta dell’Ometto all’Uja di Mondrone. Sulla cima, a cavallo tra le due valli, di fronte a centinaia di cime sconosciute, a tu per tu con quello spazio infinito, ci sentivamo i signori dell’universo. Quasi con commozione riconoscemmo le borgate della nostra valle, che alla mattina alle due avevamo lasciato per portarci con una marcia, che adesso giudico estenuante, alla base dell’Uja.

Oggi sono tornato nella valle, ho aperto con numerosi e fortissimi amici un gran numero di vie sulle bastionate e sui vari torrioni: vie dure, altamente tecniche, degne di ripetizioni. Sono lontani i tempi in cui ero il terrore delle madri dei miei amici, che cercavo di trascinare con me in qualche avventurosa scalata; sono lontani i passaggi sui massi con le scarpette da tennis, con uscite disperate “al limite volo”.

Rimpianti? Forse.

Eppure ancora oggi, in qualche caotico pomeriggio di ferragosto, lascio la confusione del fondovalle e mi inerpico su per il sentiero che fra il fitto bosco di castagni conduce alle baite del Bec di Mea. Ritrovo la fresca fontana, ritrovo il muretto di sassi, nulla è cambiato, ritrovo qualcosa di me stesso che cerco disperatamente di non lasciarmi sfuggire. Salgo sul roccione che domina tutta la valle e per un po’ mi guardo intorno.

Laggiù la grande e imponente testata… il pilastro… a uno a uno i colli, le cime, i gruppi di grange…

«Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera rupe, è troppo bello per pensarci ancora (Cesare Pavese)».

SolitudineBlancTacul-East_face_-_Routes

Ieri ho deciso di salire da solo il pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, proprio io che ho sempre condannato l’alpinismo solitario. Ieri ho portato mia madre quassù, le ho fatto vedere la nera e fitta pineta, le piccole grange al fondo del piano quasi schiacciato dal grande macigno; era un pomeriggio di luglio come pochi ne ho visti: vento leggero, distacco quasi irreale dei contorni, fantasia di colori… Mia madre ama la natura; ha vissuto gran parte della sua vita in campagna, conosce il bosco, il torrente, ama il silenzio e il cielo libero. Per un po’ me ne sono stato lì, senza dir nulla, ma dentro di me era una tempesta di sensazioni e di sentimenti. Così ho deciso: andrò da solo al pilier Gervasutti.

Come, perché, ma… non me lo chiedete, non lo so neanch’io, o forse – meglio – lo so, ma certo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno. Potrei tentare, avvicinarmi, ma finirei per recitare una parte che non è la mia.

Oggi son qui, l’alba è meravigliosa, la giornata si annuncia eccezionale: per chilometri e chilometri non una nuvola in cielo. Sopra di me quasi mille metri di parete, un formidabile pilone rossastro che spicca tra il caos di canali, pilastri, guglie dalle forme terribili e strane. L’ambiente, uno dei più belli delle Alpi, è forse unico nel suo genere; grandioso, a tratti infernale, ma mai tetro e opprimente. Predominano le linee geometriche dure e spezzate, è il trionfo del gotico.

Il primo chiodo mi indica la fessura di inizio. Non sto a esitare, subito mi libero del sacco e attacco la spaccatura leggermente strapiombante; come inizio non c’è male, ma più in alto le cose migliorano, la roccia si fa rossa, fantastica, ricca di appigli netti e taglienti. L’arrampicata è davvero ideale. Supero di slancio una lama staccata con entusiasmante arrampicata alla Dülfer, raggiungo un chiodo a sinistra, mi resta in mano, tanto meglio, guadagno tempo e non mi assicuro. La terza lunghezza di corda, un diedrino verticale assai liscio e maligno, mi impegna notevolmente: si rivelerà come uno dei passaggi più duri della via.

Ho salito tre dure lunghezze di corda, sono calmo e tranquillo. Il batticuore e il nervoso tremito alle gambe dei primi metri sono a poco a poco scomparsi, ora vivo quasi in un’altra dimensione, ragiono ad alta voce, a volte parlo con il sacco. Scatto qualche fotografia, recupero lo zaino e riparto. Questo tratto è piuttosto facile, rapidamente prendo quota con il sacco in spalla.

Ho la sensazione che più in alto ci sia qualcuno sul pilier; all’attacco ho trovato delle tracce, ora ogni tanto scende qualche slavinetta nel canale, qua e là trovo segni di passaggio; per ora non scorgo nessuno, ma sono sicuro che più in alto c’è qualcuno.

Un passaggio delicato mi porta sotto un caratteristico tetto; c’è un chiodo, vi aggancio un moschettone e passo la corda, che è legata doppia alla mia vita. A che cosa serve questa autoassicurazione? Praticamente a niente o quasi, ma moralmente è tutto. È un passaggio breve, ma duro e di forza; uno dei miei passaggi preferiti. All’uscita pianto un chiodo, mi calo di nuovo fin sotto il tetto, sgancio la corda e il moschettone, risalgo a braccia fino al mio chiodo, recupero il sacco, tolgo il chiodo e proseguo. Lavoro da facchini, c’è ben poco divertimento in tutto questo, ma il gusto della salita è un altro.

Raggiungo la punta estrema di un affilato spuntone; davanti a me uno spigolo molto avaro di appigli per circa cinque o sei metri: non è possibile assicurarmi, lascio il sacco nello stretto intaglio, la relazione tecnica dice «sesto grado per sei o sette metri».

Un primo tentativo va a vuoto, un secondo pure, poi al terzo mi concentro al massimo e supero il passaggio, bellissimo, con calma glaciale, quasi sghignazzando, raggiungo all’uscita un ottimo appiglio; pianto uno dei miei chiodi in una sottilissima fessura, attraverso a sinistra, il chiodo resterà a indicare il mio passaggio.

Sopra di me, una torre gialla alta quaranta metri, magnifica, veramente perfetta. Mi sciolgo dall’auto-assicurazione e lego il sacco al fondo della corda, poi parto e di slancio, senza fermarmi, supero in stato di euforia le splendide placche verticali della torre gialla. L’arrampicata a tratti è quasi estrema, ma sempre sicura, lineare ed essenziale, di una bellezza quasi incredibile.

Detesto l’arrampicata artificiale solitaria; nell’arrampicata libera sono io che comando, sono padrone dei miei gesti e delle mie azioni. Nella salita artificiale devo affidare tutta la mia vita a un pezzo di ferro cacciato in una fessura; non mi va proprio.

Il muro è parzialmente schiodato, lascio due dei miei chiodi e procedo sempre assicurandomi contemporaneamente a due chiodi. Il muro mi ha stancato, mi fermo a bere, fa caldo, non c’è un filo d’aria e il sole picchia inesorabilmente sul rosso protogino. Mi sento bene, mi verrebbe quasi voglia di ridere e di canticchiare; ma non so ancora quel che mi attende più in alto. Un lungo camino mi impegna seriamente, è uno dei tratti più duri del pilier; mi servono due chiodi, uno resta lì.

Mi porto a destra del filo e posso finalmente vedere il lunghissimo diagonale a nord; le condizioni sono pessime, il diagonale è ridotto a un ripidissimo pendio di ghiaccio, da cui affiorano alcuni spuntoni dall’aspetto assai instabile. Ecco, avevo ragione: circa cento metri sopra di me scorgo una cordata impegnata nel tratto finale del diagonale; mi ha visto, ci scambiamo cenni di saluto. Un altro muro in arrampicata artificiale, anche questo schiodato. L’uscita è ghiacciata, devo ripulire diversi appigli, poi metto una staffa su uno spuntone e passo abbastanza bene.

Il diagonale mi impegna a lungo, non so esattamente per quanto tempo; è la classica arrampicata mista, fatta di astuzia e di intuito, più che di forza e di potenza. Numerosi spuntoni mi servono egregiamente per l’autoassicurazione, infatti intorno ad essi lascio alcuni spezzoni di cordino. Al termine devo superare una fessura tutta tappezzata di ghiaccio, sembra molto difficile e così mi libero del sacco. È difficile, ma non come credevo; due chiodi in posto mi facilitano alquanto il passaggio e in breve sbuco su un’aerea forcella, al termine del pilone rosso.

La vetta mi appare ancora lontanissima, solo ora mi rendo conto della lunghezza effettiva della via; qui sarò sì e no a metà salita. Comincio a sentire la stanchezza, ma non devo assolutamente cedere; la gola si fa sempre più arsa, bevo un po’ d’acqua mentre osservo la cordata davanti a me impegnata nel diagonale della Torre Rossa. La Torre è in cattive condizioni e procedono molto lentamente.

Il Mont Blanc du Tacul e il suo imponente Pilier Gervasutti. Foto: Ferruccio Joechler
SolitudineBlancTacul-motti0002

 

Una breve corda doppia, molto delicata, mi porta alla base di un bruttissimo camino, percorso all’inizio da una copiosa colata di ghiaccio traslucido. Di attaccare sul fondo non se ne parla nemmeno; così, dopo aver legato il sacco al termine dei miei quaranta metri di corda, attacco sulla parete verticale a sinistra del camino. Un chiodo e una staffa mi permettono di entrare nella profonda spaccatura al di sopra della colata, poi con contorsioni e spinte proseguo fino al termine del lungo camino. Ora si tratta di recuperare il sacco. Dopo pochi metri si incastra e non vuol più saperne di venire su. Non devo assolutamente perdere la calma.

Mi slego, fisso la corda a uno spuntone e scendo a braccia fino al sacco; lo libero dalla strozzatura dove si era incastrato, lo poso su un terrazzino e risalgo a braccia per un tratto del camino; tiro su il sacco, ma questo dopo pochi metri si incastra di nuovo. Ridiscendo, lo libero di nuovo; sono veramente scocciato, risalgo a braccia fino al termine del camino e questa volta il sacco si lascia recuperare senza tante storie.

Davanti a me, il diagonale della Torre Rossa; la cordata che mi precede sta attraversando il canale di uscita per portarsi sulle rocce del pilastro terminale. Ci salutiamo ancora una volta. Mi prende un momento di debolezza, mi sento insicuro, fragile, il tratto che devo salire è in condizioni veramente pessime, un ripido pendio di ghiaccio vivo ricoperto da uno spesso strato di neve fradicia e inconsistente; solo a destra affiora qualche spuntone di roccia che potrebbe essermi utile per l’autoassicurazione. Eppure è l’ultimo tratto; devo farcela a tutti i costi, ma una strana paura e un’insicurezza indefinibile mi bloccano le gambe. Nella mia mente cominciano ad accavallarsi pensieri e considerazioni strane, affiorano dubbi, incertezze. No! Devo reagire, anche se sono stanco, anche se ho finito l’acqua e una disgustosa pappetta mi incrosta il palato; devo ritrovare la forza e l’euforia di questa mattina.

Mi impongo di non pensare più a nulla e inizio a salire; l’arrampicata è insidiosissima, la neve non ha alcuna consistenza. Preferisco tenermi sulle rocce, dove almeno posso assicurarmi; salgo a lungo, poi piazzo una corda doppia e attraversando alla corda guadagno un buon numero di metri. Ripeto la manovra più in alto, ma questa volta la corda non vuol lasciarsi recuperare; non importa: la taglio e ne perdo un buon terzo. Sono quasi giunto al punto in cui devo attraversare il canale per portarmi sulle facili rocce di sinistra; ma prima devo ancora sacrificare una decina di metri di corda: non ho più voglia di ritornare indietro per sganciarla dal punto dove si è incastrata; preferisco tagliarla, anche per guadagnare tempo. Mi restano sì e no quindici metri di corda, un cuneo e cinque o sei chiodi; questa mattina avevo quaranta metri di corda, dodici chiodi e due cunei.

Per attraversare il couloir calzo i ramponi, così mi sarà più facile e molto più sicuro. Il sole è tramontato dietro la vetta del Tacul, subito si alza una brezza freschissima che ha il potere di ridarmi, come per incanto, forza ed euforia. Rapidamente attraverso il canale e raggiungo le facili rocce del pilastro terminale; la vetta non deve essere molto lontana.

Mi siedo, mi tolgo i ramponi, trovo un rivoletto d’acqua dove posso dissetarmi a piacere, mi libero del sacco e per la prima volta in tutto il giorno posso finalmente guardarmi attorno. Mi prende una gioia incontenibile, mi vengono le lacrime agli occhi; non cerco nemmeno di frenare il pianto; sento di avere vinto, ma non è solo la vittoria che mi commuove, sarebbe troppo arido. Sono i mille pensieri che si rincorrono nella mia mente, rivedo il bosco e la pineta di ieri, penso a Marina che non sa nemmeno che sono qui, da solo, a rischiare la pelle per qualcosa che lei cerca di capire, ma che forse le è troppo lontano e non riesce a comprendere. Non le ho detto nulla: sono stato egoista? Ho fatto bene? Non lo so. Ma ora non importa, la vetta è lì, l’aria è fresca e pungente, ormai l’arrampicata rude e atletica del pilone rosso, la battaglia tutta occidentale, a corpo a corpo, della Torre Rossa, non sono che meravigliosi, indelebili ricordi.

L’ultimo tratto, una lama vertiginosa, un’esposizione fantastica e, quasi all’improvviso, mi trovo in vetta. Psichicamente sono distrutto, fisicamente quasi. Passo dopo passo, lentamente, senza fretta, mi abbasso sulle comode e profonde tracce della via normale; sul grande plateau abbandono anche l’ultimo spezzone di corda, ormai inutile. Poi, nella fresca e cristallina atmosfera della sera imminente, attraverso con calma il grande ghiacciaio e faticosamente risalgo al Colle dei Flambeaux.

È sera ormai, le montagne hanno assunto un aspetto tetro, severo, quasi ostile. A lungo guardo verso il Tacul e ripercorro metro dopo metro la lunga salita.

Mi sembra un sogno, proprio io ho vissuto questa giornata, mi chiedo ancora perché; mi chiedo se è vero tutto ciò che ho vissuto o se non fa parte di uno dei mille sogni della mia fantasia, di una delle tante illusioni della mia mente, così poco aderente alla realtà.

Sorrido pensando a tutto ciò che mi è accaduto, al “tiro” che ho giocato a quella grande montagna.

Domani mi chiederanno: come, perché? Molti non capiranno, altri vorranno sapere: come, perché?

Non so, non me lo chiedete, un’avventura, una meravigliosa, indimenticabile avventura alla ricerca di qualcosa che non tutti sanno e vogliono scoprire.

Posted on Lascia un commento

Il Canalone della Morte

Riceviamo da Luciano Ratto, [email protected], il primo alpinista a conquistare tutti i Quattromila delle Alpi e fondatore con Franco Bianco del Club 4000, un documento inerente gli incidenti mortali accaduti sul Grand Couloir du Goûter, sulla normale francese del Bianco, comprensivo delle possibili soluzioni.
Al fondo, come quasi di consueto, abbiamo aggiunto delle considerazioni. Una riflessione del tutto personale che forse si distacca dalla visione corrente.
Luciano Ratto. Archivio Ratto

CanaloneMorte-600px-luciano-ratto-fonte-wwwloscarpone.cai_.it_

 

Il Canalone della Morte
(La roulette russa sul Monte Bianco)
di Luciano Ratto (agosto 2015). Foto (salvo diversa menzione) della Fondation Petzl

1 – Lo scandalo del Goûter
Paura sul Monte Bianco: valanga sfiora 15 alpinisti nel canalone del Goûter: questo titolo, su La Stampa VdA del 21 agosto 2015, dà notizia dell’ultimo atto di una incredibile commedia che per poco non si è tramutata in tragedia, dopo una penosa altalena di ripetute aperture e chiusure del Refuge du Goûter a seconda delle condizioni del percorso di accesso, e di un discutibile intervento delle autorità francesi che ne hanno “vietato” (sic!) l’accesso.

E così, ancora e sempre, come ogni anno, il canalone del Goûter è comparso alla ribalta. Fino a quando? Fino a quando assisteremo a questo scandaloso spettacolo?

Sorprendente è la conclusione di questo articolo dal quale apprendiamo che il sindaco di Saint-Gervais, signor Jean-Marc Peillex, appena informato dell’accaduto, si è limitato a dire che la situazione è ora nella norma, perché fa abbastanza freddo… e pertanto il Refuge du Goûter rimane aperto e la via è percorribile!…”. Cose da non credere! Ma di quale “norma” parla questo sindaco? Per lui la “norma” è che in quel famigerato canalone si debba continuare inesorabilmente a rischiare la vita?

Solo nel 2014 abbiamo assistito alla folle impresa che ha sfiorato la tragedia di uno pseudo-alpinista americano che ha messo a repentaglio la vita di due suoi figli di 9 e 11 anni durante una salita del Monte Bianco per cercare di conseguire un discutibile record. E, ancora una volta, l’ineffabile sindaco di Saint-Gervais, Jean-Marc Peillex, non nuovo a esternazioni anche esagerate, si dichiarò indignato“, e  affermò che “qualcuno deve dire basta a queste assurdità”, facendo benissimo a denunciare quel padre incosciente e vanaglorioso, ma che avrebbe anche dovuto chiedersi se non si sentiva colpevole pure lui per la mancata soluzione di questo gravissimo problema che si trascina da troppi anni.

CanaloneMorte-600px-Mont_Blanc-Gouter_route-via-normale-francese-fonte-it_wikipediaorgQuesto episodio, al quale i media hanno dato molto risalto (http://www.alessandrogogna.com/2014/07/29/il-guinness-della-stupidita/), si è svolto nel corso della salita al Refuge du Goûter, base di partenza per raggiungere la vetta del Bianco. Questa via è considerata la più agevole dal versante francese e non presenta grandi difficoltà tecniche dal rifugio alla vetta, ma è pericolosissima nel tratto di salita al rifugio perché si deve attraversare un canalone nel quale cadono frequenti frane e slavine. Perciò tra le vie “normali” del Bianco questa è certamente la più rischiosa ma, purtroppo, la più frequentata.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
CanaloneMorte-03

Su questo canalone, in cui si è verificata la caduta dei due bambini, fortunatamente trattenuti dal corrimano fisso, molto si è scritto in passato; mette conto leggere su una pubblicazione intitolata Le insidie della montagna questa frase: nel canale del Goûter si concentra gran parte degli incidenti più gravi del Monte Bianco, e lo scritto così continua: circa la metà degli incidenti si verifica nei 100 metri dell’attraversamento del canale, ed un terzo sulla cresta, ecc.

L’attraversamento di questo canalone è un assurdo azzardo che si traduce in una vera e propria roulette russa: ecco perché la definizione di “canalone della morte” che gli è stata data.

 

2 – Il Grand Couloir del Goûter
Il Grand Couloir del Goûter, si trova sul versante settentrionale del Monte Bianco, lungo la cosiddetta via “normale” del Monte Bianco (che, a causa di questa situazione, tanto “normale” non è) che si sviluppa sul versante ovest dell’Aiguille du Goûter. Questa via che parte dal Refuge de la Tête Rousse per raggiungere il Refuge du Goûter e di lì il Bianco, è di gran lunga la più frequentata tra le quattro vie del Bianco (tre francesi ed una italiana) e perciò, ogni anno è percorsa da moltissimi alpinisti in salita ed in discesa.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
CanaloneMorte-05

Questo canale ha inizio dalla cresta dell’Aiguille du Goûter, è alto circa 800 m, e bisogna attraversarlo nel suo tratto inferiore su una lunghezza di 70 metri per raggiungere, sul versante sinistro orografico la cresta che conduce al rifugio.

Il problema di questo canale è che la roccia in cui si trova è marcia ed è coperta da pietre e massi instabili di dimensioni anche notevoli pronti a cadere, a volte messi in movimento involontariamente da altri alpinisti impegnati nella fasi di salita o di discesa, e, anche se la sua inclinazione non è accentuata (40/45°), le pietre, rotolando, coinvolgono porzioni sempre maggiori di roccia, provocando vere e proprie frane, causando molto spesso gravi incidenti ai malcapitati alpinisti che lo attraversano.

Per rendere un po’ più sicuro questo canalone, a inizio della stagione estiva, le guide alpine di Saint-Gervais posizionano un cavo teso tra le due sponde, che avrebbe lo scopo di offrire una assicurazione; troppo spesso però gli alpinisti non utilizzano questo mezzo di sicurezza, confidando nella buona sorte…

Assembramento prima della traversata
CanaloneMorte-04

 

3 – Criticità del Couloir del Goûter
La pericolosità di questo canalone fu segnalata fin dai primi salitori del Bianco lungo questa via, nel 1861, eppure, da oltre due secoli, in esso si verificano incidenti che solo da 25 anni (dal 1990) sono stati rilevati. Li si può evidenziare con le seguenti statistiche elaborate dalla Fondation Petzl in collaborazione con la Gendarmerie de Haute Montagne di Chamonix:

tra il 1990 e il 2011 sono stati registrati 291 alpinisti soccorsi in 254 incidenti, che hanno causato 74 morti e 180 feriti: 12 all’anno in media, di cui 4 morti e 8 feriti!

Nonostante le forti variazioni tra gli anni, il numero delle vittime è stabile sul lungo termine con un leggero aumento nell’ultimo decennio. E in tutti gli anni precedenti quante sono state le vittime? Qualcuno ne ha tenuto il tragico conto?

E’ questo un vero e proprio bollettino di guerra.

In quest’anno 2015, proprio mentre sto scrivendo questo documento, da giugno a fine agosto, i morti sono già cinque, per non parlare dei feriti, e la stagione alpinistica non è ancora terminata.

In nessuna località del mondo e in nessun gruppo alpino, compresi i territori degli 8000, si è mai verificato, non occasionalmente, ma sistematicamente, regolarmente, puntualmente ogni anno, una serie di incidenti con morti e feriti come in questi pochi metri di canalone. E ciò, sorprendentemente, sotto gli occhi di tutti, nella massima indifferenza delle autorità amministrative della regione, del mondo della montagna, dell’opinione pubblica e dei media. Ormai queste morti “non fanno più notizia” se non nella cronaca spicciola dei quotidiani locali e perciò sono considerate alla stregua di incidenti stradali di poco conto.

Il canalone in un periodo asciutto
CanaloneMorte-01

Senza esagerazioni, è questo uno scandalo che dovrebbe essere denunciato sul piano internazionale con grande evidenza perché non riguarda solo il mondo dell’alpinismo, e che si presta a severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose…

Di fronte a questi dati tragici e terrificanti si rimane allibiti e increduli:
– che la grande Francia, maestra di civiltà, che dispone di risorse e professionalità di alto profilo, sia finora rimasta inerte;
– che in tanti anni le autorità francesi comunali e regionali non siano state capaci di trovare che una soluzione molto precaria, con la posa di un cavo in corrispondenza dell’attraversamento del canale; è questo cavo che ha salvato i due bambini, ma non altri alpinisti;
– che l’opinione pubblica, formata soprattutto dai parenti delle vittime di questo scandalo, non abbia reagito in alcun modo;
– che nessuno (magari il Club Alpino Francese e gli altri club alpini europei ) abbia mai pensato a un’azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo, in appoggio ai familiari delle vittime nei confronti della Municipalità di Saint Gervais, della Prefettura della Regione Rhônes-Alpes, e del Governo francese.

 

4 – Osservazioni di alcuni esperti
Come detto, questo scandalo è noto da molti anni. Già i primi salitori, a metà ‘800, segnalarono la pericolosità della salita su questa via. In diversi libri-guida, monografie sul Bianco, articoli e riviste, si è ripetutamente segnalato il forte rischio; si legga al riguardo:

– nel libro Tutti i 4000: l’aria sottile dell’alta quota (Vivalda Editore), a pagina 50, queste parole: “… Riteniamo che questo sia il percorso più pericoloso e mortale di tutte le Alpi“;

Lucien Devies e Pierre Henry, autori della prestigiosa Guida Vallot dedicata a La chaine du Mont Blanc, vol 1°, del 1973, hanno espresso questo giudizio perentorio: “… C’est un des lieux le plus meurtriers des Alpes, trés frèquenté et abordé par des incompétents, il est facile mais dangereux et exposé. La traversée du couloir est raide et en même temps trés exposée aux chutes de pierres… Techniquement cette voie est facile, mais le danger est grand, meme avec les aménagements récents”. Non occorrono altre parole, salvo l’osservazione che non sono solo gli “incompetenti” a subire il bombardamento ma anche gli esperti, guide comprese.

– Mario Vannuccini, in I 4000 delle Alpi, ha scritto: “L’attraversamento del Gran Couloir è la parte più delicata dell’ascensione al Monte Bianco. Attenzione alle scariche di sassi, molto frequenti e pericolose in questo tratto! Conviene transitarvi il più velocemente possibile e uno alla volta”.

– Martin Moran, in The 4000m Peaks of the Alps, ha annotato: “… Esiste un serio, oggettivo pericolo di caduta massi nell’attraversare il Grand Couloir, dove si sono verificati innumerevoli incidenti”.

– Helmut Dumler e Willi Burkhardt, nel libro Il nuovo quattromila delle Alpi, del 1990, e nel successivo Il grande libro dei quattromila delle Alpi, del 1998, così hanno scritto: “… La massa degli alpinisti che salgono si fermano prima della traversata del couloir attrezzato con le corde. Qui, soprattutto nel pomeriggio, scricchiolano e si staccano le pietre. Sulla successiva costola gli alpinisti che salgono o scendono costituiscono un pericolo costante per gli altri. In alcuni giorni gli elicotteri del servizio di soccorso non si arrestano per un momento. CI SI CHIEDE PERCHE’ NON SIA ANCORA STATO CREATO UN PERCORSO ATTREZZATO SULLA COSTOLA ADIACENTE.

L’attraversamento del canalone
CanaloneMorte-08

 

5 – Scopo del presente documento
A questo punto ritengo necessario precisare che questo problema mi appassiona perché negli anni scorsi sono salito più volte sul Monte Bianco su percorsi diversi, ma, scendendo, ho sempre evitato la via del Goûter di cui conoscevo la pericolosità.

Senonché, in un’occasione in cui io e il mio compagno fummo sorpresi da una forte bufera, fu gioco forza scendere obtorto collo proprio lungo questa via; giunti in vista della famigerata traversata assistemmo, con il cuore in gola, a una tragedia: una enorme frana di grossi massi travolse in pieno un gruppo di tre alpinisti polacchi due dei quali se la cavarono seppur feriti gravemente, mentre il terzo fu investito in pieno e morì dissanguato perché gli era stata quasi strappata una gamba e i soccorsi, per le pessime condizioni meteo, non arrivarono in tempo.

Fu da quel giorno che decisi di battermi per cercare di contribuire, con i miei modesti mezzi, a porre rimedio a questa situazione assurda: scrissi numerose lettere e articoli di tono “forte” che essendo “politicamente scorrette”, perché tiravo in ballo le autorità francesi, pochi giornali e riviste presero in considerazione.

Quest’anno ho dedicato più tempo a documentarmi al riguardo e ho scoperto che a questo angosciante problema hanno dedicato studi seri e approfonditi due importanti istituzioni francesi fondate di recente:

– la Coordination Montagne (www.coordination-montagne.fr/), di Grenoble;
– la Fondation Petzl (www.fondation-petzl.org), di Criolles.

Fonte: Coordination Montagne
CanaloneMorte-06

La Coordination Montagne, fondata nel gennaio 2012, raggruppa molte associazioni ed enti che operano nel mondo della montagna, e indirizza la sua attività all’informazione e prevenzione. In tale ambito, nel 2012, in collaborazione con la Fonfazione Petzl, ha pubblicato, in dieci lingue, un utilissimo fascicolo tascabile intitolato La salita del Mont Blanc: un’impresa da alpinisti indirizzato a tutti i candidati al “tetto delle Alpi”: si tratta di un insieme di indicazioni su come prepararsi per affrontare questa salita, come attrezzarsi e informarsi, quali vie seguire, quali pericoli evitare e come agire in caso di incidenti; due intere pagine sono dedicate a come attraversare il canale del Goûter, a beneficio delle migliaia di alpinisti che lo affrontano ogni anno.

Nel mese di maggio 2014 l’Association Chamoniarde di Chamonix e la Coordination Montagne, con il sostegno della Fondation Petzl, hanno aperto il sito www.climbing-mont-blanc.com allo scopo di estendere la campagna di informazioni.

La Fondation Petzl, fondata nel 2006, ha lo scopo di “condividere il successo dell’azienda con l’ambiente con il quale interagisce, e a tal fine si impegna in una riflessione sull’accesso al Monte Bianco, una delle cime più belle e tra le più visitate al mondo il cui accesso impone uno studio su come renderlo più sicuro con una azione preventiva. E’ certo che il rischio zero non esiste in quanto il canalone del Goûter è solo un piccolo tratto del percorso per raggiungere la vetta del Bianco, ma ci si può proporre, con una maggiore informazione, almeno di assicurare una maggiore sicurezza agli alpinisti che lo frequentano”.

Di fronte alla cattiva immagine che questo canalone procura all’alpinismo in generale, la Fondation Petzl vuole perciò risvegliare le coscienze e avviare una riflessione approfondita su cosa si può fare al riguardo, lanciando un messaggio più chiaro sui pericoli che si corrono e offrire un contributo al miglioramento della sicurezza del canalone sulla via normale del Monte Bianco da Saint-Gervais.

Ricordiamo qui che le quattro vie classiche di accesso al Monte Bianco sono: la via di Saint-Gervais passando per il canalone del Goûter, la via dei Grands Mulets, la via dei Trois Mont Blanc da Chamonix, e la via italiana dal rifugio Gonella, denominata via del Papa.

Perciò, dato che le vie normali al Bianco sono frequentate ogni anno da un numero altissimo di persone, stimato in media tra i 35.000 e i 40.000, la Fondation Petzl, nel 2010, ha presentato ai professionisti della montagna delle proposte orientative.

Tutti si sono dichiarati d’accordo circa la necessità di trovare una soluzione per limitare il pericolo nell’attraversamento del canalone, senza pregiudicare il valore del sito e le intrinseche difficoltà del percorso facilitandone l’accesso, seguendo le direttive date dal Presidente della fondazione, Paul Petzl.

Nel corso di questa indispensabile concertazione, le guide alpine hanno presentato delle fotografie attestanti la presenza di massi di grande taglia (fino a 50 tonnellate) sulla sommità del canalone. Questa documentazione ha permesso di precisarne le traiettorie e la loro “energia di caduta”, ponendo in evidenza che una eventuale passerella aerea sospesa a 25 metri di altezza (come si era pensato di attuare) potrebbe essere colpita dal 3% di tali massi e pertanto si dovrebbe posizionarla a 35 metri, il che però sarebbe incompatibile con la preservazione del sito.

Il contributo della Fondation Petzl si è perciò orientato inizialmente verso lo studio di una galleria di diametro limitato (2 metri) percorribile a piedi e adattabile al terreno. Altre iniziative sono state considerate: ricerca di un itinerario alternativo più sicuro, miglioramento dell’informazione sul rischio di questa via, migliore conoscenza delle altre vie, ecc.

Questo famigerato canalone è da tempo riconosciuto come pericoloso, tanto che a volte è stato chiamato il “braccio della morte” per il conto altissimo che presenta agli alpinisti che vogliono raggiungere la cima del Bianco lungo questa via.
L’elevata esposizione ai crolli su questo passaggio lo rende particolarmente pericoloso in piena stagione estiva, perché viene travolto da frane frequenti, il che è stato confermato da due studi commissionati dalla Fondation Petzl denominati “accidentologia” e “caduta di massi”:

– “accidentologia”: la gendarmeria di alta montagna di Chamonix e la Fondation Petzl hanno studiato le operazioni di soccorso organizzate tra il 1990 e il 2011 al fine di meglio conoscere la realtà degli incidenti avvenuti nel percorso tra i due rifugi, le varie circostanze e le vittime. Si è accertato che la metà circa degli incidenti ha avuto luogo durante la sola traversata, che è stato definito un vero “punto nero” della salita al Bianco.

– “caduta di massi”: nell’estate del 2011, dal 20 giugno al 18 settembre, una società di ingegneria geotecnica, ha condotto uno studio statistico sulle frane per identificare i fattori che possono aggravare o ridurre il rischio. Durante questo periodo di osservazioni i tecnici hanno trascorso 42 giorni sul campo, e hanno fatto moltissime osservazioni sui 754 eventi provocati da “massi cadenti” allo scopo di:
– in primo luogo specificare il pericolo rappresentato dalle rocce e massi che cadono;
– in secondo luogo studiare i rischi associati in funzione dell’affollamento del sito;
– e infine individuare quali soluzioni potrebbero ridurre o eliminare il pericolo.

Impressionanti sono le molte fotografie e i filmati registrati proprio nel momento del verificarsi delle frane durante questa “campagna”.

Il versante dell’Aiguille du Goûter in un periodo di secca
CanaloneMorte-07

Inoltre sono state osservate 363 persone in situazioni difficili, vale a dire persone che erano nel canalone quando si è verificata una frana e che avrebbero potuto essere o sono state colpite dai massi. Con poche eccezioni, questo numero è direttamente correlato al numero di frane osservate. Si è verificato inoltre che:

le cadute di massi possono verificarsi in qualsiasi momento del giorno o della stagione, ma si sono osservate forti variazioni legate alle condizioni meteorologiche;

– i momenti più pericolosi sono nelle ore più soleggiate della giornata e della stagione, con temperature positive e aria secca (umidità <50%). Tali periodi generalmente corrispondono alle più alte presenze di alpinisti nel canalone.

In base alle rilevazioni effettuate nell’estate del 2011, il numero dei passaggi annuali in questo canale è stato stimato in media tra i 17.000 e i 17.500, di cui 7.300 – 7.500 in salita e 9.700 – 10.000 in discesa.

Estrapolando la percentuale media registrata durante il periodo di osservazione, si può stimare per l’intera stagione che circa un migliaio di persone abbiano dovuto affrontare massi in caduta nella traversata del canalone.

 

6 – Soluzioni possibili
Su come risolvere il difficile problema di mettere in sicurezza la salita al Refuge du Goûter sono state studiate molte misure, misure che però devono mirare a rendere il percorso più sicuro ma – come già detto – in nessun caso a renderlo più facile tecnicamente così da indurre in errore i candidati sul minor impegno fisico e mentale che richiede l’insieme della salita al Monte Bianco lungo questa via.

La priorità dovrebbe essere data alla informazione e alla prevenzione. Occorre perciò:

Sul piano della prevenzione:
– diffondere le informazioni già disponibili (bollettini meteo, guide turistiche, opuscoli informativi,ecc), indicazioni delle guide alpine, dei responsabili del soccorso, dei gestori dei rifugi;
– considerare un nuovo percorso più sicuro;
– predisporre dei ripari e rinforzare i cavi lungo la traversata.

Sul piano tecnico si sono esercitati in molti, compreso l’autore di questo documento, ad avanzare proposte. Ecco qualche possibile soluzione prospettata da diversi autori:
1 – “blindare” almeno la parte alta del canalone con versamento, tramite elicotteri, di centinaia di metri cubi di cemento a pronta presa che “saldino” le pietre sul terreno;
2 – montare barriere di protezione in ferro e/o cemento armato, su più punti del canalone; queste due prime soluzioni sono difficilmente realizzabili per il pericolo conseguente al dover operare “dentro” il canalone stesso. Inoltre sarebbero poco accettabili sul piano del rispetto ambientale;
3 – stendere un ponte tibetano sopra il canalone (1a ipotesi Petzl): praticabile, magari montandone due in parallelo onde evitare intasamenti tra cordate in salita e discesa; il costo è accettabile e il tempo di realizzazione è breve. La Petzl stessa però la valuta impraticabile perché si è calcolato che, per essere al di fuori della traiettoria dei massi e delle pietre più grandi, questa passerella aerea dovrebbe essere alta più di 35 m da terra, cosa impossibile da realizzare in quel sito;
4 – scavare una galleria sotto il passaggio chiave (2a ipotesi Petzl, su suggerimento delle guide di Saint-Gervais): si è pensato a un tubo in acciaio di due metri di diametro percorribile a piedi e adattato all’ambiente. E’ questo un progetto molto impegnativo, rischioso, molto costoso, con tempi lunghi di attuazione, ma che avrebbe il vantaggio di uno scarso impatto sull’ambiente. Su questa ipotesi di soluzione si è però scatenato un acceso dibattito sul web;
5 – attrezzare una via sulla costola destra orografica del canalone (1a ipotesi Ratto): era questa la proposta di Dumler e Burkhardt, citata anche nel presente documento, e che peraltro è suggerita come “variante 192” anche dalla Guida Vallot, a pagina 111: questa variante si presenta nel suo insieme, secondo la Vallot, della stessa difficoltà (PD) della solita via, ma è assolutamente sicura e porta sulla cresta Payot all’altezza dei Rochers Rouges da cui facilmente si raggiunge il Refuge du Goûter. Alpinisticamente – a mio avviso – parrebbe perfino più interessante dell’attuale. Questa nuova via potrebbe essere messa in sicurezza, su indicazione delle Guide Alpine di Saint-Gervais con impiego di imprese locali, con un’ottica – oserei dire – da “modello ferrata”, attrezzandola perciò con cavi, fittoni, corde, scale, protezioni varie. Ritengo che potrebbe essere realizzata in poco tempo (qualche mese di lavoro) e con spesa contenuta. Comunque tra tutte le soluzioni ipotizzabili sarebbe senza dubbio la meno costosa e la meno impattante sull’ambiente naturale. Inoltre importa osservare cha sarebbe in linea con i principi orientativi dettati da Paul Petzl, Presidente della Fondation Petzl;
6 – impiantare un’ovovia (2a ipotesi Ratto): con stazione di partenza alla Tête Rousse, e stazione di arrivo sulla cresta nei pressi del Refuge du Goûter. Inutile dire che questa soluzione sarebbe la più radicale e la più costosa come impianto e come manutenzione e richiederebbe alcuni anni per essere realizzata, ma non è scartabile a priori impugnando motivi di rispetto ambientale perché qualunque soluzione venga adottata sarà inevitabilmente sempre, in qualche misura, a scapito dell’ambiente.

CanaloneMorte-Traversata-del-Grand-Couloir-610x445

 

7 – Conclusione e piano operativo
A parte le considerazioni sopra esposte, ritengo che, vista l’importanza e la delicatezza dell’opera, sarebbe opportuno (a prescindere dalle soluzioni sopra finora ipotizzate) lanciare un bando di concorso, rivolto a studi di progettazione e a imprese di costruzione di tutta Europa, per vagliare la validità di quanto prospettato e per risolvere tecnicamente il problema della sicurezza eventualmente con nuove soluzioni sperimentate in situazioni analoghe.

Per i finanziamenti, vista l’internazionalità degli alpinisti che fruiranno di questa nuova sistemazione del percorso al Bianco, si potrebbe fare ricorso a fondi dell’Unione Europea.

A questo punto è opportuno sottolineare che obiettivo prioritario nella decisione di risolvere, una volta per tutte, questo annoso problema non è il costo della soluzione che sarà adottata ma la salvaguardia delle vite umane; è questo un imperativo categorico cui tutto deve essere subordinato: salvare una sola vita giustifica qualunque spesa che si debba sostenere e anche che si chiuda un occhio, una tantum, se, per motivi di necessità, si dovesse provocare qualche ferita all’ambiente.

Se un rimprovero si può, anzi si deve fare, agli amici francesi è quello di essere arrivati al terzo millennio senza aver ancora risolto un problema noto da almeno due secoli.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
CanaloneMorte-02

In occasione della costruzione del nuovo avveniristico, ipertecnologico Refuge du Goûter, peraltro costosissimo (7 milioni di euro?), con una modesta frazione di questo importo si sarebbe potuto mettere in sicurezza il percorso di salita e discesa al rifugio stesso.

Ora non si deve più perdere altro tempo: occorre chiedere alle autorità competenti (Sindaco e Prefetto) di procedere in questo modo:
– da subito porre delle barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi;
– provvedere a un accurato e approfondito primo “disgaggio” del percorso sulla destra orografica del vallone (variante 192 della Vallot), fin sulla Cresta Payot;
– attrezzare velocemente questa via e metterla in sicurezza con cavi, corde, scale, nicchie e ripari, e con adeguati segnavia;
– provvedere a dare comunicazione di queste decisioni a tutto il mondo alpinistico con adeguati mezzi informativi.

 

Considerazioni
di Alessandro Gogna
Il saggio di Luciano Ratto tocca punti di indiscutibile interesse. Accanto all’urgenza di ripensare la totalità della salita di questa via “normale”, si pongono questioni di ordine etico e libertario, oltre che ambientale. Con la consapevolezza che finora nessuno dei numerosi articoli apparsi sul web a questo proposito (il documento di Ratto è stato diffuso a fine settembre 2015) ha affrontato la questione in questi termini. Tutti si sono limitati a sollecitare le soluzioni, sgomenti di fronte alla gravità dei fatti.

Che il Canalone della Morte sia uno dei posti al mondo più soggetti a incidente è fuori discussione: ma la causa di ciò risiede soprattutto nell’altissimo tasso di frequenza, ultimamente aumentato vieppiù con la costruzione del nuovo Refuge du Goûter. La “normalità” che cita il sindaco di Saint-Gervaise fa riferimento al fatto che in quel periodo le temperature erano mediamente fredde, dunque la pericolosità del canalone non era ai livelli massimi. Il sindaco ha fatto un inopportuno ragionamento statistico, concludendo che la via può rimanere “aperta” quando il pericolo è, per dire, 50 e deve essere chiusa quando è 100. Tutto ciò è ridicolo, le condizioni sulla montagna variano di minuto in minuto. Divieti e permessi rischiano d’essere obsoleti in un battito di ciglia. E io rimango della mia opinione, per fortuna condivisa non da pochi, che non ci dovrebbero mai essere divieti, come pure non dovrebbero esserci mai i tanto ventilati e mai attuati “numeri chiusi”. Ripeteremo alla nausea che ciascun alpinista o pseudo-alpinista deve imparare ad assumersi la piena responsabilità delle sue azioni. E che, se al posto del divieto, ci fosse un avviso tipo la “bandiera rossa” delle spiagge, ci sarebbe di sicuro una maggior crescita di responsabilità, anche in individui stupidamente refrattari o poco esperti.

Mi rifiuto di pensare che le autorità amministrative della regione o l’opinione pubblica siano indifferenti, penso invece con forza che l’esitazione di esse sia più che altro dovuta alla sensazione d’impotenza che ha una qualunque amministrazione di fronte a fenomeni, come quello dell’alpinismo, che sfuggono a regolare qualificazione. Soggetti molto di più alla decisione dei singoli e molto di meno alle regole, anche quelle del buon senso. Non confondiamo l’indifferenza presupposta col “non fare notizia” con l’esitazione di fronte al dibattito che ciascuno vive dentro di sé. La tragedia del “non fare notizia” è comune a migliaia di altri fenomeni planetari: ma io ritengo che la notizia debba essere comunque data, non solo quando il padrone morde il suo cane, ma anche quando, più normalmente, il cane morde il suo padrone. Davvero sono responsabili i giornalisti e gli amministratori che, per motivi anche bassamente opportunistici, non danno il giusto rilievo alle tragedie del Canalone della Morte? O non è più giusto pensare sempre che l’alpinista, e solo lui, è il vero responsabile? Davvero è così moralmente obbligatorio “mettere in sicurezza” quel canalone snaturandolo quindi in modo radicale? Davvero pensiamo che sia più etico dare la possibilità di una salita più sicura a chiunque piuttosto che richiedergli una maggiore esperienza? Davvero pensiamo che la salita al Monte Bianco sia una cosa così importante?

Gli altri non hanno il diritto di impedire l’azione dell’alpinista, possono solo consigliarlo ed eventualmente soccorrerlo. E anche quando gli facilitano la strada con corde fisse o quant’altro cadono nell’errore di favorirgli la convinzione che in fin dei conti tutto sia stato messo in sicurezza.

Canalone della Morte-11215866_1655196381434301_9181705533189626171_n

 

La guida alpina Alberto Bianchi ha giustamente segnalato sul sito facebook dell’Osservatorio della Libertà in montagna (29 settembre 2015) l’esistenza di questo genere di cartellonistica di tempi ormai lontani, commentando: “Questo è un cartello per la sicurezza sul lavoro del tempo andato; oggi si predica l’esatto opposto! Sostituendo “la macchina” con “il terreno” l’avvertimento calzerebbe a pennello anche a chi vuole muoversi libero in montagna; ma anche in questo campo oggi si afferma la filosofia opposta“.

Per queste considerazioni rifuggo dalle invocate “severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose”. Come rifuggo da ogni tipo di “azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo”.

Divieti, responsabilità e certificazioni di sicurezza vanno a braccetto con l’aumento esponenziale delle cause legali, con l’intrusione sempre maggiore del diritto e delle assicurazioni in un mondo che vorremmo più “nostro”, più alpinistico.

Sono invece pienamente d’accordo nel condannare la scelta di ricostruire in modo avveniristico e spettacolare il Refuge du Goûter senza prendere neppure in considerazione i problemi che una maggiore frequenza di accesso ha portato e porterà, con l’inevitabile crescita del tasso di gravi incidenti. Non si è fatto nulla né per “mettere in sicurezza” né per dissuadere senza divieti. Il rifugio è stato costruito, ha comportato costi spaventosi e… lo show must go on!

Piano piano arrivo anche io a ciò che secondo me occorrerebbe fare in concreto.
Nessun divieto, nessun numero chiuso. Dimentichiamo soluzioni sciocche o improponibili come ovovia, ponte tibetano, tunnel sotterraneo. Dimentichiamo le “barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi“.

Si deve invece scoraggiare nel modo più incisivo possibile la frequentazione di quella via “normale”: con video, cartelli e agitando ogni possibile spettro di paura e di morte. Aumentando le tariffe del trenino, dell’accompagnamento guida e dei pernottamenti in rifugio. Sì alla revisione dei corrimano e degli ancoraggi, ma no al disgaggio (che per me è come mettersi a scopare il mare).

Infine, sì alla costruzione di una via ferrata che salga sullo sperone di sinistra, parallelo al canalone. Detto da me, contrario a ogni genere di via ferrata… Ma quando ci vuole ci vuole. E in ogni caso non parlare mai di “piena sicurezza” della variante.

Posted on Lascia un commento

Non è avventura se è una gara

Non è avventura se è una gara

Dalla realtà storica al reality
L’alpinismo è una delle attività più squisitamente romantiche che l’uomo abbia concepito: abbandonata la serena contemplazione propria del sentirsi una sola cosa con il creato, ecco nascere la contrapposizione dell’uomo alla natura, la volontà di vittoria sulle più grandi forze e sulle più immani manifestazioni del mondo selvaggio e verticale.

Negli anni ’30 questa complessa attività umana subì gli influssi del nazionalismo, le più grandi vittorie erano viste come successi della propria patria, la competizione cominciò a permeare in modo massiccio i tentativi al Nanga Parbat, i serrati attacchi alla Nord della Cima Grande di Lavaredo, la corsa alle Jorasses e all’Eiger. Si fecero largo le prime figure eroiche, uomini che venivano eretti a esempio della capacità di sfidare la natura proprio là dove questa mostrava di più i denti.

Nell’elenco delle conquiste nazionali osserviamo che la squadra aveva un’importanza basilare in quasi tutte le spedizioni. Questo approccio, quasi militare, era considerato vincente. Anche se c’erano eccezioni che urlavano la diversità dell’eroismo del singolo, da Hermann Buhl sul Nanga Parbat a Walter Bonatti sul K2. Ci fu l’esempio futuristico di Buhl, Kurt Diemberger, Markus Schmuck e Fritz Wintersteller che nel 1957 salirono il Broad Peak in stile alpino. Ma le spedizioni, nella quasi totalità, continuavano a essere mastodontiche: cito i Cinesi all’Everest, le spedizioni italiane al Gasherbrum IV, all’Everest (Monzino) e alla Sud del Lhotse, prima Norman Dyrenfurth e poi gli inglesi di Chris Bonington alla Sud-ovest dell’Everest, i francesi al pilastro ovest del Makalu, allo Jannu, alla Magic Line del K2.

Quest’ultima, del 1979, segnò un termine. Erano maturi i tempi dello stile alpino sulle montagne extraeuropee. Ma erano anche i tempi degli alpinisti sponsorizzati. L’attenzione della stampa, dopo gli eroismi di Walter Bonatti, Cesare Maestri e René Desmaison, si rivolse ad altri personaggi, se possibile più individualisti, che portarono ancora più avanti i limiti dell’estremo. Un compito davvero difficile, anche perché per farlo occorreva diminuire gradualmente il proprio margine di isolamento, fino all’exploit seguito in tempo reale.

https://media.giphy.com/media/xTiTnoE3SW9mBHcRLq/giphy.gif

Ma gli anni ’80 sono stati anche quelli dell’arrampicata sportiva, nata in contrapposizione ai grandi rischi dell’alpinismo. La visione sportiva, già presente negli anni ’30, dopo un lungo cammino di una cinquantina d’anni aveva fatto così tanta strada da pretendere una disciplina a se stante.

Oggi assistiamo allo svolgersi di tante specialità diverse, è diventato impossibile primeggiare in tutti i campi. L’individuo deve accettarlo e trovare la propria strada sviluppando comunque al meglio le proprie doti relative alle singole discipline. Così si scopre che Tommy Caldwell e Alex Honnold, campioni assoluti in varie discipline su roccia, si rivelano fenomeni anche in traversate patagoniche impensabili fino solo a pochi anni fa. Scopriamo che il fenomeno Hans-Joerg Auer, da acrobatico saltimbanco spericolato sul Pesce in Marmolada diventa uno dei migliori alpinisti da spedizione in stile alpino, vincendo anche un Piolet d’Or.

I concorrenti a Monte Bianco – sfida verticale: (da sinistra), Enzo Salvi, Filippo Facci, Dayane Mello, Stefano maniscalco, Arisa, Jane Alexander e Gianluca Zambrotta
NonAvventuraSeGara-600px-monte-bianco-concorrenti-fonte-wwwultimenotizieflashcom
Questa è, in poche righe, l’evoluzione dell’alpinismo. E, in questo quadro, si è voluto inserire un gioco televisivo che si richiamasse a tutte le suggestioni dell’alpinismo per poi tradirle una per una. E’ un reality, e lo hanno battezzato Monte Bianco – sfida verticale.

Ieri sera, 9 novembre 2015, c’è stata la prima di cinque puntate.

Un gioco, dunque qualcosa di diverso dall’alpinismo, sia come regole sia come filosofia di base.

Quando pensiamo al reality, ci vengono in mente alcune puntate, intraviste distrattamente, del Grande Fratello, LIsola dei Famosi, Pechino Express o altre ancora in cui abbiamo inciampato “zappando” con il telecomando.

La realtà non è uno sport, dunque è giusto e sacrosanto che un reality non usi regole sportive. Ma questo però è l’unico aggancio conservato con la realtà, perché il gioco vuole regole che non divertano i protagonisti bensì gli spettatori.

L’azzardo perciò è un artificio cui questo gioco ricorre spesso: è l’unico sistema che ha l’uomo comune per uscire dalla mediocrità di facebook se non è in cima ai suoi desideri il seguire la strada normale, cioè l’applicazione e l’esperienza di anni di fatiche, fatiche e ancora fatiche.

Anzi, nel reality applicato alla montagna, proprio chi ha dovuto affrontare anni e anni di spasmodici sforzi per avere un’esperienza e un titolo da guida alpina rischia di trovarsi in bilico tra l’ammirazione sconfinata e il ridicolo della situazione. Perché parlo di ridicolo? Perché è evidente a uno spettatore attento che la guida è costretta a giocare in un altro campo, proprio come il concorrente che da cantante, o da attore o da calciatore, si trova su terreno per nulla conosciuto. Anche la guida alpina quindi se la deve giocare, per continuare a essere credibile. E non tutti ci riescono sempre…

E’ un gioco. L’alpinismo resisterà anche a questo.

Caterina Balivo e Simone Moro
NonAvventuraSeGara-monte-bianco-1024x720
Self-control
Ho assistito alla prima puntata di Monte Bianco imponendomi d’essere oggettivamente aperto, senza prevenzioni, senza saccenti storcimenti di naso.

Non ho fatto miei alcuni giudizi che ho letto allorché giravano i primi trailer:

Il trailer… fa veramente cagare. Un danno all’immagine della Montagna come luogo di svago e avventura consapevole e alla gente comune che la pratica o che vuole avvicinarsi. TV SPAZZATURA! (Andrea Savonitto)”;

oppure: “Tecnicamente è stranamente accettabile (non deve averlo fatto un regista o montatore Rai…), ma devo dire che finora ero stato neutrale e superficiale, ma così… beh, una roba vomitevole. Passo dalla parte dei critici a dismisura e a questo punto la prima guida alpina che mi dice che è promozione della montagna le sputo in un occhio (Fabio Palma)”.

Mi sono imparato diligentemente i nomi dei concorrenti che, all’inizio definiti celebrities, sono promossi dall’entusiasta conduttrice Caterina Balivo Alpinisti; la prima fitta dolorifica alla mia sensibilità l’ho ricevuta sentendo affermare che Simone Moro è “il più forte alpinista del Mondo”. Odio queste battute, mi irritano. E’ ovvio che Moro sia nella assai ristretta cerchia dei migliori al mondo, ma per favore non andiamo oltre, neppure per scherzo. Si dirà: è una battuta. E’ vero, ma le battute, in questo genere di spettacoli, sono tutto. Infatti sono ciò che rimane.

L’esposizione poi delle regole delle varie giornate che costituivano la prima puntata mi ha richiesto ulteriore sforzo di accettazione.

La prova “vertigine” consisteva nell’essere calati dalla propria guida giù da una parete di una settantina di metri, con tratti nel vuoto. Il ridicolo di questa manovra, ineccepibilmente condotta dalle guide, era il famigerato tempo con il quale si misurava la velocità di esecuzione delle singole cordate. Ci vuole poco a capire che, al di là delle prime comprensibili esitazioni di chi sta per essere calato per la prima volta nell’abisso, la velocità della manovra era soprattutto determinata da quanto velocemente la guida lasciasse scorrere la corda. E in effetti la prova è stata vinta dalla cordata gialla. Anna Torretta calava il campione di karatè Stefano Maniscalco a una velocità tale che si vedeva a occhio nudo che si stavano aggiudicando la prova. Ma in realtà questo esercizio è servito solo a determinare, misurando il tempo in cui il concorrente si decideva a dare fiducia, la cordata più “lenta, quella verde della cantante Arisa con la guida Matteo Calcamuggi. Fiducia non si accorda con velocità, peccato questa abbia fagocitato nello spettacolo la descrizione dell’esperienza di fiducia, che di solito richiede i suoi tempi. Comunque la scena di Arisa che esita, piagnucola e si dimena sull’orlo dell’abisso, esitando a ordinare a Matteo di lasciarla scendere è una delle meglio riuscite. La paura è tale e quale quella che ho visto in centinaia di persone che ho calato per la prima volta: e Arisa ha il dono d’essere simpatica, come quando dice che lei “non si fida di nessuno” o come al risveglio in tenda (ore 6.00) quando fruga nel borsino alla ricerca del fard e mormora: “Metti che incontro lo stambecco della mia vita!”.

Dayane Mello
NonAvventuraSeGara-1442401472-1442400473-schermata-2015-09-16-09.02.59
Qualunque pretesa di oggettiva sportività è fugata dalla consegna pomeridiana di una gavetta alla cordata vincente: sapranno solo la mattina dopo la penalità che la cordata vincente leggerà aprendo la gavetta. Stefano Maniscalco il mattino dopo darà la penalità a chi vorrà lui. Lo vedremo molto imbarazzato, uno sportivo come lui, a consegnare una penalità per nulla sportiva al calciatore Gianluca Zambrotta. Per nulla imbarazzata, anzi molto sicura di sé, è la brasiliana Dayane Mello che ci delizia in prolungati lavaggi in mutandina nelle gelide acque del torrente della Val Ferret.

Lo spettacolo si dipana alternando brevi interviste e altrettanto brevi scenette con battuta. Sentiamo il giornalista Filippo Facci (cordata nera con Andrea Perrod) dire: “Non sono venuto qui a fare nodi… non me ne frega niente”. E infatti è l’ultimo di sette a realizzare il nodo a otto, una prova obbligatoria. Facci sembra molto sicuro di sé quando afferma: “Sono venuto qui per salire in cima al Monte Bianco: altro non mi interessa!”. Altri, nelle presentazioni, sono meno risoluti ma più intelligenti: per esempio, Jane Alexander afferma d’essere una persona un po’ insicura in certe cose, dunque quella è la sua motivazione, ritrovare sicurezza; oppure Enzo Salvi, che paragona il suo essere lì come a una curiosità per i mondi di Heidi che ti sorridono.

Quando Dayane (cordata viola con il semi-rasta Stefano De Giorgis) riesce a vincere la prova velocità su placca la sentiamo dire che “vincere sulla montagna è magico”. Ma con quella bocca può dire quello che vuole…

Le tre prove di scalata parallela che seguono evidenziano, a mio parere, che l’itinerario di destra era leggermente più facile di quello a sinistra: la prova è che i concorrenti vincenti sono tutti e tre a destra, mentre le musiche qui sono alzate di volume nel tentativo di creare suspense emotivo!

Ma ancora mi ostino a trovare parametri sportivi in qualcosa che ne è estraneo! Come quando i tre perdenti si ritrovano sulla prova boulder, anche questa cronometrata, ma su itinerari diversi!

Insomma, alla fine, a rischio eliminazione si ritrovano Arisa e Matteo. La brasiliana sentenzia che assieme a loro, il giorno dopo a contendersi il non essere eliminati, sarà la cordata blu, Enzo Salvi con Alberto Miele.

I quattro dovranno scalare la vetta delle Pyramides Calcaires, ci sono interviste a Salvi e Arisa. Quest’ultima dice, assai credibilmente, che se anche sarà eliminata, i ricordi di questi due giorni “se la batteranno” nella classifica delle prove della sua vita.

La cordata eliminata: Arisa (Rosalba Pippa) con Matteo Calcamuggi
NonAvventuraSeGara-382812-400-629-1-100-Monte-Bianco-Arisa-e-Matteo1
La presenza di Simone Moro, un misto di regista del gioco e sovrintendente tecnico, è basilare. Finalmente gli sentiamo dire: “In montagna non è che per forza dobbiamo andare a cronometro, l’abbiamo fatto qui per la classifica”. E meno male, cominciavo a temere che tutti, dopo questa puntata, fossero autorizzati a intenderlo così… Comunque nelle scene d’azione non ci sono smagliature tecniche, non si vedono gli orrori di altri filmati, cioè cose che non stanno né in cielo né in terra. A parte un caso. Sulle Pyramides Calcaires a un certo punto, e per un attimo, si vede Enzo Salvi muoversi barcollando perché ha i crampi alle gambe mentre la sua guida non lo sta assicurando in quanto sta scendendo un diedro per tornare da lui e massaggiarlo. E’ pur vero che la guida gli dice di non muoversi, ma è altrettanto vero che lo spettatore lo vede muoversi, e male. Un episodio che non doveva verificarsi, una scena diseducativa che doveva essere tagliata.

La parte più bella della puntata è comunque in queste scene della salita alle Pyramides Calcaires: Arisa sta salendo con Calcamuggi e fa fatica, tanta. Qui la ragazza esagera, tratta male la sua guida. Poi dice di saperlo di essere insopportabile, vuole dal suo compagno il suo vero essere: “Tu sei il continuo elogio di te stesso e del tuo lavoro… non posso farcela!”. Oppure: “Ma mandami affanculo… mandami a cagare… così so chi sei, so che sei vero!”.

Dopo qualche scena della loro breve discesa, assistiamo al ricongiungimento con il resto della squadra tramite uno smaccato trasporto in elicottero. E veniamo a sapere che Arisa e Matteo sono eliminati. Lacrimuccia finale.

Caterina Balivo
NonAvventuraSeGara-balivo-monte-bianco-2

Basta così
Insomma, di montagna poca. Avremo altre quattro puntate, dove di certo se ne vedrà un po’ di più. Ma le lascio a chi piace questo spettacolo, a chi vuole sapere chi vincerà. Vi prometto che il Gogna Blog non se ne occuperà più.

Monte Bianco si presenta come un innocuo gioco ma rischia di ridurre l’alpinismo a una goliardata senza motivazione, a un Amici miei senza la bravura di Ugo Tognazzi e soci e senza l’arte di Mario Monicelli. Come se la cultura fosse rappresentata dal nozionismo di Lascia o raddoppia o del Musichiere, come se la canzone davvero popolare fosse quella del Festival di Sanremo. Quando ci piaceva Carosello.

Non è alpinismo, non è avventura. Non è avventura se è una gara! Chiamiamola “spietata esperienza adrenalinica”.

E’ una falsa spinta a conoscere la natura della montagna quella di aggirarsi in elicottero per filmare la fuga di uno stambecco terrorizzato.

E infine: un gioco-spettacolo ha bisogno di finzione, lo si sa. Alfonso Cuarón non è andato nello spazio per filmare Gravity, come Brian De Palma non è andato su Marte con Mission to Mars. Allo stesso modo, chissà quali astuzie e tecniche vengono messe in opera allorché guardiamo altri reality, quello con i pasticceri per esempio. Sono tutti giochi. Un gourmet avrebbe parecchio da ridire. Figuriamoci un astronauta.

Non dimentichiamo però che se qualcuno si entusiasma per la pasticceria nel vedere quel reality, al massimo potrà cucinare dei dolci schifosi illudendosi che sia facile; non scordiamoci che nessuno di noi, pur emozionandosi alla vista di Gravity o Interstellar, non avrà mai occasione di andare nello spazio e di viaggiare nel tempo. Invece gli spettatori di Monte Bianco potrebbero galvanizzarsi a questo genere di sfida e alle scene “mozzafiato” (sempre questa parola!) che la montagna ci regala. E’ alla loro portata. I portatori sani di adrenalina potrebbero conoscere una rapida evoluzione a malattia. E non sono pronti, perché in montagna non hanno mai sudato, non hanno mai pensato a un obiettivo che non fosse il Monte Bianco o l’Everest, le montagne che t’insegnano a scuola. Lo scoprire poi ogni debolezza dei concorrenti, invece di portare a più miti consigli, potrebbe favorire la convinzione che noi… no, noi non abbiamo bisogno della guida. Quei fessacchiotti sì, noi no.

Caterina Balivo
NonAvventuraSeGara-caterina9

Posted on Lascia un commento

I confini del Monte Bianco

I confini del Monte Bianco

La recente inaugurazione della nuova Skyway, il faraonico complesso funiviario che collega Courmayeur-Entrèves con la punta Helbronner del Monte Bianco, ha fatto riemergere polemiche antiche sull’interpretazione politica e cartografica del confine di Stato Italia/Francia.

Laura e Giorgio Aliprandi da anni si battono per una giusta spartizione della vetta del Monte Bianco. Foto: Serafin/MountCity
ConfiniMonteBianco-Aliprandi-copia

 

Nel 1796, cioè all’armistizio di Cherasco dopo la prima campagna napoleonica in Italia, la Repubblica francese ai tempi del Direttorio e il Regno Sardo, retto da Vittorio Amedeo III, definirono i confini tra Piemonte e Francia. Per la prima volta, come ricordano i cartografi milanesi Laura e Giorgio Aliprandi, si stabilisce un confine «basato sul concetto strategico della “crête militaire”». Una linea di demarcazione militare che seguiva le parti «più avanzate dalla parte del Piemonte», come è scritto nel documento che sanciva la fine delle ostilità. Decisione che sarà ribadita lo stesso anno nel Trattato di Parigi, molto oneroso e umiliante per il Regno Sardo.

Quella linea di «cresta militare» scendeva sul versante oggi italiano con una sorta di orecchia, cento metri più in basso rispetto ai 4808,73 metri della vetta del Bianco (ultima misura ufficiale, settembre 2015). Anche in corrispondenza del Dome du Goûter era presente un’altra orecchia, come pure in corrispondenza del Colle del Gigante.

Le aree verdi sono le tre “orecchie” del trattato del 1796
ConfiniMonteBianco
Ma il confine in seguito è stato portato sullo spartiacque, quindi anche in vetta al Bianco, attraverso un altro trattato, quello di
Torino del 24 marzo 1860, che sancisce l’annessione della Savoia alla Francia. Fino ad allora il Monte Bianco, Piemonte, Valle d’Aosta e Savoia facevano parte dello stesso regno.

Più precisamente sui confini sono stilati una serie di atti bilaterali che trovano conclusione con il verbale di delimitazione del 26 settembre 1862.

Questo verbale del 1862 da parte francese è stato cancellato perché è sparito materialmente dai loro archivi, mentre nell’Archivio di Stato di Torino ne è invece conservata regolare copia. Esiste però un altro documento, che è anche negli archivi di Parigi, ma che non viene considerato dai francesi: la lettera che Napoleone III scrisse al conte Francesco Arese il 3 maggio del 1860. Il conte Arese aveva scritto all’imperatore dei francesi su incarico di Cavour che stava preparando il trattato di annessione della Savoia alla Francia. Erano trattative segrete. Nel documento del 1860 non si parla di Monte Bianco ma di catena delle Alpi e il termine strategico di «cresta militare» del 1796 non è più preso in considerazione. In quella lettera Napoleone III precisa che il «limite è quello amministrativo di oggi», cioè lo spartiacque come risulta da due cartografie del Regno Sardo del 1823 e del 1845.

In effetti dei confini stabiliti nel 1862 non v’è traccia su tutte le carte transalpine ufficiali posteriori. Perché nel 1865 i cartografi francesi unilateralmente decisono in modo diverso. Sempre i coniugi Aliprandi riportano di come «il capitano J.J. Mieulet dello Stato maggiore francese riportasse un’enclave in territorio italiano, la sommità del Bianco divenisse francese e il confine venisse spostato a sud». Gli atti catastali riportano questa cartografia del 1865, che resta in vigore anche oggi, tant’è che è seguita anche da Google Map.

I coniugi Aliprandi, pur non avendo trovato prove in documenti, ipotizzano che i confini furono «merce di scambio». Nel Trattato di Pace del 1947 non si parla di Monte Bianco. Gli Aliprandi: «Ci sarebbe stata questa intesa, l’Italia non avrebbe rivendicato la cima del Bianco e in cambio la Francia avrebbe acconsentito a guardare con occhio benevolo alcuni problemi confinari ratificati nel 1947».

L’enclave A/B subito a sud della vetta del Monte Bianco come tracciata dal maggiore Mieulet
ConfiniMonteBianco

Nella storia entra anche Papa Wojtyla e la sua intenzione di benedire l’Europa dal colle del Gigante in occasione dell’Angelus durante la visita ufficiale del 1986. Allora i rapporti fra i due versanti del Bianco erano improntati alla collaborazione, c’era ancora lo sci estivo e le piste erano in Francia, oltre il colle del Gigante. L’idea del Papa «sul confine», anzi oltre, consigliò una riunione ad Aosta cui, oltre al presidente regionale Augusto Rollandin, parteciparono anche il prefetto dell’Alta Savoia e il comandante della Gendarmerie.

Una frase infelice di una funzionaria regionale valdostana irrigidì i francesi. Prefetto e comandante dei gendarmi avevano ricordato come l’Angelus del Papa, Capo di Stato oltre che pontefice, si sarebbe svolto in territorio francese, quindi avrebbe dovuto provvedere la Francia. La frase «c’est une chose valdôtaine, c’est à nous de la faire», scatenò l’ira dei francesi. Non solo, ma la successiva richiesta di extraterritorialità avanzata per sostenere una logistica tutta valdostana finì per chiudere la questione. E l’Angelus del Papa, con la benedizione all’Europa, venne dirottato sulla vetta tutta italiana del Mont Chétif, con una preparazione piuttosto complessa per garantire la sicurezza di volo degli elicotteri. Fu allestita una piattaforma per poter consentire l’atterraggio. La questione confini fu sempre tenuta in grande considerazione anche per le successive visite di Giovanni Paolo II e le sue meditazioni sul ghiacciaio del Bianco.

Papa Giovanni Paolo II al Colle del Gigante
ConfiniMonteBianco-6005379-565-U10601182855997XiC-U10601196237488MiE-384x290@LaStampa-AOSTA-kx1F-U10601196237488MiE-700x394@LaStampa.it
Soltanto nel 1996, con le interrogazioni a Roma del deputato valdostano Luciano Caveri e all’europarlamento, l’Italia ha rivendicato il confine del 1862. Ma dopo un iniziale interesse, e dopo l’inutile assemblea europea (Nicolò Rinaldi) del 1999, le diplomazie si sono arenate.

Il caso riesplode in occasione dell’inaugurazione di Skyway. Matteo Renzi, di fronte a quattro tende piazzate al Colle del Gigante in occasione del reality che verrà girato in estate, esclama scherzando «Non abbiamo invaso la Francia». I francesi, poco inclini all’umorismo, ribattono subito che «Ici c’est a nous, c’est la France».

Proprio la difficile situazione del Mediterraneo, aggiunta all’invidia transalpina per la nuova funivia “gioiello” sul versante italiano, ha tenuto distante nel giorno dell’inaugurazione ufficiale tutte le autorità francesi, dal prefetto della Savoia fino al sindaco di Chamonix. Non c’era neppure un rappresentante della società funiviaria chamoniarda.

Nel 2014 i confini avavano dato grattacapi al colle del Piccolo San Bernardo, qualche chilometro dal Bianco: «I francesi con una ruspa – ricorda una guida – hanno spostato il cippo di confine di 150 metri. Come è ovvio che sia è subito tornato al suo posto». In fondo in quella landa dove sono passati eserciti e pellegrini fin da tempi remoti ci sono ancora oggi pascoli brucati da bestiame di allevatori italiani in territorio francese. Ma sui ghiacciai del Bianco la questione appare più spinosa. E seguendo una logica incomprensibile, se non per l’orgoglio di potersi assicurare l’intera vetta della montagna simbolo del continente, e in barba al trattato del 1862, i francesi continuano a ritenere loro qualche ettaro di troppo, abbandonando la naturale linea dello spartiacque.

La questione potrebbe essere risolta a livello politico e diplomatico. Della vicenda, con l’intervento della guardia di finanza di Entrèves, se ne stanno occupando il comando generale e l’IGM, l’Istituto geografico militare.

Il Colle del Gigante visto da punta Helbronner
ConfiniMonteBianco-6bc53be96277afe8c591b8fa00c1476a-1267-kibH-U106095600302y1-700x420@LaStampa.it
Dal punto di vista dei tecnici, sia i geografi militari francesi in via ufficiosa, sia i professori universitari che si sono occupati della questione sono d’accordo con i confini delineati dal trattato del 1862, quelli che seguono lo spartiacque e che quindi passano sulla vetta del Bianco e non cento metri verso sud. Proprio su quel trattato si sono addirittura basate le misurazioni di una specifica commissione italo-francese per segnare il confine all’interno del tunnel del Bianco.

L’insistenza dei francesi fin dall’inizio dell’estate 2015 sulla proprietà del ghiacciaio del Gigante, oltre a rilanciare il tema della supremazia sul massiccio, apre un problema pratico sulla gestione del territorio. Problemi di diritto, di responsabilità e di doveri di osservanza delle leggi. Nelle zone contese ci sono attività umane legate al turismo, la funivia del Monte Bianco e i rifugi.

Roberto Francesconi, amministratore delegato di Skyway, punta il dito su questioni più materiali: «Senza avvertirci hanno aumentato da 27 a 39 euro il costo del biglietto andata e ritorno da Punta Helbronner all’Aiguille du Midi, mentre l’hanno tenuto invariato per chi parte dalla Francia, cioè dall’Aiguille du Midi».

L’ultimo atto «di arroganza», sono sempre parole di Francesconi, è accaduto il 4 settembre 2015: due guide alpine inviate dal sindaco di Chamonix Eric Fournier hanno «morsettato» il cancello che dalla terrazza di punta Helbronner conduce al ghiacciaio del Gigante. Questo per impedire a tutti, sia agli alpinisti che ai turisti più sprovveduti in infradito, di accedere al ghiacciaio, proprio per il problema di responsabilità penali e civili qualora vi accadessero incidenti.

Fournier si dice «disinteressato a problemi di invidia commerciale o di confine».

E’ curioso che lo stesso sindaco di Chamonix abbia ammesso, parlando con il maresciallo della Finanza Delfino Viglione, di aver sbarrato l’accesso al ghiacciaio invadendo la proprietà italiana. Quest’ammissione spiega anche perché abbia mandato due guide per lo “sporco lavoro” e non i gendarmi, sicuramente più compromettenti da un punto di vista formale.

Fabrizia Derriard
ConfiniMonteBianco-Courmayeur.Sindaco.Fabrizia.Derriard-4-copia-2
Altro paradosso era che perfino gli stessi uomini del soccorso alpino e della Finanza dovessero scavalcare quella barriera di ferraglia al rientro dalle missioni di salvataggio. Il sindaco di Courmayeur, Fabrizia Derriard, ha parlato con Fournier: «Capisco la sua apprensione per eventuali responsabilità, ma questo è un atto senza senso. Gli ho chiesto di rimuovere i morsetti».

Il maresciallo Viglione ha scritto alla Procura di Aosta, oltre che al Comune di Courmayeur, al suo comando e all’Istituto geografico militare.

Augusto Rollandin, presidente della Regione autonoma Valle d’Aosta (sì, proprio lui, era presidente ANCHE nel 1986), chiede in una lettera inviata a Matteo Renzi un intervento del governo italiano:
La questione del confine di Stato sul Monte Bianco, che certamente ha risvolti di più alto livello e di natura internazionale, ha comunque ricadute immediate e conseguenze altrettanto importanti e impattanti in termini di certezza del diritto applicabile nella quotidianità: sia per le attività anche commerciali che si svolgono in quelle aree, quali la funivia Skyway Monte Bianco e l’adiacente rifugio Torino, sia per l’individuazione delle autorità competenti e delle eventuali responsabilità per situazioni inerenti a tale ambito territoriali”.

L’11 settembre 2015 qualcuno ha deciso di prendere a piccozzate e a spinte la barriera di ferro, ha divelto i morsetti, abbattuto cancelli, transenne, cartelli. Sfasciato tutto. Le funivie e il Comune di Courmayeur hanno ricostruito il cancello, con possibilità però di passare.

Fabio Volo al rifugio Torino
ConfiniMonteBianco-Volo-con-tricolore
Sabato 26 settembre 2015 la querelle sul confine tra Italia e Francia sul Monte Bianco sbarca su Raitre. A Che fuori tempo che fa, Fabio Fazio intervista i cartografi e studiosi milanesi Laura e Giorgio Aliprandi. In collegamento dal rifugio Torino c’è anche, in veste di inviato speciale notturno, Fabio Volo che però con la sua esibizione freddolosa non riesce a far sorridere nessuno. Insomma, si è parlato confusamente della vicenda, senza nascondere l’intento satireggiante della regia che evidentemente non poteva (e non doveva) prendere sul serio problemi di questo tipo.

Qualche giorno dopo sull’ingarbugliato argomento cerca di fare chiarezza il Consiglio direttivo nazionale di Mountain Wilderness con un comunicato che qui pubblichiamo nella sua integrità.

 

Che cosa si nasconde sotto quel polverone
di Mountain Wilderness

La discussione sui confini tra Italia e Francia, di cui ha molto confusamente trattato anche una recente puntata di “Che fuori tempo che fa”, spinge Mountain Wilderness Italia a esporre all’opinione pubblica interessata qualche essenziale chiarimento. Innanzitutto, e non a caso, l’argomento è stato sollevato in relazione ai possibili abusi perpetrati dall’ammodernamento faraonico della funivia che da Entrèves raggiunge la Punta Helbronner.

Tale vetta minore si trova, sì, nel massiccio del Monte Bianco, ma non ha niente in comune con la vetta vera e propria del Monte Bianco stesso, dalla quale dista circa dieci ore di scalata, con un dislivello di mille e quattrocento metri circa. Per comprendere di cosa si stia parlando bisogna tenere a mente questa precisazione essenziale.

La sensazione è che tutto questo polverone sia stato sollevato appositamente dalle autorità della valle d’Aosta per confondere le acque, evitando di farsi trovare con le dita sporche di marmellata. Se è vero che la Francia rivendica (a torto, su dubbie testimonianze storiche) la proprietà esclusiva della vetta massima del Monte Bianco e traccia – in quel punto limitato – i confini al di là dello spartiacque naturale, è altrettanto vero che detti confini passano, come è logico, proprio sullo spartiacque, lungo tutto il resto del massiccio, Colle del Gigante e punta Helbronner inclusi. E ciò con l’accordo dell’Italia, confermato nel dopoguerra.

ConfiniMonteBianco-OS5WDEPB1564-601-kS7G-U10601167231594BtG-700x394@LaStampa.it


Non si capisce con quale logica la Valle d’Aosta, azionista della funivia, possa rivendicare il criterio dello spartiacque per quel che riguarda la massima vetta, sostenendo contestualmente che al Colle del Gigante invece i confini – chissà perché – dovrebbero unire il Grand Flambeaux alle Aiguilles Marbrées, lungo un pendio glaciale che scende verso la valle di Chamonix.

Per chi non conosce la zona, si tratta di luoghi ben lontani dallo spartiacque. E’ evidente che tale forzatura viene avanzata, spudoratamente, solo per rivendicare la possibile appartenenza della punta Helbronner interamente all’Italia e cavarsi così dai pasticci.

Perché invece i “pasticci” ci sono, eccome! Senza aver ottenuto i necessari permessi dalla sola autorità che avrebbe avuto il diritto di concederli, vale a dire il Ministero dell’Ecologia, lo Sviluppo sostenibile e l’Energia (perché sul versante francese l’intero massiccio del Monte Bianco è un “site classé”, sottratto alla giurisdizione del comune di Chamonix), non solo la metà francese della vetta della Punta Helbronner è stata modificata radicalmente per ospitare una parte del nuovo, avveniristico e arrogante edificio, ma gli stessi pendii orientali francesi che sostengono in direzione sud la cresta spartiacque sono stati gravemente manomessi per creare una spianata, lunga quasi cento metri e un tempo del tutto inesistente.

Si tratta, per chi ha seguito gli ultimi sviluppi della vicenda, proprio di quella spianata abusiva, percorsa oggi in lungo e in largo da folle di turisti non attrezzati, il cui accesso il sindaco di Chamonix ha pensato bene di chiudere con un cancelletto, onde evitare di venire coinvolto negli effetti giuridici di qualche incidente.

Sull’intera vicenda Mountain Wilderness Italia ha inviato un esposto alle autorità francesi (Procura di Bonneville e Prefettura di Annecy) e ne attende una risposta. Va segnalato che l’irregolarità del procedimento era già stata denunciata più di un anno fa alla Procura di Aosta, ma senza esito.
Il Consiglio direttivo nazionale di Mountain Wilderness Italia
Ultim’ora
Ai primi di ottobre 2015 a Roma vi è l’interrogazione parlamentare dei senatori Aldo Di Biagio e Alberto Lanièce, per l’individuazione di un oggetto istituzionale per arbitrare la querelle del confine fra Italia e Francia sul Monte Bianco. La loro proposta riguardava, in particolare, una gestione diplomatica tra Italia e Francia per avviare una gestione super partes della questione.

Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, nella persona del sottosegretario Benedetto Della Vedova, ha recepito le loro istanze il 22 ottobre 2015. “Il Governo italiano è pronto ad intervenire di fronte ad ulteriori episodi di messa in discussione dei confini italo-francesi sul Monte Bianco… Il tracciato del confine fra Francia e Italia nell’area del Monte Bianco è definito dal Trattato fra Regno di Sardegna e Impero francese relativo alla cessione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia e dalla convenzione di delimitazione tra Sardegna e Francia in esecuzione del trattato del 1860, basato sul criterio dello spartiacque”.

Per maggiori dettagli sull’annosa questione dei confini del Monte Bianco vedi anche:
https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_frontiera_sul_Monte_Bianco

Posted on Lascia un commento

La nuova funivia del Monte Bianco

La nuova funivia del Monte Bianco
a cura di Mountain Wilderness Italia

In occasione dell’odierno ventisettesimo anniversario della famosa manifestazione di Mountain Wilderness per lo smantellamento del tratto funiviario sulla Vallée Blanche del Monte Bianco, pubblichiamo un aggiornamento della vicenda.

Abbiamo sempre saputo che eliminare il collegamento Punta Helbronner-Aiguille du Midi era ed è pura utopia. Ventisette anni fa era però d’obbligo cominciare a dire “basta” nel modo più forte possibile. Al contrario, la funivia che da La Palud sale al Colle del Gigante fa parte ormai della storia e nessuno si sogna di ventilarne lo smantellamento. Non si può tuttavia tacere che, ove per avventura essa non fosse stata mai costruita e se ne volesse proporre oggi la realizzazione, l’opposizione sarebbe totale, drastica e universale. Si tratterebbe insomma di un autentico scandalo, a livello mondiale. La presenza in alta quota dell’impianto, così come lo conosciamo, e delle squallide strutture in cemento armato che lo rendono fruibile, rappresentano infatti, al di là di ogni dubbio, una grave “vulnus” all’integrità di un ambiente naturale non solo di straordinaria bellezza panoramica, ma anche carico di eccezionali significati culturali, legati alla storia dell’alpinismo.

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988
Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988

Pur non essendo del tutto convinti della necessità di ammodernare radicalmente l’impianto attuale, non ci saremmo opposti al progetto, purché esso non prevedesse una ulteriore aggressione ambientale, ma si proponesse solo come cauta razionalizzazione dell’esistente, orientata soprattutto verso i problemi della sicurezza.

Invece assumere come modello da raggiungere e superare, in termini di portata oraria e di offerte collaterali, l’impianto che a suo tempo ha profanato irreversibilmente l’Aiguille du Midi, sul versante francese, è stato insensato non solo per quei motivi culturali ed etici di cui oggi le amministrazioni pubbliche e gli imprenditori privati credono impunemente di potersi fare gioco, ma anche per evidenti calcoli di previsione economica. Courmayeur non è e non diventerà mai una seconda Chamonix. Qualunque rincorsa in una simile direzione sarebbe destinata al fallimento e provocherebbe una ulteriore devastante degradazione ambientale, senza valide contropartite economiche nel medio e lungo periodo. I rispettivi bacini d’utenza turistica, attuali e potenziali, sono e resteranno sempre numericamente molto diversi.

Per una serie di ragioni che la stessa società proprietaria delle Funivie del Monte Bianco ha messo in rilievo, l’affluenza del pubblico sugli impianti era dimezzata nello spazio di dodici anni. Nel 1991 vennero registrati 150.000 passaggi, nel 2002 solo 70.000. Questa emorragia pare sia dovuta principalmente alla benemerita decisione delle autorità francesi di vietare per sempre la pratica dello sci estivo sulla superficie del ghiacciaio del Gigante e alla dimostrata pericolosità della pista di sci invernale che scende dalla stazione intermedia del Pavillon. Chi conosce il Monte Bianco sa bene che la nuova offerta, per quanto rutilante, non eliminerà tali ragioni di disaffezione. Di conseguenza portare la capacità di carico dell’impianto da 250 a 800 passeggeri l’ora rappresenta una decisione non solo gravida di danni ambientali ma anche fondata su un assunto improbabile. E’ forte il rischio che la realizzazione dell’opera porti denari solo nelle tasche dei progettisti e di chi li protegge e finanzia, forse non del tutto disinteressatamente. Trascorso un primo momento di curiosità, solo una frazione delle folle ottimisticamente previste continuerà a sobbarcarsi la non indifferente spesa del biglietto, per andare a tremare di freddo di fronte al versante della Brenva, al quale dedicherà comunque tutt’al più qualche rapida occhiata, per poi rintanarsi nei bar, nei ristoranti, nelle sale da gioco, all’interno della nuova, amplissima e avveniristica stazione d’arrivo, sulla Punta Helbronner. Giova segnalare, tra l’altro, che la stessa Punta Helbronner rientra totalmente nell’elenco dei SIC (Siti di Interesse Comunitario dell’Europa, n° IT 1204010). Come i progettisti hanno aggirato i divieti connessi con tale qualifica?

NuovaFuniviaMonteBianco-2015-05-26-10

Particolarmente inquietante è stato l’abbattimento delle discrete strutture d’accoglienza del Pavillon, sulle quali ancora aleggiava una simpatica atmosfera ottocentesca, per sostituirle con un gigantesco complesso, fornito addirittura di auditorium e sala cinematografica. Cosa ha a che fare tutto ciò con lo spirito della montagna? Vale la pena ricordare a questo proposito che la conclamata giustificazione dei costruttori di impianti a fune, ovunque sulle Alpi, è sempre stata quella di portare la montagna e le sue incontaminate bellezze alla portata anche di chi non se la sente di salire verso le vette con i propri piedi. Noi abbiamo sempre considerato tali affermazioni strumentali e mistificatorie. La nuova realizzazione è, purtroppo, la dimostrazione lampante che avevamo ragione. Qui la montagna non c’entra. Non c’entrano i suoi valori , la sua vocazione e il suo richiamo. La logica è unicamente quella del profitto immediato, a tutti i costi. Immediato: perché nell’arco di qualche anno questa ingiustificata aggressione lascerà in eredità alle comunità della valle soltanto alcune sinistre “cattedrali nel deserto”, sovradimensionate ed economicamente ingestibili. Allora però sarà troppo tardi per tornare indietro.

Aveva perfettamente ragione l’associazione Pro Mont Blanc quando, descrivendo i rischi e la miopia del progetto attualmente realizzato, sosteneva che Courmayeur si trovava davanti a un bivio gravido di conseguenze. Doveva scegliere tra le lusinghe, quasi certamente menzognere, di un turismo di massa “mordi e fuggi”, e il coraggio lungimirante di ritagliarsi una specificità d’elite, che ne facesse, ancora più di quanto già lo fosse, una località turistica appetibile perché unica; ricercata da un pubblico qualificato e sempre più motivato. La comunità di Courmayeur stava già pagando sulla propria pelle l’errore di aver concesso la costruzione, sul suo territorio, dell’autostrada. E questo è il definitivo colpo di grazia.

Questi i fatti. Ma al di là dei fatti è la proposta “culturale” che tali fatti sottintendono e promuovono a rendere perplessi. Tutta l’operazione rispecchia un atteggiamento nei confronti dell’integrità dell’alta montagna arrogante e banalizzante, in una prospettiva di sfruttamento ludico-consumistico di bassissimo conio, al di là delle trovate architettoniche. Le Alpi sono ancora in gran parte un “continente” d’alta quota libero dalle cicatrici infette prodotte dagli interessi aggressivi delle forze economiche che continuano a orientare i bisogni e le aspirazioni delle comunità locali, ottenendone spesso il consenso. Luoghi privilegiati ma sempre più fragili in cui chi davvero lo voglia può ancora sperimentare un incontro con la natura autentico e non condizionato. In tale prospettiva il massiccio del Monte Bianco dovrebbe porsi e essere difeso come il centro di eccellenza di questo “continente” e del suo fondamentale ruolo etico e culturale; vediamo invece che proprio lassù si concentrano oggi i più dannosi progetti di sfruttamento. Il silenzio grandioso dei ghiacciai umiliato dal continuo sfarfallare di elicotteri e aerei turistici, l’edificazione di rifugi sempre più invadenti e simili ad alberghi, le vette trasformate in terrazze panoramiche con pavimenti di vetro per sperimentare senza pericolo il brivido del vuoto: tutto conduce verso la riduzione dell’esperienza possibile in direzione di uno svago da luna park. Gli spazi per i quali questa deriva consumistica possa restare un caso isolato di incultura e non le sia permesso di estendere il contagio, si sono ormai estremamente ridotti.

Ma, tanto per non farci accusare di essere eccessivamente di parte, ecco qui di seguito come i nuovi impianti vengono pubblicizzati (da http://www.courmayeurmontblanc.it/it/sul-monte-bianco-in-funivia). E ne approfittiamo per fornire al lettore anche maggiori dettagli:

L’ottava meraviglia del mondo, un viaggio emozionante tra panorami mozzafiato!
A Courmayeur Mont Blanc vivi un’emozione unica a due passi dal cielo. Con il nuovo impianto Skyway Monte Bianco puoi raggiungere i 3466 m di Punta Helbronner e trovarti al cospetto del Monte Bianco e dei 4000 d’Europa, in soli 10 minuti.

Toccare il cielo con un dito? A Courmayeur è possibile. Raggiungi Pontal d’Entrèves per cominciare la più emozionante escursione sul Tetto d’Europa, grazie al nuovo impianto Skyway Monte Bianco.

Oltre duemila metri di dislivello in 10 minuti per ritrovarsi nel cuore del Massiccio del Monte Bianco, sulla magnifica terrazza circolare di Punta Helbronner da cui si può godere di una vista a 360° su tutto l’arco alpino: dalla cima del Bianco, che con i suoi 4810 metri di altezza domina l’orizzonte, al Dente del Gigante, lo sguardo si perde tra seracchi e torri granitiche dalle sfumature pastello. All’orizzonte i celebri “4000” d’Europa: il Cervino, il Monte Rosa, la Grivola, il Gran Paradiso.

D’estate e d’inverno con le Skyway Monte Bianco non ti annoi mai!
Se sei alla ricerca di pendii mozzafiato e discese in neve fresca puoi provare i favolosi itinerari fuoripista che dall’arrivo della funivia, in pochi minuti di cammino, portano verso Courmayeur e Chamonix. Dalla mitica Vallée Blanche, un suggestivo itinerario di circa 20 km sul versante francese, che si snoda lungo l’imponente lingua di ghiaccio della Mer de Glace, al ghiacciaio del Toula, fuoripista tutto italiano, il divertimento è assicurato. Se sei “slow”, ti segnaliamo il campo ciaspole del Pavillon du Mont Fréty a 2173 m (1a stazione Skyway Monte Bianco), nato dalla collaborazione con la ditta Ferrino.

La passeggiata lungo il “Sentiero dei Giganti”. Un suggestivo percorso panoramico estivo che unisce il rifugio Torino Vecchio (3375 m) al rifugio Torino Nuovo, con la sua meravigliosa terrazza sul Bianco, raggiungibile con un ascensore da Punta Helbronner.

L’escursione in Funivia sul Tetto d’Europa inizia a Pontal d’Entrèves 1300 m, frazione di Courmayeur. In quattro minuti gli impianti di risalita portano alla prima stazione, il Pavillon du Mont Fréty, a 2173 metri di altezza. Qui c’è l’Oasi Naturalistica che ospita il giardino alpino Saussurea, il più alto d’Europa, oltre che un’ampia terrazza solarium e un’attrezzata rete di sentieri che consente di passeggiare fino ai ghiacciai, mentre all’esterno, i visitatori possono visitare il giardino botanico, vari percorsi di avvicinamento alla natura e il solarium, mentre all’interno si trovano due ristoranti, un bar, una sala convegni/eventi/cinema da 150 posti, un piccolo shopping center e una cantina di vinificazione

Goditi il relax e la buona cucina in quota
Il ristorante bar Bellevue 2173 m con due sale rispettivamente da 100 e 50 posti, direttamente affacciato sulla Val Veny e sul fantastico panorama del Monte Bianco, offre piatti che ripercorrono la tradizione valdostana dove non possono mancare la polenta e la selvaggina, unitamente alla grande cucina internazionale.

Skyway Monte Bianco
Le Funivie Monte Bianco, nate a metà nel XX secolo (1940, NdR) dal sogno visionario del conte Secondino Lora Totino, si sono trasformate in una meraviglia tecnologica, un’opera ingegneristica di rilevanza mondiale, capace di offrire un’esperienza di viaggio memorabile: Skyway Monte Bianco.

Skyway Monte Bianco non è più un semplice mezzo di trasporto, ma veicola emozioni da vivere in una dimensione eccezionale, sospesi in equilibrio tra terra e cielo. Le trasparenze delle cabine che salgono silenziose, il design delle stazioni in vetro e acciaio, le installazioni multimediali sorprendono i visitatori e li accompagnano dolcemente e in sicurezza alla scoperta del Tetto d’Europa. Seppur notevoli, le dimensioni dell’opera non rubano mai la scena all’unica vera protagonista, la montagna: il contatto con la natura –vegetazione di montagna, neve, pietra, vento – restituisce la freschezza di un’esperienza sensoriale autentica ed emotivamente coinvolgente. Il turista, non più spettatore, si sente parte del mondo che osserva.
Skyway Monte Bianco è l’immagine di un’impresa tecnologica e ingegneristica incredibile, inedita, avvenuta nel massimo rispetto di un ambiente unico, un patrimonio dal valorizzare e tutelare per le prossime generazioni: il Monte Bianco, autentico cuore e motore di questa avventura.

Definite l’Ottava Meraviglia del Mondo, le Funivie sono la storica porta d’accesso per alcuni tra i tesori più inestimabili del Bianco. La terrazza circolare, in cima a Punta Helbronner 3466 m, dove restare senza fiato per la bellezza del panorama è inevitabile, è il punto più vicino alla vetta del Monte Bianco raggiungibile con mezzi di trasporto nonché partenza per numerosi percorsi alpinistici. Per gli amanti del freeride da qui partono alcuni tra i più bei fuoripista delle Alpi: quello del ghiacciaio del Toula, del Marbrées, i 24 km della Vallée Blanche che conducono fino a Chamonix, nonché il maestoso ghiacciaio della Brenva e la zona dell’Aiguille d’Entrèves. In estate si accede al giardino botanico alpino Saussurea.

NuovaFuniviaMonteBianco-Stazione-arrivo-Skyway

Le stazioni
Le tre stazioni: Pontal d’Entrèves 1300 m, Pavillon du Mont Fréty 2200 m e Punta Helbronner 3466 m, sono collegate da due tronchi di funivia; si tratta di spazi protetti costruiti in vetro e acciaio, che in tutti e tre i casi si armonizzano con l’ambiente circostante. La nuova stazione di partenza di Pontal d’Entrèves, che sostituisce quella storica di La Palud, è una struttura imponente, dall’aspetto aerodinamico, dotata di ampi parcheggi in parte interrati e in parte scoperti, che possono ospitare fino a 350 automobili e una decina di autobus. All’interno si trovano uffici informazione, bar, infermeria e biglietterie, oltre ai locali tecnici che custodiscono i potenti motori che azionano le cabine.

La stazione intermedia, del Pavillon du Mont Fréty, offre un contesto panoramico sui versanti contrapposti della Val Veny e della Val Ferret, valorizzato dalle grandi superfici vetrate degli edifici. All’esterno i visitatori possono visitare il giardino botanico, vari percorsi di avvicinamento alla natura e il solarium, mentre all’interno si trovano due ristoranti, un bar, una sala convegni/eventi/cinema da 150 posti, un piccolo shopping center e una cantina di vinificazione. La vecchia stazione sarà ristrutturata e trasformata in un’area museale.

L’ultima stazione è quella di Punta Helbronner, che, riproducendo la forma di un cristallo, si sviluppa principalmente in senso verticale e con terrazze a sbalzo. Qui si trova l’attrazione principale dell’impianto: la terrazza panoramica circolare di 14 metri di diametro che regala la straordinaria vista a 360 gradi su buona parte dei 4000 delle Alpi Occidentali: il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Paradiso e il Grand Combin. All’interno, la sede della mostra dei cristalli, un ristorante self service, un bar, punti di informazione multimediali. I tanti schermi multimediali posti in tutte le stazioni, consentono al turista di apprendere, comprendere e conoscere la storia del luogo nel quale ci si trova. Anche in caso di maltempo non sarà stato un viaggio “a vuoto” ma una visita ricca di soddisfazioni e indimenticabile dove il respiro “dell’aria sottile” non sarà l’unico ricordo.

Le cabine
Le cabine, dalle linee sobrie e chiare, sono di forma semisferica, senza angoli né bordi: delle strutture ariose, leggere e estremamente sicure, in grado di evitare vibrazioni e rumori. Dotate di una maggiore capacità di carico (80 persone rispetto alle attuali 20), ruotano a 360 gradi lungo tutta la tratta, per offrire ai presenti una vista completa sulle vette circostanti grazie alle generose vetrature. Uno speciale sistema di riscaldamento evita che si formi condensa, mentre dei sensori e pannelli posti sotto il pavimento impediscono la formazione di ghiaccio. A bordo i visitatori trovano illuminazione a basso consumo con i led e impianti multimediali come tv, schermi per la proiezione di filmati e informazioni sul meteo, piste e rischio valanghe, orari e manifestazioni. Una telecamera posta sul pavimento trasmette invece le immagini del panorama sottostante. Particolari strumenti bloccano oscillazioni e rendono incredibilmente fluido il movimento delle cabine, adattandosi alla distribuzione e al peso del carico.

Carta d’identità di Sky Way Monte Bianco: i numeri
Dislivello complessivo: circa 2200 metri.
Stazione di partenza: 1300 m
Stazione Punta Helbronner: 3462 m
Quota terrazza panoramica dei Ghiacciai a Punta Helbronner: 3466 m
Tempi di salita: Pontal d’Entrèves – Pavillon du Mont Fréty: circa 4 minuti; Pavillon du Mont Fréty – Punta Helbronner: circa 5 minuti
Portata oraria: 800 persone primo tronco, 600 persone secondo tronco

Altre info www.montebianco.com

Posted on Lascia un commento

Ci mancava il reality

Ci mancava il reality

Il 27 giugno 2015, Fabio Zampetti, direttore di Mountlive.com, elenca nel suo editoriale la purtroppo vera serie di aspetti negativi della contemporanea frequentazione delle montagne. Eccone una mia sintetica interpretazione: si va dalla consapevole e applaudita rincorsa sfrenata dei record alla conseguente e inevitabile banalizzazione di grosse fette della geografia e storia alpinistica, dal rispettoso atteggiamento di pionieri e appassionati alla baldanza irriverente del runner in short e scarpe da running, dalla sempre minore percentuale di mistero e di ignoto al selfie di chiunque ovunque, dall’originalità e creatività degli alpinisti vecchio stile alla fantasia nel muovere capitali in ambienti nei quali il solo concetto di lucro d’impresa dovrebbe essere bandito.

Zampetti dice tutto questo con tristezza, poi esprime rassegnazione e infine accondiscendenza. Osserva acutamente che se Cesare Maestri avesse potuto farsi un selfie in vetta al Cerro Torre, tante polemiche si sarebbero risparmiate, ma infine si chiede: perché meravigliarsi dunque se un reality approda al Monte Bianco? E io aggiungo: dopo le continue e martellanti esortazioni di Flavio Briatore ad essere “al top”, come facciamo a stupirci se il cosiddetto “top” della società ci viene presentato sul top dell’Europa?

Punta Helbronner e Monte Bianco
Reality-197

Domenica 19 luglio 2015 su tvblog.it Caterina Balivo è prontissima per scalare la prima serata autunnale. Non più in salsa cooking e factual, bensì adventure show. La conduttrice ha lanciato il nuovo reality Monte Bianco, al via a novembre su RAI2, in un servizio del TgR Valle D’Aosta.

Sono, infatti, partite le riprese del programma a Courmayeur, dove una Balivo con capello più corto e sbarazzino è una sexy-testimonial come non l’abbiamo mai vista.

Ecco le sue dichiarazioni direttamente dalla Valle del Massiccio: “Scaliamo il Monte Bianco, 4810 metri, e la cordata che riuscirà a farlo sarà la coppia vincitrice di questo nuovo programma, Monte Bianco Sfida Verticale. Un programma nuovo, originale, d’avventura, italiano perché in Italia abbiamo l’avventura. Abbiamo scelto Monte Bianco perché qui nasce l’alpinismo, è dove è nato tutto. Questo è il vero posto per vivere l’avventura, per farla vivere, per vedere quale sarà il personaggio (insieme alla guida alpina) più bravo del programma. Io sono stata pochissime volte a Courmayeur, ecco un motivo in più per starci questo mese, scoprirla e magari tornarci con la neve“.

Caterina Balivo
Reality-Caterina-balivo-monte-bianco

Leopoldo Gasparotto, curatore editoriale Magnolia, fornisce qualche informazione in più sul meccanismo del programma: “Sette coppie, formate da una celebrity e da una guida alpina, che vivranno in un campo base tutte insieme, il classico campo base della spedizione di montagna, vanno in tende da due, avranno una comune per stare tutti insieme, in ogni puntata faranno delle prove. La peggiore sarà eliminata. Lo scopo principale è che il vincitore arrivi in cima“.

Alla fine di luglio la TAM piemontese e valdostana ha giudicato “folle” l’intento di portare sul Tetto d’Europa i sette vip e le sette guide alpine, una sorta di “Isola dei Famosi di montagna”. Un’iniziativa, secondo la CITAMPV (Commissione Interregionale Tutela Ambiente Montano Piemonte e Valle D’Aosta), “il cui unico scopo è creare audience spettacolarizzando le vette, senza la minima attenzione a messaggi inerenti il rispetto e la tutela ambientale, la sicurezza e gli accorgimenti necessari a tutti i frequentatori per evitare rischi inutili”.

Lo scoppio della polemica è immediato. Alla durezza di questo comunicato segue il comunicato ufficiale del CAI, nel quale il presidente generale Umberto Martini smorza i toni: “Il Club Alpino Italiano per tradizione non è favorevole alle crociate, siamo abituati a non avere pregiudizi e a giudicare nel merito. Vale a dire oltre al cosa si fa, guardiamo al come lo si fa. Le montagne sono di tutti, di conseguenza un reality televisivo girato sulle vette non è di per sé un fatto da condannare. Bisogna vedere se le Terre alte verranno raccontate in maniera corretta oppure no. Per giudicare nel merito dobbiamo veder il programma. Il coinvolgimento delle Guide alpine, sotto questo aspetto, mi fa ben sperare: sono professionisti dell’accompagnamento in quota e sono convinto che sappiano mostrare nella maniera più corretta come si affronta una salita alpinistica o un’arrampicata, insomma come si frequentano le montagne in maniera consapevole e rispettosa… La CITAMPV, in accordo con il CAI Piemonte, ha fatto bene a monitorare e portare all’attenzione generale la cosa, l’intento è proprio quello di evitare banalizzazioni e di far passare la montagna come divertimentificio. Spesso in televisione regnano due stereotipi legati alle Terre alte, quello della montagna assassina o della montagna facile e accessibile da tutti senza preparazione. Mi auguro che in questo caso non sia così.
Confido nel fatto che insieme alla CITAMPV, “sentinelle della montagna” siano state anche le Guide alpine valdostane, da sempre impegnate far avvicinare gli
appassionati alla frequentazione delle alte quote nella maniera più corretta e rispettosa. Immagino che sia stato così anche in questo caso”.

L’arrivo della Sky Way (in vetta alla punta Helbronner), pretenziosamente definita”l’ottava meraviglia del mondo
Reality-0dccde5e-5411-42d2-9307-35f8512f25e1

Il 1° agosto 2015 lastampa.it titola Televisione, il Club Alpino italiano attacca il reality Monte Bianco: “E’ una follia”. E sottotitola “Il CAI: “Stiamo perdendo il buon senso e il rispetto per la montagna”. L’articolo, a firma di Cristian Pellissier, c’informa che il reality Monte Bianco di RAI2 ha terminato le riprese il 31 luglio, nel momento in cui i concorrenti hanno raggiunto la vetta.

Dopo aver riportato il senso del comunicato del CAI Centrale, Pellissier riferisce anche altri giudizi, sempre da ambito CAI e in merito alla presenza delle guide alpine: “Ci pare azzardato che si prestino a condurre dei vip per permettere loro degli show in alta quota».
Sempre il 1° agosto 2015, Mountlive.com riferisce: “Unica presenza certa, quella del giornalista di Libero Quotidiano Filippo Facci, che ha confermato le indiscrezioni circa la sua partecipazione al reality durante un’intervista al programma radiofonico di Radio 24, La Zanzara. Poi i nomi che circolano sono questi per il momento: si tratta dell’ex calciatore di Juventus e Milan Gianluca Zambrotta e dell’attrice e conduttrice Jane Alexander, che proprio su Rai 2 condusse nel 2013 il reality show Il mattino dopo. Tra i nomi in lizza circolano anche quelli di Enzo Salvi e della cantante Arisa. La cantautrice, infatti, ha scritto su Facebook, sollevando ipotesi di conferma per la sua partecipazione: “Forse mi arrampico. Ma vi spiegherò al momento giusto!”. L’ufficializzazione del resto del cast, salvo ulteriori indiscrezioni, arriverà a settembre”.

Sulla conduttrice che, a proposito dell’impegno cui è chiamata, aveva dichiarato di essere “pronta con le scarpe da trekking”, piovono critiche accanite. La replica del CAI è sferzante: “In quota si usano scarponi d’alta montagna e non scarpe da trekking“. Il direttore di RAI2 Angelo Teodoli cerca di smorzare la polemica: “Non sarà la “montagna dei famosi”, semmai è un programma televisivo che proponiamo proprio per far conoscere la montagna con un linguaggio diverso. I protagonisti dovranno misurarsi con la realtà vera a quell’altitudine e saranno accompagnati da vere guide alpine valdostane: con loro ci sarà anche Simone Moro, alpinista che ha raggiunto più volte la cima dell’Everest. Faranno vita di comunità nei campi base e poi si cimenteranno in prove di montagna. Persone famose sì, ma dovranno fare i conti con situazioni in cui impareranno cosa significa stare lassù. Il nostro intento è concentrato sulla promozione della bellezza del Monte Bianco, nel rispetto delle regole. Semmai si dovrebbe applaudire un’iniziativa del genere che mira a esaltare una delle ricchezze italiane, le Alpi“.

Courmayeur, la sede delle Guide Alpine e del loro Museo
Reality-societa-guide-alpine_12645

A finire nel mirino delle critiche, nella riprovazione e nel dileggio, non sono solo Monte Bianco e la Balivo. Migliaia di persone si scatenano sui social affermando la “prostituzione” delle guide alpine che meglio farebbero a non rovinarsi l’immagine per condurre neofiti esibizionisti a giocherellare sui ghiacciai.

Il 7 agosto 2015 è diffuso il Comunicato Stampa n. 9 del Collegio Nazionale delle Guide Alpine. Lo riportiamo integralmente:
“In merito al reality televisivo Monte Bianco, c’è da auspicare che ne venga fuori qualcosa di rispettoso per l’ambiente ed educativo riguardo alla sicurezza e alle tecniche di progressione in montagna. Il fatto che ci siano delle Guide Alpine che lavorano al reality per accompagnare i partecipanti, in questo senso è positivo: ho fiducia nelle Guide Alpine, in particolare in quelle valdostane, che ce la metteranno tutta per far passare il rispetto per le alte quote e il giusto approccio alla montagna”. Questa l’opinione di Cesare Cesa Bianchi, presidente delle Guide Alpine Italiane, in merito al reality televisivo Monte Bianco, prodotto da RAI2.

La risposta di Cesare Cesa Bianchi arriva a seguito delle polemiche sollevate dalla Commissione Interregionale Tutela Ambiente Montano Piemonte e Valle d’Aosta del CAI, insieme al Gruppo regionale CAI Piemonte, nei confronti del reality televisivo Monte Bianco

L’esperienza che abbiamo dei reality non ce li ha dipinti finora come programmi propriamente edificanti e culturalmente formativi – ha continuato il presidente delle Guide Alpine Italiane – ma aspettiamo di vederlo: se sarà un prodotto fatto bene, magari mi ricrederò su questi programmi televisivi, se invece no, in ogni caso sono certo che le Guide Alpine Valdostane avranno fatto del loro meglio per trasmettere un messaggio giusto ed educativo. Se alla fine dovesse emergere un prodotto che abbia un minimo di qualità, che sia formativo sulle tematiche dell’ambiente, della sicurezza e della tecnica, potrà anche essere stata una cosa positiva, che passi il messaggio che con la dovuta preparazione è bello andare in montagna e può essere anche una vacanza alternativa”. 

Concorda Cesa Bianchi con Umberto Martini, presidente generale del CAI, in merito al fatto che in televisione regnano spesso due stereotipi legati alle alte quote: “quello della montagna assassina o della montagna facile e accessibile da tutti, senza preparazione”.

Che troppo spesso passi lo stereotipo della montagna assassina è più che reale – dice infatti il presidente delle Guide Alpine Italiane – e lo tocchiamo con mano ogni anno, soprattutto d’inverno. Esiste anche il rischio che la montagna sia vista come accessibile a tutti sempre e comunque, anche a gente impreparata, che va sul ghiacciaio in infradito, o senza alcun tipo di conoscenza, convinta che sia più utile prendere lezioni di tennis e andare in montagna da autodidatta anziché rivolgersi a un professionista da cui imparare. Il fatto che ci siano delle Guide Alpine nel reality fa sperare che invece passi il messaggio opposto”. 

E a proposito di questo Cesa Bianchi risponde anche ad alcune affermazioni dei CAI Piemontese e Valdostano divulgate da alcuni giornali nei giorni scorsi. 

Le Guide Alpine sono professionisti che accompagnano e insegnano ad andare in montagna a chi si rivolge a loro, sia che si tratti di clienti ‘vip’ sia che si tratti di un qualsiasi principiante. Quindi è del tutto gratuita e offensiva, oltre che infondata, l’idea che l’accompagnamento sul ghiacciaio di neofiti non sia di interesse delle guide. È esattamente il contrario”.
Il 7 agosto 2015 lastampa.it, ancora a firma di Cristian Pellissier, dopo aver riferito della replica di Cesa Bianchi, considera: “I produttori di Monte Bianco… si staranno fregando le mani. Gli esperti di marketing, infatti, ormai da anni hanno fatto loro la massima di Oscar Wilde, per cui in Tv più che altrove vale il “bene o male, purché se ne parli”. E di Monte Bianco si sta parlando parecchio. In Tv non si è visto neppure un secondo di girato, ma nel mondo della montagna è già scoppiata la polemica”.

Pressoché nello stesso momento è diffuso in internet il parere del Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia, che prova a inquadrare l’intera questione in un più ampio quadro, ben lungi dal gossip e dalla critica polemica. Riportiamo integralmente il documento:
“Poche settimane fa, nella nostra qualità di componenti del Comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia, avevamo sottoscritto un documento in cui si manifestavano motivate perplessità riguardo all’ammodernamento degli impianti funiviari presenti sul versante italiano del massiccio del Monte Bianco. Il testo così si esprimeva: “… Apparentemente più circoscritta è la reazione negativa causata dall’inaugurazione trionfale della nuova funivia a cabine rotanti che dalla frazione di Entrèves (Courmayeur) raggiunge in due campate la punta Helbronner, situata esattamente sul confine tra Italia e Francia. Va chiarito che la punta Helbronner era già stata manomessa da tempo per accogliere la piccola bidonvia proveniente dal Rifugio Torino vecchio e per ospitare la stazione di partenza dei carrelli che, attraverso la Vallée Blanche, raggiungono la Aiguille de Midi in Francia. In prima battuta lo scandalo riguarda solo le dimensioni spropositate della nuova stazione di arrivo, il suo carattere di centro di ristorazione e intrattenimento e il sospetto che il nuovo manufatto abbia invaso, neppure tanto marginalmente, il territorio francese senza averne ottenuto la formale autorizzazione dal competente ministero dell’ambiente di Parigi. Inoltre desta sconcerto anche la trasformazione della stazione intermedia (Pavillon di Mont Frety) in un magniloquente edificio predisposto per ospitare centri commerciali, convegni, proiezioni cinematografiche.

Questi i fatti. Ma al di là dei fatti è la proposta “culturale” che tali fatti sottintendono e promuovono a rendere perplessi. Tutta l’operazione rispecchia un atteggiamento nei confronti della integrità della alta montagna arrogante e banalizzante, in una prospettiva di sfruttamento ludico-consumistico di bassissimo conio, a prescindere dalle trovate architettoniche. Le Alpi sono ancora in gran parte un “continente” d’alta quota libero dalle cicatrici infette prodotte dagli interessi aggressivi delle forze economiche che continuano a orientare i bisogni e le aspirazioni delle comunità locali, ottenendone spesso il consenso. Luoghi privilegiati ma sempre più fragili in cui chi davvero lo voglia può ancora sperimentare un incontro con la natura autentico e non condizionato. In tale prospettiva il massiccio del Monte Bianco dovrebbe porsi e essere difeso come il centro di eccellenza di questo “continente” e del suo fondamentale ruolo etico e culturale; vediamo invece che proprio lassù si concentrano oggi i più dannosi progetti di sfruttamento. Il silenzio grandioso dei ghiacciai umiliato dal continuo sfarfallare di elicotteri e aerei turistici, l’edificazione di rifugi sempre più invadenti e simili ad alberghi, le vette trasformate in terrazze panoramiche con pavimenti di vetro per sperimentare senza pericolo il brivido del vuoto: tutto conduce verso la riduzione dell’esperienza possibile in direzione di uno svago da luna park. Pienamente condivisibile e più che giustificata dunque appare la battaglia che, seppure a cose fatte, portano avanti le associazioni ambientaliste con in testa Mountain Wilderness. Perché questa deriva consumistica resti un caso isolato di incultura e non le sia permesso di estendere il contagio”.

Purtroppo i nostri timori hanno trovato immediata conferma: la RAI, con l’appoggio della società che gestisce la nuova funivia, ha deciso di realizzare, tra le vette e i ghiacciai del Monte Bianco, in questa stessa estate, una sorta di “Isola dei Famosi”, utilizzando il corpo delle guide di Courmayeur per condurre su scivoli ghiacciati, creste affilate e pareti rocciose un gruppo eterogeneo di personaggi noti al grande pubblico televisivo, ma del tutto digiuni di alpinismo. Contro questa sconsiderata mercificazione spettacolare dell’alta montagna si sono immediatamente levate le voci delle associazioni ambientalistiche e soprattutto dal Club Alpino Italiano. Sconcerta chiunque abbia a cuore il “senso” dell’esperienza alpinistica, constatare che le guide valdostane, pur essendo eredi di una nobile tradizione, si prestino a contribuire, senza arrossire, a una simile umiliante farsa. Il comitato etico-scientifico di Mountain Wilderness Italia concorda pienamente con la vibrante denuncia lanciata dal Club Alpino Italiano e invita i responsabili della RAI a recedere da una simile, squallida e diseducativa profanazione.

L’arrivo in vetta al Monte Bianco
Reality-monte-bianco


Firmano per il Comitato Etico-Scientifico
Prof. Luisella Battaglia: ordinario di Filosofia Morale e Bioetica, Università di Genova
Prof. Pietro Bellasi: già docente di Sociologia dell’Arte, Università di Bologna
Dr. Salvatore Bragantini: economista e editorialista del Corriere della Sera; alpinista
Prof. Remo Bodei: ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Los Angeles e di Storia della Filosofia e Estetica, Normale di Pisa
Prof. Luisa Bonesio: già prof. di Estetica e Geofilosofia del paesaggio, Università di Pavia
Prof. Duccio Canestrini: docente di Antropologia del Turismo e di Antropologia del Cinema, Università di Lucca e Trento; Probiviro dell’associazione italiana Turismo Responsabile
Dr. Federica Corrado: Politecnico di Torino, presidente di CIPRA Italia
Dr. Alberto Cuppini: esperto in energie rinnovabili
Enrico (Erri) De Luca: romanziere, poeta, traduttore, saggista; alpinista
Fausto De Stefani: Alpinista, garante di Mountain Wilderness International e Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia
Dr. Massimo Frezzotti: dirigente ricerca ENEA, già responsabile dell’ unità tecnica Antartide. Presidente del comitato glaciologico italiano; alpinista
Maurizio Giordani: alpinista, guida alpina. Garante di Mountain Wilderness International
Prof. Carlo A. Graziani: ordinario di Istituzioni di Diritto Privato, Università di Siena. Già presidente del Parco Naz. dei Sibillini
Alessandro Gogna: alpinista, guida alpina, scrittore, giornalista. Garante di Mountain Wilderness International
Prof. Cesare Lasen: già presidente del Parco Naz. delle Dolomiti Bellunesi; botanico e protezionista
Prof. Sandro Lovari: ordinario di Scienze Ambientali e Fauna, Università di Siena
Prof. Paolo Maddalena : prof di Diritto per il patrimonio culturale e ambientale, Università della Tuscia; magistrato. Già Giudice Costituzionale
Dr. Mario Maffucci: già dirigente RAI. Giornalista. Esperto in comunicazione
Prof. Ugo Mattei: ordinario di Diritto Civile, Università di Torino. Competenze in giurisprudenza, beni comuni e ambiente montano
Franco Michieli: scrittore, pubblicista, alpinista. Garante di Mountain Wilderness International
Carlo Alberto Pinelli: alpinista, regista, scrittore. Docente di Cinematografia Documentaria, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli; Garante di Mountain Wilderness International
Prof. Stefano Rodotà: prof. Emerito di Diritto Civile, Università La Sapienza, Roma. Già garante per la privacy. Già membro del Parlamento. Strenuo difensore dei diritti comuni
Michele Serra: giornalista, scrittore, autore televisivo e umorista italiano
Dr. Stefano Sylos Labini: dirigente ENEA, geologo, esperto di energie rinnovabili e politiche economiche
Prof. Francesco Tomatis: alpinista; ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Salerno. Garante di Mountain Wilderness International
Dr. Stefano Unterthiner: firma del National Geographic; zoologo e fotografo.

Posted on Lascia un commento

Cervino chiuso

Cervino chiuso

La via di salita italiana al Cervino è stata chiusa con un’ordinanza urgente dal sindaco di Valtournenche Deborah Camaschella. Dopo un incidente che ha coinvolto una cordata in discesa lo scorso venerdì e sentito il parere di guide alpine e uomini del soccorso alpino della guardia di finanza, è arrivata la decisione di vietare temporaneamente le salite alla Gran Becca.

Il provvedimento dispone “l’immediata chiusura, temporanea, della via italiana del Cervino denominata Cresta del Leone, dalla croce Carrel alla vetta, lato sud in salita e in discesa, al fine di evitare il grave pericolo per l’incolumità pubblica”. La Croce Carrel si trova all’inizio della via italiana, a 2920 metri di quota.

La situazione è dovuta alle “anomale temperature alte e fuori della norma che hanno provocato crolli pericolosi per l’incolumità degli alpinisti”.

L’ordinanza di divieto, sia in salita che in discesa, è stata emessa domenica 26 luglio dopo alcune frane nella zona della Cheminée. In quel momento 25 alpinisti si trovavano sulla montagna, alla Capanna Carrel, a 3830 m: il loro rientro è avvenuto in auto-sufficienza, alcuni per la via italiana, altri dal versante svizzero.

La capanna Carrel sulla Cresta del Leone (Cervino)
Cervino chiuso-110007177-e2c3c772-263d-49ba-9446-daecd4530fc0
La situazione è difficile anche sul Monte Bianco, dove continuano gli smottamenti e le cadute di sassi sugli itinerari più frequentati del gruppo. Delle vie normali – le meno difficili e preferite dalla maggior parte degli alpinisti – quella dei Trois Monts presenta numerosi passaggi pericolosi: soprattutto nel tratto fra il Mont Maudit e il colle della Brenva il ghiaccio è allo scoperto e particolarmente ripido. Rimane chiusa la via del Goûter, per la continua caduta di sassi. Il sindaco di Saint-Gervais ha addirittura ordinato la chiusura del Refuge du Goûter finché la situazione non si sarà normalizzata.

Fin qui nulla di nuovo. Come ha detto a Rai News il sindaco Camaschella, “non è la prima volta che viene chiuso il Cervino per motivi analoghi, penso al 2003 e al 2009…”. La novità è nelle parole immediatamente seguenti: “… ma sulla questione che debba essere un sindaco a chiudere una montagna bisognerebbe aprire un dibattito”.

Anche il presidente delle guide del Cervino, Gerard Ottavio, è convinto che forse sarebbe stato meglio sconsigliare la salita, piuttosto che vietarla: “L’alpinismo è un’attività del tutto particolare, in cui il rischio è sempre presente. Imporre qualcosa non è mai la soluzione migliore. Ma in ogni caso noi guide lassù non portiamo i clienti in questi giorni“. Nessun divieto, sul Cervino, dal versante svizzero.

Osservazioni
Ciò che ha detto il sindaco Deborah Camaschella lascia ben sperare in un futuro in cui l’assenza di divieti in montagna possa esistere. La Camaschella ha ragione a sollecitare un dibattito, quindi dovrebbe lasciarmi suggerire di essere proprio lei a organizzarlo in un prossimo futuro.

Come già detto tante altre volte, siamo sempre più fermamente convinti che in realtà il sindaco nulla abbia da temere: limitandosi a “sconsigliare” non corre alcun pericolo giuridico d’essere responsabile di eventuale incidenti. Il divieto è inutile e non corrisponde alle aspettative di crescita di responsabilità del cittadino.

Il percorso sulla Cresta del Leone
OLYMPUS DIGITAL CAMERA


I primi commenti su Facebook
Cominciamo dal notoriamente provocatorio Marco Lanzavecchia: “A me sembra una follia. Personalmente non toccherei quel rivoltante ammasso di sfasciumi (il Cervino, NdR) neanche con la punta del mignolo inguantata, ma non è un sindaco che mi deve dire quello che devo e non devo fare (27 luglio). Segue sulla stessa linea Paolo Galli: “Sono tendenzialmente d’accordo ma, perché il ragionamento sia coerente fino in fondo, bisognerebbe sospendere il soccorso alpino (27 luglio). Lanzavecchia rincara la dose: “Ma anche far saltare quell’inutile sfasciume (27 luglio)”.

Fabio Palma (più seriamente): “Mmm… c’è sempre da considerare il tema responsabilità. Se per caso il sindaco è passibile di denuncia in caso di incidente, io lo comprendo. Felice di non essere al suo posto e di non dover prendere una decisione di questo tipo, ma la comprendo. Dover al minimo prendere un avvocato o addirittura peggio confidando nella buona sorte… sai com’è. Mettetevi al suo posto, con questo rischio. Un conto è essere Formigoni con Nmila avvocati, un altro essere sindaco di un piccolo paese dove volente o nolente finisci per pagare tu. In questi casi non potrebbe essere la regione, che ha spalle molto più robuste, a coprire le responsabilità con ordinanze ad hoc? Boh. Poi magari è il solito cartello che metti lì per pararti il fondoschiena e tutto continua come prima, classico consiglio di avvocato (28 luglio)”.

Stefano Michelazzi: “Concordo con tutti e tre i ragionamenti:
1) bloccare l’accesso a una parete o una montagna è un atto di limitazione delle libertà personali e quindi non certo da Paese democratico come il nostro si spaccia per essere…
2) In effetti però, se si vuole la moglie ubriaca ma la botte piena, il ragionamento precedente non può essere valido quando il Paese ci mette del suo per salvarti le chiappe e quindi coerentemente sarebbe da togliere a priori il Soccorso Alpino (problema annoso…)
3) Rimanendo in piedi tutta la macchina organizzata del soccorso e delle responsabilità dell’Amministrazione verso il territorio e chi lo frequenta (cosa che non riesco a capire da quale logica esca), l’Amministrazione si difende con l’unico atto che gli permette di scaricare le responsabilità proprio su chi, poi, disattendendo l’atto stesso, se ne riprende carico personalmente come dovrebbe naturalmente essere…
Alla fine credo che il decreto di chiusura dovrebbe essere visto come un avviso di aumento delle consuete situazioni a rischio con conseguente rinuncia alla frequentazione da parte degli alpinisti, considerati da sempre anarchici, i quali, come da anarchia, dovrebbero avere un atteggiamento di auto-determinazione, considerando anche e probabilmente soprattutto, che se vogliono la bicicletta (il soccorso alpino) devono pedalare (alla larga dal Cervino…)
(28 luglio)”.

Posted on Lascia un commento

Glacier du Trient

Le Alpi si sono presentate all’appuntamento con l’inizio del nuovo millennio e al proprio attivo hanno una serie di primati invidiabili: due secoli e mezzo fa qui mutò l’atteggiamento dell’uomo verso la montagna e quindi nacque l’alpinismo; le Alpi sono le montagne più esplorate, più descritte e ovviamente più visitate e fotografate al mondo; milioni di persone ne fanno annualmente la loro meta di viaggio e altri milioni di persone fondano la loro attività lavorativa su quelle che potremmo definire vere e proprie migrazioni turistiche.

Ne conseguono molti vantaggi per la popolazione ma anche, ed è evidente, alcuni primati negativi: perché alcune zone alpine sono particolarmente esposte al rischio ambientale di una gestione scorretta e di una cattiva frequentazione.

Il Glacier du Trient
Trient2Ma se si osserva attentamente su una mappa a larga scala si nota, in confronto ai punti critici, quanto più ampia sia la superficie dove la Natura è del tutto padrona, dove è ancora facile viaggiare alla ricerca della purezza di piccole e grandi cose alpine.

Queste zone sono disposte a macchia di leopardo e non è così difficile individuarle: basta dare uno sguardo alla carta geografica alla caccia di nomi che mai si sono sentiti pronunciare… Se si scorre la Svizzera, si nota un affollamento di questo genere di territori, a cominciare dalla poco nota Val Ferret svizzera, ai piedi del Monte Bianco.

Il versante svizzero del Monte Bianco ha confine meridionale nel Mont Dolent, vero pilastro angolare dell’intero gruppo perché è l’unica vetta che, sovrastando il Col Ferret, fa da spartiacque alle tre nazioni, così simbolica da essere stata meta qualche anno fa di una manifestazione internazionale dell’associazione ambientalista Mountain Wilderness che si batte da anni per l’istituzione del Parco Internazionale del Monte Bianco. Svolgendosi verso nord il versante continua con le grandi colate glaciali dell’A Neuve, de Saleina, d’Orny e du Trient che fanno capo al Mont Dolent, alla Tête Noire, all’Aiguille d’Argentière, all’Aiguille du Chardonnet e all’Aiguille du Tour. Tutta questa gigantesca bastionata domina la Val Ferret svizzera e la Val Champex, fino ad addolcirsi e morire al Col de Balme

La faccia discreta del Monte Bianco riserva agli alpinisti italiani delle grandi sorprese. Discreta perché non troppo conosciuta e non troppo propagandata. Tutti conoscono il Rifugio Torino del versante italiano o l’Aiguille du Midi del versante francese. Funivie, sci estivo, traversata della Mer de Glace e l’innegabile grandiosità dei luoghi hanno indubbiamente tenuto in ombra altre zone dello stesso massiccio, ugualmente belle e selvagge. Qui, a Champex, a Orsières, a La Fouly si pratica ancora un turismo non proprio all’antica ma certo con le sue caratteristiche di voluto isolamento. Non ci sono rifugi al limite del collasso, stracolmi di gente a caccia di una cuccetta che un custode un po’ esasperato gli assegna con malagrazia. Qui tutti possono godere della montagna, con i sentieri, con i pochi impianti di risalita, gli angoli tranquilli, il silenzio. Chi vuole salire più in alto lo può fare, superando la maggior parte del dislivello a piedi però, come si faceva un tempo e non come succede sui versanti italiano e francese dove gli impianti ti scaraventano tra i 3500 e i 3800 metri in pochi minuti. E trova un rifugio a dimensione familiare, gestito da Thierry Amaudruz e da sua moglie Fatima, algerina. La mancanza di particolare affollamento favorisce la buona organizzazione e la dimensione amichevole dell’esperienza cui andiamo incontro. L’ospitalità della Cabane du Trient è famosa e ben si accompagna alla collocazione del rifugio, aperta, dominante e non angusta e soverchiata da «Quattromila» incombenti. L’alpinismo che si pratica qui è quello classico, molto tradizionalmente legato al rispetto per l’alta montagna e meno portato alla performance sportiva. Come diceva Tintin, l’eroe dei fumetti di Hergé, «va bene dai 7 ai 77 anni!». È di rigore una certa umiltà, altrove sempre più rara. Attenzione, non quell’umiltà triste che fa dire con vergogna la facile meta del giorno dopo, con frasi del tipo «vogliamo salire soltanto…», bensì quell’umiltà che nasce dalla gioia di fare proprio quello che si sta facendo.

La Cabane du Trient
Trient-pk2003_16

La Cabane du Trient è situata sull’orlo di un enorme bacino glaciale, il Plateau du Trient, alla sommità del Glacier d’Orny e del Glacier du Trient. Questa levigata conca si estende pressoché in piano e priva di crepacci, costeggiata da vette magari aguzze come le Aiguilles Dorées ma mai predominanti sulla vasta piana ghiacciata, così da costituire un ambiente che assomiglia, fatte le debite proporzioni, ad un piccolo Antartide. Non sono molti i bacini glaciali che ricordino questo lontano continente: solo la Plaine Morte al Wildstrubel, il Glacier de Tsanfleuron ai Diablerets, il complesso Hüfifirn e Claridenfirn al gruppo Tödi-Clariden e forse pochi altri possono essere messi in paragone. Non si vuol qui prendere in considerazione la quantità di superficie: per questa, altri ghiacciai risultano (e in gran numero) ben superiori al Plateau du Trient. Qui si valuta solo il bacino sospeso in alto, senza apparente via di uscita del ghiaccio verso il basso, come un gigante addormentato e del tutto immobile.

Gli sfoghi del Plateau du Trient, sono due: a est il Glacier d’Orny, a nord il Glacier du Trient. Quest’ultimo ha una caratteristica particolare, quasi un pericolo per chi visita la valle sottostante. Più o meno all’altezza del Col des Ecandies 2796 m, il ghiacciaio forma al suo interno delle cavità che subito si riempiono d’acqua di fusione. A metà estate, tra luglio e agosto, queste tasche si svuotano regolarmente provocando delle piccole alluvioni di acqua, fango e detriti morenici che si riversano giù per il fianco destro della lingua glaciale. Quando questo materiale si unisce, spesso con notevole violenza, alle acque di deflusso normale del ghiacciaio, il livello del torrente Trient cresce paurosamente. Chi in quel momento dovesse sostare nei pressi del corso d’acqua, nella grande piana del villaggio di Trient o al di sopra, rischierebbe di essere trascinato nell’improvvisa piena. Memorabile fu il primo pomeriggio del 17 luglio 1977, quando una intera famigliola di villeggianti riuscì a stento a salvarsi con una fuga precipitosa: per un pelo non furono travolti dalla fiumana di fango. Ma lo svuotamento più violento a memoria d’uomo avvenne il 6 agosto 1960, quando per 48 ore il contenuto di una «tasca» particolarmente capace continuò a riversarsi nel Trient, provocando ingenti danni alla colture e alle cose della valle sottostante.

Trient-1296427006_164238814BI

Anche la storia alpinistica di questi luoghi è abbastanza dimenticata: poche grandi imprese, molte salite di piacere. Questo è stato a lungo il regno di una generazione di guide, i Crettex. Maurice era dotato di una forza erculea, mentre a suo cugino Onésime piaceva molto scherzare. Un giorno stava raggiungendo al rifugio dei clienti di Neuchâtel, quando si accorse che uno di loro aveva un ombrello nello zaino. All’alba del giorno dopo lo prese e lo piantò, ben aperto, su un torrione di roccia vicino. Il proprietario cercò il suo ombrello a lungo, c’era fretta bisognava partire per l’ascensione. Alla fine Onésime Crettex, serissimo, gli fece notare che su quel torrione durante la notte era cresciuto uno strano fungo scuro… Un altro buffo aneddoto riguarda Nestor, il figlio di Maurice, allorché si trovò a superare una pericolosa lastra di vetrato, senza poterla evitare né a destra né a sinistra. Con gli scarponi era impensabile, con i ramponi non si poteva a causa dello strato troppo sottile di ghiaccio: così Nestor si tolse gli scarponi e salì con i soli calzettoni, cercando di far presto prima che si bagnassero completamente e perdessero quella poca aderenza…

postato il 27 agosto 2014

Posted on Lascia un commento

Il Guinness della stupidità

Si sta portando i figli di nove (Paul Junior) e undici anni (Shannon) in cima al Monte Bianco per ”battere un record del mondo” (come lui stesso ha dichiarato), ma scampano tutti per un pelo a uno smottamento di neve. Il fatto risale allo scorso giugno: equipaggiato di una telecamera, Patrick Sweeney, “intrepido” turista americano che si autodefinisce un adrenaline junkie, trascina i suoi due bimbi verso il tetto d’Europa.

Shannon e Paul Junior Sweney salgono a Le Brévent (Chamonix) con il papà lo scorso aprile
Sweeney1Giugno 2014. Stanno salendo nel Couloir du Goûter, a circa 3700 metri di quota, quando improvvisamente si verifica sotto il loro peso uno smottamento di neve.

Nel video, che il padre ha anche modo di fare, si vede la cordata vacillare nella massa di neve in movimento, con i piccoli che iniziano a scivolare verso valle e urlano spaventati. La prontezza di riflessi del padre per aver piantato la piccozza li salva da morte sicura.

I tre decidono di interrompere la salita e riscendono. Se avessero raggiunto la vetta, Paul Junior Sweeney sarebbe diventato il bimbo più giovane ad averla compiuta. Il primato appartiene dunque ancora al britannico Asher Silver che nel 2009 salì il Monte Bianco a 10 anni compiuti.

Evidentemente orgoglioso per l’impresa, Sweeney ha prima postato il video su youtube, poi si è concesso alla tv americana ABC news, che a metà luglio ha consacrato con un reportage l’escursione estrema della famiglia.

“Subito ho sentito Paul Junior gridare, poi anche Shannon e tutto quello che ho pensato di fare è stato di ficcare la piccozza nella neve per avere un ancoraggio” – dice  Patrick Sweeney a Good Morning America. E mentre il piccolo PJ non vede l’ora di fare un altro tentativo, la sorella Shannon preferisce rimandare di un anno.

Una sequenza che ha fatto saltare sulla sedia il sindaco di Saint-Gervais-les-Bains, Jean-Marc Peillex. ”Questa iniziativa è una dimostrazione d’orgoglio spinta oltre il limite, un esempio di sventatezza irresponsabile”, ha denunciato il sindaco transalpino, secondo cui ”tali atti non meritano certo una visibilità televisiva su un canale molto seguito, ma una sanzione esemplare”. Interpellato da Le Figaro, Peillex ha anche annunciato di essere stato alla Gendarmeria di Saint-Gervais-les-Bains e avere sporto denuncia contro Patrick Sweeney per “aver messo a repentaglio l’incolumità altrui”.
“Voglio fischiare la fine della ricreazione. Se non si fa qualcosa contro questa gente, saranno loro a vincere. Questo gesto è inammissibile e dovrebbe essere perseguito. Se quest’uomo fosse in Francia – ha continuato – meriterebbe che gli venisse tolta la custodia dei figli”.

La famiglia Sweeney intervistata da Good Morning America
Sweeney4-article-2690752-1F9DA73C00000578-375_634x359Ma Peillex non si fa illusioni, perché è molto probabile che la giustizia respingerà la denuncia. ”Sono sicuro che non succederà praticamente nulla, tanto più che la famiglia è rientrata negli Stati Uniti, a meno che Sweeney non torni sul Monte Bianco”. Il primo cittadino ritiene tuttavia di aver agito per principio. E spera che attraverso la sua protesta possa contribuire a evitare che altri fanatici dell’adrenalina seguano l’esempio dell’americano. ”Altrimenti spianiamo la strada a situazioni in cui dei ragazzini potrebbero lasciarci le penne”. Esattamente nello stesso punto in cui i due bimbi americani hanno rischiato di venire travolti dallo smottamento, un ucraino è morto dopo una caduta di duecento metri.

”La salita sul Monte Bianco resta una cosa per alpinisti, non è un modo per entrare nel Guinness” protesta il sindaco con The Guardian “Da quando sono stato eletto, nel 2001, mi batto perché gli scalatori siano costretti a pagarsi il soccorso se abusano del servizio, che comunque è pagato dal contribuente francese. Il colmo è stato il mese scorso, quando uno scalatore polacco ha chiamato l’elicottero “perché era stanco”. Gli è stato rifiutato. Qui non siamo alla maratona di New York: questo non è un trekking, questo è alpinismo… e la prossima volta che quello vorrà filmare la morte in diretta dei suoi figli, lo faccia in un reality”.

Patrick Sweeney e il figlio sulla cima del Gran Paradiso
Sweeney2E ancora, a FranceInfo radio: ”Non siamo in un parco divertimenti, non vogliamo che i rangers e Pamela Anderson ci vengano a soccorrere”.

Peillex vorrebbe che l’accesso al tetto d’Europa venisse ristretto e meglio regolato, anche per proteggere la natura. ”Avete mai sentito qualcuno che fa entrare 600 passeggeri in un aereo che ne contiene 400?” s’interroga il sindaco.

Rincara la dose il presidente delle guide alpine francesi, Denis Crabières: “Stava cercando di battere il record del mondo della stupidità”. E si domanda preoccupato quanto danno la pubblicizzazione in rete produrrà ancora.

Insomma, negli Stati Uniti la loro storia è stata raccontata come una vicenda di coraggio e capacità di sfidare la natura, in Francia ha scatenato l’ira delle autorità. E anche preoccupazione per la giovanissima età dei due alpinisti in erba: http://bcove.me/ir0ah0n9