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Percorsi inutili 5

Percorsi inutili 5 (5-5)
2008

Durante la vacanza del 2008 fui più impegnato a scrivere che ad arrampicare. Mi ero portato i documenti originali della lunga storia di Severino Casara, prestatimi da Italo Zandonella Callegher: così passavo ore e giorni a scrivere, cercando una luce nell’affascinante mistero della vicenda del Campanile di Val Montanaia. Ne nacque il libro La verità obliqua di Severino Casara, opera che per la verità ebbe un successo inversamente proporzionale alla fatica impiegata per scriverla.

Petra a Tavolara
Isola di Tavolara, PetraLe giornate scorrevano veloci, specie dalle undici di mattina in poi quando nessuno era in casa, perché le donne erano tutte al mare, anche se Alessandra non aveva potuto, quell’anno, essere della partita.

Per la verità, avevo una distrazione, quella di uccidere le centinaia di mosche. Un vecchio nastro giallo appeso al soffitto non era più appiccicoso da tempo, era lì forse ancora dall’anno prima e non lo avevamo sistemato noi. Nessuno lo aveva tolto solo per lo schifo che incuteva, con i suoi rinsecchiti cadaveri di mosca.
Avevo affinato tre tecniche di esecuzione, c’era quella di massa con un giornale, quella individuale con lo schiacciamosche a rete e quella sadica, di pura abilità, con un coltello.

In assenza delle donne, la cucina, sede del mio ufficio, aveva le finestre rigorosamente chiuse. Esercitavo le esecuzioni subito, in modo da poter lavorare in pace. Quando poi Guya e le ragazze tornavano dalla spiaggia, più o meno alle 18, le finestre venivano riaperte, costringendoci quindi ad altre esecuzioni. La più interessata alla mia abilità era Elena, che comunque mi descriveva come uno psicopatico, specie quando facevo lo show di segare in due la mosca con un colpo netto di coltello. Ma anche lei imparò a dare il colpo con lo schiacciamosche mirando a un punto leggermente più spostato nella stessa direzione del muso della mosca, in modo da anticiparne la fuga. Il tocco artistico risiedeva anche nel colpetto inferto con la giusta velocità, senza provocare cioè lo spappolamento dell’insetto ma soltanto la sua rapida morte.

Eccezioni a questa routine furono la discesa a canyoning del rio Petrisconi con Elena e Petra (1 luglio) e l’annuale gita a Tavolara (4 luglio). Ogni volta che andavamo là ricordavo la bella salita della cresta sud-est, fatta con Guido Daniele e Marco Marrosu il 23 agosto 2000. Paolo Giusto ci aveva gentilmente dato un passaggio in barca da San Teodoro, eravamo saltati sugli scogli e avevamo afferrato l’evidente cresta pensando d’essere i primi. Ma nel punto che poi risultò essere il più difficile della via occhieggiava un chiodo arrugginito. Negli anni seguenti venni a sapere di almeno altre due ripetizioni dopo la prima dei tedeschi.

Quanto alle serate nella Morgenstern by night Guya e io ne sapevamo sempre meno. Le adolescenti al proposito erano mute come tombe. Milo aveva preso la patente, dunque c’era più autosufficienza. Ma occorre dire che Markus non concedeva così spesso l’auto al figlio. C’era più tranquillità rispetto all’anno precedente, accontentata qualche volta la bramosia di uscita notturna, e constatato il livello qualitativo della frequentazione dei locali di San Teodoro, per fortuna il desiderio aveva perso la sua forma più acuta.

Alessandro Gogna e Guido Daniele sulla cresta sud-est di Tavolara (Punta Lucca), 23.08.2000
Isola di Tavolara, G. Daniele assicura A. Gogna su cresta sud-est, 2a asc. 23.08.2000

Ancora una volta Elena e io ci accordammo per un’uscita di primissimo mattino alla Rocca de su Ballizzu, questa volta per fare una via nuova a destra di Mamma Drago. Senza pietà la svegliai alle 4.30, sapendo perfettamente che non aveva dormito che una o due ore, dopo la  Morgenstern soirée. Ricordo una gran bella arrampicata e il tentativo di salire direttamente un muro estetico, che però mi respinse e che dovetti aggirare a destra per un camino. In cima, avevamo aperto le Narici del Porco (9 luglio).

In arrampicata sulla parete ovest della Rocca de su Ballizzu, Narici del Porco, 9.07.2008
Sardegna, Monte Sempio, da S3 parete ovest Narici del Maiale

In arrampicata sulla parete ovest della Rocca de su Ballizzu, Narici del Porco, 9.07.2008
Sardegna, Monte Sempio, parete ovest, tentativo via diretta

L’11 luglio raggiunsi Marco Marrosu e una delle sue fidanzate, Barbara Idda. Mi aspettavano sotto al Monte Limbara, in Gallura, dove Marco era di casa. Lui aveva appena pubblicato una monografia del gruppo, ma innumerevoli erano ancora le possibilità di nuovi percorsi.
Quella volta ci rivolgemmo al Monte Biancu. Dapprima salimmo il bellissimo sperone sud-ovest (Tiro bollente) della Quota 1041 m, addossata al Monte Biancu, solo per accorgerci che in cima non c’era mai stato nessuno. Dopo una laboriosa discesa e traversata al corpo principale del monte, attaccammo lo sperone sud-ovest del Monte Biancu che si lasciò salire senza opporre grandi resistenze, anche se per poco, nel superare slegato un facile passo in spaccata, non precipitai. Non successe solo perché fui agile come un gatto a fermarmi: i due mi avevano visto e si erano spaventati, forse più di me. Ma non è il caso che qui racconti le ragioni psicologiche di un simile incidente mancato. Di certo non dimentico.

Gruppo del Limbara (Gallura), Monte Biancu e cresta sud-ovest. A sinistra è la Q. 1041 m
Sardegna, Limbara, Monte Biancu da sud
Gruppo del Limbara (Gallura), Q. 1041 m con il tracciato di Tiro bollente, 11.07.2008
PercorsiInutili5-Tiro-Bollente

Gruppo del Limbara (Gallura), Monte Biancu con il tracciato sulla cresta sud-ovest
Unicode
2009
E arriviamo a quella che poi si è rivelata essere l’ultima vacanza di quel genere, un miscuglio di arrampicate e di vita in famiglia con adolescenti femmine e bagnanti, temperato dalla saltuaria presenza del Re del Pelo.

Sa Rocca de Ballizzu, Marco Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi
sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi , Sardegna

Con lui andammo subito (28 giugno) alla Rocca de su Ballizzu, dove avevo adocchiato una linea che non avrei potuto affrontare solo con Elena. Ne venne fuori un bellissimo itinerario, con qualche rude fessura, No traversi per Barbi. In discesa, nell’ombreggiato canale di detriti e blocchi, pensavo che era la quarta volta che passavo da lì e mi domandavo se ce ne sarebbe stata una quinta: perché quello era davvero un bel posto. Ma era come se sentissi che si stava chiudendo un altro capitolo.
Nel caldo feroce del mezzogiorno andammo a fare un giretto nell’assolata distesa di massi di sa Conca de su Demoniu:  sembrava di essere su Marte.

La sera ci fu la gradita visita di mio nipote Paolo Cerruti, che lavorava da anni in Lussemburgo. Arrivò con la fidanzata Manuela, che per la verità non suscitò immediate simpatie nel nostro covo di vipere.
Il giorno dopo, assieme a Elena, li portai alla prima vasca del rio Petrisconi, mentre Guya con Alessandra e Petra andava a timbrare il cartellino su qualche spiaggia.
Dopo i tuffi di rito ci rivolgemmo alla Punta Maggiore, la cima più alta del Monte Nieddu, dove arrivammo abbastanza provati per l’impietosa calura.
Al ritorno eravamo così accaldati dal non poter resistere un minuto di più, perciò tornammo alla vasca.

Il giorno dopo arrivò Costanza Sicola, andammo a prenderla all’aeroporto di Olbia. Di un anno più giovane di Elena, Costanza è la figlia dei nostri amici Paola e Giovanni.

Il primo di luglio il nostro gruppone al gran completo noleggiò un gommone a Porto San Paolo. Andammo a Tavolara in otto e facemmo il bagno proprio alla base delle verticali pareti del lato nord-est.

Sa Rocca de Ballizzu, Marco Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi
sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi , Sardegna

Partiti Paolo e Manuela, in assenza di Marco Re del Pelo e privato dell’impegno della Verità obliqua di Severino Casara, nella sola compagnia delle solite moriture mosche, confesso che un po’ mi annoiavo. Ma la spiaggia sarebbe stata anche peggio.

Il 3 luglio salii da solo sulla cresta nord-est dei Punteddoni, una delle tante mete esplorative ma di ripiego che mi ero ritagliato per i momenti di solitudine. In seguito convinsi Elena e Costanza a seguirmi in un’uscita arrampicatoria. Per la seconda la grande novità era di scalare su un terreno mai percorso da nessuno, per la prima c’era l’orgoglio di portare l’amica a fare una cosa del genere. Ma la sera prima era arrivato Damiano.

Era già da qualche tempo che Milo, bello e impossibile, raccontava alle “rapite” di un suo amico di Olbia, l’ormai mitico Damiano. Uno la cui bellezza risplendeva come il sole, uno che aveva ai suoi piedi l’intera popolazione femminile della sua città, uno che al supermercato la cassiera lo lasciava passare senza pagare.
Milo era stato bravissimo a creare un’attesa spasmodica, e quando finalmente comunicò loro che l’amico stava arrivando, l’eccitazione salì a livelli spasmodici. Ma l’incontro fu una delusione cocente. Io sospetto che Milo lo abbia fatto apposta, un modo raffinato per prenderle per il culo.

– Damiano… un mostro! – ricorda Petra.
– Piccolino… gracilino… brutto! E ve la ricordate la cresta da punk? – rincara Elena – eravamo così gasate… e invece… poi, visto il livello intellettuale,  voi, tu e Alessandra, me l’avete lasciato a me e Costanza e ancora una volta voi “grandi” siete andate a sentire musica con Milo.
– E di cosa parlavate, tu e Damiano?
– Ci eravamo sdraiati là fuori sull’erba, la musica era quella dei Tokyo Hotel.
– Beeeh, che schifo! – è il commento di Petra.
– E’ lì che ho capito che me lo avevate rifilato. Mi diceva che lui prima ne aveva tre di creste… a tinte diverse. “Mmmmm… bello” dicevo io. “Mi sono accorto che così piaccio anche di più” continuava lui incapace di riconoscere il mio totale disinteresse (e qui Elena imita la cadenza sarda). Dopo  un momento di silenzio mi chiede “Hai visto che le stelle si sono mosse… non sono più come prima, ayo!”. E io: “Beh, la terra gira… e sembra che le stelle si spostino”. E lui: “Ah, già che la terra gira… qualche volta me ne dimentico!”.

Dopo una notte molto breve trascorsa nel camion in abbandono, tra fetidi materassi, topolini impertinenti e con le prodezze di un’altra gattina, Pigra, alle cinque di mattina del 5 luglio svegliai Elena e Costanza e le riportai in casa per un minimo di colazione.
Portai i due corpicini in piena catalessi fino a sos Pantamos e da lì le condussi barcollanti fin sotto alla parete di Punta sos Pinos, dove ci attendeva un bell’itinerario nuovo che, non so perché, le due vollero chiamare Tarzan sugli specchi. Questo si svolge tra Percorso inutile a sinistra e la via del Muschietto a destra.

Punta sos Pinos, ultima lunghezza di Tarzan sugli specchi
sa Rocca de Ballizzu, via Tarzan sugli Specchi, 5a lunghezza sa Rocca de Ballizzu, via Tarzan sugli Specchi, 5a lunghezza , Sardegna

Il 7 luglio mi avviai da solo verso la zona della Punta Joanne Russu, con partenza per il sentierino dal Pilastro Marragone. Volevo verificare una volta per tutte i sentieri e le tracce, ma volevo anche salire il pilastro nord-ovest della Quota 634 m, il rilievo a occidente della cresta ovest della Punta de lu Casteddacciu. Siccome ero da solo preferii salire sul versante ovest della Quota 634 m e poi, individuata l’uscita dello sperone, calarmi alla base su una corda sola di 60 metri. La base era un posto bellissimo, tra grandi querce. Riposai al fresco qualche minuto poi attaccai ad arrampicare lo sperone che, osservato prima in discesa, non poteva offrirmi sorprese più di tanto. Un’arrampicata piacevole, sulla quale lasciai due o tre cordoni, e che chiamai Un mondo senza mosche. Uscito dal terreno verticale continuai fino alla sommità, poi scesi sul versante opposto. Cominciava a fare caldo, il sole alle nove di mattina era già feroce. Stringendo i denti mi avviai per una macchia non folta verso la base della cresta ovest della Punta de lu Casteddacciu, che volevo salire integralmente. Cosa che feci, a dispetto del calore. Scesi per il canalone di detriti a sud-ovest, recuperai la bottiglia che avevo lasciato là piena di ghiaccio e acqua, bevvi fin quasi all’ultima goccia (di ghiaccio non ce n’era più), poi mi avviai al ritorno. Piuttosto che affrontare l’invincibile macchia del versante meridionale della Quota 634 m preferii risalire sulla cima di questa e riscendere a ovest, per lo stesso percorso di poche ore prima in senso opposto.
Ora il caldo era da allucinazione: mi ritrovai sul sentierino per Marragone con la strana sensazione di essermi perso. In certi punti facevo fatica a sentirmi dove realmente ero, solo la ragione mi diceva che non potevo essere altrimenti che lì. Fino a che, nel punto più critico, non successe l’incidente. Saranno state quasi le undici, i grilli facevano un concerto assordante. Io camminavo nella macchia cercando di sentire sotto i miei piedi quello che era rimasto del sentiero: sentii una fitta lancinante nel posteriore della caviglia sinistra. Mi fermai, abbassai la calza bucata e vidi che un corpo estraneo mi era entrato nella carne. Una spina enorme! Cercai di espellerla spremendola un poco, ma ero scomodissimo in quell’operazione e rinunciai.

Mi asciugai la fronte imperlata di sudore e bevvi le ultime gocce di acqua. Provai a camminare e per fortuna il dolore risultò sopportabile. La scarica di adrenalina mi riportò alla realtà geografica di dove ero e da quel momento, fino all’auto, non ebbi più alcun dubbio sul dove dirigermi.

Giunto a casa, Guya e le altre stavano ultimando i preparativi (creme, lozioni, ecc) per andare alla spiaggia. Quell’anno, sapendo della presenza di Costanza, avevamo portato due auto. Non dissi nulla e le lasciai partire. Quando fui solo mi dedicai con calma alla caviglia. Si intravvedeva un gonfiore nerastro, come se mi fosse entrato un bastoncino di più centimetri. Provai a premere verso il basso, a spremere. Sentivo solo dolore e l’oggetto non si muoveva, come se avesse avuto delle pinne che gli impedivano di scorrere verso l’esterno.

Chiamai Falk, per vedere se una mano diversa dalla mia poteva fare qualcosa. Il povero Falk, gentilissimo e premuroso, non riuscì a fare nulla più di me, e neppure Milo. Decidemmo di andare all’ambulatorio di Padru, che trovammo chiuso e che avrebbe riaperto (forse) alle tre. A quel punto Falk e io andammo a San Teodoro in cerca della Guardia medica. Dopo un’attesa di mezz’ora finalmente una dottoressa ci ricevette. Anche lei provò a estrarre lo spinone, senza successo. Concludendo con:
– Noi non siamo autorizzati agli interventi chirurgici… dovete andare all’ospedale di Olbia.

Arrivammo al nuovo ospedale di Olbia che ormai erano le 16, lì aspettammo al pronto soccorso un’irragionevole tempo. Solo alle 17.30 fui esaminato da un medico in piena regola. Mi portarono in una sala, mi fecero una  iniezione di antidolorifico e finalmente incisero la mia caviglia con il bisturi, asportando un mostruoso oggetto di  4 mm di spessore e 35 mm di lunghezza, nero e dotato di alucce unidirezionali. Una vera e propria arma. Quando uscii dalla “sala operatoria” Falk cominciava a essere preoccupato e aveva avvisato suo padre del perché della sua assenza. Una volta messomi al volante per tornare a Biasì feci una telefonata in cui avvisai Guya del mio calvario medico.

Ne seguì una settimana non di convalescenza ma quasi. E’ chiaro che non potevo fare nulla, mi erano vietati la sabbia, il mare e ovviamente la camminata e l’arrampicata. Alla sera dovevo sempre assistere alle uscite notturne delle ragazze. Il Re del Pelo ebbe pietà di me e venne ancora una volta a trovarci. Mi scarrozzò due o tre volte con la sua Panda 4×4 a Punta de Torriga, al Nodo Murrai, alla Jana di Monte Sempio e foresta di Usinavà-sos Rios. Andammo anche a sa Conca de Locoli, vicino a Siniscola, dove c’erano dei suoi amici speleologi.

Petra e Alessandra, ore 21
Biasì 2009 , Sardegna, 07.2009, Petra e Alessandra Thiele

Insomma, questo fu il 2009. L’incidente sembrava chiudere un intero e glorioso periodo. Anche il nonno della spiaggia non era più lo stesso: se il primo anno faceva le capriole, quell’estate non le faceva più…
Una mattina c’era un forte vento, i bagnanti erano scomparsi. Sulla spiaggia, addossate a un muretto, Guya, Alessandra, Petra ed Elena si erano convinte di poter resistere. Era uno degli ultimissimi giorni ed erano in cerca dell’abbronzatura perfetta. Il muretto era accanto a un bidone della spazzatura, di quelli ripieni che straripano rifiuti. Però, con l’aria che tirava, non c’era pericolo di cattivi odori. Dopo una decina di minuti di raffiche e di mulinio di sabbia, ecco che il bidone si rovesciò e il contenuto andò a insozzare la povera Petra che era quella sdraiata più vicina a lui.
– Beh, forse è il caso che ce ne andiamo a casa…!

Il mattino dopo accompagnammo Alessandra alla stazione ferroviaria di Olbia. Avrebbe iniziato un lungo viaggio per raggiungere suo padre a Carloforte. Senza ritardi né contrattempi, e neppure attese, la tradotta durò ben nove ore. Noi proseguimmo per la Grotta di Nettuno (Capo Caccia) e quindi per il mesto imbarco a Porto Torres.

Per tutta la vacanza lo sport più praticato da Falk e Milo era stato quello di gettare nella stanza delle ragazze, tramite la finestra aperta, delle enormi cavallette che, anche se innocue, seminavano il terrore. Giunte a casa loro, aprendo le valigie, se ne trovarono dentro le ultime due, ancora vive!

Cala Girgolu e Tavolara
Cala Girgolu

Gita a Tavolara: il Capo, Guya, Alessandra ed Elena
Tavolara: A. Gogna, Guya, Alessandra, Elena

FINE

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Percorsi inutili 4

Percorsi inutili 4 (4-5)
2006
Già agli ultimi due mesi di scuola il problema era evidente. Petra si stava trasformando, da ragazza florida, luminosa e solare, a figura esiliforme, sguardo ripiegato per volontà di accelerare il passaggio da ragazza a donna, ma anche lievemente dark perché accentuato da un trucco scuro per nulla in linea con la sua natura.

Per la promozione aveva chiesto ed ottenuto un particolare modello di Nokia, carissimo, fighissimo e soprattutto di cui non poteva fare a meno. Non è senza importanza che il vecchio cellulare le fosse caduto nel water della barca a vela nella loro settimana a Ponza e Ventotene. Volenti o nolenti di un nuovo acquisto c’era bisogno. Il modo però con cui aveva condotto la visita in negozio e la trattativa con la commessa aveva decisamente fatto arrabbiare la mamma, come non molte altre volte era successo. La trattativa infatti era tale non per avere di più spendendo di meno come il buon senso vorrebbe, bensì per convincere la madre, con l’aiuto inconsapevole della commessa, che quello era l’unico articolo che valesse la pena di comprare.

Solo dopo il salato pagamento alla cassa Bibi aveva realizzato d’essere stata presa per i fondelli dalla figlia, che in più nella vacanza velica non si era certo comportata bene in compagnia di indifferenza, strafottenza e malumore appena represso.

Il passaggio delle consegne, in partenza per la nostra Sardegna, vedeva Guya e me piuttosto preoccupati: una figlia magra come un chiodo che pesava come la sorella minore, che soppesava con lo sguardo qualunque cibo, stizzosa come non era mai stata. Per due settimane avremmo dovuto sopportarla ma anche agire per distrarla dai suoi propositi, che francamente ci sembravano tipici di una personalità a forte rischio di anoressia. Speravamo molto nella compagnia di Alessandra, che caso mai aveva problemi contrari e per questo era stata soprannominata Pammi (da Pamela Anderson), nonché nel confronto-scontro con Milo, la sua passione mai sopita.

Arrivati sull’isola diedi tempo a Petra di prendere i suoi ritmi, ma soprattutto Guya non abbassava la guardia. Primi più unti del solito per ingannarla, pietanze e insalate ricche di sostanza, suggerimenti di gelati sulla spiaggia, anche a costo della propria linea. Io, che problemi di peso certo non ne avevo, trovavo la nuova filosofia del cibo davvero appagante e mi sembrava di mangiare come un porco. Di giorno smaltivo sudando sulle pendici settentrionali del Monte Coltellaccio o nella valletta a occidente della Punta lu Casteddacciu, gite solitarie che avrebbero distrutto un cammello, col caldo che faceva. Per quello ogni notte raffreddavo nel freezer una bottiglia d’acqua in modo da berla il giorno dopo decentemente fresca.

Ma la ragazzina era furba e ci cascava fino ad un certo punto. Di nascosto la controllavamo se andava a vomitare subito dopo aver mangiato: non ci era mai sembrato, però….

Piccoli litigi, discussioni facevano parte del reciproco conoscersi ma presto le cose presero una piega bellica evidente perché nel gioco si era inserita una ragazzina tedesca, Paola. Questa, pur ribadendo il suo disinteresse per Milo (ricambiata), in realtà era sempre presente e concedeva poco spazio a iniziative. Alessandra era già fidanzata con Augusto e dall’alto della sua posizione tentava di giudicare con oggettività un comportamento fluttuante in cui Petra dava a Milo dell’immaturo e quello la ripagava con dispetti e piccole attenzioni a Paola. Con rare apparizioni di Falk, che lavorava in un ristorante vicino ad Arzachena, il resto della litigiosa brigata era costituito da Elena e dalle due gemelle Mona e Cleo, sempre più legate e sempre più libere di parlare tra loro in tedesco cosa che, si sapeva, faceva molto arrabbiare Maestro Tommasino.

Erano i tempi anche del campionato del mondo di calcio, la sera dell’incontro Germania-Italia fu incandescente. Falk e Milo avevano fatto gli sbruffoni tutto il giorno, il viso dipinto da indiani, pronosticando una sicura batosta per noi pavidi e vigliacchi italiani. Le tifoserie davanti alla televisione erano rigorosamente separate, ciascuna a casa propria. Ma gli urli si sentivano anche a Olbia. E fu così che dopo aver meritatamente vinto, nessuno venne a congratularsi mentre noi sguaiatamente facevamo casino nella notte.

Ma fu più forte di loro e, al momento dei commenti sulla prossima partita con la Francia, ancora non tennero la lingua a freno e si lasciarono andare a vendicative e livide previsioni di certa disfatta italiana.

Dopo la vittoria, le ragazzine naturalmente furono senza pietà e andarono avanti giorni a fare battute di scherno su questo tema, provocando perciò rabbie represse che ogni tanto esplodevano nel chiuso del loro ambito. La figura di Paola era diventata un incubo, quasi come l’ormai mitica e mai più rivista Strunz.

Il Re del Pelo intanto era arrivato per una rapida visita che spendemmo su una mediocre prima ascensione al pilastro nord del Balcunaddu, la via Alea jacta est.

I giorni trascorrevano tra coordinate certe: da una parte le donne andavano in spiaggia ad arrostire al sole del pomeriggio mentre io rimanevo in casa a lavorare. Avevo parecchie cose da concludere, grane da affrontare non certo aiutato dall’assenza di UTMS, con un segnale GPRS che avrebbe spazientito Giobbe se avesse dovuto fare o ricevere e-mail. Mattino e sera erano dedicate alle scaramucce italo-tedesche. E per tutti i santi giorni l’incubo del sospetto che Petra fosse borderline, con lunghe telefonate con la madre che in verità ci sembrava non troppo ricettiva.

Anche per rifarmi di un’inattività ormai fastidiosa, andai da solo sulla cresta N della Rocca de Ballizzu (Quota 790 m di Monte Sempio), concedendomi un’arrampicata non troppo facile ma non così difficile da dire che per me fosse rischiosa. Ovviamente alla base non sapevo cosa mi aspettava, ma via via che la cresta si svolgeva sotto il mio muovermi mi sembrava di aver davvero indovinato la giusta meta. Solo nella parte finale ebbi un’esitazione, una fessura che mi piaceva molto ma che da solo sarebbe stata un’imprudenza, tra l’altro a destra della cresta. Così tornai sul filo e finii in bellezza. Mentre scendevo il caldo cominciava a sentirsi ma dentro di me sembrava che qualcosa si fosse placato, mi sembrava di avere nuove energie da spendere.

Elena dopo la salita di Mamma Drago alla Rocca de Ballizzu (Monte Sempio). Ben visibile la cresta nordSardegna, Monte Sempio, cresta nord

Riuscii perciò ad essere più papà di quanto lo fossi stato fino ad allora e volli condurle ad una spiaggia diversa dal solito, diressi l’auto a Cala Girgolu con l’intenzione di fotografare almeno i resti della Tartaruga, lo scoglietto decapitato anni prima da vandalico gesto. Petra, Guya e Alessandra non le smossi dalla spiaggia, Elena venne con me alla ricerca dello scoglio che, siccome non voleva farsi riconoscere, ci costrinse ad una bellissima cavalcata sulle bianche e rosa scogliere di questa baia, con Tavolara di fronte che quasi la si tocca con mano. La bambina era a piedi nudi ma non fiatò mentre io non sapevo come facesse su quel granito ruvido con sentierini spinosi inframmezzati. Ero fiero di lei. Solo al ritorno individuammo il mozzicone e facemmo le penose foto di rito.

Un cartello mi aveva incuriosito nella peraltro scarsa segnaletica in quel di Padru. Sul tornante dal quale partiva il sentierino per la Punta Russu, seguito anche con Luisa Raimondi due anni prima, avevano messo un bel cartello con piantina topografica e descrizione di un itinerario escursionistico. E questo a cura del comune. Volli andare a vedere. La descrizione era accurata, il sentiero lungo il Canale Marragone fino alla Sella 575 m (costruito dai carbonai e che non ero riuscito a percorrere per via dell’infrascamento) era stato riaperto con duro disboscamento. Il lavoro, piuttosto ben fatto, portava anche oltre nella valletta opposta. Consigliava una brevissima deviazione per una cascata in posto davvero selvaggio, ma poi proseguiva ancora a est fino a fermarsi inesorabilmente davanti ad un muro vegetale invalicabile. Tornai indietro senza cessare di chiedermi perché i lavori non erano proseguiti (e non mancava neppure tantissimo) fino alla sterrata proveniente dagli Stazzi Pietrisconi. Ma il caldo mi cuoceva il cervello a tal punto che dubitai di poter dare una risposta sensata.

L’anno prima era tanto piaciuta Tavolara, così il giorno dopo eravamo là, dove l’acqua è limpida alla massima potenza e i fondali sono da sogno anche per un arrampicatore incallito. Ancora felicità nei loro occhi, anche in quelli di Petra, per una volti sgombri dall’ombretto livido che ultimamente era il preferito.

A Tavolara se non altro non c’era l’affollamento di altre spiagge. Per un po’ di giorni girò tra loro il tormentone “Ccerto che sei propprio ‘n cojone”. Le versioni di questo episodio sono un po’ incerte, ma pare comunque che un signore romano, bello de sole e de panza, camminasse sulla spiaggia assieme ad un ragazzotto, evidentemente suo figlio. Ad un certo punto il ragazzo esclamò, non così a bassa voce: – Ammazza quant’è bona quella…
– Chi, quella? – volle certificare il padre.
– Quellalà.
– Ccerto che sei propprio ‘n cojone!
– Ah pà, tu alla mi età quante te n’eri fatte?
– Ma che c’entra… belle come mamma, nessuna!
E detto questo riprese a camminare seguito dal figlio che rimuginava.

A Lu Impostu c’erano i “due nonni”, lei 74, lui 78, di Roma. Siccome avevano una pensione da fame da anni facevano la stagione qui. Il caffè te lo portavano alla sdraio, con un carretto, come lo volevi, con dolcificante, corretto, senza zucchero. Più lei faceva le lasagne e i panini “boni boni”. Un giorno una “buzzicona”, dal sedere decisamente non più così florido, anzi decadente, andò a chiedere un gelato al nonno che subito esclamò: – ‘n vedi che culo questa, chiappe d’oro è questa…. Alle mie donne invece dava indistintamente delle “passerotte”.

Le notti brave dai Morgenstern, nelle tende, nei furgoni abbandonati non conoscevano tregua. Elena ebbe la visita di uno dei numerosi gattini lì di casa. Peccato quello avesse una diarrea di proporzioni inusitate (almeno in proporzione al suo peso). Verso l’una di notte ci fu molto movimento, i sacchi piuma di Elena e delle due gemelle erano irrimediabilmente compromessi, lei si alzò alla ricerca di acqua con cui pulire sommariamente. Dopo un lavoro molto difficoltoso, guardandosi bene dal venire in casa a chiedere aiuto, si arrese e concluse la notte perseguitata da una puzza bestiale. In tutto questo le gemelle si erano lasciate sottrarre i sacchi piuma per il lavaggio senza smettere di dormire, erano state reintrodotte nei sacchi più che umidi e avevano continuato a dormire della grossa. Assieme al gattino.

Dopo un’altra di quelle notti, fortunatamente non disturbata dai gatti, ma accorciata da chiacchierate fino alle due-tre di notte, andai a svegliare Elena, le feci fare una frugale colazione, la misi in macchina a dormire un’altra mezzora mentre io la conducevo a Monte Sempio. Quando ci arrivammo erano le sei di mattina del 12 luglio e faceva un fresco gradevole. Elena dormiva in piedi come gli asini. Ci avviammo alla base della parete nord ovest. Volevo arrivare per via completamente autonoma a quella fessura che qualche giorno mi aveva respinto. Man mano che Elena si svegliava ricordava i nodi e le manovre di assicurazione, ma non c’era da fidarsi troppo. Dopo una prima lunghezza abbastanza impegnativa e po’ sporca di terriccio e una seconda assai più facile, superammo due bellissimi tiri che da soli valevano la via. Elena era entusiasta, io pure. Mi godevo quella natura perfetta, quei nostri movimenti inutili nell’insegnamento del non necessario che praticavamo, quell’amore che sentivo scorrere dal profondo e che la spingeva ad abbracciarmi ad ogni sosta, ogni volta che poteva.

La quinta lunghezza la conoscevo già ma non glielo dissi, quindi anche lei fu con me alla base dell’arcigna fessura ad incastro finale. Questione di poco: spinto dalla vocina di lei, che a quell’ora mi assicurava come una professionista, in pochi minuti fui al di sopra e poco dopo anche lei stava salendo facendo coscienziosa pulizia di tutto il materiale da me usato. Fu lì che notò una formazione rocciosa più bizzarra delle numerose altre, disse che le sembrava una Mamma Drago. Fu il nome della via, che ci venne in mente quando ci abbassavamo nell’ormai assolato canale di discesa, verso gli enormi massi che precedevano l’auto, sola in una valle di silenzio.

La parete ovest della Rocca de Ballizzu con i tracciati di Mamma Drago e Narici di Porco. Sulla destra è No traversi per Barbi
Sardegna, Monte Sempio, parete ovest

Un grande silenzio immobile c’era anche il giorno dopo, quando a Rocca Manna stavo salendo la fessura in Dülfer che precedeva le belle e regolarmente geometriche fessure del pilastro centrale, quello che l’anno prima ci aveva impauriti. Marco, questa volta debitamente dotato di chiodi, risolse brillantemente, quasi del tutto in libera, uno dei tiri più estetici di tutto questo comprensorio roccioso. Ebbi modo di seguire la sua progressione, d’incitarlo, di consigliarlo, di applaudirlo senza battere le mani. Un piccolo capolavoro. Toccò poi a me proseguire, in una lunga fessura, un po’ in spaccata, un po’ d’incastro che poi si sarebbe allargata a camino. Ansimavo come una locomotiva scoppiata, strisciavo là dentro alla ricerca del centimetro in più: e allorché riuscii a utilizzare anche il gomito capii che ce l’avevo fatta. Era nata Ombre nella Mente.

Prima della partenza sentivo di dover fare almeno una cosa ancora: andare in municipio e chiedere materiale d’informazione sui sentieri ripristinati e segnalati. Oltre al Canale Marragone avevo visto altri due itinerari, quindi potevano essercene degli altri.
– A chi posso chiedere per avere informazioni su itinerari escursionistici qui a Padru?
La signorina fu gentile, disse che l’assessore non c’era ma forse l’addetto a non ricordo più che cosa poteva essermi utile. Costui fu un po’ meno gentile, chi sarà questo ficcanaso di continentale, si sarà chiesto. Mi confermò comunque che i percorsi erano per il momento solo tre e candidamente ammise che di materiale informativo non c’era neppure l’ombra, neppure un foglio dattiloscritto o una stampatina di computer. Però chiacchierando riuscii a sapere perché il sentiero finiva di colpo: perché oltre si sarebbe entrati nel comune di San Teodoro…

2007
A Pasqua eravamo stati nell’Iglesiente. Preso in affitto un appartamento a Portoscuso lo avevamo diviso con Luca Santini, Paola e la figlia Sofia. Con Luca divertimento e bizzarria erano assicurati, il tempo era volato. L’ultimo giorno, di ritorno a Olbia, eravamo passati a Biasì dai Morgenstern, per salutarli e per definire una volta per tutte il nostro soggiorno di luglio.

-Qvi c’è piccolo problema – aveva interloquito Markus. Le due casette erano entrambe occupate, a parte la seconda settimana. – Nostri amici hanno riservato cià un anno fa…

Non nascondemmo il nostro disappunto, ma fu giocoforza prenotare altrove per la prima settimana. Dopo molte telefonate, nelle quali ci fu modo di comprendere bene l’inefficienza e il pressappochismo di un sistema turistico che lascia massima libertà ad ogni gestione, alla fine decidemmo di prenotare da Massimo Careddu, un amico di Markus: tre giorni a Padru nel suo agriturismo, riveriti, serviti e nutriti, e altri quattro giorni in appartamento a su Casteddu, vicino all’omonimo agriturismo, per poi fare ancora trasloco dai Morgenstern. Economicamente, una bella sberla.

Due giorni prima della nostra partenza da Milano Markus mi aveva però telefonato lamentando che i loro amici gli avevano fatto il bidone, e informandomi quindi che la casa era libera. Si sentiva impaccio in quella voce, tradendo un po’ la vergogna di dover ammettere d’essersi sbagliato sul conto dei loro amici, visto che noi a Pasqua avevamo profetizzato sibilando quasi con chiaroveggenza: – vedrai che quelli non vengono….

Ad ogni modo, a parte l’esigua caparra data al Careddu, sentii subito che non era il caso di fare un bidone per riparare ad un altro.
– In fin dei conti il Careddu è un tuo amico – dissi a Markus, ma sotto sotto speravo che fosse lui a telefonargli e a spiegargli le cose. Cosa che non fece.

Oltre che a provocarmi un piccolo squilibrio, la comunicazione della casetta libera fu anche occasione di diverbio con Petra.
– Ma noi non siamo liberi di andare di vogliamo? – mi chiedeva.
– Siamo liberi, ma siamo anche tenuti ad un codice di comportamento…
– Sì, sì, lo conosco il tuo codice, ti faresti ammazzare pur di non venir meno ai tuoi codici.

La nave traghetto cominciava a rollare, si preannunciava una traversata mossa. Mi rifiutavo di credere che Petra mi parlasse così per via del risparmio che avremmo avuto. Pensavo invece al suo fastidio d’essere lontana, nelle ore serali per esempio, dai suoi reali interessi.
– Certo, perché tu invece pur di non avere neppure la più piccola scomodità saresti disposta a scavalcare qualunque cadavere…
– E tu non puoi accettare alcuna opinione diversa dalla tua e pensi che non cambierai mai idea perché solo le tue idee sono quelle giuste.
– Io qualche dubbio talvolta me lo pongo – tentai di concludere, ma nella convinzione che Petra aveva la testa dura almeno quanto la mia.

Non assistii personalmente al suo incontro con Milo, dopo un anno di ignorarsi reciproco. Sentii però il suo commento: – Milo è davvero bellissimo, poi forse è anche un po’ maturato….

E comunque non aveva perso tempo. La sera, stavamo scendendo per mangiare, mi fece tutto un discorso sul fatto che ormai Milo andava in discoteca il sabato, a San Teodoro. Ma la cosa era un po’ legata al fatto che la mattina dopo, alle 5 (!!!), la madre, che intanto si alza presto tutte le mattine per lavorare, andasse a prenderlo con la macchina all’uscita della discoteca.
– Sai, papi, mi ha chiesto se andavo anch’io sabato questo…
– Ah, sì, e quindi io dovrei alzarmi alle 5 per venirvi a prendere?
– Eh, sì, se non viene la Suzy…
– Tu sei fuori, Petra – sbottammo all’unisono con Guya – ti rendi conto di quello che stai chiedendo? Non è che non posso alzarmi alle 5, è che non voglio neanche pensare di venire a prenderti all’uscita. Io alle 5 mi alzo per andare ad arrampicare, ma prima già che ci sono vado a prendere mia figlia che ha fatto la notte brava…

Petra si era zittita, forse capiva d’averla chiesta grossa.
– Già che ci siete – rilanciai – perché non vi informate sui servizi pubblici? Invece che alle 5 state lì a gironzolare fino alle 6 o alle 7 e poi prendete una bella corriera. Esistono ancora sai?
– Quelle sono tutte querce – dissi scendendo dalle nostre camere il mattino dopo: eravamo diretti al locale colazione e il luogo era identico a quello della richiesta di prelievo alle 5.

Due giorni prima c’era stato un vago interesse botanico di Petra. – Papi, quali sono le querce? … qui ci sono querce? – Avevo risposto raccontando gli spaventosi disboscamenti del secolo XIX e XX, prima per costruire le linee ferroviarie del Regno d’Italia, tutte le traversine dei binari venivano dalla Sardegna, poi per l’industria siderurgica era necessario il carbone (e questo spiega tutte le piazzole dei carbonai che si vedono ancora oggi nei boschi e nella macchia). Avevo raffigurato a parole i fumi delle carbonaie, che bruciavano a fuoco lento e soffocato anche per tre giorni, il brulicare d’attività di questi luoghi oggi così deserti, il vivere faticoso di quella gente. Mi sembrava di averle interessate a qualcosa di diverso dallo sguazzare in acqua e dal prendere il sole consumando negozi interi di lozioni solari.

– Quelle sono tutte querce, anzi lecci – ripetei. Ma le due continuavano a non sentire.
– Cinque minuti fa dormivano, sono ancora in catalessi, non vedi? – mi ricordò Guya – già gli frega poco quando sono sveglie, figurati ora…
– Ah, ma fossero le 5 di mattina a San Teodoro non sarebbero così.

Subito dopo Petra cominciò ad addentare la prima fetta di pane con il miele, poi con la marmellata, poi ancora con il miele, poi la fetta di torta alla ricotta fatta dalla Signora Pina Careddu: Guya ed io ci guardavamo di sottecchi, entrambi pensavamo all’anno prima e a quanto meglio ora si stesse tutti.

Ero impaziente di arrampicare un po’, magari solo e sul facile. Il 28 giugno mi alzai presto e mi diressi alla Punta sos Pinos, dove sapevo che Marrosu aveva aperto un itinerario (la via del Muschietto) con due che conosceva appena.
Giunto alla base della parete non feci fatica a reperire il freccino rosso dipinto da Marco all’attacco. Tornai indietro alla base di uno sperone che mi sembrava più facile e decisi di salire da lì. Salii con manovre di autoassicurazione ed era la prima volta che procedevo con il prusik: pur trovando il tutto un po’ farragginoso, non rinunciai, in modo da non rischiare nel modo più assoluto. Più in alto rinunciai ad altro e fu più doloroso: una splendida placca alla sinistra di un diedro che mi sembrava non fessurato. Preferii un terreno più facile a sinistra, seguito però da altri bei passaggi. Ero soddisfatto, in cima alle prime luci del mattino, poco distante dalla Punta Maggiore. Era nato Percorso inutile.

Dopo una puntata tutti assieme a Cala Girgolu, il 1° luglio svegliai presto Elena ed andammo alla Quota 526 m dei Punteddoni NE, dove salimmo un bello spigolo, breve ma intenso, fino in vetta, invasa dai moscerini. In cima pensammo un poco se continuare la traversata di cresta, poi decidemmo che la via dei Moscerini sarebbe finita lì. Anche perché avevo deciso di trascinarla nel sentiero di Punta sa Ruosa, per vedere com’era, per capire fino in fondo la follia del comune di Padru. In cima ci arrivammo, poi al momento di scendere alla fonte di sa Ruosa Elena preferì fermarsi ed aspettarmi. Io scesi fino alla sella che divide i due valloni di Murta Muzeres e Maciocco, non vidi nessuna fonte e tornai subito indietro perché avevo timore per Elena.

E il bello fu che quando fui nelle sue vicinanze scoprii che c’era qualcuno che parlava con lei… che parlava con Elena… presto, presto, accelerai il passo, per scoprire che c’erano due coppie anziane meravigliate quanto me di trovare qualcuno. Venivano dal Lago Maggiore, e sapevano che a Loiri qualcuno gli stava preparando il fritto misto di pesce. E pertanto la loro gita finiva lì.

Allorché il 2 luglio mi trovai, già pochi metri dopo aver chiuso a chiave l’auto alla fonte Sottiles, in una macchia che non dava alcuna speranza di farla franca, decisi che l’eventuale via nuova che stavo per tentare si sarebbe chiamata Scontro frontale. In effetti l’avvicinamento fu quasi epico, più lungo di quello a Rocca Manna: e, ad attendermi, erano due lunghezze di corda solamente. C’era veramente da chiedersi perché. Al di là di un castelluccio di quarzo bianco, lo sperone di Punta sos Rizzos si alzava verso un cielo assai grigio. Qualche goccia era già caduta e verso ovest il grigio era quasi nero…

La Punta sos Rizzos e il suo pilastro nord, via Scontro frontalePunta sos Rizzos (Monte Nieddu), Sardegna

Attaccai con il consueto sistema di autoassicurazione che qui per ben due volte utilizzai deviando notevolmente a sinistra di quello che sarebbe stato il percorso per servirmi di punti di protezione i più alti possibile. Mi trovai in difficoltà almeno due volte, mentre sul passaggio spettacolare del tettuccio fu abbastanza esaltante. Raggiunsi una pianta di corbezzolo. Da lì la via proseguiva per diedri ciechi un po’ a sinistra, preferii quindi salire diritto per una fessurina, con l’intenzione di andare a sinistra dopo. E mentre ero lì a lottare con friend e nut, ormai usando per staffa un cordino, cominciò a piovere seriamente. Capii che per quel giorno era finita, così con una doppia da 25 m più qualche metro di arrampicata me la cavai ad abbandonare la parete. E lasciai lì la corda, volutamente.

Il ritorno nella macchia, e sotto una pioggia decisa, fu una stoica sofferenza, anche perché decisi di fare un percorso diverso, pensando che comunque peggio di quello dell’andata non poteva essere. Mi sbagliavo, perché era effettivamente ancora peggio. Arrivai a casa fradicio, dopo aver inzuppato anche il sedile della macchina.

Dopo una giornata di relax sulla spiaggia di Berchida, peraltro affollata ben più che le altre volte, ci fu il giorno del tanto agognato trasloco dai Morgenstern. Petra da due notti ormai tornava all’una e mezza di notte dopo aver stazionato nell’unico bar di Padru possibile. Il permesso le era dato perché andava con Roberta, la figlia del nostro padrone di casa, e naturalmente con Milo e Merle, un’amica tedesca di anni 17 che avrebbe soggiornato dai tre mesi ai dodici, non si sapeva, dai Morgenstern lavorando e cercando di imparare l’italiano.

La straordinaria luce di fine pomeriggio che c’era il 4 mi indusse ad andare a Cuzzola per vedere il mitico vallone del Rio Mannu, visita che avevo rimandato da troppo tempo. Fu bellissimo, il vallone è il posto più bello di tutto il territorio di Padru. Un torrente scavato nel granito, un angolo davvero selvaggio, per chilometri. Camminai per circa due ore, riuscendo a vedere nuove pareti che sicuramente prima o poi saremmo andati a toccare con mano. Mi dispiaceva d’essere solo, ancora una volta mi trovai a intristirmi sul fatto che le mie donne non potevano condividere con me quella bellezza. Mi ripromisi di portarcele, ma certo scoprirle insieme sarebbe stata un’altra cosa. E intanto sul sentiero correvo, leggero.

– Le si è fermata la macchina? – mi chiamò dal giardino della sua casa il contadino, non abituato che qualcuno gli posteggiasse proprio davanti.
– No, no, tutto bene. L’ho messa lì perché voglio andare a fare un giro lassù – dissi indicando Monte Paligheddu – posso lasciarla lì?
– E come no…. Anzi la può mettere meglio ancora….
– No, no, va bene così, grazie.
– E allora buona passeggiata….
– Grazie.
Erano le 6 di mattina del 5 luglio, la parete di Monte Paligheddu distava da me un tratto di prato, uno di macchia e uno di pietraia. Sapevo di essere osservato, mi muovevo come se ogni mia mossa fosse registrata. Decisi dove attaccare e, appena messomi le scarpette, partii con la corda trainata dietro.
Una roccia stupenda mi accompagnò fino alla cima, con bei tratti e bei passaggi, soprattutto nessun momento problematico. Quindi una gioia, su una via che chiamai Doppia Parete. E quando ritornai alla macchina il contadino non c’era, almeno non si fece vedere. Forse era andato pure lui a fare una “passeggiata”.

Punta Paligheddu, parete nord-nord-ovest, con il tracciato di Doppia pareteMonte Paligheddu, Padru, Olbia

E la giornata la conclusi in famiglia vicino a Posada, sulla spiaggia Iscraios, incredibilmente solitaria, due metri di spessore di sabbia sopra alla battigia, con un vento che rendeva sopportabile l’esposizione alla luce.

Quella sera, verso le 18, c’era un fervore di propositi. Nell’ampio spiazzo tra la casa, il maneggio e i vecchi camion posteggiati, Petra, Elena, Merle e Milo confabulavano con un locale, certo Antonio. Guya e io eravamo immersi nei preparativi per la cena, non sapevamo che Merle volesse uscire a tutti i costi, con il suo amico Antonio, trascinando nell’avventura notturna anche Milo e Petra, in un gioco che prometteva faville di interessi incrociati.

– Papi, io questa sera uscirei con Milo e Merle. Posso?
– Usciresti per andare dove?
– Ma, non so, probabilmente San Teodoro…
– E chi vi porta in macchina, scusa?
– Ah, sì… ci porta Antonio, uno simpatico, qui di Padru, che fa musica…
– Ah… e quanti anni ha Antonio?
– Boh, non so… quaranta? Quarantuno?
– Scusa, e questo Antonio porterebbe una sedicenne italiana e due diciassettenni crucchi in giro per locali?- Beh, che c’è… anche Markus dice che Antonio è uno carino, simpatico.
– Beh, senti a me non me ne frega un cazzo di cosa dice Markus. Tu con uno di quarantuno anni in giro di notte non ci vai.

Immediatamente Guya si mise sull’allarme. C’era evidente aria di bufera, conoscendo mia figlia e quanto potesse essere testarda, alternando irrefrenabili scoppi d’ira a freddi ragionamenti per portare acqua al suo mulino.
Cenammo pronunciando poche parole, i tentativi di Guya di alleggerire cadevano nel vuoto.

Elena intanto imparava in fretta come andava il mondo. Poteva approfittare delle lezioni più disparate, ma dove eccelleva era nel tentativo di strappare a Vodafone l’offerta estiva migliore, tipo Summerplus, con un numero illimitato di SMS. Credo che ormai le centinaia di operatori la conoscessero benissimo per nome, date le almeno cento telefonate fatte, le ore trascorse a farsi illustrare le diverse opzioni. A volte, se non era soddisfatta delle risposte, dopo aver chiuso esclamava “Valeria di merda”, oppure “Luigi coglione”! Quel giorno aveva fatto una telefonata in viva voce presente Guya, l’operatore era stato gentilissimo, stranamente per nulla scocciato dalla curiosità di Elena relativamente ai risvolti più segreti dell’offerta. Chiusa la conversazione, le due avevano fatto commenti positivi sul giovane telefonista (quanto è carino, gentile, che bella voce, ecc.), salvo accorgersi, riprendendo il telefono in mano, che quello era stato a sentire tutto!

Ma torniamo alla cena in corso: alla frutta, la tensione si tagliava con il coltello. Io avevo ribadito il mio fermo diniego, Petra era scoppiata a piangere disfacendo il lungo lavoro di rimmel che aveva fatto poco prima, ostentando ribellione al mio diktat.

Arrivò Merle, alla porta. Bionda, truccata, spinta. Se mai ce ne fosse stato bisogno, la mia convinzione di negare il permesso si rafforzò. I giorni prima avevo sentito i mormorii, cosa si diceva dietro a Merle: e mi bastava. Il no divenne assoluto, senza alcuna possibilità di ulteriore discussione.

Alle otto, puntuale, arrivò Antonio, che ebbe la faccia di bussare, ma quando Petra andò alla porta per comunicargli la ferale notizia, lui se ne guardò bene dall’entrare. Io rimasi in cucina, Guya pure.

Beh, ero incazzato nero. Ma questo, a più di quarant’anni, si permette di venire a casa mia a tirar su mia figlia? Ma chi sei, chi te conosce? Pensi che tutti i continentali siano un po’ fessi e le continentali un po’… troiette? Beh, scordatelo, e fuori dai piedi. Questo gli avrei detto in faccia se solo Petra me lo avesse portato davanti.
Non successe, non so neppure cosa avvenne con gli altri. So solo che Petra rimase in giardino a piangere tutta la sera e a telefonare alla mamma.

E il mattino dopo fu uguale, fino a che l’ennesimo intervento materno da Milano non moderò le tensioni, fino a riportare la calma.

La mattina della fine litigio Guya, Elena e Petra, con l’aggiunta di Merle, andarono Lu Impostu ed ebbero la gradita sorpresa di ritrovare i due nonni. I due nonni, abbandonato il carretto, avevano dato qualità alla loro offerta con un baracchino, un punto fisso quindi un po’ all’interno della spiaggia. Il nonno si limitava a fare un giro per prendere le ordinazioni.
Perché non prendersi un bel gelato?
– Aoh, so’ arrivate e bionde… Aoh, ‘n vedi questa quant’è bionda, questa pare Merilin Monro (si riferiva a Merle, la tedesca).
– Aoh, queste so’ bocconcini, guarda che carne fresca che è… – interloquì la nonna, impaziente di vendere i panini – visto come s’è ringalluzzito quando vede carne fresca, fa il gallo cedrone, er nonno qui…
– E che, devo fa er gallo co ‘e vecchie?
– Ma questa è carne troppo fresca… – disse ridendo Guya, riferendosi alle ragazze.
– Aoh, ma che sta addì, io miga o dicevo a loro, o dicevo a te…
– Ma io sono fuori concorso….
– Ma che sta addì, io o posso dì che so nonna…
– Ma che, non è che se nonna pure te? – s’insospettì il nonno.
– Ma che sta addì un vedi che questa è di primo pelo… – si sprecò la nonna, chiudendo un discorso davvero memorabile.

In Sardegna, anche una zona ristretta di territorio è in grado, con grande facilità, di riservare belle sorprese a chi la percorre con occhio attento. Il comune di Padru aveva riattato il vecchio sentiero del Canale di sos Nidos, quello che dai pressi della fonte di sos Pantamos scende verso l’abitato di Cuzzola. Il sentiero ricalca la strada (di cui sono visibili ampi tratti) costruita e percorsa dai taglialegna nella seconda metà del XIX secolo. Si possono anche ammirare le piccole piazzole destinate alla produzione di carbone e la presenza di rifugi per la permanenza notturna. Percorrendo questo sentiero si notano a destra in alto delle bellissime strutture di granito, le pareti della Punta de s’Abila; più in basso si passa sotto e a destra dello slanciato e solitario Torrione di Faddidolzu, prima che la valle viri decisamente a nord e il torrente formi una curiosa serie di vasche che t’invitano al bagno.

L’8 luglio fu la volta della rivincita sulla Punta sos Rizzos: con Marco, per non affrontare la masochistica salita dal basso, decidemmo di arrivare dall’alto, tramite un lungo e panoramico giro per il Colle 904 m di Punta Maggiore e la Punta la Penna. Scendemmo in corda doppia fino alla base, poi salimmo sfruttando l’assicurazione sulla corda fissa lasciata da me la settimana prima fino al punto massimo del mio tentativo. Continuai, non salendo per la fessurina al di sopra che avevo già tentato, bensì mi spostai a sinistra nel fondo di un diedrino obliquo a sinistra che risalii fino a raggiungere a sinistra uno spigoletto arrotondato (VI+, V+). Avevo così di nuovo raggiunto la vena di quarzo: aiutandomi con essa superai l’ultimo strapiombo (V+, VI), poi più facilmente fino allo spigolo arrotondato (V-) che porta a un altro leccio. Qui le difficoltà erano finite e Marco era perplesso: secondo lui quella è una bella via, ma l’accesso è così scomodo che due sole lunghezze di corda non giustificano quell’impegno. E non parliamo del ritorno, sotto un caldo ormai feroce, ripercorrendo quanto fatto al mattino e al fresco. Battezzai la via Scontro frontale, uno scontro più che altro con il buon senso.

Marco Marrosu sulla prima lunghezza di Scontro frontale, Punta sos RizzosPunta sos Rizzos, via Scontro Frontale, prima lunghezza

Ma già il giorno dopo scoprimmo un qualcosa di molto più selvaggio. Quella Quota 590 m della Punta de s’Abila, vista scendendo il Canale sos Nidos, ci attirava, e richiese un’ora e mezza solo per l’accesso. Scendendo il Canale sos Nidos, poco prima del passaggio attrezzato del torrente, ad un poco appariscente bivio, prendemmo a destra. La traccia finisce quasi subito, quindi continuammo nella macchia cercando di guadagnare quota e di camminare nelle pietraie lungo la curva di livello, dirigendosi verso ovest, dove si vede chiaramente la bella parete con le scanalature. L’ultimo canale invaso dalla vegetazione poco prima della parete lo superammo risalendo ancora su rocce e con un traversino misto macchia e roccia. Raggiunta la parete la costeggiammo verso il basso sino a raggiungere un bel ginepro (cordino) dal quale ci calammo 25 m, per raggiungere la base vera e propria. La Via dei Cammelli ci offerse un’arrampicata stupenda per quattro lunghezze, mai troppo difficile ma mai neppure banale.

La Punta de s’Abila con il tracciato della via dei Cammelli
Quota 590 m della Punta de s'Abila, pilastro S e parete E

Marco Marrosu sulla prima lunghezza della via dei Cammelli, Punta de s’AbilaQuota 590 m della Punta de s'Abila, via dei Cammelli, 1a lunghezza

Il 10 luglio andammo al Torrione di Faddidolzu, dove indubbiamente salimmo la via più bella di quell’anno, lo spigolo ovest di otto lunghezze, battezzato Tentar può nuocere, con un passaggio in aderenza mozzafiato.

Torrione Faddidolzu con il tracciato di Tentare può nuocere
Torrione Faddidolzu,

Marco Marrosu sopra al passo chiave di Tentare può nuocere, Torrione FaddidolzuTorrione Faddidolzu, 6a lunghezza

Il giorno successivo ci dedicammo al canyoning! un’attività per me del tutto nuova o quasi. Rimasi affascinato dalla bellezza delle vasche, dei laghi e delle cascate del rio Petrisconi, tanto che il giorno dopo ancora (12 luglio) ci tornai con Elena e mi spinsi ancora più lontano.

La prima pozza del rio Petrisconi 
Canyon rio San Teodoro (Sardegna, torrentismo)

CONTINUA

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Percorsi inutili 3

Percorsi inutili 3 (3-5)
2004
La vacanza del 2004, di prassi ormai nei giorni pasquali, fu un po’ più sfortunata delle altre dal punto di vista delle condizioni atmosferiche, praticamente impietose, con freddo insistente e pioggia anche di più, la solita penuria di legna e la conseguente bramosia di arrampicare che aumentava assieme al nervosismo.

Delle tre bambine (ormai Alessandra faceva parte per statuto della famiglia in trasferta sarda), due lo erano sempre meno, il fiorire dell’adolescenza le aveva in un anno trasformate, anche se non ci si poteva affatto lamentare di questa normale evoluzione. L’interesse per Milo era evidente, la loro attenzione ben desta pronta a cogliere gli umori o a produrre segnali.
Milo d’altra parte sembrava non accorgersi di quell’interesse ma certi contrasti di carattere e di capriccio avuti con Petra potrebbero testimoniare il contrario.

L’allegria comunque o c’era sempre e ben manifesta o subito dietro l’angolo di strade brevi, dove le arrabbiature avevano solo il tempo di percorrere pochi metri. La conigliera stordiva meno dell’anno prima, vuoi per maggiore attenzione alla propria igiene e presentazione personale, vuoi per la temperatura decisamente più rigida. Solo Elena si comportava ancora da bambina, buon esempio per capire quanto certe cose bisogna gustarsele prima che scompaiano inesorabilmente. E lei giocava più che altro con le gemelle Mona e Cleo che d’altro canto la vedevano come una dea che finalmente prestava loro attenzione. Anche Falk cercava di essere della compagnia, ma un certo suo modo di fare da “so tutto io” e qualche oggettivo anno in più non giovavano al suo pieno inserimento nella banda italo-tedesca.

Punta dei Banditi, via per Elena piccola, 10.04.2004
2004.04 P.ta dei Banditi cresta SSW con tracciato , Sardegna

La mattina del 10 aprile riesco a trascinare Guya, Elena ed Alessandra alla base della Rocca dei Banditi: quanto a Petra, non ne aveva voluto sentir parlare e aveva optato per una bella gita a cavallo, ottima scusa per stare un po’ assieme al semidio tedesco. Il caldo era abbastanza forte, riuscii comunque a portare Elena sulla cresta SSW, che presupponevo abbastanza facile e adatta a lei. Osservati dalle altre due, sdraiate sotto un grosso leccio, Elena ed io salimmo tutta la cresta, la via per Elena piccola, che specialmente nel primo tratto si rivelò abbastanza impegnativa. Il momento più bello fu l’arrivo in cima, tra le tonde vasche di granito liscio che io ben conoscevo. Ero felice mentre la piccola, raggiante, parlava al cellulare con Alessandra e Guya che la riempivano di complimenti.

Elena su via per Elena piccola, 10.04.2004
2004.04 Punta Banditi Elena Piccola 002 , Sardegna

Elena in vetta alla Punta dei Banditi, 10.04.2004
2004.04 Punta Banditi Elena Piccola 007 , Sardegna

L’arrivo di Marco Marrosu coincise con quello di Marco Milani e di Luisa: mentre questi alloggiavano nella casetta superiore, Marrosu soggiornava nella nostra, come ormai d’abitudine tra divano, bagno e cucina. Fu lì che si guadagnò il nomignolo di Re del Pelo, per via di qualche pelo che lasciava sul pavimento della doccia dopo averci liberamente sguazzato. Per il resto si faceva voler bene, anche sfruttando le sue capacità di pescatore e di cuoco. Una sera ci ammannì tanto di quel pesce da non saper più come mangiarlo: anche i formaggi ed altre leccornie portate da Sassari ebbero grande successo. Uno solo di questi non ebbe entusiastica accoglienza, mi riferisco ad un plateau di lumache secche decisamente di gusto dubbio.

La necessità di una maggiore pulizia era evidente e fu tramandata alla memoria in concomitanza del fatto che nelle case teutoniche non si trova mai quell’invece per noi prezioso e insostituibile sanitario. Il bidet stava diventando un mito e un giorno Alessandra e Petra perfezionarono una canzoncina, sull’aria di Solo Ieri, una canzone di Eros Ramazzotti che andava forte in quel momento.

Solo ieri c’era lui
Nella vita mia
Solo ieri c’era un bel bidet a casa mia
Perché mai
Lo troverò e m’innamorerò
Di un altro lo so
Guarderò il futuro però
Se lo troverò non lo so
Ma il cesso ce l’ho
E la carta igienica no
(ritornello)
No che non può, non può finir così
A casa mia lo troverò
E m’innamorerò
No che non può mancare il mio bidet
La vita mia cambierà
Se lei lo metterà
Adesso lo so…

La cantavano a squarciagola anche in presenza di Milo cercando di metterlo a disagio, peraltro senza riuscirci. Guya e io ridevamo senza ritegno.

Tutto il gruppo al gran completo tentò una gita alla Punta Maggiore, la vetta più alta del Monte Nieddu: la giornata era tristemente nebbiosa, la camminata abbastanza lunga e monotona e alla fine in vetta ci arrivammo solo Marrosu ed io, senza alcuna soddisfazione panoramica. Tra una pioggerella sì e una no il 12 scoprii con passeggiata solitaria a forte andatura un sentierino che saliva a Punta Russu e presumibilmente si spingeva fino alla Punta lu Casteddacciu. Tra un rovescio e l’altro Marrosu e io riuscimmo a firmare il 13 aprile Piove sul Bagnato, una bella via sulla parete SW della Punta Muzzone a sinistra della via della Checca. Milani aveva preferito andare a giocare al subacqueo con le bombole e la muta.

Sperone della Nave, via del Piacere, 22.04.2003
2004.04 Sperone Nave da P.Banditi Elena Piccola 002 , Sardegna

E il giorno dopo col mio fedele compagno andammo alla Rocca Manna, una struttura da lui scoperta mesi prima con altri amici: un posto abbastanza lontano cui si accede da San Teodoro ma che in linea d’aria non è poi così distante dal nostro solito luogo operativo. Semplicemente è sul versante mare della Punta Maggiore e del Casteddacciu. Dopo una selvaggia lotta con una macchia mediterranea particolarmente florida e alquanto scoraggiante, direi repulsiva, riuscimmo a guadagnare la base di un evidente sperone che conduceva diritto sparato a una delle vette della Rocca Manna. Le difficoltà non erano forti, la via proprio bella, ci sembrava di avere la Sardegna sotto i Piedi.

Da sin, Rocca Manna 414 m, Quota 426 m, Monte di l’Incudina 495 m. Sulla prima, sulla serie di placconate sovrapposte, è Sardegna sotto i piedi (14.04.2004); sulla seconda, sul pilastro nord-ovest, sono stati tracciati Dati alla Macchia (4.07.2005) e Ombre nella Mente (13.07.2006)
Rocca Manna, Monte Nieddu

Il 15 fu la volta di ciò che avevamo dovuto rimandare per tutto il soggiorno: il tentativo di via diretta alla parete della Rocca dei Banditi, esterna, senza passare nel grande buco.
Sarebbe stata una piccola grossa impresa… ma non ce la facemmo. E ci erano voluti tre anni di coccole per decidersi. Con noi era anche Marco Milani.
Per due lunghezze di difficoltà non eccessiva conduco la cordata, poi passa avanti Marrosu: è chiaro che quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Si andò avanti per altre tre lunghezze, una più bella dell’altra, fino ad arrivare a un tafone a breve distanza dalla vetta.
Marrosu, appeso su una staffa attaccata a una clessidra tagliente e tagliabile, provò a proseguire ma non se la sentì. Provò anche a fare un lancio di corda, ma i suoi sforzi si potevano definire inani. Si sentiva svuotato e inaridito. Ma la sua fiducia nella sua etica personale non crollava.

Marco Marrosu, tentativo a Fiato Sospeso, mentre lancia la corda stile Bonatti sul Dru, 15.04.2004
2004.04 Banditi tentativo 5a lunghezza 07 , Sardegna

Alessandro Gogna, tentativo a Fiato Sospeso, si appresta a infiggere nella roccia il piantaspit, 15.04.2004
2004.04 Banditi tentativo 5a lunghezza 15 , Sardegna

Allora provai io, fornito di perforatore manuale (di proprietà di Milani). Io che avevo piantato solo pochi spit in vita mia, molti anni prima e con molta vergogna. Non avevo la più pallida idea di come si faceva, pertanto mi telecomandavano dal basso. Tutto procedeva bene fino al momento di estrarre il percussore: questo rimase ostinatamente inamovibile. Cercai in tutti i modi, con le buone e con le cattive, ma ogni mio movimento inconsulto risicava sempre di più l’esigua clessidra su cui ero.

Allora misi una staffa sul piantaspit e proseguii in libera, colto da sacro furore. Sotto sentivo che si stavano cagando addosso, come del resto sarebbe accaduto anche a me dopo poco. Pochi metri sopra una placca non invincibile ma bella dura mi consigliò di tornare indietro. Uno spuntone arrotondato e infido mi permise di scendere al piantaspit. E da lì con cautela alla sosta.

Il pianta spit rimase là affondato nel cuore della roccia, la via era ancora da finire. Ed erano appena cominciate le meditazioni sulla liceità di quanto avevo appena fatto…

Il 17 ancora tra i rovesci con Luisa tornai sulla Punta Juanne Russu e da lì ci spingemmo alla Sella 545 m e sulle rocce occidentali della Quota 634 m, per scoprire che lassù c’era una capanna dei pastori abbandonata.

2005
Dopo una giornata sulla spiaggia di Budoni torrida di calura e di gente tormentata da telefonini che sotto gli ombrelloni squillano al proprietario immerso in acqua oppure innervosita da legioni di vu cumprà, avevo già giurato che la vita accasciato in riva al mare non faceva per me, neppure per la cura dei miei dolori che anzi, ieri, erano più forti del solito e m’impedivano perfino di sdraiarmi. Per quei dolori avevo chiesto a una decina di medici diversi, delle varie specialità, anche alternative. Nessuno mi aveva saputo dare una risposta, non parliamo di una cura. Se volevo fare dell’attività arrampicatoria ero obbligato a prendere dell’aulin, cosa che cercavo di limitare al massimo: e questo era incominciato la bellezza di nove mesi prima.

Quelle vacanze le avremmo fatte nella casa del primo anno, quella sotto la loro abitazione, quindi lontano dalla stalla. La cosa presentava pregi e difetti, però se non altro la cucina l’avevano messa giù nuova e sicuramente quei locali erano più freschi.

Ma la vera novità di quell’anno, a casa Morgenstern, era la piccola piscina, davvero una bella valvola di sfogo, a tal punto da non rendere sistematica la richiesta di spiaggia tutti i giorni. Infatti quel giorno eravamo lì, si parlava di cavalcata serale al fiume, ma nel frattempo un maniscalco cottimista stava ferrando uno per uno tutti e 27 i cavalli. Le ragazze erano un po’ suonate, quella notte avevano dormito assieme a Milo e Falk nel camion che da anni stazionava ai margini del possedimento, ricettacolo di topi ed altri animali. Già la sera prima me l’avevano chiesto, ma io avevo negato il permesso adducendo che già avevano dormito poco in traghetto. Falk (che quell’anno stava frequentando un corso alberghiero e quindi di giorno non c’era mai) aveva insistito un poco poi aveva preso atto.

La seconda sera dunque avevo dovuto acconsentire. Petra si era messa in tiro come avesse dovuto andare in discoteca, Alessandra ed Elena la prendevano in giro senza pietà per la sua evidente mira su Milo. Guya e io ci chiedevamo se era davvero il caso che i ragazzi dormissero assieme, poi ci rispondemmo che sì, quell’anno andava ancora bene.

Alle nostre ripetute richieste di resoconti, le risposte erano state abbastanza evasive, meglio tornarci sopra dopo qualche giorno. Anche se sembrava che per il momento non volessero più ripetere l’esperienza.

Al mattino mi alzai alle 6,15 e uscii alle 6,30; Petra dormiva placidamente nel suo letto (raggiunto, come poi ho saputo, alle 5,19 per via di una congiuntivite beccata il giorno prima sulla spiaggia).

Salutato il cinghiale imbalsamato appoggiato a un albero del giardino, scesi al camion per dare un’occhiata. Dormivano tutti come angioletti, Falk per primo perché avrebbe dovuto alzarsi alle 7 (ma poi non lo fece e fu svegliato da Markus); poi Milo, poi il posto vuoto di Petra, poi Alessandra fatta su nella sua coperta e infine Elena, mezza fuori.

A piedi nel fresco del mattino andai a Budò, per poi partire al reperimento di una mulattiera per salire alla sorgente dell’Ea Frisca e possibilmente quindi scendere nella valletta del Rio de Biasì fino al più noto percorso proveniente dall’agriturismo Su Casteddu di Sotto.

Scavalcato un cancello e salutati almeno due pastori con un ricambiato cenno della mano mi avventurai sulla stradina costeggiata dal tubo dell’acquedotto che mi portò abbastanza in alto, in mezzo a una radura già bruciata dal sole. Qui un altro cancello, bianco, mi indicava la prosecuzione per l’Ea Frisca, che infatti raggiunsi dopo breve, una serie di pozze d’acqua immerse in un bosco verdissimo con piante più alte della media, dove l’uomo però ha costruito pozzi di accumulo senza troppi riguardi per il bucolico paesaggio.

Non sembrava che la strada proseguisse, come invece suggeriva la carta, così tornai indietro alla radura e ne trovai un’altra, quasi completamente invisibile e poco praticabile, che mi portò più o meno a raggiungere quella che una volta era la mulattiera che risaliva dall’Ea Frisca. Ormai c’era poca logica nel seguire quella traccia, e alcuni muretti di cemento, costruiti con un concetto che mi era ignoto, non contribuivano a chiarire le cose. Però sapevo dove volevo arrivare e infatti dopo un po’ ritrovai una traccia zigzagante, invasa da sterpi e rovi, che mi fece salire al Colletto 480 m c., proprio di fronte al versante settentrionale del Monte Coltellaccio (in basso a destra era la Punta dei Banditi) e quasi alla sommità della valletta del Rio de Biasì.

Lo scopo della mia escursione era di scendere da qui nella valletta e ricollegarmi quindi al sentiero che tante volte avevamo percorso per la Punta dei Banditi. La carta segnava il collegamento, ma questo era invisibile nel concreto. Cercai di agire d’astuzia, tentai e riguardai, ma alla fine dovetti cedere: non sembrava che ci fosse collegamento.

Decisi di scendere ugualmente nella valletta, sfruttando delle rocce affioranti, per vedere se il sentiero era al di là del fondo asciutto. E infatti, dopo una risalita sull’altro versante nelle spine, trovai quello che una volta avrebbe potuto essere un sentiero. Lo seguii una cinquantina di metri verso il basso, poi però mi arresi.

La scelta ora era obbligata, dovevo tornare al Colletto 480 m c. e da lì riscendere per la stessa via seguita in salita. Erano le 9, cominciava a fare caldo: in prossimità dei muretti mi persi un poco, nel senso che sapevo sempre dove ero ma non sapevo come allontanarmene. Dopo una sessione di spine mi lasciai scivolare in un rimasuglio fangoso di ruscello. Bevvi. Poi risalii dall’altra parte e, grazie ad un altro muretto emergente come un monumento maya nella giungla riuscii a riguadagnare il percorso conosciuto. A casa ci arrivai alle 10,30. Ed è qui che venni a conoscenza del fatto che ancora non si erano avuti particolari sapidi sulla notte in camion.

Il giorno dopo feci un’altra scorribanda sempre con la mira di recuperare il sentiero del Rio de Biasì: l’idea era di salire dal basso, dal solito sentiero che seguivamo sempre per la Punta di Banditi. Ma questo, giunto al fondo del ruscello, si perse immediatamente nei rovi e nelle frasche e anche quella volta dovetti concludere che non c’era alcuna speranza di recuperare il vecchio percorso dei carbonai. Tornai indietro e salii alla Punta dei Banditi, traversai sotto alla Punta Muzzone e m’inoltrai in una selvaggia valletta, quella di Badde Niedda, che portava in alto verso su Casteddacciu. Anche qui volevo esplorare come raggiungere la base dello sperone NW di quella montagna: ma quando mi trovai in alto in mezzo a pendii franosi e ancora ben distanti dalla base dello sperone, decisi che non era quello il sistema e che forse era meglio arrivare lassù dall’alto, quindi dall’altro versante, dalla sterrata per Punta Palemonti. In queste sfacchinate solitarie il mondo non mi appariva così sereno: meglio sentire dolore camminando che stando fermo sulla sabbia ad arrostire, ma non era abbastanza. Senza aulin avrei zoppicato, così mi sembrava di fare ugualmente delle cose che in realtà non avrei dovuto fare. Aspettavo con ansia l’arrivo dell’amico Marco. Che quando arrivò mi chiese di fare subito qualcosa di facile. Il conto in sospeso con la W della Punta dei Banditi, col punteruolo ancora lassù conficcato, l’aveva tormentato anche lui.

Andammo perciò subito allo sperone NW della Punta lu Casteddacciu, quella che sembrava una bella salita senza grandi problemi. Che in effetti non ci furono: indovinata fu la scelta di approcciare il turrito sperone dall’alto, quindi dalla strada per Palimonti. Un po’ di difficoltà iniziale nella macchia ma, dopo il reperimento del sentiero per il colle 703 m, tutto assai facile e piacevole. L’itinerario si rivelò caratterizzato da bellissimi torrioni, che noi scalammo uno dietro all’altro, senza mai grosse difficoltà o pericoli. Così si chiamò via delle Torri. Era il 3 luglio.

La Punta di lu Casteddacciu: al centro il pilastro della via delle Torri, 3.07.2005
da vetta P. Muzzone verso Casteddacciu

Il giorno dopo ci avviammo al mattino molto presto alla Quota 426 m di Rocca Manna,con l’intenzione di salire il più bel pilastro di quella zona, notato l’anno precedente. Quando, dopo una bestiale risalita della macchia, temuta già dall’anno prima, fummo sotto all’arcigna e longilinea struttura, ci accorgemmo di non avere chiodi a sufficienza, per lo meno di quelli a U che sembravano essere i più utili. Così, a malincuore, deviammo per un itinerario sulla sinistra, che si rivelò molto bello e non difficilissimo (a parte una lunghezza in un diedro). Diventò Dati alla Macchia, con evidente riferimento al nostro continuo sfuggire alle lusinghe delle figlie, di Alessandra e di Guya che invece ogni giorno andavano al mare. Ricordo che quel giorno, sporchi e sudati come eravamo, le raggiungemmo al mare. E per quella volta la piscina dei Morgenstern ci disse grazie…

Il giorno dopo lo dedicammo, tutti assieme, al riposo sulla spiaggia di Punta Ainu. I meccanismi di fuga nell’appartarsi di Petra e Alessandra erano evidenti. Per raccontarsi le loro cose, per confidenza, per piccole ripicche, per tutto ciò che alla sera succedeva dai Morgenstern. Cose di cui noi grandi non dovevamo sapere ma che poi Alessandra confidava regolarmente alla “zia” Guya. Anche Elena faceva la sua parte di relazioni, ma indubbiamente in modo più discreto. Le due gemelle, sempre a piedi nudi, diventavano sempre più di compagnia, a volte mangiavano con noi la sera, venimmo a sapere di maestro Tommasino che era molto bravo ma che si arrabbiava se loro non facevano i compiti. Ma quando si tuffavano nella piscina della severità del maestro Tommasino non sembrava importargli molto.

E venne l’alba del giorno tanto atteso, 6 luglio, quello per chiudere la partita con il perforatore. Decidemmo di comune accordo di non ripetere ancora l’itinerario dal basso, per avere la sicurezza di poter estrarre l’attrezzo con una corda calata dall’alto. Marco non aveva mai salito per Elena piccola, così scegliemmo quell’itinerario per giungere alla spalla finale della cresta SW. Eravamo ancora ai primi raggi di sole quando calai Marco fino alla scena del delitto. Essendo appeso alla corda poté smartellare con violenza fino alla fuoriuscita, poi, vinte le ultime resistenze, provò a fare il foro a una quindicina di cm da quello fatto da me. A lui non capitò l’inconveniente mio, ma presto si accorse di aver azzeccato una maligna bolla vuota all’interno della roccia, tanto da convincerlo a smettere subito di forare. Un terzo tentativo andò finalmente a buon segno: ora uno spit occhieggiava lucente a proteggere il passaggio. Prima di scendere Marco, ci eravamo accertati che la salita fosse possibile e naturalmente non ci eravamo sbagliati. Calai Marco definitivamente alla grotta di partenza del tiro, poi lo raggiunsi a corda doppia.

Marco Marrosu supera l’ultima lunghezza di Fiato Sospeso (6.07.2005). La prima protezione visibile, con cordino, è lo spit tanto controverso
Rocca dei Banditi, ultima lunghezza di Fiato Sospeso

La Punta dei Banditi con il tracciato di Fiato Sospeso
Parete ovest della Punta dei Banditi , Sardegna

Così Marco poté reiniziare la sesta lunghezza della nostra via, assicurarsi allo spit e salire in libera fino allo spuntone arrotondato e quindi a sinistra fino alla placca un po’ muschiosa che mi aveva respinto l’anno prima. Giunto alla nicchia preferì continuare, uscirne a destra con un bel passo nel vuoto e riguadagnare la cengia della spalla SW da cui ci eravamo calati. La via era finita e la chiamammo Fiato Sospeso.
La sera grandi festeggiamenti e bevute di cannonau, alla splendida luce serale della nostra terrazza. Mi sembrava un sogno.

Il giorno dopo le convincemmo a non andare al mare, almeno una volta, così facemmo assieme a Marco un bel giro turistico, prima al villaggio di sa Pedra Bianca (e andando notammo le strutture granitiche di Monte Sempiu) dove facemmo delle foto ricordo con la Punta sa Tepilora più in basso di noi. Dirigemmo poi al villaggio abbandonato di Abbas Andrias, penosa ma utile visione, quindi a una strada sterrata che, lungo le pendici occidentali della Punta sa Pedralonga, avrebbe dovuto condurci a Mamusi. E infatti là arrivammo, per lande desolate, quasi da vero far west. Ma poi le cose precipitarono perché non riuscimmo a trovare la strada che avrebbe dovuto riportarci a Padru, magari senza fare il lungo giro Berchiddeddu-Lòiri-Andrìa Puddu. Dopo un girovagare assurdo, perché neppure i rari abitanti erano in grado di additarci la retta via, finimmo per scovare un percorso che ancora adesso non so da dove passi ma che con qualche ulteriore traversia per il fondo stradale ci riportò a Padru. Quella era la vera Sardegna, altro che le coste e le spiagge, altro che le rocce che frequentavamo noi…

Marco Marrosu verso la fine di Cordon Rose, 8.07.2005
P. Muzzone, Cordon Rose, ultimo tiro

L’8 luglio andammo ancora alla Punta Muzzone, per farla finita con la perfin troppo rimandata ripetizione di Ayò. Ma già alla prima sosta decidemmo di non salire la seconda lunghezza preferendo una più logica variante a sinistra che ci avrebbe portati alla sosta 2 ugualmente, ma che aveva il vantaggio di seguire integralmente la vena di quarzo così caratteristica di questa parete. Dalla sosta 2 lasciammo a destra Ayò e Giallo del Buco che qui coincidono e proseguimmo sull’obliqua vena che ci portò con due lunghezze assai in alto, ormai nei pressi della via Per Elena. Raggiunta la vetta, non ne avevamo ancora abbastanza di Cordon Rose, così decidemmo di scendere a corda doppia sulla parete. Con la corda dall’alto salii sulla quarta lunghezza di Ayò, tanto per dire di averla ripetuta quasi tutta (ci manca solo il secondo tiro): un bellissimo camino. Poi, presi da sacro furore, decidemmo di raddrizzare il Giallo del Buco, rendendola autonoma nella parte finale. Ci terrorizzava una scanalatura improteggibile, evidente direttiva della via. Su mia idea, Marco salì una decina di metri ad assicurarsi ad un buon spuntone, ridiscese arrampicando, traversò una placca molto difficile a sinistra e, con la sicurezza della corda dall’alto, sia pure un po’ obliqua, s’impegnò nella faticosa risalita ad incastro non proteggibile della scanalatura (VII-) che per fortuna, all’altezza dello spuntone (3 m più a destra) diventava un po’ più facile, permettendogli di raggiungere un altro ottimo spuntone e un terreno decisamente più facile. Il caldo eccessivo ci spinse a corde doppie alla base. Volevamo bere l’acqua ritirata dal freezer la mattina e lasciata alla base a sciogliersi, un metodo che avevamo perfezionato nei piccoli particolari. Adesso le vie sulla parete W di Punta Muzzone erano tre, ma tutte praticamente autonome: e anche questo andava festeggiato, cosa che non mancammo di fare.

Marco Marrosu sulla variante diretta al Giallo del Buco, 8.07.2005
P. Muzzone, raddrizzamento Giallo del Buco

Alla semiubbriachezza della sera non fece riscontro alcun mal di testa: la mattina dopo, prima che Marco ripartisse per Sassari, alle 6 eravamo già alla base del Pilastro Marragone per aprire un nuovo itinerario, bellissimo specialmente per il muro iniziale, ma anche per il camino finale, la via della Difesa. Terminammo così in fretta che in giornata portai la famiglia all’isola della Tavolara, un mito sabbioso e d’acqua cristallina da loro lungamente accarezzato. Potevo leggere la felicità sui volti di tutte, all’andata sul traghetto della gioia dell’attesa, al ritorno sul traghetto della soddisfazione e della gratitudine.

La vacanza si avvicinava alla conclusione, ugualmente volli recarmi sui Monti del Limbara, certo non vicinissimi, dove mi aspettavano Marco Marrosu e il giovane Roberto Masia. In una giungla di torrioni e di sassi, in un posto meraviglioso, andammo a salire due nuovi itinerari, la via della Tribolazione e La vedo Brutta, entrambe sulla parete S della Torre Innominata 1215 m. Vie caratterizzate da un’arrampicata in fessura che ci era congeniale, sempre bellissima.

L’11 luglio era il nostro ultimo giorno di vacanza: già la sera prima c’erano state un po’ di tensioni se andare o no a fare una gita a piedi, da Cala Fuili a Cala di Luna. Alle 8.30 facevamo colazione, ma nessuno spingeva per dire “diamoci una mossa e andiamo…”. Io avevo avvertito che la calura dell’una del pomeriggio era meglio evitarla. Il mio malumore diventava evidente, a tal punto che finalmente alle 10.30 offersero la loro disponibilità. Grugnii che ormai era tardi, poi alla fine acconsentii. Al rifornimento di benzina di Siniscola il mio umore era nerissimo, faceva un caldo bestiale e il cielo grigio non riusciva a migliorare le cose. Acquistare a Cala Gonone il biglietto per il traghetto di ritorno ritardò ancora il programma e ci si mise pure un’interruzione della strada per Cala Fuili, per lavori: 1 km non previsto s’andava ad aggiungere al già nutrito cammino. Sotto il sole cocente (era quasi sereno) cominciammo a camminare alle 13 sull’asfalto, scendemmo a Cala Fuili e iniziammo i tornanti nascosti dalla vegetazione che ci avrebbero portati più o meno ai 200 m di quota. Per i primi 100 m tutto tacque, poi la pentola a pressione cominciò a gorgogliare. Guya, già offesa per il mio muso della mattina, martoriata dal muso seguente che le voleva colpevolizzare anche della scelta della tarda ora, assalita da una crescente spossatezza per il caldo micidiale, rossa in volto, cominciò a vuotare il sacco. Dapprima sembrava scherzasse, i suoi mugugni facevano sghignazzare le tre ascoltatrici (io ero avanti, tanto per non sentire), poi il brontolio diventò più serio e più decisamente volto all’improperio nei miei confronti. Il successivo evolversi del sentiero in una continua serie di saliscendi favorì la continuazione della comitiva nel perseguimento dell’obiettivo (che non si vedeva, né s’indovinava, nell’atroce sospetto che l’ora di cammino prevista fosse un’ora delle “mie”); ma non riuscì a migliorare la temperatura né la resistenza al colpo di calore. Tanto che la pentola a pressione zittì d’improvviso.

Limbara, Punta Innominata 1215 m da sud, a sn, La vedo brutta; a ds, via della Tribolazione, 10.07.2005
Limbara, punta da nominare da S Limbara, Punta Innominata da S , Sardegna

Non doveva mancare tanto all’agognata discesa su Cala di Luna, quando mi accorsi che Guya non arrivava. Prima l’aspettai un po’, poi le andai incontro. La vidi camminare assai lenta, diceva di essersi fermata un poco per respirare. Il cielo era di nuovo grigio, ma l’afa era a mille. Insieme raggiungemmo le ragazze e continuammo ancora per poco fino a che praticamente non la vidi accasciarsi con la schiena su un leccio, lo sguardo di chi sta veramente male e non riesce più a respirare. Via lo zainetto, via le scarpe, dai, presto, tira fuori l’acqua… e mentre la spruzzavamo con la nostra acqua minerale Petra estraeva dal suo sacco un libro.
– Ma che fai, ti metti a leggere proprio adesso? – chiese con apprensione Alessandra.
Per tutta risposta Petra si mise a sventolare il libro sul volto di Guya, provocandole un lieve sorriso, oltre a un piccolo sollievo.

Io vedevo già che un elicottero lì non avrebbe mai potuto atterrare, bisognava portarla in una radura e far presto. Stavo già per telefonare al 118 quando improvvisamente Guya si alzò e disse: – Proviamo ad andare avanti…

Per fortuna eravamo proprio vicini alla discesa, il cielo stava tornando sereno, quindi raggiungemmo il bar della Codula di Luna appena in tempo per evitare un secondo colpo di calore. Così in agitazione non ero mai stato: ero ancora scosso, vedere quel volto a me così caro in quelle condizioni è stata un’ansia. Ora era tutto finito, in mezzo alle centinaia di bagnanti: ma tutti ci eravamo arricchiti di una grande esperienza ed eravamo i più felici di tutti per lo scampato pericolo.

CONTINUA

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Percorsi inutili 2

Percorsi inutili 2 (2-5)
2002
Il 28 marzo 2002 i due traditori arrivarono da Sassari: era un’ora tale da non permettere grandi cose. Così ci precipitammo al Pilastro Marragone che, con il suo accesso pedestre inesistente, poteva garantirci almeno qualche tiro. Il sole non era più tanto alto sull’orizzonte, tirava un po’ di vento e non faceva caldo. Qualche raro pastore passava in macchina, rallentava, poi proseguiva. Qualcuno andava alle fonti Settiles per fare rifornimento di acqua buona. Vedemmo subito il diedro d’attacco e una possibile continuazione per fessure e tafoni. Ne uscì Furto a Nieddu, una via magnifica di quattro tiri. Il nome si riferisce al fatto che il pilastro era un ripiego, avevamo un pomeriggio libero, vivevamo in zona e l’avevamo salito convinti che fosse basso e non molto interessante. La riuscita e la lunghezza della via ci avevano sorpreso: così eravamo riusciti a “rubarlo” in poche ore.

Demetrio Ricci in arrampicata verso il “black hole”. Punta dei Banditi, 9.12.1988
PercorsiInutili2-Banditi-Soregaroli

Lorenzo Castaldi in arrampicata verso il “black hole”. Punta dei Banditi, 29.03.2002
Rocca dei Banditi, parete ovest, 2a ascensione, 3 lunghezza

Marco continua: “Questa Pasqua ci ritroviamo tutti e tre finalmente riuniti a Padru, ospiti dell’amico tedesco Markus e organizziamo “il lavoro”. Io e Lorenzo vogliamo aprire nuove vie il più possibile mentre Alessandro è curioso di ripetere le preesistenti, in breve l’accordo è fatto e passeremo dei giorni fantastici, bevendo poco e nutrendoci di sola roccia.
La via Black Hole è proprio quella che segna Punta dei Banditi, è una via fantastica, lineare, la più bella che si potesse fare su quella parete. Una volta entrati nella grotta si arrampica nel suo interno per 40 m (granito asciutto e pulito!!) con varie “finestre” che ne illuminano la scena e si esce in aperta parete da un buco superiore destro”.

Era il 29 marzo 2002 e potrei aggiungere che, nei rispetti della relazione, le lunghezze di corda sono un po’ sovradimensionate, come pure il dislivello, ma per il resto tutto coincide perfettamente. Quella citazione della cresta SSW avrebbe lasciato supporre che ci fosse una relazione anche per quella (la cresta di destra la vedevamo e ci piaceva): eppure nella busta originale trovata al CAI non c’erano altre relazioni. Ora bisognava parlare con quel Ricci… C’è da notare anche che non abbiamo trovato il chiodo di fermata della S1 e che nella relazione non si parlava di spit.

Lo spigolo nord-ovest della Punta Muzzone dove si svolge Per Elena. Visibile la torre staccata, a sinistra della quale, in ombra, è la grande fessura di Felicemente sprotetti
Parete nord della Punta Muzzone (M. Nieddu), 04.2004

In cima c’eravamo aggirati per le bellissime vasche di granito piene d’acqua, poi quasi a malincuore scendemmo con un po’ di facile arrampicata e una corda doppia da 50 m sul versante orientale. L’avventura del giallo del buco era davvero finita e io ero gonfio di ammirazione per coloro che ce l’avevano regalata. Tornando alla base, già controllavamo se per caso si poteva aprire un itinerario che superasse la parete completamente esterno: ma non c’erano grandi speranze, neppure con il binocolo che infatti, per dirla con Gabriele Boccalatte, «ingrandisce solo le difficoltà».

Il caldo sole della giornata aveva fatto evaporare i migliori profumi della macchia: mirto, corbezzolo, lentisco, ginestra e chissà quante altre sembrava volessero insinuarsi nel cervello con una dolcezza indescrivibile. Marco, che studiava botanica, mi elencava nomi di fiori e piante, ma a me sembrava di essere tornato tanti anni indietro, quando mi aggiravo per l’isola con lo scopo di scrivere un libro. Adesso non avevo più un obiettivo, mi sembrava di sfiorare la felicità: e quando sarei arrivato a casa sarei stato con gli amici a guardare le bambine giocare, a bere vino e godere del sole al tramonto. Quella era la vita che desideravo.

Marco continua: “Ma si sa che la fame viene mangiando e così il giorno seguente siamo sulla via Per Elena, sempre di Soregaroli, Ricci e Serafini. Questa aveva difficoltà inferiori alla precedente e forse per questo rimarremo tutti fregati! Gogna comincia a scoprire che il primo VI- è un buon VI (un alberello, indispensabile appiglio, mi cede e io ci volo anche), segue Lorenzo e trova un VII anziché un VI (per via di una sua piccola variante). Si ferma in una sosta scomoda ma l’unica possibile e noi lo raggiungiamo. Alessandro scopre che gli apritori sono passati leggermente più a sinistra di dove siamo saliti noi, e su placca (comunque difficoltà sempre di almeno VI+); nel frattempo Lorenzo, prima di continuare, si studia il suo tiro strapiombante su lame fragili e vuote di IV+. Alessandro è in sosta con me e sembra che abbia voglia di stare comodo.
Per me le corde sono come oro colato, le curo, le pulisco e quando le sposto le metto in una confezione impermeabile. Alessandro invece comincia a rovistare come un cinghiale nella fessura colma di terra e felci che gli si trova innanzi e io guardo inorridito la mia bella corda rossa diventare marrone e poi scomparire sotto un cumulo di terra gonfia di humus. Faccio sicura a Lorenzo e ogni tanto guardo Gogna a bocca aperta, come una mucca che guarda il treno che passa, ma lui forse se ne accorge perché ha il coraggio di proferire
«Eh sì, così poi stiamo meglio, no?!».
Segue una calata nel vuoto per raggiungere un masso incastrato e sostarci sopra e poi mi tocca una splendida placca di 20 metri improteggibile, con uno spit dell’88 alla base e un chiodino a lama ondeggiante in uscita. Sestomeno dice la relazione e salgo concentrato. La placca ha un po’ di licheni e all’inizio riesco anche a pulirla prima di appoggiarci la scarpetta ma poi bisogna andare e basta. Correre sul lichene e il granulo che si sfalda per raggiungere l’unico appiglio della placca: un quarzo sporgente. Ma appena arrivato vicino mi scivola un piede, il suono aspirato dei miei amici in basso mi ricorda il “rischiodifarmimale” ed è solo grazie a quel grugnotto di quarzo che, preso al volo, riesco a non cadere. La via è tutta così, un susseguirsi di emozioni e di domande su chi era questa Elena cui è dedicato l’itinerario, sino a raggiungere la vetta di Punta Muzzone «Ogni tanto bisogna ripetere le vie degli altri per capire quanto si è bravi (frase storica proferita sulla vetta)»”.

Lorenzo Castaldi sulla seconda lunghezza di Per Elena, 30.03.2002
M. Marrosu (da secondo) sulla seconda parte della 2a L della via per Elena (2a asc.), Sperone della Mantide, Punta Muzzone, Monte Nieddu. 30.03.2002

Anche qui potrei aggiungere che le lunghezze di corda sono leggermente abbondanti, come pure il dislivello, ma per il resto tutto coincide ancora una volta perfettamente, a parte che anche per questa via la relazione originale non parla di spit se non per la vetta (il che potrebbe ridimensionare l’affermazione di Marco sui «minchioni»!). Quella volta preferimmo scendere sul versante orientale con una breve doppia di 20 m e, dopo aver girovagato un po’, raggiungere il versante meridionale, per poi traversare brevemente alla base di Ayò e Il Giallo del Buco.

Scendendo nel canalino invaso dalla frana, aggirammo la base occidentale della Punta Muzzone per dare un’occhiata alla grande placconata, ripidissima, che costituiva ancora il grande problema della parete W: lassù in alto a sinistra vedevamo il piccolo segmento di placca salito poche ore prima, la quinta lunghezza della via Per Elena. Ci sembrava perfino più abbattuto del lisciume che ora avevamo sopra agli occhi. E, proprio partendo dal punto più basso, una fila di quattro vecchi spit faceva bella mostra di sé. L’ultimo faceva pendere un cordino slavato e sfilacciato, chiaro segno di ritirata.

Fu con emozione che facemmo quella scoperta. Chi era stato? Quale delle due cordate che ci avevano preceduto? O erano altri visitatori ignoti? Altro mistero destinato per il momento a dare sostanza alle nostre chiacchiere.

Il giorno dopo, con Lorenzo e Marco, ci recammo a Lanaitto, dove salimmo la via Eco Sospeso alla Torre Attesu di Bruncu Nieddu: un accesso di ore, ma ne valeva la pena, anche perché non ricordavo più come si arrampica su calcare. Marco era dolorante ad una mano per una pedata che Falk, per scherzo, gli aveva tirato la sera prima. Il lunedì di Pasqua lo passai finalmente con Guya e le bambine, un’epica mangiata all’agriturismo di Antonio. C’erano tavolini sparsi per tutto il cortile della vecchia fattoria, gente messa elegante era arrivata da ogni dove per il porcellino e per l’agnello pasquali. Le fronde delle querce m’impedivano di vedere le mie cime, che sapevo lì sopra, il brusio m’impediva di godere di quel silenzio che sapevo esserci a poche centinaia di metri. Ero felice, anche se la campagna sarda andava a chiudersi un’altra volta, perché Lorenzo e Marco se n’erano andati e il tempo era quasi finito.

Per Petra ed Elena, unitamente all’amica Alessandra, il soggiorno a Biasì fu una vacanza indimenticabile. Abitavamo sotto l’appartamento dei padroni di casa, ma rumori se ne sentivano pochi. Cavalli, passeggiate, giochi con gli altri bambini, tutto ciò che può servire per dimenticare una metropoli e il cittadino obbligo di lavarsi le mani.

C’erano anche altri ospiti, tedeschi, dei Morgenstern: nella casetta un po’ più bassa della nostra, isolata sulla stalla e circondata dai fiori. Una bellissima fanciulla dell’età della mia maggiore era chiaramente l’idolo di Milo, il gran figo dei maschietti. Della cosa si erano subito accorte le tre italiane e la poverina cadde nelle loro antipatie più profonde: la chiamavano strunz. Cosa fa la strunz, dov’è andata la strunz? Tutta colpa della strunz! Quella d’altra parte sapeva difendersi benissimo, dando con ciò ancora più colore agli umori e alle oscillazioni del gruppo.

A sera guadagnavano intorpidite le brande e dopo qualche minuto gravava il silenzio più totale. Messi a letto gli altri due «bambinoni» più grandi, Marco e Lorenzo, per Guya e me arrivava la vera pace.

Nella casa non aveva fatto mai un gran caldo, ci eravamo aiutati con una stufa a gas: ma durante il giorno il sole fu sempre generoso, a parte gli ultimi due giorni. Proprio prima di chiudere casa e puntare ai traghetti di Olbia, il 3 aprile andammo tutti al vicino Monte Utaru Pisanu, vicino all’inserimento della provinciale nella superstrada per Olbia: Markus, Falk e Milo ci fecero da guida in mezzo ad una selva di bellissimi massi di granito: un percorso bello per tutti, compresi alcuni passaggi davvero atletici. Lì vidi che Markus sapeva arrampicare, eccome.
– Qvesto pasaccio, molto tificile!

Petra, Elena e Alessandra si divertirono tra i blocchi, poi sembrava che ci fossimo persi, impossibile districarsi dal labirinto… metti il piede qui e la mano là, a volte il vento ci faceva urlare. Quando partimmo per Olbia, pioveva a dirotto e quindi ci dispiacque meno.

Quando mi appassiono a un luogo o a una serie di vicende in progress diventa per me assai naturale sviscerarne i contenuti, come se non fossi mai contento se non sapendo tutto ciò che si può sapere, poi dubitarne e infine ristabilire altre o le stesse verità. A Milano venni a sapere da Lorenzo Merlo che erano stati proprio lui e suo fratello Stefano a fare quel tentativo sulla parete W di Punta Muzzone, destinato a fallire perché effettuato dal basso. Altri arrampicatori sarebbero scesi con le corde dall’alto, avrebbero ripulito la placca con una spazzola di ferro e piazzato qualche spit a intervalli precisi. Questo è quello che si fa normalmente oggi, ed è proprio ciò che a noi non piace. Il loro tentativo fu senza dubbio senza grande convinzione e si arrestarono giusto in tempo per capire che non avrebbero potuto farcela senza piantare uno spit al metro.

Poi, controllando attentamente la tavoletta IGM, mi accorsi che la Punta Muzzone non corrispondeva alla Quota 528 m come descritto da Maurizio Oviglia. Questa era spostata ancora più a S, riprova ne era che la carta disegnava un altro rilievo, a metà tra le due, molto più corrispondente al vero per ciò che riguarda le distanze reali. Il circoletto era comunque un’isoipsa dei 520 m: così, anche lavorando di memoria e facendo conti con le lunghezze di corda, stabilii a 530 m c. la nuova quota, confinando i 528 m ad un rilievo che ospitava sul suo fianco una guglia assai rilevata, l’unica struttura a S della Punta Muzzone ad essere davvero notevole.

2003
Già a febbraio dell’anno dopo le mie bambine mi chiedevano impazienti quando saremmo partiti per la Sardegna: fu «giocoforza» comprare altri biglietti e programmare un’altra vacanza a Biasì. Una telefonata a Markus mi confermò che problemi non ce n’erano e che ci aspettavano. Anzi, c’era una sorpresa: allo stesso prezzo ci avrebbero dato la casetta con i fiori (quella della strunz, per intenderci).

Uno dei problemi più quotidiani fu subito quello del riscaldamento, come del resto era stato l‘anno precedente. Ci sembra sempre di ricordare che d’aprile in Sardegna ci sia un gran caldo, salvo riscoprire poi che non è affatto vero. La stufetta della nuova casa era poco più che un giocattolo e, soprattutto, nei dintorni c’era ben poca legna: tanto che se si doveva punire qualcuna per i motivi più vari, il castigo più comune era quello di «andare a far legna»; inoltre i locali non erano stati abitati per l’intera primavera, dopo le vacanze natalizie dei suoceri, quindi l’umido non perdonava: era bene accendere la stufa per asciugare i muri, anche se la temperatura non lo rendeva necessario. E quindi si dormiva con tanto di piumone, coperta e copriletto. Chi entrava alla mattina nella stanza delle bambine per svegliarle veniva tramortito da un maleodorante afrore di piedi, sudore e umido. In verità quest’ultimo era il maggiore responsabile del fetore, ma ciò non bastava ad evitare che la sveglia ogni mattina fosse squillante, con una constatazione di finta meraviglia, «però, che odore di conigliera…», seguita dalla decisa apertura della finestra, con secco frastuono per far entrare con violenza luce e aria asciutta e pulita: che le nostre tre coniglie accoglievano con grugniti soffocati dopo essersi rintanate ancor più in profondità nei sacchi piuma.

La colazione era un fiero pasto che lasciava sul campo briciole di biscotti e larghe macchie di latte e nutella. Da fuori nulla lasciava presagire che dentro si svolgessero scene tali, perché dopo un breve vialetto a scalini leggeri, tra un bel prato e una siepe di fiori, si era davanti alla porta d’ingresso, con accanto tavolino tondo e sedie poste sotto ad una pergola. Dall’altra parte era un bel terrazzo settentrionale, usato più probabilmente nei mesi estivi, sempre per una campagna davvero godibile. L’intero appartamento appoggiava sulla stalla, i cavalli infatti ci tenevano compagnia per tutta la notte con agitar di froge e nitriti. Ce n’eravamo accorti già dalla prima notte. Eravamo stati avvertiti da Markus che la cavalla doveva partorire, magari non proprio quella notte e se sentivamo qualche rumore di non preoccuparci. Era ancora buio pesto quando gli scalpitii raggiunsero livelli di furia inaudita, nitriti acuti si susseguivano senza tregua con disperazione. Poi con le prime luci, voci concitate in tedesco, un misto tra i richiami e gli ordini perentori. Ecco, adesso partorisce, pensammo. Invece no, da quel momento tutto tacque e inopinatamente riuscimmo a riprendere sonno.

Reduci dalla notte in traghetto, dopo una seconda nottata del genere eravamo piuttosto provati, qualcuno doveva spiegarci cos’era successo. La ricostruzione dei fatti ipotizzò il parto più o meno verso mezzanotte, senza che nessun umano se ne accorgesse. Il puledro in seguito, senza volerlo, era rotolato sotto alla porta e quindi nel prato antistante. La madre, legata alla catena e comunque spossata, non poteva seguirlo, anzi non lo vedeva affatto. Perciò si disperava facendo tutto il rumore possibile, e questo fino all’alba, quando la Suzy decise bontà sua di andare a vedere se tutto procedeva bene. Nel prato giaceva il puledro fradicio di rugiada e di liquido amniotico, la cavalla sembrava volesse tirar giù la stalla a calci. Petra, Elena e Alessandra nella loro conigliera non avevano sentito assolutamente nulla, ma al mattino la nascita aveva le qualifiche del grande evento, una processione di bambini curiosi e inteneriti accarezzava il neonato dalle zampe così magre e tremule.

La strunz quell’anno non c’era, con ciò privandoci di una discreta serie di gossip da fattoria. Ma i motivi d’interesse alla vacanza non erano certo diminuiti, forse Milo si era accorto che le italiane non erano né brutte, né sceme né antipatiche. Continue spedizioni alla scoperta dei boschetti circostanti venivano effettuate, tra urla e grida in due lingue. Milo mostrava fiero le sue costruzioni in legno sugli alberi del circondario, rozze capannette, a volte pericolanti, in bilico a parecchi metri da terra. Dopo momenti del genere, con bambini che salivano assieme lassù e poi si spintonavano insultandosi, le lezioni di cavallo quanto a pericolosità erano un scherzo e si poteva tirare un sospiro di sollievo.

Petra cavalcava con scuola (e lo credo, con tutte le lezioni profumatamente pagate a Milano…), fiera ogni volta che le concedevano di galoppare, sicuramente teneva più eretto il busto in sella che non in altre occasioni più normali, come lo stare a tavola; Elena, che del cavallo non poteva fregarle di meno, non rinunciava alla lezione ma si vedeva che pativa la bravura della sorella maggiore; in ultimo Alessandra cavalcava come una che fa il bagno in una vasca piena d’acqua e schiuma, svaccata come poche altre volte e con la testa altrove.

Il fiero atteggiamento di Milo Morgenstern con seguito di adoranti
Padru: Elena, Petra, Alessandra, Milo MorgensternLe nostre apparizioni al supermercato di Padru erano rare ma, dati i prezzi, letali. Meglio il macellaio, rubizzo e sempre incazzato con il figlio, che però ci serviva con impegno oppure l’ortolana gentile ma strabica e con un occhio di vetro. Accanto alla macelleria, un pub raccoglieva tutti i giovani fumatori del paese che ti guardavano senza che neanche tu fossi ancora entrato: un locale che non invogliava alcuna visita.

Il 18 aprile 2003 Marco e io decidemmo di aprire le ostilità, andando a vedere lo sperone SW della Punta dei Banditi, quello che non sapevamo se mai salito o no per via di quell’accenno nella relazione Ricci.

La parete ovest della Punta dei Banditi: ben visibile il “black hole”
Punta dei Banditi, parete ovest

Alla fine della prima lunghezza, dal III al V grado, uno spit lucente e nuovissimo occhieggiava, tanto inutile quanto invasivo. Negli immediati dintorni c’erano spuntoni e clessidre in quantità. Capimmo subito che non era stato piantato dalla mitica cordata Ricci-Serafini-Soregaroli, non era dell’annata giusta: in più era stato piazzato in un tratto d’arrampicata che non era il più difficile e neppure era una sosta, a circa 35 m da terra. Come se qualcuno, per qualche motivo, avesse dovuto ritirarsi in fretta senza esercitare alcuna fantasia sul come farlo in sicurezza. La via continuava non difficile e, superato un bellissimo spigolo, giungeva alla base del muro finale, assai difficile e dal superamento logico. Un sesto grado dove si vedeva che nessuno era mai passato.

Concludemmo la giornata con una piccola ricognizione, slegati, sulla parete W, alla ricerca di una via diretta ed esterna; poi andammo a salire il facile torrione a nord della Punta dei Banditi, che chiamammo Punta d’India.

Il giorno seguente affrontammo il problema dello sperone meridionale della Punta Muzzone, una bella serie di risalti arrotondati e interrotti da tafoni. Toccò a Marco superare un breve passaggio in artificiale, che non è né la sua passione né la sua migliore carta da visita. Rendeva il momento emozionante il fatto che, se gli ancoraggi avessero ceduto, Marco sarebbe andato a battere su una cengia spiovente poco sotto. Ma tutto andò bene, anche l’uscita in libera per andare a incastrarsi finalmente in un facile ma faticoso camino. Il nome Via della Checca fu dato perché Marco era ed è a tutt’oggi convinto di essersi comportato come tale in quell’occasione.

La Punta dei Banditi da sud. Tra ombra e sole è lo sperone sud-ovest, 18.04.2003
da P. Muzzone verso P. Banditi

Scesi da lì navigammo coraggiosamente nella macchia per raggiungere un altro bellissimo torrione, svettante subito a ovest della vera Quota 528 m. La salita ci riservò momenti di dubbio sulla scelta dell’itinerario e di entusiasmo per la bellezza dell’arrampicata che, anche se breve (due lunghezze) era davvero estetica. In cima non c’era spazio per due persone, ma in compenso c’era un bel clessidrone che facilitò di molto le operazioni di discesa. Lo chiamammo Guglia di Petra.

La prozia Giovanna si era tanto raccomandata che Elena e Petra non trascurassero la funzione pasquale. Così, anche perché era due giorni che non stavo minimamente con loro, mi accollai il gradito compito di portarle a Messa. Verso le 10.30 ci trovammo nel bel mezzo di una festa religiosa particolare, con tanto di anticipo sotto forma di processione in giro per tutto il paese di Padru: la statua della Madonna veniva trasportata da giovani forzuti e compresi nella loro parte. Il prete, assistito da un folto nugolo di chierichetti, fece una bella omelia alla popolazione, che però spesso sorprendevo a dare occhiate di curiosità nei nostri confronti e subito dopo a parlottare nell’orecchio.

Finalmente entrammo nella bella e ordinata chiesetta, tipo barocco messicano con panche scomodissime. Gli uomini a destra, le donne a sinistra: questa volta noi ci sistemammo in posizione assai arretrata, così da ridurre drasticamente il numero delle occhiate. Il sacerdote ci parlò ancora, con parole piene di buon senso: dalla porta cominciava ad entrare un vago odore di purceddu arrosto che la maggior parte delle donne del paese, che in ogni caso avevano di certo assistito alla messa di primo mattino, stavano giusto in quel momento preparando. Alla fine della funzione i fedeli sciamarono all’esterno, e noi con loro.

Avevamo una fame bestiale: così, raccolti a casa Marco e Guya, ci avviammo verso l’agriturismo di Antonio. Laggiù l’eccitazione era al culmine, il sole e il bel tempo garantivano una bella festa all’aperto e comitive intere si erano date appuntamento per la storica mangiata. Nel vecchio forno a legna posto di fronte alla costruzione, quella rinnovata con le vetrate, ferveva grande attività. I cinque porcellini che il giorno prima Marco ed io avevamo visto appena scannati, ripuliti e bruciacchiati erano stati infilzati negli spiedi. C’era un’aria da medioevo, una sagra laica temperata dai vestiti moderni, giacche, cravatte e vestiti di cotone sgargiante, nel fumo odoroso di ginepro ed altre spezie. In cucina, cuoche anziane e in carne davano gli ultimi tocchi a piatti preparati per giorni. Continuavano ad arrivare auto di grossa cilindrata, ma ormai non trovavano più neppure un metro d’ombra perché tutti i posti migliori erano già da un pezzo occupati.

Casa Morgenstern, Biasì (Padru)
Biasì, casa MorgensternMi sorprese che la gente stesse tutta lì nell’aia, perfino i bambini non andavano ad esplorare muretti a secco e boscaglia vicina. Nessuno dava la caccia alle lucertole, sembravano grandi e sorridevano poco. Il casino lo facevano gli adulti, si conoscevano quasi tutti e rigorosamente gli uomini stavano con gli uomini e le donne con le donne. E poi dicono che non ci sono più tradizioni… ci sono, ci sono, basta osservare bonari, senza giudicare.

Al di sopra delle classiche strutture che pian piano ci svelavano i loro segreti una vetta più alta spingeva più lontane idee selvagge di percorsi ancora più inutili. Una fascia di macchia un po’ scoraggiante avrebbe dovuto far accedere a una barriera di granito disuguale ed esposta a sud-ovest che solo in corrispondenza di un’anticima assumeva caratteristiche di problema d’arrampicata e alla cui sommità sembrava di vedere un grande arco naturale di roccia.

Sulle carte questa cima è chiamata M. Coltellaccio ma i locali la conoscono come M. Antoni Canu: vista da Biasì sembra perfino più alta del Casteddacciu, che si profila ugualmente elegante sulla destra. E l’anticima che dicevo è una quota, stimata 715 m.

Ci preoccupava quasi di più la marcia per raggiungerne la base che un’eventuale risoluzione del problema roccioso. Non era una bella mattina quel 21 aprile, la pioggia sembrava minacciare da un momento all’altro, solo che giunti ormai al colletto dietro la Punta dei Banditi ci sentivamo autorizzati a meritarci moralmente una giornata asciutta.

Come tutti i territori apparentemente repulsivi da queste parti, se li si sa prendere per il verso giusto dopo un po’ rivelano passaggi insperati. Questo si dimostrò vero anche quella volta, con qualche eccezione momentanea di lotta estrema nelle spine. Dopo aver lasciato gli zaini su un sasso emergente dalla macchia, in corrispondenza di un nostro possibile ritorno dalla cima, nel grigiore più plumbeo giungemmo a una grande nicchia rossastra alta circa 30 metri.

Dopo qualche indecisione iniziale ruppi gli indugi, attaccando un abbastanza evidente spigolo sulla sinistra della grande nicchia: il problema era che aveva piovuto nella notte e qualche tratto di roccia era un po’ bagnato. In più non era facile, per fortuna trovai qualche fessura da chiodare.

La Guglia di Petra, 19.04.2003
da vetta P. Muzzone verso Guglia di PetraAlla sommità dello spigolo riuscii a traversare a destra su una cornice, proprio al di sopra del nicchione rossastro. Giunto ad un ginepro capii che anche per oggi la via era risolta: dopo un piccolo anfiteatro si delineava un aguzzo spigolo tafonato, non particolarmente difficile, che portava diritti alla vetta.

Marco lo affrontò deciso, proprio mentre cominciava a piovere: ma si vedeva che non avrebbe fatto sul serio. Alla fine della terza lunghezza, su roccia splendida, facile e già asciutta, mi ritrovai in vetta. Non avrebbe più piovuto. Con calma ci guardammo attorno, mentre scendevamo a corda doppia nei pressi dello splendido arco naturale. Poi proseguimmo camminando fino alla vetta del M. Coltellaccio, scendemmo sul versante meridionale opposto fino ad una Sella 720 m c. e da lì nel solitario valloncello ad ovest per recuperare i nostri zaini.

Battezzammo la via Profondo Rosso, per via della grande nicchia basale che sembrava impedirci il passaggio. Venimmo poi a sapere che quest’anticima ha un nome, lu Balcunaddu, per l’ovvio riferimento alla grande finestra naturale.

La parete sud-ovest di lu Balcunaddu, con la via Profondo Rosso, 21.04.2003
2004.04 Balcunaddu da Punta Banditi Elena Piccola 001 , Sardegna
Il giorno dopo, 22 aprile, fu la volta di quella prua di nave che tante volte, al tramonto, ci aveva colpiti per la sua eleganza di linea aguzza. Peccato che lo spigolo non arrivi su una vetta vera e propria, ma sulla Quota 675 m c. del Monte Coltellaccio, ma osservarlo dalla Punta dei Banditi o dai dintorni era proprio bello. Anche lui si rivelò più facile del previsto, ricordo ampi buconi, clessidre e un’arrampicata aerea e non troppo impegnativa. Diventò la via del Piacere. Scesi rapidamente per il canale a sinistra, decidemmo di non averne avuto abbastanza e affrontammo la grande fessura che si fa notare nella parte settentrionale e nascosta della Punta Muzzone, a sinistra della via per Elena. Evidente e sinuosa va a morire proprio sotto gli ultimi strapiombi giallastri della vetta.

Marco salì d’incastro l’intera fessura fino a che questa si allarga a camino. Ne uscì a destra in spaccata, poi non lo vidi più. Quando toccò a me, scoprii che la fessura era divertente e le fessure lo sono raramente. Lo raggiunsi assicurato a un grosso albero.

Purtroppo il tiro dopo non si presentava altrettanto bello. Evitando il muschioso camino soprastante, traversai a sinistra scavalcando uno spigoletto e salii una fessura piena di terra e alberi fino ad un blocco incastrato con alberi.

La terza lunghezza presentò il dubbio se seguire un ributtante camino liscio e strapiombante oppure preferire una più aerea scalata su placca e spigolo. Marco optò per questa soluzione, riuscendo in una tribolata performance di psiche salda: un tiro praticamente improteggibile. Poi l’ultimo tiro facile, in comune con la via Per Elena. Felicemente Sprotetti fu il nostro commento e quello diventò il nome di questa bellissima via.

Il giorno dopo decisi di portare la truppa a vedere Capo Testa, non senza prima aver dato un’occhiata al turistico Capo d’Orso e alla sua roccia così emblematica. Nonostante la giornata stupenda, le ragazze non avevano voglia di camminare, volevano solo sbattersi sulla prima spiaggia e pucciarsi in acqua. Io volevo arrivare alla classica insenatura di Capo Testa, quella sovrastata dalla parete rocciosa più importante, la Turri, e volevo arrivarci da Cala Spinosa, dove avevamo lasciato l’auto.

Elena, Petra e Alessandra sulla testa dell’Orso (Capo d’Orso), 23.04.2003
Testa dell'Orso (Capo d'Orso), Gallura: Elena Gogna, Petra Gogna, Alessandra Thiele, x. 23.04.2003

Sarà stato il caldo, ma dopo un po’ ci fu un litigio violento: io non riuscivo a sopportare il lassismo dilagante, loro volevano a tutti i costi fermarsi. Finalmente arrivammo a destinazione, immusoniti e incapaci di sorridere alla vita. Ci pensarono due o tre gruppetti di punkabestia a incuriosirci e a farci passare l’incazzatura. Due decadi fa c’erano gli hippies, ma era cambiato poco. Eravamo appena ad aprile e già tutte le grotte erano occupate da tribù in pianta semistabile.

Il ritorno per la valle della Luna fu più rilassato: dopo una bella bevuta alla fontana, riuscii anche ad interessarle mostrando loro i sassi delle cave pisane e spiegando che per rompere il granito usavano fare quelle ben visibili serie di buchi riempiendoli poi di legno che gonfiavano con l’acqua. Un po’ noioso fu poi il lungo giro per andare a recuperare l’auto.

La nervosa passeggiata verso Capo Testa (da Cala Spinosa): Elena, Petra, Alessandra e Guya, 23.04.2003
Elena e Petra Gogna, Alessandra Thiele e Guya Spaziani a Capo Testa, Gallura:  23.04.2003Anche il giorno dopo Marco era assente per impegni di lavoro, così decidemmo di andare ancora una volta al mare, questa volta a Birchidda, tanto per vedere cosa significa una lunga distesa di sabbia a perdita d’occhio nella solitudine. Ma forse solo Guya e io riusciamo ad apprezzare fino in fondo.

Le vacanze erano agli sgoccioli, ma Marco aveva promesso di tornare e lo fece. Il 26 aprile ci rimaneva però solo il tempo di una veloce scappata al Pilastro Marragone, dovendo noi partire la sera stessa. A destra di Furto a Nieddu la parete era ancora più verticale e solcata da una serie di fessure zigzaganti, su per una specie di spigolo assai arrotondato e tafonato.

La mattinata ci regalò una bellissima arrampicata, la via della Spinta, con una fessura nel primo tiro dura e non immediatamente leggibile dove mi trovai assai impegnato. La seconda lunghezza fu più facile ma ugualmente bella. Per la vetta rimaneva solo una facile ginnastica.

Pilastro Marragone. Sono segnate, da sinistra: Furto a Nieddu (28.03.2002), via della Difesa (9.07.2005) e via della Spinta (26.04.2003)
2004.04 copia Pilastro Marragone 002 , SardegnaA casa fervevano i preparativi per la partenza, che dispiaceva davvero a tutti.
Ma il disagio della dipartita venne troncato da un evento eccezionale: il parto della pecora. La stalla d’emergenza era poco distante, vi era un gran confluire degli abitanti della fattoria Morgenstern: il movimento ci distraeva a tal punto dalle manovre di facchinaggio dei bagagli alla macchina che praticamente rimasi solo al caldo di fine pomeriggio a svolgere la penosa incombenza.

Guya venne investita da un’eccitata Suzy di un compito di levatrice che mai lei avrebbe potuto svolgere con freddezza nonostante la sua professione nel suo pronto soccorso veterinario, in pieno centro di Milano, dove oltre a cani e gatti si vede talvolta al massimo qualche criceto bisognoso di cure.

Il parto procedeva con difficoltà, anzi sembrava proprio estremo, vista la sofferenza del povero animale. E alla fine Suzy risolse la situazione infilando la sua mano per afferrare la testa dell’agnellino che non ne voleva sapere di uscire… Il caldo, l’odore, il sangue, le mosche e l’eccitazione ne fecero una scena indimenticabile, che sopperiva assai bene allo spettacolo mancato del puledro.

Elena e Petra, estate 2006
Spiaggia di Budoni, Elena, Petra

Tornato a Milano, nella primavera venni finalmente a contatto con Mauro Soregaroli: questi per e-mail (1) mi confermò quanto sostanzialmente già sapevo, oltre a darmi i nomi di Ricci (Demetrio) e Serafini (Luca). Mi prodigai in sinceri complimenti e la cosa finì lì (l’anno dopo avrei incontrato di persona Soregaroli al Circo Concordia del Baltoro, con grande piacere di entrambi).

(1) Corrispondenza con Mauro Soregaroli
14 maggio 2003
Caro Soregaroli, ti disturbo per chiederti se sei tu che assieme a D. Ricci hai fatto due o più vie nuove nella zona di Padru, in Sardegna, nel dicembre 1988. Cari saluti
16 maggio 2003

Ciao Alessandro, ho ricevuto la tua e-mail. Sì, ti confermo che sono stato io insieme a Ricci e Serafini a effettuare queste salite che trovi segnalate sommariamente anche nella Guida Monti d’Italia – Sardegna – di Oviglia. Se ti servono altre informazioni contattami nuovamente. Ciao. Mauro Soregaroli.
16 maggio 2003

Caro Soregaroli, non sai quanto sono contento di avervi individuato.
Se hai tempo di leggere, ti farei un po’ di storia di quel posto, di cui mi sono letteralmente innamorato.
Tutto parte dal fatto che le due notizie delle vostre salite, assieme ad una relazione di Lorenzo e Stefano Merlo, sono riportate sulla guida di Oviglia (Monti d’Italia) subito dopo la descrizione di San Pantaleo. Non so bene per quale motivo stupido, leggendo, ho pensato che le tre vie fossero su una qualche struttura vicino a San Pantaleo. Mentre invece stiamo parlando del gruppo del Casteddacciu, ben distante, come sai. Giunto casualmente a Padru, vedo le due strutture più importanti e mi dico che lì bisogna ASSOLUTAMENTE andarci!
Così con l’amico Marco Marrosu, di Sassari, mi arrabatto a cercare i sentieri nella macchia mediterranea. Era l’agosto 2001. Finiamo per salire una via molto bella (che poi abbiamo chiamato Il Giallo del Buco) su quello che voi avete chiamato Sperone della Mantide (e che in posto è noto come Punta Muzzone). Felici di essere arrivati in cima, vediamo il vostro spit di discesa… Capiamo dunque che qualcuno c’era già stato, riguardiamo la guida e capiamo tutto. Rimaneva ancora da capire come cazzo avete fatto a passare in quel buco della Punta dei Banditi (voi se non sbaglio la chiamate Quota 560 m). Ecco perché… Il Giallo del Buco…
In autunno mi faccio dare dal redattore della Rivista del CAI, Alessandro Giorgetta, le vostre relazioni originali. Non vedevo davvero l’ora di andare a ripetere le vostre due vie. Tra l’altro, altro piccolo giallo, nella relazione si fa cenno ad uno spigolo SSW della Quota 560 m (Punta dei Banditi) in maniera tale che lasciava presupporre che voi aveste salito anche quello. Ma nei fogli da me ricevuti non v’era traccia di relazioni o date relative allo spigolo SSW.
Torniamo a primavera 2002. Ripetiamo in due giorni le due vostre vie. Bellissime, e complimenti per il fatto di averle fatte a dicembre con la poca luce che c’è. Complimenti per aver intuito la possibilità della caverna.
Sono tornato ancora a Pasqua di quest’anno e abbiamo salito altre vie.
Ti allego un file che è una specie di monografia della zona, ancora in divenire. Potresti dirmi i vostri nomi di battesimo, dirmi se avete salito anche lo spigolo SW (che dovrebbe essere abbastanza facile a parte l’ultimo tiro) o lo spigolo SSW (che abbiamo salito noi quest’anno, trovandovi tra l’altro uno spit di sosta a 40 m da terra, di nessuna utilità, e comunque diverso da quelli che avete usato voi) o nessuno dei due….
E se mi racconti anche come avete scoperto la zona e qualche aneddoto mi fai un grosso piacere.
Cari saluti, Alessandro Gogna
22 maggio 2003

Ciao Alessandro, scusa per il ritardo nel risponderti, ma il tempo come sempre è tiranno.
Come tu hai saputo abbiamo salito quelle due vie nel dicembre 1988. I nostri nomi sono Mauro Soregaroli (Guida Alpina), Demetrio Ricci (Istruttore Nazionale CAI) e Luca Serafini tutti e tre di Bergamo. Luca Serafini, alpinista, sci alpinista estremo ed appassionato esploratore di nuove strutture ha una casa vicino ad Olbia ed è stato grazie a lui che è partita la proposta di andare ad arrampicare in quel posto. In quell’occasione abbiamo salito solo quelle due vie menzionate sulla Guida dei Monti d’Italia nella zona del Casteddacciu. Se ti interessa sull’Annuario della sezione di Bergamo del 1988 è stato pubblicato un articolo con relazioni di queste vie. Se vuoi posso spedirti per posta le fotocopie di quest’articolo (indicami il tuo indirizzo). Così potrai confrontare le relazioni.
Ciao, a presto. Mauro Soregaroli

CONTINUA

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Percorsi inutili 1

Percorsi inutili 1 (1-5)
2001

2001, in vacanza casuale poco meno che hippy da Guido Daniele, a Posada. Un soggiorno sereno, Guya sperimentava cosa volesse dire fare holiday con un arrampicatore cui piace poco il mare d’agosto, ospiti di un altro arrampicatore-pittore sul cui equilibrio non giurerei, nella sua casetta di campagna in compagnia di animali e animaletti d’ogni genere. Anche il figlio Michael contribuiva a quella vaga sensazione di follia che aleggiava a momenti, quando le cicale frinivano in modo importante nella sonnolenza del primo pomeriggio, o nell’euforia dell’ora dell’aperitivo, tra robusti cannonau e prima di generose cene autogestite, o ancora nei prevedibili incontri con le bisce nella doccia all’aperto.
Con Guido ero reduce da due belle salite sul calcare di Monte Albo. Già l’anno prima avevamo salito lo sperone più evidente, da casa sua e non solo, e cioè lo spigolo NNE della Punta Su Pigiu, 6 lunghezze di corda su un calcare stupendo che battezzammo Bella Orientale.

Punta su Pigiu di Monte Albo da Posada. A sn, Bella Orientale; a ds, E’ dura in fessura; in mezzo, la Torre delle Capre (TC)Punta su Pigiu di Monte Albo da Posada
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. A. Gogna sulla 6a L. (26.08.2000)
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. A. Gogna sulla 6a L. 26.08.2000

Guido Daniele in vetta alla Punta su Pigiu. Panorama su Siniscola (26.08.2000)
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. G. Daniele in vetta. Panorama su Siniscola. 26.08.2000

Guido Daniele: il riposo del guerriero
2005.04 capanna mara, Guido Daniele

Delle due del 2001, quella sulla Quota 1006 m l’avevamo battezzata Mani Malate per via di alcune escoriazioni, mentre quella sulla Cima SW di Punta Su Pigiu ci aveva riservato difficoltà continue per una serie di fenditure: diventò È dura in Fessura. Pur essendo all’ombra, faceva un gran caldo, per arrampicare ci voleva una gran voglia, una cosa però che a me non è mai mancata.

Monte Albo versante occidentale: la Quota 1006 m, con i tre pilastri della parete nord-ovest. Su quello centrale, il più evidente e un po’ rientrato, si svolge Mani malate
M. Albo versante occidentale, la Quota 1006 m, con i tre pilastri della parete nord-ovest

Un giorno Guido portò Guya e me a Biasì, nei pressi di Padru, da certi suoi amici tedeschi. In riva al Rio su Lerno (il fiumiciattolo della valle), loro stavano tranquilli a festeggiare il compleanno del figlio maggiore, Falk. Di figli v’era una gran dovizia, assieme ad altri amici d’ogni età. Anche il casino c’era, ma con pochi schiamazzi: sembrava quasi far riferimento ad una tranquilla sacralità che il bosco delle grandi querce emanava, con un torrente tranquillo e fioco, quasi stagnante. Una festa ovattata e serena, le auto lasciate a discreta distanza a calcinare al sole.
C’era un tavolino imbandito con pizzette, panini, formaggio; sul terreno invece, su una stuoia a diretto contatto con formiche e altri insetti, erano olive e generi alimentari più untuosi che non ricordo. Anche birra e cannonau non mancavano, assieme ad un’afa che non concedeva respiro ma ti spingeva ugualmente a bere e mangiare assaggiando qui e là.

Markus Morgenstern porta a passeggio un cliente nel maneggioBiasì , Sardegna, 07.2009, Maneggio Morgenstern + Markus Biasì , Sardegna, 07.2009, Maneggio Morgenstern + Markus

Milo, Mona e Suzy Morgenstern
Biasì 2009 , Sardegna, 07.2009, Milo, Cleo, Suzy

In quel teutonico picnic i cavalli di loro proprietà circolavano liberamente: Milo, l’altro figlio, li cavalcava ora l’uno ora l’altro, naturalmente a pelo e a torace nudo. I capelli biondi e lisci gli arrivavano ben sotto le spalle, come del resto si presentavano anche quelli del padre, Markus. Brad Pitt prima maniera (e figlio) in chiave tedesca.
Improvvisamente apparvero due gemelle, Mona e Cleo, anche loro aggrappate alle criniere di due cavalli: si diressero al torrente. I cavalli fecero qualche passo in acqua, poi le due si tuffarono, nude, e si misero a giocare a spruzzi dietro ai sederoni dei cavalli, a uno dei quali venne in mente di cagare proprio in quel momento.
Ma quando qualcuno portò un porcello cieco da un occhio a fare un giro con il guinzaglio, capimmo veramente d’essere finiti fuori dal mondo.
Secondo me era l’ambiente giusto per programmare salite ed esplorazioni, e infatti ne parlai con Markus che da qualche anno viveva lì con Suzy e i quattro figli: avevano comprato una bella collina, costruito due casette e allevato cavalli, dando ospitalità ad amici e clienti. Lui un tempo arrampicava, e anche bene: ma il suo genere era quello sportivo, oppure il boulder.
Alla sera ebbi la visione di due stupende strutture tafonate, lontane là nella macchia di montagne appuntite e quasi altrettanto rocciose: rivolte ad occidente, erano illuminate dal sole quasi in orizzontale, brillavano di una luce pomeridiana che stava per finire e l’incanto era proprio quello.

Sulla guida del CAI di Maurizio Oviglia avevo subito cercato notizie della zona. Non trovai assolutamente nulla e questo mi confortò sull’ipotesi che lì a scalare non ci fosse mai stato nessuno.
Qualche giorno dopo, il 25 agosto, eravamo ancora a Padru, pronti ad annettere geografia ed espressioni di un luogo conosciuto solo ai locali. C’era anche Marco Marrosu uno studente di scienze naturali con cui sempre l’anno prima avevamo salito la lunga cresta SSE dell’isola di Tavolara. Markus ci portò su una strada asfaltata, verso le fonti Settiles, dicendo che da lì si sarebbe potuti arrivare alle basi delle pareti, magari a cavallo. Voleva rivelarci la meraviglia del Pilastro Marragone, un torrione che balza in verticale con tafoni e fessure, e lo fa direttamente dalla vistosa ferita della strada.
Dal tornante del chilometro prima vedemmo ancora le due strutture gemelle, ma erano così distanti, così poste oltre ad almeno due scoraggianti vallette di fitta macchia che, pur nello sconforto, decidemmo all’unanimità di cercare altri accessi.
Riscesi a Biasì, ci avventurammo nelle tenute del Casteddu, una fattoria desolata nell’afa, ma con chiari segni di vita. Tra i minacciosi latrati scovammo il contadino che, all’inizio molto sospettoso, alla fine fu prodigo di consigli stranamente corretti. E questo solo perché era il vicino di Markus (lui era riuscito a farsi accettare) e perché Marco gli parlava in sassarese (ma tra Padru e Sassari le differenze linguistiche si fanno già avvertire… e nessuno là è disposto a perdonare). Alla fine ci fu quasi tutto chiaro.
Markus quella mattina doveva venire con noi, ma dopo aver ascoltato i nostri discorsi decise di aver parecchio da lavorare (a noi era bastato guardare la faccia della Suzy per capire che i doveri c’erano, eccome): in più il nostro stile per lui era da extraterrestri: «con belo spit tuto molto belissimo!».

Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Punta lu Lurisincu. E’ ben visibile, sulla ds, la fessura di Elogio alla FolliaCatena Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Lu Lurisincu
Non era così tardi, decidemmo di provare. Prima di alzare l’artigianale ma complicata sbarra che chiudeva l’accesso alle tenute di su Casteddu, chiedemmo ligi il permesso al proprietario, Antonio, che nel frattempo aveva messo su un agriturismo proprio lì, con tanto di grandi vetrate in caso di pioggia. La Panda 4×4 marciava a meraviglia, ondeggiando a sussulti e macinando i cespugli del fondo della strada. Poi arrivammo alla fine, un piccolo spiazzo nel quale si poteva a malapena svoltare. Un muro di rovi impediva ogni ulteriore avanzata all’auto. Un sentierino però partiva in salita: tutto si stava svolgendo come il contadino ci aveva detto. E così, abbastanza in breve, fummo su un rilievo proprio di fronte alla parete tafonata di sinistra, in centro alla quale troneggiava un antro enorme e davvero caratteristico. Fummo incerti se rivolgerci subito a quella parete: ci pareva impossibile, perché tutto intorno all’antro erano solo placche lisce, e in alto i tafoni e le caverne aumentavano di numero e, sempre più minacciose, chiudevano qualunque idea di passaggio. Sembrava però che un po’ di luce filtrasse dall’alto nell’oscurità della caverna, cioè sembrava ci fosse un buco, chissà dove, in alto.
Ci sembrò che il problema richiedesse più ore di quelle che avevamo, così guardammo con più attenzione la struttura di destra, che da qui appariva come una gran placca vista di profilo, una freccia che terminava con una testa che dava all’insieme la sembianza d’un enorme insetto, una gigantesca cavalletta.
Una frana aveva stravolto il paesaggio abbastanza di recente: grandi massi bianchi avevano cosparso la base, dove erano già altri blocchi più scuri. Giunti lì, guardammo in alto la placca. Questa ci sembrò davvero impossibile a prenderla nel punto più basso, mentre più in alto a destra, subito a destra dell’evidente distacco di frana, forse si poteva passare.
Salimmo per blocchi in una specie di canale, fino ad una grande quercia che sembrava davvero messa lì per segnare naturalmente l’attacco.
Occorreva raggiungere una fessura la cui base era crollata con la frana.
Lascio a Marco raccontare il primo tiro: «Molla corda, molla corda..» il tono con cui lo dicevo era pacato e apparentemente tranquillo, la corda filava lentamente dallo spigolo e i metri di distanza che mi separavano dall’ultimo rinvio aumentavano: 5, 10, 15!!
Su placca seguivo una serie di granuletti di quarzo che si trasformavano a mano a mano che procedevo in granelli. «Molla corda, molla corda..». Alessandro non mi vedeva perché nascosto dallo spigolo: «Finita». «Come finita??» la mia voce non era più molto tranquilla, mancavano tre metri (sempre su placca liscia) prima di raggiungere una specie di bernoccolo che mi avrebbe dato un po’ di sicurezza. Non so come, ma Alessandro fece in modo di regalarmi quei pochi ma indispensabili metri. «Eh, ma qui è dura!!» «Sì, ma fai attenzione» e nel frattempo accarezzavo il bernoccolo – magari cresceva – sul quale avevo messo il cordino da sosta. Mi raggiunge con un bel sorriso sulle labbra «Settimo! Ora capisco perché mi chiedevi corda».
Seguendo alcune vene di quarzo proseguii più facilmente fino a raggiungere un tafone rossastro con una piccola pianticella. La prosecuzione era evidente sulla destra per mezzo di un caminetto, ma noi volevamo stare a sinistra per dare maggiore dirittura al nostro itinerario stando più vicini al centro della struttura. Con passi delicati Marco uscì dal tafone a sinistra, solo per trovarsi sotto un colatoio privo di appigli e di possibilità di assicurazione. Mentre studiava la situazione, abbastanza problematica, vidi che una proboscide di granito, abbastanza grossa da dare fiducia, gli pencolava sulla testa come una stalattite.
– Perché non gli metti su un cordino a strozzo?
Dapprima Marco era titubante, poi si fece via via più sicuro, perché l’assicurazione, pur così bizzarra, sembrava essere buona. Dopo un passo assai difficile, Marco continuò ma poi fu costretto gradualmente a deviare sulla destra per raggiungere un terreno più arrampicabile, con ciò arrivando ad un’altro tafone, ormai davvero vicino alla vetta. Sulla quale arrivai io poco dopo, seguendo un breve camino.
La cima era un ripiano solcato da qualche scanalatura e invaso di piccole vaschette dove probabilmente in altre stagioni rimaneva acqua. Dall’orlo orientale ci si affacciava sulla forcella a monte, in verità abbastanza vicina. Fu lì che lo vedemmo, uno spit collegato ad una clessidra con un cordino ormai calcinato.
Non conoscevamo così bene il torrione da giurare che non ci potesse essere una via normale, ma avremmo detto che non era facile trovarne una semplice. In ogni caso, una cosa era sicura: qualcuno, se non sulla via, ci aveva preceduto in cima.
Preferimmo scendere a corde doppie sulla via appena salita; poi, nel caldo massacrante del pomeriggio, riguadagnammo il rilievo di fronte alla struttura con la caverna, solo per rimanerne ancora più affascinati: la luce del pomeriggio lasciava chiaramente intravedere che da qualche parte la luce nell’antro arrivava anche dall’alto…
Quel giorno nacque la via Il giallo del Buco…. e la passione mia e di Alessandro per quel posto. Macchia alta, piccoli sentieri nascosti, vari gruppi di splendido granito con 200 metri di dislivello, avvicinamento e luogo isolati ne fanno il posto ideale per un’arrampicata pulita, terreno di gioco e prova di nervi per l’arrampicata classica”.
Il nome non fu dato alla via quel giorno… si riferiva infatti non a un colore particolare della roccia ma a un vero proprio giallo, un’indagine e un dubbio irrisolto.
Parlando con Antonio, alla sera, emerse che la struttura di destra era conosciuta localmente come Punta Muzzone e quella di sinistra, con la caverna, Punta dei Banditi, perché pare che alcuni briganti si rifugiassero nelle grotte del versante orientale.

La Punta Tepilora da Pedrabianca. E’ ben visibile (in ombra) il pilastro di Magica LogicaPunta Tepilora da Pedrabianca
Marco aveva in testa altre mete e riuscì a coinvolgermi con facilità. Il 27 agosto preferimmo quindi la Cima W di Punta Tepilora, un pilastro così diritto ed elegante da meritare il nome di Magica Logica; e il 30 raggiunsi Marco e un suo amico, Angelo Baldino, dalle parti delle Torri di San Pantaleo, per salire la Punta Lu Lurisincu. Ne venne fuori un altro splendido e difficilissimo itinerario sulla parete W, che chiamammo via Elogio alla Follia.
Il mio tempo in Sardegna era finito e a malincuore la partita con la misteriosa caverna era sospesa.
Tornato a Milano, stavo consultando la guida del CAI di Oviglia per ciò che riguardava la zona di San Pantaleo. Mi ero anche comprato la tavoletta IGM relativa alla zona di Padru. Mi accorsi che sulla guida, in fondo alla trattazione delle Torri di San Pantaleo, dopo il capitoletto della Punta Scala ‘Mpredada, vi era un ultimo paragrafo (che io non avevo mai considerato con attenzione), dove si parlava del Gruppo lu Casteddacciu: tre erano le vie citate. Con superficialità, e data la collocazione nell’impaginato, Marco ed io avevamo sempre immaginato questi tre itinerari nella zona delle Torri di San Pantaleo, anzi li avevamo perfino collocati mentalmente su una parete ben precisa che si vede bene dal Balbacanu. Sulla parete S di questo, il 29 agosto 2000, avevamo tracciato T 39° (che si rifaceva ai vecchi tempi del mio libro Mezzogiorno di Pietra e di T 38°), una bestia di via dalla quale per tutto il tempo avevamo osservato una lontana parete di fronte, esposta a N, che sembrava solcata da tre fessure.
Ora appariva tutto chiaro! La descrizione di Oviglia era lucida, era solo la collocazione nel testo (circa 30 km più a S) che andava evidenziata di più, almeno graficamente.
Dopo un cenno geografico sul Monte Nieddu e sul sottogruppo di lu Casteddacciu 828 m (per il quale Oviglia distingue anche due Quote, la 528 e la 560) l’autore elenca, attribuendoli a queste Quote, i tre itinerari. Il primo è lo Sperone della Mantide (la famosa cavalletta!), per lo spigolo WNW della Quota 560 m, 8 dicembre 1988; il secondo è la via Black Hole, per la parete W della Quota 560 m, 9 dicembre 1988: per entrambi questi itinerari era citata la cordata dei primi salitori (D. Ricci, L. Serafini e M. Soregaroli), la fonte (RM 1989, 5), ma non v’era relazione disponibile.
Il terzo itinerario (a cura di Lorenzo e Stefano Merlo, parete NW, 12 settembre 1990) era stato battezzato via Ayò: l’accurata relazione era riportata per intero. Tuttavia nella nota introduttiva Oviglia confessava chiaramente di non aver capito su quale Quota delle due quel percorso si svolgesse. I dislivelli infatti non coincidevano, le esposizioni confondevano, ma lo spit trovato sulla cima dai Merlo poteva confermare che le tre vie si svolgessero tutte sulla stessa struttura. Eppure le fonti sulla Rivista del CAI parlavano chiaro, le cime erano due: quindi in ogni caso Oviglia concludeva almeno che, per diretta testimonianza di Merlo, quella via si svolgeva sulla struttura di destra, guardando da Biasì (dunque la Punta Muzzone…).

Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Alessandro Gogna sulla 4a lunghezza di T39°, parete sud del Balbacanu, 1a ascensione. 29.08.2000A. Gogna sulla 4a L di T39°, parete sud del Balbacanu, 1a asc (Rocche di San Pantaleo). 29.08.2000
Le esposizioni non quadravano: come poteva sulla Quota 528 m esserci uno spigolo WNW (Ricci e C.) e una parete NW (Merlo)? Qualcuno aveva certamente sbagliato valutazione guardando il sole (forse per via delle differenti stagioni), oppure non si trattava della stessa cima.
Vista l’incertezza di Oviglia, considerando l’apparente impossibilità di salire in corrispondenza della caverna, poteva essere anche che la struttura di sinistra fosse inviolata e che quella di destra accogliesse ben tre itinerari… Ma il nome Black Hole dava una spiegazione che era evidente, era solo una la caverna che poteva meritare quel nome! Semplicemente ci rifiutavamo di accettarlo, ma sulle difficoltà di Black Hole avevamo preso una bella cantonata mentre altri avevano osato e avuto successo! E inoltre appariva anche chiaro che la nostra via Il Giallo del Buco non era certo lontana dalla via Ayò, forse in alcuni tratti coincidente.
C’era da arrovellarsi per un bel po’ su questi misteri! Marco Marrosu così racconta: “Infatti poco prima di Punta Muzzone si trova un’altra struttura rocciosa triangolare che come una torre emerge dalla macchia e si chiama Punta dei Banditi. Per il suo isolamento e la sua struttura ha un aspetto imponente e presenta una grotta a due terzi di altezza. Una fessura porta alla grotta ma oltre solo placche! Leggendo la guida del CAI si parlava di una certa Black Hole e il nome (Buco Nero) sembrava rispecchiare proprio quella via che mentalmente avevamo tracciato anche noi. Ma oltre la grotta?? Era questo il giallo”.
Il Giallo del Buco era un nome davvero azzeccato. Stendemmo anche una relazione che qui riporto integralmente, in modo da fare il punto nelle indagini, seguita dalle osservazioni che facevo a quel tempo (riportate in neretto).

RELAZIONE ORIGINALE GOGNA
Quota 528 m della Punta Lu Casteddacciu, parete W, via Il Giallo del Buco
Alessandro Gogna e Marco Marrosu, il 25 agosto 2001.
Dislivello: 100 m. Sviluppo: 135 m. Difficoltà: fino al VII. Materiale: 1 serie di friend, 1 serie di nut, fettucce
La via segue l’andamento di una spaccatura che si origina da un’evidente e recente frana per poi proseguire diritta verso la vetta.
Dall’azienda agrituristica Su Casteddu (nei pressi di Padru) ha origine una strada sterrata che porta verso oriente, cioè verso le ben visibili pareti W di Lu Casteddacciu, che da qui si presentano come due triangoli posti alla stessa altezza. Quella di sinistra (Quota 560 m) è caratterizzata da un buco a due terzi della parete.
Seguire la sterrata fino a che è tracciata e sgombra dalla vegetazione. All’improvvisa interruzione vegetale prendere un sentiero a sinistra che subito si dirama in tre tracce. Seguire la traccia centrale, quella che più si dirige verso la Quota 560 m di Lu Casteddacciu. Il buon sentierino sale fino a raggiungere una lieve crestina di macchia mediterranea proprio di fronte alla parete W della Quota 560 m di Lu Casteddacciu.
Traversare a destra seguendo la traccia fino ad una quercia (postazione di caccia), scendere verso S una placca rocciosa, oltrepassare il corso di un ruscello in agosto del tutto secco e raggiungere, sempre seguendo la traccia, prima un piccolo ripiano con muretto a secco poi il lembo inferiore di una frana recente, tra grossi massi, alla base della parete W della Quota 528 m.
La parete W della Quota 528 m è salita dalla via Ayò (it. 41c della Guida Monti d’Italia Sardegna, di Maurizio Oviglia), che si tiene sulla destra del presente itinerario ma con almeno due tratti in comune.
Seguire la frana fino ad un’evidente quercia appoggiata ad uno spuntone di roccia. All’attacco, piccola freccia blu e ometto. S0. L’attacco della via Ayò è posto qualche m sopra.
Salire per la fessura sullo spuntone, seguire una fessura fino ad una difficile placca di aderenza, poi traversare a sinistra ad uno spuntone con cordino lasciato. V+, VI, VII, V+. Traversare a corda a sinistra fino a raggiungere un alberello posto proprio all’estremità superiore della frana e all’inizio di una lunga fessura-camino. Salire in questa, poi proseguire verticalmente in placca con l’aiuto di una striscia di provvidenziali formazioni di quarzo, fino a raggiungere  delle cengette ed uno spuntone. V+, VI e VII. 50 m, S1.
Proseguire in verticale, seguire per poco un’altra formazione di quarzi leggermente obliqua a sinistra, poi traversare a destra ad uno spuntone ed a una successiva sosta con alberello e spuntone sotto ad una caverna gialla. V-. 25 m, S2, cordino da doppia lasciato. Questa lunghezza è per buona parte in comune con la terza lunghezza della via Ayò.
Salire al fondo della caverna, obliquare a sinistra (VI+) fin sotto ad una proboscide di roccia (cordino lasciato). Uscire dalla caverna a sinistra (VI-) fino ad altro cordino lasciato in clessidra. Obliquare a destra lungamente fino a superare un altro tafone e raggiungere un altro antro proprio sotto la vetta (IV, V e V+). 45 m, S3, cordino da doppia nei pressi. Qui giunge anche la via Ayò (quinta lunghezza).
Salire l’ultima spaccatura (V) fino alla vetta. 15 m, S4, cordino lasciato. Anche questo breve tiro coincide con il sesto della via Ayò.
Discesa: trascurare lo spit collegato ad un cordino siti in vetta (che farebbero scendere i 25 m del versante E) e scendere in parete con 4 corde doppie (10 m, 40 m, 45 m, 15 m).
Nota: lo spit trovato in vetta sia da noi che dai fratelli Lorenzo e Stefano Merlo (via Ayò, 12 settembre 1990) farebbe supporre che gli itinerari 41a e 41b della Guida Monti d’Italia aperti dalla cordata di D. Ricci, L. Serafini ed M. Soregaroli (RM 1989, 5), si svolgano in realtà sulla Quota 528 m e non sulla Quota 560 m. In tal caso l’it. 41b (via Black Hole, 9 dicembre 1988) potrebbe coincidere in buona parte con la via Ayò, mentre il 41a (Sperone della Mantide, 8 dicembre 1988) si svolgerebbe sullo sperone WNW che delimita a sinistra la parete. Queste sono solo ipotesi, contro le quali si può obiettare, invalidandole, che:
1) i primi salitori della Quota 528 m, responsabili dello spit di vetta, possono essere stati altri, in data precedente. Non v’è molta probabilità infatti che chi piazza uno spit su una vetta senza alcuna reale necessità (data la presenza di abbondanti clessidre e spuntoni) abbia poco prima salito una parete per nulla facile senza uso di altri spit (comunque non reperiti né da Merlo-Merlo né da Gogna-Marrosu), considerato anche che le possibilità di itinerari naturali sulla parete sono molto limitate e forse già ora esaurite (il commento di Marco a questo fu “devono essere un po’ minchioni per aver spittato sulla cima dopo aver fatto la via senza spit…“).
2) il nome Black Hole potrebbe richiamare l’enorme buco presente sulla parete della Quota 560 m. Ma le presumibili difficoltà di questa parete mal si accordano con le difficoltà riportate (VI+).
3) Le quote di dislivello riportate per entrambe le loro vie dalla cordata Ricci-Serafini-Soregaroli (200 m) mal s’accordano con i dislivelli della Quota 528 m. Anche presupponendo che i 200 m indichino in realtà gli sviluppi e non i dislivelli, siamo comunque di fronte ad una sovrastima. Sovrastima però giustificata nel caso si riferiscano alla Quota 560 m: detta struttura infatti presenta un dislivello appena superiore a quello della Quota 528 m.

La parete ovest della Quota 528 m della Punta Lu Casteddacciu, via Il Giallo del Buco2002.04 Giallo del Buco+Ajo(fotoMarrosu) , Sardegna
Seguì un lungo periodo di ricerca. Andai a consultare il numero originale della Rivista del CAI, per controllare se per caso c’erano le relazioni per esteso, senza successo. Cercai per ore su Internet per avere un’idea della provenienza di quei tre matti che in due giorni brevissimi di quasi inverno avevano risolto due problemi così! Poi telefonai al caporedattore, Alessandro Giorgetta, che fu così gentile da mandarmi la lettera originale di uno dei tre (Ricci): lì c’erano le relazioni! Evidentemente al tempo non era disponibile uno spazio per la pubblicazione, Oviglia non lo sapeva e non ritenne opportuno, nella già enorme mole di lavoro con cui aveva a che fare e con Gino Buscaini che lo pungolava, di andare a cercarsi altre rogne.

RELAZIONI ORIGINALI RICCI
Gruppo del Casteddacciu, Punta dei Banditi 560 m, parete W, via Black Hole
Prima ascensione. D. Ricci, L. Serafini, M. Soregaroli, il 9 dicembre 1988.
Avvicinamento. La via supera centralmente la parete W, caratterizzata da un grande grottone tafonato, che si risale internamente uscendo poi sulle lisce placche sovrastanti. Raggiunta la spalla quota 436 m, alla base della Punta dei Banditi (vedi avvicinamento della cresta SSW, il neretto è mio), attraversare la valletta che separa la spalla dalla parete, fino alla base delle placche basali: costeggiarle in direzione N in leggera discesa fino ad un ripiano con un caratteristico dente.
Relazione. Risalire alcune placchette fessurate obliquamente a sinistra in direzione di un terrazzo con due grossi alberi di ginepro, posti sotto la verticale del grande grottone tafonato, all’inizio di un caminetto che incide obliquamente a destra tutta la grande placconata basale. Risalire il muretto sovrastante mediante una lama ed infilarsi a destra nell’origine del lungo camino: abbandonarlo dopo pochi metri per risalire sulla destra ad una clessidra, traversare a sinistra mediante una lama e rientrare nel camino risalendolo fino al suo sbocco su un ripiano erboso (45 m, V, V+ e V, 1 chf, S1).
Rimontare direttamente le svasature che incidono la placca sovrastante fino alla base della fessura-camino che sale al grottone tafonato (15 m, IV, 2chf, S2).
Risalire interamente la fessura, superando 2 rigonfiamenti, fino ad un ripiano all’ingresso del grottone (30 m, V+, VI+ e V, 1 ch e 3 chf, S3).
Proseguire nel camino superando 2 strapiombi, abbandonarlo a destra in traversata su placche che portano ad un catino (45 m, V e IV+, S4).
Uscire sulla cresta che delimita esternamente il catino, volgere a destra (S) e, aggirato uno spigoletto, risalire delle fessure svasate verso destra fin sotto uno strapiombo: da qui traversare una liscia placca a destra e prendere una svasatura che conduce ad una nicchia con alberello (45 m, III, IV e V, S5).
Traversare 2 m a destra e superare un muretto che adduce ad una canaletta da seguire fino alla cresta sommitale (20 m, VI-, V e V+, 2 ch, S6). Per facili rocce verso destra alla vetta. Dislivello 200 m. Tempo impiegato: ore 4,30. Difficoltà TD+. Materiale impiegato: nut, fettucce, 3 ch e 6 chf, tutti lasciati.

Da Biasì: in primo piano, a sn, la Punta dei Banditi con la caratteristica macchia gialla e rossa; a ds, la Quota 530 m, con a ncora più a ds la sottile Q. 528 (Guglia di Petra). Dietro, in alto, il Monte CasteddacciuPunta dei Banditi, Monte Casteddacciu, Punta Muzzone (M. Nieddu), da Biasì

Gruppo del Casteddacciu, Sperone della Mantide 528 m, Spigolo NW, via Per Elena
Prima ascensione. Delio Ricci, L. Serafini, M. Soregaroli, 8 dicembre 1988.
Avvicinamento. Dalla spalla 436 m, alla base del versante W della Punta dei Banditi, la grande placconata WSW della Mantide è ben visibile verso SE. La via risale lo spigolo al suo margine sinistro, scavalcando nella metà inferiore un caratteristico torrione staccato. Scendere in mezzo alla macchia un’ampia valletta fino ad un muretto a secco, che si segue verso sinistra in direzione della base dello spigolo. L’attacco è situato in corrispondenza di due grossi lecci alla base di un grosso camino.
Relazione. Superati i lecci si risale il camino di destra fino al suo esaurimento sotto uno strapiombo, quindi si esce a sinistra sfruttando una fessura con cespugli fino ad un comodo terrazzo con pianta (30 m, IV, IV+ e VI-, S1).
Alzarsi leggermente ad afferrare una crepa che incide il muro sovrastante, traversare a sinistra ad una nicchia, e seguire una fessura sinuosa che traversa una placca e adduce ad una seconda placca muschiosa; risalirla sfruttando inizialmente la fessura di destra ed afferrare poi lo spigolo che la delimita a sinistra, fino ad una lama che porta ad una stretta cornice con pianta (35 m, V, IV+, V e VI, 3 ch e 1 chf, S2).
Alzarsi a destra per una lama e risalire verso sinistra una fessura che porta alla vetta del torrione staccato: calandosi pochi metri lungo la cresta, raggiungere una forcellina con spit per calata (25 m, IV e IV+, S3).
Calarsi in doppia nell’intaglio, sopra un grosso masso incastrato (8m, 1 chf, S4).
Risalire centralmente la placca fino ad una cengia che porta verso destra al limite del lungo strapiombo sovrastante (40 m, V+, VI-, 2 ch e 2 chf, S5).
Risalire una fessura con alberello, afferrare una lama che porta ad un gradino, traversare la placca verso destra e guadagnare un sistema di fessure e lame che risalgono ad una selletta, da cui con breve traversata a destra si prende l’inizio di una fessura-camino (40 m, V, V+, 1 ch, S6).
Risalire la larga fessura arrotondata e le placche successive, prendere poi uno spigoletto a destra di un canalino con cespugli che porta alla sella fra la vetta e l’anticima (45 m, IV+ e IV, S7).
Superare la fessura-camino che porta al terrazzo sommitale (20 m, IV+, S8).
Dislivello 200 m. Tempo impiegato: ore 5,30. Difficoltà TD+. Materiale impiegato: 7 ch (6 lasciati) e 5 chf (tutti lasciati), nut e fettucce.
Discesa. Essendo questa la prima salita documentata alla vetta della Mantide, ne descriviamo l’itinerario di discesa seguito. Con una calata di 20 metri su spit e spuntone si guadagna la forcella a monte dello Sperone della Mantide (si è qui sotto il grande tetto che costituisce la “testa” della Mantide). Scendendo per il canale-camino a ridosso della parete N dello Sperone, fra massi incastrati e cespugli, si raggiunge un terrazzo alla base del camino che scende dal torrione staccato. Dirigersi verso alcune piante (in direzione NW), staccandosi dalla parete del torrione, e calarsi sulle placche sottostanti fino all’attacco.

Marco Marrosu a Biasì
Marco Marrosu a Padru
A questo punto molti misteri erano risolti, non c’era più alcun dubbio su quasi nulla a parte quella annotazione «vedi avvicinamento della cresta SSW» che poteva lasciar supporre l’apertura di un terzo itinerario da parte del trio. La via Ayò poté essere situata precisamente a destra del Giallo del Buco (le relazioni comparate si sopportavano a vicenda). Il giallo era risolto, i colpevoli trovati ma non ancora assicurati alla giustizia.

Marco racconta: “Durante il periodo invernale ero tornato sul posto insieme al mio fido compagno di cordata Lorenzo Castaldi per cercare di dipanare la nebbia del dubbio ma nel frattempo Gogna, che sapeva le mie intenzioni, mi mandava da Milano la sua di nebbia.
Infatti… dormivo con Lorenzo nella mia poco comoda ma pratica tendina da due, a pochi passi da Punta dei Banditi… l’imbrago e il materiale pronti per il giorno successivo, la tensione non so che che precede ogni scalata verso l’ignoto… ed ecco un bel gocciolone sulla tenda… pioveva!! 
– Bastardo!! Questa ce l’ha mandata Alessandro! – La mattina era immersa nella nebbia, la roccia fradicia e noi facemmo i nostri bagagli“.

CONTINUA

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