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Un po’ di storia del Monviso

Un po’ di storia del Monviso

Non c’è bisogno di essere natii di Fossano per chiederci, come fece il giovane e futuro grande geologo Federico Sacco, il perché da una pianura così piatta fosse potuto emergere un colosso come il Monviso o Monte Viso che dir si voglia. In questa ricerca qualcuno ha trascorso una vita intera di studi, ben sentendo con Virgilio che, fra le umane miserie, si può dire relativamente felix qui potuit rerum cognoscere causas.

Sorgente del Po, il fiume italiano per eccellenza, e ritenuto per moltissimo tempo il monte più alto delle Alpi, il Monviso fu nominato più volte nella letteratura antica: Virgilio lo battezzò nell’Eneide Vesulus pinifer, ma anche Pomponio Mela, Plinio il Vecchio e poi Dante e Petrarca lo citarono. Anche in tempi assai recenti vi fu chi andò alle sorgenti del fiume a significare simbolicamente una pretesa autonomia padana. E sempre a proposito della sua grande visibilità da tutta la pianura, anche quella lombarda, oltre ad altre interpretazioni più dotte e ricercate, il toponimo Vesulus, Vésulo, Viso avrebbe il significato di “monte visibile”.

Salendo alla Punta di Sea Bianca, alba su (da sinistra) Viso Mozzo, Monviso, Monte Visolotto, Punta Gastaldi, Punta Roma e Punta Udine, a destra della quale si vedono il Coulour del Porco e, parzialmente, la Punta Venezia
Salendo alla Punta di Sea Bianca, alba su (da sinistra) Viso Mozzo, Monviso, Monte Visolotto, Punta Gastaldi, Punta Roma e Punta Udine, a destra della quale si vedono il Coulour del Porco e, parzialmente, la Punta Venezia.

I colli che si aprono attorno all’imponente piramide, a dispetto della loro quota, sono stati veicolo nell’antichità per le comunicazioni tra gli opposti versanti. I due più significativi sono il Colle dell’Agnello 2748 m, tra la Val Varaita e la Valle del Guil (Queyras), a sud ovest della montagna ed il Colle delle Traversette 2950 m, tra la Valle del Po ed il ramo superiore della Valle del Guil. A Pontechianale è stata rinvenuta una necropoli che risale alla prima età del ferro. Ciò dimostra la frequentazione del Colle dell’Agnello già in epoca così remota. I Romani erano interessati alle miniere di ferro di Bellino ed a quelle di rame di Saint-Véran. Il traffico a dorso di mulo s’intensificò allorché nel 1311 la fonderia fu spostata da Casteldelfino a Château-Queyras. Si creò così quella Route royale tra il Marchesato di Saluzzo ed il Delfinato che andava a sovrapporsi alla vecchia Strada del Sale. La via era di gran lunga più facile di quella del Colle delle Traversette: lo dimostra il fatto che, nelle operazioni di escalgayta (così era chiamata la dogana a Chianale) le gabelle erano sedici volte superiori a quelle introitate a Crissolo. Il passaggio del Colle delle Traversette era ripido e pericoloso, la neve per gran parte dell’anno ne impediva l’accesso. Eppure anche l’alta Valle del Po era abitata in epoca preromana, come dimostrano i reperti di S. Chiaffredo (Crissolo). Tuttavia il potenziamento del valico si ebbe solo alla fine del Medioevo. Infatti il marchese di Saluzzo Lodovico II strinse un patto con il conte di Provenza Renato d’Angiò per l’apertura di una galleria sottostante il Colle delle Traversette, a quota 2882 m: questa avrebbe permesso il passaggio per quasi tutto l’anno delle merci, con l’accordo che il transito sarebbe stato libero da dogane e gabelle. Il patto prevedeva un acquisto annuale in Provenza di 5300 olle di sale senza alcun pedaggio. Era il 22 settembre 1478.

Come per tutte le grandi montagne, lunga e travagliata è la sua storia alpinistica. Il primo a tentare fu il geometra saluzzese Domenico Ansaldi con due compagni, il 24 agosto 1834: giunsero a circa 3700 m, ma dovettero tornare per le cattive condizioni atmosferiche. Nel 1839 l’inglese James D. Forbes ne compì il periplo, iniziando quindi una seria esplorazione di tutta la zona. Notevole, anche se azzardato e senza speranza di successo, il tentativo, verso il 1850, di un capitano della dogana di Abriès, che tentò il versante occidentale. Come pure senza possibilità fu il caparbio assedio nel 1851 di un americano di Boston che pose il suo campo base dove oggi sorge il Rifugio Gagliardone. Anche Bartolomeo Gastaldi e John Ball in occasioni diverse visitarono la zona, poi fu la volta di William Mathews e compagni, con Michel Croz, nel 1860. Anche Edward Whymper lo studiò, prima di dedicarsi completamente al Cervino. La vittoria arrise finalmente il 30 agosto 1861 a William Mathews e William Jacob con Michel e Jean-Baptiste Croz, ovviamente per il versante sud, il più facile, quello già tentato dall’Ansaldi. Michel Croz vi tornò una seconda volta con Francis Fox Tuckett, il 4 luglio 1862. Il 12 agosto 1863 toccò agli italiani, Quintino Sella, Paolo e Giacinto Ballada di Saint-Robert, Giovanni Barracco con Raimondo Gertoux, Giuseppe Bodoino e Giovanni Battista Abbà. L’ascensione ebbe il celebre risvolto d’essere madrina, sull’onda emozionale, della nascita del Club Alpino Italiano, nello stesso anno. Delle molte vie aperte in seguito sui versanti e sulle cime secondarie, meritano cenno quella di Guido Rey con Antonio Castagneri sulla parete est, il 14 e 15 agosto 1887; quella di William August Brevoort Coolidge con Christian e Ulrich Almer sulla parete nord (28 luglio 1881), una delle più grandi vie di ghiaccio delle Alpi sudoccidentali, alta 1160 m; ed infine quella della parete nord-ovest, il famoso versante Vallanta, l’altra faccia del Monviso, ad opera di Vitale Bramani, Luigi Binaghi e Aldo Bonacossa, il 27 luglio 1931.

Borgata Chiesa, Bellino
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Un gioiello di architettura occitana
All’altezza di Casteldelfino, la Val Varaita si divide nel ramo principale e nella valle di Bellino, dominata dalla mole massiccia ma appuntita del Pelvo d’Elva. Bellino è un insieme di piccole borgate che costituiscono un vero gioiello di architettura occitana. Verso l’anno Mille infatti si formarono i primi escartons (dall’occitano escartar, ripartire), sorta di repubbliche che gradualmente si erano emancipate dall’autorità e dall’amministrazione del Delfinato. I cinque Escartons crearono poi la Repubblica degli Escartons, sancita pacificamente nel 1343 con la Grande Carta: Briançon, Queyras, Oulx, Pragelato e Castellata (cioè l’alta Val Varaita) da quel momento elessero democraticamente i consoli. Ciò coincise con un periodo davvero fiorente per queste valli occitane, di cui appunto ancora oggi l’architettura intatta di Bellino conserva piena memoria. Con il trattato di Utrecht (1713) la Castellata fu assegnata ai Savoia, che si affrettarono a sopprimere ogni privilegio. Un secolo dopo cominciò la decadenza, si moltiplicarono le migrazioni stagionali che poi nell’800 divennero definitive, verso la Francia e poi anche su Torino. Alcune case di Bellino, vissute ed in ordine, sono così particolari da far dimenticare ciò che è successo in buona parte di altri centri alpini. Passeggiando per Celle o Chiesa, le due borgate più belle, tra un affresco ed una colonna, tra una finestra incorniciata ed una testa in pietra scolpita, sembra di essere turisti in un’altra repubblica.

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Cosa è diventato il Buco di Viso?

Lo scavo della galleria sotto al Colle delle Traversette terminò nel 1480, dopo una stagione di lavoro. Chiamato anche Buco del Sale, era lungo poco più di 75 metri, largo 2,5 ed alto 2. L’imbocco è a 2882 m. Le carovane dei muli potevano passare nei due sensi utilizzando alcuni slarghi laterali. Un corrimano aiutava anche i viandanti a non perdere l’equilibrio nella tenebrosa traversata. Il primo tunnel artificiale delle Alpi era un evento davvero eccezionale, come tutto ciò che ha lo scopo di unire e non di dividere. Il Buco di Viso (o Pertus ‘d Viso in patois montanaro) assolse pienamente e fin da subito alle sue funzioni. Oltre al già accennato vantaggio commerciale v’era un’utilità militare, perché il tunnel abbreviava anche il cammino di un eventuale esercito francese diretto in Italia. Il che successe davvero, quando i francesi divennero padroni del marchesato di Saluzzo. Nel 1588 Carlo Emanuele I di Savoia, dopo la conquista definitiva di quelle terre, lo ostruì. Nel 1603 il tunnel fu riaperto, per essere richiuso nel 1793 per paura che le pericolose idee della rivoluzione francese si diffondessero più facilmente; e fu ancora riaperto nel 1803. Tra continue altalene, anche dovute a fenomeni naturali di assestamenti e frane, si arrivò al recupero del 1907. Seriamente danneggiato in occasione dell’ultimo conflitto mondiale, è stato restaurato nel 1971 e, fino al 2013, più di 500 anni dopo la sua apertura, era una grande testimonianza storica.

L’attuale restringimento della galleria
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Secondo il comunicato ufficiale: La “necessità di risolvere definitivamente il transito attraverso il Buco di Viso, insieme alla necessità di valorizzare l’aspetto escursionistico legato all’opera” – che la ricollega agli itinerari di interesse internazionale del “Tour del Monviso” e la “Via Alpina” – hanno portato la Regione Piemonte alla realizzazione di un progetto transfrontaliero “teso al ripristino del passaggio originario, alla messa in sicurezza di entrambi gli ingressi e al miglioramento della segnaletica legata al Tour escursionistico del Monviso“.
Sul versante italiano è stata “garantita” la sicurezza nel passaggio all’ingresso tramite il posizionamento di reti dissipative a basso impatto ambientale al fine di contenere la caduta di materiale roccioso dalla parete sovrastante. L’interno del tunnel ha visto un intervento di matrice prettamente archeologica, con lo scopo di riportare alla luce il terreno originariamente calpestato nel XV secolo.
L’intervento maggiore è stato però sul versante francese, a causa dell’accumulo di materiale roccioso all’ingresso che dà sulla Valle del Queyras. Si è pertanto realizzata una galleria artificiale in cemento armato che si prolunga complessivamente per 23,5 metri raccordandosi all’uscita del tunnel naturale. L’opera è stata ricoperta con materiale proveniente dagli scavi al fine di ridurne al minimo l’impatto ambientale. Secondo il direttore dei lavori “
l’escursionista non ne avverte la presenza se non dall’arco in pietra secco che contraddistingue l’entrata“.

Il 15 ottobre 2014 è stato riaperto, con debita cerimonia.

L’attuale ingresso francese
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Ecco il commento di Giancarlo Fenoglio, guida alpina del Monviso: “L’intervento, compiuto con denaro pubblico (270.000 euro sperperati), ha distrutto la valenza storico-ambientale dell’opera. E’, secondo me, un vero insulto all’ambiente ed alla storia: almeno nel 1475, senza escavatori, erano riusciti a farlo di una larghezza per il passaggio di 2 muli imbastati (mt. 3,60). Adesso l’ingresso della parte francese sembra l’accesso a una latrina, per non parlare delle orrende reti a proteggere l’ingresso italiano.

Aldo Ghidoni (Mountain Wilderness): E’ osceno. Sembra un modello in scala del buco TAV. Ridurre così un’opera incredibile, per gli anni in cui è nata, è uno scempio inarrivabile.

Il vecchio ingresso francese del Buco di Viso. Foto: Alberto Calamai
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L’opinione:
Il “Buco di Viso” non c’è più!

di Alberto Calamai, Guida ambientale

Era una bella emozione arrivare all’ingresso del primo tunnel transfrontaliero alpino della storia quando, salendo dal versante francese, ci si trovava all’ingresso del “Buco” quasi sempre ostruito dalla neve e ci si doveva aiutare con le mani, qualche volta strisciare per passare fra la neve indurita per entrare nella breve galleria che ci faceva evitare poco meno di un centinaio di metri della salita al colle delle Traversette.

Ora non sarà più così.
Ho accompagnato un gruppo di escursionisti nel mese di luglio 2014 a fare il tour del Monviso e con grande stupore ho accertato che dello storico Buco di Viso non è rimasto niente, un cantiere sta lavorando sia sul versante francese che su quello italiano per “la messa in sicurezza” della galleria grazie a un progetto dalla Direzione regionale Opere Pubbliche Difesa del Suolo Economia Montana e Foreste della Regione Piemonte (vedi qui).
Un cantiere, con piccole ruspe, martelli e picconi ha già aumentato l’altezza del tunnel che consentirà di percorrerlo stando in piedi, i lavori dovrebbe terminare ad ottobre.
Tutti noi increduli non siamo riusciti a trovare una ragione per sostenere questa scelleratezza, siamo rimasti senza parole per questo ennesimo episodio di mancanza di rispetto dell’ambiente e della storia.
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