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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3 (3-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

La pancia: l’istinto come arma positiva.
Nel gergo di tutti i giorni, noi parliamo tanto della “pancia” – cioè ascoltare la pancia; se per esempio tu vai ad arrampicare sabato, ma la tua pancia dice che c’è qualcosa che non va, cosa fai?
Qualche volta vado lo stesso, ma puoi essere sicura che allora non mi diverto! Non mi diverto per niente.

“Divertire” – ti ho beccato, ti sta bene, non volevi mica non usare questa parola? (Ride).
La pancia è l’istinto. Devi allenarti all’istintualità. L’istinto è un’arma che abbiamo, un’arma molto forte e positiva che tu hai per fare fronte all’io. L’istinto è proprio l’inconscio che hai dentro di te, che sei tu alla fine. Io sono, tu sei, noi siamo: ci sono delle parti che riconosciamo e delle altre che non riconosciamo. Le parti che riconosciamo sono le più forti. Questa è la mia convinzione di base. Che poi non sono certo io a inventarlo. Alla fine è una figurazione, è un modo per capirci, per cercare di capirci. La parte che non riconosciamo ogni tanto manda segnali che in psicologia sono stati riconosciuti come i déjà-vus, le visioni a occhi aperti, i sogni e anche le emozioni istintuali: in presenza di questi, non puoi non dirti: “un momento, sono avvertimenti che non so spiegarmi”. Non ti arrivano dal tuo io. Il tuo io dovrebbe registrare questi segnali e non gettarli come se fosse merda, cosa che normalmente invece fa. L’istinto è una delle forze, è una delle energie veramente positive.

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E con mistero cosa intendi?
Per mistero intendo semplicemente tutto quello che non sappiamo. Che è tanto. Portando la parola “mistero” al discorso iniziale della pervicace ricerca del proprio destino, questa ricerca è una continua e dolce, mite aggressione al mistero. Adesso, cara mia, pensiamo al mangiare. Cosa vuoi bere – del bianco o del rosso?

Sinceramente io normalmente a pranzo non bevo…
Ma oggi sei con me, dunque bevi e basta!

Va bene, capo! Tu avevi scelto quella strada della ricerca interiore. A partire dal ‘75. Ma poi ti sei messo con una donna che tu stesso hai detto che raffigurava il contrario, se ho capito bene. Questo per salvarti?
Sì. Per salvarmi, ma non ho agito coscientemente, è ovvio. Ma se m9i guardo indietro non può che essere stato così. Ci sono delle persone che ti riportano con i piedi per terra. E Bibi mi ha riportato con i piedi per terra facendo due figlie con me, che non è roba da poco… E Guya mi ha riportato con i piedi per terra in un altro modo ancora. Mi hanno riportato entrambe con i piedi per terra, ma non è che io fossi chissà dove, semplicemente avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a non esagerare – non mi fa tanta paura il pericolo, l’entità del pericolo, quanto come lo affronto; cioè non ho paura del pericolo in se stesso bensì del fatto di non esserci preparato a sufficienza. E se qualcuno mi aiuta, non è che mi fa schifo!

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Ma da questo potrei dedurre che tu hai una fottuta paura della morte?
Non credo di avere più paura degli altri, ce l’ho né più, né meno degli altri. Non mi sembra di avere una paura fottuta della morte, credo di avere una paura normale. So che succederà, vediamo di farlo succedere il più tardi possibile, come penso che miliardi di persone pensino. Il momento del passaggio, quello sì, penso che faccia paura – il passaggio da uno stato all’altro.

(Riscalda un avanzo di risotto, accompagnato da un bicchiere di rosso.)

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La ricerca dell’equilibrio. I sogni.
La ricerca dell’equilibrio. Facendo un ritratto di te, si potrebbe intitolarlo qualcosa come “il sottile equilibrio tra dentro e fuori”? È un concetto importante, l’equilibrio, per te, vero?
Sì. Tra il dentro e il fuori va abbastanza bene. È una visuale che sento mia. Con il tacere che dicevo prima, parlando metti un piede di qua e uno di là e si va a perdere quest’equilibrio. Puoi anche parlare del sottile equilibrio tra la mia coscienza e la mia incoscienza (intesa ovviamente come inconscio).

Avendo trascritto così tanti sogni – oltre 2000 – ti aiuta?
Tu perché mi hai parlato di sogni violenti che hai fatto tu?
(Si riferisce a una parte di conversazione qui non riferita).

L’intervistatrice, Christine Kopp
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Perché non ci avevo più pensato prima, sapevo di aver sognato quello che ho sognato prima della morte di mio fratello – quando poi è veramente morto, è stata una cosa molto potente. Sognavo che lui moriva, o assassinato o in un incidente, comunque sempre una morte violenta. Mi ha impressionato. Ovviamente mi sono anche chiesta quanto era una premonizione della sua morte o quanto io volevo che accadesse.
Per me nessuna delle due. I sogni sono uno strumento che riguarda esclusivamente noi stessi. Quindi non vedo come si possano applicare a quelli che ci stanno attorno, non può esserci premonizione di cose che riguardano altri individui. A maggior ragione per “il quanto volevi che accadesse”.

La tua prima osservazione è: mi si offre la visione della futura morte di mio fratello. La seconda è: voglio che succeda. Secondo me nessuna delle due è il significato del sogno. Perché se vuoi ci sono delle biblioteche intere di Freud, Jung, ecc. che te lo spiegano… Solo la cabala napoletana pretende cose del genere… Psicanalisi e psicologia analitica dicono altre cose. L’interpretazione del sogno non va mai nel senso di prevedere il futuro.

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Il sogno è una fotografia della tua situazione interiore, dove però le figure che noi utilizziamo pittoricamente – uomini, donne, mamme, figli, sconosciuti – di solito hanno delle precise funzioni. Per esempio in genere se tu sogni una donna, un’amica o anche no, queste figure femminili rispecchiano esattamente quello che è il tuo inconscio. Sognare invece la figura di un fratello o di un uomo per te è in genere la rappresentazione di quello che Jung ha chiamato “l’animus” (“anima” nel caso un uomo sogni una donna). Animus e anima sono la rappresentazione della parte inconscia più profonda, quella “collettiva”.

I fatti che il sogno ti racconta sono messi lì non perché avvenga la morte, ma perché avvenga una rinascita (come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto). Se pensi in termini di rinascita, e non di morte, cambia tutto perché in effetti sognare che tuo fratello morisse non ha nulla a che fare con tu fratello vero ma con la figurazione che ti stai facendo (aggressiva) del tuo inconscio collettivo. Penso che la tua necessità di uccidere questo inconscio collettivo sia il frutto di come sei stata educata. Il conscio collettivo (come dire l’ego collettivo) reprime l’inconscio collettivo esattamente come tutti tendiamo a fare a livello individuale. Lo vuole uccidere, schiacciare. E il conscio collettivo è tutto l’insieme di credenze, di condizionamenti della società che hai in te, anche e soprattutto l’autorità. Condizionamenti che ci sono senza che tu te ne accorga, di un’intera società. È vero che la società svizzera è diversa per esempio da quella italiana. E queste differenze sono proprio date da condizionamenti che vengono dalla nostra storia. I condizionamenti consci vengono dalla società civile, te li insegna, “la forchetta devi tenerla così”; nel caso dei sogni con tuo fratello parliamo invece del conscio collettivo, quei condizionamenti che non sono riconducibili alla tua educazione ma al fatto che sono ben presenti in una società e in una cultura.

Stiamo parlando, nel tuo caso, di tutto ciò che la maschilità in senso generale possa rappresentare. La caratteristica violenza significa che c’era nel momento del tuo sogno un grosso contrasto tra il fatto che tu eri spettatrice di qualche cosa che andava verso una fine violenta e la tua necessaria e futura presa di posizione. Violenza ripetuta e ripetuta, come se fosse un’esigenza. Quello che viene sottoposto al sognatore, è l’esigenza del sognatore, non l’esigenza di altri.

La tua esigenza, in quel momento, era che ti si creassero delle condizioni per cui tutti questi tuoi condizionamenti determinati dal tuo non-essere maschile potessero in qualche modo essere eliminati.

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Non c’entra niente tuo fratello, dimentica tuo fratello: la tragedia era raffigurata per farti capire che tu volevi troppo bene a questi condizionamenti, che invece dovevi eliminare. La tragedia era per questo, questo era il significato del sogno. Dimentica che fosse lui, perché lui non c’entra. Lui era la rappresentazione del tuo inconscio collettivo, e quando si hanno dei sensi di aggressività verso l’inconscio collettivo in questo modo, da farlo morire nei sogni, sei oltre un certo gradino, vuole dire che stiamo esagerando nella repressione. Ti posso fare un elenco di cose contro cui mi sono ribellato o vorrei che la gente si ribellasse, per esempio contro la superficialità che io condanno e che vedo molto tipica degli italiani.

Io non so per quale motivo sei venuta in Italia. Un individuo che lascia un paese, un posto… un motivo c’è. Io sono stato per 20 anni a Genova, poi sono venuto a Milano. Dovevo farlo! Per fortuna l’ho fatto! Dovevo andare in un’altra città, dove io potevo esercitare meglio quelle che erano le mie tendenze che nella città dove ero nato non potevo fare. E lì c’è stato anche da parte mia una ribellione contro quello che era stato sia il conscio collettivo dei genovesi, che è una cosa allucinante, sia anche l’inconscio collettivo. Una volontà di andare fuori. Non sono mai arrivato a sognarlo, anche perché l’ho fatto abbastanza presto.

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Tu avevi sorelle o fratelli?
No, ero da solo.

Sai, è interessante. Ho fatto la maturità con il latino. L’italiano era una materia facoltativa, ma avevo già troppe altre lingue, tra cui il russo facoltativo, e non mi lasciano fare anche l’italiano. Fatta la maturità sono andata subito di mia volontà in Italia, a Firenze, per fare un corso di italiano. Sapevo già di voler fare la scuola per traduttori con l’italiano. (L’unica cosa che sono riuscita a fare prima era frequentare un corso facoltativo sempre sulle novelle di Giovanni Verga – ho cominciato con Verga…). Dopo ho fatto la scuola per traduttori, ho fatto anche sette mesi a Bologna. Ho cominciato a lavorare, ma per anni l’italiano non era importante. Poi, molti anni dopo, per lavoro ho conosciuto Lecco e Natale Villa e mi sono trasferita qui. E adesso sto con Eugenio in Valsassina. E pensa che già mio nonno materno, che io non ho mai conosciuto, aveva lavorato in Italia, a Barletta, prima della prima guerra.
Una delle cose più potenti dell’inconscio è la lingua. È un serbatoio gigantesco, quasi infinito di sensazioni, emozioni, ecc. che possiamo definire inconscio. Siccome tutte le parole nelle varie lingue sono diverse e quindi anche i contenuti. Quando una parola come te sente il desiderio di…

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… volevo proprio un’altra lingua, cercavo un’altra lingua!
… avevi bisogno di uccidere la tua lingua, veramente, parliamo a livello raffigurato, ovviamente, per rinascere in un’altra lingua. E non mi stupirei se fossero abbastanza simili i due periodi. Pensaci tu.

Un’altra cosa interessante è che la mia passione sono sempre state le lingue (e i fiori – ma fare un mestiere con i fiori non sarebbe valso abbastanza nella mia famiglia). Poi una cosa stranissima è che io sono cresciuta a Berna e so parlare il dialetto bernese, che è un dialetto forte e ben distinto. Ma casa e in famiglia parliamo il lucernese, visto che i miei vengono da Lucerna. Adesso quando parlo con bernesi o vallesani (che sono abbastanza vicini come dialetti a quello bernese), faccio un mix stranissimo tra bernese e lucernese e mi da molto fastidio. Con gente da Lucerna verso Nord e verso Est parlo il lucernese e mi sento bene, ho la mia identità. Invece quando parlo quel mix strano non sento una mia identità; ma non riesco neanche a parlare solo il lucernese, cioè quella che è la mia madre lingua vera. Mi adatto, a metà, ma mi fa stare male. In italiano questo problema non ce l’ho, mi sento “una”, con un’identità, che tra l’altro sarà un po’ diversa di quella primaria, svizzera.
… un’altra identità, sradicandoti dalla tua identità svizzera…

Infatti, sono anche andata abbastanza in crisi per questo. Chi sono? Chi sono in Italia, in Svizzera? Quali sono le mie radici?
Hai presente gli arancioni – vestiti di arancione, andavano in giro danzando, ora ci sono i seguaci di Osho… Io capisco perfettamente l’ansia di un individuo che non si riconosce più (o non a sufficienza) nella propria religione, quella in cui è cresciuto. E che in qualche modo cerca istintivamente un’altra via. Allora viene a contatto con queste religioni orientali, ecc. e ne rimane affascinato. C’è chi le abbraccia rimanendo quello che è, quindi senza esagerare, e c’è chi le abbraccia andando in giro a chiedere l’elemosina, suonando il sitar. Questo è il casino che dicevi tu. L’abbandono delle tue radici non va bene. È qualcosa da evitare.

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Ma forse non sapevo neanche bene dove e cosa erano le mie radici! Il discorso è che come dici tu, dovevo andarmene, forse; poi, certo, le radici svizzere ci sono, in una serie di cose, di condizionamenti, forse volevo combattere i condizionamenti trovandomi altre radici. Nnon sono più così convinta che uno ce le ha solo dove è nato, ecc. Una parte sì, certo. Ma forse dopo tutto puoi mettere altre radici, come le piante, come certe piante. Certe non puoi trapiantarle, morirebbero. Altre ti fanno altre radici, puoi anche tagliare un ramo e questo cresce e fa radici in un altro posto!
Abbandonare le proprie radici è molto pericoloso perché ti espone a una serie di disadattamenti improvvisi dove ti chiedi “ma chi sono io”. Nello stesso tempo però tu sai perfettamente che dovevi andare. Allora era l’uccisione per la rinascita. Questo è il discorso. Io non vorrei abbandonare mai completamente le mie radici genovesi, sono per me una sicurezza che c’è un senso, sono un po’ utilitarista in questo senso.

In casi come noi, certo, vai via, capisci l’importanza del posto da dove vieni, questo non lo nego. Io sono svizzera…
… ma tu per esempio ridi delle battute che fanno a Lucerna? E anche di quelle che fanno a Lecco?

Ma certo!
Questo è importante. Ridere non è razionale. È la traduzione dei nostri contenuti. La cosa che dovresti andare a vedere un po’ è capire quelli che sono stati i periodi importanti… Il primo amore, il secondo amore… Sono sempre gli stessi che girano.

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Certo, lo faccio continuamente. Oggi i sogni li contempli ancora? Li trascrivi ancora?
No, anche perché effettivamente sogno di meno. E i sogni che faccio non hanno quella potenza che invece avevano gli altri. Il trascriverli non è un’operazione così semplice – devi essere attrezzato, aver il libricino pronto, ecc. L’ultimo che ho trascritto sarà di quattro, cinque anni fa. Infatti, non ne sento più il bisogno. Magari li ascolto abbastanza per non avere la necessità compulsiva di trascriverli per poi poterci pensare. Prima li scrivevo perché era talmente forte la voglia di prevaricazione del mio io che di certo li avrei cancellati, non me li sarei più ricordati. Adesso questo non c’è più, quindi non c’è bisogno di scriverli. Anzi non ho neanche più bisogno di ricordarli.

Ma ti ha aiutato?
Certo. Ho fatto anch’io il mio percorso. Ho fatto tre anni di psicanalisi che è stata una delle più belle cose che ho mai fatto. Non per cura, ma per mio volere. E quindi mi è servito eccome. Era in questo periodo che cominciavo a capire come agiscono queste forze e l’insegnamento è stato quello di non rifiutarle. Neanche le più cattive. Sono convinto che più vuoi cancellare, rifiutare, più saranno violenti questi sogni. Cioè più è forte quest’azione di compressione, più i sogni saranno violenti perché c’è urgenza da parte del sogno di farti capire che la situazione è drammatica. Più una cosa nel sogno come emozione o colori è forte, più c’è bisogno dentro di te che questa cosa vada presa sul serio. È abbastanza semplice. Quando salgo sul tram e sento parlare una persona qualunque, che magari dice cretinate ed è antipatica, la prima cosa che penso è che sono proprio quelle le situazioni che io cerco di schiacciare; la presenza di questa persona è la rappresentazione concreta di questo mio atteggiamento che dovrebbe essere corretto. Così la giornata non è mai noiosa, anche gli eventi più banali diventano significanti!

… la classica proiezione…
Sì. La giornata che si svolge, da quando ti svegli, poi fai una telefonata, incontri delle persone, ecc., tutto questo turbinio di parole, di fatti che ti capitano puoi benissimo dimenticare tutto, puoi benissimo lasciare stare, ma sarebbe sprecato. Perché tutto quello che tu vedi attorno a te, secondo me, è importante e arriva anche a delle azioni correttive – per esempio tra me e Guya c’è un continuo e scherzoso dibattito su cosa significa avere un gatto in casa. Da una parte io dico per scherzo che è una grandissima rottura di coglioni… Lei sa benissimo che io scherzo, che voglio bene al gatto. Però possono esserci delle cose anche più serie; per esempio lei tende a personificare oltre ogni limite attribuendo anche qualche intelligenza al gatto che io dubito che abbia. Lei mi dice “guarda come ti tocca con questa zampa”, io tendo a non dare importanza a questa cosa, ma so che questa zampa ha la sua importanza, succede che faccio un po’ di correzione, a quel punto essere toccati con quella zampa è una manifestazione di affetto, mentre se non ci fosse nessuno a fartelo notare, mi perderei qualcosa. Ecco perché ti dico che forse la terza moglie è la più semplice, perché sono queste le semplicità di cui sto parlando e di cui ho bisogno. C’è indubbiamente più attenzione a certi particolari.

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Ma con lei parli di alpinismo, del tuo blog?
Lei fa la parte di quella che mi tiene un po’ con i piedi per terra. Da una parte una, due volte sono andato da lei e le ho detto “guarda cosa ho scritto” ed era la cosa più polemica, contro quello, contro questo, allora lei mi ha risposto “vedrai che ti arriverà qualche querela!”. “Ma che cazzo dici, ma pensa te!” Dopo invece ci pensi e le dai ragione. Se invece è una cosa troppo tecnica di alpinismo, allora lascio perdere. Lascio abbastanza al caso. Forse tempo fa avrei voluto che lei leggesse per esempio il post sulla “pervicace ricerca del destino”, in realtà non l’ha letto – magari l’ha letto per conto suo, ma non credo. Lei è piuttosto insensibile a certe cose, ha il suo equilibrio, non è portata a questa ricerca, anzi, evidentemente è portata ma non lo fa. Altrimenti non starebbe con me, e io lascio stare. Il fatto che piaccia a me dividere il pelo in quattro non è che lo debbano fare tutti. Tranne magari quando stiamo parlando di problemi di qualcuno, in famiglia, di amici, e una volta lei mi chiamava continuamente “il piccolo Jung”… (Ride).
Lei ha questa abilità di dissacrare, dissacra tutto, mette tutto un po’ sul ridere. E questo è bello, a me piace.

Ti dà anche la giusta leggerezza dell’essere, se no ci perdiamo…
Per cui cercare di convincerla o comunque metterla davanti a dei contenuti che so già che non la interessano, non vale la pena. Ecco perché non c’è questo scambio. C’è in altre forme, e va bene così. Non spingo. Lo stesso con le mie figlie. Ogni tanto vedono cosa ho scritto, mi chiedono “tu ti sei occupato di questo?”… Ho imparato a non spingere, all’inizio magari lo facevo.

Normalmente si ottiene poi il contrario, se uno lo fa…
Esatto. Cosa vuoi sapere ancora, cosa ti sta a cuore?

Allora, guardiamo l’orario. Sì, facciamo ancora una mezz’oretta. Sono senza macchina a Lecco, quindi dovrei prendere il treno delle 17.20.
Se sei venuta in treno è proprio perché qui dovevi venire senza auto, la tua essenza e basta. Nuda, senza orpelli.

La libertà non c’è senza limite.
Un discorso che non abbiamo ancora fatto è quello sulla libertà. Il fatto che la libertà non c’è senza limite, un concetto che ribadisci più di una volta. Libertà non è anarchia.
Libertà non è anarchia e non è neanche la libertà del bambino che fa quello che vuole. Il significato della parola libertà ha significato solo dentro determinati contesti. Il contesto delle scelte, appunto, che devi fare. Se non hai fatto scelte, non hai libertà. E le scelte le fai ponendoti dei limiti.

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Ma il tuo alpinismo dopo aver cominciato la ricerca interiore, e lo dici tu stesso, non è stato più così estremo… Ma oggi vai ancora in montagna. Cos’è ‘sta montagna per te? È un ambiente per te necessario per la sopravvivenza, è la passione, cos’è?
È vero che vado sempre tanto in montagna, ma è anche vero che l’età aumenta e determinate cose non le posso più fare. Non ho più l’energia, ma neanche più la voglia di farle, anche se mi piacerebbero ancora. Le ho fatte. La montagna quella della quota, della neve, dell’inverno – ho parlato della solitudine, ecc.: no, basta. Poi adesso ho anche un po’ di problemi di equilibrio, per cui non vado neanche più a sciare. Quindi anche quello è abbandonato. Quello che faccio sono salite su roccia, su mezza montagna o falesia, non proprio montagna montagna. Vado dove c’è poco da camminare, dove non c’è tanta discesa, sempre per il problema dell’equilibrio, camminando faccio fatica, mentre non faccio fatica ad arrampicare. Detto questo, avendo un po’ delineato cos’è la mia attività – magari si svolge anche sul difficile, ma comunque sul difficile protetto, vedo che il resto lo sto limitando, preferisco ad andare sul difficile protetto, anche se un po’ mi dispiace.

Se non ti limiti, l’io si potrebbe gonfiare…
Esatto. Comunque. Mi piace l’ambiente, mi piace però anche l’ambiente della campagna, non necessariamente deve essere verticale. Il fatto di andare sul verticale che cosa mi dà? Mi dà il modo di vedere anche che grado faccio in più o in meno di un anno fa, di tre mesi fa, di sei mesi fa; lo guardo e lo vedo, questo sì. Ma lo faccio più che altro per indagare il modo in cui lo faccio. Per me è la prova del nove per capire se il mio procedere nel mio cammino, nella mia pervicace ricerca del destino, sta andando nella direzione giusta o se invece sta andando nella direzione sbagliata!

E se va nella direzione giusta, cosa vuol dire?
Me ne accorgo. Se tu in quei dieci minuti di un tiro di corda o in quelle tre ore di una via vedi che li fai bene, non mi esalta dal punto di vista che li ho fatti bene ma dal punto di vista che vuol dire che io sto bene. Il fatto che sto bene mi fa procedere ulteriormente sulla strada della ricerca. Per me è letteralmente una prova del nove. Ogni volta. Con risultati non sempre univoci… Per esempio quando ci siamo incontrati l’estate scorsa al Gran Sasso ero in una fase nella quale dovevo assolutamente stare fermo. Sono arrivati anche degli amici che volevano andare assieme a me in montagna, ho detto no, sto con Guya; già vado tutto l’anno per i cazzi miei, questa volta sto con lei, non mi va di lasciarla da sola. E ho fatto bene. Quando siamo tornati si è spaccata la macchina, il gatto quasi ci lascia le penne, scena da incubo… Poi dopo a Briançon mi sono rotto il naso. Lì era chiaro ed evidente che dovevo stare fermo. Guarda caso dopo ho scoperto che c’era un problema con la tiroide; il malanno fisico è comunque importante – curiamolo, nel momento in cui tu ti sottoponi alla cura tu stai ritrovando il passo giusto della ricerca.

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Come quando mi sono spaccata il ginocchio e mi sono detta devo rallentare, andavo troppo in fretta. E fino a oggi è una parte del mio corpo che mi fa capire quando devo rallentare. Oggi comincio ad ascoltarlo di più. La mia testa, il mio io magari vorrebbero fare di più e vorrebbero che io fossi più brava – invece il corpo mi frena… Ho sempre chiesto tanto da me, anche perché hanno sempre chiesto tanto da me.
Lo spirito competitivo che ci ossessiona sono sempre più convinto derivi dalla civiltà in cui sei cresciuto, però in fine su che cosa si appoggia? Tu prima hai detto una cosa molto bella: “hai dell’affetto quando sei brava”…

Più estremo ancora; nella mia testa c’è stampata la frase “ti amiamo se tu sei brava”.
… quando sei brava, ti amiamo; questa secondo me è follia pura. Abbastanza spesso è vero che l’amore che c’è in una famiglia non viene fuori se non c’è risultato, la bravura di un figlio. Mi sembra delirante…
Dunque è nella competitività che risulta esserci trasmissione tra padre e figli.
La competitività non è una cosa che dobbiamo buttare via in sé, però appunto dobbiamo stare attenti che questo dono non superi se stesso o meglio che noi a questo dono non attribuiamo valenze che farebbero ingigantire il nostro io. Se ci riusciamo, il dono del senso competitivo rimane una cosa positiva.

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La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
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Dispute appese al chiodo è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.

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La montagna per la vita

Riflessioni sulla possibilità di morte in montagna
di Oreste Forno

Cari amici,
di fronte al dolore causato dall’ennesima tragedia che nei giorni scorsi ha avuto come teatro il Pilone Centrale del Freney, nel Gruppo del Monte Bianco, ho sentito un rabbioso bisogno di alzare ancora di più la voce. Sarà che di dolore ne ho già visto troppo, sarà che non concepisco più che un ambiente dove si va per Vivere con la V maiuscola diventi troppo spesso terreno di morte. Per questo ho scritto queste riflessioni che desidero condividere con tutti voi, con la speranza di poter iniziare insieme un percorso che potrebbe finalmente portare a risvolti positivi. Vi chiedo quindi di seguirmi e di riflettere su quanto vi dirò, perché saranno le vostre idee e osservazioni a dare maggior forza a questo intento. Se saremo in tanti, credo che faremo veramente un buon lavoro.

Montagna come mezzo
Comincerò col dire che la montagna è qualcosa di meraviglioso, di cui ci si può anche innamorare. Ma, attenzione! Ci si può innamorare di una montagna come ci si può innamorare di una bicicletta, di un paio di sci, di una macchina fotografica…
Perché credo che la montagna sia anzitutto un mezzo. Un mezzo che permette all’uomo di soddisfare certi suoi bisogni.
Bisogno di avventura.
Bisogno di lotta che l’uomo si porta dentro fin dalle origini.
Bisogno di libertà che tanto manca nella vita odierna.
Bisogno di evasione, di pace e di silenzio. Di rilassamento. Di bellezza e di emozioni.
Bisogno di ricerca per dare un senso alla propria vita. Ricerca del Sublime, della spiritualità.
O, ancora, bisogno di autostima.
Oppure, di migliorarsi, di innalzare i propri limiti, di superare gli altri con il rischio di cadere nell’ambizione!

L’ambizione è una caratteristica che troviamo nella stragrande maggioranza degli alpinisti e non necessariamente va vista come un male, perché è il motore che fa crescere le cose, che innalza i limiti, che porta in alto. Nell’alpinismo come nello sport, nel lavoro, nella ricerca scientifica e tecnologica, nell’arte, nella politica. Persino in campo sociale, credo. La differenza sta nel fatto che nell’alpinismo può arrecare gravi danni, perché chiedendo troppo si corrono dei rischi che possono essere causa di morte. È quello che succede, purtroppo abbastanza spesso.

Si va quindi in montagna in cerca di benefici e a volte si muore. Come dire che la montagna che tanto dà, qualche volta prende. Ma forse possiamo chiederle di prendere di meno.

Battistino Bonali
bonali-battistino-bonali-archivio-06Chi muore?
Anche chi non è ambizioso. I meno esperti quanto i più forti e preparati. Ci passiamo tutti.

Gli escursionisti che si trovano ad affrontare difficoltà alle quali non sono preparati.  Come camminare in inverno su un sentiero percorso senza problemi nel corso dell’estate. O quelli che non sono in grado di far fronte a un repentino cambiamento del tempo, o che non sanno valutare un pericolo che normalmente esula dal loro mondo. È già successo che escursionisti siano morti per scivolata su un sentiero ghiacciato, come per assideramento. Ed è di questi giorni (marzo 2014) l’incidente sul Palanzone (Alto Lario), con la valanga che ha travolto tre escursionisti mentre camminavano tranquillamente sulla strada poco oltre il rifugio Riella. Una valanga sul Palanzone? Sembra incredibile, ma è vero. Salvate una donna (con una gamba fratturata) e una bambina di quattro anni, perché emergevano ancora dalla massa nevosa. È andata peggio per il nonno della bambina, di 62 anni, deceduto per le conseguenze qualche giorno dopo.

Gli alpinisti poco esperti che si fanno cogliere impreparati su una via. Quando per esempio ci si trova di fronte a difficoltà diverse da quelle abituali, magari portate dal cattivo tempo, o da variate condizioni del percorso.

Gli alpinisti che si spingono troppo oltre i propri limiti. È giusto cercare di migliorare i propri limiti, fa parte della natura umana, ma bisognerebbe farlo con maggiore sicurezza. Per esempio con il supporto di una persona adatta al caso, di una guida.

Gli alpinisti che non sanno rinunciare di fronte all’insorgere di difficoltà impreviste. Quelli che dicono “Ormai siamo qui, dopo tutte queste ore di macchina, e quando ci si ripresenta un’occasione come questa?

Gli alpinisti della cima a tutti i costi.

Gli alpinisti esperti e forti in seguito a troppa confidenza, o per un breve abbassamento della guardia. Muoiono anche questi. Il mio caro amico Giuliano De Marchi, senza il quale oggi non sarei qui a scrivere queste riflessioni, e al quale altri alpinisti devono la vita, dopo tante spedizioni sulle montagne più dure dell’Himalaya è morto sull’Antelao, una montagna di casa che conosceva come le sue tasche, durante una semplice salita con gli sci. Graziano Maffei, per fare un altro esempio, fortissimo arrampicatore delle Dolomiti, è morto cadendo in un crepaccio in cima alla Marmolada, al termine dell’impegnativa scalata della via “Don Chisciotte”, sulla verticale parete sud. Anche Renato Casarotto è morto in un crepaccio, sul K2, dopo essere sceso dal difficile sperone sud-ovest, sul quale era stato impegnato per giorni. E andando ancora indietro possiamo arrivare fino a un altro grande personaggio, Emilio Comici, morto durante una banale arrampicata in Vallunga (Valgardena).

Gli alpinisti coscienziosi vittima dell’imponderabile. Hermann Buhl, per esempio, è precipitato sul Chogolisa in seguito al cedimento di una cornice. Una condizione impossibile da valutare per la tormenta e quindi la troppa scarsa visibilità di quel momento. Carlo Pedroni è morto per una pietra che l’ha colpito in fronte, nonostante il casco, durante una scalata sul Pizzo Badile. Cosimo Zappelli, guida alpina valdostana, è morto nel Gruppo del Monte Bianco per una scarica di sassi impossibile da prevedere. Paolo Cavagnetto, istruttore ai corsi guida, è caduto sulla Tour Noire  del Monte Bianco con due allievi, probabilmente per il distacco di una parte di roccia, o di un masso, con il chiodo del rinvio. Mario Merelli, grande nome dell’Himalaya, è morto a pochi passi dalla vetta dello Scais, una montagna di casa sua, per un masso instabile che gli ha fatto perdere l’equilibrio. E potrei dilungarmi oltre…

Gli alpinisti ai vertici che per rimanere sul podio guadagnato duramente, o magari per salire ancora di un gradino, sono costretti a buttarsi su difficoltà sempre più elevate. Mi vengono in mente Jerzy Kukuczka, caduto sulla Sud del Lhotse, Miroslav Sveticik (Slavko), tra i miei alpinisti alla Ovest del Makalu, morto durante una scalata in solitaria sul Gasherbrum IV. Conservo la cartolina che mi aveva mandato da quella spedizione, dove diceva “SOLO”. Thomaz Humar, morto sul Langtang Lirung. Potrei fare altri nomi, ma credo che bastino questi esempi.

Gli Sherpa e altri portatori d’alta quota, come i Tamang del Nepal, o gli Hunza e Baltì del Karakarum, che offrono il loro supporto alle spedizioni. La totale abnegazione degli Sherpa, in particolare, il loro volere tenere fede all’impegno preso fino in fondo, è stata spesso la causa principale di rilevanti tragedie.

Dove si muore di più?
Vediamo piuttosto dove si muore di più. Facendo le dovute proporzioni, numero dei morti in base al numero degli alpinisti, dove si muore di più è sicuramente sulle grandi montagne dell’Himalaya e del Karakorum, dove l’ambiente è più duro e difficile da interpretare. Lì si parla di vere ecatombe, come nel 1937 sul Nanga Parbat, al campo IV, dove un’intera squadra composta da 7 alpinisti e 9 portatori d’alta quota fu cancellata da una valanga di ghiaccio. O sul Manaslu nel’73, quando 16 persone di una spedizione coreana (5 alpinisti e 11 sherpa) furono uccise da una valanga. O sul K2 nel 1986, dove morirono ben 13 alpinisti appartenenti a spedizioni diverse, o sull’Everest quando nel 1989 morirono per una valanga 5 alpinisti polacchi, o nel mese di maggio del 1996 quando altre 5 persone di due spedizioni commerciali non fecero ritorno, dopo già più di 150 morti dovuti anche al grande richiamo esercitato dalla montagna più alta della terra. E purtroppo è di soli due giorni fa (18 aprile 2014) la terribile notizia di altri 13 sherpa uccisi da una valanga mentre attrezzavano la via di salita all’inizio dell’Ice Fall.

L’Everest e la sua famosa Ice Fall
Nepal, Valle del Khumbu, Everest dal Kala Pattar, GhiacciaioPer rendersi conto ancora meglio, basta pensare a una statistica spagnola stilata 15 anni fa che parlava già di 600 morti tra Himalaya e Karakorum, e da allora quanti ce ne sono ancora stati? Credo che sia ancora nelle nostre menti la tragedia del Manaslu di soli due anni fa, quando 11 persone furono uccise in un colpo solo da una valanga, e altre scamparono per miracolo!

Perché si muore di più sulle grandi montagne?
Per i problemi legati all’alta quota. La carenza di ossigeno e ciò che ne consegue, come la possibilità di edema polmonare e cerebrale, l’affaticamento o la diminuita lucidità mentale.

Per le condizioni ambientali molto severe. Come il freddo che porta i congelamenti. Quanti ce ne sono stati! O il vento fortissimo che ti distrugge le tende. O la tormenta che ti taglia completamente le gambe. In un ambiente tanto vasto non sai più dove sei e tanto meno dove puoi finire.

Per l’alta esposizione. Una spedizione a un Ottomila può durare anche mesi, fatti di continui saliscendi.

Per la difficoltà a decifrare le condizioni di pericolo. Gli incidenti maggiori sono stati causati da valanghe che hanno spazzato via campi interi. Del resto non è facile capire cosa c’è sopra finché non ci arrivi.

Per non sapere dire di no di fronte a un rischio troppo alto. Per arrivare in cima all’Annapurna bisogna attraversare un tratto di pendio in cui è facile essere soggetti a un vero tiro al bersaglio, a causa dei seracchi soprastanti che scaricano in continuazione. Ma quando sei lì, a un passo dalla vetta, e ci sei arrivato dopo settimane di duro lavoro, e pensi che un’altra volta non ci torni più, diventa difficile rinunciare. Non per niente l’Annapurna è la montagna che percentualmente ha più morti, anche più dell’Everest e del K2, e la già citata statistica spagnola dovrebbe far drizzare i capelli quando dice che il 53% di coloro che vi si sono cimentati non sono tornati. Eppure c’è chi continua ad andarci perché la sua salita è indispensabile per completare la serie dei 14 Ottomila.

L’Annapurna
Annapurna (8091 m), spedizione italiana 1973, versante NW e sperone NWPer il peso dello sponsor? Molti lo pensano, ma probabilmente questo capita, o può capitare, solo con alpinisti professionisti che con le spedizioni cercano di portarsi a casa lauti profitti.

Cosa significa morire?
Fino a questo punto non ho detto niente di nuovo, solo cose che sicuramente sapevamo già. Però quanti si sono mai chiesti veramente che cosa significhi morire in montagna, a una giovane, o relativamente giovane età? Provo a spiegarlo con un esempio che mi riguarda.

Il 10 maggio 1985, verso le dieci del mattino, caddi in un crepaccio. Ero al mio primo tentativo di un 8000, lo Shisha Pangma. Quel giorno eravamo partiti in tre dal campo base avanzato, con l’intento di andare fino in cima. Ci accompagnava una quarta persona che si sarebbe però fermata al campo 2, a 7000 metri, installato nel corso delle salite precedenti.

Quando caddi ero abbondantemente in testa, perciò nessuno mi vide. Ero precipitato per quasi 30 metri, ed è difficile sopravvivere a un volo così. Anche perché prima che scoprissero l’accaduto e mi tirassero fuori passarono due ore. Due ore all’interno del crepaccio, mezzo rotto. Qualcuno disse che quel giorno nacqui una seconda volta. Si vede che non era la mia ora.

Avevo 34 anni. Fino a quel momento avevo avuto una vita bella e interessante, grazie anche al lavoro che mi aveva permesso lunghi soggiorni negli Stati Uniti e che continuava a darmi modo di viaggiare. Ma quanto avrei perso se fossi morto in quel crepaccio? Ci ho pensato tante volte. Avrei perso la seconda parte della mia vita, quella che mi ha dato le cose più importanti. Come unirmi a una donna per dare il dono della vita ai miei due figli, che valgono ben più di qualunque cima avessi mai potuto fare! Chi ha figli sono certo che capisce… O scrivere quei libri con i quali credo di aver saputo trasmettere qualcosa! O andare da un posto all’altro con le conferenze che mi hanno portato tanti amici e aperto orizzonti nuovi! O aver potuto dare un po’ di aiuto a qualcuno fra i tanti bambini poveri del mondo… Fare un po’ di bene…

Ecco, allora, cosa avrei perso se fossi morto quel 10 maggio di trent’anni fa! Avrei sfruttato meno della metà il grande dono, unico e irripetibile che mi era stato dato. E sarebbe stato un vero peccato perché l’opportunità della vita, l’occasione più grande in assoluto, si presenta una volta sola.

Ma morire non significa solo questo. Se fossi morto, mio padre, già anziano e malandato, probabilmente non avrebbe retto e sarebbe morto di crepacuore (mia madre ci aveva già lasciati anni prima). Morire significa anche gettare nel dolore più atroce, se non nella disperazione, le persone che ci amano di più.

Paolo Cavagnetto fa gli gnocchi
cavagnetto-patagonia_paolocavagnettoLa scena che mi è sempre rimasta impressa è quella del papà di Paolo Cavagnetto, caro compagno di spedizione al Lila Peak, nel giorno del suo funerale. Non l’avevo mai incontrato prima e me l’ero ritrovato davanti in chiesa, di spalle, in prima fila davanti a me che stavo nella seconda. Ricordo come fosse adesso. Era in piedi, alto, con gli occhi sulla bara del figlio, sorretto dalle figlie che lo tenevano a braccetto, una di qua e l’altra di là. E sapevo che non molto tempo prima, un anno, forse due, aveva già perso l’altro figlio maschio, anche lui caduto nel Gruppo del Monte Bianco. Avevo davanti a me un padre che in montagna aveva perso entrambi i figli maschi, e mi chiedevo come sarebbe stato per lui continuare a vivere con un simile dolore… Ma ne ricordo altre. Ricordo bene quello che mi rispose la mamma di Battistino Bonali, quando per consolarla le dissi: “Tina, devi essere fiera di tuo figlio, è un eroe per tutti e guarda cos’ha portato la sua morte! Guarda quanto bene stanno facendo col suo nome quelli del Mato Grosso…” Rimanendo seria, mi rispose semplicemente: “Avrei preferito mio figlio con niente di tutto quello che ha fatto, ma qui, vivo.” Parole accompagnate da quel dolore silenzioso che ritrovai ancora in più occasioni. Parlando con la mamma di Lorenzo Mazzoleni, morto sul K2. Con i genitori di Paolo Crippa, morto con Eliana De Zordo sulla Torre Egger, in Patagonia. Con la mamma di Alessandro Chemelli, morto a 23 anni sul Canalone Gervasutti, al Mont Blanc du Tacul, insieme a Dario Bampi. “Comprendo appieno il detto ‘si muore per crepacuore’ – mi aveva scritto -, e se c’è un Dio che mi ascolta chiedo a Lui, per la prima volta, che mi siano risparmiate altre sofferenze, almeno per il momento, perché non avrei la forza di sopportare”. E con genitori ancora, mogli, fratelli, sorelle, amici, che contattai quando iniziai ad alzare la voce contro la morte in montagna, quando scrissi il libro Il paradiso può aspettare. Ma non ho mai parlato con bambini, con i giovani figli che hanno perso il loro papà in montagna. Non l’ho mai fatto, ma vedendo l’amore che i miei figli provano per me posso ben immaginare il loro strazio. E che dire del fatto che nel loro futuro non ci sarà più un riferimento così importante? Con questo non voglio criticare le scelte di chi poi in montagna ha perso la vita, non posso e nemmeno ne ho il diritto. Espongo però le conseguenze.

Lorenzo Mazzoleni
Lorenzo MazzoleniLa morte, un prezzo da accettare?
Di fronte alla morte, più di una volta mi sono sentito dire: “Fa parte dell’andare in montagna e bisogna accettarla per i tanti benefici che comunque la montagna dà”. E pensando alle tantissime persone che trovano grande soddisfazione e gioia nell’andare in montagna, come si fa a non condividere un’affermazione come questa? Ma la questione è un’altra, perché non si tratta di togliere l’uomo dalla montagna, o viceversa, perché a quel punto bisognerebbe toglierlo anche dalla strada, e l’uomo non è fatto per stare sotto una campana di vetro. E nemmeno gli si può vietare la montagna più dura. Lo dico perché so cosa significhi sentire quel bisogno, che è come una luce che ti acceca, ma che allo stesso tempo ti permette di vivere momenti ed esperienze che rendono più ricca la tua vita. E allora credo che si possa anche accettare la possibilità di morire in montagna, se questo avviene in modo del tutto accidentale e non per negligenza, o per errore, o presunzione, o per troppa pienezza di sé, purché si faccia comunque il possibile per scongiurarla. Quindi mettiamola così: LA ‘PELLE’ A TUTTI I COSTI, E NON LA CIMA A TUTTI I COSTI!

Evitarla per se stessi
Nel momento in cui mi metto in autostrada so di correre dei rischi. Ma un conto è se vado a 120 km all’ora, un altro se tiro la macchina a 200. Un altro ancora se a ogni occasione insisto ad andare a 200 all’ora. Il problema è chiaro e la risposta semplice: basta tenere una velocità moderata per abbassare il rischio. Questo esempio può applicarsi anche alla montagna: il rischio può esserci anche su terreno facile, ma più vado sul difficile e più rischio; e se insisto a stare sul difficile rischio ancora di più. Però in montagna le cose non sono così semplici, perché le variabili sono molte, e se certi aspetti sono evidenti, altri, pur molto importanti, sfuggono alla nostra attenzione.

Uno di questi è la rimozione della morte, una caratteristica dell’alpinista che lo porta a nemmeno considerare il fatto di poter morire in montagna (parole di psicologi). Nemmeno quando è toccato da vicino, come con la morte di un compagno, e nemmeno all’evidenza che muoiono anche quelli più forti e preparati di lui. Eppure la morte è la nostra compagna della vita, ci accompagna dal giorno in cui siamo nati. Credo che aiuterebbe farcela amica e rivolgersi a lei nei momenti di pericolo per chiederle consiglio.

Un altro è quello che io chiamo ‘la montagna che sta dentro’. Se ci pensiamo bene, scalare fisicamente una montagna è anzitutto scalare la nostra montagna interiore, perché l’esigenza, il bisogno, viene da dentro. Quindi penso che ognuno abbia la propria montagna, più facile o difficile a seconda del proprio ‘Io’, che determina la scelta esterna. Ci sarà perciò chi è contento di una semplice escursione, chi di una salita un po’ più impegnativa, chi di una via di VI grado, o chi ha bisogno di una scalata all’adrenalina. Un fatto di fortuna o di sfortuna? Sì, perché trovi la pace quando raggiungi la tua cima, e quindi c’è chi ci arriva più facilmente e chi deve lottare duramente, facendo i conti anche con un ambiente ostile. Una strada senza via d’uscita, quindi? Sembrerebbe, ma l’esperienza personale mi dice che non è così, perché oltre alla scalata vera e propria ci sono altri mezzi che aiutano ad arrivare su questa cima. La mia cima fu piuttosto dura, ma non durissima, e la raggiunsi nel momento in cui non ebbi più bisogno delle sfide. Quando la luce accecante che prima mi attirava senza scampo verso l’alto iniziò ad affievolirsi. Gli altri mezzi furono l’arrivo dei figli, l’interesse e la passione crescente per la scrittura, la maturità che avanzava, certamente, con la maggior sicurezza in me stesso. Purtroppo anche la perdita di amici cari, caduti in montagna, e quella di tanti alpinisti forti che avevo conosciuto.

Non converrebbe, allora, prestare più attenzione a queste cose?

Un altro aspetto ancora, facile da ignorare, è la spinta che viene dal basso, dalle persone che ci seguono, che sognano con le nostre imprese, che ti acclamano alla fine di una salita riservata a pochi, che ti battono le mani nelle conferenze; che fanno le ore piccole per seguirti in diretta su Internet. In altre parole, sono quelli che vedono in te un riferimento importante, e che nel momento della tua morte faranno di te un eroe. Magra consolazione. E allora bisognerebbe chiedersi quanto il pubblico condiziona, o determina, le nostre scelte. E al pubblico magari bisognerebbe chiedere di essere più obiettivo nel dire senza timore se uno sbaglia. Invece quando uno ha perso la vita per un errore, magari per aver tirato troppo la corda, la disapprovazione avviene solo con timidi sussurri. Forse per rispetto di chi è morto, forse per non ferir di più chi sta già soffrendo.

Ho parlato solo di alcuni aspetti che generalmente sfuggono alla nostra attenzione, ma ce ne sono altri. Cercarli tutti, noti e meno noti, e ragionarci a fondo ci aiuterà nelle nostre scelte.

Aiutare gli altri a evitarla
Credo che molti alpinisti, soprattutto quelli rivolti ai traguardi più ambiziosi, nemmeno vogliano sentire parlare della morte. Forse anche per timore di veder vacillare il loro entusiasmo, le loro convinzioni. E allora dovremmo essere noi, un papà, una mamma, una moglie, un amico, un bambino, a frenare il loro impeto, la loro esuberanza. Ci vorrebbe un figlioletto che si presenta al suo papà dicendo: “Papà, se proprio devi andare vai, ma ricordati che ci sono anch’io, che non posso stare senza te”. Sì, dobbiamo farlo, per tutti quelli che ci stanno a cuore, per il bene loro e per il nostro.

Pochi mesi fa è uscito il mio nuovo libro, La farfalla sul ghiacciaio. Sulla quarta di copertina c’è scritto: Un libro per aiutare gli alpinisti a non morire. Un libro dove la montagna si fa vita. Spero veramente possa essere d’aiuto, ma spero anche di vedere nascere sempre più, pur tra libri che parlano di grandi imprese, quelli inneggianti alla bellezza della vita.

Il piacere di una montagna diversa
Quand’ero attratto dalle grandi sfide nemmeno mi accorgevo di questa montagna che scoprii più tardi, che mi trovai davanti come un dono quando raggiunsi la cima della mia montagna interiore.

Eppure sono in molti a conoscerla e a cercarla per goderne. È la montagna che ci attira per la sua bellezza. Che ci offre incredibili emozioni con gli splendidi scenari offerti dalle vette; con i colori dolci dell’aurora; con le albe che annunciano il nuovo giorno; con i tramonti che fanno del cielo un fuoco; con un fiore che ti ritrovi nel punto più impensato; con una sorgente d’acqua freschissima incontrata sul cammino; con un animale libero che lassù vive indisturbato, un’aquila che passa da una cima all’altra senza nemmeno un battito di ali. Con la luna che si alza a tenerci compagnia; con le stelle che brillano in un cielo nero…

È la montagna con il vento che ci scuote senza impensierirci; che ci sprona alla fatica e che poi ci fa apprezzare la stanchezza. Perché la stanchezza rilassa la mente e ci fa stare bene, aiutandoci il giorno dopo ad affrontare con più slancio una nuova giornata di lavoro, la vita quotidiana.

È la montagna che con il silenzio e la solitudine ci aiuta a guardarci dentro e a interrogarci. Che ci invita a staccarci dalla terra per trovare in alto una risposta ai perché di questa nostra vita. Che ci offre la speranza di Qualcosa che va oltre questa vita. E tutto questo, senza chiederci di rischiare, permettendoci di tornare ogni volta a casa per dividere la nostra gioia con chi ci vuole bene.

Com’io un tempo, credo che molti alpinisti non abbiano ancora gli occhi per questa montagna. E allora è bene dire loro che c’è, e che sarà lì ad aspettarli nel giorno in cui avranno raggiunto la loro cima. Farglielo sapere potrebbe aiutarli a condurre con più coscienza le loro sfide.

Conclusioni
A spingermi a queste riflessioni era stato il pensiero di poter trovare il modo di aiutare chi va in montagna a non morire. Giunti a questo punto, credo di poter dire che la cosa migliore da fare, e forse l’unica, sia una sola: parlare della possibilità di morire in montagna, ma farlo in ogni momento, martellando se è il caso, senza attendere l’occasione. Perché se si aspetta l’occasione potrebbe essere troppo tardi per qualcuno. Credo che in questo scritto ci sia abbastanza materiale da poter incominciare. E siccome da cosa nasce cosa, penso che anche da voi arriveranno altri spunti, altre idee, che renderanno l’andare in montagna più sicuro.

Oreste Forno ([email protected])

Oreste Forno alla sua diga
Forno2Giornalista pubblicista e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, Oreste Forno è nato a Berbenno di Valtellina il 30 dicembre 1951. Il diploma in elettronica industriale gli ha permesso di lavorare per un’importante società multinazionale di computer, l’IBM, con diversi soggiorni negli Stati Uniti. Dopo 17 anni ha lasciato quel lavoro per dedicarmi a tempo pieno alla montagna, ed è stato in quel periodo che, grazie alla collaborazione con riviste e giornali locali, e ai primi libri, è diventato giornalista-pubblicista e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna. Al rientro definitivo dall’Himalaya, nel 1996, ha dato vita a una casa editrice, la Mountain Promotion, lasciata sette anni dopo per il lavoro di guardiano delle dighe, scelto per continuare a vivere in montagna. In campo sociale, ha insegnato per diversi anni alla scuola del CAI, con il titolo di istruttore nazionale di scialpinismo, mentre in seguito ha dato vita a Cime di Pace, un’associazione che lavora per la pace e la solidarietà.

Per ulteriori notizie su Oreste Forno e sulla sua produzione letteraria vedi http://www.oresteforno.it/

postato il 9 maggio 2014