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Cartolina dal futuro

Il 20 maggio 2016 la platea del Teatro comunale di Belluno era piena: oltre all’appuntamento con lo spettacolo di Gioele Dix il tema era l’analisi comparata dei professori Marco Ponti e Giovanni Campeol tra ferrovia e autostrada con le relative ricadute socioeconomiche nel Bellunese. Sul palco, per il contraddittorio, Gianni Pastella, presidente dell’Associazione Vivaio Dolomiti favorevole al progetto autostradale e Vittorio De Savorgnani, alpinista, contrario al prolungamento dell’A27 Venezia-Monaco. Qui l’articolo di Bellunopress.it del 21 maggio 2016.
Tre giorni dopo (23 maggio 2016) su Bellunopiu.it usciva un post di Nico Paulon, del Comitato Bellunese Acqua Bene Comune che qui riprendiamo integralmente.

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Cartolina dal futuro
(che palle, ancora ‘sto prolungamento autostradale)
di
Nico Paulon

Nei giorni in cui è uscito il videoclip dei Coldplay per il loro nuovo singolo “Up&Up” dove al settantaquattresimo secondo vengono immortalate le Tre Cime di Lavaredo con tutta la loro bellezza (vedi qui), nei giorni in cui le telecamere della RAI, che hanno seguito il Giro d’Italia, hanno ampiamente trasmesso le immagini di questi luoghi sublimi, beh… in questi giorni c’è ancora chi propone di trapanarli e ferirli con chilometri di gallerie e viadotti di cemento armato per far passare camion e merci.

Una follia verrebbe da dire. Ma quando un’idea folle la sai presentare bene, allora diventa una suggestione. Era il mago Silvan che diceva: “Conoscere un trucco non è niente, saperlo fare è già qualcosa, saperlo presentare è tutto”… e Sim Sala Bim… eccoti l’effetto magico. Ed è quello che, né più e né meno, è andato in scena venerdì sera al teatro comunale di Belluno durante la serata organizzata da Vivaio Dolomiti in favore del prolungamento autostradale. Dati ed “esperti” di una sola parte, un comico che mette allegria, un esponente di Mountain Wilderness che si presta ingenuamente a fare da bersaglio, nessun reale contradditorio et voilà… fatta la magia.

Una magia, o meglio, una suggestione collettiva. Ma andiamo al dunque: è questa la soluzione al principale male del nostro territorio ovvero il suo spopolamento?

Nel 2000 noi avevamo 15.000 giovani tra i 24 e i 29 anni, nel 2015 ne abbiamo 7.800 (cito il sociologo Diego Cason)”. Penso che questi siano i dati da cui far partire qualsiasi ragionamento. Penso che ogni politica di questo territorio dovrebbe focalizzarsi sulla risoluzione dei problemi che da questi dati emergono, ovvero che dal 2000 in poi ad oggi, una parte consistente dei giovani che vanno a fare l’università non rientra più una volta terminati gli studi e contestualmente molti giovani preferiscono ancora cercar fortuna altrove che rimanere nel bellunese. Allora dovremmo chiederci: come mai? Colpa della crisi? Eh proprio no, visto che la diaspora è iniziata prima.

Non sono un sociologo, ma ho semplicemente 33 anni e parlo con i miei coetanei. Ciò che vedo e sento mi racconta di una generazione, la mia, che non ha proprio una gran voglia di finire davanti a un macchinario di fabbrica, magari a fare 5-6000 volte lo stesso gesto al giorno per stampare aste per occhiali. E questa è una buona notizia. Ovvero, che la mia generazione non abbia più questa gran voglia di fare “lavori-di-merda” alienanti è proprio una gran bella notizia. Soprattutto se ci si fa il culo all’università, se si hanno saperi che vanno un po’ oltre l’accendere e spegnere una pressa e delle skill che consentono di fare delle attività un pelo più creative del non addormentarsi davanti ad un nastro trasportatore.

Marco Ponti
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E ce ne sono tanti di giovani bellunesi svegli e che ottengono non pochi risultati in giro per l’Italia e il mondo. Perché mai, questo piccolo esercito di cognitari bellunesi, che lavorano o che vorrebbero lavorare nel settore dei servizi e dell’innovazione dovrebbe finire davanti ad una pressa? E perché mai coloro che non riescono a laurearsi o che partono per cercar fortuna dovrebbero ritornare o rimanere nella nostra provincia a far “lavori-di-merda” quando la grande città o la metropoli ti garantisce più sesso, più droga e più rock and roll?

“Lavoro-di-merda” per “lavoro-di-merda” tanto vale farlo in un luogo dove ci si diverte un pelino di più, o no? Voi che dite?

Il tema vero, non è far circolare più veloci le merci del settore manifatturiero come vorrebbe l’AD dell’ACC Wanbao Wu Benming, ma bloccare questa emorragia di giovani, innovatori, sapienti cervelli bellunesi.
In tal senso, Wu Benming potrebbe iniziare dal potenziamento del reparto di R&D (ricerca e sviluppo) che mi dicono paradossalmente “sottosviluppato”. Strano no… per un’azienda che va “alla grande” come l’ACC. Ma è poi così fondamentale il rapporto tra velocità delle merci e sviluppo delle aziende nella situazione bellunese? Il caso Luxottica, “sembra” raccontarci un’altra storia…

Giovanni Campeol
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Ma torniamo alla questione: come bloccare questa fuga di giovani?
Sono due le direzioni, secondo me: la prima, invertendo la rotta rispetto al depotenziamento dei servizi territoriali anche delle aree interne andando verso una loro valorizzazione, così che, per rispondere anche a Pastella (vedi finale dell’articolo a questo link), il povero cittadino di San Nicolò di Comelico possa andare a fare le sue terapie all’ospedale di Pieve di Cadore invece che scendere fino a Belluno.

La seconda, puntando su una cosa che ci invidia tutto il mondo: il “nostro” paesaggio. Che, pensate un po’, è unico al mondo. Sta storia che è unico al mondo dovremmo imparare un “po’” a valorizzarla, o no? Invece, ci lamentiamo che in Val Pusteria sono più svegli di noi e chiamano tutto, anche un po’ a cazzo, “Tre Cime” (vedi articolo Corriere delle Alpi).
Sapete perché? Riconoscono il valore di un brand, mentre gran parte dei nostri amministratori locali non sa nemmeno che cos’è il marketing territoriale. E allo stesso modo, i nostri vicini sono favorevoli al Treno delle Dolomiti anche per il grande valore comunicativo che ha un progetto come questo.

Invece, a Belluno si pensa di tirar su piloni di cemento in mezzo ad un patrimonio Unesco per far passare camion di merci… capite? E tra i sostenitori di questa follia ci sono anche quelli che vorrebbero costruire una piattaforma di veleni chimici e pericolosi vicino alla più importante azienda del latte bellunese: un altro “capolavoro” comunicativo!

Scusate, comincio ad avere mal di testa.

Gianni Pastella
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Purtroppo, almeno per il mio modesto parere, non è solamente un problema di soldi che ci separa dai nostri vicini trentini e altoatesini, ma anche e soprattutto una scarsa capacità progettuale, una mancanza di visione generale e tanta ignoranza sul piano della conoscenza della componente immateriale del capitalismo contemporaneo.
Ci servono meno ingegneri civili e più esperti di marketing. Abbiamo bisogno di quei giovani bellunesi che sono andati all’università e hanno imparato a realizzare un’app, che conoscono le lingue, che conoscono il valore di un’immagine territoriale coordinata, che hanno appreso l’utilizzo delle nuove tecnologie comunicative e visual, che hanno studiato le economie che si sono sviluppate attorno ai nuovi modelli di turismo legati al benessere, all’eno-gastronomico e quindi al rapporto tra agricoltura-paesaggio-turismo, alla ricerca delle aree incontaminate, al turismo esperienziale e tanto tanto altro. Invece, c’è ancora chi ha il pallino dei mega-resort in cemento armato sulla Marmolada.

Se le politiche regionali e locali e quindi il denaro pubblico, non andranno in questa direzione sarà dura convincere le “nostre intelligenze” a riempire gli efficienti magazzini delle aziende manifatturiere del bellunese che, tuttavia, vanteranno tempi rapidissimi nelle spedizioni.

Insomma, sono contrario al prolungamento dell’A27 non solo per una questione ambientale, non solo per la corruzione che si creerà, non solo per il vecchio e superato modello di “sviluppo” che rappresenta, ma anche perché, da giovane laureato bellunese, non so proprio cosa farmene di quel prolungamento autostradale. Realizziamo ste benedette circonvallazioni nei colli di bottiglia dell’Alemagna 51 così che la si smetta di legittimare la follia dell’autostrada e iniziamo a costruire un immaginario attorno a queste montagne meravigliose che sappia attrarre i turisti così da realizzare un’ospitalità diffusa e un’offerta di servizi all’altezza di un Patrimonio Mondiale dell’Umanità e vedrete che, io e i miei coetanei, saremo pronti a restare.

Toio De Savorgnani al Manaslu (1979)
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Considerazioni
Chi era presente a Belluno, come Giancarlo Gazzola, non è d’accordo su quanto asserisce Paulon quando scrive: “Dati ed “esperti” di una sola parte, un comico che mette allegria, un esponente di Mountain Wilderness che si presta ingenuamente a fare da bersaglio, nessun reale contradditorio et voilà… fatta la magia”.
Secondo Gazzola (e conoscendo De Savorgnani non abbiamo motivo di dubitarne…) “Toio non è stato sicuramente bersaglio di Campeol e company. Anzi in quel poco tempo a disposizione ha dato un’ottima lezione di ambientalismo. L’unica cosa vera è che a noi hanno dato davvero poco spazio. Soltanto a fine serata abbiamo avuto modo di parlare con gli organizzatori pro-autostrada e di ben ribadire la nostra posizione”.

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L’umiltà di entrare nel cuore della montagna

L’umiltà di entrare nel cuore della montagna
(intervista a Carlo Alberto Pinelli)
di Nicola Pech

Incontro Pinelli una mattina di buona ora nella sua casa di Roma, in una delle poche giornate fredde di questo dicembre 2015 anomalo, senza neve. E’ intento a ravvivare il fuoco del camino mentre in cucina bolle l’acqua per il tè.

Carlo Albero Pinelli è uno dei padri fondatori di un alpinismo che ha fatto della tutela ambientale una ragione di vita. Accademico del CAI, regista, scrittore, fine intellettuale, presidente di Mountain Wilderness Italia, con la quale negli anni ha intrapreso progetti di tutela ambientale di grande respiro dal Monte Bianco all’Himalaya ricevendo importanti onorificenze.

Nessuno meglio di lui può soddisfare la mia curiosità di capire cosa hanno in comune la wilderness di Henry David Thoreau e Aldo Leopold, conosciuti durante voraci letture giovanili legate all’esperienza di frontiera americana, con il retroterra culturale di un’associazione di alpinisti europei, nata negli anni Ottanta del secolo scorso. Ci eravamo scritti qualche mail, mi aveva consigliato di leggere Arne Naess, alpinista e filosofo norvegese dell’ecosofia ma, per chiudere il cerchio, volevo fargli qualche domanda.

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Il fuoco del camino scalda la stanza e scioglie ben presto un po’di imbarazzo iniziale. Pinelli è gioviale, ha voglia di raccontare. Gli chiedo subito cosa hanno in comune alpinismo e ambientalismo, quali, secondo lui, i valori intrinsechi comuni.

E’ il grado di autenticità del rapporto con noi stessi, attraverso lo specchio della natura, il dare un senso non effimero, non superficiale, non mistificatorio all’avventura dell’alpinismo. Risulta quindi evidente che la scrupolosa conservazione di un così ricco serbatoio di natura dovrebbe assumere un’importanza di particolare rilievo per tutti gli alpinisti. L’incontro con la wilderness montana, proprio perché permette e favorisce esperienze decondizionanti e restituisce a ciascuno tutt’intera la responsabilità delle proprie azioni, delle proprie decisioni, delle proprie emozioni, può rappresentare un importante antidoto contro gli effetti malsani di un sistema che a causa della sua crescente complessità tende ad appiattire gli esseri umani, a circoscriverne gli ambiti di responsabilità, a rendere prevedibili e pilotabili comportamenti e bisogni, a negare qualsiasi dignità all’anarchia vitale del mondo interiore. Ne deriva che noi non dobbiamo avere nessun timore di connettere e sovrapporre nello stesso discorso valori ecologici-ambientali e valori etici e comportamentali. Proprio in tali connessioni si cela il senso dell’alpinismo come espressione di cultura: vale a dire in ultima analisi la sua qualità. Questo, almeno in teoria: in pratica tutto dipende dalla sensibilità dei singoli, siano essi semplici camminatori o avventurosi scalatori. Purtroppo l’esperienza insegna che a volte proprio gli alpinisti più noti rivelano nei loro comportamenti una visione riduttiva e al limite addirittura distorta dei significati dell’ambiente naturale in cui svolgono le loro eclatanti imprese. Non cessa di stupire la constatazione che costoro, pur mettendo spesso a repentaglio la propria vita per sentirsi davvero “vivi”, non percepiscano l’imperativo morale di lottare con tutte le loro energie contro i tentativi di indebita antropizzazione e banalizzazione di quelle vette selvagge che hanno reso e rendono possibili i loro sogni. Forse ciò dipende dal fatto che essi tendono a porre tra se stessi e la montagna il filtro sterilizzante del proprio “io” e della propria ossessiva aspirazione all’eroismo spettacolare. Per “entrare” davvero nel cuore della montagna occorre invece umiltà.

Umiltà dunque, rispetto della natura in sé e per sé, indipendentemente da un approccio utilitaristico e dall’ambizione personale. Chi sono, secondo te, gli alpinisti che hanno incarnato questi valori?
Senza timore di contraddire quanto ho detto rispondendo alla prima domanda, confesso che resta invece difficile isolare due o tre nomi di grandi alpinisti capaci di essere al contempo sinceri e intransigenti ambientalisti, in grado, se occorre, di anteporre la tutela delle montagne ai propri individuali progetti. Perché di costoro ce ne sono e ce ne sono stati tanti. Certo Messner fa parte del gruppo di testa, anche se ultimamente le sue iniziative architettoniche hanno destato forti perplessità. Nessun dubbio invece su Kurt Diemberger, su Fausto De Stefani, su Patrick Gabarrou, su Alessandro Gogna, sulla compianta Wanda Rutkievicz, su Chris Bonington, su François Labande, su Michel Piola, su Bernard Amy. E potrei continuare per un pezzo! Un ricordo a parte merita il vecchio Renzo Videsott, che si cimentava su vie anche estreme in Dolomiti senza lasciarne la descrizione o “targarle” col proprio nome. Pura gioia dell’arrampicata, libera da ogni personale vanità. Videsott, non è un caso, divenne in seguito il presidente del parco nazionale del Gran Paradiso.

Quali sono le motivazioni che hanno portato alla nascita di Mountain Wilderness nel 1988, durante il convegno internazionale del CAAI a Biella, dove vennero elaborate le Tesi di Biella documento fondante dell’Associazione? Quale il significato di Wilderness adottato dai soci fondatori?
Per capire le ragioni che hanno dato vita a Mountain Wilderness basta leggere la relazione introduttiva di Roberto Osio (ecco un altro nome da aggiungere alla precedente mia risposta!) scritta a quattro mani con il sottoscritto. L’invito a incontrarsi a Biella s’intendeva rivolto a quegli alpinisti che concordavano sulla necessità di trovare con coraggio e con fantasia una via efficace per opporsi alla progressiva designificazione della natura montana, con conseguente e speculare impoverimento della stessa esperienza dell’alpinismo. Era un’esortazione al coraggio e alla sfida, elementi chiave dell’’alpinismo, ad andare oltre all’ovvia opportunità di liberare le montagne dai rifiuti, a esplorare idee e strumenti adatti a non permettere la degradazione della montagna, bene di partenza. In quest’ottica, il termine wilderness, natura selvaggia secondo il vocabolario inglese, va al di là della sua definizione di stampo ecologico-paesaggistico per assumere un significato che potremmo chiamare umanistico, un significato nel quale trovano posto anche valutazioni di tipo psicologico ed etico. Il valore della wilderness risiede nella qualità del rapporto che essa riesce e favorire tra l’uomo civilizzato e la natura. C’è wilderness ovunque l’uomo, che ne senta davvero il bisogno interiore, possa ancora sperimentare un incontro diretto con i grandi spazi e viverne in libertà e in semplicità di cuore la solitudine, i silenzi, i ritmi, le dimensioni, le leggi naturali, i pericoli. C’è wilderness laddove l’ambiente naturale, proprio grazie alla sua autenticità, ci aiuta a scoprire quante poche delle protesi meccaniche e quanti pochi dei gusci protettivi che la società in cui viviamo ci impone siano veramente indispensabili e quanti rappresentino piuttosto soltanto un filtro sterilizzante posto tra noi e la vera voce della natura. La platea era evidentemente composta esclusivamente da alpinisti e questi sono stati, almeno agli inizi, il cuore della neonata associazione. Però col tempo l’attenzione di Mountain Wilderness si è rivolta con pari intensità anche alle popolazioni che hanno avuto il destino di nascere e vivere nelle vallate montane. Una sfida culturale complessa e irta di possibili malintesi. Ma sicuramente inevitabile.

Carlo Alberto Betto Pinelli tra due bambini afghani
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L’Ecologia Profonda a cui si ispira MW, con la sua critica alla società industriale, con l’idea della semplicità di mezzi e della ricchezza di fini, come si concilia con gli exploit alpinistici che hanno usato e abusato della tecnologia, sia per quanto riguarda i materiali sia per quanto riguarda la medicina?
Questa è un po’ una domanda trabocchetto. Ma la risposta a ben pensarci non è troppo complicata. Se perseguissimo l’utopia della purezza assoluta, rifiutando ogni sostegno tecnico, dovremmo arrampicare nudi dalla testa ai piedi e ovviamente legati a liane e non a solide corde sintetiche. Scarponi e ramponi: nemmeno parlarne! Abbandonare le vecchie piccozze dei nostri nonni per utilizzare attrezzi più moderni ed efficienti (questo è solo un esempio tra mille), non significa cedere a colpevoli compromessi consumistici: vuol dire semplicemente accettarsi come esseri umani e non come scimmie antropomorfiche. Diminuire i margini del rischio è lecito; illecito invece è emarginare il rischio e annullarlo più o meno del tutto, prevaricando per giunta sulle possibilità di scelta degli altri. La posizione di Mountain Wilderness, contraria all’abuso degli spit e al proliferare delle vie ferrate, segue questa linea. Rientra a pieno titolo nella risposta il problema dell’uso delle bombole d’ossigeno per vincere (che orrenda parola!) le più alte vette del pianeta. Credo che un simile uso andrebbe vietato dalle autorità dei paesi himalayani, o per lo meno deprecato con forza dall’UIAA e da tutto il mondo alpinistico serio. Troppi pseudo-alpinisti raggiungono vette un tempo prestigiose utilizzando tali mezzi, del tutto assimilabili a medicinali dopanti. Non prendiamocela con Hillary e Tenzing, ma ormai evitiamo di imitarli.

Per concludere non posso non chiederti del CAI e dell’atteggiamento bivalente nei confronti dei grandi temi ambientali. Penso all’eliski ma non solo.
Preferisco non parlare male del CAI, associazione che mi ha accolto giovanissimo e grazie alla quale sono diventato un alpinista. Resto con orgoglio socio del CAAI e della sezione di Roma, della cui scuola di alpinismo sono stato istruttore e direttore. Ho fatto parte del Consiglio Centrale e ho presieduto la TAM centrale. Depreco però che un’associazione così illustre e benemerita continui ad assumere posizioni tentennanti, a volta addirittura ambigue, quando si tratta di affrontare i temi scottanti della difesa delle montagne (i casi dell’eliski e della nuova funivia della punta Helbronner insegnano!). Mi sembra che i vertici del CAI continuino a nutrire il segreto terrore di essere assimilati a una qualsiasi associazione ambientalista militante, per definizione “poco equilibrata”. Un’associazione capace cioè di difendere la wilderness montana con le unghie e con i denti, anche correndo il rischio di aderire a slogan e a iniziative “garibaldine” non sempre suffragate al cento per cento da prove scientifiche, ma animate solo da un pericoloso “spirito profetico”. Non manca poi nel CAI il timore di assumere posizioni non condivise da tutto il suo sfaccettato corpo sociale. Così facendo lo storico Sodalizio troppo spesso si è auto-emarginato dal campo di battaglia. Che peccato!

Il tè nel frattempo è finito e anche la nostra chiacchierata. Mi congedo e Pinelli mi regala dei fogli con le “famose” Tesi di Biella e la relazione introduttiva di Roberto Osio. Leggo fino in fondo e forse questo, più di altre considerazioni, rivela il senso di quello che Pinelli mi ha lasciato: “Nessun alpinista, neppure il più famoso, può arrogarsi il diritto di giudicare dall’esterno le motivazioni interiori di altri alpinisti, magari più giovani, né criticare le loro scelte sulla base di regole del gioco che dovrebbero essere libere, ma vengono invece contrabbandate come confini morali. In montagna, regno della libertà, tutti i percorsi, tutti gli approcci sono leciti per definizione. Leciti ma a un patto: che non demotivino, o sterilizzino, o limitino gli altri approcci”.

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Il prestigio del Premio Meroni

Il prestigio del Premio Marcello Meroni

Per la premiazione di un premio prestigioso era necessaria una sede altrettanto di prestigio. E, in occasione dell’VIII edizione del premio Meroni, questa sede si è finalmente trovata: la Sala Galeazzo Alessi di Palazzo Marino, proprio di fronte al Teatro della Scala di Milano.

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In un fine pomeriggio di pura foschia milanese, sabato 14 novembre 2015, sono stati premiati proprio lì i benemeriti della montagna.

Con la regia tecnica di Claudio Bisin, e dopo un introibo di Laura Posani presidente della SEM-CAI (Società escursionisti milanesi), la cerimonia è stata condotta dal sempre brillante Marco Albino Ferrari, scrittore di successo e direttore della rivista Meridiani Montagne.

Ma cosa è il Premio Marcello Meroni? Roberto Serafin lo definisce “una pianticella saldamente innestata nel terreno della solidarietà che in otto anni è cresciuta a dismisura anche e forse soprattutto grazie alla determinazione di Nicla Diomede e di Franco Meroni: lei compagna e lui papà del caro Marcello”.

Marcello Meroni
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Scomparso prematuramente il 14 dicembre 2007, Marcello Meroni era un fisico, laureato all’Università degli Studi di Milano con una tesi su stelle di neutroni, appassionato divulgatore scientifico su tematiche di astrofisica, divenuto coordinatore e progettista della Divisione Telecomunicazioni dell’Ateneo. Con questo ruolo aveva ideato e curato alcuni tra i principali progetti di innovazione dell’area informatico-tecnologica dell’Ateneo, tra cui il Regolamento di sicurezza di Ateneo e il servizio hotspot wireless – oggi in uso all’intera comunità universitaria: personale docente, personale non-docente e studenti.
Ma Marcello Meroni era anche un grande alpinista, in particolare brillante ghiacciatore e cascatista. Istruttore nazionale di Alpinismo, direttore del corso di alpinismo e di cascate della Scuola Silvio Saglio della sezione SEM-CAI di Milano e istruttore della Scuola regionale Lombarda di alpinismo, Marcello è stato un punto di riferimento a livello nazionale per metodologia e carisma.

Per gli istruttori e allievi della Silvio Saglio, Marcello “aveva il fascino, arcano e misterioso, che appartiene alle persone speciali. Quelle con cui stai bene e ti senti sereno, ma non sai spiegarti il perché. Quelle con cui puoi parlare di stelle (il suo pane), di musica o cinema, di fisica o letteratura, di surf o vela (eh sì, la vela!), di informatica (ah… linux!)… senza che abbiano mai ostentato alcunché della loro cultura, intelligenza, genialità”.

 

Quest’anno la giuria era composta da: Nicla Diomede, Massimo Pantani, Tiziano Bresciani, Laura Posani, Dolores De Felice, Franco Meroni, Roberto Serafin, Alessandro Gogna, Antonio Colombo e Giacomo Galli.

Nella sua presentazione, Ferrari coglie perfettamente il significato del premio e la filosofia con cui ha lavorato la giuria. A voce ferma sostiene di essere dell’opinione che la montagna renda “più buoni”. Detto da altri potrebbe sfiorare la retorica, invece lui ci fa pensare che sia come ritornato da poco a questa convinzione, come se mille episodi diversamente positivi, di cui tutti noi abbiamo comunque fatto esperienza, gli (e ci) avessero in passato modificato quell’iniziale ottimismo con cui tutti abbiamo abbracciato la montagna e la sua gente. Ma poi qualcosa lo (ci) avesse fatto tornare sui suoi passi, dopo aver riconosciuto nelle difficoltà che la capacità di commuoversi è la base della solidarietà.

L’ottava edizione del premio Marcello Meroni “riservato a chi, in ambito montano, riesce a essere un esempio positivo” ha premiato Elio Guastalli (categoria Cultura), Annalisa Fioretti (categoria Solidarietà), l’Associazione Ambientalista Mountain Wilderness-Italia (categoria Ambiente), Ivo Ferrari (categoria Alpinismo) e Giuseppe Masera (menzione speciale).

Elio Guastalli
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Elio Guastalli. Montagna sicura? Non illudiamoci, la sicurezza dipende solo da noi. Ne è convinto Elio Guastalli che dal 2000 coordina le giornate Sicuri in montagna organizzando incontri con esperti aperti a tutti gli appassionati e ripetendo implacabilmente le linee guida perché la montagna ci sia possibilmente amica. Guastalli, di professione insegnante, è responsabile del Soccorso alpino di Pavia e dell’Oltrepò, Istruttore di alpinismo e, dal 1994, membro del Centro studi materiali e tecniche del CAI. In queste molteplici vesti diffonde con impegno e convinzione quella cultura alpinistica che, come sostiene Massimo Mila nei suoi “Scritti di montagna”, è una delle forme di conoscenza dove più inestricabilmente si uniscono il conoscere e il fare.

Il progetto Sicuri in montagna è nazionale ed è volto a promuovere la prevenzione in tante attività praticate in montagna: l’alpinismo, l’escursionismo su sentieri, l’arrampicata in falesia, la ricerca di funghi, l’attività sulla neve e le ferrate. Gli incontri in tutta Italia sono sempre ben organizzati e riscuotono grande successo nel pubblico degli appassionati. Sono convinto che bene ha fatto Guastalli a puntualizzare che “Montagna sicura” può essere un’illusione per tanti: ma allora, dico io, perché non ribattezzarla già da subito “montagna più sicura”?

Annalisa Fioretti e Ivo Ferrari. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
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Annalisa Fioretti. Nata a Milano nel 1977, medico, mamma di due figli (la bambina, Clara, particolarmente indiavolata) e alpinista non professionista, dal 2003 si divide tra la famiglia, il lavoro e le spedizioni in Himalaya e Karakorum. Nel 2011 mentre scala il Gasherbrum II 8035 m partecipa a due soccorsi a 6200 m, portando in salvo un pakistano colpito da edema polmonare d’alta quota e un inglese caduto in un crepaccio. Nel 2012 in Pakistan per scalare il Gasherbrum I 8068 m e cercare il corpo dell’amico Gerfried Goschl, incontra Greg Mortenson e la piccola Sakina, bimba con una severa cardiopatia, che riesce, grazie a una cordata di solidarietà, a portare in Italia per essere operata. Nel 2013 raggiunge gli 8450 m del Kangchenjunga 8586 m senza ossigeno e riesce a portare salvi al campo base quattro persone in difficoltà sopra i 7500 m. Nel 2015 mentre si trova al CB Everest per scalare il Lhotse 8516 m viene colpita dalla valanga staccatasi dal Pumori a seguito del terremoto di 7.8 gradi della scala Richter. Gestisce per ore assieme a un collega straniero la maxi emergenza al CB. I giorni successivi arriva a Kathmandu dove si ferma assieme a due amici in villaggi sperduti e non ancora raggiunti da alcuna organizzazione umanitaria, visitando centinaia di persone in pochi giorni. Nel corso dell’ultimo anno si è prodigata in innumerevoli iniziative a favore del Nepal: il ricavato delle serate cui viene invitata e del libro Oltre da lei dedicato a questa e altre esperienze, vengono interamente reinvestiti nei progetti pro-Nepal.

 

Mountain Wilderness Italia. In un tempo in cui la montagna viene in gran parte considerate come uno spettacolare fondale in cui esibirsi o fare turismo di cassetta, l’attività di Mountain Wilderness è rivolta a moderare gli impatti negativi derivanti dall’afflusso turistico di massa senza mettere radicalmente in discussione il senso stesso della parola “turismo”. Un compito quanto mai gravoso in questo 2015, in cui si annuncia lo smantellamento del Parco Nazionale dello Stélvio, s’inaugura il mega impianto di Courmayeur-Punta Helbronner, si moltiplicano i comuni montani che ammettono l’eliski e in Marmolada si vuole un altro impianto alla vetta già devastata.

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Il Premio Meroni vuole rappresentare un doveroso sostegno all’opera di questa associazione ambientalista nata nel 1987 che quindi da quasi una trentina d’anni vive e opera grazie al coinvolgimento entusiasta di tanti appassionati in difesa dei grandi spazi della montagna ricorrendo, quando è necessario, anche ad azioni spettacolari e provocatorie.

Carlo Alberto Pinelli, l’attuale presidente, precisa che non si tratta di un club elitario. Per Pinelli, e di certo non solo per lui, la differenza tra alpinisti ed escursionisti è una distinzione artificiosa, valida solo per chi è interessato alle prestazioni. Anche Marco A. Ferrari sottolinea che la parola escursionista, dal latino ex-currere, racchiude in sé anche quell’attività che noi chiamiamo alpinismo.

 

Ivo Ferrari. Alpinista bergamasco di tra i migliori italiani, pratica con discrezione un alpinismo di ricerca nelle nostre montagne. Nato a Treviglio nel 1968, accademico del CAI, ha al suo attivo un notevole numero di prime salite e prime ripetizioni su roccia e su ghiaccio, ma anche parecchie invernali e solitarie. Per lui sono di particolare fascino itinerari storici un po’ trascurati dall’attuale ufficialità alpinistica. E per venire a conoscenza di vere e proprie chicche dimenticate occorre leggere molto, girare parecchio e ascoltare gli altri, tutti quelli che gli possono raccontare delle storie.Per i suoi exploit ha ricevuto il premio Pelmo d’Oro e il Marco Dalla Longa. Per lui non esiste bello o brutto, buono o friabile, ma è tutto bello, perché puoi andare e quello è ciò che conta, quella libertà che ti senti dentro. “Sì, sul friabile ti devi fare leggero, ma è bello, così sul ghiaccio, su qualsiasi terreno. Quando hai voglia e vuoi andare e ti muovi a piacimento in libertà: quello è bello, è la passione che ti senti esplodere dentro”. Ed ora, ci confida Ivo, a tutto questo si è aggiunta una nuova sfida: fare cordata con il figlio Dario.

Il presidente del CAI Milano, Giorgio Zoia (a destra) e Giuseppe Masera. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
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Giuseppe Masera. Tra i maggiori esperti mondiali nel campo della leucemia infantile, già Primario del reparto di pediatria e oncologia pediatrica dell’Ospedale S. Gerardo di Monza, da lui diretto sin dalla sua apertura nel 1983, il prof. Masera si è adoperato nella realizzazione del progetto A ciascuno il suo Everest, che da oltre 10 anni prevede l’avvicinamento alla montagna di bambini colpiti da leucemia e curati presso il reparto di onco-ematologia pediatrica del S. Gerardo di Monza. Il progetto prevede l’accompagnamento, con l’aiuto delle Guide Alpine della valle, sulle montagne e nei rifugi dell’alta Valle Camonica dei ragazzi che, guariti o in remissione dalla malattia, possono gioire e meravigliarsi a contatto con la montagna e provare grande soddisfazione nel trovarsi in situazioni che mai avrebbero immaginato nei momenti bui della malattia. La sala viene informata che ormai la battaglia contro la leucemia si vince nell’80% dei casi e che questa lotta è una grande occasione di crescita per l’individuo. Si cita la parola resilienza, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Questo premio speciale, con la proiezione di un breve ma intenso filmato, è stato vissuto dalla sala come un messaggio di speranza per tutti, sottolineato dalla viva voce di uno dei ragazzini protagonisti, dalla barba ieratica di Masera e dalla buia giornata precedente, la strage di Parigi.

Dopo lo spoglio delle schede del pubblico, la cerimonia si conclude, nello scrosciare dei battimani, con la proclamazione del vincitore del premio del Pubblico, quest’anno assegnato proprio a Giuseppe Masera.

Milano, 14 novembre 2015, i premiati del Marcello Meroni. Da sinistra: Carlo Alberto Pinelli e Giancarlo Gazzola (per Mountain Wilderness Italia), Giuseppe Masera, Elio Guastalli, Franco Meroni, Annalisa Fioretti, Ivo Ferrari, Nicla Diomede e Marco Albino Ferrari. Foto: Roberto Serafin (Mountcity.it)
PremioMeroni-2015

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A cosa servono i musei di Messner?

In occasione dell’odierno compleanno di Reinhold Messner pubblichiamo questo stuzzicante saggio di Giorgio Robino.

A cosa servono i musei di Messner?
di Giorgio Robino

Il 27 luglio 2015 leggo sul web lo stimolante articolo di Mariateresa Montaruli, dal titolo: Il museo di Messner – La finestra in vetta alla montagna, sottotitolo: il 24 luglio ha aperto al pubblico il più alto museo dell’Alto Adige: scavato nelle viscere di Plan de Corones. Un capolavoro di design nel cuore della montagna. [1]

L’articolo [1] viene riportato su pagina facebook di un amico e si scatenano commenti contro, da parte di ambientalisti e di strenui oppositori ad ogni azione di Reinhold Messner. Anch’io mi schiero subito contro, in un commento d’impulso dove mi dilungo sulla mia critica radicale al concetto di museo.

Ma poi ci ripenso ed elaboro questa riflessione più approfondita e spero equilibrata, che affronta due aspetti giustapposti. Anzitutto: definire il valore del concetto di museo come strumento divulgativo culturale, in generale e nella impostazione del Messner Mountain Museum (in seguito MMM) [2]. In secondo luogo: chiarire l’eventuale contraddizione ambientalistica degli edifici museali in montagna.

MMM di Plan de Corones. Immagine da www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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1) La contemplazione del mistero, attraverso i musei
Lessi anni fa, nel libro intervista a Reinhold Messner La mia vita al limite [3], del suo progetto di far conoscere la montagna ai “cittadini” (o “turisti”, termine da lui spesso usato) attraverso l’Arte, ovvero le opere artistiche ispirate alla montagna e la storia dell’azione umana in montagna (tutta, non solo quella alpinistica), da contenersi in musei dedicati a specifiche aree tematiche. Fui subito entusiasta del suo percorso mentale, che lo ha portato a decidere che:

anche attraverso l’Arte è possibile conoscere la Montagna.

Una scelta di percorso sorprendente, proprio perché scaturito da un alpinista che per molta parte della sua vita è stato a ridosso del limite psicofisico delle capacità umane, e poi, una decina di anni fa, forse tornato indietro da un qualche estremo “limite” (termine che lui usa spesso, anzi ossessivamente), e dopo aver tentato alcune imprese nel territorio con l’agricoltura e nella politica europea, dedica negli ultimi anni una grandissima energia per sviluppare il vasto progetto museale MMM.

Reinhold Messner si autodefinisce quindi come mediatore culturale e narratore, con l’intento di farci conoscere la montagna attraverso la storia delle imprese alpinistiche e la loro rappresentazione nelle opere artistiche. Il nostro camminatore diventa una specie di stalker (vedi film di Andrei Trakovkij [22]), portatore di umani in zone del sacro dove il mezzo di trasporto è il museo e noi, pubblico, siamo i visitatori della “zona”.

La mia azzardata tesi qui è che la sua operazione culturale abbia un significato spirituale, che consiste nella sua necessità della comunicazione di una “contemplazione del mistero” della montagna. Mediante l’arte visiva contenuta all’interno di musei specifici, che sono lo stratagemma comunicativo.

Sì, ma cos’è questo qualcosa di misterioso?

Vorrei far dare la risposta allo stesso Reinhold Messner, che nelle interviste, pur avendo spesso volutamente “rigettato” ogni domanda allusiva a questioni metafisiche, mi sorprende invece con la risposta a una domanda di Daria Bignardi durante un’intervista in trasmissione televisiva di qualche anno fa [20]:

“DB: Ha trovato Dio da qualche parte?
RM: No, no! Io non vorrei dire se Dio c’è o non c’è. Io accetto il fatto che c’è “qualcosa”. Che noi non possiamo riconoscere, noi umani non abbiamo occhi, cervello, tasto per capire tutto. C’è sempre qualche cosa al di là. Io sono andato molto vicino all’aldilà, però dietro all’ultimo orizzonte nemmeno io posso vedere. Non è possibile! E noi dobbiamo accettare che c’è qualcosa che noi non possiamo afferrare, vedere, capire. E questo aldilà io rispetto come una dimensione divina, ma non lo chiamo Dio”.

Ora tralasciamo momentaneamente questo delicato terreno ultra-verticale, anzi ultra-terreno, perché devo prima un po’ blaterare contro i musei. Personalmente ne sono sempre stato deluso, anzi a dirla tutta: sono proprio totalmente contrario!

E’ un concetto generale, che riguarda qualsiasi esposizione dell’opera umana di creazione dell’inutile artistico: quando l’arte è fissata, catalogata all’interno di un museo (non parliamo delle “gallerie d’arte”), questa è morta, non ci parla più, è cadavere.

Perlomeno questa è la mia sensazione, che sono più sensibile alla musica e sono profano di arte visiva, ma in verità lo stesso vale per la musica, dove l’equivalente del museo è forse il concerto in pubblico.

Messner all’inaugurazione. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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La mia emozione usuale quando entro in un museo è sempre d’irrigidimento, appena vedo dei cataloghi di oggetti messi in un percorso prestabilito attraverso delle stanze. Non riesco a concentrami bene sui quadri e le foto e gli oggetti. Sono distratto dalle scelte di associazione fatte dalla “direzione artistica”, sono distratto dai commenti del capitato lì per caso come me, ignorante o storico dell’arte che sia.

E’ che ho la convinzione che l’arte sia sempre un po’ nascosta tra le pieghe, riluttante all’esposizione, e svanisce quando esposta a un pubblico (noi tutti). Divulgata e didascalizzata, pubblicizzata e venduta. Diventa “porno” e l’anima nell’opera svanisce, andandosene lontana (semmai prima fosse stata lì).

L’arte è invece un percorso anzitutto individuale, anche se poi richiede la comunicazione agli altri, affinché l’azione venga riconosciuta come sublime.
E’ il solito, contraddittorio, doloroso, dilemma umano.

Forse l’arte è come l’alpinismo puro, bisogna farlo nascosti e da soli affinché serva a “qualcosa”, e perché superi il meschino teatrino sociale.

Allora non mi è quasi mai possibile assaporare la bellezza delle opere d’arte contenute nei musei, non per come questi sono concepiti fino ad oggi, nella nostra cultura, con questo tipo di storici dell’arte, con questo tipo di architetti che progettano edifici museali, con questo tipo di esperti di comunicazione, con questo tipo di pubblico, noi tutti.

Non c’è una visione, un passo avanti nell’altrove (il contenuto di cui l’arte potrebbe parlarci).
Non c’è quasi mai apprendimento, consapevolezza di quel “qualcosa”.
Non si intuisce quasi mai niente di niente, dentro spazi espositivi, non-luoghi non-intimi.

L’uccisione dell’arte dentro i musei è un “problema” generale nella nostra società e di una visione non spirituale, desacralizzata, ma invece esibizionistica, tecnicistica e virtuosistica (e quindi, infine, inutile e sterile). Ripeto, è questione generale e il povero Reinhold Messner non ha colpa.

Ma allora, per inciso, come andrebbe goduta la fotografia, o la pittura, o la scultura?

Non ho una risposta definitiva. I libri sono una risposta parziale e forse superata. Forse oggi è il cinema l’arte visiva che permette un ottimo rapporto intimo tra visionario (autore della visione) e vedente, evitando tutta la necessità del luogo di “culto” prestabilito (il teatrino museale). Il cinema non richiede un luogo spaziale obbligatorio di fruizione e tutte le mediazioni e compromessi derivanti. Ormai, con i computer ora, e già qualche decennio fa con le videocassette, le sale cinematografiche non sono più necessarie. Io poi ho saltato a piè pari il dilemma, perché la forma d’arte che mi interessa maggiormente è la musica, che io stesso realizzo “in solitaria”, evitando tutte le procedure dei luoghi di “rito” espositivo, ma qui sono fuori tema davvero. Ho esagerato e divagato. Mi fermo!

Invece, per approfondire in particolare l’operazione MMM, che credo sia nobile e sincera, proviamo a leggere qualche passo estratto da libri intervista a Reinhold Messner e ragioniamo sul percorso che ha fatto.

Riporto qui alcuni passaggi del libro intervista di Thomas Huetlin a Reinhold Messner: La mia vita al limite [3] di cui estraggo solo qualche capoverso di conversazione tra loro a riguardo della fondazione MMM:

“TH: Lei è solito affermare che la realizzazione di questi spazi sia il suo “quindicesimo ottomila”. Cosa la alletta nella prospettiva di invecchiare come direttore di museo?
RM: Io sono solo l’iniziatore del MMM. […] Di nuovo sono disposto ad impiegare ogni energia, ogni mezzo e tutto il mio tempo in questo progetto. […] io voglio solo realizzare un sogno. E dal momento che questo suscita tanto entusiasmo – da parte di amici, artisti, architetti, collezionisti, collaboratori -, il risultato sarà di sicuro qualcosa di eccezionale, che alla fine si sosterrà da solo. Non ho mai desiderato altro.
TH: Oggi come oggi lei è più gratificato dall’idea di “
scalare all’interno di un’opera d’arte” piuttosto che su una montagna?
RM: Sì, ormai le montagne le affronto solo mentalmente. […]. Ma mentalmente, mi occupo quotidianamente di montagne: montagne nell’arte, i popoli di montagna, la storia dell’alpinismo, le religioni che si sono sviluppate nelle zone montane, questi sono i miei temi odierni. […] La storia dell’alpinismo, così come viene raccontata dagli sportivi da bar, non è solo noiosa e sterile, è anche falsa perché nessuno può verificare che gusto ha l’aldilà, quando l’aldiqua non è accessibile. Il mio desiderio è l’emozione che diventa afferrabile per pochi istanti, fra terra e cielo, quello sguardo, quello sguardo dentro di noi che coglie l’insieme quando veniamo dall’alto, ciò che è sommo e per il quale non riusciamo a trovare le parole. […]
TH: Come mai questo tipo di esperienza è più importante?
RM: Il mio approccio di oggi, un tipo di esperienza della quale trent’anni fa avrei riso, mi rende curioso, mi tiene sveglio, mi fa provare la gioia di vivere. Forse a stimolarmi è solo il desiderio di fare, oppure l’istinto che sa che ho bisogno di sempre nuovi spazi di esperienza, commisurati alla mia età.

Nel libro La Montagna a modo mio [4], a pagina 326, Messner esprime con ancor maggior chiarezza l’idea iniziale del MMM:

“Non so come sono arrivato all’idea di sviluppare una struttura museale intorno al tema della montagna. Non si tratta di un museo in senso classico. Ho in mente uno spazio d’incontro dove mostrare il significato delle montagne per l’uomo. L’Alto Adige, la mia patria, sarà la sede del museo. E visto che anche in questo caso ho incontrato molte opposizioni, quando ho incominciato a mettere in pratica la mia idea, ho deciso di ampliare il nucleo originario del progetto. Alla sede centrale, situata a Bolzano, presso Castel Firmiano, sono collegati quattro ‘satelliti’, nei quali vengono trattati aspetti particolari del tema. Tutte le sedi nel loro complesso costituiscono il Messner Mountain Museum (MMM), un museo della montagna che si occupa della natura dell’uomo“.

E nelle ultime pagine dello stesso libro, a pagina 335, viene riportato un comunicato stampa del 2005, in cui Messner si esprime così:

“In mezzo alla frenesia che ormai caratterizza il turismo moderno, voglio creare un luogo di contemplazione. Qui le montagne e arte devono congiungersi. Mi stanno a cuore il dialogo, la storia comune, l’eredità culturale dell’alpinismo.

Così intendo fare mio un ruolo di mediazione fra il grande pubblico e le montagne. Il solitario si trasforma in mediatore. Le montagne e la loro dimensione possono essere percepite direttamente, salendole, oppure attraverso le arti figurative in un museo.

Al di là della loro relativa attualità, le opere d’arte raccontano dei loro creatori, della creazione, le opere sulla montagna raccontano della montagna. Per tutti coloro che sono interessati alla montagna, faccio in modo che il ‘paese dei monti’ diventi uno spazio d’esperienza. Poiché anche nell’era del turismo di massa e del ‘fit for fun’ sarà importante interpretare in modo nuovo questo tema.

Paesaggio, opere d’arte e visitatori devono comunicare tra loro e fornire informazioni senza che si renda necessario spiegare le montagne. Nel mio ruolo di coordinatore e creatore credo a un’immagine dinamica delle montagne, non a una realtà congelata. Solo così si realizza uno spazio d’espressione della fantasia fra chi osserva e le montagne stesse, che nella nostra coscienza si modificano costantemente. Con questo progetto ho preso in considerazione la montagna nel suo insieme.

In questo senso sono solo fondatore e suggeritore del museo, una sorta di catalizzatore. Mi interessano lo sguardo d’insieme e l’opera completa, che continua a rimettere in contatto fra loro luoghi storici e le opere d’arte.

E’ così che il tempo al quale appartengono si annulla, e si costruisce una biografia collettiva dell’alpinismo. Si tratta quindi non tanto di documenti, bensì, come nel rapporto con la montagna, della vicinanza della lontananza, della curiosità e della sorpresa.

Il ruolo di mediatore che mi sono assunto vale anche per quanto riguarda il dialogo tra le generazioni e le epoche, le opere e le tensioni che le uniscono. Come una specie di ‘ruffiano’, voglio sottolineare la sensualità dell’opera creativa, senza per questo attribuire necessariamente un’utilità all’alpinismo.

Scopo e significato del museo stanno nell’essenza viva delle opere, che vengono vissute in maniera diversa dal singolo osservatore.

Ciò cui penso e cui miro con il museo è la montagna incantata per tutti coloro che desiderano sapere cosa c’è dietro e sopra le vette”.


Quelle sopra sono parole di interviste di parecchi anni fa, ma penso siano ancora valide.

Interno del MMM Corones. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Reinhold Messner utilizza il museo come “meta-arte”. Quello che gli interessa credo sia soprattutto colmare la sua sete di desiderio di comunicazione dell’immaginario ad altri, a un gran numero di persone, ai cittadini, ai “turisti”, ai più lontani dalla montagna. I musei sono il mezzo a lui congeniale per comunicare il rispetto all’ignoto dietro alle montagne, al sacro, al mistero che dir si voglia. Con un’operazione culturale per la “massa”.

Nell’articolo di Vincenzo Chierchia comparso su Sole24ore.com [5] si legge:

“Per Reinhold Messner la rete di musei, che fa capo alla Fondazione di famiglia gestita dalla figlia Magdalena, si fermerà qui; d’ora in avanti la passione sarà quella cinematografica con documentari sulla montagna”.

Dai musei passerà al cinema? Oh, bene, ci sta arrivando con giusta progressione! D’altro canto il più bel film di montagna, a dir di molti, e anche secondo me, è un film che vede Reinhold Messner come protagonista, si tratta dello splendido “documentario” di Werner Herzog: Gasherbrum – Der Leuchtende Berg [6]. Tra l’altro il grande regista è autore di altri magnifici film, specificamente centrati su temi ambientalistici, ultimo ma non ultimo: Wild Blue Yonder [21].

Il passaggio chiave è, secondo me, che Reinhold Messner ha capito personalmente “qualcosa” (che io dico essere cosa metafisica, ma lui sicuramente lo negherebbe al grido rimproverante di: “Nessun esoterismo, ma semplice pragmatismo!”). E’ tornato indietro da noi dabbasso e ha ideato e poi realizzato una maniera per comunicare la necessità della contemplazione di questo “qualcosa”. Con i musei fino ad oggi, forse con il cinema (dentro i musei) domani. Questa la mia tesi.

 

2) La critica ambientalista all’ultimo museo
Ecco l’introduzione (estate 2015) scritta dallo stesso Messner nella web home page del museo di Plan de Corones sul sito MMM [8]:

“Sito a Plan de Corones, tra val Badia, Valdaora e val Pusteria, l‘MMM Corones completa il circuito Messner Mountain Museum, un percorso che si compone di sei musei. Ai margini del più spettacolare belvedere montano del Sudtirolo, dove sorge la singolare sede del museo progettata da Zaha Hadid, si narra la storia dell’alpinismo tradizionale.

Da Plan de Corones, lo sguardo spazia nelle quattro direzioni, spingendosi oltre i confini provinciali: dalle Dolomiti di Linz a est all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud alle cime della Zillertal a nord.

Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia – le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, l’ascensione più difficile della mia vita – così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina.

All’interno della montagna, il museo ripercorre l’evoluzione dell’alpinismo moderno, i miglioramenti ottenuti nel corso degli ultimi 250 anni per ciò che riguarda l’attrezzatura, i trionfi e le tragedie che si sono consumati sui fianchi delle più famose montagne del mondo, dal Cervino al Cerro Torre al K2, e la rappresentazione delle imprese di noi alpinisti, per quanto contraddittorie esse possano apparire.

Come negli altri musei del circuito, l’alpinismo è raccontato attraverso reliquie, citazioni, opere d’arte (dipinti e sculture) e la trasposizione, all’interno dell’MMM Corones, della scenografia montana che lo circonda.

Nel mio ruolo di narratore dell’alpinismo tradizionale non intendo né esprimere giudizi né drammatizzare. Piuttosto, l’obiettivo è quello di condensare le esperienze di chi, come me, ha fatto proprio il confronto tra l’uomo e la montagna. Al centro del museo non vi sono imprese sportive o primati bensì i grandi personaggi dell’alpinismo, oltre a filosofi e pionieri che hanno osato “la transizione aurea“ dall’idea al fare, prescindendo dal perché.

In lingua ladina, Corones significa corona. Plan de Corones, la celebre montagna dello sci e delle escursioni, la vetta dei deltaplanisti e dei parapendisti, ospita oggi quello che considero il punto culminante del mio progetto museale: un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e lasciare che la percezione si apra verso l’alto, verso l’oltre. La montagna diviene così uno spazio esperienziale, parte della nostra cultura. Viviamola in modo nuovo, facendo volare lo spirito al di sopra di ogni vetta”.
Luogo del silenzio e della decelerazione? Sopra le funivie, gli impianti sciistici e con pure quelli che fanno parapendio?
Sono perplesso, e l’immagine sotto con la folla attorno agli impianti non è rassicurante.
Direi piuttosto: luogo di accelerazione! Ma sto scherzando. Gli ambientalisti polemici invece scherzano meno e colgono solo contraddizioni nell’ultimo museo di Plan de Corones. Dicono:

E’ contro le croci, non vuole le ferrate, non vuole gli spit sulle vie alpinistiche, poi va a fare scempi architettonici, disseminando musei in tutto l’Alto Adige, ora bucando addirittura una montagna, facendo accordi d’opportunità con il consorzio delle funivie. Una completa contraddizione con se stesso!“.

Plan de Corones. Foto da http://www.mmmcorones.com/it/plan-de-corones.html
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Tra l’altro, in concomitanza con l’apertura del museo, il 26 luglio 2015 Reinhold Messner afferma, in articolo comparso su mountlive.com [19]:

Le croci sulle cime? Quelle esistenti lasciamole. Ma non installiamone altre. Sulle cime solo gli ometti di sassi e nient’altro. Le vette delle montagne non devono essere sfruttate per dei messaggi”.

Sarei d’accordo, ma a ben vedere, la realizzazione del museo a Plan de Corones contraddice l’affermazione sopra, perché il museo rappresenta un potentissimo “messaggio” che veicola i valori del pensiero “laico” di Reinhold Messner. Io penso che i musei (sulle cime dei monti) sono l’equivalente delle croci di vetta.

Argomenterò in dettaglio poco più avanti l’aspetto simbolico (per me positivo) del messaggio di questo museo in particolare, ma torniamo all’articolo citato inizialmente [1]. Sono perplesso se penso all’enorme impegno economico per la realizzazione dell’opera, per esempio leggo che:

“Il progetto, 3 milioni di euro pagati da Skirama Plan de Corones, il consorzio di impianti di risalita membro del Dolomiti Superski”.

Eppoi il numero di frequentatori ipotizzati nei prossimi anni è altissimo, troppo alto, se è verosimile la previsione riportata sempre nell’articolo [1]:

“Attraverso il magnete-museo si scommette sul raddoppio dei passaggi nei 27 impianti di risalita oggi contati a 70mila d’estate, 1,5 milioni d’inverno”.

Raddoppio? Vorrebbe dire 3 milioni di persone ogni inverno? Ho capito bene?
Io spero che queste stime siano un po’ come le stime governative di presenza turistica all’EXPO 2015: “leggermente” gonfiate, perché sennò davvero il comprensorio di Plan de Corones avrà un impatto ambientale ben poco sostenibile.

Nell’articolo [1] viene riportata una risposta di Reinhold Messner alla domanda dell’intervistatrice a riguardo di una possibile violazione della montagna (credo si riferisca alla posizione e agli scavi sotterranei di quest’ultimo museo):

“RM: Non era possibile operare in altro modo: il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie. C’è un limite a questa visione ed è di natura antropologica e altimetrica: lì dove l’uomo, in montagna è sempre andato per tagliare legna o portare le pecore, lo sfruttamento ai fini turistici è accettabile. Oltre, tra ghiaioni e ghiacciai, bisognerebbe, con una ‘barriera’, tutelare la wilderness”.

Pare quindi che Reinhold Messner consideri come compromesso accettabile la possibile “violazione” della montagna (qui stiamo parlando degli scavi per il museo), se fatta in un territorio già sfruttato e deturpato per fini turistici (gli impianti sciistici, ecc.), ovvero quello che sta al di sotto di una certa quota limite (ma quale quota precisamente?), mentre pare confermare la sua idea di necessità di evitare qualsiasi intervento umano alle alte quote (dai ghiacciai in su?).

Può sembrare quindi un po’ opportunistica questa visione e fa un po’ specie il fatto che dica: visto che ormai il territorio montano è così, anch’io mi adeguo all’edificazione in quota. Non posso negare che tutto questo appaia in contraddizione con la sua ideologia ambientalista che ha portato avanti per primo lui in passato.

D’altro canto la sua affermazione “il futuro, del resto, sarà far sparire nella roccia anche le case e le funivie” ipotizza uno scenario abitativo meno fantascientifico ed esagerato di quello che ora può sembrarci. E nella pratica, con questo museo lui ha appena realizzato (forse per primo e tecnicamente in modo impeccabile devo dire) una provocazione e un avvertimento all’umanità in tal senso, come dirci: “finiremo con il vivere sottoterra!”. Pertanto arrivo alla paradossale conclusione:

il museo di Plan de Corones esprime simbolicamente un magnifico messaggio ambientalista.

Dal punto di vista dell’integrazione con terra e roccia, l’edificio museale sotterraneo, realizzato bucando sotto la vetta di Plan de Corones, non è poi così incoerente rispetto alla necessità di minimizzare l’impatto ambientale, e la scelta progettuale precisa è sottolineata anche nel comunicato stampa di presentazione nel museo [9], di cui estraggo passaggio:

“Il Museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo, articolato su diversi piani tanto che, nonostante i 1000 metri quadrati di superficie che saranno disponibili, solo una minima parte di essi richiede costruzioni fuori terra, a tutto vantaggio della componente paesaggistica, dato il ridottissimo impatto visivo della struttura rispetto all’ambiente naturale in cui la stessa sorge”.

Ora, se si paragona questo edificio con, per esempio, quanto fatto recentemente all’arrivo della Sky Way in vetta alla punta Helbronner [10] (più che ottava meraviglia del mondo, secondo me un obbrobrio architettonico e concezione di spazio pubblico che peggio non si poteva fare), allora:

il museo di Plan de Corones è avanti anni-luce, capolavoro di integrazione ambientale e di creatività architettonica, al confronto!

Ma soprattutto mi intriga il valore simbolico, concettuale che ha l’interramento: il museo viene a rappresentare una specie di ‘caverna platonica’ [11], dalle cui finestre entra “Luce” e visione panoramica, che permette al visitatore di vedere la bellezza delle montagne lontane!

MMM di Plan de Corones. Immagine da http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
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Può darsi poi davvero che Reinhold Messner sia così pessimista e lungimirante da ipotizzare un futuro magari non così lontano, in cui l’umanità vivrà sottoterra, e questi musei sotterranei sono addirittura una premonizione di un mito fantascientifico; tutto questo mi ricorda il magnifico libro La Valle del Ritorno di Flavio Favero [12], eppoi gli amati fumetti de L’Incal di quella psico-testa esoterica di Alejandro Jodorowsky [13].

Infine l’architettura degli interni, fatta di pareti lisce che pare di esser in una astronave, mi porta alla mente i cunicoli tubolari della piattaforma spaziale nel film Solaris, di Andrei Tarkovsky [14], uno dei miei film preferiti. In quel film una piattaforma spaziale è stata posizionata dagli uomini nello spazio cosmico di un lontano “pianeta magmatico”, pianeta che, nella concezione cristiana del regista, è palesemente simbolo della presenza di Dio, e la piattaforma è il luogo che permette ad alcuni astronauti di comunicare con il ‘mare pensante’, cioè Dio. Trovo che ci sia una similitudine concettuale con il museo in questione, anche se qui al posto del mare ci sono le montagne attorno a Plan de Corones.

Pertanto mi devo inchinare di fronte a ‘sto benedetto architetto Zaha Hadid, o allo stesso Reinhold Messner, se è lui che ha avuto l’idea di realizzare la mistica cavernicola.

Ora, tornando alla diatriba ambientalistica odierna, specialmente tra Mountain Wilderness Italia e lo stesso Reinhold Messner, sono dispiaciuto della inopportuna separazione che c’è stata in passato e pare essere ancora attuale (vedi anche articolo di Carlo Alberto Pinelli [15] e recente discussione a valle di articolo di Luigi Casanova, su Gogna Blog [16]).

E’ uno sbaglio paradossale pensare che Reinhold Messner, che ha contribuito a creare Mountain Wilderness nel 1987, e che è stato così amico di Alexander Langer, e che si è prestato alla divulgazione della causa ambientale in cui crediamo ancora in molti, venga criticato acerrimamente, considerato ora come un venduto, ipocrita, egocentrico assolutista, proprio dal momento in cui lui elabora negli anni una azione culturale che come ho spiegato sopra contiene un forte messaggio ambientalista.

Estrapolo testo da intervista, credo comparsa qualche anno fa su giornale quotidiano altoatesino [17], che penso sia tuttora valida:

“Giornalista: Mountain Wilderness protesta perché il Dolomiti Superski usa l’immagine del Sassolungo con il marchio della fondazione Unesco.
RM: Non mi piacciono i fondamentalismi. Quanto a Mountain Wilderness, di cui rivendico di essere stato l’ideatore, ne ho preso le distanze per le posizioni estremiste.
Giornalista: Gli impianti di risalita sono compatibili con la tutela Unesco?
RM: Il problema non è l’inverno, ma l’estate per il traffico e l’aggressività con cui auto e moto si avvicinano alle montagne. Lo dico da anni: i turisti dovrebbero spostarsi in funivia come d’inverno, perché questi impianti sono un mezzo più sostenibile rispetto ai veicoli a motore”.

D’accordo, le parole sopra sono riferite a un contesto leggermente diverso, tempo addietro, ma il percorso di pensiero ambientalista di Reinhold Messner a me pare “pragmatico” (per usare un termine a lui caro) e piuttosto coerente con un suo pensiero sempre trasparente.

Veduta estiva di Plan de Corones. Al centro e in basso si nota il museo, parzialmente interrato. Foto: http://www.mmmcorones.com/it/media/foto.html
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Per capire l’evoluzione della sua concezione ecologica e ambientalista, può essere utile la lettura di qualche passaggio di intervista del 2012, sul sito della regione Emilia Romagna, dal titolo: In montagna ed in città, l’ambientalismo realista di Reinhold Messner [18]:

“Giornalista: Lei è stato un grande comunicatore oltre che scalatore: è possibile educare le persone alla sostenibilità?
RM: Io non ho mai fatto altro che descrivere il mondo semplicemente così come è. Sono prima di tutto un alpinista, un contadino, porto avanti un maso autosufficiente in montagna, un maso che è sostenibile teoricamente fino alla fine della terra e la sostenibilità in questo caso è la base soprattutto economica di questo pezzo di terra. E offro tutto questo come un modello al quale ispirarsi per il nostro comportamento in montagna.
Però se io in città vado in macchina, pur sapendo che in questo modo aumento la quantità di CO2 nell’aria e che questa CO2 poi ha degli effetti di cambiamento sulla montagna, allora sono intrappolato in una contraddizione.
Se nel mondo civilizzato, cioè le città e i luoghi dove si vive e si lavora, non potessi più agire come tutti gli altri, andrei incontro al fallimento delle mie attività umane, lavorative, di sopravvivenza. Io, ad esempio, non posso andare a piedi dal mio maso fino a Monaco dove c’è l’aeroporto, non è possibile. Così, anche io da un lato, come cittadino, sono uno che sporca e inquina la terra. Io vado ancora oggi in aereo, è l’unico mezzo di trasporto ragionevole per andare in Nepal sull’Himalaya. L’ho utilizzato per andare ieri a Francoforte perché avevo un invito in televisione per parlare di questi temi. Però quando vado in montagna sono la persona più pulita possibile. E così devo dire che anche io porto avanti una vita schizofrenica.
La maggior parte degli alpinisti non si accorge che gli errori che facciamo li facciamo nella civilizzazione e non in montagna. “Errori”, fra virgolette, perché sono commessi per la necessità di portare avanti le nostre vite in maniera normale. Per questo l’educazione dovrebbe essere fatta soprattutto sui temi che riguardano la vita quotidiana di tutti i giorni laddove si vive.
Giornalista: Com’è possibile risolvere questa schizofrenia in cui in tanti vivono?
RM: L’importante è ricordare che con le chiacchiere non si risolve niente. Credo di aver capito che il mondo, specialmente in questa crisi, sta senza dubbio subendo una progressiva distruzione ecologica. Ciascuno deve fare la propria parte, io stesso posso cambiare vita, essere responsabile per quel pezzo di terreno che ho comprato, che è mio, dove faccio il meglio possibile: ad esempio vado in macchina solo se è necessario, non giro il mondo soltanto per godermi i viaggi e la sensazione di avere un motore sotto il sedere.
Ciascuno, ripeto, può fare la sua parte. Noi tutti, in 7 miliardi su questa Terra, siamo una forza incredibile: con la tecnologia che abbiamo sviluppato, abbiamo la possibilità di auto-eliminarci tutti, di distruggere il mondo. E contemporaneamente abbiamo in mano le carte per salvare il mondo. Con la crisi probabilmente non lo faremo ma siamo tutti responsabili per tutto il pianeta.
In questo contesto un po’ pessimista, le parole fini a se stesse e le critiche non servono. Criticare gratuitamente senza agire, senza fare niente, è deleterio. Chi vuole parlare di ecologia vada a fare qualcosa in casa propria, nel proprio orto, nel proprio terreno, nella propria zona, nelle proprie montagne. Partiamo dal “pulire” casa nostra. Senza criticarsi da un luogo all’altro del pianeta sottolineando i reciproci sbagli, ma agendo con coerenza”.

Mi pare quindi che Messner abbia fatto negli anni un percorso evolutivo, a valle della sua esperienza politica nell’ormai defunto partito italiano dei Verdi e poi soprattutto dalla creazione di Mountain Wilderness, venendo a praticare una azione culturale con i musei e stabilendo ora una scala di priorità dei problemi di inquinamento ambientale, sottolineando soprattutto la devastazione procurata dai mezzi di trasporto a motore (auto, moto, ecc.), utilizzati in modo pervasivo in aree ad altissima densità e purtroppo sempre di più anche sulle montagne.

Quindi il suo “ambientalismo realista”, come qualcuno lo chiama, può essere contestato su alcune contraddizioni, ma io penso che sia più che mai opportuna una comunicazione con lui, una collaborazione con lui, per perorare insieme la causa ambientale, ecologica, non solo delle montagne.


Bibliografia e links

[1] http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2015/07/27/il-museo-di-messner-la-finestra-in-vetta-alla-montagna/
[2] http://www.messner-mountain-museum.it/it/
[3] La mia vita al limite. Reinhold Messner con Thomas Huetlin. Corbaccio. 2008
[4] La montagna a modo mio. Reinhold Messner, a cura di Ralf-Peter Martin. Corbaccio. 2009
[5] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2015-08-05/a-plan-de-corones-l-ultimo-museo-messner-progettato-zaha-hadid-161343.shtml
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Gasherbrum_-_Der_leuchtende_Berg
[7] http://www.banff.it/category/gogna-blog
[8] http://www.messner-mountain-museum.it/it/corones/museo/
[9] http://www.messner-mountain-museum.it/download/mmm_corones_ita.pdf
[10] http://www.banff.it/la-nuova-funivia-del-monte-bianco/
[11] Repubblica. Libro VII, Il mito della caverna. Platone, circa 360 a.C.
[12] La valle del ritorno. Flavio Favero. Luca Visentini Editore. 2007
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/L’Incal
[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Solaris_%281972_film%29
[15] http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=319
[16] http://www.banff.it/non-solo-croci/
[17] http://www.mountainwilderness.it/pdf/Moro-Messner.pdf
[18] http://ambiente.regione.emilia-romagna.it/rubriche/intervista/2012/in-montagna-ed-in-citta-l2019ambientalismo-realista-di-reinhold-messner
[19] http://www.mountlive.com/reinhold-messner-basta-croci-e-messaggi-in-montagna-solo-omini-di-pietra/
[20] http://www.la7.it/le-invasioni-barbariche/video/lintervista-a-reinhold-messner-18-12-2010-79731
[21] https://en.wikipedia.org/wiki/The_Wild_Blue_Yonder
[22] https://it.wikipedia.org/wiki/Stalker_(film_1979)

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I Piani di Castelluccio di Norcia

I Piani di Castelluccio di Norcia

Castelluccio è una frazione del comune di Norcia (PG), in Umbria. Il paese si trova a circa 28 km da Norcia, raggiungibile attraverso una strada panoramica, posto in cima ad una colle che si eleva sull’omonimo altopiano (Piani di Castelluccio) tra i più vasti dell’Italia Centrale ed inserito nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, ad una altitudine di 1452 m che ne fanno uno dei centri abitati più elevati degli Appennini. Di fronte ad esso si erge imponente la sagoma del Monte Vettore 2476 m. Secondo Wikipedia, il paese si è spopolato molto velocemente, dai 150 residenti del 2001, nel 2008 sono stati censiti solo 8 abitanti fissi.

La delegazione umbra di Mountain Wilderness Italia ha stilato un documento, inviato a fine luglio al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, all’Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini, alla Regione dell’Umbria, alla Provincia di Perugia e al Comune di Norcia.

A muovere le associazioni era stata l’ordinanza del Sindaco di Norcia in data 16 giugno ed in particolare una determina pubblicata pochi giorni prima con la quale il comune affidava l’immediata realizzazione delle opere – seppur temporanee – per un importo di 37.000 euro a una ditta. Una situazione a cui gli attivisti avevano subito risposto lanciando un mega appello pubblico alle varie amministrazioni pubbliche competenti per la salvaguardia integrale dei Piani di Castelluccio firmato in prima linea dal zoologo prof. Bernadrino Ragni, da Mountain Wilderness Italia, da WWF Marche e Umbria, da Lupus in Fabula, da Pro Natura Marche, dal Comitato Acqua Bene Comune – Terni, dall’Associazione Mediterranea per la Natura e dal Gruppo d’Intervento Giuridico onlus.

Un movimento che ha subito bussato alle porte della Commissione europea, della Commissione Petizioni del Parlamento europeo, dei Ministeri dell’Ambiente e dei Beni e Attività Culturali, dell’Ente Parco nazionale dei Monti Sibillini e informato la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Spoleto e il Commissariato per gli Usi civici per il Lazio, l’Umbria, la Toscana.

I Piani di Castelluccio
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Il documento, intitolato Appello alla ragionevolezza e al rispetto ambientale per la salvaguardia e l’integrità dei Piani di Castelluccio di Norcia, è assai notevole in quanto riesce a inserire la problematica particolare dei Piani del Castelluccio in un contesto generale di ampie vedute, operazione sempre utile ogni volta che si tratti di intervenire a difesa di un particolare ambiente.

Dopo un breve accenno al fatto che l’associazione abbia casualmente appreso dell’esistenza e della definizione di un Piano per la Mobilità Dolce a Castelluccio di Norcia, del cui ‘anticipo’ aveva potuto, purtroppo, prendere visione con l‘area parcheggio sperimentale in pieno Pian Grande, già funzionante, il documento, in modo stringato, dapprima elenca una serie di considerazioni generali che a poco a poco restringono la visuale sul problema.

In seguito pone una serie di domande retoriche che spostano l’attenzione sulle procedure usate e sui pericoli che il Piano per la Mobilità Dolce nasconde.

Infine il documento elenca le richieste all’Amministrazione, che in buona parte sono validate dall’introduzione generale data dalle considerazioni.

La frazione di Castelluccio al fondo degli omonimi Piani
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Considerazioni
– la ragionevolezza e la trasparenza di scelte e procedure deve prevalere su visioni miopi, inefficaci (che potrebbero ingenerare una sorta di circolo vizioso, una reazione a catena: più turismo + auto + parcheggi, e così via, in una spirale senza ritorno) e di breve respiro.

– un Parco Naturale è e deve restare tale;

– la sua finalità è quella di proteggere la biodiversità e gli ecosistemi;

– ogni e qualsiasi modificazione antropica e infrastrutturale determina un’alterazione permanente e irreversibile sia degli equilibri ecosistemici che dello sky line paesaggistico e la delusione delle aspettative di chi consapevolmente fruisce del Parco;

– attirare il cosiddetto ‘turismo ambientale’, riportare l’uomo in natura, non deve significare ‘semplificare’, banalizzare, volgarizzare i territori protetti, rendendo tutto ‘comodo’ e facile: non si deve volere un facsimile di città con soluzioni azzardate e pasticciate volte a garantire il ‘comfort’ e l’assenza di ‘disagi’ dovuti all’ambiente naturale;

– il turista va educato alla ‘diversità’ di approccio e di contesto; al rispetto, alla consapevolezza di sentirsi ospite e non padrone, alla presa d’atto che altre forme di vita animali e vegetali abitano e sono co-proprietarie di quei luoghi;

– i Piani di Castelluccio sono un Bene Comune, un Patrimonio dell’Umanità che non può sottostare a motivazioni privatistiche o eminentemente finalizzate alla monetizzazione

– la comunità di Castelluccio può trarre maggior beneficio economico e ritorno d’immagine, salvaguardando, come in larga parte ha fatto sinora, l’integrità naturalistica, ambientale, paesaggistica del proprio luogo di vita;

– il problema del “traffico a Castelluccio” è un problema mal posto in quanto, per le ragioni sopra esposte, lì le auto non dovrebbero proprio arrivarci, coerentemente alla sua natura di area fra le più pregiate e suggestive del Parco;

Il “posteggio” attuale
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Domande
– per quale ragione non v’è stata alcuna forma di partecipazione né di consultazione con le Associazioni Ambientaliste?

– Si sono valutati gli aspetti negativi che opere infrastrutturali permanenti possono determinare?

– Si è valutato che si sta optando per una visione turistica ‘mordi/fuggi/depreda’, concentrata in un periodo limitato e delicatissimo come quello della Fiorita dell’altipiano, ignorando la possibilità di valorizzare un territorio integro e selvaggio attraendo e fidelizzando flussi turistici importanti e consapevoli diluiti e costanti nell’intero arco dell’anno? Si è tenuto conto delle esigenze soprattutto del turismo europeo (inglesi, danesi, tedeschi,…) che predilige e frequenta questi luoghi in ogni stagione, proprio amandone e riconoscendone l’aspetto incontaminato, selvaggio, e le atmosfere magiche, ma anche del turismo scolastico, che è indirizzato all’educazione ambientale, e del turismo sportivo consapevole e regolamentato?

– E’ stata valutata la trasformazione inesorabile e progressiva del paesaggio e dei contenuti culturali che trasmette: da Parco Naturale si passa al Parco ‘a tema’ e poi al Luna Park, senza soluzione di continuità? Perché non si considera che l’appeal e la cifra attrattiva di questi luoghi sono l’atmosfera selvaggia, la solitudine, il silenzio, l’ampiezza degli spazi incontaminati?

– Si è tenuto conto che ‘lo spettacolo’, qui, è dato SOLO e SEMPLICEMENTE dalla Natura e dai suoi Elementi: Aria (non inquinata dagli scarichi delle auto e delle moto), Acqua (non contaminata dagli scarichi dei camper, o ‘rapinata’ a valle per progetti tanto inutili quanto faraonici), Terra (dai magici colori e dalla grande generosità produttiva), Fuoco (dei tramonti e delle albe che indorano i crinali delle montagne)? Si ha coscienza che se si perde tutto questo nei rumori, nei miasmi, nel consumo di suolo, nell’apertura di nuova viabilità, si frantuma, si banalizza e si spezza il senso profondo del Parco?

– Si è considerato che, nonostante sui Piani (zona A del Parco e Siti Natura 2000) insistano terreni proprietari privati e/o della Comunanza, ciò non significa che quest’area non sia soggetta a vincolanti e prescrittive leggi nazionali ed europee sulle aree protette?

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Richieste
– che i luoghi logisticamente deputati e già predisposti e in parte strutturati per ospitare parcheggi debbano essere presso le tre “forche” di accesso ai Piani: Forca di Presta, Forca di Gualdo/Monte Prata e Scentinelle, e che siano lì disponibili servizi di navette elettriche a disposizione dei turisti nei periodi di maggior afflusso;

– che i campeggi vengano realizzati a valle, in aree prive di impatti significativi;

– che il tema dell’ospitalità turistica venga risolto e ripensato, a Castelluccio e nei piccoli centri ricadenti nell’area d’influenza di cui trattasi, in termini di ‘albergo diffuso’, oltre che valorizzando le strutture già presenti.

La risposta del Ministero dell’Ambiente
Dodici giorni dopo la richiesta di informazioni ambientali inoltrate dalle associazioni ecologiste Mountain Wilderness Umbria e Grid (Gruppo d’intervento giuridico), il Ministero dell’Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare ha chiesto chiarimenti al Comune di Norcia, alla Regione Umbria e all’Ente Parco nazionale dei Monti Sibillini sui futuri parcheggi e area camper ai Piani di Castelluccio. In sintesi, il Ministero chiede se le autorizzazioni ambientali, ossia la procedura della valutazione di incidenza ambientale e il nullaosta dell’Ente Parco Nazionale, sono state effettivamente richiesti. Il che consente di valutare il nuovo piano di azione per la mobilità sostenibile, il cosiddetto detto Pams, in chiave di salvaguardia naturalistica e soprattutto di razionalità.

Stefano Deliperi, presidente del Gri, ha espresso soddisfazione per i tempi celeri della risposta: ““Le associazioni ecologiste Mountain Wilderness Umbria e Gruppo d’Intervento Giuridico onlus esprimono soddisfazione per il rapido intervento del Ministero dell’Ambiente ed auspicano uno sforzo congiunto di tutte le amministrazioni pubbliche competenti per evitare la perdita di naturalità di quel straordinario bene ambientale rappresentato dai Piani di Castelluccio”.

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La pervicace ricerca del destino – parte 1

La pervicace ricerca del destino – parte 1 (1-2)
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onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

Perché ancora un’intervista ad Alessandro Gogna? Quest’uomo ha fatto così tanto e ci ha comunicato così tanto, come forse pochi altri alpinisti, pochi altri intellettuali, in questi nostri tempi decadenti.

Ma da qualche anno, leggendo gli articoli quotidiani del suo Gogna Blog, ed anche rileggendo bene alcuni passaggi in suoi vecchi libri, compaiono qua e là alcune tematiche di ampio respiro, quasi estranee alla solita dialettica alpinistica; compaiono ricorrenti parole come Natura, Amore, Libertà, Arte, Mistero. Ho la sensazione che tutto il suo dire sia una maledetta metafora, tra materia e spirito.

Traspare l’elaborazione di una visione filosofica, ma ho come la sensazione che, malgrado le innumerevoli interviste e le sue numerose partecipazioni a convegni, malgrado l’impegno trasparente delle lotte ambientalistiche, ci sia nei suoi articoli ancora qualcosa di detto e non-detto, un pensiero ancora non chiaro a me. Per questo azzardo proponendogli questa intervista.

Il risultato è forse più sorprendente del previsto ed il lettore è invitato ad auto-assicurarsi con una sosta fatta a modo, perché poi i tiri intellettuali sotto sono belli esposti.

Bisogna legarsi, come Ulisse. Buona lettura.

Giorgio Robino
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PARTE 1 (l’azione sociale)
Le Guide Alpine, il Club Alpino Italiano, Mountain Wilderness, l’Osservatorio delle libertà, il Gogna Blog

Il mese scorso, giugno 2015, sei stato eletto nel Consiglio Direttivo 2015-2018 del Collegio Nazionale Guide Alpine [http://www.guidealpine.it/elezioni-del-consiglio-direttivo-2015-risultati.html]. Mi racconti della tua esperienza come Guida Alpina?
Ho fatto il corso di Aspirante Guida nel 1979/1980, poi nel 1983 ho fatto il Corso Guida e sono stato bocciato nello scialpinismo; avevo profonde incomprensioni con il direttore di allora, Gigi Mario, un monaco buddista zen… L’ambiente non mi piaceva. Così non ho insistito!

Dodici anni dopo nel 1995 ero in una situazione tra coloro che stanno sospesi, perché ero Aspirante Guida ma non ero iscritto all’albo. C’era una ristrutturazione burocratica a livello regionale. Quindi hanno fatto una specie di sanatoria e in Lombardia, con un corso di tre giorni… sono passato, fine (mentre ora fai una cinquantina di giorni per diventare Aspirante e altrettanti per diventare Guida). Allora c’erano 30/35 persone nelle mie stesse condizioni, abbiamo avuto la stessa fortuna! Dunque sono Guida Alpina dal 1995. Ogni 3 anni faccio un regolare aggiornamento, e il prossimo sarà nel 2016.

Gigi Mario (Engaku Taino)
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Avevi idea di fare la Guida Alpina come lavoro?
No, non ho mai avuto l’idea di praticare, nemmeno nel 1979, in cui uno poteva crederci… sapevo che non era la mia vita, però mi piaceva l’idea di diventare guida proprio perché pensavo che il mondo delle guide fosse più “vicino” all’evoluzione di quello dell’accademico del CAI (ero accademico dal 1972, ma diventando Aspirante guida Alpina, venni messo fuori). Vedevo il CAAI un po’ troppo paludato, in realtà i decenni posteriori mi hanno dato torto.

Ho voluto fare il corso perché credevo che le guide avessero più responsabilità, nel mondo dell’alpinismo, nel senso che intanto erano sicuramente più preparate degli accademici, non che gli accademici non siano preparati, però le guide sono in montagna tutti i giorni, portano la gente in giro, hanno delle responsabilità e sono in continuo contatto con il mondo alpino. Poi forse avevo una visione un po’ romantica, come Popi [http://www.banff.it/giuseppe-miotti-rinuncia-al-titolo-di-guida-alpina/], per cui volevo aiutare le guide alpine, che dovevano tirarsi fuori da un certo tipo di limbo!

Una volta erano quelli con la barba e la pipa… (e le guide erano “del CAI”!). Ma, negli anni ’80, cosa erano le Guide Alpine?

Negli anni successivi al 1995 ti sei candidato come rappresentante nel collegio nazionale delle Guide Alpine?
No, quest’anno è stata la prima volta. Non lo ho fatto prima un po’ per ritrosia, un po’ per non avere troppi impegni; adesso posso perché faccio meno cose essendo più anziano, vado meno in giro, ho l’impegno forte del blog, ma ora ci sta, mentre dieci anni fa non ce la avrei fatta per mancanza di tempo.

Poi c’era questa sensazione di non essere come loro. Loro fanno il mestiere quotidianamente, io no. Questo mi ha un po’ frenato, in passato.

Ora però vedendo quanto sia sentita questa storia della ri-valorizzazione della Guida Alpina, il fatto di essere dentro e interessarmi di questi temi mi ha convinto: cominciamo a entrare e “rompere i coglioni”, sulla questione dell’eliski, della comunicazione, di tutte le cose di cui abbiamo dibattuto per anni! L’ambiente è mediamente ostile, non dico che tutti sono ostili, c’è una buona parte che dice che ho ragione. E’ però una fazione nascosta…

Se ti racconto come è andata l’elezione, c’è da ridere: non si era mai visto che si venisse a creare un “partito”: c’erano 18 candidati per 15 da eleggere, ma potevi votarne solo 9. Questo da regolamento, ok.

Ma 11 di questi 18 (me escluso, io ero nei rimanenti 7) si sono riuniti in un partito e hanno fatto un unico programma elettorale. Nelle varie schede di ciascuno andavi a leggere il programma elettorale e vedevi che era uguale identico, dalla prima parola all’ultima. L’aveva scritto Cesare Cesa Bianchi e undici guide l’hanno preso per buono. Uguale, fotocopiato! Non è che sia illegale… ma così è un “partito”!

Non ragioni più con la tua testa. Avevo sempre visto le guide come un insieme di persone estremamente individualiste, teste dure… invece no! Ecco che le 11 persone sono state elette tutte e qualche altro è passato… io sono passato terzultimo su 15: avevo 156 voti su poco più di 500, cioè più di un quinto di voti. Devo dire che mi fa piacere… Risultati dello scrutinio: [https://votazioni.guidealpine.it/site/app/#/candidates].

Tra gli eletti leggo che c’è anche Ermanno Salvaterra, ne sono felice perché sono sicuro che anche lui è sicuramente d’accordo con le nostre lotte ambientali (per certo è contro l’eliski!) e mi dispiace invece che non sia stato eletto Stefano Michelazzi (Un futuro diverso per le guide alpine [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/17/un-futuro-diverso-per-le-guide-alpine/], Un buon programma elettorale [http://www.alessandrogogna.com/2015/04/14/un-buon-programma-elettorale/]). Qual è il tuo intento all’interno del collegio?
Io voglio semplicemente, da persona di buon senso, che la guida si liberi da questa visione, che si è anche auto-imposta, di “manager della montagna”.

Ermanno Salvaterra. Foto: Agh da girovagandoinmontagna.it
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Se vogliamo dire che ha la autorità di farlo, benissimo! In effetti nell’insieme è sicuramente il più preparato, su questo nessuno discute! Ma anzitutto deve accettare che nelle espressioni dell’accompagnamento in montagna di più basso grado ci siano anche altre figure, e questo in parte è stato fatto con la figura dell’accompagnatore di media montagna. Però ci sono regioni che non hanno questa figura e che ne hanno altre, ed è un casino, lì effettivamente bisogna mettere un po’ di ordine. Poi c’è il torrentismo dove ognuno fa il cazzo che vuole, poi c’è un abusivismo dilagante e ci sono gli istruttori del CAI che fanno casino anche loro… E questo riassetto è il compito di Cesa Bianchi, compito difficile che gli auguro di svolgere al meglio.

Invece, rispetto alla questione ambientale, manca una posizione chiara: la parola “ambiente” non è mai pronunciata, mai scritta nel manifesto elettorale di Cesa Bianchi!

A me invece interessa che la figura della guida, tramite un diverso approccio nei confronti dell’ambiente, sia recepita dal pubblico diversamente da come è recepita ora!

Per il resto… cosa vuoi, gli aspetti tecnici, la card europea da ottenere, il rinnovamento del nostro regolamento, i consigli disciplinari, la lotta all’abusivismo… sono compiti da svolgere e obiettivi da raggiungere, di certo anche difficili. Farò del mio meglio per appoggiare le risoluzioni più sensate. C’è il discorso degli albergatori che in Trentino possono accompagnare i clienti in giro. Queste sono cose da rivedere senz’altro! Non lo accettiamo come guide! E’ importante che ci facciamo sentire, è importante una comunicazione adeguata.

Queste sono cose che Cesa Bianchi e il suo vice (di recente nominato) Davide Anchieri sanno certamente fare… altrimenti non avremmo (e non avrei) votato Cesare! Va bene che era l’unico candidato… ma avrei potuto consegnare scheda bianca. E’ un peccato che non abbia pronunciato la parola “ambiente” nel suo programma. Per lui l’eliski va bene, gli impianti nuovi vanno bene… va tutto bene…

Sono lì per quello. Il resto è roba che sanno fare meglio di me, per non parlare dei materiali e delle tecniche. Io sono anziano, e lì c’è gente preparatissima! Vorrei discuterne solo a livello di comunicazione. Perché solo lì sono più preparato di loro.

Sono nel collegio per le lotte ambientali di cui scrivo da anni, per esempio per la questione l’eliski, ultimo ma non ultimo dei problemi. Vorrei che il collegio alzasse la testa e dicesse con orgoglio che le guide non hanno bisogno dell’eliski.

E’ una domanda retorica, ma te la faccio lo stesso: perché proprio la lotta contro l’eliski? Credo tu abbia detto in passato: “Anche fosse l’ultima delle battaglie, la dobbiamo fare!”. Perché?
Perché ci si “incista” su determinati punti simbolici, sapendo perfettamente che ci sono molti altre questioni rilevanti, il famoso “benaltrismo” non è che c’è a caso… è chiaro che ci sono altri punti, magari più importanti} anche stando solo in montagna. Se poi andiamo in pianura, nelle città, abbiamo dei problemi giganteschi, planetari!!

Però noi siamo qua a difendere una parte di questo mondo, che è la montagna, il mondo alpino, il mondo della quota, e qui capita di incistarsi su un punto preciso, come nelle guerre: in una guerra il fronte può essere di 700 km, ma poi la battaglia viene fatta in un punto preciso, magari quella di Waterloo; l’eliski è Waterloo! Ed occorre vincerla questa battaglia, non si può perderla!

E’ una roba che non può succedere domani o dopodomani, però è un punto nevralgico sul quale bisogna insistere, insistere e insistere… pur sapendo perfettamente che ci sono altri punti e ce ne sono tanti: le ferrate, le funivie, gli impianti sciistici, il tanto odiato traffico dei SUV (ma non sono solo i SUV che inquinano), ecc. Chi più ne ha più ne metta… questo lo sappiamo, ma ci sono punti simbolici in cui si sta combattendo la guerra!

Quale può essere la via di uscita? La via è quella dei francesi: vietare tutto [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/31/le-ragioni-del-no-eliski-non-sono-quelle-della-sicurezza/]: anzi, l’eliski deve essere una attività “non contemplata”, per cui chi la fa è fuori legge. Punto.

Non è soltanto una questione di ambiente, lo sappiamo e lo abbiamo detto ampiamente! E’ una questione di formazione e di cultura!

E questo il punto chiave che pochi sono in grado di comprendere… occorre che ci poniamo un limite, hai presente la pubblicità dell’Adidas: “live without limits”?

Perché il limite è essenziale per la libertà!

Senza il limite, che tu stesso ti poni, non c’è libertà, non è che la libertà sia fare il cazzo che vuoi! La libertà è agire nel rispetto dei propri limiti, quindi scegliendo quello che puoi fare. Perché fare il cazzo che ti pare è la libertà dei bambini, non è la libertà degli adulti, siamo nell’infanzia dove non c’è coscienza, non c’è responsabilità soprattutto. Invece il limite è la condizione “sine qua non” della libertà.

La lotta è questa.

Quindi il discorso culturale sull’eliski va a pennello: poniamoci questo limite, non facciamo volare apparecchi, né d’estate né d’inverno, per portare su gente, perché questo è aggressione all’ambiente prima di tutto ma, secondariamente e non meno importante, è una educazione sbagliata di approccio all’ambiente.

Nel lungo termine il limite però non deve essere il divieto; il mondo che vorrei è un mondo senza divieti, e questo mi rendo conto che ora è utopia, ma vorrei un mondo in cui i limiti ce li creiamo noi stessi, senza che ci vengano “imposti”: comprendiamo da soli che certe cose non vanno bene, e agiamo di conseguenza.

La nostra missione è questa: siamo noi, quelli che credono in questi valori, che dobbiamo “insegnare” il limite! Se l’insegnamento deve passare dal divieto, usiamo anche il divieto, ma mi auguro che prima o poi il divieto non sia più necessario.

Tra l’altro la maggior parte della gente neanche ci penserebbe all’eliski, se questo non venisse proposto e promosso. I “clienti” che lo fanno sono completamente “incoscienti”. Da un lato ci sono i turisti ricchi, per esempio il russo che arriva l’amante e legge in albergo ‘sta roba dell’eliski… “Vengo anch’io!”. “Sì, tu sì”. Poveri di spirito che con i soldi pensano di fare tutto, però se non gli fosse offerto, non ci penserebbero: o starebbero a letto con l’amante, oppure andrebbero a giocare a golf, oppure a cricket…

E a riguardo di quelle persone (anche locali) che si fanno portare in rifugio a fare la mangiata (ci sono casi innumerevoli)… ma la mangiata la puoi fare molto meglio se ci vai con le tue gambe, con gli sci, con le ciaspole, comunque con le tue gambe, e se vai a fare una mangiata in rifugio in elicottero, o con il gatto delle nevi o la motoslitta, sei un poveretto!

E così la montagna diventa un “non-luogo”, come tanti altri.

Rispetto al gruppo facebook “No Eliski Sulle Dolomiti” [https://www.facebook.com/noeliskisulledolomiti] che creai con amici e alla tua lotta continua sul Gogna Blog [http://www.banff.it/?s=eliski], e in generale rispetto alla necessità di un maggiore rispetto ambientale, ho la percezione che noi siamo una minoranza nella popolazione che frequenta la montagna.
Quale può essere una azione sociale per divulgare maggiormente la cultura ambientale?
Il Club Alpino Italiano potrebbe essere questo veicolo culturale?

Il CAI?! Ma tu le conosci le vicende del CAI Veneto, {proprio in relazione all’eliski} [http://www.banff.it/il-cai-veneto-dovrebbe-sconfessare-il-comune-di-calalzo/]? Non c’è speranza con certi dirigenti. La conosci la vicenda Doglioni [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/12/lamara-vicenda-doglioni-parte-1/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/13/lamara-vicenda-doglioni-parte-2/]?

La verità vera è che ci sono alcune sacche di malaffare all’interno del CAI.

Tu sei accademico del CAI?
Sì, sono accademico; il 10 ottobre 2014, nella riunione a Caprino Veronese, è stato votato che chi da accademico fosse diventato guida alpina possa essere riammesso come accademico: e io ho appena ricevuto la lettera ufficiale di riammissione.

C’è modo all’interno del CAI di fare valere quello che è scritto all’interno dello stesso Bidecalogo?
Sì, certo uno può lottare su questo, è una delle armi che abbiamo a disposizione! Il Bidecalogo [http://www.banff.it/?s=bidecalogo], malgrado i suoi piccoli difetti, nel complesso va bene! Si potrebbe migliorarlo (in alcuni punti tanto), ma può essere un buon punto di partenza.

Peccato che tutti ci si sciacquino con il Bidecalogo, prima di tutto certe sezioni del CAI, ma anche a livello di CAI centrale! C’è uno scollamento pauroso tra CAI centrale e le sezioni. E spesso c’è scollamento tra CAI centrale e le diverse commissioni (a loro volta suddivise in regionali).

Il CAI Centrale ha tentato negli anni scorsi di fare anche un po’ con il pugno di ferro, di metter insieme ‘ste cose, non riuscendoci; c’è stata la famosa assemblea di Soave [http://www.loscarpone.cai.it/news/items/il-convegno-di-soave-di-che-cosa-si-e-discusso.html], in cui venne fuori di tutto e il tentativo unificatore (peraltro mal condotto) naufragò.

C’è uno scollamento enorme, al punto in cui nello stesso Bidecalogo si dice: “Noi, CAI, siamo contrari alle competizioni”… bene, giusto! Poi dice “siamo consapevoli che molte sezioni organizzano eventi competitivi, per tradizione, ecc., e che non possiamo proibirli! Lo sconsigliamo ma siamo consapevoli che ci sono”.

Annibale Salsa
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Così vedi che c’è uno scollegamento tra il Bidecalogo e quello che è la pratica reale delle sezioni del CAI, che sono molto, molto autonome. In più aggiungi i gruppi regionali, pensa al CAI Veneto… non sono io a dire che lì c’è un andazzo quasi “mafioso”… però se c’è deve venire fuori! Un ente pubblico non può coprire nulla!

Per tornare alla tua domanda: sì, si può iniziare dal CAI e dal Bidecalogo!

Forse, un domani il CAI avesse ancora una presidenza come quella di Annibale Salsa, una persona degna… ma anche lui è stato sei anni presidente… non so quanto gli abbiano lasciato in effetti affrontare i problemi. Occorrono nuovi nomi, nuove volontà. In questo momento la guerra non può essere vinta e ci si dovrebbe limitare ad essere maggiormente preparati, con una base più forte dell’attuale.

Io li sto punzecchiando dal punto di vista delle scuole, del soccorso, ho riferito dello scandalo di Giuseppe Broggi [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/22/la-vicenda-broggi/] a Bolzano! Poi c’è Claudio Sartori, ingegnere, l’uomo che s’interessa dei 25 rifugi “ereditati” dalla guerra ’15-’18. E’ dell’8 luglio scorso l’accordo con la Provincia, proprietaria dei 25 rifugi, in base al quale CAI Alto Adige e AVS (Alpenverein Südtirol, il gruppo delle sezioni sudtirolesi di lingua tedesca) avranno la gestione. Ci sarà collaborazione o lotta? Speriamo che i 3,2 milioni di euro previsti per manutenzione e risanamento vengano spesi bene! Ora Sartori è anche presidente del CAI Alto Adige al posto di Broggi: e in un passato recentissimo lo stesso Sartori è stato anche il curatore tecnico, direttore dei lavori del famoso smantellamento del rifugio-albergo del passo Sella, di proprietà del CAI Bolzano, per la costruzione di un resort [http://www.banff.it/passo-sella-un-monumento-allanalfabetismo-paesaggistico/]. L’alberghetto per anni era stato lasciato andare… c’era già il disegno di smantellarlo per fare il resort?

Claudio Sartori (Presidente CAI Alto Adige) e Georg Simeoni (Presidente AVS), 8 luglio 2015
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Un resort! Non più un rifugio! Il resort del passo Sella oggi è realtà. La proprietà è rimasta al CAI Bolzano ma per decine di anni la gestione è e sarà di chi ha costruito e messo i quattrini… A Sartori l’Alto Adige (il quotidiano) ha fatto una domanda: “Ma lei non si è sentito in conflitto di interesse?”. La risposta sostanzialmente è stata: “Ma se lo sanno tutti, che conflitto di interesse è?”!

Finché nel CAI ci sono certi “amministratori grigi”, dirigenti cui della montagna interessa solo la parte “edificabile”, la nostra lotta lì dentro può essere solo perdente in partenza.

Ma bisogna andare avanti denunciando, denunciando e denunciando!

E’ uno scandalo che dopo aver acquisito prove inoppugnabili contro di lui, uno come Doglioni il CAI non lo denunci nemmeno! Il CAI è un ente pubblico e deve denunciare eventuali illeciti! E non l’ha fatto.

Tutto questo è molto grave!

La grandissima maggioranza di coloro che hanno posizioni dirigenziali nel CAI sono di certo persone degne, ma forse in qualche caso non sono adeguate; per esempio, Salsa è sicuramente una persona degna, ma non è bastato. Ci vogliono persone “adeguate”, cioè “sgamate”, che sanno cosa succede e intendono provvedere! Il rischio numero uno della persona degna è quello di tacere e di essere suo malgrado compartecipe dell’illecito.

E oggi non si può più dire “non lo sapevo, chi poteva immaginarlo…”, perché altrimenti si sarà anche degni, ma un po’ troppo ingenui! La situazione è estremamente grave sotto tutti i punti di vista.

Luca Gardelli
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Io non mi perdo d’animo perché so che c’è un sacco di gente che vuole combattere e migliorare, ma a combattere siamo una minoranza. Poi c’è un altro sacco di gente che oscilla, che non vuole crederci, ma che in qualche maniera potrebbe essere anche coinvolta nella ribellione… il “volontariato” non si spinge oltre un certo punto?

Pensa alla vicenda di Luca Gardelli [http://www.alessandrogogna.com/?s=gardelli]: il CNSAS è ora in gruppo di operai non pagato che va a pulire i muri?! Questa è veramente grossa! Questo volontario del soccorso alpino è stato “cacciato”, ma allora?

Anche Riccardo Innocenti è stato espulso ([http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/21/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/]). Vuoi che te la dice tutta? Se io fossi in loro, lì per lì potrebbe darmi fastidio di essere cacciato… ma alla fine dovrei esserne contento!

Perché è importante non far parte di un gruppo del genere, e poter dire: “Se un giorno sarete presi con le mani nel sacco, e prima o poi accadrà, io ne sono fuori!”.

Riccardo Innocenti
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Bisogna fare in modo che questi disastri vengano alla luce.

Quindi, se nella posizione direttiva del CAI ci sono persone che insabbiano… allora è per questo motivo che in questo momento il CAI è una macchina ferma, che non parte! E non decolla perché qualcuno ha il freno a mano tirato! Bisogna eliminare certi personaggi, facendo una guerra a ognuno, e fare spazio a una nuova generazione {dirigenziale} più pulita… perché questa è “CAI-opoli”!

C’è stata tangentopoli e ci sarà CAI-opoli!

Tu sei stato uno dei fondatori del movimento Mountain Wilderness. Cosa succede oggi in quella associazione? Quali sono risultati ad oggi raggiunti? Hai mai partecipato ai movimenti ambientalistici dei partiti politici e cosa fa la politica rispetto all’ambientalismo?
Nel novembre 1987 c’è stata la fondazione di Mountain Wilderness International, sponsor la fondazione Sella: a Biella c’era gente da tutto il mondo, e abbiamo redatto le tesi di Biella, creato uno statuto e fondato questa associazione, con 21 garanti internazionali [http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=424]. Per un anno c’è stata la sola associazione internazionale, poi sono nate le associazioni nazionali: la francese e poi l’italiana nell’88, poi tante altre.

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Credo ancora di fare, nel 2015, una lotta ambientalistica e nel blog do ampio spazio alle tematiche che sono care a Mountain Wilderness.

E’ vero che sono ancora garante dell’associazione internazionale e sono sempre stato riconfermato nelle elezioni che avvengono ogni qualche anno, ma dal 1992, per motivi di “bassa bega” ho perso fiducia nell’associazionismo e ho giurato di non fare mai più parte di nessuna associazione (concetto generale) perché le teste di cazzo per un anno o due ti lodano, poi purtroppo ti invidiano, ti usano, e francamente dopo qualche mese di sordido assillo ho detto basta e ho dato le dimissioni da segretario di Mountain Wilderness Italia. E’ stata una vicenda antipatica, personale, nella quale mi sono sentito umiliato e quindi ho chiuso. Sono rimasto garante della associazione internazionale.

Sui contenuti senz’altro la lotta di MW è giusta, poi sui sistemi si può discutere… ma preferisco affiancare la mia azione senza guardare quella degli altri: sono “libero battitore” e non giudico, l’associazionismo non mi interessa. Negli anni ‘90 sì che era forte! Il WWF aveva 500.000 soci. Oggi se li sognano.

L’uomo è ancora imperfetto per associarsi per qualche motivo ideale. Sono scettico.

Poi, non ho mai fatto parte di associazioni ambientali di tipo politico come per esempio Lega Ambiente, che era legata alla sinistra. Ora non conosco nemmeno più gli attuali dirigenti. Non mi piaceva il modo in cui lavoravano che era troppo politicizzato.

Alex Langer
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E quanto ai Verdi: ho partecipato con entusiasmo alla rifondazione dei Verdi. Dopo la morte di Alexander Langer nel 1995 c’è stato un momento di grande disorganizzazione. Era la fine del 1999, andai all’assemblea a Città di Castello. In un clima di grande ottimismo fu eletta una gran degna persona, Grazia Francescato, già presidente del WWF: fu un vero plebiscito. Tutti contenti, ma dopo sei mesi sono ricominciati i loro casini interni, per poi andare a finire con gente come Alfonso Pecoraro Scanio… e poi basta!

Anche qui in regione Lombardia c’era gente che qualche idea ce l’aveva… ma poi alla fine la logica della poltrona ti adegua, spettatore battuto, alla greppia generale.

Ed il lavoro con l’Osservatorio delle libertà? Lo segui tu il sito web [http://osservatorioliberta.it/]?
Sì. Io sono portavoce, nominato, ma di fatto l’osservatorio “non esiste”! Le persone cui può importare qualcosa sono pochissime. Io ho denunciato il fatto che l’osservatorio deve nascere veramente, con il coinvolgimento di avvocati e giudici, ed in parte ci sono riuscito, ma la partecipazione è talmente rarefatta che occorre ammettere, con deprimente sincerità, che l’osservatorio non esiste.

Carlo Zanantoni
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La causa è in parte il fatto che non abbiamo voluto essere servi del CAI, non abbiamo voluto essere né commissione, né gruppo di lavoro, né “niente”, abbiamo chiesto l’appoggio del CAI senza essere istituzionalmente nulla, ma così diventa difficile che il CAI possa darti una mano. Magari il prossimo anno potremo andare a parlare con il nuovo presidente, ora sarebbe tempo perso.

Carlo Bonardi
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Attualmente nell’osservatorio ci sono: l’amico Alberto Rampini, presidente attuale dell’Accademico che ha sostituito Giacomo Stefani, e poi ci sono il buon Carlo Zanantoni e l’avvocato Carlo Bonardi, accademico, entrambi hanno dato molto all’osservatorio della libertà. Poi ci sono un po’ di avvocati e due giudici che collaborano saltuariamente.

Vorrei ora tener duro per un anno e poi andare a parlare seriamente con il nuovo presidente del CAI, che non so chi sarà; se fosse Vincenzo Torti, persona eccezionale, anche lui avvocato, allora sarebbe perfetto! Perché è il presidente che orienta… e se il presidente è orientato in altra direzione… allora non succede nulla! Vorrei qui precisare che non incolpo Umberto Martini, perché di fatto noi dell’Osservatorio non siamo stati precisi con lui… non volevamo essere commissione, non volevamo essere questo e quello… Martini è stato fin troppo accondiscendente!

Alberto Rampini
Vetta della Torre di Pietramurata. Foto di Alberto Rampini, 7.10.2012. A. Rampini, M. Furlani, A. Gogna. S. Michelazzi, A. Calamai

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Il Gogna blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]: com’è che hai maturato l’idea di realizzare un blog rispetto a quello che facevi prima, come editore, come autore di libri? Il blog è preambolo di un ulteriore progetto futuro? E qual è la tua idea di comunicazione attraverso internet e i social network?
Partiamo dal libro come espressione di produzione intellettuale non superficiale. Prendiamo un libro di contenuti, un saggio: in genere c’è spazio per non essere superficiali!

Nella mia vita sono sempre stato contrario alla superficialità, e questo deriva dalla mia formazione, dal mio carattere, dal mio segno zodiacale… sono sempre stato un introverso, un introspettivo, che trovava modo di esprimersi praticamente solo attraverso un’espressione comunicativa: il libro!

Non che non fossi in grado di scrivere un articolo, ma il libro è quello che mi faceva gioire. L’articolo l’ho scrivevo un po’ per commissione, o per soldi. Ma lì la mia introversione non mi permetteva di esprimermi, mentre in un libro ciò era possibile.

Questa tendenza si è modificata nel tempo, fa parte del processo di “individuazione” psicologica di qualunque persona; in parte “volevo” questo e nella ricerca della felicità c’era da fare il “passaggio”: riuscire ad accettare che l’uomo possa essere anche “superficiale” e, anzi, che a volte lo debba essere.

Cosa intendi quando dici: “essere anche superficiale”?
Accettare di essere “superficiale” significa dare il passaporto di ufficialità, di benevolenza, e di benvenuto anche, a tutte quelle manifestazioni che nella vita ci sono. Non mi erano estranee, ma io le tenevo nel limbo: il divertimento, l’essere “leggero”, fare un “ceto” (gossip)… cosa che odiavo in passato, il parlare dietro le persone!

Ora sono più aperto. Ed in questo processo, che è durato decenni, ovviamente il libro ha continuato ad essere importante, per esempio quando ho scritto la collana de “I grandi spazi delle Alpi” [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/19/i-grandi-spazi-delle-alpi/], ma anche dopo, quando mi sono occupato di Severino Casara [http://www.priulieverlucca.it/catalogo/scheda/La-verit-obliqua-di-Severino-Casara/97], o quando ho messo mano alla “Pietra dei Sogni”.

Il libro è rimasto, come impegno e come momento di maggior gioia di produzione, ma nello stesso tempo mi aprivo anche ad altre forme di comunicazione. Per esempio, quando ho redatto il numero speciale di Alp sul Cervino, collaborando con la redazione. Questa cosa mi è piaciuta, poi cosa è successo? il libro, le riviste, la stampa cartacea… è crollato tutto il mondo editoriale!

Fino a metà degli anni 2000 ero contrario ai social network, anzi, ero assolutamente contrario, nel modo più totale, ritenendolo il massimo della superficialità! Vade retro!

Poi ho avuto l’occasione di pensare a un blog per banff.it, il Gogna Blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]! Io non sopportavo i blog, i forum, i “Fuorivia”, ecc., poi mi si è presentata l’occasione nel 2013 di fare davvero un blog io stesso: e allora ho cambiato idea; in seguito ho capito che per diffondere maggiormente i contenuti del blog occorreva usare anche Facebook (dall’agosto del 2014), riconoscendo che quel mezzo ha i suoi i limiti di qualità, ma dal punto di vista della diffusione è imbattibile.

La mia formazione di “librifero” (creatore di libri), mi ha condizionato… e non voglio dare la dose informativa quotidiana come fanno la maggior parte dei siti, tutto in una paginetta con due foto. No. Non voglio fare questo!

Ogni giorno voglio pubblicare un contenuto “non-superficiale”! Io non ho budget da rispettare, capi che controllano il mio lavoro, sono assolutamente libero! Dunque il blog è uno strumento nel quale credo molto, e l’utilizzo di facebook è utilitaristico, mi serve per avere il polso della situazione, dove è semplice vedere le interazioni, piuttosto che utilizzare Google Analytics.

Cosa farò da grande con il Blog?

Vorrei che i lettori aumentassero e vorrei che diventasse un punto di riferimento. Se un giorno avrò una redazione (non lo voglio, ma non lo escludo), magari si potrebbe fare anche un lavoro di cronaca quotidiana ed allora sì, potrebbe esserci una concorrenza con planetmountain e montagna.tv, ma al momento non se ne parla.

Certo, vorrei raggiungere il più grande numero di lettori e queste sono ambizioni di qualunque blogger… ma su una cosa ribadisco una diversità: la mia cultura è diversa, ho accettato questo nuovo modo, forse superficiale, di comunicazione (ora che la carta è finita) dalla quale siamo subissati (internet). Ma il prossimo passo è che la comunicazione sia di qualità e per questo occorre proporre dei contenuti che non siano superficiali.

(continua)

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Una voce in disaccordo

Una voce in disaccordo
(le mie ragioni per non essere d’accordo con Gogna & C., in ordine sparso su Eliski, Reality, Funivia Skyway)
di Roberto Rossi (dal suo sito http://www.mountain-passion.com/)

Nell’ultimo mese sono usciti alcuni articoli sul Gogna Blog che, a mio avviso, meritano un approfondimento e delle riflessioni serie e coscienziose, senza che finiscano in “caciara” nel giro di pochi commenti e relativi commenti ai commenti, come avviene sui social.

La premessa, dovuta, è che tutti noi Alpinisti, Guide, frequentatori di Montagna, amanti della natura, dei suoi spazi e della sua grandiosità siamo degli ambientalisti; tutti siamo contro il super consumismo, contro l’inquinamento, contro le funivie, contro l’eliski… ma poi c’è una cosa che si chiama “vita di tutti i giorni”.

Roberto Rossi
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1) Eliski. Mi sono arrabbiato molto con te, Alessandro, per il modo con il quale hai espresso la tua opinione contro l’eliski attaccando la posizione dichiarata dal Presidente delle Guide Alpine Italiane Cesare Cesa Bianchi. L’ho definita una meschinità e lo ribadisco.
Ribadisco il fatto che siamo tutti contro l’eliski, ma è molto facile attaccare tale attività, soprattutto per uno con la tua influenza e il tuo carisma senza entrare realmente nel merito…

Ecco qui alcune riflessioni.
In Valle d’Aosta l’eliski è regolamentato da una legge regionale che ne fissa periodo-orari-punti d’atterraggio. In Valgrisenche, il “Canada italiano”, lavorano circa sei-otto Guide per parecchie giornate; lavorano due alberghi con personale che fa la stagione, lavorano i bar e gli esercizi commerciali. Lavorano i piloti e i tecnici. Tutte persone che hanno famiglia, figli e una vita. Idem nelle altre valli. Ben inteso poi che ci sono tante altre attività che le Guide svolgono in inverno; dallo scialpinismo al fuoripista passando per le cascate di ghiaccio e le ciaspolate.

Le ditte di elicotteri si aggiudicano l’appalto per l’eliski nelle differenti valli fornendo al Comune di riferimento una cospicua cifra (migliaia di Euro) o l’equivalente in ore di volo.
Soldi e tempo che vengono reinvestiti sul territorio; in Valgrisenche ad esempio, tutte le falesie (nuove e risistemazione) vengono finanziate con i soldi provenienti dall’eliski; i comuni mettono a disposizione ore-volo per la pulizia e la manutenzione dei bivacchi; o per la sostituzione delle corde fisse sul Cervino, ad esempio. Il Comune di Valtournenche ha stanziato quest’anno 45.000 Euro per l’attività Io in Montagna con le Guide del Cervino, in cui bambini di età compresa dai 6 ai 14 andavano in giro con le Guide ad arrampicare, su ghiacciaio, su vie ferrate, a dormire nei rifugi, a conoscere il proprio territorio, avvicinandosi in maniera consapevole al meraviglioso mondo della Montagna.

In virtù delle cose da me elencate ti inviterei quindi a una riflessione profonda e ad andarci molto cauto nell’essere contro l’eliski in maniera così feroce. Io, pur essendolo in linea di massima, non me la sentirei proprio.

Infine, caro Alessandro, ti ho anche accusato di poca coerenza; deriva dal fatto che se sei contro l’uso degli elicotteri, non presenti un alpinista come Hervé Barmasse durante una serata a Milano o a Cervinia per i 150 anni del Cervino con grandi pacche sulle spalle, tarallucci e vino; perché Hervé, durante l’apertura delle sue improbabili vie sul Cervino, è stato spesso seguito da elicotteri per reportage fotografici. Ma si sa, io sono polemico ed estremista, e purtroppo ho anche tanta memoria!

Ma non è finita! L’attività in questione è paragonabile anche a quella dei gommoni o delle barche che accompagnano i turisti nelle varie calette tra Cala Gonone e Goloritzé, in Sardegna, ad esempio; calette che possono essere raggiunte anche dall’interno, camminando qualche oretta. Attività, però, che fa vivere la gente del posto e che non ho mai sentito criticare aspramente.

Milano Montagna, ottobre 2014: Hervé Barmasse presentato da Alessandro Gogna alla Statale
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2) Reality Monte Bianco. Avendoci partecipato credo di poter dire la mia con cognizione di causa.
Sarà un reality, o meglio un “adventure game”; quindi, per definizione, non una trasmissione a carattere prettamente culturale! Altrimenti sarebbe stato un documentario stile Quark. Non nascondo inoltre che, personalmente, ho tentennato molto prima di firmare il contratto, chiedendo garanzie alla produzione circa la serietà del programma e sui messaggi da esso proposti (garanzie che magari verranno disattese); durante lo svolgimento dello stesso ho criticato aspramente molte delle scelte degli autori e dei produttori, scelte che mi hanno creato imbarazzo personale e di cui probabilmente non andrò particolarmente fiero (ma che non posso qui elencare perchè sotto contratto fino al 31/01/2016).

Ma ecco i paladini della Montagna (Mountain Wilderness, CAI, ecc.) intervenire ergendosi a oracoli e parlando di etica della Montagna, di rispetto per i sentimenti di chi ha fatto, sulle Montagne incontaminate, investimenti affettivi e morali, ecc.

Ma anche se avessimo fatto a gara a chi riusciva a resistere di più nudo sotto la neve o a chi fosse riuscito a pisciare più lontano da una cima… che problema c’è? Di quale cultura e rispetto della Montagna state parlando?

E’ forse cultura quella del CAI in cui un ragazzino appena ventenne (forte arrampicatore di falesia) viene promosso ad aiuto istruttore senza nessuna esperienza di vie in Montagna e, lasciato in balia della stessa, combina un pasticcio durante una corda doppia e causa un incidente (fortunatamente non gravissimo) alla sua “allieva”?

E’ forse cultura di Montagna quella in cui, durante un corso d’alpinismo, tre cordate si trovano in fila indiana sulla Nord del Gran Paradiso, la prima scivola, investendo la seconda che si ferma grazie alla vite da ghiaccio messa dalla terza cordata, formando un estetico grappolo nel bel mezzo di uno scivolo bianco?

E’ forse cultura di Montagna andare sul Breithorn con il casco e i nodi a palla (che poi non sono nodi a palla ma semplici asole…)?
Sono forse cultura di Montagna le gare di scialpinismo dove noi Guide spesso attrezziamo i percorsi scalinando e mettendo corde fisse (con l’aiuto degli elicotteri, ovvio!) oppure i trail che tanto vanno di moda oggigiorno?

Lodovico Marchisio, presidente della Commissione TAM Piemonte e Valle d’Aosta, parla di rispetto dell’ambiente Montano; forse dimentica che sua figlia Stella, campionessa di boulder, ha passato gran parte della sua vita a spazzolare via muschi e licheni dai massi per poi poter arrampicarci sopra; chissà se ha causato più danno lei all’ecosistema distruggendo licheni la cui crescita è spesso di 1mm/anno oppure il sottoscritto a lavarsi in un torrente (senza shampoo, bien sur!) durante un reality! Oppure se il Professor Lovari, ordinario di Scienze Ambientali e Fauna all’Università di Siena (e con il quale iniziai la tesi di laurea) ha infastidito di più i camosci e gli stambecchi che ha seguito, radio-collarandoli, nella sua lunga carriera, piuttosto che le Guide che fanno eliski! (Lovari è uno dei firmatari del documento di Mountain Wilderness contro Skyway e Reality).

Questi esempi beceri e stupidi, che ho volutamente portato per abbassarmi al livello delle vostre critiche, vogliono solamente essere da monito su come sia estremamente facile alzare il ditino e puntarlo contro chicchessia (lungi da me criticare e scagliare la prima pietra); ce n’è per tutti, sempre e comunque.

Ora cerchiamo di vedere le cose positive di questo reality. Per la prima volta non si parla di tragedie ma si vive la montagna in maniera leggera. Sicuramente stupida ma leggera. Magari molta gente, vedendo le immagini mozzafiato che verranno riprodotte, verrà incuriosita dalla Montagna; magari se ne appassionerà; forse inizierà a frequentarla, avendo voglia di conoscerla e scoprirla, con un atteggiamento rispettoso. Magari si iscriverà ad un corso CAI, magari ingaggerà una Guida Alpina per una via ferrata o una semplice passeggiata su ghiacciaio. Nel giro di pochi anni magari diventerà un alpinista provetto. Probabilmente comprerà dell’attrezzatura specifica. Di sicuro acquisterà prodotti tipici… Tutto questo è uguale a turismo ecosostenibile. Starà a noi indirizzarlo nel rispetto dell’ambiente montano e delle sue tradizioni. Vi ricordo che quando Luna Rossa vinceva le gare, tutti in Italia erano diventati velisti… ma nessuno si è mai perso per mare o ha iniziato ad inquinarlo in maniera sistematica!

Roberto Rossi
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3) Skyway, la nuova Funivia di Punta Helbronner, Monte Bianco.
Su questo argomento valgono molte delle considerazioni fatte per il Reality, a cui ne aggiungo altre…

La vecchia funivia era da sostituire, erano oramai scaduti i termini. E’ stata realizzata un’opera grandiosa per la costruzione e all’interno della quale lavorano molte persone, cosa non da poco in questo periodo di crisi. Probabilmente porterà gente e quindi turismo. Chissenefrega se in infradito. Valgono tutte le considerazioni che ho scritto sopra per il reality, non voglio ripetermi.

La Svizzera è il paese che fa i maggiori scempi in Montagna; cime smantellate, ghiacciai modificati, treni che attraversano montagne…. Eppure è portata ad esempio per la bellezza dei suoi paesaggi, per la pulizia, per l’ordine. E’ all’avanguardia per il Turismo e le sue strutture. Possibile che noi in Italia, con le bellezze paesaggistiche che abbiamo (le più belle al mondo), non vogliamo cercare di seguire lo stesso esempio, magari con il nuovo collegamento Cervinia-Ayas che creerebbe il più grande comprensorio sciistico al mondo (e posti di lavoro!)? E magari facendo poi diventare una realtà come Cervinia totalmente pedonale, come fatto a Zermatt… chi lo sa!

A mente fredda e avendoci riflettuto molto, mi stupisce il fatto che tu, Alessandro, voglia proporre all’interno della categoria delle Guide Alpine due referendum circa eliski e collegamento Cervinia-Ayas; mi sembra totalmente fuori luogo! Immagina un po’ se la stessa cosa, (il referendum per il collegamento) venisse proposta all’interno dell’ordine dei Geologi, ad esempio. Che ridere! All’interno del consiglio direttivo del CONAGAI si discuteranno problematiche relative alla professione delle Guide Alpine come ad esempio stipula di assicurazioni, lotta all’abusivismo, nuove figure professionali, aggiornamenti, testi tecnici, comunicazione, esenzione IVA, equiparazione professioni a livello europeo… Ed è per questo che ti ho chiesto (in maniera provocatoria) perché ti sei candidato al Direttivo pur non facendo la Guida! Perché in quella sede si affronteranno questi temi e non quelli legati a una nuova funivia o a un collegamento; argomento su cui ognuno di noi avrà una sua precisa e ben definita idea, espressione del proprio modo di pensare, della propria cultura e del proprio libero arbitrio.

Rispettare l’ambiente non vuol dire non costruire, non evolvere, non ammodernare e/o ingrandire. Vuol dire farlo con un senso logico e di rispetto. E’ un dovere che abbiamo verso noi e verso le generazioni future. Vuol dire anche pensare a creare posti di lavoro e a incrementare un lavoro pulito e consapevole. Vuol dire combattere quotidianamente gli sprechi, non cambiare ogni tre giorni il cellulare, spegnere la luce quando si esce, privilegiare un’auto che consuma poco rispetto a un suv da 180 cavalli, combattere la TAV perché lì sì che c’è vera speculazione… e via discorrendo… Sobrietà, che non è austerità, per citare Mujica.

Caro Alessandro, cari vertici del CAI, cara MW, voi guardate al “macro” ma avete perso di vista il “micro”, il quotidiano; la vostra generazioni di sessanta e settantenni è stata la generazione (magari non voi direttamente, ma la vostra epoca) della Milano da bere, delle speculazioni edilizie, del super consumismo, del grande nero, del “tutti in pensione con 20 anni di contributi”. In una parola siete stati la generazione che ha reso necessaria la cultura del superfluo. Questa è stata la vostra grande responsabilità e colpa. Ed è per questo che io, da voi, non accetto sermoni né prediche; consigli sì, tutti quelli che volete. Ma senza il ditino alzato.

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Non solo croci

Il 15 giugno 2015 è apparsa su Mountlive.com un’intervista a Luigi Casanova. Il tema? Croci e altre strutture sulle vette delle nostre montagne.

Avevamo già affrontato il tema nel nostro post del 27 maggio 2015 Infrastrutture e croci sulle vette. Dato l’interesse riscontrato dai commenti e in ambito facebook, riteniamo di dover affrontare ancora una volta questo argomento.

 

Mountain Wilderness: “Croci sulle montagne, la politica non interviene”
Intervista a Luigi Casanova, consigliere nazionale e portavoce del movimento ambientalista internazionale Mountain Wilderness, in merito alla questioni delle croci ed altre infrastrutture sulle vette delle montagne italiane. Il movimento nel 2011 ha avviato tale battaglia affinché si giungesse ad una regolamentazione in materia per evitare il proliferare selvaggio di tali simboli sulle alture…
(pubblicato e ripreso da http://www.mountlive.com/mountain-wilderness-croci-sulle-montagne-la-politica-non-interviene/)

Luigi Casanova
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Sono trascorsi all’incirca quattro anni da quando Mountain Wilderness ha imbracciato la battaglia contro l’installazione di croci e altre infrastrutture su vette e creste delle montagne italiane. Ad oggi ci sono stati riscontri a livello amministrativo e legislativo a partire da Governo, Regioni e Comuni?
Il nostro documento è rimasto totalmente inevaso, sia nel profilo istituzionale dei Comuni che nell’ambito dello Stato. Ormai da troppo tempo la politica non dedica più attenzioni alla montagna, se non sotto il profilo clientelare.

Qual è stata la presa di posizione della Chiesa?
Gli alti vertici della chiesa condividono la nostra posizione. Non tanto l’aspetto della montagna libera da ogni segno, ma almeno di moderare l’imposizione, la grandezza del simbolo religioso. Altri settori della chiesa ritengono invece giusto imporre alle vette simboli sempre più alti, più visibili, illuminati. E’ in corso un debole dibattito: non si è ancora capito che chi porta in vetta croci enormi non lo fa perché credente, ma perché vuole imporre un suo segno privato, sia questo singolo o riferito ad una associazione o al mondo politico accondiscendente perché pensa solo al ritorno in termini elettorali.

Ovviamente nel documento sottoscritto da MW e dalle altre associazioni si parla non solo di simboli religiosi ma anche di strutture portatrici di messaggi storici ed artistici. Qual è la vostra posizione in merito a ciò?
Mountain Wilderness ritiene che le montagne debbano rimanere libere da ogni infrastruttura (esclusi bivacchi, rifugi, minima viabilità di accesso e di servizio). Il bisogno dell’uomo di ricordare, evidenziare una sua identità, un passaggio storico, sportivo, culturale, artistico, religioso può trovare soluzione su un passo alpino, in abitati di montagna, ovunque l’antropizzazione si manifesti e sia collegata al vivere la montagna. Le attività come l’escursionismo o l’arrampicare, devono offrirci invece spazi di libertà, di lettura della montagna, specificatamente personale, il meno indirizzati possibile.

Il cantiere sulla Punta Helbronner
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Sulle vette spiccano anche infrastrutture per la produzione di energia e per la trasmissione via etere: qui il discorso è sicuramente diverso è più complesso; come bisognerebbe intervenire in tale ambito?
Per quanto riguarda l’energia (penso all’eolico), le montagne, le creste, devono rimanere assolutamente libere da ogni infrastruttura produttiva. Questo riguarda anche gli arrivi delle funivie. Pensiamo alla Tofana, alla Marmolada, alla imposizione di musei come avvenuto su Monte Rite o recentemente a Plan de Corones, o Punta Helbronner. Riguardo la trasmissione via etere ci si può accontentare di essere meno invasivi: oggi la tecnologia ci aiuta a ridurre l’impatto visivo di queste strutture.

Simboli di vario genere, dopo richiesta da parte anche di singoli o di associazioni, vengono installati anche su aree tutelate da disposizioni nazionali e internazionali, come parchi naturali e riserve. Come è possibile ciò?
Una risposta purtroppo banale e dolorosa. Siamo in Italia e nel nostro Paese non esiste la certezza del diritto e delle norme.

Il dinosauro in vetta al Pelmo
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All’estero è disciplinato e come tali installazioni?
All’estero i Parchi vengono rispettati nel modo più assoluto. Sulle montagne in genere si cerca di essere sobri, di evitare impatti paesaggistici esasperati. Ma questo non vale ovunque: ad esempio in Svizzera o in Austria si continuano ad imporre sfregi dei più stravaganti, specialmente quando si tratta di opere pubbliche. Ed anche croci abnormi, siamo arrivati a 36 metri di altezza e dentro la croce vi è un ascensore che porta ad una terrazza panoramica. Si tratta di religiosità? O di mercato?

Tornando in ambito nazionale, da chi sono arrivati i maggiori attacchi alla vostra battaglia? E perché?
In Italia vi è una grande parte del mondo cattolico ancora integralista. A loro modo di vedere in presenza della loro religione si deve concedere tutto ed impongono la loro appartenenza religiosa. Molte volte sono le stesse persone che poi impediscono ad altre religioni di manifestare il loro pensiero. Proviamo a pensare a cosa verrebbero ridotte le montagne del mondo se ogni credo religioso, diffuso o minoritario, pretendesse di portare sulle vette i suoi simboli. Si deve lavorare sulla cultura del rispetto e dire a questi signori che se seguono il dettato del Vangelo o il messaggio di Papa Francesco hanno diritto di libertà di pensiero anche i non credenti o chi si rivolge ad altre ideologie religiose. Chi rispetta la vita umana, la natura, il pensiero diverso va accolto nella famiglia umana e della vita intera.

A livello etico, possiamo dire che vi è un voler attaccarsi a una simbologia materiale in un ambito, quale è la montagna, ricco di introspezione e di per sé già simbolico dove non vi è bisogno di tali strutture?
Certo, questo è il passaggio primordiale. In ogni epoca storica le diverse religioni si sono impossessate delle cime, o di luoghi particolarmente suggestivi, generalmente posti su alture. Non sono però poche le religioni che hanno portato rispetto verso la montagna, che hanno letto la montagna come luogo sacro di per sé. Io direi che dobbiamo imparare da queste religioni percorsi diversi nell’accostarci e nel vivere, pensare, respirare la montagna.

Il Messner Mountain Museum in vetta al Monte Rite. Foto: Georg Tappeiner
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Il caso più vistoso è il dinosauro installato sul Pelmo, o vi sono altri casi da segnalare?
Il dinosauro sul Pelmo è stato un gesto goliardico e basato sul narcisismo. Per fortuna le condizioni meteo demoliscono il legno. Sul Pelmo si voleva fare di peggio. Speriamo che i diretti interessati rispettino chi la montagna la vuole libera da ogni imposizione: ad oggi in una grotta gli stessi personaggi del dinosauro hanno lasciato scritte e segni irricevibili, imposti dalla cultura dell’apparire, quindi dal nulla, tipica di quest’epoca storica. Se qualcuno conosce altri esempi simili lo preghiamo di metterci a conoscenza dei fatti.

Al di là dei simboli religiosi, invece, da alcuni le strutture artistiche, storiche o fantastiche sono giudicate a mo’ di personalismi e morbosità mentre da altri soprattutto e semplicemente quali ricordi di eventi significativi per quelle terre…
Ho esposto sopra il mio pensiero. La storia, specialmente quando dolorosa, invece va ricordata, anche simbolicamente. Penso al recupero di alcune trincee della guerra, ad alcuni percorsi, a tracce di storia che hanno portato a modifiche di confini, a lavori specifici oggi perduti. Quanto riporta alla luce storia, identità di un luogo, il sacrificio dell’uomo è bene venga ricordato anche con infrastrutture. Ovviamente modeste, rispettose del paesaggio e specialmente della verità storica. Un esempio negativo? Il rifacimento dei forti e delle trincee su Monte Zugna (2013 – Trentino), o ancora la rivisitazione dei forti di Monte Rite (2001 -2002).

Quali sono, in ordine di tempo, le ultime infrastrutture installate sulle vette italiane?
Ci è impossibile fare un elenco preciso. Segnaliamo solo l’ultimo oltraggio imposto al Monte Bianco: la nuova stazione di arrivo a Punta Helbronner e relativo ristorante.

In cantiere ve ne sono altre quali le settanta croci richieste dagli Schützen di Tirolo, Alto Adige e Trentino da installare lungo l’arco alpino in ricordo di chi morì combattendo per l’Italia. In merito vi sono un po’ di polemiche, qual è l’attuale situazione? Mountain Wilderness ha preso posizione a tal riguardo?
Su questo aspetto è intervenuta Mountain Wilderness, ma analoghe prese di posizione sono state sostenute dagli alpini, dal CAI e dalla SAT trentina. Al di là della croce quello che più offende in questa operazione è che gli Schützen vogliono ricordare solo i morti dalla parte austriaca. Coltivano ancora il confine, la separazione. Non poteva essere inventato un modo più offensivo nel ricordare la croce del Cristo che è morto in nome di tutta l’umanità. Per chi vi crede nella religione cristiana, Cristo, nel suo sacrificio, si è assunto tutti i peccati della storia umana, passati e futuri e mai si è sognato di soppesare questi peccati se commessi da un criminale, in guerra, o in oltraggi minori. Dalla fine della 1a guerra mondiale è passato un secolo, abbiamo assistito a innumerevoli genocidi, ma sembra che l’uomo non sia in grado di imparare nulla, né nel rispetto verso i suoi simili, né verso la natura.

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Da un vecchio Stélvio a un nuovo PEACE

Da un vecchio Stélvio a un nuovo PEACE
a cura di Mountain Wilderness

Se si guarda all’attuale degrado del Parco nazionale dello Stélvio non si può pensare a un recupero di idee ormai morte e sepolte. Occorre guardare al futuro, pensare a un parco che consolidi la conservazione e promuova lavoro compatibile con le priorità della tutela.
Per un rilancio strategico esiste il progetto PEACE, la grande area protetta nel cuore delle Alpi Centrali. In memoria di Alex Langer.

IL PARCO NAZIONALE DELLO STÉLVIO
Il Parco nazionale dello Stélvio è stato istituito il 24 aprile 1935 con il sostegno attivo del CAI e del Touring Club Italiano. E’ il parco alpino più vasto d’Europa, 130.700 ettari, il più ricco di biodiversità nelle Alpi. Un patrimonio mondiale di cultura, risorse, paesaggio. Quest’anno compie 80 anni, ma non li può dimostrare, né in azioni, né in promozione, né sul piano scientifico perché per molti anni è stato un parco gestito più come istituzione che come ente reale. Dal dopoguerra in poi ha subito il costante boicottaggio dalla SVP (partito autonomista di maggioranza, altoatesino) che ha visto nel parco una imposizione di stampo fascista da cancellare con ogni mezzo.

Orso in Valle di Rabbi
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In realtà il parco nacque sull’onda di un feroce nazionalismo post bellico. L’arroganza dei vincitori di allora spiega perché oggi il parco venga ancora considerato un’imposizione del governo di Roma, un governo che giunse a cambiare i nomi di tutti i paesi del Südtirol. E’ dal 1951 che la SVP discute su come ridurre i confini del parco nel territorio altoatesino per offrire vita alle aree ad alta intensità agricola: si sono provate petizioni e mozioni, tese anche a demolire il Parco Nazionale.

Il 28 settembre 1968 è l’intera comunità della valle Venosta a chiedere l’abolizione del parco. Si è provata anche la via giudiziaria con il protagonismo dei pretori di Tirano (SO) e Silandro (BZ) che sostennero l’illegittimità della legge istitutiva del 24 aprile 1935: la Corte Costituzionale ne rigettò le istanze. E’ anche vero che nella vicina Engadina i proprietari terrieri e i contadini ricevono un indennizzo per il mancato godimento della proprietà: da noi invece non è permessa alcuna flessibilità o indennizzo. Nel 1977, finalmente in controtendenza alle tesi che proponevano la demolizione dell’ente, arrivò invece un ampliamento del parco di 38.000 ettari. Si inserirono l’alta valle dello Spöll e dell’Adda; e per collegare il parco all’Engadina i gruppi del Gàvia, Sobretta e Serottini.

Nel 2010 la SVP ha alzato il tiro con una serie di imbarazzanti e disinvolti accordi politici nazionali, prima con il centrodestra ed oggi con il PD, sempre con l’obiettivo di spaccare il parco. Ora si è arrivati a infliggere al parco il colpo definitivo. Certamente la SVP, complice un sempre assente Ministero dell’Ambiente, fino ad oggi ne ha impedito o intralciato il funzionamento fino agli accordi di Lucca (1993). La nascita del Consorzio nel 1995, strutturato dal Ministero dell’Ambiente e dalle tre realtà amministrative, Regione Lombardia e le province autonome di Trento e Bolzano, non ha prodotto, come risultato, un migliore funzionamento del Parco. Le amministrazioni locali hanno impedito di fatto che il Ministero dell’Ambiente, uscendo dal suo abituale letargo, approvasse il piano di gestione (depositato al ministero da ormai dieci lunghi anni). Risultato? L’Ente parco oggi è privo di un qualsiasi comitato di gestione, anche nei tre profili regionali o provinciali.

Il Lago Pian Palù in Valle di Pejo. Foto: Tiziano Mochen/Archivio PNS
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Un parco bloccato
In questi lunghi anni di immobilismo il parco non ha potuto esprimere le sue potenzialità, né sul piano dell’offerta promozionale, né sulla proposta culturale, tantomeno conservazionistica. Un parco privato di questi valori non può nemmeno offrire risposte in termini di lavoro e ricerca alle popolazioni locali: evitando un suo radicamento nel territorio si è voluto depotenziare l’ente di ogni credibilità legandolo solo a una sommatoria di vincoli e laccioli burocratici che incidono negativamente sulle quotidiane necessità degli abitanti locali, senza riuscire invece a bloccare i grandi progetti devastanti.

Era dovere del nostro Stato fare rispettare le norme UICN (Unione internazionale per la conservazione della natura) e il dettato della Convenzione delle Alpi che prevede il potenziamento delle aree protette e la loro interconnettività, anche transnazionale.

Era dovere dello Stato italiano fare approvare in tempi utili il piano parco, che ricordiamo, era stato approvato all’unanimità dal Consiglio centrale dell’Ente. Doveri disattesi.

Dal 2010 a oggi si sono lasciati scadere dagli incarichi i tre comitati di gestione regionali, perfino il Consiglio centrale, senza che si sia mossa foglia per offrire all’ente degli organismi gestionali, perlomeno provvisori. A oggi sono in carica solo i revisori dei conti, il direttore e il discusso e debole Presidente Ferruccio Tomasi al quale è stato prorogato l’incarico fino a nuova definizione dell’ente.

La proposta politica degli accordi di Lucca del 1993, attuata nel 1995, che istituì il Consorzio del parco pur incrinando il dettato della legge 394/1991, avrebbe potuto funzionare se gli enti locali avessero investito energie e soprattutto volontà politica. A oggi, se il Consorzio è fallito, non possono funzionare nemmeno altri enti, quali la Fondazione ad esempio. In qualunque situazione ci si troverebbe sempre in presenza dell’azione ostativa del Südtirol e probabilmente si toglierebbe voce agli enti locali subordinati, i comuni, e alla partecipazione nelle scelte della società civile. Per lo Stélvio è necessario investire in qualcosa di nuovo, che abbatta confini amministrativi e culturali, diffidenze storiche: in presenza della debolezza dello Stato, solo l’Europa oggi può essere garante di un simile percorso.

L’Ortles
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L’azione dell’ambientalismo per evitare lo smembramento
Le norme di attuazione discusse in questi primi mesi del 2015 prevedono di fatto lo smembramento del parco in tre unità praticamente autonome alle quali è concesso il diritto di modificare i confini dell’area protetta. Ognuna di queste unità costruirà il suo piano di gestione anche amministrativa e organizzerà la sorveglianza. Il finanziamento ricadrà unicamente sulle spalle delle due province, Trento e Bolzano; si tratta di oltre 5 milioni di euro l’anno. La Regione Lombardia, ormai assente da ogni attenzione verso le politiche conservazionistiche delle aree montane, si ritroverà così a subire l’assistenzialismo delle due province autonome e verrà di fatto privata di ogni responsabilità di governo nella gestione di un territorio strategico.

Le associazioni ambientalistiche nazionali e locali (CIPRA, CAI, Italia Nostra, Mountain Wilderness, WWF, Legambiente, LIPU, Touring Club Italiano, Pro Natura, FAI, SAT, ENPA, EPPAA) hanno provato in più occasioni a rilanciare i valori di un’area protetta chiedendo: a) l’inserimento nel Coordinamento nazionale dell’Ente dei rappresentanti qualificati dell’ambientalismo e del mondo scientifico, b) il varo di un unico piano del parco, c) la sorveglianza affidata ad un unico corpo, d) il rilancio del ruolo del Ministero dell’ambiente quale garante della unitarietà del parco, e) il superamento del poco incisivo Comitato di coordinamento per investire in organismi di gestione certi e responsabili, dotati di Presidenza, di un direttore, di una segreteria operativa. La fermezza della SVP e l’assenza ideale di tutti gli altri schieramenti politici hanno impedito anche questi passaggi di mediazione.

Cosa c’è dietro alle rivendicazioni nazionalistiche?
Nel consolidare lo spezzatino operativo del parco si sono nascoste le vere ragioni che hanno portato alla totale disattenzione della Regione Lombardia verso queste sue montagne e all’insistenza sullo smembramento della parte sudtirolese. Ragioni prettamente speculative. Non è un caso che le norme di attuazione prevedano esplicitamente la possibile modifica dei confini.

L’Alto Adige/Südtirol chiede la modifica dei confini per alzarli di quota, non solo per liberare alcuni abitati da vincoli urbanistici oggi forse superati, ma specialmente per permettere la caccia al cervo fino al limite dei ghiacciai; si vogliono sviluppare le colture dei piccoli frutti e ampliare aree sciabili in val Martello. Da anni ai piedi del Passo dello Stélvio diverse imprese chiedono lo sfruttamento dell’alveo fluviale per ricavarne preziose sabbie da inviare nei cementifici locali e per drenare un ricco ambito fluviale che la natura sta faticosamente riprendendosi e portando a straordinaria naturalità (Prato allo Stélvio). In Lombardia invece ci si vede liberati di un peso: la presenza di un parco nazionale e la riduzione dello Stélvio in Valtellina e nella valle Camonica in un miniparco regionale lo porterebbe ad essere territorio dimenticato dalla Regione, come avvenuto per l’insieme delle aree protette lombarde.

Il rifugio Nino Corsi in Val Martello
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Rischio smembramento per altri parchi nazionali
Va evidenziata un’altra emergenza, strettamente legata a quanto accade al Parco nazionale dello Stélvio. Se il disegno SVP – PD dovesse avere successo, cosa ormai praticamente certa, un simile esempio negativo verrebbe immediatamente esportato nel Parco del Gran Paradiso che vive analoghi conflitti istituzionali e di gestione. Si corre il rischio che il più antico parco italiano, 1922, finisca spezzato in due fra Val d’Aosta e Piemonte. E a questo punto sarebbe quasi inevitabile che il deleterio suggerimento venga accolto dal parco d’Abruzzo-Lazio-Molise e dal Parco dei Sibillini. Mentre in Europa si attuano politiche di unione e connessione fra aree protette, in Italia, unico paese al mondo, si smembra quanto intelligenze scientifiche e politiche avevano unito nel passato, si rinnovano e consolidano assurdi confini, si evitano politiche conservazionistiche e si rinuncia a fornire a un territorio fragile risposte basate sulla qualità, attente alla creazione di nuovi lavori innovativi nelle vallate alpine.

La lunga mano della speculazione
Negli anni ’50 il parco è stato devastato dalla costruzione di dighe per produrre energia elettrica, fino a quote molto alte. Tra gli anni ’60 e ’70 località come Bormio e Solda sono state stravolte dal proliferare delle seconde case. Il passo dello Stélvio è stato ridotto a una ragnatela di fili e cavi che ingloba e avvilisce l’intero paesaggio montano; lo stesso è accaduto a Solda.

Nel frattempo in aree particolarmente sensibili del parco sono stati realizzati – senza trovare opposizioni valide – progetti di distruzione ambientale inauditi, insostenibili anche dal punto di vista economico. Ecco due esempi:
– la grande pista della discesa libera dei mondiali di Bormio 2005 (oggi i paesi della Valtellina sono ancora costretti a pagare debiti contratti per l’appuntamento dell’ordine di decine di milioni di euro);
– sul versante del Trentino si è rifatta la funivia che raggiunge Val della Mite e oggi si pensa, in piena area valanghiva, di dotare l’impianto di una nuova pista di discesa.

Cascata in Valle di Rabbi
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Le peculiarità
Il Parco nazionale dello Stélvio non casualmente è composto da un’unica vasta area SIC. Questo territorio, grazie al valore di (ancora) imponenti ghiacciai, è infatti uno dei più importanti serbatoi di acqua delle Alpi intere. Ma non vi è solo ghiaccio, non vi sono solo cascate indimenticabili, corsi d’acqua che di ora in ora durante le estati modificano considerevolmente la loro portata. Vi sono torbiere fino in alta quota, foreste uniche come i cimbreti centenari di Solda, come i larici della scalinata del Saent, come la foresta del Sebel e ancora la cembreta di val Martello, gli ontani in val di Rabbi (alnetum incanae), pascoli estesi che offrono paesaggi d’incanto.

Fra la fauna è utile ricordare come, dopo innumerevoli rilasci, proprio in questi mesi sia avvenuta la prima nascita in libertà di un piccolo Gipeto. Da pochissimi anni nel parco sono arrivati predatori che erano scomparsi: il lupo e la lince. Non possiamo dimenticare la facilità con la quale si incontrano, grazie al divieto di caccia, caprioli, cervi, camosci, marmotte e lepri, aquile, varie specie di falchi e tutte le varietà di picchi delle Alpi.

Ma a noi sono rimaste impresse le emozioni che ci ha trasmesso il grande giornalista trentino Aldo Gorfer, il cantore delle montagne e delle sue genti, nel libro del 1971 Gli eredi della solitudine. A proposito della Val Martello scriveva:
“I luoghi ed i nomi imposti ai luoghi danno la misura della discreta antropizzazione che non si arresta nelle alte radure dei massi, ma coinvolge la montagna del deserto nivale. Si tratta di una storia umile perché i suoi protagonisti non sono le date e le guerre, né i potenti, né le città: ma povera gente, disperata, la cui economia era appesa alla bontà o meno del corso del tempo, ieri come oggi. E’ sempre stato così. E’ per questo che la storia della colonizzazione delle montagne ha il fascino misterioso del cosmo… Vi si ritrovano la secolare vicenda dei masi, l’accanimento epico della lotta per la sopravvivenza e l’avvicendarsi delle generazioni, ognuna delle quali ha ricevuto e trasmesso qualcosa di suo…”.

Il rifugio Casati e il Gran Zebrù
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IL PROGETTO PEACE
Già nel 1971 Italia Nostra e il CAI proponevano di ampliare i confini del Parco dello Stélvio per trasformare l’area protetta in un parco transfrontaliero dell’Europa. Negli anni ’90 Mountain Wilderness, sostenuta dalla intelligenza e dalla visione di Alex Langer, rilanciò la proposta inventando l’acronimo PEACE (parco delle Alpi dell’Europa Centrale, il parco della pace) allo scopo di consolidare, attraverso la difesa della natura e della biodiversità, nuovi contenuti nei rapporti fra stati, una innovativa strategia per superare i confini amministrativi, un nuovo modo per ritrovare sentieri di pacificazione transfrontaliera.

Il Parco PEACE
Le realtà a parco attuali e che prevediamo possano da subito avviare una gestione condivisa delle azioni tese alla conservazione della biodiversità dei territori e dello sviluppo sostenibile sono:

  • Il Parco nazionale dello Stélvio;
  • Il Parco regionale Adamello lombardo istituito nel 1983, vasto 51.000 ettari che coinvolge la selvaggia Val Camònica e fa da ponte fra lo Stélvio e l’Adamello–Brenta trentino;
  • Il Parco provinciale trentino Adamello–Brenta, istituito nel 1967 ma funzionante dal 1985, vasto 62.051 ettari, coinvolge 48 laghi e uno dei ghiacciai più vasti d’Europa: oggi è anche geoparco;
  • Il Parco regionale delle Orobie bergamasche, istituito nel 1989, vasto 70.000 ettari, caratterizzato da foreste di particolare fascino e importanza biologica;
  • Il Parco regionale delle Orobie valtellinesi istituito nel 1989, esteso 44.095 ettari che coinvolge le province di Lecco, Bergamo e Sondrio, ancora oggi privo di una sua efficacia gestionale;
  • Il Parco regionale dell’Alto Garda Bresciano, istituito nel 1989 e vasto 38.000 ettari. E’ un sistema alpino unico perché poggia su forti contrasti ambientali, climatici, altimetrici visto che i suoi confini partono dai 65 metri sul livello del mare e superano quota 2000;
  • Il Parco nazionale svizzero dell’Engadina, unico parco della Confederazione, istituito nel 1914 ed esteso 17.200 ettari. Qui la natura è lasciata libera a se stessa, appartiene all’esclusivo gruppo dei parchi di prima categoria, è riserva della biosfera UNESCO e si discute di ampliarlo;
  • La recentissima riserva della biosfera UNESCO delle Alpi Ledrensi, 46.000 ettari. Si tratta di una strategica oasi, quasi priva di attività antropiche, che unisce il Parco provinciale dell’Adamello-Brenta al parco dell’Alto Garda Bresciano.

Si tratterebbe del più grande insieme di aree protette dell’intera Europa: 414.900 ettari. A questi potrebbero aggiungersi, senza difficoltà amministrative, la gestione delle aree SIC e ZPS presenti nella vicina Austria.

Questa proposta di disegno di conservazione ambientale e paesaggistica delle Alpi poggia sulle indicazioni presenti nel protocollo Protezione della natura e tutela del paesaggio della Convenzione delle Alpi. In un primo passaggio, anche sperimentale, per la sua realizzazione riteniamo non siano necessari l’istituzione di ulteriori enti istituzionali. E’ un percorso che può strutturarsi e concretizzarsi attraverso accordi di programma che trovino la condivisione degli Stati (Italia, Svizzera, Austria), delle Regioni e province autonome interessate, dell’Unione Europea. La Fondazione Dolomiti UNESCO e nel suo ambito più ristretto la Rete delle Riserve attuata dalla Provincia Autonoma di Trento possono rappresentare un esempio su come sia possibile mettere in atto, e gestire con efficacia e condivisione, reti funzionali che abbiano lo scopo di perseguire gli obiettivi della conservazione dei beni naturali, della biodiversità, della sostenibilità dello sviluppo delle popolazioni che abitano le aree protette.

Un simile progetto permetterebbe alla comunità europea non solo di offrire risposte in materia di tutela ambientale, ma di sommare nuovo senso culturale, valoriale e ideale all’Europa stessa. Nel contempo, grazie alla istituzione del Parco d’Europa, si supererebbe lo sterile e anacronistico nazionalismo che oggi nel Südtirol mette in discussione la presenza del Parco nazionale dello Stélvio e incide negativamente su una equilibrata convivenza delle popolazioni locali.

LE INIZIATIVE DI MOUNTAIN WILDERNESS
Il Trekking
(20–25 luglio 2015)
Proprio vent’anni fa ci ha lasciati l’amico Alex Langer: con questo trekking, a lui dedicato, lo vogliamo ricordare, per quanto ci ha offerto, per la sua coerenza, la sua gentile caparbietà e intelligenza.

Mountain Wilderness Italia promuove per l’estate 2015 un trekking internazionale che si pone tre obiettivi:
– bloccare lo smembramento del parco nazionale dello Stélvio in tre spezzoni che lo dequalificano a un insieme di parchi regionali;
– rilanciare, con urgenza, le funzioni primarie del Parco: conservazione della biodiversità e del paesaggio, promozione del lavoro compatibile e innovazione sul territorio alpino;
– promuovere l’istituzione del più grande parco d’Europa, nel cuore delle Alpi Centrali, con il progetto PEACE (Parco Europeo Alpi Centrali).

Verranno percorse le valli più incontaminate e affascinanti del Parco dello Stélvio. Ramponi e piccozza non sono necessari. Le singole tappe non supereranno mai le cinque ore di marcia; si seguiranno solo sentieri. Per ragioni logistiche è stato fissato a trenta il numero massimo di partecipanti. Le iscrizioni si sono chiuse il 15 giugno con pieno successo. Oggi non ci sono più posti disponibili. Un secondo gruppo di escursionisti raggiungerà il primo, lungo il percorso, provenendo dall’Alto Adige. Si arriverà a Bormio, guidati da Fausto De Stefani, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, in coincidenza con la conclusione del Festival della Montagna La Magnifica Terra. Il festival dedicherà all’evento la serata conclusiva. Rientro alla base di partenza organizzato da Mountain Wilderness. Durante la settimana del trekking alcuni dirigenti di Mountain Wilderness si staccheranno dal gruppo per andare a incontrare i rappresentanti delle istituzioni e le popolazioni locali.

La partenza è fissata alle ore 8.30 del 20 luglio 2015 dal Fontanino in Val di Rabbi. Si salirà al rifugio Dorigoni 2436 m. Il giorno dopo si traverserà il passo di Saent 2948 m de si scenderà in Val Martello (Alto Adige) fino al rifugio Corsi 2265 m. Il 22 luglio si sale al passo del Madriccio 3123 m per poi scendere in valle di Solda fino al rifugio Milano 2581 m e poi risalire al rifugio Coston (Hintergrathutte) 2661 m. Dopo il pernottamento, salita al rifugio K2 2330 m e al rifugio Tabaretta 2566 m. Si sale ancora alla forcella dell’Orso 2887 m, si prosegue poi scendendo gradualmente fino a giungere al rifugio Borletti 2188 m e al rifugio (hotel) Franzenshohe 2100 m. E’ questa la giornata più impegnativa (ore 6-7). Si sale il mattino dopo (24 luglio) verso il passo dello Stélvio e Cima Garibaldi 2843 m. Si scende poi nella Val Muranza (Svizzera) fino a S. Maria 1375 m. Da qui, il mattino dopo, con pulmini dell’organizzazione di nuovo a passo dello Stélvio 2757 m da dove si proseguirà il cammino seguendo alcuni tratti di strada statale fino ad imboccare il sentiero n° 12 nei pressi della Bocca del Braulio 2200 m che porterà verso la località Campo dei Fiori 2131 m, per poi scendere alla casa cantoniera sulla SS (a 1700 m). Da qui si potrà scendere fino a Bormio concludendo il trekking, costeggiando la strada statale oppure usufruendo dei pulmini dell’organizzazione.

Il rifugio Segantini in Val Nambrone
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Il Meeting di arrampicata TRAD sui graniti della Presanella (18-19 luglio 2015)
Con la collaborazione del Club Alpino Accademico Italiano e delle guide alpine locali (Gruppo dei Rampagaroi di Val Rendena), Mountain Wilderness organizza al rifugio Segantini in val Nambrone (Presanella) un incontro di alpinisti giovani e meno giovani sulle pareti granitiche dei dintorni.

Il Meeting di arrampicata TRAD vuole riscoprire il fascino di scalate compiute utilizzando solo (o principalmente) protezioni mobili. Discussione serale sul significato emblematico di tali pratiche. Il giorno successivo alcuni personaggi famosi dell’alpinismo europeo introdurranno numerosi ragazzi delle scuole medie ai segreti delle tecniche base di progressione su roccia in “stile Mountain Wilderness”.

Questa è un’occasione unica per comprendere il vero significato della parola “trad”.
Perché il termine “trad”, cioè tradizionale, non deve essere associato a un semplicistico «ritorno al passato». La pratica del trad infatti è del tutto moderna. L’accettazione del chiodo, in unione all’utilizzo delle protezioni mobili, si contrappone alla pratica sportiva dell’assicurazione totale dello spit. Il valore del trad è tale perché nasce dal rifiuto all’omogeneizzazione. Il trad è il nostro futuro perché è l’unico antidoto all’assuefazione da spit.

Il trad non è ritorno al passato, perché nel passato gli spit non esistevano. La questione psicologica del rifiuto dello spit ha a che fare con il riconoscimento dei nostri limiti e dunque con l’intera questione della libertà. Se ci sono limiti allora sono libero di scegliere, quindi sono libero davvero. Libertà non è fare ciò che si vuole, bensì fare ciò che si è scelto, nell’ambito dei propri limiti.

Ultim’ora: la Provincia di Bolzano riapre alla caccia il Parco Nazionale dello Stelvio!
La Provincia Autonoma di Bolzano, appena appropriatasi della porzione altoatesina del parco dello Stelvio, ha deciso di riaprirla alla caccia. Una vergognosa regressione alla barbarie giuridica e naturalistica alla quale seguirà a ruota l’innalzamento dei confini del Parco da quota 500 metri sul livello del mare a quota 1200.
E’ dal 1964 che la Provincia Autonoma prova a riaprire la caccia: con una delibera di quell’anno si poterono cacciare cervi, camosci, caprioli e anche marmotte, galli cedroni e galli forcelli. Nell’81 fu aperta la caccia anche alla lepre, alla lepre bianca, al tasso, alla martora, al tordo, al merlo e ad altre specie. Soltanto nell’83 il Consiglio di Stato decise l’abolizione della caccia nel Parco Nazionale dello Stelvio. Divieto sancito definitivamente dalla legge-quadro n. 394 del ’91 sulle aree protette.
Chiediamo – insieme a tutte le Associazioni ambientaliste – al presidente Sergio Mattarella di adottare la stessa linea di condotta del suo predecessore che si rifiutò di firmare un analogo decreto di spezzettamento del Parco escogitato dal governo Berlusconi. Ma chiediamo di più, chiediamo una rinnovata attenzione politica per tutte le aree protette, un aggiornamento scientificamente e socialmente responsabile della legge 394/1991 in base al Codice per il Paesaggio, la cancellazione dei “correttivi” peggiorativi che si vogliono introdurre attraverso abborracciati ed equivoci disegni di legge. Chiediamo che i Parchi e le aree protette ritornino ad essere un giusto vanto nazionale e non una vergogna per l’Italia.

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Montagne usate o vissute?

Il degrado delle Alpi è dovuto al fatto che pochi le sentano casa nostra. Rocce e ghiacci sono qualche cosa di moralmente ed eticamente inferiore, pochi sono stati educati a rispettarne la dignità. Lo stesso processo per cui non esitiamo a stilare una scala di simpatia nel regno animale: il cane e il gatto sì, il serpente no, la formica quasi sì, il ragno un po’ meno, e via dicendo. Per i minerali si nega un qualsiasi valore, se non quello che si può dare a pietre preziose come diamanti o smeraldi, o comunque a pietra da cui si possa ricavare qualche cosa di utile. E sempre però un valore materiale e monetizzabile. Non è un valore morale che dovrebbe nascere dal riconoscere che persino ciò che è inanimato in realtà gode di una vita sua che a noi non appare, data la lentezza e la lunghezza dei processi geologici.

Montagna usata
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A me è stato pure rinfacciato il mio mestiere, che è quello di documentare la montagna, con fotografie e libri. Sarebbe meglio, così mi è stato detto, che tenessi per me tutte le cose belle che vedo, di modo che nessuno possa rovinare le montagne “dove vado io”.

Non voglio essere il solo ad andare in montagna. Vorrei soltanto che la gente ci andasse in maniera corretta. Non invadente ma rispettosa della natura dei luoghi dove si trova. Io stesso mi rendo conto di aver compiuto numerosi errori. Un errore classico nell’educazione alla montagna è quello compiuto con la documentazione fotografica e cinematografica, dove spesso le montagne sono riprese dall’alto in una prospettiva che schiaccia e banalizza tutte le vette. Ora, se questo genere di foto è utile a un geografo che debba studiare il territorio, per chi invece voglia educarsi alla montagna occorre un genere di fotografia che non impone la conoscenza della montagna in maniera affrettata e superficiale. Chi dice che una foto dall’aereo è una bella foto, evidentemente non ha mai avuto occasione di rendersi conto della bellezza di una montagna dal basso. La mia missione è quella di fargli conoscere la montagna dal basso e non dall’alto. Il mio principale obiettivo è divenuto quello di educarmi e cercare di educare quanta più gente possibile a vivere la montagna in maniera corretta, in modo che la montagna rimanga quella che è, inalterata e bella.

Montagna usata
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Per questo sono contrario alle iniziative editoriali che mostrano la montagna ripresa dall’elicottero, e, per lo stesso motivo, sono contro la pubblicità che sfrutta la montagna. Spesso infatti si utilizzano le immagini “alpine” perché suscitano ancora l’idea di qualcosa di bello, di magico, di incontaminato. E fin qui non vi sarebbe nulla di male, a parte il banalizzare l’idea; ma quasi sempre queste immagini vengono riprese dall’elicottero, così le montagne divengono un semplice sotto fondo. Pensiamo al Cervino, che fa pubblicità a una qualche marca di cioccolato: è un puro e semplice teatrino che fa gioco squallidamente su sensazioni non più vere, perché ormai nell’immaginario della gente il Cervino è un’immagine che non ha più nulla da condividere con la sua leggenda. La riprova viene dal fatto che ormai si va sul Cervino come se si dovesse prendere un taxi. Io penso che sia opportuno impedire ogni volo di elicottero (a meno che non sia un volo di soccorso), anche i voli per portare il cibo ai rifugi andrebbero limitati. Con l’uso dell’elicottero si incoraggia un sempre maggior consumo di cibo e materiali in rifugio; sarà possibile avere menù sempre più variati, lenzuola cambiate ogni giorno, in pratica i rifugi si trasformano in alberghetti di alta quota, e perderanno così tutta l’atmosfera di una volta, diventando sempre più una costruzione di servizio al posto di una istituzione moralmente utile ed educativa, dove è possibile scambiare delle impressioni e imparare qualche cosa. Cosa mai si può imparare in un luogo (come molti rifugi da 60/80 posti) dove ci sono coperto, primo, secondo, formaggio, frutta, dolce, caffè, amaro e conto? Non è possibile imparare nulla, probabilmente conviene andare in un ristorante in città, dove si mangia anche meglio.

Allo stesso modo c’è tutta una serie di attività di cui sarebbe possibile parlare: la mountain bike, le vie ferrate, l’arrampicata (con gli spit di cui molte pareti sono disseminate); per ognuna di queste attività occorre riflettere su che impatto hanno sull’ambiente.

Ma da tutto questo emerge comunque una domanda, ovvero se sia possibile trovare una via di mezzo, una forma di mediazione tra il desiderio di andare in montagna e la necessità di preservarla così come è (o come era). Io penso che questo sia possibile, ma occorre fare un esame di coscienza ed esaminare a fondo tutti gli errori che abbiamo commesso fino ad ora. Solo facendo così potremo cercare di insegnare qualcosa a qualcuno. Altrimenti saremmo solo dei cattivi maestri da non seguire. Io penso che l’uso che si fa dell’elicottero sia preoccupante, soprattutto in certi paesi come la Svizzera che pure è all’avanguardia nella protezione del territorio. Da un punto di vista morale l’attuale gestione dei rifugi e le attività degli elicotteri in Svizzera sono del tutto diseducative.

Montagna vissuta
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Preferisco offrire ai miei lettori qualche cosa di più semplice, visioni di paesaggi meno spettacolari o scenografici, ma che siano alla portata di tutti, rinunciando a quello che è impossibile fare. Questo è un discorso che va rivolto soprattutto alle guide alpine, che spesso hanno interesse ad approfittare di determinate facilitazioni, come l’eliski, come certe vie ferrate, perché capiscono che la gente è attirata dall’estremo. Io penso che non vi sia alcuna via ferrata che valga un primo grado su una montagna qualunque, ritengo in altre parole che salire con i propri piedi e le proprie forze sia più sano, più educativo e più bello dell’andare a quattro zampe lungo delle funi artificiali di ferro. Allo stesso modo lo sci fuori pista, soprattutto se nelle modalità dell’eliski, è una forma di violenza alla montagna. Vale di più la gioia di essere arrivati su una montagna, più facile, e poter dire di esserci arrivati con il sudore della nostra fronte, di averlo fatto con la nostra fatica piuttosto che vantarsi di aver raggiunto un picco altrimenti a noi accessibile solo con l’ausilio di un elicottero. E sarà mille volte più bello arrivare, dopo una salita faticosa su una cima, magari più bassa di tante altre vette delle Alpi, e sedersi a contemplare il panorama attorno prima di intraprendere la discesa, piuttosto che uscire frettolosamente dalla cabina di un elicottero sulla vetta del Monte Bianco, inforcare gli sci e buttarsi giù. La rinuncia, secondo me è uno degli aspetti più importanti che dobbiamo riscoprire. La rinuncia fa parte delle nostre possibilità, e le possibilità sono tante e le rinunce possibili sono tante anche loro e nello spazio tra possibilità e rinuncia vi è un’occasione per la nostra crescita. E una crescita in questo senso sarà, oltre che un beneficio per noi stessi, anche un beneficio per l’ambiente.

Montagna vissuta
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