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Infrastrutture e croci sulle vette

Infrastrutture e croci sulle vette
documento di Mountain Wilderness (2013)

Mountain Wilderness, allarmata dalla sempre più invadente presenza di croci ed altri simboli, per lo più religiosi, ma non solo, sulle vette italiane, ha proposto alle associazioni consorelle di sottoscrivere il presente documento al fine di presentarlo alla stampa nazionale e agli organismi istituzionali preposti alla valutazione dei contenuti riportati. E’ di grande rilievo segnalare che la stessa posizione enunciata nel documento è stata assunta pubblicamente dalla Commissione Pastorale del Vescovado di Trento.

Infrastrutture e croci sulle vette
Documento del mondo alpinistico ed escursionistico rivolto agli enti pubblici.

Da alcuni decenni, e in questi ultimi anni con sempre maggiore frequenza, il tradizionale uso di segnalare con una modesta croce il culmine delle montagne ha assunto un carattere sempre più vistoso e autoreferenziale, allontanandosi dal significato originario al punto da destare ragionevoli perplessità. Su creste, pendici e vette sorgono ovunque ingombranti strutture di diverso tipo, da quelle tecnologiche a quelle più dichiaratamente simboliche, portatrici di messaggi storici, religiosi, artistici o fantastici. La montagna viene usata come palcoscenico di ambizioni personali o di gruppo, per imporre aggressivamente convinzioni religiose, marcare il territorio con un proprio segno inconfondibile, o per costruire business. Qui non stiamo parlando di strutture tecnologiche, siano queste rivolte all’ospitalità e al turismo, o alla produzione di energia, o alle trasmissioni via etere, per le quali sarebbe necessario un discorso diverso e più complesso.

Ci limitiamo a chiedere l’attenzione delle amministrazioni e degli enti pubblici, così come delle associazioni alpinistiche e escursionistiche, sull’opportunità di giungere a regolare, nel rispetto dei luoghi e delle diverse sensibilità dei loro frequentatori, la installazione di croci gigantesche (anche illuminate di notte), di crocifissi, di statue di madonne e di santi, di altarini in ricordo di defunti, ovvero di opere artistiche di carattere profano.

La croce di vetta sull’Ortles crollata il 2 settembre 2012
Infrastrutture-croci-croce1Ormai non si occupano solo le vette più significative. Questa discutibile abitudine sta tracimando su ogni cima, purché visibile dal fondovalle, e sta insidiando l’integrità naturale di crinali magari poco battuti ma reputati favorevoli alla promozione turistica del luogo. E’ sufficiente che singole associazioni o perfino singoli personaggi chiedano l’autorizzazione e ogni cosa viene concessa, spesso a prescindere dai valori qualitativi dell’opera, dall’impatto paesaggistico e ambientale, dai negativi risvolti psicologici, etici e culturali che il progetto porterà come conseguenza, una volta realizzato. Ciò purtroppo avviene anche all’interno di aree particolarmente delicate e tutelate da disposizioni nazionali e internazionali, come parchi naturali e riserve, siti SIC e ZPS. Basti pensare al dinosauro (di tre metri x sei) spuntato sulla cresta del Pelmo, montagna dolomitica inserita nei Monumenti del Mondo dell’UNESCO. Ai frequentatori viene di fatto negata la possibilità di attribuire liberamente alle loro esperienze in natura i valori interiori che sentono più affini, sopraffatti come sono dalla aggressività monocorde di tali installazioni, le quali, a nostro avviso, privatizzano e ipotecano indebitamente il “senso” di un bene comune. Siamo convinti che le montagne non abbiano bisogno di crocifissi e madonne per invitarci a pregare. Si può trovare la propria silenziosa preghiera anche appoggiandosi a un sasso, o indugiando ad ammirare la torsione di un larice, o i riflessi del tramonto sui rami di un pino mugo, o riflettendo sulle sofferenze della prima guerra mondiale, o ricordando il sorriso di amici scomparsi con cui un tempo si erano frequentati quegli stessi luoghi, o semplicemente concentrandosi sul ritmo del proprio respiro.

Il rapporto spirituale degli esseri umani con gli spazi incontaminati della montagna non viene mai arricchito da strutture artificiali che tendono ad orientarne in una direzione o in un’altra il significato.

Le associazioni firmatarie di questo documento chiedono alle amministrazioni pubbliche, a partire dal profilo governativo nazionale per raggiungere le Regioni ed i Comuni, alle singole associazioni, di riportare sulle montagne la sobrietà di un tempo, evitando che questi ultimi regni della libertà continuino ad essere colonizzati e manipolati da chi pretende, attraverso tali mezzi invadenti, di imporre a tutti le proprie opinioni, anche estetiche.

Riteniamo sia necessario tutelare in modo deciso, attraverso uno specifico e preciso vincolo, tutte le aree protette, nazionali e regionali, le aree SIC e ZPS, i biotopi, le zone monumentali che sono state teatro di guerra, le infrastrutturazioni storiche quali mulattiere per transumanze e trincee.

Riteniamo sia necessario, anche in aree non tutelate, chiedere ed eventualmente imporre alle associazioni e alle organizzazioni di promozione turistica la massima sobrietà nella apposizione di simboli religiosi e artistici in montagna e sulle aree pascolive e che tali strutture vengano sottoposte a una precisa regolamentazione e normativa urbanistica.

Riteniamo necessario chiedere una revisione e una rimozione di tante opere imposte alle vette, opere sovradimensionate e ingiustificabili che incidono in modo negativo sulla percezione del paesaggio montano nazionale.

Auspichiamo che le varie associazioni alle quali fanno riferimento i frequentatori delle nostre montagne, elaborino quanto prima, di comune accordo e senza ambiguità, un vincolante codice di comportamento per quel che riguarda il problema che ci ha spinti a elaborare il presente documento.

Associazione proponente Mountain Wilderness Italia
Aderiscono e sostengono la proposta: WWF Italia, Pro Natura, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, Italia Nostra, Altura, Comitato Nazionale per il Paesaggio.

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Un ponte verso il nulla

Un ponte verso il nulla
di Carlo Alberto Pinelli

Molti anni fa, di fronte al proliferare sregolato delle piste per lo sci di discesa, con il corollario delle loro aggressive e devastanti infrastrutture speculative, qualcuno di noi – al culmine della frustrazione – arrivò ad augurarsi che l’arrivo di un clima sempre più tropicale finisse per rendere l’innevamento così scarso e saltuario da scoraggiare investimenti indirizzati all’ulteriore sviluppo delle stazioni sciistiche. Un paradosso, naturalmente, ma non privo di una sua amara logica. Oggi che effettivamente quelle condizioni climatiche si stanno avverando (diciamolo francamente: purtroppo!) e il mantello nevoso da cartolina natalizia cede spazi sempre maggiori alle margherite – malgrado il costoso utilizzo dei cannoni spara-neve – i messaggi che ci giungono dai principali centri invernali sono tutt’altro che rassicuranti e anzi si allontanano sempre più da quelle che dovrebbero essere riflessioni sensate e saggi ridimensionamenti. Poco rassicuranti soprattutto per chi difende il valore etico e culturale di un sano rapporto tra gli esseri umani e la montagna. Tralascio di accennare qui allo scandalo del progettato collegamento funiviario tra la valle d’Ayas e Cervinia, perché di ciò si parlerà in altra sede e assai presto. E mi concentrerò su “scandali” diversi, forse meno macroscopici ma alla radice altrettanto inquietanti.

Punta Helbronner come saràPonte-nulla-01

Per far fronte al progressivo calo delle presenze degli sciatori gli operatori turistici europei stanno escogitando affannosamente nuove proposte alternative, capaci di riempire di un pubblico pagante, comunque vada la stagione, le migliaia di alberghi sovra-dimensionati, frutto della speculazione e dell’avidità consumistica. Purtroppo le proposte non vanno in direzione della riscoperta (e riproposizione in forme appetibili) del fascino della “frequentazione dolce”: passeggiate nei boschi a piedi o a cavallo, visite culturali, trekking con ciaspole verso le zone più alte, corsi di cucina tipica, incontri con i saperi tradizionali, ecc. ma insistono a offrire il miraggio patinato di una montagna da operetta, vissuta sempre più come una ludoteca in cui, senza pericolo e con limitata fatica, si possono gustare forti e volatili pseudo-emozioni, anche in mancanza di neve. Insomma, una squallida parodia, ricalcata sui peggiori stereotipi urbani.

Ho visto recentemente che la pubblicità delle stazioni sciistiche dell’alta Provenza invita il pubblico a visitare “Il paese della Cuccagna”. Qualcuno da quelle parti deve aver letto molto superficialmente Pinocchio!

Due o tre altri esempi chiariranno meglio il senso di quello che sto scrivendo. A Titlis, in Svizzera, è stata costruita una funivia con cabina rotante per raggiungere un ponte “tibetano”, sospeso nel vuoto e lungo ben 107 metri. A Solden in Austria, e all’Aiguille de Midi in Francia sono in funzione piattaforme protese sul vuoto, con pavimento di vetro: il brivido della vertigine è garantito! Perfino in Cina, nelle montagne Tien Amen, c’è ora un ponte-giocattolo, disteso tra una guglia e l’altra, a quota 4700 metri. Alla Punta Helbronner, sul confine tra Italia e Francia, entrerà in funzione un ristorante vero e proprio, gestito da Eataly. Anche in questo caso gli infreddoliti frequentatori lo raggiungeranno servendosi di una avveniristica cabina rotante. Non sarebbe male organizzare picchetti con striscioni di denuncia di fronte agli sfavillanti locali di questa tanto lodata catena di ristorazione. Qualcuno si candida?

Ferrata Tridentina
Ponte-nulla-tridentina1Con un filo di ironica esagerazione potremmo parlare di un concentrico tentativo di circonvenzione di persone alle quali, volutamente, non vengono forniti gli strumenti conoscitivi e culturali necessari per comprendere le dimensioni dell’inganno che stanno subendo e per accostarsi con piacere e curiosità a un rapporto con la montagna davvero alternativo.

Quando noi di Mountain Wilderness in un recente passato denunciavamo il rischio che l’esperienza dell’incontro con la montagna venisse ridotta a un infantile divertimento da luna park, davamo ingenuamente alle nostre affermazioni un significato soltanto analogico. Ora invece ci troviamo di fronte ad una realtà letterale. I ponti “tibetani” oscillanti, i passaggi su corda “alla tirolese”, le carrucole, ecc. offrono gli stessi identici brividi a buon mercato della grotta delle streghe dei vecchi luna park. Parchi tematici per frequentatori “mordi e fuggi”, di bocca buona.

Ricordate la campagna che la nostra associazione fece per arginare lo sviluppo delle vie ferrate? Allora moltissimi tra i frequentatori delle Alpi ci accusarono di estremismo elitario. “Perché” ci chiedevano “ve la prendete proprio con chi si impegna a raggiungere una vetta accettando di venire aiutato nell’impresa da qualche cavo metallico e da poche scalette? Non ci sono misfatti più gravi contro i quali puntare il dito?” Sì, in effetti c’erano allora e ci sono anche oggi. E tuttavia, con il senno di poi, bisogna riconoscere che la ragione stava già in quegli anni dalla nostra parte. I principi apparentemente innocui – o quasi – che giustificano le vie ferrate si sono rivelati semenze infide dalle quali è sbocciata la malapianta delle attuali macroscopiche aberrazioni. Il brivido della verticalità e della vertigine, il fascino di paesaggi ammirati dall’alto, il divertimento atletico, tendono a divenire gusci vuoti quando vengono conseguiti artificialmente, eliminando o riducendo al minimo il rischio calcolato, l’intelligenza nella scelta dei vari passaggi, l’intuizione dell’itinerario migliore, in una parola l’immersione nella montagna autentica, affrontata contando solo sulle proprie forze fisiche e energie psichiche. Non è un caso, ma piuttosto una deriva inevitabile, se il modello delle vie ferrate, esportato nel resto dell’Europa, si sia degradato a una grottesca caricatura. Un gioco da kindergarten per adulti di fronte al quale non si sa se piangere o ridere! Basta scorrere, ad esempio, la guida “Randoxigene-Via Ferrata”, edita dal Consiglio Generale delle Alpi Marittime francesi per rendersene amaramente conto.

Sento già la solita voce che esclama indignata: “Ma allora voi condannate ogni forma di divertimento all’aria aperta! Se pensate che divertirsi sia una colpa assomigliate troppo ai Telebani!” Cosa rispondere? Intanto premettendo che ciascuno può comportarsi come meglio credere purché (sottolineiamolo!) quei suoi comportamenti non interferiscano negativamente con le aspettative e i desideri di altri esseri umani. E poi il termine divertimento possiede diversi e anche opposti significati. C’è un divertimento epidermico, esclusivamente ludico, che ci allontana da noi stessi; e c’è un divertimento che può aiutarci a entrare più profondamente in noi stessi. Sinceramente non riesco a individuare molta dignità in un divertimento che altera, anche visivamente e in modo indelebile, il messaggio della montagna e allontana i suoi adepti dalla possibilità di aprirsi all’esperienza della natura incontaminata; non solo, ma rende anche impraticabile la fruizione degli stessi luoghi per chi fosse interessato a viverli in modo diverso. Il veleno che il modello delle vie ferrate secerne è sottile, inavvertito, facilmente sottovalutabile. Proprio per questo può essere assai pericoloso.

A conti fatti credo che dovremmo avere il coraggio di riprendere – magari in forme nuove e con parole d’ordine più articolate – questa nostra vecchia battaglia. Senza tema di scandalizzare qualcuno e di andare, come sempre, coraggiosamente contro-corrente.

Ristorante girevole dello Schilthorn

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Laga selvaggia

Cima Lepri dalla chiesa di San Martino
di Danilo Giagnoli

Sabato 4 ottobre 2014, ore 8.00, io e il mio amico Adorjan ci apprestiamo a percorrere una delle escursioni più impervie dei monti della Laga, con i sui 1295 m la traccia propone panoramiche ed elementi davvero unici nel loro genere, prima tra tutti la bellezza della Cascata delle Scalette. Il territorio rientra all’interno del parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, la catena corre lungo il confine tra l’Abruzzo, le Marche e il Lazio a cavallo tra le province di L’Aquila, Teramo, Ascoli Piceno e Rieti, per la lunghezza complessiva di 24 km.

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LagaDanilo 02La nostra avventura parte dalla chiesa di S. Martino, ultimo piccolo nucleo abitato attuale posto ai piedi della dorsale principale della Laga, nei pressi di Amatrice. Dall’antico santuario si segue il sentiero n. 300 fino ad arrivare al fosso S. Martino, da qui si procede sempre seguendo le scarse, in alcuni tratti inesistenti, tracce fino ad un tratto molto erboso, colle piano, posto ai piedi del Monte Doro. Da qui in poi si punta verso nord cercando di superare massi di roccia e alti ciuffi di erba, la sensazione è quella di andare in completa esplorazione, senza un vero tracciato. Guadagnato qualche metro si avrà una spettacolare vista sulla cascata con i suoi innumerevoli salti. Procediamo in direzione della cima, risalendo il fosso Piè di Lepre: in lontananza, alle nostre spalle, è il lago di Campotosto. Il pendio è molto ripido e a tratti scivoloso, facendo attenzione si intravede qualche vago segnale. Con non poca difficoltà riusciamo a salire la vallata e raggiungiamo finalmente Cima Lepri 2445 m. Dalla cima intravediamo, nascoste dalla nebbia, le vette del Pizzo di Sevo, Pizzo di Moscio e Gorzano. In giornate migliori è sicuramente visibile buona parte del massiccio del Gran Sasso, i Sibillini e più in lontananza, il gruppo del Terminillo. A causa di un discreto vento, decidiamo di fare giusto un paio di scatti e di riscendere rapidamente seguendo la lunga cresta del Peschio Palombo, una via molto panoramica e ripida. Qui il sentiero è leggermente più visibile e procedendo prima nel versante destro e più in basso a sinistra si raggiunge colle S. Giovanni, da qui tagliamo dritto, nel pessimo pendio erboso, fino a raggiungere lo sterrato, percorso all’andata.LagaDanilo 03

 

LagaDanilo 05Commento
Il 16 aprile 1989 mi trovavo nei pressi di Teramo, era mattina presto e stavo partendo, con un cielo che non prometteva molto, verso una delle cime del crinale dei Monti della Laga: il Pizzo di Moscio.
Con me erano alcune centinaia di persone, tutte reduci dal convegno del giorno precedente, tenuto a Teramo, SOS Laga – SOS Appennino, per fare dei Monti della Laga un parco nazionale. Oltre tremila alpinisti ed escursionisti avevano raccolto l’invito di Mountain Wilderness e avevano dato vita alla più grande manifestazione per un parco mai vista fino ad allora in Italia. Grazie a questa imponente dimostrazione i Monti della Laga furono inseriti tra le zone prese in considerazione nella Legge Quadro, fino alla realizzazione dell’attuale Parco Nazionale.

Ma ancora non sapevamo che la nostra manifestazione avrebbe avuto il successo sperato. Ci bastava che migliaia di appassionati fossero là in quel giorno per “occupare” simbolicamente le vette significative di quella splendida catena di montagne, a me per la verità fino a quel momento del tutto sconosciute. Mi ritrovai a salire con Ornella e con il nostro giovanissimo cucciolo di pastore belga, Farah, per aperti pendii tra qualche chiazza di neve residua dell’inverno. Ma, in particolare, ricordo la discesa su Amatrice, in mezzo a boschi incredibili segnati da corsi d’acqua solitari. Ebbi l’impressione di montagne con poca roccia ma tanta wilderness, degne di rappresentare l’Appennino proprio per quella che è la sua più grande peculiarità: una montagna che poco o nulla somiglia a quella alpina. La gioia di quel giorno stupendo fu glorificata da un fumante piatto di spaghetti all’amatriciana. Il rumore, il brusio e gli odori di cucina sottolineavano il grande silenzio che fino a quel momento migliaia di persone erano riuscite ad osservare, come in una cattedrale. Farah dormiva placida nel pullman che ci riportava a Teramo.LagaDanilo 04

 

LagaDanilo-bio-img2Danilo Giagnoli, 30 anni, web designer nel lavoro, esperto escursionista nel tempo libero. Amante della sensazione di libertà e della natura più incontaminata, cerca di promuovere la catena dell’appennino centrale attraverso i suoi racconti e fotografie. Amministratore del gruppo Il signore delle montagne (https://www.facebook.com/groups/565422866878175) e socio del Club2000 (http://www.club2000m.it/), Danilo coltiva diversi interessi e cerca sempre nuove attività che possano stimolarlo. Per seguire le sue storie, visitate la sua pagina facebook (www.facebook.com/danilo.giagnoli). Degno di nota il suo ultimo progetto ciclo-turistico in Islanda (www.tramontoislanda.com).

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Turismo sostenibile in Dolomiti

… Il rapporto “Turismo Sostenibile nelle Dolomiti”, frutto di due anni di intenso lavoro di ricerca applicata e approvato definitivamente dal Consiglio della Fondazione nel corso del 2013, rappresenta un passo importante nello sviluppo del piano di gestione complessivo ed unitario delle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità. La sfida gestionale per le Dolomiti è infatti rappresentata dalla vastità e dalla complessa articolazione amministrativa di un Bene seriale composto da nove gruppi dolomitici estesi su un’area di circa 142.000 ettari compresa nei territori di cinque province (Belluno, Bolzano, Pordenone, Trento, Udine), 3 regioni ed una moltitudine di municipalità (Andrea Omizzolo)”.

La sostenibilità del turismo in Dolomiti.
Osservazioni all’analisi proposta da EURAC di Bolzano
di Mountain Wilderness (18 ottobre 2014)

Cima Vezzana e Cimon della Pala. Foto: L. GaudenzioGruppo Pale di San Martino con a destra il Cimon della Pala - Dolomiti -  Passo RolleMountain Wilderness Italia porta all’attenzione della Fondazione Dolomiti UNESCO le seguenti osservazioni nel merito del documento “Turismo sostenibile nelle Dolomiti. Una strategia per il bene patrimonio mondiale UNESCO” e l’approfondimento della analisi che si conclude con il “Report Finale”.
Siamo in presenza di una raccolta dati importante e necessaria al fine di costruire un percorso di medio periodo nella strutturazione di un nuovo turismo in Dolomiti. Il percorso avviato è complesso, non solo perché ci troviamo in presenza di un bene seriale, ma specialmente perché vi collaborano tre Regioni fra loro diverse nell’ordinamento, speciale e ordinario, cinque provincie, decine di comuni. Ma anche perché le realtà socio-economiche delle diverse aree sono molto diverse: vi sono zone di grande sofferenza e altre che hanno visto uno sviluppo che ha superato, di fatto, ogni limite.
In una simile realtà progettare e assicurare un piano di gestione che garantisca la protezione, la conservazione, la presentazione e la trasmissione alle future generazioni di un bene tanto complesso è un’impresa che ha dell’incredibile.
E’ anche emerso come alcune aree siano prive di dati recenti su aspetti strategici come la mobilità, o il monitoraggio dello stato delle acque (tema totalmente dimenticato nel documento), dell’aria. Alcuni dati li troveremo probabilmente raccolti nei documenti delle altre reti, pensiamo all’insieme ambientale o geologico, o alle fragilità paesaggistiche, ma riteniamo non sia possibile progettare su un territorio tanto complesso una strategia di turismo sostenibile quando si è privi di dati sull’inquinamento da rumore, dell’inquinamento luminoso, dello stato e della gestione delle acque.
L’assenza di questi dati creerà problemi non trascurabili se si vorranno sostenere scelte basate sulla credibilità di Dolomiti UNESCO e sulla coerenza verso il rispetto della natura.
Quando non si intrecciano le attività del turismo con le altre filiere del vivere in Dolomiti: energia, legno, agricoltura di montagna, artigianato anche artistico, investimento culturale, valore storico, investimenti innovativi un progetto rimane monco. E quando, specialmente in un periodo di irreversibile crisi di un modello di sviluppo come quello che stiamo vivendo, non si affrontano i temi del limite dello sviluppo e delle politiche del risparmio e della sobrietà è evidente come una simile pianificazione rimarrà fragile e inapplicabile. Altre statistiche sono state totalmente trascurate e sono i dati riguardanti la situazione sociale delle diverse aree: situazione economica dei territori, situazione della formazione scolastica, delle strategie per la salute, delle fragilità sociali presenti, dell’efficienza o meno del trasporto pubblico. Riteniamo che in assenza di questi dati il progetto complessivo che sarà portato al voto del Consiglio d’amministrazione della Fondazione non troverà poi realizzazione sui territori. Quando si parla di sostenibilità di un’economia e non si valuta approfonditamente la situazione sociale, se non nei dati demografici e presenze o arrivi turistici, non si potranno che ripercorrere le ormai superate strategie che hanno portato in Dolomiti anche risultati devastanti sotto il profilo ambientale, paesaggistico, della conservazione dei beni e della socialità delle diverse comunità.
Lo studio si presenta carente nelle conclusioni: non offre strategie d’insieme e ci si limita, anche se con risultati soddisfacenti, area per area, ad elencarne i punti di forza e le fragilità. Non si poteva che giungere ad un simile risultato vista la scelta di indicare all’UNESCO la conservazione dei nove gruppi invece che dell’insieme del bene Dolomiti, inteso in modo prioritario come bene culturale.
Non abbiamo la possibilità di entrare nel merito argomento su argomento: lo faremo nel corso del confronto, se realmente ci sarà offerta questa possibilità in modo abbastanza continuativo.
Al momento Mountain Wilderness può lasciare solo delle tracce sulle quali investire energie collettive per arrivare a risultati stabili, condivisi dal territorio e capaci di essere motore di uno sviluppo realmente diverso da quello che ancora oggi il mondo politico delle tre regioni va sostenendo.
• Chiediamo vengano rispettate le linee guida operative IUNC-2011 sul turismo sostenibile dei beni UNESCO, tutti e dieci gli obiettivi, e che non si tratti solo di una loro elencazione.
• Noi siamo dell’avviso, riprendendo anche sollecitazioni dell’UNESCO, che un simile patrimonio non vada conservato limitando le attenzioni alle aree core e buffer. E’ necessario proporre un’attenzione complessiva che coinvolga la gestione oculata del paesaggio, le politiche di conservazione dei beni che coinvolga l’insieme del territorio delle Dolomiti nelle cinque provincie interessate. Del resto non si può parlare di turismo se non si prendono in considerazione i fondovalle, la vita che vi si sviluppa, come del resto la naturalità non ha confini e tantomeno la lettura dei vari paesaggi.
• Solo ultimamente si sta avviando un deciso coinvolgimento degli stakeholders (che sappiamo impegnativo), speriamo che questo obiettivo venga mantenuto. Ad oggi si è proceduto solo in modo superficiale.

Monte Cristallo e Popena. Foto: L. GaudenzioMonte Cristallo e Popena Basso -Dolomiti - Val d'AnsieiNoi chiediamo che da subito in tutte le Dolomiti:

  • I gruppi del Sassolungo e del Sassopiatto, in tempi brevi, possano trovare ospitalità nel regno delle Dolomiti.
  • Non si comprende l’esclusione dal patrimonio della catena dei Monzoni e di Costabella (anche se non sono aree protette), collegamento diretto e strategico dal punto di vista paesaggistico, geologico, naturalistico e storico fra la Marmolada e le Pale di San Martino (si può inserire nonostante la presenza dell’area sciabile di San Pellegrino, ormai quasi defunta nelle capacità economiche).
  • Si blocchi definitivamente la pratica dell’eliski e dell’eliturismo, come avvenuto ad oggi nel solo e ristretto ambito della Marmolada.
  • Chiediamo il blocco della diffusione di nuove vie ferrate. La manutenzione dell’esteso patrimonio esistente è già abbastanza impegnativa, andare ad artificializzare l’ascesa di altre vie non ci pare sostenibile.
  • Le due autostrade previste, la Valdastico Nord e la continuazione dell’Alemagna verso il Cadore, sono insostenibili socialmente, economicamente ed ambientalmente. Tutta la politica della mobilità in Dolomiti va indirizzata al sostegno del trasporto pubblico e -nei grandi collegamenti- al sostegno alle ferrovie, esistenti e nuove. Le due autostrade previste, qualora realizzate, renderanno vano ogni tentativo di rendere il turismo in Dolomiti sostenibile.
  • Proponiamo la progettazione della FERROVIA DELLE DOLOMITI, un unico anello che colleghi la Valsugana (realizzando quindi la tratta Primolano-Feltre) alla ferrovia Belluno-Calalzo per proseguire con una nuova tratta verso Cortina d’Ampezzo e Dobbiaco collegandoci così alla ferrovia della Val Pusteria e alla linea internazionale del Brennero.
  • Sostenere la realizzazione della ferrovia Canazei-Trento.
  • Diffondere le esperienze Bahnspezial Card e Mobilcard, la Bikemobil Card, la Museummobil Card in tutte le Dolomiti (treno, autobus, funivie, bus-navette, taxi a chiamata), con orari sincronizzati (bus, treni, funivie…), reperibile in/per tutta la zona Dolomiti e fruibile con biglietto unico.
  • Riprendere in Dolomiti l’accordo Interreg IV che coinvolge Ost Tirol, Val Pusteria e Comelico superiore.
  • Si proceda con sperimentazioni efficaci alla limitazione del traffico sui passi dolomitici e di strade di penetrazione ad alto valore paesaggistico. Laddove lo si è fatto i flussi turistici sia di arrivi che di presenze è in costante aumento. Sui passi dolomitici non è sufficiente far pagare il parcheggio, è necessario -almeno a fasce orarie (dalle 8.30 alle 16.30)- bloccare il traffico privato turistico.
  • Su tutti i passi dolomitici proponiamo venga imposto un limite di velocità tassativo di 60 km/h, passaggio teso a diminuire drasticamente il rumore dei transiti, specialmente per quanto riguarda le motociclette ed i veicoli sportivi, oltre alle manifestazioni motorizzate di veicoli storici.
  • Sui passi e sulle strade di accesso il rumore massimo (non medio) non dovrebbe superare i 70 dB: sono esclusi i mezzi agricoli e gli autobus con trasporto pubblico.
  • La convivenza fra biciclette e pedoni sui sentieri di montagna è impraticabile. Le biciclette andrebbero utilizzate solo su viabilità più sicura e adatta, come le strade forestali o quelle che conducono alle malghe.
  • L’arrivo dei grandi predatori sul territorio dolomitico deve essere facilitato. Il progetto Orso del Trentino va diffuso in tutto l’ambito delle Dolomiti.
  • Si fermi, sia in estate che in inverno, l’invasione delle motoslitte e dei mezzi a motore sulle montagne, nelle foreste e sui pascoli.
  • Si limitino le sciate degli ormai incontrollabili fuoripista per salvaguardare la fauna, già ristretta e fragile in ambienti e climi ostili.
  • Regioni e province interessate, da subito, impediscano ogni ampliamento di aree sciabili. Siamo d’accordo che alcune piste ed impianti vadano rivisti e ristrutturati, ma senza che questo comporti un aumento della capacità di trasporto in quota delle persone (a meno che non si tratti di impiantistica chiaramente alternativa al traffico automobilistico). Il riferimento è diretto alle aree di Serodoli (TN), Monte Elmo-Comelico (BZ e BL), giro del Latemar (TN e BZ).
  • Si porti rispetto a tutti i corsi d’acqua, quindi va conservata la naturalità e l’estetica dei corsi d’acqua non solo inseriti nelle aree core e buffer, ma anche nelle pertinenze delle zone sottoposte a tutela UNESCO. Una montagna priva di acque e di corsi naturali viene privata di senso.
  • In determinate zone, particolarmente sensibili ed oggi erose da un’assenza di attenzione nella loro gestione, si devono prevedere specifici progetti di riqualificazione paesaggistica, ambientale e delle politiche di conservazione. In modo particolare segnaliamo due emergenze:
  • La prima riguarda le Tre Cime di Lavaredo. È necessario avviare da subito un concorso di idee che ci porti in tempi più che brevi al superamento dell’attuale strada che da Misurina porta al rifugio Auronzo, chiudendola al traffico ed offrendola come area di alto pregio valutando l’opportunità di collegare Auronzo al rifugio con impianti a fune. È evidente come i parcheggi attuali sotto le Tre Cime debbano essere cancellati.
  • La seconda zona delicata è la Marmolada. L’insieme dei parcheggi antistanti la partenza del primo tronco della funivia sono un’offesa al paesaggio. È necessario intervenire anche a passo Fedaja, sia sul versante bellunese che del Trentino per riqualificare l’insieme dei parcheggi che oggi erodono in modo intollerabile il piede della regina delle Dolomiti. È evidente come si debba intervenire nel rimuovere anche tutti i piloni abbandonati dei precedenti impianti di risalita.
  • Nel progetto è assente ogni riferimento alle certificazioni forestali già attive nelle tre Regioni, PEFC ormai diffuso e FSC in ambiti più ristretti.
  • È assente l’indicazione di progetti di formazione continua rivolti sia alla parte imprenditoriale che ai dipendenti. Tale offerta di formazione ci permette di ampliare nel tempo l’offerta dei servizi turistici anche in bassa stagione, andando così a garantire una “fedeltà” lavorativa dei dipendenti e quindi una loro progressiva qualificazione.
  • I Comuni inseriti nella rete di Alpine Pearls potrebbero assumere un ruolo guida proponendo, laddove si siano pensati, piani pilota ad esempio sui temi della mobilità. In Val d’Ega purtroppo alcuni comuni stanno pensando di lasciare la rete.
  • Gli enti regionali e provinciali dovrebbero sostenere, anche attraverso ulteriori sostegni economici, le esperienze virtuose già in atto su numerosi territori analizzati.
  • Nel documento proposto sono assenti particolari e significative attenzioni da porre verso la tutela del patrimonio archeologico e paleontologico, verso la ricerca e lo studio di queste due importanti specificità presenti e diffuse in Dolomiti. I temi saranno forse recuperati nel documento della geologica, ma riteniamo non possano rimanere assenti dal piano del turismo sostenibile basato anche sulla cultura e la conoscenza di dettaglio dei territori.

Cadini di Misurina e lago de Antorno. Foto: L. GaudenzioGruppo dei Cadini di Misurina e lago de Antorno - Dolomiti - Salendo verso le Tre Cime di LavaredoEntrando nel dettaglio dei nove gruppi segnaliamo:
Area 1 – Monte Pelmo e Croda da Lago
In questa zona sottolineiamo, come presente nel documento, un’assenza di piano di gestione del SIC IT3230017. La quasi inesistenza dei mezzi di trasporto pubblico nei collegamenti non va solamente segnalata. Servono proposte operative ed applicabili.

Una particolare attenzione va proposta verso il patrimonio paleontologico dell’intera area, recuperando e sviluppando ricerca non solo nell’area riguardante le orme dei dinosauri.

Area 2 – Marmolada
I due SIC presenti sono privi di piano di gestione. In un’area come questa coinvolta da lunghissime e tristi polemiche e ricca di fragilità, a partire dal ghiacciaio, il dato sembra incredibile.

Noi proponiamo che gli enti pubblici interessati da subito lavorino attorno alla piattaforma propositiva costruita dal museo di Scienze naturali di Trento (con la nostra partecipazione diretta anche se mantenuta ben celata) e che da quelle linee di indirizzo scaturiscano i piani d’azione che portino sviluppo turistico e culturale in tutta la zona, anche in aree adiacenti esterne alle zone core e buffer. Questa progettualità con passaggi semplici va allargata all’area bellunese, come auspicato nell’accordo MW-Società funiviaria del 2011/2012. Solo con tale impegno si offriranno alla Marmolada le necessarie proposte d’eccellenza capaci di riportarla ad essere la regina delle Dolomiti. In questa operazione si dovrebbero riportare attenzioni alle Università e alle vicine aree a parco.

E’ scandaloso che la società impiantistica locale abbia rifiutato i dati base dei transiti sull’area sciabile. Quindi da subito:

– si rivedano i parcheggi di Malga Ciapèla e di passo Fedaja;

– venga confermato in modo definitivo il NO ad ogni ulteriore impianto che arrivi a Punta Rocca e a questo punto, vista l’impossibilità di dialogo costruttivo con l’amministrazione comunale di Canazei, venga rimosso ogni dettato previsto nell’accordo fra Regione Veneto e Provincia di Trento del 2002 laddove prevede il collegamento sciistico fra le due aree;

– si imponga alle società proprietarie la rimozione dei vecchi plinti di impianti sciistici ormai abbandonati;

– si facciano i piani di gestione delle due aree SIC collegandoli, anche il versante in Provincia di Belluno, alla rete delle riserve (Natura 2000) trentine;

– si avvii una proposta di recupero dell’alpinismo classico lungo tutta la parete Sud della Marmolada, il più possibile privo di artificialità nella progressione garantendone la sostenibilità anche per le future generazioni;

– si garantisca la conservazione del ghiacciaio attraverso una gestione pubblica e non più privatistica, o meglio ancora trovando un raccordo tra la presenza di attività turistiche private e le esigenze della conservazione di un bene pubblico;

– si dia avvio alla rete museale sulla grande guerra coinvolgendo non solo i musei privati di Serauta e di passo Fedaja, ma anche le aree dei Monzoni, di passo delle Selle, del Costabella e via Federspiel arrivando a definire a passo San Pellegrino, presso l’abbandonato ospizio di proprietà del comune di Moena, il Grande Museo della Guerra 1914-1918. E perché non includervi le aree del Padon, la trincea di Fonch e area Bepi Zac? Completando il tutto in un’area di siti WWI Dolomiti Orientali e Occidentali.

La Parete Rossa della Roda di VaelScendendo dal Latemàr verso il Passo Costalunga, tramonto burrascoso su Roda di Vael. Dolomiti Occidentali.Area 3 – Pale di San Martino/San Lucano/Dolomiti bellunesi/Vette Feltrine
Si tratta di un’area critica, specialmente se letta sul versante dei temi economici e sociali. Anche in questo caso sull’area SIC IT3230043 non si è proceduto alla definizione di un piano di gestione nonostante il diretto collegamento con aree protette di rilevanza nazionale come il parco nazionale delle Dolomiti bellunesi e il parco provinciale Paneveggio-Pale di San Martino. La natura ed i temi della conservazione continuano ad essere letti come un insieme di zone fra loro mai collegate.

Non ci sono collegamenti pubblici diretti fra le zone trentine e quelle bellunesi. Si dovrebbe rendere efficiente il tratto ferroviario Feltre-Belluno-Calalzo e lavorare maggiormente sul collegamento verso Padova, Venezia e Treviso. Con poco, un tratto di 18 km, si può collegare Feltre alla ferrovia della Valsugana proponendo così il primo anello di collegamento con una scelta che deve essere strategica anche dal punto di vista turistico, non solo sociale: il treno delle Dolomiti.

Non si trova traccia di ulteriori e necessarie azioni di tutela del patrimonio archeologico presente in questa vasta zona, partendo dalle zone ormai eccessivamente antropizzate, in certi periodi sconvolte, di Colbricon.

Va sostenuto il percorso istituzionale per giungere alla costituzione del parco regionale del Centro Cadore, come proposto da ormai oltre vent’anni dal comitato locale.

Area 4 – Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave
Ancora un’area critica nei problemi sociali ed economici, oggi caratterizzata dall’abbandono della montagna. La ferrovia presente è inadeguata alle reali esigenze della popolazione, sia nella certezza dei collegamenti sia nella qualità del servizio offerto.

Va segnalato come il Comune di Forni di sopra sia inserito nella rete Alpine Pearls dei 29 comuni e come da questo ente le proposte di turismo complessivo sui temi della sostenibilità siano ancora inadeguati. Siamo in un territorio ormai privato di servizi essenziali. Va ulteriormente potenziata e sostenuta la proposta del Parco delle Dolomiti Friulane dei corsi di Ecoclimbing, percorsi che potrebbero vedere la nostra associazione direttamente interessata a coltivarli e sostenerli.

Area 5 – Dolomiti Settentrionali (Sesto, Cadini, Fanes, Senes, Tofane, Cristallo e Dolomiti cadorine)
Nella parte est di questo articolato complesso montuoso la situazione economica e sociale è critica. La ferrovia della valle Pusteria è un punto di forza che dovrebbe vedere a medio termine uno sviluppo verso Cortina d’Ampezzo e quindi Calalzo, con il fine di completare il giro ferroviario delle Dolomiti.

L’obiettivo primario proposto dalla nostra associazione, in coerenza con oltre vent’anni di impegno, è la chiusura al traffico della strada delle Tre Cime di Lavaredo e la cancellazione dei devastanti parcheggi sotto il rifugio Auronzo.

Si dovrebbe regolamentare l’uso delle motoslitte in modo severo, prendendo esempio da quanto fatto dal comune di Auronzo verso le Tre Cime ma avendo cura di evitare di diffondere tale invasione in ogni zona servita da rifugi o malghe. In inverno la montagna deve mantenere la sua severità.

L’area coinvolge tre parchi naturali ed altre specificità ambientali di notevole interesse internazionale, ben sette fra SIC e ZPS: queste zone vanno inserite in un progetto di rete delle riserve, anche con il fine di promuovere il turismo della sostenibilità e della conoscenza.

Si chiede il blocco della costruzione di ogni ulteriore via ferrata; il superamento del progetto di collegare Monte Elmo al Comelico; il superamento dell’inutile ed improduttivo -oltre che offensivo- Rally delle Dolomiti, una manifestazione in controtendenza con l’obiettivo di silenziare ed abbassare il numero dei passaggi dei veicoli a motore.

La Pietra Grande delle Dolomiti di Brenta. Foto: G. PasinettiDolomiti di Brenta, Pietra Grande, inverno (Parco Adamello-Brenta)Area 6 – Puez/Odle
Anche questa risulta essere dal punto di vista socio-economico un’area critica, marginale.

La valle di Funes merita un progetto di rilancio speciale basato sulla sostenibilità e su un protagonismo importante.

Area 7 – Sciliar/Catinaccio/Latemar
Questa è un’area critica dal punto di vista socio-economico in quanto è ormai difficile, se non dal punto di vista paesaggistico, trovarvi elementi di sostenibilità. Strade, costruzioni, aree sciabili hanno vanificato paesaggi e cultura fino a pochi decenni fa ancora vivi.

Sono presenti un parco provinciale (BZ) e due nodi SIC strategici come quello della valle Duron IT3120119 e del Latemar IT 3120106. Riteniamo sia insufficiente mettere in rete questi due nodi con la sola valle di Fiemme e la Marmolada, è necessario investire in questo progetto anche la Provincia di Bolzano per quanto riguarda lo Sciliar.

Nova Ponente, Nova Levante e Moena fanno parte dei comuni inseriti in Alpine Pearls: se vi è coerenza dovrebbe essere evidente l’impraticabilità della proposta di collegamento sciistico Moena-Soraga verso passo di Carezza e relativo complemento verso Obereggen. Questi comuni tanto importanti inoltre dovrebbero rilanciare Alpine Pearls, mentre pensano seriamente ad uscirne; in particolare Moena ha ridotto questa qualifica ad una debole e non riconosciuta socialmente Pro Loco di una ristretta cerchia di albergatori e commercianti (non si arriva a 10 persone attive).

Area 8 – Bletterbach
Questa minuscola ma strategica isola rappresenta il riassunto della storia geologica delle Dolomiti. Va conservata come una vera perla perché l’insieme territoriale che la compone è fragilissimo. Siamo contrari alla proposta di nuova sentieristica: si dovrebbe intervenire solo sul miglioramento dell’esistente e un’ulteriore valorizzazione dei due punti museali.

Il Sass dla CruscPiz Ciaval (Cavallo) e Sass dla Crusc. Dolomiti Orientali e d'AmpezzoArea 9 – Dolomiti di Brenta
E’ questa un’area molto omogenea sia sotto il punto di vista dello sviluppo economico e sociale (abbiamo superato ogni limite) che dal punto di vista naturalistico grazie al lavoro svolto, anche se in modo contraddittorio, dal parco naturale provinciale Adamello-Brenta.

Non vi è alcun bisogno di ulteriore sviluppo di aree sciabili (riferimento diretto a Serodoli) né altri potenziamenti. Abbiamo già vissuto il fallimento del collegamento Pinzolo-Campiglio con oltre 50 milioni di euro pubblici regalati alla società impiantistica che oggi vede solo accentuare i suoi disavanzi (ogni anno si sommano da 1,5 milioni a 2 milioni di euro).

Siamo contrari al regolamento del parco naturale dove prevede la possibilità per i cacciatori ed i gestori di malghe di utilizzare le motoslitte (una vergogna), come del resto siamo contrari alla continua riproposta a Madonna di Campiglio di raduni motoristici anche quando coinvolgono case motociclistiche ed automobilistiche internazionali (Ducati e Ferrari). Portare questi presunti campioni in zone di alto pregio naturalistico utilizzando elicotteri e decine di motoslitte contrasta con ogni principio di tutela di un’area protetta.

Ed ora alcuni dettagli riguardo le strategie proposte:

– Nella strategia B vi dev’essere un esplicito ancoraggio e prevedere sinergie chiare fra turismo, agricoltura di montagna e biodiversità, il tutto legato ad una primaria azione di formazione.
Nella strategia B1.1 va inclusa la proposta della rete delle aree protette includendovi anche i parchi, come sta avvenendo in Provincia di Trento.
Nella strategia B1.2 vanno inserite le certificazioni di gestione delle foreste e della filiera turistica.
Nella strategia B1.3 va specificata la necessità che i rifugi delle Dolomiti mantengano una coerenza con la loro storia, con l’edilizia che li ha visti nascere, con la loro tipicità diversa dall’offerta alberghiera.
Nella strategia B2.1 vanno inseriti i musei che sostengono la tipicità della minoranza linguistica ladina.
Nella strategia B3.1 va inserito il percorso della formazione continua per tutti gli operatori turistici.
Nella strategia B4.1 si devono specificare alcuni forti NO. NO all’eliski e all’eliturismo, NO a nuove vie ferrate, NO alle biciclette su tutti i sentieri, NO alle motoslitte. E appoggiarsi ad un forte SI. L’avvio ed il sostegno alle attività di Clean Climbing.

– Nell’ambito C, che riguarda la mobilità, riprendiamo temi già affrontati:

Il massiccio delle Odle da Malga CasnagoIl massiccio delle Odle da Malga Casnago, Val di Funes, Alto Adige, Dolomiti.l’inserimento della progettualità della ferrovia delle Dolomiti coltivando il sogno del Sindaco Paolo Oss Mazzurana (Trento) che aveva sostenuto fin dal 1891 la ferrovia del Paradiso (Saint Moritz, Trento, Fassa, Belluno); potenziamento urgente della Feltre-Calalzo verso Venezia e Padova.
In strategia C2.1 inserimento specifico della chiusura dei passi dolomitici a fasce orarie e drastico contenimento dell’inquinamento da rumore dei transiti, con imposizione del limite di velocità non superiore ai 60 km/h e limite acustico massimo di 70 dB.

– Per l’ambito D chiediamo una maggiore attenzione ai percorsi comunicativi, specialmente per quanto riguarda la realtà storica e la coerenza con il progetto.

– Per l’ambito E, che riguarda la Governance, la richiesta è di investire in coerenza: ci sembra sia quasi superfluo rimarcarlo.

Ringraziamo la Fondazione Dolomiti UNESCO ed EURAC per quanto fino ad oggi prodotto. Noi siamo certi che le osservazioni qui proposte vadano nella direzione della strutturazione di una maggiore qualità dell’offerta turistica, per accogliere le aspettative di gran parte degli ospiti che frequentano le Dolomiti; qualora queste proposte vengano accolte l’intero disegno delle linee guida di uno sviluppo sostenibile risulterà efficace, specialmente all’interno di una situazione di crisi che, lo ribadiamo, non è solo economico-finanziaria, ma innanzitutto riguarda il modello di sviluppo fin qui perseguito e il rispetto della natura. Parlare di turismo sostenibile in Dolomiti senza avere come base il concetto di limite oggi non ha più senso, come certe politiche del passato che auspichiamo vengano superate.

per il Consiglio Direttivo di Mountain Wilderness Italia onlus

il Presidente (Carlo Alberto Pinelli)

 

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Trekking in difesa della Croda Rossa di Sesto

Monte Elmo-Croda Rossa: collegamento “svelato”
Per i prossimi 2 e 3 agosto 2014 Mountain Wilderness organizza un trekking aperto a tutti per la salvaguardia della Croda Rossa di Sesto, la magnifica montagna che si pone a cavallo fra le Dolomiti di Sesto ed il Comelico, interessata da proposte di collegamento sciistico che ne deturperebbero il fascino e la sua storia.

La manifestazione, in un luogo ancora integro e capace di offrirci emozioni altrove perdute, vuole essere un richiamo alla Fondazione Dolomiti UNESCO affinché intervenga, con urgenza, a fermare una macchina politica impazzita che sta distruggendo definitivamente quanto rimane di integro nel territorio delle Dolomiti. Sarà l’occasione per chiedere a Dolomiti UNESCO, pensiamo proprio per l’ultima volta, coerenza e trasparenza nelle progettazioni e nelle scelte. Da mesi Mountain Wilderness non ha risposta nel merito della possibilità di seguire i piani di gestione, nessuno ne conosce contenuti e analisi. La Fondazione Dolomiti UNESCO è ormai una fortezza inespugnabile in mano a politici che la stanno gestendo con superficialità e nei ritagli di tempo, portando la Fondazione ad essere solo una dispensatrice, anche in modo contraddittorio, di marchi e di iniziative “immagine” prive di qualunque ricaduta e condivisione con i territori.

Quanto accade attorno alla Croda Rossa, ma anche al Latemar, a Campiglio, nella gestione delle acque del territorio dolomitico, lo sta a dimostrare. Paesaggi ed emozioni che vengono giorno dopo giorno sviliti, cancellati per sempre.

Croda Rossa - 2

Il progetto
Nei confronti di un progetto precedente, sul quale pende tuttora un ricorso ambientalista al TAR di cui si attende ormai solo la pubblicità della sentenza, un secondo progetto è stato elaborato. Va detto che questa seconda versione accoglie significative revisioni e modifiche, in virtù delle veementi proteste ambientaliste che hanno incontrato, in parte, anche la condivisione voluta o forzata della società impiantistica. Le novità del nuovo progetto sono state sottolineate dal sindaco di San Candido, azionista per il suo comune nella società impiantistica presieduta da Franz Senfter.

Ma questo passo di “buona volontà” non è certo sufficiente. Il nuovo progetto continua a prevedere due nuovi impianti di risalita, con rispettive piste di discesa, che collegheranno le due montagne attraverso la località in quota dell’Orto del Toro partendo dal versante Kristler dell’Elmo per giungere alla stazione a valle della pista Signaue. Lo faranno con un tracciato sostanzialmente nuovo che, abbassandosi sensibilmente, salvaguarderà l’ambiente storico rurale della località Negersdorf ed eviterà l’attraversamento del rio Villgrater. L’abbassamento della quota della stazione a valle sul versante dell’Elmo consentirà anche di salvaguardare i due preziosi biotopi, il Langbödenle Moos e lo Seikofl, interessati invece dal progetto abbandonato.

La manifestazione chiederà apertamente un passo indietro, per salvaguardare la totale integrità di quel territorio.

Croda Rossa - 1

La situazione UNESCO
Cinque anni fa, il 26 giugno 2009, UNESCO offriva alle Dolomiti il patrocinio di Monumento naturale dell’Umanità. Si concludeva una lunga e complicata azione sociale e politica che Mountain Wilderness aveva avviato a Cortina d’Ampezzo, affiancata da SOS Dolomites e Legambiente, con la raccolta di 12.000 firme poi depositate presso il Ministero dei Beni culturali.

Il mondo politico delle Dolomiti e la stessa Fondazione tendono a cancellare la storia reale di questa grande vittoria ambientalista, mentre si deve dare atto alle istituzioni di aver lavorato con intensità e una visione propositiva al progetto, ma questo è avvenuto solo dopo il 2005 e solo dopo che Mountain Wilderness, da sola, aveva reso fertile il terreno presso i ministeri.

Sono trascorsi cinque anni e a nostro avviso la situazione progettuale e del consenso su Dolomiti UNESCO è ferma all’anno zero. Nessuno conosce i contenuti, neppure parziali, dei documenti di gestione dell’area (paesaggio, geologia, aree protette, mobilità, turismo sostenibile, formazione, marketing). Ogni forma di partecipazione diretta è preclusa.

Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)
Visione invernale da Sesto Pusteria su Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, Croda dei Toni e Cima Una (che incoronano la Val Fiscalina)

Mentre questo avviene nelle aree che circondano Dolomiti UNESCO, in luoghi incantevoli, i politici delle cinque province offrono nuovi spazi di erosione alle ruspe, nuove aree sciabili sono aperte e sostenute, quasi ovunque, con denaro pubblico. Attorno a Croda Rossa verso il Comelico; le aree di Serodoli a Madonna di Campiglio; a Moena si avvia un impianto che straccerà i boschi del Latemàr. Ovunque quanto è ancora intatto nei piccoli torrenti viene umiliato dall’imposizione di nuove centrali e centraline idroelettriche. Le moto e le auto continuano a inquinare, anche con assordanti rumori, i passi delle Dolomiti. E in Veneto si vuole attraversare il Cadore con una nuova autostrada.

Questi saranno i temi che Mountain Wilderness inserirà nel libro nero che sarà presentato nell’estate 2015 all’UNESCO a Parigi.

Clicca qui per il programma della manifestazione alla Croda Rossa di Sesto (2-3 agosto 2014).

 

Moena e il Latemàr
Croda Rossa-moenalatemar

Il lago di Serodoli (Dolomiti di Brenta)
Croda Rossa-lago-serodoli

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Fontecchio: ripartiamo dai Parchi?

“Ripartiamo dai parchi” è l’imperativo di chi vuole mettere la natura al centro del Progetto Italia. A Fontecchio (AQ) c’è stato un approfondito confronto sulle aree protette nel nostro Paese e sono stati enunciati sei impegni concreti per rilanciarle.

I parchi nazionali rientrano nella categoria dei Beni Comuni – ha detto Carlo Alberto Pinelli – e come tali la loro gestione non deve sottostare a logiche mercantilistiche. Tra il cittadino e la fruizione-virtuosa delle aree protette è illegale pensare di frapporre il filtro sterilizzante del denaro“.

Parco regionale Velino-Sirente: il Lago della Duchessa
Fontecchio-5773170372_8db73f8605_bMentre il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti dice che “la conservazione della biodiversità sarà uno dei temi dell’agenda del semestre italiano alla Presidenza dell’Unione Europea”, viene dal piccolo centro di Fontecchio (AQ), immerso nel Parco regionale Sirente-Velino, un forte appello al rilancio delle politiche per le aree protette. Il 20 e 21 giugno 2014 le maggiori Associazioni ambientaliste italiane ed i principali attori istituzionali e sociali, insieme a nomi di primo piano dell’ambientalismo, della ricerca e della cultura italiana, si sono confrontati sul presente e sul futuro dei parchi e delle altre aree naturali protette italiane.

Personalmente mi rallegro dell’iniziativa, ma rimango dell’opinione, per quello che può contare, che l’impegno per l’ambiente deve essere globale. Ritengo che dividere artificiosamente il territorio in due parti, una protetta e una sprotetta, abbia alimentato nelle decadi scorse  nella prima la speculazione giustificata da un aumento immediato di valore, nella seconda una speculazione diversa, quasi di diritto, perché per l’italiano un territorio sprotetto è ancora far west.

Ma, al di là di queste considerazioni, ecco il comunicato stampa, a convegno concluso:
Dal dibattito, che ha affrontato numerosi temi tra cui la conservazione della biodiversità, il rapporto con il paesaggio, territorio e beni culturali, la gestione dei conflitti, la dimensione di beni comuni, l’educazione ambientale e la comunicazione, è giunta la conferma che le difficoltà vissute dalle aree protette sono principalmente il frutto di una marginalizzazione culturale e persino di un fraintendimento strumentale, delle loro funzioni essenziali, per non dire delle pressioni indebite che spesso giungono dalla cattiva politica.

Al contrario, quello dei Parchi deve essere un ruolo sempre più centrale, non solo per la conservazione degli ecosistemi e del prezioso capitale naturale da cui dipende il nostro benessere presente e futuro, ma persino per il rilancio più generale del progetto Italia, considerati gli straordinari valori custoditi e rappresentati dalle aree protette e le loro potenzialità in termini di biodiversità, buon uso delle risorse, modelli di sostenibilità, attrattività turistica responsabile, buona economia.

Si tratta del resto di obiettivi pienamente in linea con i grandi temi del dibattito internazionale che non a caso saranno al centro del V° Congresso Mondiale dei Parchi della IUCN (Unione Internazionale della Conservazione della Natura) programmato a Sydney dal 14 al 19 novembre 2014, dal titolo Parks, people, planet: inspiring solutions.

Lago Scanno. Foto: Ivan Gallese
Fontecchio-ivan gallese-lagoscanno

Da Fontecchio – affermano le associazioni Mountain Wilderness, CTS, FAI, Italia Nostra, Lipu-BirdLife Italia, Federazione ProNatura, Touring Club Italiano e WWF Italia che hanno organizzato la due giorni – emergono per Governo e Parlamento richieste per sei preliminari azioni prioritarie:

1. riavviare un confronto realmente approfondito e partecipato sulla proposta di riforma della legge quadro sulle aree protette attualmente in discussione al Senato; riforma che è molto lontana da ciò di cui la nazione ha oggi bisogno e che non aiuta il raggiungimento dei fini costitutivi delle aree naturali protette;

2. assicurare nella prossima Legge di Stabilità le risorse finanziarie e professionali necessarie per una efficace gestione delle nostre aree protette, in particolare quelle marine aumentate di numero con un’ulteriore riduzione di fondi per la gestione ordinaria;

3. vincolare i finanziamenti per le aree protette alle azioni da svolgere per la conservazione della biodiversità e la tutela rigorosa del paesaggio, ed ottenere un’implementazione di tali azioni e un loro attento monitoraggio;

4. convocare la terza Conferenza nazionale sulle aree protette, da troppo tempo attesa;

5. sanare la situazione ormai insostenibile che vede ben 20 parchi nazionali sui 23 esistenti senza consiglio direttivo (alcuni parchi si trovano in questa situazione da oltre 7 anni);

6. adottare, attraverso un processo partecipato aperto a tutti i soggetti interessati alla tutela della biodiversità e del paesaggio, una Carta delle Aree naturali protette che rilanci la missione dei Parchi quale snodo “alto”di un globale progetto di gestione delle risorse naturali e culturali.

Sono richieste che toccano aspetti essenziali per il futuro dei parchi, quali quelli politici, finanziari, programmatici, organizzativi, culturali. Aspetti, che non possono essere più elusi, pena un danno grave al sistema delle aree protette e un inquinamento ulteriore del dibattito intorno ad esse.

Fontecchio-Parco Regionale Sirente Velino


Gli operatori e responsabili degli Enti di gestione dei Parchi hanno evidenziato come le manovre di stabilità della spesa pubblica hanno introdotto procedure che stanno impedendo la loro azione, non consentendo operativamente di fare molte attività istituzionali a cui sono preposti. Gli Enti parco sono Enti pubblici atipici, con caratteristiche e funzioni non paragonabili ad altri, e necessitano quindi interventi che devono essere commisurati e proporzionati alle loro specifiche funzioni.

Le Associazioni sollecitano gli Enti gestori dei parchi e Riserve naturali ad assumere pienamente un ruolo centrale in questo dibattito, riscoprendo il loro compito fondamentale di tutela e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale del Paese. La Natura italiana ha bisogno di competenza, inventiva, capacità decisionale e coraggio. Gli Enti gestori di Parchi e Riserve più di ogni altro soggetto istituzionale devono mettere in campo tali qualità aprendosi al confronto con il mondo esterno, forti dell’interesse costituzionale alla tutela dell’ambiente e della salute loro riconosciuto.

La due giorni di Fontecchio, sostenuta dalla preziosa collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Fontecchio, ha visto la partecipazione di docenti e ricercatori di varie Università italiane, Presidenti, Direttori e personale tecnico degli Enti Parco, rappresentanti nazionali delle maggiori Associazioni ambientaliste e di vari rilevanti portatori di interesse, per concludersi con una sessione speciale dedicata ai parchi dell’Abruzzo.

La situazione nella “Regione dei Parchi” è estremamente problematica a causa di tutta una serie di progettati interventi infrastrutturali (dal Piano di sviluppo sciistico sul Gran Sasso al cosiddetto Protocollo Letta) che minaccerebbero specie ed habitat tutelati, eroderebbero il valore di paesaggi di grande fascino e avvilirebbero il significato stesso dei Parchi. Per la Regione Abruzzo è arrivato il momento di riaffermare con forza la propria vocazione di tutela ambientale come strumento per una corretta valorizzazione del territorio. In tale prospettiva la proposta di candidare l’insieme dei Parchi naturali abruzzesi come monumento del mondo (World Heritage) dell’UNESCO, deve essere tenacemente perseguita.

Le otto associazioni che hanno contribuito all’organizzazione del convegno hanno preso l’impegno di elaborare un documento di sintesi al quale verrà dato il nome di Charta di Fontecchio.

Fontecchio-lupo

postato il 29 giugno 2014

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Il trad come possibile antidoto all’assuefazione allo spit

Il dibattito sull’uso di mezzi artificiali in arrampicata e in alpinismo è vecchio quasi quanto le due attività stesse, probabilmente inizia con Albert Frederick Mummery quando il grande alpinista inglese cominciò a parlare di scalare le montagne “by fair means”. Dunque una “rivoluzione” tutta britannica, che seguiva del resto l’invenzione (sempre britannica…) dell’alpinismo.
Il dibattito arrivò poi alla forma assoluta ed estrema di Paul Preuss, quindi si stemperò nel tempo del Sesto Grado in un ventaglio di forme intermedie.

Una sosta trad
Trad-Climbing_anchorSi riaccese nella seconda metà degli anni Sessanta, prima in America (Royal Robbins), poi in Europa (Reinhold Messner, Enzo Cozzolino, ecc.). Venne il Nuovo Mattino e con lui il dibattito trovò corpo: l’alpinismo si divise, si creò il free climbing che per certi versi si contrappone all’alpinismo padre.
Con il Nuovo Mattino non si pretese più di fare salite che potessero essere comprese in un’etica che si voleva Una (che una però non era), ma ci si accontentò di farle in modo che appartenesse fisicamente a una delle Etiche.

Sempre del mondo anglosassone è l’invenzione dello «stile alpino», che esprime in modo perfetto, con il suo ridotto uso di materiali, ossigeno, uomini e corde fisse, la contrapposizione alla conquista con mezzi illimitati.

Nell’ambito del free climbing, e mentre a esso si contrapponeva l’arrampicata sportiva con la sua filosofia del gesto atletico in piena sicurezza, dunque assicurato da protezioni fisse, ecco nascere già negli anni ’70 altre varianti, come il real climbing, clean climbing… e negli anni del Duemila ecco il trad climbing e perfino il new trad.
Sulla possibile confusione tra clean e trad abbiamo già dedicato un post (vedi qui), ma è indubbio che si senta che il dibattito deve essere ulteriormente approfondito.

 Caroline Ciavaldini e il suo equipaggiamento tradTradClimbing-CarolineCiavaldini-original_photo_13292Il 27 aprile 2014, nell’ambito del Festival di Trento e nella sala conferenze della Fondazione Kessler, il CAAI e Mountain Wilderness hanno ritenuto di grande attualità organizzare il convegno Trad climbing: una nuova etica in alpinismo?, sia per sgombrare il campo da equivoci banali sia per tratteggiare quello che potrebbe essere un futuro.

Moderato da Alessandro Gogna, che ha curato un’introduzione al problema, il convegno si è trovato d’accordo subito su due punti fondamentali. Primo, si sta parlando di etiche, dando quindi per scontata la libertà di seguirne una, due, tutte o nessuna. Le etiche sono come dei codici di gioco, si può giocare con quelle regole (senza barare quindi), oppure dire chiaramente di aver adottato altre regole, seguendo quindi un’altra etica, oppure inventandone una nuova. Secondo, con il termine “trad”, cioè tradizionale non si vuole corrispondere affatto a un semplicistico «ritorno al passato», si vuole semplicemente aggregare quegli arrampicatori che, condividendo i valori tradizionali, praticano un’arrampicata moderna per molti versi originale.

La sala della Fondazione Kessler a Trento, 27 aprile 2014
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 113L’arrampicata trad non evita i chiodi, ma il loro uso è limitato alle situazioni in cui non sono sostituibili, vengono preferiti i mezzi di protezione a incastro senza che il gioco vada a scapito della sicurezza. L’obiettivo dello scalatore trad è quadruplice: “fare” la salita (“chiuderla”), non sfruttare le protezioni per la progressione (RP), sistemarle personalmente e dedicare uguali sforzi (di tempo e di capacità) alla serie di movimenti in arrampicata libera e alla strategia di protezione (a volte davvero elaboratissima). L’arrampicatore trad rifiuta in genere la filosofia del “o la va o la spacca”, e sta magari delle ore a studiare come proteggersi. Ecco perché, al momento, il trad si esprime soprattutto sui monotiri.

Riguardo alle condizioni per cui ci possa essere un trad, l’impressione è che quelle vissute sulle pareti e le falesie del Regno Unito non siano esperienze trasferibili “tout court” sulle verticalità nostrane. Tuttavia, il movimento trad c’è ed è vivo anche da noi: non dimentichiamo che il CAAI è alla terza organizzazione (2010, 2012 e settembre 2014) del Trad climbing meeting in Valle dell’Orco (Parco del Gran Paradiso), istruttiva occasione d’incontro internazionale.
Nel 2010 si era anche tenuto, in quell’ambito, il convegno Arrampicata trad(izionale), quale futuro? E a questo proposito, assai valide sono le conclusioni del dolomitista Manrico Dell’Agnola, quando commentò che “nomi fra i più autorevoli dell’alpinismo mondiale credono che l’arrampicata dovrebbe fare un passo indietro, non tecnicamente, ma tecnologicamente e questo reputo sarebbe un bene per l’alpinismo e per la montagna”.

Convegno sul Trad a Trento (27 aprile 2014): Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alessandro Gogna, Maurizio Oviglia e Alberto Rampini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 147I protagonisti del convegno di Trento sono stati scalatori che non hanno bisogno di presentazioni: Maurizio Oviglia, Maurizio Giordani, Ivo Rabanser, Alberto Rampini. Di essi, solo il primo ha praticato esperienza trad e clean in senso stretto.
«Il Traditional climbing va anzitutto spiegato – ha argomentato il moderatore Gogna – perché non è un ritorno al passato e, se è facile da praticare sul granito dove si possono usare dadi, friend, cordini, è più difficile sulle Dolomiti e su certi calcari. Qui è necessario spesso usare il chiodo il quale, messo e levato, col tempo spacca le fessure. Lasciato o non lasciato, ma comunque usato, non può essere “clean”.
Ci sono rocce diverse, storie diverse e arrampicatori diversi, parliamo di codici che uno accetta di usare se vuole giocare a questo gioco. Io sono però uno strenuo difensore della libertà individuale di interpretare, negare o fare delle cose intermedie o diverse: ci sono tanti alpinismi diversi e parlarne può essere utile per sapersi muovere e distinguere culturalmente. Non credo che occorra dare troppa importanza a questi nomi, anche perché c’è chi dà più importanza all’impresa in generale. È la codificazione di un gioco, poi sta a noi valutarlo».

Maurizio Oviglia, aiutato da alcune immagini e un breve film, ha illustrato come lui stesso ha fondalmente contribuito alla nascita del trad in Italia, soprattutto in Sardegna, con la scoperta di alcune aree dove questo può essere praticato senza troppe difficoltà. Oviglia, in questa ricerca, era partito dalla constatazione del forte sbilanciamento presente a fine secolo XX: in Italia non c’era quasi falesia che non fosse chiodata a spit, i vecchi itinerari schiodati che si prestavano al trad praticamente tutti richiodati in modo definitivo. Ecco dunque l’esigenza di trovare alcune cosiddette “aree clean”, autonome e di principio non violabili dalla filosofia sportiva, anche per “un’alternativa di arrampicata più gustosa ai giovani alpinisti”. Oggi la situazione non è molto diversa, ma qualcosa si comincia a vedere (Valle dell’Orco, Valle di Mello, Cadarese, Capo Testa, Carloforte, ecc.).

Maurizio Oviglia arrampica trad in Valle dell’Orco
TradClimbing-5634Maurizio Giordani ha espresso il suo parere rievocando quella che è stata la sua storia personale, soprattutto la sua scelta di eleggere la parete sud della Marmolada come terreno privilegiato in cui cercare di progredire e di eccellere. Il percorso gli divenne sempre più chiaro dopo lo Specchio di Sara e i pochi spit usati in quell’occasione: aprire un itinerario di difficoltà equivalenti, ma senza l’uso di neppure uno spit. Giordani ci ha detto di esserci riuscito quando aprì Andromeda e che per questo la sua soddisfazione fu immensa, come a sottolineare la gioia che si può provare ad aver agito “clean”, pulito: una gioia che si affianca a quella della conquista, almeno a pari merito.
Aver ottemperato all’intenzione di non appropriarsi totalmente dello spazio in parete, ma di lasciarlo intatto a beneficio degli alpinisti che saliranno dopo.

Anche Ivo Rabanser si serve di un po’ di esposizione autobiografica per sottolineare come per lui ciò che conta è l’autonomia e l’estetica di un itinerario, in altre parole il risultato di un impegno, di una performance. Senza nulla togliere al valore dei vari codici, Rabanser afferma con decisione di essersi trovato a sottometterli alla via, vista in modo globale. Inoltre, per Rabanser, «una via aperta con protezioni mobili implica una difficoltà più alta per i ripetitori, la via non si semplifica con il passare del tempo. Quindi questa tecnica consente agli alpinisti di restare più autonomi e farebbe riacquistare capacità che si stanno un po’ perdendo, come quella di piantare i chiodi».

Infine Alberto Rampini ha spiegato in modo sintetico e magistrale l’etica in vigore in Gran Bretagna, in particolare in Cornovaglia: no chiodi, no soste, no discese attrezzate, nessun nome all’inizio della via, no “gardening”… perfino, su certi terreni, no alle suole Vibram per l’approccio!

Alberto Rampini su William’s Chimney, Trewevas Head, Cornwall
TradClimbing-Alberto-Rampini-on-William's-Chimney-Trewevas-Head,-CornwallE questa pratica, là diffusa a livello popolare, è stata trasportata in altri terreni, questa volta di vera montagna, come sulla catena dell’AntiAtlante, in Marocco. E proprio nell’audiovisivo che Rampini ci ha mostrato sul Marocco si è potuto avere una vaga idea di come potrebbe essere il “trad” del futuro. Tra quelli che sono stati là, qualcuno è tornato spaventato: ma l’opinione prevalente è che sia soprattutto una questione psicologica, da assuefazione allo spit.

Il convegno si è chiuso con la consegna dei premi del Concorso Clean Climbing 2013.

Premiazione Concorso Clean Climbing 2013: Carlo Alberto Pinelli, Arturo Castagna, Alessandro Beber, Stefano Michelazzi, Giovanni Nico, Tomas e Silvestro Franchini
TradClimbing-Premiazione Clean 27 aprile 2014 207

L’intervista di Mountainblog a Carlo Alberto Pinelli

L’intervista di Mountainblog ad Alessandro Gogna

postato il 16 maggio 2014

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Passo Sella, un monumento all’analfabetismo paesaggistico

Il rifugio Passo Sella, sul valico dolomitico fra Trentino e Alto Adige, fu costruito nel 1904 dalla Sezione di Bozen del DuÖAV (Deutscher und Österreichischer Alpenverain) che, con grande lungimiranza, acquistò anche circa 200 ettari di terreno circostante per mantenere incontaminato l’ambiente impedendo la proliferazione di altre costruzioni.
Più volte ampliato, nel 1924 passò in proprietà alla Sezione CAI di Bolzano, che, con la collaborazione dei gestori “storici” (famiglie Valentini e Cappadozzi) lo ha ristrutturato più volte e adeguato alle esigenze delle varie epoche trascorse. Nel 1942 (all’epoca dell’uscita della guida di Arturo Tanesini, Catinaccio, Sassolungo e Latemar) era stato ribattezzato “rifugio Marescalchi. “Sorge sul versante N (Gardena) a qualche centinaio di metri dal valico geografico e stradale, sulla carrozzabile al centro di una magnifica conca erbosa; è un’ampia e bella costruzione in muratura, composta di due corpi principali, con vasta veranda sul fianco meridionale; conta un vasto bazar, una capace autorimessa e una graziosa chiesetta; ha 40 stanze riscaldate a termosifone con 70 letti” scriveva il Tanesini.

Una vecchia cartolina (anni ’30) ritrae il rifugio del Passo Sella. Foto: GhedinaSellaResort-TIC0-0211In estate per il traffico ormai a livelli esplosivi (migliaia di auto al giorno, più autobus e moto), d’inverno per lo sci, il passo Sella era diventato una Gardaland impossibile da gestire. Rimaneva la vecchia costruzione che, con la sua nobiltà, stemperava una realtà consumistica degna della riviera adriatica.
Ma nell’autunno 2013 il rifugio passo Sella, che nel frattempo era arrivato a 86 posti, è stato abbattuto, su consenso del CAI di Bolzano (proprietario) e la ricostruzione è stata affidata in gestione a una impresa che sta costruendo un enorme resort a 4 stelle.
Gli ambientalisti erano convinti che il progetto venisse rigettato in quanto la provincia di Bolzano aveva posto prescrizioni molto importanti e positive.
Invece la Commissione Edilizia del Comune di Selva di Val Gardena ha dato il via libera al progetto, senza alcuna variante sul progetto presentato, dai più definito “osceno”.

«I lavori sono quasi ultimati, ai primi di luglio si apre». La soddisfazione è palpabile nella voce di Alan Stuffer, capocordata della società che sta realizzando il nuovo rifugio Passo Sella, il Dolomiti Mountain Resort. L’iter burocratico iniziato cinque anni fa ha portato lo scorso autunno all’abbattimento del vecchio rifugio di proprietà della sezione di Bolzano del CAI, che ha chiuso un accordo economico con la società di Stuffer. L’imprenditore gardenese ha ottenuto dal CAI un diritto di superficie quarantennale per l’utilizzo e la gestione dell’hotel in cambio di un consistente canone annuale.

In cambio il CAI, scaduti i quarant’anni di concessione, si ritroverà fra le mani un vero e proprio gioiello di edilizia d’alta quota. Perché quello che sta sorgendo a quota 2213 m si tratta dell’unica struttura alberghiera di lusso delle Dolomiti costruita a questa altitudine, ai piedi del gruppo del Sassolungo, e sarà in tutto e per tutto rispettoso del contesto naturale che lo circonda” scrive la giornalista Silvia Fabbi.

Il rifugio Passo Sella nel 2012SellaResort-IMG_2703«Abbiamo acquistato legname proveniente da vecchi fienili per il rivestimento esterno della struttura, in modo da non creare un edificio troppo impattante e rispettare lo stile dell’edificio preesistente» spiega Stuffer.

Della costruzione si sta occupando la Immobiliare Passo Sella snc, di cui fanno parte oltre a Stuffer anche Alan Perathoner (ex olimpionico di sci e socio di Stuffer nella società di gestione) e Paolo Cappadozzi, membro della famiglia che negli ultimi 85 anni ha gestito il vecchio rifugio Passo Sella.

La notizia è grave e non può essere passata sotto silenzio. Bisogna organizzare qualcosa e mettere apertamente sotto accusa non solo la sezione di Bolzano ma anche il CAI centrale e la sua letargica commissione TAM. Il progetto mi sembra vada nella direzione opposta alla proposta di inclusione del Sassolungo/Sella nelle Dolomiti Monumento del Mondo dell’UNESCO” commenta subito Carlo Alberto Pinelli di Mountain Wilderness.

Riccardo Cristofoletti, presidente del CAI Bolzano, aveva presentato in assemblea sezionale l’operazione, ormai in divenire, con parole che trasudano l’ottimismo dell’imprenditore: «All’inizio di luglio 2014 invece verrà inaugurato il nuovo albergo-rifugio passo Sella di nostra proprietà… è stata un’operazione lunga e complessa, però siamo contenti di averla condotta in porto. Noi non ci saremmo mai potuti permettere di investire 6-7 milioni di euro nella demolizione e ricostruzione del vecchio rifugio. Così abbiamo trovato un accordo con una società che si è accollata tutte le spese: lo gestiranno e per 40 anni ci pagheranno un diritto di superficie, quindi l’immobile tornerà al CAI. Il nuovo complesso è in parte adibito ad albergo e in parte a rifugio, visto che quella è una zona particolarmente frequentata dagli amanti dell’arrampicata».

Il Dolomiti Mountain Resort nel rendering invernaleSellaResort-WinterTutti erano a conoscenza della volontà del CAI (nazionale) di abbandonare i rifugi accostati alla grande viabilità. Una scelta anche condivisibile in alcuni casi.
A Passo Sella, il CAI di Bolzano si è sempre vantato di non aver permesso alla speculazione sciistica di invadere grandi spazi perché buona parte dei terreni sono di proprietà del CAI stesso come del resto il rifugio. Va detto che se non vi fosse stato questo freno le oscenità della gestione del Passo Sella sarebbero state ben più devastanti del presente, nonostante la già pesante situazione paesaggistica e antropica. Nell’autunno la Provincia Autonoma di Bolzano aveva dato al CAI e ai gestori del progetto di rifacimento (abbattimento e ricostruzione) delle prescrizioni alquanto severe in tema di manutenzione delle caratteristiche della struttura originaria, anche per un parziale aumento volumetrico.

I gestori hanno concordato con il CAI il progetto, a firma dell’architetto altoatesino Marika Schrott, che poi è stato approvato, quando al contrario il CAI, quale proprietario dell’area e quindi firmatario del progetto, poteva rifiutare. Invece ha depositato la licenza edilizia presso il comune di riferimento, Selva di Valgardena (il peggior comune, in tema urbanistico, dell’Alto Adige, contrario all’inserimento del Sassolungo in Dolomiti UNESCO, l’unico ostacolo ancora presente). La commissione edilizia, trascurando le osservazioni dell’ufficio urbanistico della provincia di BZ, ha approvato il progetto come dai rendering qui allegati, con aumenti volumetrici e sconvolgimento della struttura originaria. Pare che in commissione edilizia comunale il dibattito sia stato acceso e abbia portato a spaccature non superficiali, ma alla fine ha vinto il progetto “di lusso”. Inizialmente contrario al progetto è stato il sindaco di Selva, Peter Mussner, che però alla fine, dopo la contestazione, ha dato disco verde al progetto.

«Certo, le perplessità le avevamo anche noi e alla fine il progetto è senza dubbio discutibile, almeno per quanto riguarda l’architettura. Però il rifugio non si poteva certo lasciare com’era e alla fine ne è uscita una struttura degna dell’immagine che la Val Gardena vuole dare di sé» dice Mussner.
«Avevamo consigliato a Stuffer e colleghi di affidarsi alla consulenza, peraltro gratuita, del Comitato provinciale per la cultura edilizia e il paesaggio, che aveva formulato alcuni criteri per rendere il progetto più armonico con il paesaggio. Questi criteri (che l’amministrazione comunale condivideva), non essendo vincolanti, non sono stati rispettati… ma alla fine la commissione edilizia, che prima si era spaccata a metà, ha votato a favore» spiega ancora il sindaco Mussner.
«L’idea era che dovesse sorgere un edificio in linea con i vecchi rifugi di una volta, quindi con molta roccia e poco legno. I promotori del progetto hanno deciso di fare altrimenti, e di non ascoltare le prescrizioni del Comitato perché non volevano perdere troppo tempo. Ma in fin dei conti siamo tutti d’accordo che questo intervento dovesse essere fatto. Possiamo non concordare con i modi e con lo stile architettonico, ma nel merito questo progetto è un bene per tutta la zona» conclude il primo cittadino di Selva.

In linea con Peter Mussner, parzialmente critico ma in fondo favorevole al progetto, è l’approccio del presidente del CAI Alto Adige, Giuseppe Broggi. Ricordiamo qui che Il CAI Alto Adige racchiude in sé le 15 sezioni del CAI sparse sul territorio provinciale.
«I rilievi degli ambientalisti mi troverebbero d’accordo se stessimo parlando di una situazione in cui i passi dolomitici sono chiusi al traffico. Va invece tenuto presente che il rifugio Passo Sella si trova di fatto su una strada ad alta se non altissima percorrenza. In considerazione di questo fatto non avrebbe avuto più alcun senso realizzare un rifugio vecchio stile, come se stessimo parlando di un rifugio d’alta quota… in ogni caso se non l’avessimo fatto noi l’avrebbe fatto qualcun altro, e in ogni caso il CAI ha tutto il vantaggio ad aver dato disco verde all’operazione. Innanzitutto per il fatto che fra quarant’anni l’edificio tornerà in nostro possesso, ma anche perché il canone mensile che il CAI di Bolzano incasserà dai gestori del nuovo rifugio è un’entrata preziosa per garantire la copertura di tutte le spese preventivate in tempi di generalizzate ristrettezze economiche» ci spiega Broggi.

«L’edificio preesistente aveva oltre 100 anni e non era mai stato fatto oggetto di restauri, al punto che ormai ci pioveva dentro ed era davvero difficile garantire il servizio agli ospiti. In molti ci hanno detto che avrebbero preferito il restauro del vecchio edificio, ma ormai le strutture erano così compromesse che non era più possibile intervenire sull’esistente e abbiamo dovuto procedere ad abbattere tutto» comunica Stuffer.

L’edificio dunque avrà 60 posti letto: oltre a una sola (ovviamente più economica) camerata (conservata nel progetto su richiesta del CAI di Bolzano), il resto gli ospiti potrà contare su camere singole o doppie, come in un vero e proprio hotel. La riorganizzazione degli spazi interni ha richiesto un sensibile aumento di cubatura. Come in ogni resort di rispetto, ci saranno la sauna finlandese e il bagno turco, come pure il bagno Kneipp e la piscina coperta a 30° C, con zona controcorrente e panchine idromassaggio.

Il Dolomiti Mountain Resort nel rendering estivoSellaResort-estateIl portavoce di Mountain Wilderness Luigi Casanova, nelle sue dichiarazioni ai giornali, ha espresso tutta la delusione per una vicenda: «Abbiamo seguito tutto l’iter che ha portato alla demolizione della vecchia struttura e al varo della nuova, osteggiando il progetto, che ci appare come il frutto di una resa al dio denaro, e alla speculazione pura… Il vecchio rifugio era costruito su una struttura tradizionale, mancavano servizi considerati oggi essenziali ed era carente sotto il profilo della sicurezza. Pertanto anche una demolizione poteva starci, ma nell’ambito di un progetto che rispettasse gli stessi criteri volumetrici e di tipologia storica dell’edificio… Il Comune doveva dare delle prescrizioni più stringenti e più efficaci a garantire la tutela del paesaggio, ma ci ha meravigliato, più della Provincia e del Comune, l’atteggiamento del CAI di Bolzano, perché ha scelto di abiurare al significato più autentico di un rifugio di montagna, cancellando la propria storia e omologandosi alla cultura di urbanizzazione delle grandi pianure… queste sono speculazioni fatte a spese del paesaggio, in nome di una nuova servitù della gleba che di fronte al turismo non pone alcun vincolo e finisce per distruggere anche un patrimonio dell’umanità come le montagne delle nostre province. E i principali responsabili di questa situazione siamo proprio noi gente di montagna».

All’amarezza di Casanova si contrappone Alan Stuffer a difendere il proprio operato, rincarando la dose su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato per senso della misura: «La Provincia di Bolzano aveva nominato un collegio di tre esperti svizzeri, secondo i quali avremmo potuto costruire un edificio di sei piani, dalla volumetria doppia di quella che stiamo realizzando, e con 100 camere, tutto in cemento armato, non dipinto e senza legno. Se avessimo seguito questo consiglio avremmo realizzato un’opera di fortissimo impatto sull’ambiente naturale. Invece abbiamo scelto una struttura su tre soli piani, più bassa e più larga, meglio inserita nell’ambiente di passo Sella, e che tende a sparire dalla vista. La volumetria è poco più estesa di quella del vecchio rifugio. Con i permessi che avevamo in mano avremmo potuto costruire cinque o seimila metri cubi in più di quanto abbiamo invece costruito. Accetto le critiche, anzi ben vengano se ci aiutano a migliorare. Ma in questo caso ritengo siano fuori bersaglio».

Il Dolomiti Mountain Resort, renderingSellaResort-Ansicht-(7)«Il resort al passo Sella? Un monumento all’analfabetismo paesaggistico», questa volta è il presidente di Italia nostra di Bolzano, l’urbanista e architetto Beppo Toffolon, che boccia senza appello il progetto di costruzione del rifugio a cinque stelle in quota. Nella sua intervista, apparsa sul Corriere della Sera Trentino il 24 aprile 2014, definisce sconcertante che, per favorire il turismo, si accetti qualsiasi cosa, finendo per rovinare il territorio.
«Il turismo produce ricchezza e benessere, ma esiste un limite oltre il quale i vantaggi possono ritorcersi su se stessi diventando il loro contrario».
Secondo Toffolon è assai discutibile che le strutture vecchie si debbano demolire perché non stanno in piedi: “È un alibi banale e inammissibile, perché con le tecniche moderne è possibile consolidare qualsiasi cosa, e non è detto che il recupero costi più di demolire e ricostruire”.

Video rendering del Dolomiti Mountain Resort

Aggiungo che l’idea che per diminuire l’impatto basti usare un po’ di tavole di legno vecchio prese da qualche fienile, andando a tappezzare il cemento di struttura, è da respingere senza appello.
Possiamo anche decidere di passare dalle camerate alle singole con bagno, aggiungere saune e piscine, ciò che non si può accettare è lo stravolgimento della tipologia architettonica solo perché si vuole la spa a tutti i costi. Occorre rispettare i precedenti caratteri di originalità, anche per non omogeneizzare i rifugi di montagna con le strutture di valle, visto che le funzioni dovrebbero essere diverse. Su questo, il CAI proprietario, avrebbe dovuto riflettere ben di più.

postato il 12 maggio 2014

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Everest, tragedia e farsa

Everest, tragedia e farsa
di Carlo Alberto Pinelli

C’è voluta la morte di sedici Sherpa nel labirinto della seraccata detta “Lo schiaccianoci” che separa il campo base dell’Everest dal campo primo, perché alcune notizie su quanto da anni sta succedendo lungo i pendii della più alta vetta del mondo raggiungessero il grosso pubblico. Ma già nel 1997 Jon Krakauer  nel suo best seller: “Aria Sottile”(Into thin Air) aveva descritto in modo inequivocabile e agghiacciante la degradazione che l’abuso delle spedizioni commerciali stava provocando nell’alpinismo himalayano, con abbondante corredo di decessi e amputazioni. Chi avesse pensato che tali descrizioni avrebbero portato ad una saggia inversione di rotta, si sarebbe sbagliato di grosso. Perché è accaduto proprio il contrario, come dimostrano le desolanti foto già pubblicate nel giugno del 2013 dal National Geographic Magazine. La scalata dell’Everest si è trasformata ormai in un business cinico e spietato che coinvolge ogni stagione migliaia di visitatori e centinaia di spregiudicati operatori turistici, portando una gran quantità di valuta pregiata nelle disastrate casse dello stato nepalese. Cosa quest’ultima che rende estremamente improbabile un serio intervento governativo per limitare l’afflusso degli stranieri al dilà del campo base. Ormai la scalata all’Everest dal versante di Khumbu è praticamente gestita in ogni sua fase dai montanari di etnia Sherpa, i quali guadagnano in media da venti a quaranta volte più di un impiegato governativo.

Sulla seraccata (Ice Fall) del versante nepalese dell’Everest
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Sono gli Sherpa ad addomesticare con ponti di metallo  la pericolosa seraccata iniziale, pretendendo poi (giustamente) un pedaggio. Sono gli Sherpa che attrezzano tutto il successivo itinerario, fino in vetta, con chilometri di corde fisse lungo le quali arranca, armata di jumar, l’interminabile processione dei loro danarosi clienti. Sono gli Sherpa che scavano le piazzole per le tende dei campi alti, portano le bombole di ossigeno, i viveri, i sacchi letto, i fornelli. Sono gli Sherpa che cucinano la cena e la prima colazione per quei branchi di stolidi stranieri ossessionati dalla vanità di raggiungere la cima, pur non essendone all’altezza. Sono infine gli Sherpa che trasportano in basso, a pagamento obbligatorio, i bidoni delle latrine del campo base, stracolmi di deiezioni umane. L’Everest è diventato per loro la gallina dalle uova d’oro: un lavoro di manovalanza specializzata particolarmente redditizio anche se non esente da seri rischi. Dunque il dolore per la recente tragedia, pur essendo giustificato e sincero, non dovrebbe prescindere dalla conoscenza e dalla valutazione del contesto. E questo contesto ha più ombre che luci. Negli ultimi tempi gli Sherpa – consapevoli che solo grazie al loro aiuto la macchina del business commerciale può andare avanti – si sono trasformati in una potente lobby che detta le proprie condizioni, anche se in genere senza alzare la voce e tende a considerare la montagna dal versante della via normale una sorta di proprietà privata. Hanno torto gli Sherpa?

All’interno di quell’allucinante e sovraffollato contesto dobbiamo dire di no. E’ sul contesto che bisognerebbe intervenire per tentare di salvare almeno una scintilla del significato dell’alpinismo himalayano. Impresa disperata, perché qualunque soluzione si volesse adottare essa non potrebbe prescindere da una radicale diminuzione dei visitatori, con conseguente contrazione delle entrate per tutti: governo, sherpa, guide e agenzie che organizzano le spedizioni commerciali. Sono soprattutto queste ultime le vere responsabili del disastro. Perché hanno imposto un modello di pseudo-alpinismo consumistico e inautentico, che rinnega e tradisce le ragioni stesse sulle quali si fonda l’alpinismo vero. E’ inutile nasconderlo: la salita all’Everest si è trasformata in una patetica parodia di se stessa. E’ stato il veleno di quel modello, introdotto a suon di dollari dalle spedizioni commerciali, a plagiare la mentalità degli Sherpa e a corrompere le fragili radici della loro cultura tradizionale,  fino a trasformarli in complici a tutto tondo. Per questa sola ragione siamo disposti a perdonarli, anche quando evitano di prestare soccorso ad alpinisti in gravi difficoltà non appartenenti all’agenzia per la quale in quel momento stanno lavorando, o minacciano, coltelli alla mano, le poche cordate indipendenti che osano sfiorare una delle loro corde fisse. I casi descritti da Fausto De Stefani e da Simone Moro sono esemplari, sebbene non (ancora) generalizzabili.

Sull’Ice Fall dell’Everest. Foto: Manuel Lugli

Everest, Icefall

Ma c’è un limite a tutto, anche per gli Sherpa più “robotizzati”. Pochi giorni fa, la resistenza dei datori di lavoro alla concessione di una pausa nell’attrezzatura dell’itinerario di salita (quest’anno particolarmente insidioso) per permettere alla manovalanza di compiere le tradizionali cerimonie funebri e per riprendersi dallo shock, ha provocato una violenta reazione, culminata in uno sciopero ad oltranza. E’ bastato questo soprassalto di orgoglio identitario (unito per verità alla più prosaica richiesta di un maggiore riconoscimento assicurativo e alla ben comprensibile paura di lasciarci la pelle) per costringere decine e decine di pseudo-alpinisti  ad abbandonare l’impresa e a tornarsene a casa con la coda tra le gambe. Un fatto che la dice fin troppo lunga  sulla totale dipendenza dall’aiuto degli Sherpa di quelle schidionate di sprovveduti Tartarini di Tarascona.

Ora abbandoniamoci per un momento al piacere dell’utopia e proviamo ad elencare i provvedimenti minimi che sarebbe possibile prendere se il mondo che ruota intorno all’Everest non fosse quello che invece è.

Il primo provvedimento potrebbe consistere nell’imposizione del numero chiuso stagionale. Le presenze degli alpinisti andrebbero almeno dimezzate. La perdita di introiti per lo stato nepalese potrebbe essere compensata in parte da un aumento significativo delle royalties.

Il secondo provvedimento dovrebbe prevedere la proibizione dell’uso dell’ossigeno durante l’ascensione (non la notte), almeno sotto agli ottomila metri di quota e l’obbligo di riportare a valle le bombole vuote. Basterebbe tale norma per togliere di mezzo i tre quarti degli aspiranti “conquistadores”.

Il terzo provvedimento dovrebbe limitare l’attrezzatura della via di salita con corde fisse ai soli tratti veramente difficili. Inoltre ogni spedizione dovrebbe avere l’obbligo di recuperare tutto il materiale posto lungo l’itinerario, corde incluse.

Il quarto provvedimento vieterebbe la salita a chi non abbia già nel curriculum l’ascensione certificata di una vetta himalayana superiore ai settemila metri.

Il quinto provvedimento riguarderebbe i liaison officers che il governo impone a tutte le spedizioni. Questi personaggi, oggi del tutto inutili e spesso facilmente corrompibili, dovrebbero essere formati attraverso specifici corsi, simili a quelli che da anni Mountain Wilderness tiene in altre regioni montane dell’Asia (India, Pakistan, Afghanistan).

Va da se che nulla di tutto ciò accadrà, per lo meno  finché l’UIAA non si deciderà a studiare e mettere in pratica interventi efficaci e durissimi. Il primo passo potrebbe consistere nella messa a punto di un severo protocollo comportamentale, particolarmente restrittivo, relativo alle spedizioni commerciali, seguito dall’ espulsione senza appello da tutte le associazioni alpinistiche di chi non ne rispettasse scrupolosamente le regole. Utopia nell’utopia?

Carlo Alberto Pinelli
maggio 2014

 

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Noi ci battiamo

C’è chi crede che le montagne siano più forti e più durature dell’uomo e che ogni aggressione avrà alla fine la sua degna con­tromisura. E a dispetto della fiducia che molti esseri umani possano condividere il nostro modo di sentire la natura, per anni abbiamo delegato al buon senso comune il compito di arrestare quello che ci sembrava uno scempio continuo.

Il nostro ottimismo di fondo ci impediva di vedere la realtà, la gioia dello scalare e del camminare nella continua scoperta delle cose nascondevano quelle mille crepe che si andavano aprendo.

Le sorgenti del Po, Pian del Re (Alpi Cozie). Foto: Federico Raiser
Le sorgenti del Po, Pian del Re, Alpi CozieEd è solo da neppure una trentina d’anni che ci siamo accorti che la montagna in genere è «USATA»; e più in particolare che la roccia, i boschi, i prati, l’acqua, i panorami e perfino il montanaro sono «USATI». Il consumo non rispetta più nulla, altera i concetti di bellezza, impedisce alla gente di guardare se non per fotografare, di percorrere senza raccogliere fun­ghi o mirtilli.

Si parlava di dignità e di grandezza della montagna mentre la si colonizzava senza alcun rispetto: al di sopra rifugi, bivacchi e vie ferrate inutili, al di sotto strade e cemento. E inoltre, solo per rimanere nel campo del normale appassionato o del turista alpino, e proprio parlando con queste persone e non con i cementificatori di professione, si nota una generale contentezza nel poter raggiungere e abbandonare la montagna con sempre maggior velocità. Ci si può sentire emarginati se si afferma che lento è bello.

Sostenere che si deve continuamente imparare da tutti, anche dai più giovani di noi, oggi è sempre più difficile. Ci si può coprire di ridicolo se si sostiene che i record non servono che a ridicolizzare la monta­gna, specie dopo il successo delle competizioni di arrampicata, dei rally, delle corse alla vetta e di ogni tipo di montagne svendute.

Come tutti, anche il curatore di questo blog sta certamente invecchiando, ma non per questo gli sembra il caso di far guadagnare altro terreno a persone che non «sentono» come lui. È la continua lotta di chi vede la montagna come una discoteca e chi la vorrebbe vivere nella sacralità di un tempio.

L’idea di iniziare questo blog e quindi di collaborare assai attivamente a ciò che noi riteniamo essere cultura alpina è stata una spalmata d’unguento benefico su vecchie piaghe mai richiuse. La convinzione che vi siano tanti appassionati che finora avevano sofferto in silenzio è provata nella sua verità dall’interesse che le prime uscite hanno risvegliato.

Funivia 3S a Kitzbuehel. Foto: Kitzbuehel Tourismus
KItzbuehel, funivia orbitale 3STra i vari intendimenti c’è anche quello di dare spazio all’esigenza, at­tuale e prioritaria, di difendere gli ultimi spazi incontaminati delle nostre Alpi. A questo riguardo coesistono molte opinioni: c’è chi pensa che sia estremamente importante difenderle dall’assedio della spazza­tura, c’è chi vorrebbe maggiore difesa dai turisti, dagli operatori turistici, dagli alpinisti, dai Club Al­pini, dagli impresari edili, dagli sciatori, dai cacciatori, dai cavatori, da custodi di rifugi senza scrupoli, e da tanti altri.

Siamo giunti ad una situazione tale di colonizzazione e talvolta di degrado che non si può più volgere lo sguardo dall’altra parte e consolarsi pensando che si troverà comunque un angolino per noi.

Purtroppo ancora immobili e consolidate sono le posizioni di quegli alpinisti cittadini che con cieca determinazione perseguono i loro sogni tra cime e cielo ma che, con malce­lato fastidio, non vogliono prendere posizione su scottanti problemi e che di buon oc­chio vedono la costruzione di nuovi impianti per avere più possibilità di ascen­sioni rapide.

Noi ci battiamo perché i boschi non siano più campo di battaglia per riempire di qualunque cosa i propri sacchetti di plastica o i propri carnieri; e ci battiamo anche perché l’alta e l’altissima montagna non siano campo di gioco solo per riempire i propri diari di elenchi di salite.

Foto: Andrea Rolando
gressoney funivia punta indrenCi battiamo perché la roccia non sia più un mezzo per squallidi esercizi sportivi, perché i sentieri siano la via all’esperienza e non rete viaria di un giardino pubblico.

Ci battiamo infine perché ciò che è stato deturpato sia ripulito, ciò che è stato conquistato sia infine difeso.

postato il 20 aprile 2014