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La montagna del destino

La montagna del destino

Venerdì 26 febbraio 2016, alle 15.37 (ora locale), Simone Moro, Alex Txikon e Alì Muhammad Sadparà realizzano la storica prima salita invernale del Nanga Parbat, la montagna che anche per loro diventa una personale Schicksalsberg (la montagna del destino). Tamara Lunger si è fermata un centinaio di metri sotto la vetta. Verso le 20 (sempre Pakistan time) tutti gli alpinisti hanno fatto ritorno al campo 4 a 7150 m. E il giorno dopo hanno fatto ritorno alla base, sani e salvi.

Un’impresa ai limiti delle possibilità umane, come ben dimostra la gran quantità di fallimenti precedenti” riassume Sandro Filippini.

Un’avventura su quella che è, dopo l’Annapurna, la seconda montagna killer. La montagna delle tragiche fatalità delle spedizioni tedesche degli anni Trenta e del mito di Hermann Buhl (1953). Sul quel versante Diamir che ha visto la tragedia di Albert Frederick Mummery (1895), la caduta mortale di Sigi Loew (1962), la scomparsa di Guenther Messner (1970) e l’eccidio talebano dei dieci alpinisti al campo base (2013), solo per citare le morti che sono diventate storia.

Quel venerdì ho seguito con ansia, direi trepidazione, il loro metodico incedere verso la vetta. Data la scelta che Simone Moro ha fatto per questa spedizione, di non essere troppo informatico e tecnologico, non abbiamo avuto la possibilità di seguire in tempo davvero reale la salita. Solo la traccia gps di Txikon e i binocoli della sua fidanzata Igone Mariezkurrena lasciavano scandire più o meno ogni ora i progressi del team e davano sufficiente spazio alla nostra fantasia.

Alle 7.00, consultando twitter e il sito Altitude Pakistan, arriva l’informazione che i quattro sono a 7650 m. Lo si vede dal tracciato sulla nitida immagine di Google Earth. Là sono le 11.00. Una foto della Mariezkurrena ci mostra tre puntolini spersi in un mare di roccia e ghiaccio ripidi. Il quarto puntino sta seguendo un itinerario differente, più roccioso. Alle 8.30 sono a 7800 m (12.30 ora locale). Mi abbandono a ovvi calcoli: se in 90 minuti hanno superato 150 metri, vuole dire che avanzano al ritmo di 50 metri all’ora. In base a questo conto della serva, alle 10 mi aspetto che siano a 7950 m: e invece sono a 8000 m! Sì, questa volta ce la fanno! Nel mio intimo parte un tifo come ho visto solo per certe partite di calcio.

Il versante Diamir del Nanga Parbat. Foto: Alex Txikon
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Poi la notizia della vetta, per noi alle 11.37, con la cadenza quasi scientifica di una marcia di regolarità…

Tutta la mia piccola vita alpinistica si relaziona con un momento come questo: qui, isolato e comodo nel mio studio, a contatto virtuale ma emotivo con la grandiosità più magnifica. Sono sopraffatto da quanto metodo, quanta determinazione siano stati necessari. Quanta convinzione di farcela. E sento quanto dovrò ancora penare prima di saperli un po’ più al sicuro, al campo 4.

E il giorno dopo, ancora, a spiare la notizia finale del loro arrivo al campo base.

Quanta strategia! Strategia di movimento, di logistica, di acclimatamento, di perseguimento meticoloso della propria buona salute.

Ogni più piccolo particolare è essenziale per una gestione alpinistica efficace. Bisogna essere disincantati sulle delusioni meteo, sugli accadimenti, sugli incidenti grandi e piccoli: soprattutto sugli uomini, che hanno la capacità di entusiasmarti per la loro capacità di resistere, di farsi amare per le loro qualità e farsi odiare per i loro difetti. Occorre avere quella meravigliosa capacità, più o meno consapevolmente, di coordinare i dati che arrivano ogni minuto, interpretando le proprie sensazioni immediate e sommandole alle reazioni dei compagni che a loro volta ti hanno giudicato. E’ necessaria una verifica puntigliosa che ciò che stiamo facendo sia sempre almeno un pelo al di sopra della sufficienza, sapendo che questa è variabile. La soglia della percezione del rischio, che già in una normale gita in montagna può presentare una notevole latitudine di posa, qui può schizzare in alto senza che neppure lo sospettiamo. Solo l’esperienza ti può far riconoscere questo salto contro natura, quell’insidioso accantonamento di una valutazione più prudente. Solo la sommatoria di quattro esperienze può riconoscere, ad ogni minuto, quante porte abbiamo lasciate aperte per il nostro ritorno alla vita di mano in mano che ci si avvicina alla meta di questo viaggio per molti versi estraneo alla vita stessa.

E’ stato detto che questo successo è stato frutto dell’esperienza alpinistica, manageriale e della professionalità di Simone Moro, della forza e determinazione di Alex Txikon e della voglia di riconoscimento e di onore di Alì Sadparà. E’ un’affermazione troppo netta, tendo più a credere che tutti e tre abbiano un bel mix di quelle qualità. Senza dimenticare la quarta.

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Infatti, la quarta. La Lunger non ce l’ha fatta? Ci rendiamo conto che ha rinunciato alle 14, quando restavano solo altre tre ore prima del tramonto? Se era indietro rispetto agli altri c’era un motivo. La 29enne di San Valentino in Campo (BZ) ha raccontato al sito www.stol.it l’episodio che l’aveva vista protagonista durante la discesa per raggiungere il campo 4. Nel saltare un crepaccio largo poco più di mezzo metro, nell’appoggiare lo scarpone il bordo ha ceduto e lei è scivolata per 200 metri prima di fermarsi grazie alla neve fresca che ne ha rallentato la caduta. Oltre alla grande paura, tornare alla tenda è stato molto impegnativo. Per fortuna non ha riportato conseguenze se non dolori un po’ in tutto il corpo e un piccolo trauma. Ma il giorno dopo le ha presentato il conto, ancora problemi di stomaco, nausea, affaticamento.

Farsi aspettare avrebbe quasi certamente comportato farsi trovare dall’oscurità ancora lontani dalla piccola tenda del campo 4 o, peggio, ancora in discesa sul ripido pendio che stavano finendo di salire, 600 metri di precipizio tra vetta e grande conca innevata sottostante. Con freddo a -33° e con vento tra i 45 e i 50 km/h, anche il più lieve malessere ti stronca. E ancora una volta lo spirito di squadra, e quindi di sopravvivenza, ha avuto la meglio.

Altrettanto decisiva era stata la mossa di partenza di fondere le due spedizioni, nate autonome, al punto da essere impegnate su due vie diverse.

Sandro Filippini: “L’armonia del gruppo è stata fondamentale. Ha consentito ad Alex, Alì, Tamara e Simone di resistere mentre tutte le altre spedizioni si ritiravano. Prima i polacchi Adam Bielecki e Jacek Tcech, che sognavano un’impossibile salita in velocità, poi l’altro polacco Tomek Mackiewicz, veterano del Nanga e di nessun altro 8000, e la francese Elisabeth Revol sulla via Messner-Eisendle, e infine anche i polacchi della spedizione Nanga Dream che tentavano dal versante sud, poi “sostituiti” dalla statunitense Cleo Weidlich e dai suoi tre sherpa, rinunciatari anche loro”.

Un capolavoro lo si vede a occhio nudo, con facilità e spesso anche quando si è inesperti in quell’arte. Tanto è facile riconoscerlo, tanto è difficile compierlo.

Vinicio Stefanello dice che bisogna infilare “le scelte giuste per non… sbroccare“. Piccole e grandi scelte che a un occhio ingenuo sembrano sempre piccole e grandi fortune. Come “saper formare la cordata giusta. O, meglio ancora, saper stare in cordata (Vinicio Stefanello)”.

Alì Muhammad Sadparà, Alex Txikon, Simone Moro e Tamara Lunger
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Storia invernale del Nanga Parbat
Sull’onda dei successi polacchi nelle salite invernali di alcuni tra le più importanti vette di Ottomila metri dell’Himalaya, il primo tentativo di scalata invernale del Nanga Parbat avviene nel 1988-1989. Una squadra di dieci alpinisti (otto polacchi, un colombiano e un italiano), guidati da Maciej Berbecka decide di tentare la scalata al Nanga Parbat, prima per la parete Rupal, poi per la parete Diamir. Per la via Messner, il capo-spedizione, assieme a Piotr Konopka e Andrzej Osika, raggiunge la quota di circa 6700 m. Il team è però costretto ad abbandonare per le temperature basse, il ghiaccio duro, il forte vento e il numero esiguo di finestre di bel tempo.

Berbeka torna al Nanga nell’inverno del 1990-1991, forte dell’esperienza dell’anno precedente, con undici alpinisti, di cui sette polacchi e quattro inglesi. Ancora una volta è scelta la via Messner, ma ancora non riescono a sistemare il campo 3. Con notevole disinvoltura organizzativa, Berbeka non si perde però d’animo e si rivolge alla via Schell: ma anche qui, a 6600 m, Andrzej Osika e John Tinker si arrendono per il vento fortissimo.

Nel 1992-1993 giungono al campo base del Rupal i francesi Eric Monier e Monique Loscos. Il 9 gennaio il solo Monier, seguendo la via Schell, non va oltre i 6500 m, sempre a causa del vento.

Nell’inverno 1996-1997 sono due le spedizioni a provare. La spedizione britannica, diretta da Victor Saunders, assedia la via Kinshofer (Diamir), ma si ferma a 6000 m a novembre, quindi prima dell’inizio dell’inverno. La seconda, polacca, è diretta da Andrzej Zawada. La squadra giunge al campo 4, ma poi Krzysztof Pankiewicz e Zbigniew Trzmiel devono rinunciare a causa di forti congelamenti (Trzmiel era solamente a 250 m dalla vetta). Giunti al campo base i due sono evacuati con l’elicottero.

Nel 1997-1998 è ancora Andrzej Zawada a guidare i suoi connazionali polacchi sulla via Kinshofer. La spedizione raggiunge i 6800 m, ma un’eccezionale nevicata li ferma. Causa una scarica di sassi, è da registrare il ferimento a una gamba di Ryszard Pawlowski.

Questa serie di insuccessi scoraggia un po’ le ambizioni. Occorre attendere la stagione invernale 2004-2005 prima che i fratelli austriaci Wolfgang e Gerfried Goeschl provino ancora la via Kinshofer, senza oltrepassare quota 6500 m.

Poi sono i soliti polacchi a riprovare (2006-2007). Oltre al capo-spedizione Krzysztof Wielicki, ci sono Jan Szulc, Artur Hajzer, Dariusz Załuski, Jacek Jawień, Jacek Berbeka, Przemyslaw Łoziński e Robert Szymczak. Non superano i 7000 m per la via Schell.

L’anno successivo, nel 2007, è l’italiano Simone La Terra, assieme a Mehrban Karim, che prova a conquistare la vetta scegliendo di passare sulla parete Diamir, ma la notte del 21 dicembre una bufera di neve gli spazza via la tenda cucina con tutte le provviste. I due alpinisti decidono di non proseguire.

Nella scarsa qualità di questa foto sono appena visibili i tre puntini di Txikon, Moro e Lunger. Foto: Igone Mariezkurrena
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Nevicate insolitamente abbondanti costringono nell’inverno successivo (2008-2009) i polacchi di Jacek Teler e Jaroslaw Żurawski a piazzare il campo base ben 5 km prima di quello solito. Tentativo nato male in partenza.

Nell’inverno 2010-2011 il russo Sergei Nikolaievich Cygankow prova la via Kinshofer da solo, ma dopo pochi giorni dall’arrivo al campo base e a 6000 m inizia ad avere i sintomi di edema polmonare: quindi si ritira.

Nel contempo il duo polacco di Tomasz Tomek Mackiewicz e Marek Klonowski, fregiandosi di Justice for All – Nanga Dream, arrivano al campo base per tentare anche loro la via Kinshofer. Per l’ennesima volta l’abbondanza di neve, quindi l’alto rischio valanghe, costringe i due alla rinuncia.

Nella stagione invernale 2011-2012 ci prova per la prima volta Simone Moro, assieme al kazako Denis Urubko. Al campo base erano presenti anche Mackiewicz e Klonowski, intenzionati a riprovarci dopo la sconfitta del 2010. Moro e Urubko, decisi inizialmente a passare per la via Kinshofer, ripiegano sulla via Messner/Eisendle. Posizionato il campo 3 a 6800 m, èa solo questione di attendere una finestra di bel tempo, ma quell’inverno nevica interrottamente dal 27 gennaio al 14 febbraio, costringendo i due alpinisti alla rinuncia. L’inverno del 2012-2013 vede quattro squadre sul Nanga Parbat. La prima, composta dagli affiatati Mackiewicz e Klonowski, che provano la via Schell. Dopo il campo 3, a causa delle condizioni meteo, Klonowski decide di scendere, mentre Mackiewicz  tenta di salire più in alto, raggiungendo i 7400 m. Ma l’8 febbraio, a causa dell’intenso freddo e del vento forte, anche lui si ritira.

Invece, l’americano Ian Overton e gli ungheresi David Klein e Zoltan Acs, provando sulla via Messner (Diamir), il 10 febbraio abbandonano quasi subito.

Anche per Daniele Nardi: con la francese Elisabeth Revol, l’italiano arriva a 6400 m per la via Kinshofer. Prima di abbandonare i due fanno un altro tentativo per lo Sperone Mummery, giungendo però solo a 6000 m.

Ma in quell’inverno avviene anche la prima disgrazia invernale: il francese Joël Wischnewski scompare il 6 febbraio, dopo aver lasciato il campo 2. Il corpo sarà ritrovato nel mese di ottobre e si sospetta che l’abbia travolto una valanga mentre tentava di arrivare a campo 3.

Quattro sono anche le spedizioni del 2013-2014. Le due sul versante Diamir sono quella del solitario Nardi (che sullo Sperone Mummery, via tra l’altro tuttora incompiuta, raggiunge i 5450 m e che poi si ritira il 1° marzo dopo essere scampato a una valanga) e quella del tedesco Ralf Dujmovits e di Dariusz Załuski, per la via Messner, che abbandonano il 2 gennaio ai 5500 m del campo 1.

Le due squadre invece sul versante Rupal (via Schell): la prima è composta da Mackiewicz, Teler, Pawel Dunaj, Michał Obrycki e Michał Dzikowski. Anche Klonowski è della partita, ma questi per ragioni personali lascia la squadra nel mese di gennaio; la seconda da Simone Moro e David Goettler (al campo base anche Emilio Previtali). Moro e Goettler provano per tre volte. Il 1° marzo Goettler raggiunge i 7200 m assieme a Mackiewicz, ma poi assieme a Moro abbandona il 3 marzo. I polacchi fanno un ultimo tentativo l’8 marzo. Dunaj e Obrycki sono colpiti da valanga e sono soccorsi dall’intero team con una missione epica.

L’inverno 2014-2015 le spedizioni sono cinque!
Vediamo la Revol legarsi con Mackiewicz: assieme, al secondo tentativo sulla Messner-Eisendle (Diamir) raggiungono i 7800 m e rinunciano per il freddo.

Nardi fa un altro tentativo solitario sullo Sperone Mummery (lo accompagnano per un tratto Roberto Delle Monache e Federico Santini per le riprese foto e video). Nardi, dopo aver deciso di ripiegare sulla via Kinshofer, si unisce alla spedizione del basco Alex Txikon e del pakistano Muhammad Alì Sadparà. I tre, dopo aver lasciato campo 4, sbagliano però via, mancando il canale che dovrebbero scalare, decidendo così che la cosa migliore e responsabile sia rinunciare.

Gli iraniani Reza Bahadorani, Iraj Maani e Mahmood Hashemi decidono di tornare indietro al campo 1 senza arrivare al campo 2.

Sul versante Rupal (via Schell) ci sono invece i russi Nickolay Totmjanin, Valery Shamalo, Serguey Kondrashkin e Victor Koval: arrivano al campo 4 a 7150 m.

La traccia GPS di Alex Txikon
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L’inverno degli altri quattro Ottomila pakistani
Prima ascensione invernale del Gasherbrum II
E’ stata compiuta il 2 febbraio 2011 da Simone Moro, Denis Urubko e Cory Richards. La salita ha rappresentato anche la prima salita invernale di un Ottomila del Karakorum e per Moro si è trattato della terza prima invernale di un ottomila, dopo lo Sisha Pangma nel 2005 e il Makalu nel 2009.

Prima ascensione invernale del Gasherbrum I
E’ stata compiuta il 9 marzo 2012 dai polacchi Adam Bielecki e Janusz Gołab. Sono saliti per la via dei Giapponesi e non hanno utilizzato ossigeno supplementare.

Prima ascensione invernale del Broad Peak
E’ stata effettuata il 5 marzo 2013 dai polacchi Maciej Berbeka, Adam Bielecki, Tomasz Kowalski e Artur Małek, lungo la via normale sul versante ovest. Il 6 e 7 marzo Bielecki e Małek hanno fatto ritorno al campo base, mentre Maciej Berbeka e Tomasz Kowalski, che avevano bivaccato a 7900 m e con i quali si erano persi i contatti radio dal 6 marzo, non hanno fatto ritorno e dall’8 marzo sono stati dati per dispersi. Per Berbeka si è trattato della terza salita invernale di un Ottomila dopo il Manaslu nel 1984 e il Cho Oyu nel 1985, mentre per Bielecki della seconda, dopo il Gasherbrum I nel 2012. La spedizione è stata guidata da Krzysztof Wielicki, già autore anch’egli della prima salita invernale di tre Ottomila, l’Everest nel 1980, il Kangchenjunga nel 1986 e il Lhotse nel 1988.

Tentativi al K2
Sono stati tre i tentativi seri per la prima salita invernale del K2. La prima spedizione è stata condotta dal polacco Andrzej Zawada, era l’inverno 1987-1988. Una squadra composta da 23 alpinisti (tredici polacchi, sei canadesi e quattro britannici) tentò lo Sperone degli Abruzzi. Freddo, neve, rimasero al campo base 80 giorni e raggiunsero i 7300 metri del C3.

Nell’inverno 2002-2003 Krysztof Wielicki organizzò un’altra spedizione per salire sul K2. In tale occasione, il team era composto da 19 alpinisti di nazionalità polacca (quindici), kazaka (due), georgiana (uno) e uzbeka (uno). La spedizione salì sino al campo 4 a 7650 m (tra loro c’era anche Denis Urubko). Tentarono un attacco alla vetta ma il vento ci si mise di mezzo e in più vi furono problemi di salute (edema) ad alcuni componenti della spedizione.

E siamo al 2011-2012, stavolta ci provarono i russi con una spedizione capeggiata da Viktor Kozlov. Le cose non andarono bene e fu annullata. Da allora niente più. Nella stagione 2014-2015 voleva riprovarci Denis Urubko assieme ad Adam Bielecki e Alex Txikon, ma ci si mise di mezzo l’autorità cinese che negò i permessi di salita.

L’inverno 2015-2016
Anche quest’anno sono in molti e tutti ben determinati. Tomasz Tomek Mackiewicz è lì per la sesta volta, la sua compagna di cordata Elisabeth Revol, la migliore himalaysta di Francia, per la terza.

Dalle cronache sembra che sia stata proprio la loro cordata a tentare per prima un attacco finale: a fine gennaio, dopo aver raggiunto la quota di 6900 metri sulla via Messner-Eisendle (per la verità a un ritmo un po’ lento vista la loro ambizione di salire in stile alpino) rinunciano definitivamente.

Sulla stessa via provano, già da dicembre, Simone Moro e Tamara Lunger.

Sulla via Kinshofer si ritrovano a collaborare due squadre ben distinte: i polacchi Adam Bielecki (il fortissimo già vincitore in inverno del Gasherbrum I e del Broad Peak) e Jacek Czech trovano presto un buon accordo con la cordata del basco Alex Txikon, dell’italiano Daniele Nardi e del pakistano Muhammad Alì Sadparà, tutti e tre veterani del Nanga invernale.

Proprio mentre sta salendo con Nardi, Bielecki per una manovra errata fa un volo di 80 metri affrontando la famosa fascia di roccia sotto il campo 2. Con Bielecki, per fortuna solo leggermente contuso, anche Nardi decide di scendere al campo base.

Rientrato in Europa Bielecki ha scritto: “Il Nanga ci ha dato una grande lezione di umiltà”.

Anche a Nardi tocca un volo spaventoso, più o meno nello stesso luogo di Bielecki: l’alpinista di Sezze (LT) tiene duro ancora un po’, ma alla fine cede e fa ritorno a casa, pare anche per discordanze con il capo-spedizione Txikon.

A metà febbraio rimangono in gioco solo quattro alpinisti, colpiti da altre nevicate o da giornate di jet stream inaffrontabile.

Simone Moro e Tamara Lunger avevano posizionato un paio di campi nella parte bassa della via Messner-Eisendle; Txikon e Sadparà erano arrivati a 6700 m al campo 3 (assieme a Nardi). La decisione di unire le forze è ovvia.

Riferisce Agostino da Polenza: “Freddo, vento, jet stream, dieci giorni di orrore climatico, di attesa tra campo base e campo 1, di congetture e piani puntualmente smentiti dal meteo e dalla natura del Nanga Parbat. Sono stati giorni strani, con Alex Txikon, il più forte e determinato, impegnato a spedire, come se il campo base fosse un ufficio propaganda, documenti “contro Nardi”. Lui taceva e si defilava, dicendo di aver la coscienza a posto e che lo avrebbe dimostrato. Nervosismo d’alta quota”.

La partenza dal campo base, Simone Moro, Tamara Lunger, Alì Muhammad Sadparà e Alex Txikon
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La vittoria
Chi la dura la vince. Bisogna saper tenere duro, crederci anche quando tutto congiura contro, essere elastici nel cambiamento di piani, adattabili agli umori altrui. Solo così si può affrontare un viaggio così lungo (ottanta giorni), fatto di attese eterne, di vento indicibile, di freddo siderale e di una meteo terribile, con delusioni e altri contrattempi dovuti alle relazioni umane.

Poi, finalmente, all’orizzonte dalle previsioni atmosferiche e dall’indeterminatezza delle isobare gli esperti di meteorologia confermano quattro giorni di sereno con vento in continuo calo fino alla calma.

Alì Muhammad Sadparà e Alex Txikon, vetta del Nanga Parbat, ore 15.37 del 26 febbraio 2016
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Scrive Vinicio Stefanello su www.planetmountain.com: “Il 22 febbraio, alle 5.30, i quattro alpinisti hanno lasciato il campo base del versante Diamir. Il loro obiettivo, ormai fissato da tempo, è percorrere la via Kinshofer aperta nel 1962 da Toni Kinshofer con Anderl Mannhardt e Siegfried Loew sul versante Diamir. E’ considerata la via “normale” al Nanga, la seconda a essere stata percorsa sulla grande montagna dopo la mitica prima solitaria di Hermann Buhl nel 1953. Per Moro e Lunger questa scelta è stata presa solo nell’ultimo periodo: loro all’inizio infatti puntavano a salire lungo la via Messner-Eisendle ma il seracco sopra la traversata iniziale era davvero troppo pericoloso. Così la decisione (consensuale) di unirsi a Txikon e Sadparà sulla via Kinshofer. In realtà in un primo tempo della partita sembrava essere anche l’alpinista romano Daniele Nardi che poi però ha fatto ritorno a casa. Come del resto prima di lui avevano fatto i componenti delle altre spedizioni (in tutto erano sei) presenti quest’inverno sulla montagna.

Alì Muhammad Sadparà e Simone Moro, vetta del Nanga Parbat, ore 15.37 del 26 febbraio 2016
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Dopo 10 ore di duro “lavoro” i quattro raggiungono i 6200 metri del campo 2. Ancora nulla è scontato, e i dubbi sono molti. A cominciare dal loro mancato “acclimatamento”. Per il meteo (e le valanghe) che non hanno dato scampo, la massima quota toccata finora da Txikon e Sadparà è stata 6700 m, mentre Lunger e Moro hanno assaggiato solo i 6100 m. Inoltre il pit stop al campo 2 dura tutto il 23 febbraio causa… bufera di vento stile Nanga. Intanto Karl Gabl, il mago austriaco del meteo, fa le sue previsioni: per venerdì 26, ma soprattutto per sabato e domenica, sono attese condizioni molto buone. Vuol dire che se giovedì riescono a portarsi in alto, ai 7150 m del Campo 4, e se venerdì tentano la vetta, poi hanno 2 giorni per scendere con meteo buono. Intanto però hanno ancora l’enormità di quasi 2000 metri di dislivello sopra la testa, l’incognita delle condizioni della via ma soprattutto di come reagiranno alla quota. D’altra parte, come dice Moro, le probabilità di centrare un’invernale sugli Ottomila è sempre “minimissima”.

Per fortuna mercoledì 24 la bufera si placa e il team riparte. Dopo 5 ore sono al campo 3 a quota 6700 m. Stanno bene, vedono la vetta ma… mancano ancora 1400 metri di quota da superare. E’ ancora lunghissima. Il programma però procede senza intoppi. Così giovedì 25 raggiungono il Campo 4 a 7150 m. Restano ancora quasi 1000 metri di dislivello da percorrere, i più alti, i meno prevedibili. Può ancora succedere di tutto. Non resta che incrociare le dita e… crederci”.

Sandro Filippini: “Un filiforme italiano di pianura, un tenace basco, un modesto ma irriducibile pakistano e un’altoatesina scolpita nel legno più resistente e flessibile hanno compiuto il capolavoro spendendo ogni energia in 13 ore consecutive di fatica fra i 7150 e gli 8126 metri della vetta a una temperatura di meno 35-40 gradi, abbattuta ulteriormente e drasticamente nella percezione dal vento che soffiava a 40-45 chilometri orari”.

Documenti
Schede dei quattro alpinisti
Storia alpinistica del Nanga Parbat (in inglese)
Alpinisti che sono saliti sul Nanga Parbat (aggiornamento al 2009)
Le fatalità del Nanga Parbat (aggiornamento al 2009)

Tamara Lunger
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Simone Moro
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Alì Muhammad Sadparà
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La più lunga delle vie

La più lunga delle vie (The longest way)
di Sandy Allan

Estratto da In Some Lost Place di Sandy Allan, racconto della prima salita della Mazeno Ridge al Nanga Parbat. Allan ha portato a termine l’ascensione lunga sette miglia assieme a Rick Allen nel 2013, dopo parecchi tentativi andati a vuoto negli anni precedenti, realizzando così una delle vie più impegnative mai salite sull’Himalaya.
(traduzione di Luca Calvi)

Sulla Cresta Mazeno
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Il vento ululava e soffiava spingendo il piumino contro il mio corpo fin quasi a strapparmelo di dosso e facendomi arrivare in faccia il pulviscolo ghiacciato che pungeva come fatto d’aghi le porzioni di pelle che avevo lasciato esposte. Il fascio luminoso che proveniva dalla mia frontale andava a trafiggere la notte, nera, un arco di luce tra temperature gelide.

Piccoli, brevi scorci rubati attraverso gli occhiali protettivi mi rivelavano la grandiosità della sottostante parete Rupal, il più alto salto verticale al mondo. Non ero altro che un puntino che si stava muovendo assieme ad altri cinque puntini lungo un traverso al di sopra di un vuoto minaccioso.

Piazzavo le punte anteriori dei ramponi nel ghiaccio con la massima precisione possibile e giocavo delicatamente d’equilibrio su piccole cenge rocciose. Incastravo le mani, avvolte nelle moffole, all’interno di fessure incrostate di neve, oppure andavo a piazzare la punta della piccozza dentro fessurine più strette, tirando poi sul manico per riuscire a guadagnare qualche centimetro, oppure andavo ad arpionare qualche piccola cengia rocciosa, facendo stridere il metallo contro la roccia, un rumore che era pieno della nostra determinazione.

Nonostante l’altitudine e i venti ostili ci stavamo muovendo in modo efficace, con la costante progressione di una squadra dall’obiettivo ben preciso. Avevamo lasciato le tende da bivacco all’una di notte e la luce del giorno stava iniziando a farsi largo da dietro il profilo delle montagne, all’orizzonte. Fu in quel momento che arrivammo al primo pronunciato salto che si ergeva a ostacolo per la nostra via verso la vetta del Nanga Parbat. Attorno a noi, le vette, altissime, andavano accendendosi con i primi raggi di sole. Sopra le nostre teste, infine, si palesò l’aspro profilo di una cresta eccezionalmente lunga e ripida. Non c’era nulla di semplice o di noioso, bensì una continua scalata tecnica ad altissima quota, interrotta da due pareti verticali con cenge e rampe nevose di minor inclinazione. La vetta troneggiante era lì, a dominare sulle nostre ambizioni, a mantenere il mistero su ciò che c’era sopra di noi, a mettere alla prova la nostra fiducia, a minacciare le nostre speranze. Rimaneva ancora tantissimo da salire.

Sulla Cresta Mazeno
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Due del nostro gruppo, Cathy O’Dowd e Lhakpa Nuru Sherpa decisero a quel punto di tornare sui propri passi, un po’ demoralizzati, sopraffatti dalla fatica e pronti ad ammettere la sconfitta. Diedero prova di essere obiettivamente risoluti mentre ci stavano comunicando la loro decisione, una risolutezza che mi rimase impressa, dopodiché li salutai e feci loro gli auguri quando si voltarono per iniziare la loro discesa verso il campo. Li osservai brevemente mentre scendevano e potei notare con un colpo d’occhio quanto fossimo già saliti tutti assieme.

Di fronte a Cathy e Nuru che stavano scendendo faccia alla montagna, si stagliava l’obiettivo apparentemente sconfinato che stavamo tentando di salire, la Mazeno Ridge. Sembrava protrarsi senza soluzione di continuità, toccando una lunga serie di otto vette separate, tutte al di sopra dei settemila metri, estendendosi per circa dieci chilometri. Si tratta della cresta himalayana più lunga mai salita a quell’altitudine, e lì, in sei, avevamo passato nove giorni ad aprirci pazientemente la strada, attendendo seduti il passare del maltempo, lottando nella neve profonda e raggiungendo infine una specie di intaglio sulla cresta prima dell’ascesa finale verso la vetta, il Mazeno Gap (Colle Mazeno). Questo aveva significato una progressione media di un chilometro scarso al giorno. Per l’estenuante salita finale verso la vetta, dunque, ci trovavamo di fronte ad altri tre chilometri e 1.300 metri di dislivello da salire.

La Mazeno Ridge e il Nanga Parbat
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Rimasti in quattro continuammo a salire, divisi in due cordate da due, con la volontà di andare avanti e di portare a termine quella maestosa ed intoccata cresta verso il cielo. Io ero legato con il mio vecchio compagno di cordata Rick Allen. Nel passato avevamo vissuto assieme una miriade di avventure, avevamo anche già scalato assieme il Nanga Parbat in un’altra occasione, precedentemente, e avevamo l’esperienza di due vite vissute alle spalle. Ma che diavolo ci stavamo a fare noi, signorotti di mezz’età e abbondantemente nella cinquantina, lì ad affrontare di petto condizioni meteo per nulla favorevoli, lì a spingere al limite i nostri fisici, il tutto mentre la maggior parte dei nostri coetanei si era già avviata tranquillamente alla pensione?

I nostri amici sherpa Zarok e Rungdu scelsero una linea parallela su un delicatissimo terreno misto di roccia e neve. Partimmo così per una sorta di salita in parallelo lungo una parete rocciosa molto ripida e friabile, facendo di tutto per evitare i massi che ogni tanto si staccavano e cadevano come schegge di granata. I massi staccatisi andavano a sbattere contro la parete e rimbalzavano prendendo nuove traiettorie, sibilando nell’aria durante la caduta. Continuammo verso il Merkl Notch e un’altra parete rocciosa che portava verso la vetta sud.

Lenti, sempre più lenti nell’aria che andava rarefacendosi, ci fu presto chiaro che non avremmo avuto il tempo per sormontare quell’ostacolo così difficile e poi oltre questo continuare l’ascensione lungo i canalini nevosi fino a raggiungere la nona cima più alta al mondo. Sempre più abbattuti ed esausti, non ci restava altro che girare i tacchi e fare dietro-front. Era arrivato il nostro turno di ammettere la sconfitta. Avevamo ormai quasi toccato la quota degli ottomila metri, ma era ormai troppo tardi, faceva troppo freddo ed eravamo troppo spossati per continuare.

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La nostra conversazione, fatta stando in piedi e immobili, fu amichevole, breve e realistica. A un certo punto, però, sentii una sorta di amaro in bocca: due di noi erano davvero tentati di insistere e andare avanti mentre gli altri due volevano tornare indietro. Sapendo fin troppo bene che se avessimo continuato con l’arrivo della notte ci saremmo trovati esausti e intrappolati a ottomila metri senza fornello, senza cibo e senza tendina, a prevalere furono il buonsenso e l’istinto di sopravvivenza collettiva. Zarok e Rangdu comunicarono di essere ormai fuori gioco, che sarebbero scesi e non avrebbero fatto altri tentativi.

Io e Rick facemmo il punto della situazione: non avevamo nessun piano ingegnoso e anche se testardi e propensi a continuare non eravamo in alcun modo dell’avviso di poter diventare martiri della causa di questa scalata. In qualità di capo-spedizione, dopo aver ascoltato quanto detto dagli Sherpa, non feci altro che riconoscere che la cosa migliore da fare era dirigersi verso il basso, ritirarsi a gruppo unito ed andare ad aspettare per vedere cosa ci avrebbe riservato il futuro. Facemmo quindi dietro-front, demoralizzati, ma consci del fatto che ci avevamo provato e che la ritirata fino al posto da bivacco sarebbe stata tutt’altro che una passeggiata.

Per guadagnar tempo proposi di prendere una scorciatoia, traversando una semplice rampa nevosa fino ad un piccolo intaglio dove una cengia stretta e indefinita andava a dividere la parete rocciosa che avevamo salito in precedenza. Al di sopra e al di sotto della cengia c’era un salto verticale. Scendevo da primo, utilizzando la piccozza per attaccarmi alle piccole cenge e andando a piazzare le punte dei ramponi sulla roccia friabile e incrostata di neve. Gli altri scendevano poco convinti, sollevando continui dubbi sulla saggezza da me usata per la scelta della via e chiedendosi di continuo se la stessa si sarebbe poi rivelata più dura o più semplice.

La cengia continuava. Su un passaggio breve, ma assolutamente strapiombante, piazzai l’attrezzo appena sopra la mia testa, facendo perno sulla picca e tenendomi al manico. Mi abbassai, quindi, cercando di andare a piazzare i miei goffi scarponi da alta montagna e le punte anteriori su una minuscola protrusione rocciosa. La mia speranza era quella di riuscire da lì a spostare il peso del corpo ed arrivare fino ad una cengia un po’ più ampia, ma la becca sotto sforzo uscì dalla fessura e io feci un volo, col risultato che la roccia rotta andò a strappare il tessuto dei miei pantaloni in piumino. L’aria si riempì di piume d’oca della miglior qualità e io, in preda all’ipossia, respirai a pieni polmoni riempiendomi così la bocca di piume.

Rick Allen e Sandy Allan in vetta al Nanga Parbat
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Quasi soffocando riuscii a sputarle fuori dalla bocca, ormai già disidratata. Continuavo a puntellarmi con le gambe contro la roccia mentre Rick teneva la corda tesa per fermare la mia caduta. Dopo essermi rimesso in una posizione migliore e dopo aver ricominciato a respirare meglio ripartii per il traverso discendente a trentacinque gradi, passando la corda su piccole scagliette rocciose. Se fossi caduto nuovamente ci sarebbe stata in questo modo la possibilità che la corda andasse a incastrarsi nelle scaglie rocciose riducendo la caduta e impedendomi di trascinare con me il mio compagno di cordata giù per la parete verticale. La scalata si stava dimostrando dura e mentre ero lì a ripulire dalla neve le piccole cenge e cornici in cerca di fessure ove poter piantare la becca della piccozza, il mio corpo esausto era sempre più piegato a causa dello stress. Stavamo scalando senza sosta ormai da quattordici ore in quello che era il nostro undicesimo giorno consecutivo ed il decimo passato a una altitudine attorno ai settemila metri.

Una volta fuori da quella difficile cengia rocciosa trovammo una rampa nevosa alla vista ripida ma non difficile. Continuammo a traversare per un periodo che a noi sembrò durare ore. Legando assieme le corde con due doppie ci calammo fino ad un’altra fascia rocciosa da dove una facile rampa nevosa sembrava doverci portare finalmente al nostro posto da bivacco. Ci fermammo per un po’, ci preparammo poi delle piazzuole sulla neve a colpi di scarpone e ci riposammo, bevendo l’ultima acqua rimastaci nelle borracce. Eravamo spossati, completamente svuotati e io non vedevo l’ora di andare avanti. Ci dividemmo ciò che era rimasto del cibo che avevamo negli zaini e ci rilassammo un po’.

Tra di noi parlavamo e scherzavamo e questo ci fede riprendere fiducia, così decidemmo di ripartire. Toccava a Zarok andare da primo e lo vidi partire tranquillo, quasi con noncuranza. Poi, mentre camminava nella neve profonda, lo vidi inciampare con i ramponi contro lo scarpone, perdendo l’equilibrio e andando a cadere lungo il ripidissimo pendio. Tra lui e Rangdu era rimasta a terra sulla neve un po’ di corda libera, così Zarok continuò a cadere, iniziando a scivolare lungo il pendio a velocità sempre maggiore.

Vidi Rangdu piantare i piedi e poi conficcare la piccozza nella neve, pronto a tenere la caduta. Alla fine gli anelli di corda libera terminarono e il tratto di corda tra i due si tese con Rangdu che cercò di resistere alla tensione per essere invece strappato via e lanciato in aria allo stesso modo di un tappo da una bottiglia di champagne.

Rangdu fu sparato giù per il pendio, arrivando a superare Zarok mentre ambedue scivolavano verso il basso rovesciandosi in continuazione senza più controllo. Durante la loro discesa, poi, Zarok superò nuovamente Rangdu, sembrava quasi che stessero facendo una gara di velocità. Sotto i due c’erano i seracchi e gli icefall spaventosamente contorti e verticali della parete di Diamir. Come due siluri i due sherpa stavano seguendo una traiettoria mortale verso l’aspro orlo del precipizio ghiacciato sotto di loro. Ancora pochi metri e sarebbero stati lanciati nello spazio, da dove poi sarebbero precipitati verso il fondo della valle, parecchie migliaia di metri più sotto. Non ci sarebbe stata nessuna possibilità di sopravvivere. Io e Rick non potevamo far altro che guardare, con orrore.

Rick Allen scende dalla parete Diamir
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Qui s’interrompe l’estratto (numero 125 della rivista Climb) del racconto di Sandy Allan. L’infinita Mazeno Ridge è una cresta lunga oltre 10 km che divide due pareti eccezionali, la Diamir e la Rupal, e che attraversa otto cime sopra i 7000 m. Uno straordinario itinerario, difficile e bellissimo, che fino ad allora, nonostante i numerosi tentativi, non era mai stato percorso per intero fino in cima al Nanga Parbat.

Protagonista dell’impresa è un fortissimo piccolo team composto dallo scozzese Sandy Allan, l’inglese Rick Allen e l’alpinista sudafricana Cathy O’Dowd, insieme a tre sherpa: Lhakpa Rangdu Sherpa, Lahkpa Nuru Sherpa e Lakpa (Zarok) Sherpa. Dopo aver stabilito il campo base a metà giugno a 4900 m e dopo il consueto periodo di acclimamento, i tre sono partiti il 2 luglio per il tentativo finale, nonostante condizioni meteo “non ideali”, con provviste per 8 giorni che, se necessario, avrebbero potuto bastare per 10 giorni. Da quel momento in poi il mondo alpinistico li ha seguiti grazie a twitter e aggiornando la progressione direttamente su una mappa 3D attraverso un SPOT Satellite Messenger. Il 4 luglio è arrivata la conferma che i 3 alpinisti e i 3 sherpa hanno raggiunto quota 6800 m sulla cresta e che hanno bivaccato ma che il tempo stava purtroppo peggiorando. Poi un un messaggio audio che colloca la spedizione in piena cresta, sette notti dopo essere partiti da Campo Base. La voce della O’Dowd sembra forte e nel messaggio conferma: “siamo assolutamente ancora qui, arrampichiamo ancora, facendo buoni progressi. Siamo lenti a causa della neve fresca ed alcune complicate sezioni di roccia, ma abbiamo tutta la pazienza per concludere la cresta, poi vedremo cosa riusciamo a fare…”.

Già in partenza la discesa era programmata per la parete Diamir, già salita da Allan e Allen nel 2009. I due, infatti, hanno già una lunga storia con questa montagna e questa cresta, basti pensare che già nel 1992 Sandy Allan faceva parte di una spedizione, guidata dall’alpinista britannico Doug Scott, che aveva raggiunto 3 delle 8 cime, Pt. 6880, Pt.6825 e Pt.6970 della Mazeno Ridge prima di essere costretta a scendere. L’anno successivo Scott è tornato per fare da capo spedizione di un altro tentativo che ha fruttato altre due vette la Mazeno Spire 5600 m c. e la Mazeno West Peak 5700 m c. Per quanto riguarda Rick Allan, con il polacco Wojciech Kurtyka anche lui aveva tentato l’infinita cresta: era il 1995 e alla terza cima anche loro si erano dovuti arrendere.

L’11 luglio, dopo 9 giorni di stile alpino per superare le 8 cime a livello di 7000 m, i pinnacoli, le creste, i saliscendi infiniti di questa eterna, difficile e altissima cresta, sono i primi a concludere la Mazeno Ridge abbassandosi al Mazeno Gap.

Sandy Allan e Rick Allen al campo base del versante Diamir dopo la storica impresa
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Poi tre successivi tweet, forse postati per errore da chi gestiva per l’alpinista sudafricana Cathy O’Dowd il social network, fecero parecchia confusione sui reali progressi delle cordate… In realtà queste erano alle prese con un primo tentativo. I sei, ripartiti il 12 mattina, proseguono sulla cresta. Alle 9.45 Cathy O’Dowd e Lahkpa Nuru Sherpa fanno dietro-front, tornando alla tendina del bivacco 7160 m. Gli altri quattro continuano, per arrestarsi però a duecento metri dalla vetta. Segue la ritirata qui raccontata da Sandy Allan che vede anche la rovinosa caduta di Lhakpa Rangdu e Lakpa Zarok. I due riescono fortunosamente a fermarsi e raggiungere con i due britannici il bivacco 7160 m.

Il giorno dopo, 13 luglio, sempre via twitter, arriva la notizia che la spedizione si divide: Cathy O’Dowd e i tre sherpa iniziano la discesa della parete Diamir verso il Campo Base: Sandy Allan e Rick Allen restano per effettuare un altro tentativo alla vetta.

Da qui in poi le notizie sono ancora più confuse, la situazione non è delle più semplici, dopo una “galoppata” così impegnativa e così tanti giorni in quota gli alpinisti sono sicuramente provati e, come non bastasse, ormai viveri e gas per sciogliere la neve e procurarsi l’acqua sono quasi esauriti. A questo punto le comunicazioni dalla spedizione si arrestano. Il “poco” che si riesce sapere è dal tour operator a cui si appoggia la spedizione che, il 16 luglio, conferma che Cathy O’Dowd e i tre sherpa sono arrivati sani e salvi alla base per poi spostarsi a Chilas. Infine, il twitter conclusivo della O’Dowd: “Il 15 luglio, alle ore 18.12, Rick e Sandy hanno raggiunto la cima! Il 19 luglio sono arrivati salvi al Campo Base. Tutti sani e in forma!”.

Si conclude così nel miglior modo possibile questa lunghissima e grandissima avventura che tutto il mondo dell’alpinismo ha seguito con il fiato sospeso. 18 giorni sul Nanga Parbat, in puro stile alpino e completa autonomia, per la riuscita sulla Cresta Mazeno, uno dei grandi sogni di questo tempo. Realizzato da due forti vecchi bastardi (come li ha definiti Cathy O’Dowd nel suo messaggio audio del 12 luglio).

La storia dei tentativi sulla Mazeno Ridge
(secondo www.mazenoridge.com (oggi sito soppresso)
1979 Un team francese effettua un primo tentativo. Bloccati dal brutto tempo, riescono soltanto a salire la prima cima della Mazeno 6880m
1992 Doug Scott guida una spedizione internazionale che include Sandy Allan. Falliscono ma salgono tre cime sulla cresta.
1993 Doug Scott ritenta, senza successo.
1995 Una spedizione internazionale che include Rick Allen (ed anche il polacco Wojciech Kurtyka e l’australiano Andrew Lock) riesce ad attraversare le prime tre cime della Mazeno Ridge – circa metà strada al Colle Mazeno – ma poi scende. Arrivano fino al terzo Mazeno Peak (6970m)
1997 Wojciech Kurtyka tenta un’altra volta con Erhard Loretan. Ancora una volta raggiungono circa metà cresta, ma lo fanno in un giorno e mezzo.
2004 I primi alpinisti a raggiungere il Colle Mazeno: gli statunitensi Doug Chabot e Steve Swenson attraversano tutte le cime della Mazeno, salendo per primi le cime Peak 7060, 7120 (Mazeno Peak), 7100, e 7070, ma, stremati, scendono per la via Schell. Report della salita sul sito The American Alpine Club 2005.
2005 La guida alpina svizzera Jean Troillet e i suoi compagni Claude – Alain Gailland e Frédéric Roux tentano, senza successo.
2008 I tedeschi Luis Stitzinger e Joseph Lunger salgono dal lato del Diamir sotto il Diarmirai Peak e continuano fino al colle. Neve profonda e la mancanza di provviste li costringe a scendere direttamente lungo la via Messner sulla parete Diamir.
2011 Gli alpinisti baschi Alberto Zerain e Juan Carlos ‘Txingu’ Arrieta tentano la Mazeno Ridge dal lato Diamir. Salgono 1800m di una via nuova ma non raggiungono la cresta.

Intervista di Montagna.Tv a SandyAllan e Rick Allen:
http://www.montagna.tv/media/2813/i-titani-della-mazeno-ridge-intervista-a-sandy-allan-e-a-rick-allen/

Sandy Allan
E’ nato nel 1955 e ha cominciato a scalare nel 1975 nelle Alpi. Il suo “palmares” conta numerose ascensioni in Himalaya: la parete sud del Pumori, la cima ovest del Lhotse e la Muztagh Tower. Ha inoltre fatto diversi tentativi di rilievo come la cresta nord-est dell’Everest e la parete nord-est del Kalanka. Sandy lavora come guida alpina e accompagna i suoi clienti sul Bodga Feng peak in Ciina, sull’Ama Dablam, sul Cho Oyu e sull’Everest.

Rick Allen
E’ nato nel 1954. E’ andato in Himalaya per la prima volta nel 1980, l’anno seguente  ha realizzato la prima ascensione del Kirti Stambh in India e nel 1984 ha scalato la parete sud del Ganesh II in stile alpino. Nel corso della sua vita ha compiuto più di 20 spedizioni, ha scalato l’Everest e realizzato la prima ascensione della parete nord del Dhaulagiri. Dopo aver effettuato  numerose ascensioni nel Tajikistan, ha dato vita a un ufficio guide sul posto. Lavora come responsabile della sicurezza e dell’ambiente e ad oggi vive in Australia.

L’impresa al Nanga Parbat premiata dal Piolet d’Or

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Alpinismo e opinione pubblica

Alpinismo e opinione pubblica
di Hans Peter Eisendle

Intervento di Hans Peter Eisendle alla conferenza Nanga Parbat – la montagna del destino tenutasi a Bolzano il 3 ottobre 2003 nell’ambito dell’edizione autunnale del Filmfestival della Montagna Città di Trento — Dolomythica 2003.
(tratto da Intraisassblog3, Antersass Casa Editrice, 2008)


Vorrei constatare per prima cosa in questo contesto che l’Alpinismo in generale ha perso molta importanza nell’opinione pubblica e di conseguenza nell’interesse che la politica rivolge a questa attività.
Le prime salite sulle pareti nord delle Tre Cime di Lavaredo negli anni ‘30, o meglio la prima ascensione dell’Everest negli anni ’50, erano paragonabili, dal punto di vista mediatico, all’importanza dell’atterraggio sulla luna negli anni ‘60. L’Everest fu concepito come un regalo per l’incoronazione della regina Elisabetta d’Inghilterra e come una dimostrazione del perdurante potere coloniale della Gran Bretagna. Così l’atterraggio sulla luna era la dimostrazione della supremazia tecnologica degli Stati Uniti, supremazia che ha trovato una triste continuazione quest’anno nella guerra contro l’Iraq.
Anche noi adesso parliamo degli eventi di 50 anni fa – la prima salita dell’Everest, del K2 e questa sera del Nanga Parbat – piuttosto che delle incredibili salite dei giovani di questi anni. Chi conosce la futuristica salita dello sloveno Thomas Humar sulla parete sud del Dhaulagiri? Chi le incredibili vie aperte dai giovani sudtirolesi nelle Dolomiti?

Günther Messner al campo base del versante Rupal del Nanga Parbat

Guenther Messner al Nanga ParbatComincerò raccontandovi come sono entrato io in tutta questa storia.
Da piccolo, mi racconta mia madre, quando era il momento di scendere giù per una scala ripida o per un prato scivoloso, mi tenevo sempre strettamente con le mani al mio maglione o alla camicia, come se mi volessi abbracciare. Poi salendo sulle montagne nei dintorni di casa mia con degli adulti, avevo scoperto che tenersi aggrapparsi da qualche parte, era una cosa che facevano tutti, era normale, a volte era addirittura necessario. Non dovevo più vergognarmi per queste mie espressioni di paura. Continuando su questa strada sono diventato uno specialista nell’aggrapparmi da qualche parte. Ho trasformato la paura vergognosa di ogni abisso in un’arte. Sono diventato uno dei più bravi “aggrappatori” nella società degli aggrappatori. E poi, nei momenti di stanchezza totale, quando la pelle delle dita è consumata, sanguinante, riesco a fare qualche passo in perfetto equilibrio anche senza tenermi da nessuna parte.

Oggi però non sono stanco abbastanza e per tenermi mi sono portato il libro di un mio caro amico, il libro Nanga Parbat – verità e follia dell’alpinismo di Ralf Martin, uno scrittore che mi ha accompagnato fino al campo base del Nanga Parbat e mi stava vicino con le storielle di buona notte raccolte adesso in questo libro (purtroppo per ora soltanto in lingua tedesca). È il libro più fondato sulla storia di questa montagna, e li ho letti tutti, anche le trivialità degli ultimi anni dei compagni di spedizione di Messner, nella spedizione del 1970 nella quale ha perso suo fratello Günther.

Vorrei citare qualche frase di questo libro iniziando con Mummery, il primo alpinista della storia che tentava seriamente di salire su un Ottomila nel 1895 e sceglieva proprio il Nanga Parbat. Bisogna sapere che l’alpinismo in Inghilterra alla fine dell’Ottocento era considerato un’attività riservata ai nobili, uno sport d’élite, e di conseguenza con grande importanza sociale. Edward Whymper, primo salitore del Cervino, appartenente a una classe sociale più elevata nella società inglese, era agli antipodi del più giovane Mummery. Whymper sosteneva la teoria bugiarda che l’alpinismo dovesse avere un fine scientifico e sociale e che con la sua conquista dell’ultima cima importante delle Alpi, il Cervino, l’alpinismo era esaurito. Mummery economicamente indipendente, perché piccolo industriale con grande successo, sosteneva che l’alpinismo era un gioco personale, soltanto un’avventura egoistica e che il Cervino si poteva salire ancora per vie molto più difficili. Mummery non venne accolto tra i membri dell’Alpine Club di Londra per tutto il tempo che Whymper fece parte della commissione di ammissione, troppo anarchico e indipendente per essere accettato dalla rigida società inglese. Anche il giornale più importante, il Times, sosteneva Whymper scrivendo: “Nessun gentlemen ha il diritto di rischiare la dote della vita soltanto per competere con allodole, scimmie, gatti e scoiattoli“. La pressione dell’enorme riconoscimento internazionale di Mummery per le sue ascensioni spettacolari al Monte Bianco lo fece diventare socio dell’Alpine Club appena prima della sua scomparsa al Nanga Parbat. Mummery fu uno dei primi esempi di un alpinista non adattato, escluso in parte socialmente e nello stesso tempo coronato da successo. Consiglio vivamente la lettura del suo unico libro My climbs in the Alps and in Kaukasus (in italiano, Le mie scalate sulle Alpi e sul Caucaso).

Spedizione tedesca al Nanga Parbat 1934: da sn, (davanti) Erwin Schneider, Willo Welzenbach, Peter Aschenbrenner, Willy Merkl, Konsul Kapp, Peter Müllritter, R. N. D. Frier; (dietro) Willy Bernard, Uli Wieland, cap. A. N. K. Sangster, Hans Hieronimus, Fritz BechtoldSpedizione tedesca al Nanga Parbat 1934: (davanti) Schneider, Welzenbach, Aschenbrenner, Merkl, Kapp,  Müllritter, Kuhn; (dietro) Bernard, Wieland,  Sangster, Hieronimus, Bechtold.Non è un caso che dopo la prima guerra mondiale diverse nazioni pretendano di vantare l’egemonia sulle montagne più alte del mondo. Così l’Everest diventa la montagna degli inglesi, il Nanga Parbat dei tedeschi e il K2 degli italiani. Il quotidiano Morning Post di Londra scrive nel 1925, dopo la scomparsa di Mallory e Irvine sull’Everest: “Spedizioni come quella dell’Everest servono per limare di nuovo la spada dell’orgoglio e del coraggio“. La morte dell’alpinista verrà stilizzata eroicamente e l’Everest diventerà un cimitero esclusivo riservato agli inglesi.

Il Nanga Parbat invece dopo la tragedia del ’34, nella quale muoiono 3 sahib e 6 sherpa, diventa “la montagna del destino tedesco”, il “deutscher Schicksalsberg”. Prima della tragedia il capo spedizione Willy Merkl scrive ad Adolf Hitler: “Lotteremo e daremo tutto per la Germania, per conquistare il primo Ottomila per la nostra patria. Con i più cordiali saluti anche da parte di tutti i Kameraden dal fronte Nanga Parbat, Heil Hitler“. Dopo la tragedia, il giornale Völkischer Beobachter scrive: “Fino all’ultimo respiro i loro pensieri giravano intorno alla patria tedesca e al loro Führer Adolf Hitler…“. E invece io sono convinto che i loro pensieri girassero intorno al più vicino masso protetto dal vento per salvarsi la pelle.

I finanziamenti per le spedizioni provenivano naturalmente dal “Partei”, il Partito Nazionalsocialista, e gli alpinisti servivano per dimostrare al mondo che la superiore razza tedesca poteva vincere ogni guerra, anche quella contro la natura selvaggia. Così il Führer durante una festa dello Sport a Stuttgart nel ’33 urla nel microfono che nello sport e nell’alpinismo si esprimono la supremazia biologica e caratteriale del popolo tedesco e che la razza ariana trionfa su tutte le razze minori.

Superfluo dire che l’Alpenverein tedesco, pur senza un obbligo esplicito, partecipò alla follia totale dell’epurazione dei soci ebrei. I veri contenuti dell’alpinismo di quei tempi venivano sempre più taciuti, come l’arrampicata per se stessi di Paul Preuss, o come il romanticismo razionale di Leo Maduschka e l’alpinismo come ricerca del pericolo di Eugen Guido Lammer. Queste erano considerate idee traditrici che non corrispondevano alle esigenze di quei tempi.

Dopo una seconda “sconfitta” dei tedeschi al Nanga Parbat nel ’37 il capo spedizione Paul Bauer si sentiva obbligato a giustificare il fallimento con l’argomento che non c’erano morti. Però la Germania ufficiale era delusa. Il capo ideologico dell’Alpenverein tedesco, Meinhard Sild scrisse: “vittime ci devono essere; il numero di esse è insignificante; vittime sono necessarie, questa convinzione sorge dalla durezza dell’atteggiamento bellico e ci presta quella supremazia che ci distingue“.

Hermann Buhl al ritorno dal Nanga Parbat
Buhl festeggiato al ritorno in Europa, 1953, dopo la conquista del Nanga ParbatFino alla seconda guerra mondiale le cose andarono male al Nanga Parbat. Il 12 marzo del 1938 le truppe tedesche invasero l’Austria trovando meno resistenza che gli alpinisti al Nanga Parbat. Al contrario il popolo austriaco giubilò per la “riunione dell’Austria con il Reich”. Proprio in questo periodo venne effettuata la prima salita della Nord dell’Eiger, il problema alpinistico più grande degli anni ‘30, genialmente salita da una cordata tedesca insieme a una cordata austriaca che durante i sei giorni di salita si riunirono in un’unica cordata. Che simbolo per la propaganda nazista!! Ma qual era la posizione dei quattro alpinisti? La caduta mortale, evitata in parete, accadde dopo con la frase di Fritz Kasparek: “La vittoria sull’Eiger la dedichiamo al nostro Führer. La sua lotta sovrumana contro tutte le difficoltà della strada spinosa fino alla vetta del suo popolo ci era di esempio. Non potevamo avere un miglior maestro d’insegnamento!” Un po’ più umana sembra in paragone la sua pubblicità sui giornali svizzeri per l’energetico Ovomaltina, perché “senza di essa prestazioni alpinistiche di alta qualità sono inpensabili“. Anche Harrer, il più intellettuale e il più famoso di tutti e quattro, scriveva: “Abbiamo scalato la Nord dell’Eiger superando la cima fino a raggiungere le mani del nostro Führer“.

Che anche in quei tempi ci fossero alpinisti di altra qualità lo dimostrano per esempio due Gebirgsjäger bavaresi nel Caucaso. Invece di avanzare verso lo strategicamente importante Suchumi, salivano spontaneamente la montagna più alta del Caucaso, l’Elbrus, nell’agosto del 1942. Hitler infuriato li considerò dei pazzi.

Undici anni dopo, nel 1953, un “pazzo” come loro e non un “ideologo” saliva sulla cima del Nanga Parbat, con l’aiuto di “pastiglie stuka” come i piloti della guerra chiamavano il “Pervitin”, un antenato del nostro “extasy”. Naturalmente con grande capacità e con ancora più grande fiducia in se stesso. Hermann Buhl era considerato umanamente difficile, perché si impegnava senza compromessi per una sola cosa, senza riguardo per le istituzioni e le persone. Indiscutibilmente era uno dei migliori alpinisti del mondo. Però fu invitato per ultimo alla spedizione di Herrligkoffer e soltanto per la disdetta di qualcun altro. L’individualista Buhl era un pericolo per il non-alpinista e capospedizione Herrligkoffer legato al vecchio sistema militarista. Buhl doveva firmare un contratto nel quale tra altro nel paragrafo 3 era scritto: “Mi sottopongo a tutti i comandi del capospedizione e alle sue decisioni”. Buhl non dava tanta importanza a fogli e scritture ma soltanto ai fatti. Il conflitto tra l’anarchico e l’ideologo era già programmato.

Karl Maria Herrligkoffer era un genio nel reperire mezzi e soldi per le spedizioni, in più era fratellastro di Merkl, comunque l’erede dell’ideologia nazista nella quale la persona singola si doveva sacrificare per l’idea suprema, per la squadra e per la patria. Da quell’idea venivano anche i mezzi e i soldi. Uno sponsor dell’industria spiegava la sua convinzione: “Quando noi tedeschi dopo la guerra eravamo l’ultima sporcizia del mondo, uno si alzò e organizzò questa spedizione gloriosa al Nanga Parbat. Dopo questo il mondo parlava diversamente di noi tedeschi, e questo ci ha aiutato infinitamente, non lo dimenticheremo mai, Herrligkoffer“. Non una parola per Buhl!

Questo uomo si permise, contro l’ordine di scendere al campo base del capospedizione, di continuare “egoisticamente” verso la vetta, sfruttando un breve periodo di bel tempo. Il suo successo era il contrario dell’ideologia e per questo, quando era tornato mezzo morto al campo base, al posto di congratulazioni e feste, trovò solo spaghetti al dente del nonno e senza sale. Quello che seguì, una volta a casa, furono processi giudiziali e guerre di carta poco supremi.

La stessa storia con lo stesso capospedizione si ripete nel 1970, quando i fratelli Reinhold e Günther Messner salgono in vetta la prima volta attraverso la parete più alta del mondo, la parete Rupal. Di nuovo s’incontrano dei giovani “pazzi” superalpinisti con l’ideologo Herrligkoffer incapace di muoversi e di capire la montagna. I conflitti successivi sono diventati (purtroppo) la lettura alpinistica degli ultimi anni.

Tornato dal Nanga Parbat con le dita dei piedi congelati e senza il suo fratello preferito, Messner venne accolto dalla politica sudtirolese con queste parole: “È un onore fare le congratulazioni a un alpinista che ha portato i colori di un paese così piccolo sulla vetta del Nanga Parbat attraverso la parete più alta del mondo“. La risposta di Reinhold, ormai storica, fu che aveva salito la parete del Rupal soltanto per se stesso e che la sua bandiera era il suo fazzoletto! Se non l’avesse detto, forse avevamo già tre musei della montagna o addirittura un Landeshauptmann (il Presidente della Provincia di Bolzano, ndr) con i capelli selvaggi e con la barba. Però, se non l’avesse detto, come ha detto e fatto tante altre cose, non sarebbe diventato l’alpinista tra i più importanti della storia, forse il più importante.

Tra l’altro lo considero l’ultimo alpinista che sia riuscito, e ancora riesce, a trasmettere contenuti interessanti e di comunicare ad alto livello con i “non-aggrappatori”, con la massa di non-alpinisti. Per questo è diventato un fattore interessante per l’economia, la quale insieme ai mass-media, ha spostato il potere politico al terzo posto dei poteri nel mondo democratico. Dopo la sua solitaria al Nanga Parbat su una via nuova nel 1978 venne paragonato a Livingstone e Amundsen, che mostrarono all’umanità come si raggiunge l’impossibile. Ed è questo il segreto vero del successo di Messner, secondo il mio parere. Lui è l’uomo che ci fa vedere cosa c’è dentro di noi e diventa così lo schermo di proiezione per le fantasie di evasioni non vissute dal suo pubblico.

Il Nanga Parbat da nord
Salendo al campo base nord del Nanga Parbat, Pakistan

Però l’autonomia dell’individuo praticata da Messner non corrisponde fino a oggi alle esigenze della politica dirigente del nostro piccolo paese e per questo abbiamo prima di tutto un conflitto tra due tenori di vita contrastanti: l’opportunismo ideologico dirigente contro l’autodecisionismo di un “homo erectus aggrappatoris”.

Ho partecipato all’ultimo, per ora, episodio di Messner al Nanga Parbat nell’anno 2000. Abbiamo seguito l’idea di Mummery del 1895 e abbiamo scoperto la via tecnicamente più facile della montagna. Lunghissima e purtroppo anche un po’ pericolosa, ma la presunzione di Mummery era giusta, perché alla fine della valle glaciale del Diama, una parete di ghiaccio mai toccata, porta direttamente ai piani sotto la cima. Abbiamo raggiunto attraverso questa nuova via di 3400 m la cresta dei cecoslovacchi a 7500 m per arrenderci alla neve profonda nei piani sotto la cima. Via nuova, stile anarchico, nessun capo, nessun contatto con il mondo, nessuna truppa di sostegno. Vacanza di “pazzi” padri di famiglia.

Interessante ritengo in questo contesto un articolo apparso sul Dolomiten proprio nei sette giorni nei quali abbiamo vissuto tra 6100 e 7500 metri senza collegamento radio e nemmeno il campo base aveva un contatto con il resto del mondo. La notizia: “Il parlamentare europeo Messner è bloccato da settimane al campo base per il brutto tempo“. Una notizia senza importanza in sé, ma importante perché evidentemente inventata. E quando il parlamentare si esprime in funzione da parlamentare il Dolomiten scrive: “l’alpinista estremo, per non dire il pazzo, ha detto questo e quello…“. Un altro metodo vale per come è trattato Hans Kammerlander, mio compagno di cordata di altri tempi. Lui si fa usare per far vedere al pubblico che esiste anche l’alpinista simpatico, modesto e adattato al sistema. In compenso prende mezze pagine a colori di pubblicità ed è tutti i giorni sul Dolomiten quando fa il tour di serate in SudTirolo (il nostro Alto Adige, NdR). Nessuno mi racconta che è soltanto strategia di mercato organizzata bene. Con il marchio “Südtirol” sul berretto può permettersi di proclamare il tentativo sul Nuptse come “l’ultimo problema dell’Himalaya”, come Whymper allora pretendeva che il suo Cervino fosse l’ultimo problema delle Alpi. In realtà Kammerlander segue maggiormente le corde fisse preparate da altri fino sulle cime salite decine o centinaia di volte. Questo è opportunismo parassitario, più che alpinismo di punta. Però il giornalismo dei quotidiani e il grande pubblico si sono fermati ai superlativi del 6° grado degli anni ‘30 e alle vie degli anni ‘50 sugli 8000. Alpinismo, politica, opinione pubblica – brutta storia.

Forse è anche un vantaggio per i giovani selvaggi di oggi, per l’avanguardia della montagna, che l’alpinismo abbia perso la posizione di una volta nell’interesse pubblico e che l’interesse politico si sia spostato verso i grandi club degli alpinisti della domenica e le squadre di soccorso con migliaia di soci (e di voti). È la passione che farà trovare ai giovani strade diverse, forse più creative, per finanziare “l’arte dell’aggrapparsi” negli angoli più repellenti del mondo. Oggi tocca al calciatore e all’asso dello sci presentare la potenza della nazione, la dinamicità di una ditta o l’efficacia di un prodotto. Un Filmfestival può essere una delle posizioni giuste per dare una spinta, un’idea a qualcuno, per dare la possibilità a questo qualcuno di muoversi in equilibrio anche senza doversi aggrappare su degli appigli sporchi o friabili e alla fine taglienti.

Vorrei finire il mio discorso con una frase letta assieme ai miei figli in uno dei quattro libri di Harry Potter: “Più che le nostre capacità, sono le nostre decisioni, che fanno vedere chi siamo veramente“.

Hans Peter Eisendle. Foto: International Mountain Summit
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Intervista a Simone Moro dal Nanga Parbat

Simone Moro e David Göttler, coadiuvati da Emilio Previtali, dagli ultimi giorni di dicembre 2013 sono al campo base del Nanga Parbat, versante Rupal, per tentare la salita invernale al penultimo Ottomila ancora non salito nella stagione più rigida (l’ultimo sarebbe il K2). L’itinerario che hanno scelto è la via Schell. Anche un’altra squadra, i polacchi di Tomasz Mackiewicz, ha deciso per quel percorso, dunque per una collaborazione con Moro e Göttler. Stiamo seguendo giorno per giorno i progressi. Il primo vero tentativo di salita alla vetta è stato frustrato dai venti fortissimi. Tutti gli scalatori sono in questo momento al campo base in attesa di un nuovo periodo di bel tempo.

Via e-mail abbiamo raggiunto Simone che, avendo comunque finito il suo nuovo libro, ha più tempo da dedicarci nelle lunghe ore invernali di attesa al campo base. E gli abbiamo fatto cinque domande.

Simone Moro

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1. Con l’esperienza di tre Ottomila in prima ascensione invernale, quali sono le difficoltà che credi di dover affrontare per la conquista di un eventuale quarto?
Un Ottomila salito d’inverno è già il potenziale risultato di una vita, di una singola carriera. Averne saliti tre e sempre, rigorosamente in completa stagione invernale mi sembra ancora così incredibile… Tentarne un quarto non vuole essere un azzardo o una insaziabile voglia di successo. E’ solo il tentativo di esplorare la mia capacità di resistenza e la mia voglia di non sedermi sugli allori. A 46 anni voglio pensare al mio futuro di uomo e imprenditore attivo e non contare gli anni che mi mancano alla pensione. Io esisto per vivere non per guardare gli altri farlo.

2. Siete stati in azione circa cinquanta giorni, assieme a David ed Emilio: avrete già potuto capire molto bene cosa significa salire d’inverno sulla via Schell. Quale valore personale ha questa via per te?
E’ la via più lunga del pianeta sulla parete più grande del mondo alla montagna più gigantesca della terra. Già questo rende l’idea. Il Nanga Parbat è una montagna con sopra un’altra montagna. E’ un viaggio lunare, questa scalata.

3. Qual è il tuo feeling con la spedizione di polacchi che sta tentando il vostro stesso itinerario?
Massima amicizia e collaborazione. Fare le gare su un Ottomila e d’inverno significa morire. Io sono qua per vivere un’esperienza con David e con i polacchi… da due siamo diventati quattro che vogliono andare in vetta, mi sembra un bel numero e un bel team. Non c’è gara nell’esplorazione, le gare ci sono nello sport.

In salita per la via Schell al Nanga Parbat

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4. Cosa ti ha lasciato nel tuo modo di sentire la spiacevole avventura di un anno fa sull’Everest?
Nulla, ho la capacità di lasciarmi scivolare via velocemente le brutte esperienze. La vita è sole, non è buio. Il fatto spiacevole conferma che le mele marce ci sono ovunque, tra occidentali e sherpa, tra ricchi e poveri. A me è capitato di incontrare le persone sbagliate al momento sbagliato. Non è cambiato proprio nulla nell’amore e nel rispetto che ho per il Nepal e la sua gente, come allo stesso modo la consapevolezza che c’è stato e ci sarà sempre qualcuno che fa marketing su queste vicende e cerca di attaccare avversari virtuosi usando e manipolando vicende e comportamenti indifendibili.

In salita per la via Schell al Nanga Parbat

IntervistaSimoneMoro-Schell

5. Su questa vicenda, tua e di Ueli Steck, è stato costruito il film High Tension (che tra l’altro verrà proiettato questa sera 19 febbraio per la prima volta in Italia (Milano, cinema Orfeo). Tu cosa ne pensi?

All’inizio non mi soddisfaceva molto ed ho fortemente chiesto ai produttori di non omettere fatti e dettagli che, mancanti, potevano manipolare la percezione finale dei fatti e dei comportamenti da parte dello spettatore. Mi dicono che qualcosa hanno cambiato, ma non sono ancora riuscito a vederlo. Il film, come la verità, non deve accalappiare consensi o disprezzi, non deve avere un taglio a favore o contro qualcuno o qualcosa. La verità è come un colpo d’ascia, netto completo e senza anima, che permette a chi legge o guarda di farsi la propria opinione. Mi sembra però così palese ed indifendibile la violenza che anche “l’imperfezione” di High tension lascerà in tutti gli spettatori, neutrali e non prevenuti, un opinione chiara. Questa  volta pochi singoli sherpa che hanno coinvolto poi altri loro colleghi, hanno proprio fatto una cazzata da tetto del mondo. Le immagini parlano da sole…

Da High tension. Vedi trailer qui.

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