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Cronologia della via Gogna-Cerruti al Naso di Zmutt

Salite al Naso di Zmutt, via Gogna-Cerruti

1a) 14-17 luglio 1969, 1a ascensione, Alessandro Gogna e Leo Cerruti;
2a) 21-28 gennaio 1974, 1ª invernale, Edgar Oberson (Svizzera) e Thomas Gross (Cecoslovacchia);
3a) 12-13 luglio 1982, 1a solitaria, André Georges (Svizzera);
4a) 17-18 luglio 1986, concatenamento in 24 ore di cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche e di Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti), Jean-Marc Boivin (Francia) e André Georges (Svizzera);
5a) 31 agosto–1 settembre 2006, Simon e Samuel Anthamatten (Svizzera);
6a) 10 settembre 2010, in 14 h dal rifugio, Patrick Aufdenblatten (Svizzera) e Michael Lerjen-Demjen (Svizzera);
7a) 8-11 marzo 2011, 2a invernale, 1a invernale in stile alpino, Cédric Périllat-Merceroz (Francia) e Patrice Glairon-Rappaz (Francia);
8a) 3-5 ottobre 2011, Cyrille Berthod (Svizzera) e Nicolas Jaquet (Svizzera);
9a) 26-27 settembre 2014, 1a ripetizione italiana, François Cazzanelli, Marco Majori e Marco Farina.

Il giudizio di Michael Lerjen-Demjen:
Ciao Alessandro! che onore! Come stai? Sì, abbiamo salito la tua via nel settembre 2010, in 14 ore dal rifugio. Nel 2012 la Servus tv voleva farci su un film, però Patrick (Aufdenblatten) non aveva tempo, io avevo solo una settimana. Siamo stati lassù con l’elicottero a filmare qualche lunghezza di corda con un mio amico argentino, ma faceva troppo caldo per scalare! Alla fine è venuta fuori una roba che non mi piaceva per niente, figurati che ero contento che le cose fossero andate così, è stata la dimostrazione che sono le montagne a fare le regole e non i cinematografari. Tornando alla tua via, io ho scalato molte vie sul Cervino, la Sud, la Bonatti, la Diretta alla Furggen, ma la tua è la più difficile e la più esposta! Mi tolgo il cappello! Spero di avere i coglioni come i vostri, ma i tempi cambiano e noi abbiamo delle previsioni meteo che voi manco le sognavate! Vorrei tornare sulla tua via l’anno prossimo e cercare di salirla da solo nel minor tempo possibile, l’obiettivo sarebbe fare tutte e tre le vie della Nord (Schmid, Bonatti e Gogna) in meno di 24 ore! Stammi bene e speriamo prima o poi d’incontrarci.
Michi

Da sinistra, Simon Anthamatten, Samuel Anthamatten e Michael Lerjen-Demjen al ritorno dalla prima ascensione dello Jasemba

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Samuel e Simon Anthamatten
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Il giudizio di Simon Anthamatten:
Wow! Ricevo una mail da Alessandro Gogna! Scusa, ma la tua via del Naso di Zmutt è una pietra miliare nella mia carriera alpinistica, oltre che la logica evoluzione della via Schmid e della via Bonatti. La settimana scorsa, quando François (Cazzanelli) mi ha scritto per dirmi della sua ripetizione, semplicemente gli ho risposto: per me la via più elegante su questa montagna, grande François!
Caro Alessandro, prima di tutto grazie per la grande ispirazione. La Gogna-Cerruti è stata anche la mia prima volta sul Cervino. Poi l’ho salito un mucchio di volte, anche su una via nuova giusto accanto alla tua, ma per me onestamente è la tua via sulla mia montagna di casa a rappresentare la più bella avventura, anche per me che l’ho solo ripetuta. Dopo la via Schmid è la via più logica e di sicuro la più bella tra quelle del Naso!

Simon Anthamatten e Ueli Steck in vetta al Tengkampoche, Piolet d’Or 2009
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Cyrille Berthod (dal sito http://cyrilleberthod.ch/) racconta:
Ecco un sogno di tanto tempo fa che si realizza, la salita della via Cerruti-Gogna al Naso di Zmutt, sul versante nord del Cervino.
Quest’estate si sono avute condizioni eccezionali su questa parete. Il cattivo tempo e le temperature fredde del mese di luglio l’hanno ricoperta di uno spesso strato di ghiaccio che ha permesso anche a sette cordate al giorno di salirla, condizioni assai rare per una parete in genere ben poco accogliente…

Quest’autunno le condizioni sono ancora al top e adesso c’è anche un bell’anticiclone. Ed è la volta della via Bonatti a sorprenderci: Michael Lerjen-Demjen e Patrik Aufdenblatten, due amici di Zermatt, la salgono in meno di 8 ore… nessuno l’aveva mai fatta senza almeno un bivacco!
Beh, adesso tocca a noi approfittarne. Chiamo Nicolas Jaquet e anche lui è dello stesso mio parere: la Schmid la conosciamo, la Bonatti perché no, la Gogna, grande obiettivo.

Finalmente ci decidiamo per la Gogna. Per noi questa è un’occasione in cui non possiamo sbagliare. Decidiamo di attaccare la via il primo giorno, bivaccare il più alto possibile e uscire in vetta il giorno dopo.
Il primo giorno tutto va bene malgrado qualche lunghezza su roccia cattiva e gli zaini pesantissimi. In serata raggiungiamo il nostro bivacco, una cengia innevata e a 5 stelle (dopo naturalmente aver scavato nella neve).

Cyrille Berthod
Cronistoria, Cyrille BerthodSveglia alle 7, la scalata riprende. Le lunghezze dure si susseguono, la roccia non è sempre ottima, ed è meglio non perdersi su questa parete rovescia e strapiombante. Fa freddo e spesso ci ritroviamo le dita gelate. Del resto ce l’avevano detto, questa è la salita dove occorre mettere in pratica tutto ciò che si è imparato e dove fare tutto quello che ci hanno detto di non fare mai.

Usciamo finalmente dal muro sul fare della notte, troviamo un improbabile posto da bivacco che però migliora dopo 45 minuti di lavoro di piccozze.
Per la notte ci restano 4 farmers, qualche haribo Cola e un litro e mezzo da bere: ma questo ci deve bastare anche per domani! La bomboletta di gas è vuota, così non perdiamo tempo e ci richiudiamo nei sacchipiuma.

Ancora sveglia alle 7, per via del gas finito niente neve da sciogliere. Così iniziamo subito a salire il tipico terreno della Nord del Cervino, raggiungendo così la cresta di Zmutt, qualche vecchia traccia e quindi la cima alle 14. Da lì, rapida discesa per la cresta dell’Hoernli e giù direttamente a Zermatt a farsi una gigantesca panache. Grazie Nico!

La cordata dei fratelli Anthamatten impegnata nella loro via nuova sul Naso di Zmutt (2008)
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Naso di Zmutt: Aux amis disparus

 Sulle tracce del “Gab”
di Carlo Caccia (tratto da http://www.iborderline.net/, 1 febbraio 2010

A fine gennaio 2010, con quattro bivacchi, Patrice Glairon-Rappaz e Cédric Périllat hanno messo a segno la prima ripetizione (nonché prima salita integrale e prima invernale) di Aux amis disparus (1200 m, VII, A3), la via aperta nel 1992, nel settore più strapiombante del Naso di Zmutt, da Partrick Gabarrou e Lionel Daudet.

Patrice Glairon-Rappaz non va in letargo. Dopo epiche salite invernali come la Serge Gousseault sulla Nord delle Grandes Jorasses (13-18 gennaio 2000, con Stéphane Benoîst), la Superintegrale di Peutérey (19-28 febbraio 2003, con Benoîst e Patrick Pessi) e la Directe de l’Amitié ancora sulla Nord delle Grandes Jorasses (31 gennaio-6 febbraio 2006, con Benoîst e Paul Robach), nei giorni scorsi ne ha combinata un’altra dello stesso genere salendo in prima ripetizione (nonché prima integrale dalla base alla vetta e prima invernale), con il giovane Cédric Périllat, la proibitiva Aux amis disparu nell’estremo settore destro (il più strapiombante) del Naso di Zmutt della parete nord del Cervino 4478 m. La via, conclusa da Patrick Gabarrou e Lionel Daudet tra il 5 e il 6 luglio 1992, è lunga 1200 metri e presentando difficoltà di VII e A3 ha richiesto a Glairon-Rappaz e Périllat ben quattro giorni di scalata, favorita dalla roccia pulita ma ostacolata dal grande freddo e dal vento. Per niente banale anche il finale dell’avventura: un’intera giornata per tornare a valle lungo la cresta dell’Hörnli. «Questa via – ha commentato Glairon-Rappaz – oltre al fatto di svolgersi su una delle più emblematiche e meravigliose montagne delle Alpi, racchiude tutte le specialità dell’alpinismo, restando un punto di riferimento sia per le difficoltà sia per l’impegno complessivo».

Un momento della salita di Glairon-Rappaz e Périllat (foto di Patrice Glairon-Rappaz, www.petzlteam.com)
AuxAmis-cervino21La lunga storia di una grande via

«Il Cervino, di cui si crede di aver visto tutto al primo colpo d’occhio – spiega Patrick Gabarrou (Alp n. 235, luglio-agosto 2006, p. 96) – possiede anche uno stupefacente giardino segreto che non si rivela se non a chi marcia verso gli alti luoghi dove gli uomini hanno edificato la capanna Schönbiel. Già lungo il cammino, dal luogo incantato dei casolari di Zmutt, si vede sorgere dalle viscere della montagna un’irreale visione; è una stupefacente prua di pietra strapiombante, conficcata nell’estremamente ripida parete a destra dell’immenso piano verglassato della parete nord. È il Naso di Zmutt, il più grande strapiombo delle Alpi Occidentali […]. Dopo parecchi tentativi con Pierre Gourdin e François Marsigny, nel 1992 riuscii finalmente a salire, in compagnia di Lionel Daudet, questo straordinario rilievo della grande piramide delle Alpi. A tal punto unico nel suo slancio, che l’offrimmo Aux amis disparus di tutti gli alpinisti».

I primi due tentativi del “Gab” risalgono addirittura al 1989: il primo in assoluto, con Gourdin, a vuoto per un malore di Pierre; il secondo bloccato dal vento sotto il grande strapiombo (dopo un bivacco a metà del risalto roccioso dal quale, grazie ad una cengia provvidenziale, Patrick e François raggiungono la cresta di Zmutt). Il 19 luglio 1990 ecco il terzo tentativo: ancora con Gourdin e – sentite un po’ – con un trapano a batteria per forare la roccia. La cordata, come in precedenza, segue la prima parte della Gogna-Cerruti (Alessandro Gogna e Leo Cerruti, 14-17 luglio 1969, 1200 m, VI+ e A3, ED+), prosegue fino all’inizio della sezione rocciosa e, raggiunto il punto massimo del 1989, guadagna altri 30 metri grazie ad uno spit e ad alcuni chiodini a pressione. Ma non c’è niente da fare: la ritirata, per la solita cengia, è ancora una volta inevitabile. Nel 1992, infine, ecco la puntata decisiva: Patrick si lega con il giovane Lionel Daudet e, vista la stagione assai secca con frequenti scariche di sassi lungo la parte bassa della parete, «dopo i tre tentativi si sente moralmente autorizzato ad approcciare le grandi difficoltà salendo per la cresta di Zmutt» (Alessandro Gogna, Alp n. 235, p. 90). L’uscita d’emergenza diventa così un ingresso particolarmente comodo e il 5 luglio, scovato un sistema di sottilissime fessure, Daudet riesce a completare senza altri fori nella roccia la lunghezza lasciata in sospeso due anni prima. «Il giorno successivo – scrive ancora Gogna –, a causa della perdita di una scarpetta da arrampicata di Gabarrou, Daudet è sempre capocordata. Prima altre quattro lunghezze di artificiale e poi un po’ di libera permettono di uscire finalmente dal Naso». La via, anche se non ancora percorsa integralmente (nel febbraio 2002 ci avrebbe provato lo stesso Daudet senza compagni, lottando invano per nove giorni e subendo gravi congelamenti), è di fatto completata ma Gabarrou non è soddisfatto: la scalata “a puntate” e quei buchi sullo strapiombo non lo lasciano dormire… Il nostro trova così la pace soltanto nel 2001 quando, tra il 31 luglio e il 2 agosto, con Cesare Ravaschietto passa poco a sinistra di Aux amis disparus: la “prua” è leggermente più modesta, d’accordo, ma lo stile di Free Tibet (1200 m, VII/VII+ e A2+ con dadi, friend, qualche chiodo e due spit soltanto per bivaccare, a causa della roccia cattiva) è superiore, tale da lasciare il “Gab” e il suo fortissimo compagno «sazi di fatica, di emozioni, di bellezza».

La parete nord del Cervino con il Naso di Zmutt in primo piano (foto di Beat Perren tratta da Alp, n. 235, p. 89). Sono tracciate le vie (da sinistra a destra): Gogna-Cerruti (Alessandro Gogna e Leo Cerruti, 14-17 luglio 1969, 1200 m, VI+ e A3, ED+), Freedom (Robert Jasper e Rainer Treppte, 22-26 agosto 2001, 1200 m, VIII-, A2 e M5+), Piola-Steiner (Michel Piola e Pierre-Alain Steiner, 29 luglio-1° agosto 1981), Free Tibet (Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto, 31 luglio-2 agosto 2001, 1200 m, VII/VII+ e A2+) e Aux amis disparus (Patrick Gabarrou e Lionel Daudet, 5-6 luglio 1992, 1200 m, VII e A3)
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Il Naso di Zmutt in solitaria

Solitaria alla Gogna-Cerruti sul Naso di Zmutt (12-13 luglio 1982)
di André Georges

Michel Vaucher nel suo libro Le 100 più belle salite delle Alpi Pennine la descrive così: «Centesima salita della nostra scelta di difficoltà progressiva, la via del Naso di Zmutt è eccezionale per numerose ragioni. Via d’eccezione il Naso di Zmutt lo è per l’insieme e il cumulo di problemi che pone all’alpinista. Essa comincia per una severa scalata mista, roccia e ghiaccio, che si svolge al riparo da pericoli oggettivi poiché è protetta dalla grande parete verticale o strapiombante del “Naso”. Superare la parete del “Naso” è un’impresa lunga e difficile, a causa dell’esposizione e per il fatto che la roccia non molto solida non si lascia chiodare facilmente. L’uscita infine è senza dubbio meno esposta, ma si svolge in un ambiente da parete nord nei paraggi della Cresta di Zmutt. Il dislivello importante, la configurazione del terreno, l’altitudine, le difficoltà varie e sostenute, l’impegno totale: queste sono le caratteristiche della via Gogna e Cerruti che non può ammettere che alpinisti molto competenti e agguerriti, capaci di far fronte a tutte le situazioni possibili. Un’azione di salvataggio in parete sarebbe in effetti molto aleatoria. Per tutte queste ragioni il Cervino per la Gogna-Cerruti regge il confronto con i più grandi itinerari aperti in montagna».

André Georges con la compagna Rosula Blanc e il loro cane Anuun
Georges-1710Ci furono numerosi tentativi prima del successo di Alessandro Gogna e Leo Cerruti nel luglio 1969. Fu al prezzo di più giorni di sforzi e con installazione di corde fisse che essi vennero a capo della loro salita. E fu la stessa cosa per la prima invernale. Le prime ascensioni del Naso di Zmutt sono state sempre fatte con delle corde fisse. Bisognerà aspettare un buon numero di anni perché la salita sia compiuta da una cordata tradizionale.

Nota di Alessandro Gogna: l’affermazione di Georges è falsa per ciò che riguarda la mia salita con Leo Cerruti. Nel tentativo con Gianni Calcagno del 1968 arrivammo in cinque ore a superare il terreno misto di 400 m. Nessuno ci aveva mai messo piede. Nell’ottobre successivo la squadra di Minuzzo, Mauro, Albertini e Patrile lavorò sullo stesso terreno ricoprendolo di corde fisse e arrestandosi all’inizio della parete verticale, esattamente dove eravamo arrivati noi in cinque ore. Nel luglio dell’anno dopo, quando effettuammo la prima ascensione, vedemmo bene gli spezzoni delle corde lasciate dai valdostani ma non ce ne servimmo per via del deterioramento subito nell’inverno e nella primavera. Poi, in tutta l’ascensione vera e propria, noi non usammo alcuna corda fissa, non avevamo altro che due corde e un cordino. Tutto ciò è ampiamente documentato nel mio libro Un alpinismo di ricerca, che evidentemente André Georges non ha letto, sicuramente per questioni di lingua. Se poi lui ha trovato altre corde fisse, allora deve attribuirle esclusivamente ai salitori invernali, Edgar Oberson e Thomas Gross.

Il dislivello è di 1050 metri per tre zone ben distinte, 400 metri di terreno misto, 400 metri di parete  verticale o strapiombante e 200 metri sulla parete nord vicino alla Cresta di Zmutt. Difficoltà ED+, salita di ampio respiro che richiede qualità alpinistiche molto complete. La relazione da un decina di passaggi di sesto grado e in più della scalata artificiale a volontà. Leggendo la descrizione dell’itinerario ci si pone delle domande. Per l’orario, Michel Vaucher dice: «La salita deve essere possibile in tre giorni con due bivacchi poiché molto materiale è rimasto in posto dopo la prima invernale».

André Georges ed Erhard Loretan
Georges-3037960Con tutte queste indicazioni si è un po’ scettici. Oso andarci?
Sono sempre stato attirato da questa parete austera e impressionante. E ogni volta che passavo in zona la guardavo col binocolo. Soprattutto dalla capanna Schönbiel, passavo lunghi momenti ad osservare tutti i dettagli della parete. Avevo una visione completa dell’ascensione. Tutte queste osservazioni erano soprattutto una preparazione psicologica. Quando si è sulla via, il percorso si individua difficilmente a causa della verticalità e dell’ampiezza della parete. Col passare delle osservazioni e delle riflessioni, mi familiarizzavo con questa parete. All’inizio, quando pensavo a questo progetto, mi pareva del tutto pazzesco e invece, col passare del tempo, è diventato qualcosa di realizzabile nella mia mente.
Avevo ragione, e l’ho realizzato. Poco a poco, l’idea è maturata e sono partito per il Cervino.

L’ultima funivia mi conduce allo Schwarszee. Salgo alla capanna Hörnli; questa volta vado. Alla capanna sono invaso a momenti da una sentimento d’inquietudine. Dormire è impossibile, non smetto di andare e venire. Il mio sacco è pronto, tutto è sistemato con precisione per il primo mattino, ma salgo e scendo le scale per un nuovo controllo. Il pensiero di questa ascensione ha distrutto il mio equilibrio. Che ora è? Il tempo passa lentamente, poi più veloce. Ne succedono di cose nella mia testa durante la sonnolenza: salgo tre volte la Gogna nella notte. Le idee girano in un totale disordine. Improvvisamente il piccolo rumore del mio orologio-sveglia mi tira via dai miei sogni. Rimbalzo dal letto come una molla. Mi vesto, mi carico il sacco sulle spalle e scivolo fuori nella notte. Dopo appena una mezz’ora di marcia, una grande caduta di pietre davanti al mio naso viene a disturbare la mia tranquillità. Grazie per l’accoglienza! Questi blocchi venivano dalla via normale e sono scivolati giù dal pendio di neve che si utilizza per raggiungere la base della parete nord. Fortuna sfacciata, cinque minuti prima mi sarei trovato sull’asse della caduta. Aspetto un momento, tutto ha ripreso la sua calma, esito, qualche passo incerto e mi lancio più velocemente possibile in queste due lunghezze di ghiaccio ripido che portano sul Matterhorngletscher, sempre pronto a mettermi il grande zaino sulla testa a guisa di protezione. Attraverso il ghiacciaio evitandone i crepacci e raggiungo la terminale alle sei di mattina. Il morale è super, ora andrei in capo al mondo! La terminale è difficile, un muro di ghiaccio verticale dove progredisco grazie all’ancoraggio delle mie piccozze. Un pendio glaciale e le prime rocce si raddrizzano in modo inquietante al di sopra. Qualche passaggio è difficile ma riesco a progredire lentamente senza assicurazione. Il pendio si addolcisce: bei passaggi misti. Da qui il muro del Naso di Zmutt è impressionante; lo strapiombo al termine del muro è in alcuni punti di cento metri, a tal punto che le rare pietre che cadono dalla cima della parete fanno una caduta di 500 metri senza toccare la roccia. Qui almeno non ho più preoccupazioni per la caduta di pietre. Poso lo zaino, fisso la corda e salgo regolarmente tirando il prusik sulla corda per autoassicurarmi. Salire, scendere in doppia e risalire col sacco recuperando il materiale lunghezza dopo lunghezza. Arrivato su una bella piattaforma, mi ci installo, sono già le diciotto. La fatica comincia seriamente a farsi sentire, mi preparo il bivacco, un bel raggio di sole viene a sfiorarmi – il solo della giornata – ed è ben piacevole. Con l’amaca ben tesa, la notte sarà buona. Sono appollaiato come un’aquila con 700 metri di vuoto sotto le chiappe. Mi sento bene in questo mondo da pazzi. Dal mio nido osservo alcune colate che cadono nel vuoto a cinquanta metri dalla parete. Il grande strapiombo è proprio sopra di me. Sveglia alle sei, un panino e partenza! La nozione della verticalità è persa. I passaggi sopra di me mi sembravano semplici ma quando ci arrivo è il contrario, tutto è strapiombante e complicato. Marcia o compatta, con o senza fessure, la roccia non smette di cambiare lunghezza dopo lunghezza. L’uscita del Naso è veramente spettacolare ed esposta. Là il solitario non ha interesse a fare delle errate manovre di corda poiché potrebbe restare appeso nel vuoto e attendere il disgelo. Tre volte la manovra acrobatica per venir fuori da questo grande tetto. Ho avuto ben più filo da torcere del ragno. Ho sì cercato di imitarlo, ma in modo vergognoso…

Georges-9782828911935All’uscita del Naso, il terreno è più facile: lo stesso della parete nord classica. Posso progredire di nuovo senza assicurazione. Alle undici calco la cima del Cervino.

Mi sono impegnato al massimo lungo tutta la salita ma non arrivo a credere di essere riuscito a realizzare la Gogna in solitaria. Una salita di questa importanza è un’altra vita, una storia che non so più se fa parte di me. La concentrazione era talmente grande che io ero in un altro mondo in quei due giorni. Comunque il mio chiodo fisso si era concretizzato.

Per notizie su André Georges vedi http://www.andregeorges.ch/

postato il 14 ottobre 2014

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Naso di Zmutt: via Gogna-Cerruti, prima ripetizione italiana

Naso di Zmutt: via Gogna-Cerruti, prima ripetizione italiana
di François Cazzanelli, Marco Farina e Marco Majori

Disarmante… Immensa…
“Il più grande strapiombo delle Alpi Occidentali”, così Patrick Gabarrou definisce il Naso di Zmutt: una parete misteriosa e austera incassata nell’immensa muraglia del versante nord del Cervino. Difficile da decifrare, ogni volta che cambia la luce sembra che la sua forma muti ed escano nuovi diedri e tetti. Una sfida completa, severa, dove nulla è scontato in un ambiente tra i più repulsivi che abbiamo mai visto.

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Tutto comincia con un messaggio su Whatsapp di Marco Majori il 21 settembre sulla chat della SMAM: “Cosa pensate di fare questa settimana?” dopo qualche battuta e scambio di idee il piano è deciso: andiamo a vedere il Naso di Zmutt. Da lì nelle nostre teste hanno iniziato a girare un sacco di pensieri: “Sarà pulita la parete? A chi chiediamo? Saremo capaci di uscire? La via sarà tutta a posto o sarà crollato qualcosa come spesso accade sul Cervino?”

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Poche storie, l’unica cosa da fare è partire e andare a vedere, qualcosa faremo. Il 25 settembre ci ritroviamo tutti a casa di François, prepariamo gli zaini, beviamo un caffè e ci muoviamo subito verso il colle del Breuil. Arrivati al rifugio dell’Hörnli ci aspetta una spiacevole sorpresa: il campo base provvisorio, installato poiché i proprietari del rifugio stanno compiendo delle ristrutturazioni, è chiuso! Iniziamo bene: già un bivacco la prima notte. Non ci scoraggiamo, ci sistemiamo al meglio e alle 4 iniziamo a muoverci. Attacchiamo la prima parte della via al buio: si comincia subito con dei pendii belli dritti che conducono a una goulotte ripida ma con ghiaccio ottimo. Superato il canale ghiacciato con quattro lunghezze iniziamo ad attraversare verso sinistra per portarci alla base del Naso. Giunti sotto lo strapiombo la vista è impressionante: si ha la sensazione che il tetto in ogni momento possa chiudersi su se stesso inghiottendoci. Il freddo pizzica e i movimenti sono rallentati, Majo fa un movimento sbadato in sosta e perde un guanto. Da qui in avanti Marcolino Farina passa al comando e iniziamo a scalare su roccia, la giornata è lunga e dopo aver superato un diedro in artificiale con le ultime luci del giorno arriviamo alla esile cengia dove Alessandro Gogna e Leo Cerruti bivaccarono per la seconda volta. Ci fermiamo e iniziamo a sistemarci per la notte, assicuriamo una corda dove possiamo appenderci e sistemare il materiale, ripuliamo dalla neve i nostri piccoli scalini, prepariamo da bere e mangiamo. Ci aspettano ore interminabili, ma non c’è vento e una stellata fantastica ci fa compagnia, sulla cengia troviamo un sacco di materiale abbandonato: chiodi moschettoni e corde, testimonianze indelebili di vecchi tentativi. Scorre il tempo e alle 6 di mattina ancora al buio siamo di nuovo in azione, con ordine e calma prepariamo da bere, smantelliamo il bivacco, mangiamo qualcosa e ripartiamo. Marco è di nuovo davanti, si comincia con un muro compatto, solcato solo da una piccolissima fessura che ci costringe a usare le staffe. Il nostro socio scala veloce e sicuro, Majo a un certo punto commenta dicendo: “Faina scala come se non ci fosse un domani… che livello!!”

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Passano le ore e i tiri si susseguono veloci, purtroppo non ne vediamo mai la fine, ci scambiamo due battute per fare morale: “Ma se chiamassimo l’elicottero?”
Marco: “Piuttosto crepo, ma sull’elicottero non salgo”.

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Il morale è alle stelle siamo motivatissimi e improvvisamente ci troviamo al sole alla base dell’ultimo salto: sono le 17.30 dobbiamo muoverci. Farina si supera un’altra volta e alle 18.15 arriviamo sul bordo del Naso, ma purtroppo non è ancora il momento di esultare perché dobbiamo raggiungere con la luce le tracce della cresta di Zmutt. Mettiamo i ramponi e prendiamo in mano le picche, saliamo velocemente su terreno misto e appena accendiamo le frontali troviamo le tracce, da qui però mancano ancora 250 m di dislivello fino alla vetta e la stanchezza inizia a farsi sentire. La progressione diventa più facile e la concentrazione cala, Majori perde un altro guanto che sparisce nel buio della notte, François recupera alla rinfusa le corde e in ben due soste si aggomitolano tutte facendoci perdere minuti preziosi. Dopo qualche cappellata alle undici di sera giungiamo tutti e tre in vetta al Cervino. Siamo gasati ma tuttavia consapevoli di dover mantenere la concentrazione per la lunga discesa notturna che ci aspetta. Beviamo un the, mangiamo qualcosa e siamo di nuovo concentrati per la discesa: per riposarci dobbiamo arrivare alla capanna Carrel. La notte è perfetta, non fa freddo, non c’è neanche una bava di vento, scendiamo con calma senza prendere rischi e alle cinque di mattino mettiamo piede in capanna, giusto il tempo di bere una coca e ci buttiamo nei letti. Il giorno dopo alle 9 siamo svegliati dal papà di François, Valter che ci è venuto incontro, rifacciamo gli zaini e scendiamo, per le tredici abbiamo le gambe sotto il tavolo a casa Cazzanelli.

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Che avventura, siamo euforici e soddisfatti, la nostra dovrebbe essere la settima ripetizione assoluta e prima italiana. Non abbiamo ancora realizzato bene quello che abbiamo fatto, questa salita ci rimarrà per sempre nel cuore, sicuramente è la via più completa e severa che abbiamo mai affrontato fino ad ora. Un viaggio mistico nel cuore del Cervino dove nulla è scontato e banale. Complimenti agli apritori che nel 1969 si sono superati aprendo una via futuristica e complicata che sicuramente ha portato un passo avanti l’alpinismo dell’epoca.

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François Cazzanelli – Marco Farina – Marco Majori, 26-27 settembre 2014
Sezione Militare di Alta Montagna – Reparto Attività Sportive del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur.

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Si ringraziano: Montura, Grivel Mont Blanc, Kong, Scarpa, Wild Climb, Cébé, Salice e Pellissier Sport di Valtournenche.

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postato il 5 ottobre 2014

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Free Tibet

Free Tibet
di Patrick Gabarrou
Questo articolo è apparso per la prima volta in italiano su ALP Grandi Montagne n. 34. Traduzione dal francese di Flaviano Bessone

Il Cervino si presenta al turista che sbarca dal treno a Zermatt nella perfezione dì una compiuta struttura piramidale. E la parete nord s’impone in potenza e maestosità: fan­tastica, archetipica, evidente. Oggetto dei desideri dei più grandi alpinisti degli anni ’30, impressiona, attira, soggioga. Sempre allo stesso modo.

Cesare Ravaschietto su Free Tibet, prima ascensione
Cervino, Cesare Ravaschietto su Free Tibet, prima ascensione
Cesare Ravaschietto sul tetto di A2+ di Free Tibet, (Naso di Zmutt, Cervino), prima ascensione
Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensioneMa il Cervino, di cui si crede di aver visto tutto al primo colpo d’occhio, possiede anche uno stupefacente giardino segreto che non si rivela se non a chi marcia verso gli alti luoghi dove gli uomini hanno edificato la capanna Schönbiel. Già lungo il cammino, dal luogo incantato dei casolari di Zmutt, si vede sorgere dalle viscere della montagna una irreale visione; è una stupefacente prua di pietra strapiombante, conficcata nell’estremamente ripida parete a destra dell’immenso piano verglassato della parete nord. È il Naso di Zmutt, il più grande strapiombo delle Alpi occidentali. La sera al tramonto, dalla capanna, la parete svelerà un po’ del suo complesso rilievo, ma senza che se ne possano afferrare tutti i dettagli. Solamente superando la cresta di Zmutt ci si potrà avvicinare all’enigma proposto dall’austera parete. Dopo parecchi tentativi con Pierre Gourdin e François Marsigny, riuscii finalmente nel 1992 a risalire, in compagnia di Lionel Daudet, questo straordinario rilievo della grande piramide delle Alpi. A tal punto unico nel suo slancio, che l’offrimmo Aux amis disparus di tutti gli alpinisti. Due cose però mi avevano lasciato ancora un po’ di fame di perfezione. La parete, lavorata dalle cadute di pietre di un’estate secchissima, ci aveva obbligati a raggiungere la base del Naso dalla cresta di Zmutt e, in più, avevamo dovuto forare la roccia per 25 metri sul filo del pilastro strapiombante. Una seconda prua dello stesso stile, ma più modesta, delimita a sinistra il Naso, formando un immenso diedro fessurato, sormontato da grandi strapiombi. E con lui il sogno di una possibile fantastica scalata naturale. Fu quasi dieci anni più tardi che mi ritrovai ai piedi di quel grande muro scuro, con gli enormi sacchi che accompagnano questo genere di imprese (anche optando per bivacchi minimalisti). E fu in quel momento che il mio compagno, sino ad allora assai entusiasta e motivato, capì quello che ci aspettava e diede improvvisamente forfait. Che fare? Decisi di sperare nella fortuna e di prendere il rischio di lasciare i sacchi e tutto il loro prezioso contenuto nascosti nel labbro di una terminale relativamente sicura, sperando che il tempo si mantenesse bello e che io riuscissi a trovare in piena estate un compagno libero e di alto livello. La fortuna mi arrise meravigliosamente nella persona di Cesare Ravaschietto, una guida italiana tanto eccezionalmente forte quanto discreta, un vero “fuoriclasse” come dicono i suoi compatrioti. Messi in contatto da un’amica comune, ci conoscemmo sul sentiero che porta al Cervino, e dal giorno seguente facemmo cordata comune con una fiducia reciproca che non fece che aumentare nel corso dell’ascensione. Alla terminale perdemmo un’ora preziosa a cercare i sacchi, già profondamente sotterrati. Quel giorno sapevamo di dover arrampicare contro il tempo, poiché la meteo aveva annunciato un notevolissimo rialzo della temperatura. Effettivamente qualche sasso rotolava già nel pendio iniziale. Subimmo anche una vera caduta di pietre all’uscita del ripidissimo terreno misto iniziale, che avevamo salito molto veloci malgrado i sacchi. Ci mancò di poco e potemmo apprezzare la forza mentale di ciascuno di noi. Non una parola. Solamente l’azione concentrata, rapida, efficace sul grande pendio di ghiaccio che stavamo seguendo. Dopo un passaggio misto, ripido e delicato, ci ritrovammo attaccati alla base del grande muro di roccia scura, finalmente al riparo dalla caduta delle pietre che cominciava ad abbattersi da tutte le parti con furore selvaggio. La roccia in alto era mediocre e la scalata abbastanza aleatoria, ma almeno la nostra sicurezza non dipendeva che da noi stessi.

Patrick Gabarrou in bivacco su Free Tibet, Naso di Zmutt, Cervino
In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.Così la lunga giornata filò senza tregua fino a condurci su un vago posto da bivacco assolutamente mediocre. Vista la qualità della roccia preferimmo mettere uno spit per l’assicurazione notturna della cordata. Al di sopra delle nostre teste il grande diedro strapiombante e la sua enigmatica uscita m’impressionava molto, e lasciava visibilmente di stucco il mio compagno. Sotto di noi si slanciava la parete inclinata, solcata dalle pietre che continuavano a cadere. Impossibile prendere in considerazione una discesa in caso di problemi. La salvezza passava dall’alto, nella speranza che esistesse una porta d’uscita. Tutto ciò si agitava nella mia testa durante la notte, con l’impressione di essere entrato in una trappola; ma quando confidai le mie angosce a Cesare, egli si limitò a dire che sperava di passare la notte seguente almeno su un accenno di cengia, e poi ripiombò in un profondo mutismo.

Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensione, nella parte superiore della via
Cesare Ravaschietto su Free Tibet, Cervino, prima ascensioneL’alba non ci sorprese in quanto non avevamo veramente dormito. Cege, eccezionalmente sicuro ed efficace, prese la testa della cordata su una roccia friabile e poco evidente. A ogni tiro proponevo di dargli il cambio, ma lui sembrava infaticabile. Si alzava con una potenza tranquilla molto impressionante. Era assolutamente più forte di me e, anche se ero capace di arrampicare in testa, non potevo certo farlo con lo stesso brio e la stessa rapidità. Fu dunque lui che emerse poco prima della notte dal grande labirinto strapiombante ed ebbe la felice sorpresa di scoprire la miracolosa piccola cengia orizzontale dei nostri sogni. Mentre eravamo tutti intenti ad addobbarla col secondo spit della via, un’infinità di luci cominciò a riempire lo spazio ai nostri piedi e fino ai limiti dell’orizzonte. Avemmo allora il raro privilegio di assistere per delle ore, come bambini stupefatti, alla meravigliosa Festa delle Alpi, che ogni anno in Svizzera illumina la notte del 1° agosto. Ci addormentammo così nel cuore della montagna, sazi di fatica, di emozioni, di bellezza.

Lo schizzo di Free Tibet
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postato il 30 settembre 2014

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Michel Piola spergiuro al Cervino

Spergiuro al Cervino
di Michel Piola

1° agosto 1291. Sulle rive di un lago molto incassato (il futuro Lago dei Quattro Cantoni), nel luogo detto della prateria del Grutli, tre solidi Waldstatten si stringono le mani con determinazione: attraverso questo patto che segna la nascita della Confederazione Elvetica, essi prestano un giuramento di assistenza reciproca nell’ottica di sbarazzarsi della tirannia degli Asburgo, la famiglia austriaca autocratica.

l° agosto 1931, 640 anni dopo. Sull’esile pinnacolo di una delle più celebri montagne del mondo, il Cervino – quel giorno ben freddo – i due fratelli monacensi Hans e Toni Schmid si stringono le mani con soddisfazione dopo una delle più belle prime ascensioni fra le due guerre.

l° agosto 1981, rispettivamente 690 anni e 50 anni più tardi. Doppio anniversario alla sommità di un  Cervino sempre leggermente incappucciato: una cordata di giovani “dandy inglesi” giunti per miracolo fino a lì e due gagliardi singhiozzanti di piacere non si stringono nemmeno le mani, ben troppo dolorose per far ciò. E se non hanno neppure un solo pensiero rispettoso per i loro illustri antenati, è unicamente perché la ragione dell’inquietudine li spinge egoisticamente a preoccuparsi della lunga, lunghissima discesa che li attende.

La prova che, di certo, mi esprimo in tutta conoscenza di causa, è che, appena due mesi prima…

Pierre-Alain Steiner nel primo terzo della via Direttissima al Naso di Zmutt, Cervino
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981Giugno 1981, sulla parete nord per la via Schmid
Emergendo dalla foresta, il paesaggio a dominanza clorofilliana contemplato fino a quel punto si trasforma in un mondo più minerale: il Breithorn, il Castore e il Polluce, fino al massiccio del Monte Rosa, prendono improvvisamente più rilievo nella forte luce di quel pomeriggio già alla sua fine.

I tornanti del sentiero che a lungo avevano esitato tra il versante nord est ombreggiato e il grande pendio chiaro, poiché spoglio, che domina Zermatt, sembrano ora definitivamente decisi, assegnandosi la meta dell’ultimo pilone dello Schwarsee, là in alto, mentre la brezza della sera serpeggia con piacere solleticando i cavi dell’inutile teleferica…

Ci voleva proprio tutta la poesia del mondo e di questa serata riunite per dimenticare le piccole inezie imposte da un destino un po’ troppo scherzoso che ci ha fatto trovare chiuse le porte della funivia quando ci eravamo basati sull’orario trasmesso dall’ufficio del turismo di Zermatt, ufficio che aveva omesso di segnalarci come fosse valido solamente a partire dall’indomani…

Ci sono Pascal Sprungli, con cui ho calzato le mie prime scarpette d’arrampicata, e Tom, un amico australiano assai simpatico che è venuto ad aiutarci fino alla capanna.
L’ambiente è comunque al bello fisso quando spingiamo a fine serata i battenti del rifugio dell’Hörnli, soprattutto dopo i parallelismi ricordati con la nostra simile disavventura accaduta nel 1976 alla Diretta americana dei Drus, salita a piedi da Chamonix, racconto valorizzato da terribili «mille miliardi di punti di aiuto» e da eloquenti «in completa artificiale», linguaggio assai roboante che non sfigurerebbe in uno degli album di quel celebre disegnatore che è Hergé.

Dopo solo due ore di riposo e con l’ottimismo che distilla con più prodigalità i suoi benefici di un riposo insufficiente o di un gelo notturno curiosamente assente, lasciamo la capanna nel momento in cui la sveglia trilla ancora o quasi.

Narrare l’ascensione della via Schmid sarebbe piuttosto disdicevole: come far credere a delle persone sensate che si è trattato per noi di una scalata canicolare, effettuata in maglietta sotto un sole di piombo presente dalle cinque del mattino alle dieci di sera, che sono state le nostre braccia sprofondate fino ai gomiti in una massa nevosa inconsistente e tiepida a rimpiazzare le nostre piccozze-da-trazione-ultimo-grido mentre assetati ci dissetavamo alle numerose cascate che correvano lungo il pendio?

Pierre-Alain Steiner assicura Michel Piola dal luogo del primo bivacco (Direttissima al Naso di Zmutt)

Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981Solo due punti non sarebbero stati in disaccordo con i racconti dei nostri predecessori: i qualificativi d’esecrabile per la roccia e d’interminabile per la discesa.

Quanto a noi stessi… Ebbene non fummo noi stessi che spingemmo le porte del rifugio dell’Hörnli un po’ più tardi, ma piuttosto due involucri vuoti di pensiero e di volontà, due specie di mascheroni clowneschi insomma, giganti e meccanici, e anche poco fieri. E anche flosci… zitto!

28 luglio, capanna dell’Hörnli
Luglio 1981: già due mesi da quando in questo stesso posto mi ero proprio promesso di non ritornare mai più!
Ma se sono qua in situazione di spergiuro è perché oggi la sfida è grandiosa: non capita in effetti tutti i giorni di prepararsi ad aprire un nuovo itinerario su una delle più grandi pareti di tutte le Alpi.

Quando Pierre-Alain Steiner, già conosciuto nel piccolo mondo degli alpinisti come eccellente ghiacciatore, mi telefonò per propormi di aggiungermi a lui e alla cordata di Alexis Long e Patrick Gabarrou (al quale si deve attribuire il merito di aver scoperto questa nuova via), non esitai troppo a lungo, anzi proprio per niente, secondo l’adagio che dice che l’occasione fa l’uomo ladro. In effetti, dopo la via aperta nel 1979 sulla parete nord dell’Eiger e la seconda invernale della parete nord-est del Pizzo Badile del mese di gennaio 1981, era quella l’occasione per perfezionare il bellissimo “trittico” delle tre più belle pareti nord elvetiche.

Disgraziatamente, alcuni impedimenti di ordine professionale ridussero slealmente la nostra esperta équipe a una entità meno internazionale.

Arrivati così a fine pomeriggio alla capanna dove non c’è meno neve in questo inizio di estate disastrosa che al mese di giugno (di certo abbiamo potuto beneficiare dell’orario estivo della funivia…), trangugiamo una rapida cena prima di andare ad effettuare un trasporto fino ai piedi della parete nord, dividendo così il materiale in quattro carichi uguali (20 kg) più adatti all’itinerario glaciale e difficile, in particolar modo il passaggio della barra dei seracchi del Matterhorngletscher, com’è quello che porta alla terminale sotto il Naso di Zmutt.

Di ritorno alle undici di sera, incrociamo una cordata in partenza per la via Schmid, assai sorpresa dal nostro incomprensibile maneggio notturno.

Martedì 29 luglio. Siamo all’alba al deposito di materiale sotto il Matterhorngletscher dove possiamo osservare a piacimento la parete mentre ordiniamo i nostri zaini “grattacielo”. L’itinerario pare evidente almeno nel suo primo terzo, glaciale, dove una bella goulotte serrata da due dirupati speroni lega arditamente i primi nevai al grande pendio centrale che si perde sotto la parete rocciosa del Naso.

A Cesare quel che è di Cesare: è al ghiacciatore della cordata, Pierre-Alain, che è assegnato il titolo di “grande leader delle prime lunghezze”. La goulotte è così risalita in tre tempi (tre movimenti) più o meno rapidamente secondo i partecipanti: in primo luogo il leader con una rimarchevole economia di punti di assicurazione (uno solo), poi me stesso purtroppo secondo un’assenza di etica assai desolante (grazie piccole maniglie jumar) ma con una reale efficacia vi assicuro – e la seconda compensava la prima -, e alla fine, ma certo, il nostro fedele “Hole-Bag”, al quale accordiamo i vergognosi favori dell’ultimo della classe in lentezza, e cioè nell’ordine: promesse, incoraggiamenti, moine, suppliche, disprezzo, ingiurie e minacce! Ahimè! Nessuna di queste misure pedagogiche otterrà l’effetto previsto e ultimo della classe era e ultimo delle classe resterà…

Direttissima al Naso di Zmutt
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981Fu il diavolo in persona, che con una semplice buffetto, mi fece andare il culo sopra la testa?
Temendo di non trovare un posto favorevole al bivacco continuando più in alto, decidiamo di arrestarci alla fine del grande pendio nevoso, proprio ai piedi del Naso di Zmutt.
Nessun dubbio, saremo ben installati: un nut a sinistra e soprattutto due eccellenti chiodi piantati al massimo in una fessura orizzontale ci faciliteranno un riposo molto apprezzato dopo questa lunga giornata.

Seduti sul nostro balconcino, con i piedi che si dondolano nel vuoto evidenziando la prospettiva fuggente del pendio, ci scambiamo le nostre impressioni su questa prima giornata mentre sorvegliamo gelosamente il fornelletto sul quale sembrano prepararsi cose deliziose.

Ma la Signora Gravità ci avrebbe presto rubato senza pietà i nostri beni più preziosi, senza aver curato, da parte nostra, le più elementari precauzioni.

Poi, dopo un ultimo sguardo sul panorama, guadagniamo le nostre rispettive camere da letto: Pierre-Alain si accomoda sulla stretta banchetta tagliata nel ghiaccio vivo mentre, da grande fannullone poco portato alle fatiche del terrazzamento, io mi accontento di sospendere un’amaca al più alto dei chiodi.

Come nei porti quando la brezza fa tintinnare le sartie contro gli alberi maestri, i soli rumori che disturbano ben presto il silenzio sono opera dei moschettoni appesi in grappolo che si raccontano a forza di piccoli tintinnii le loro fortune e sfortune della giornata.
Ah, che ne sappiamo di tutto quel che si è detto durante quelle ore!
È la notte delle confidenze.
La Grande Notte dell’Insolito.

Da questo Insolito mi risveglio d’improvviso all’ora in cui il calendario esita fra il giorno precedente e quello seguente,  constatando – stupore – che plano con attenzione in un fluido sottile chiamato aria, questo etere del povero. Per parlare correttamente, io volo: ah, amici miei, che impressione!
Ahimè, devo presto smettere di poetare accorgendomi che non è la Fenice che io incarno ma piuttosto Icaro, figlio di Dedalo, con tutta la temerarietà fatale al nostro simpatico antenato.

Pierre-Alain Steiner al primo bivacco sulla Direttissima al Naso di Zmutt
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981

Temerarietà, o imprudenza, che m’ha fatto agganciare la mia amaca a un solo chiodo che – è la prima conclusione che si impone – si è visibilmente strappato.

Quando, dopo questo corto intermezzo aereo, mi poso senza dolcezza su un tappeto di ricezione, d’altro canto ben morbido, chiamato Pierre-Alain, il mio avvenire immediato si rivela ancora molto incerto: in effetti Newton, la sua celebre mela e un’autoassicurazione lasca di ancora due metri mi invitano a proseguire l’esperienza in direzione della piccola macchia chiara del Matterhorngletscher, laggiù in fondo…

Per fortuna Pierre-Alain, senza rancore per questo risveglio inabituale – lui che crede per un istante a una gigantesca caduta di pietre – interviene quanto mai a proposito nel meccanismo del destino, afferrandomi con dei riflessi e una determinazione del tutto a suo onore.

Ouf! Liberatomi dal saccopiuma e ridendo ancora dello sgarbo tiratomi da quel diavolo di chiodo burlone, mi accomodo sul secondo chiodo per proseguire un sonno che non sarà più disturbato se non da divertenti sogni che vedono un certo Satana-Mefisto-Lucifero accanito a farmi sprofondare, con un semplice buffetto a ripetizione, il culo al di sopra della testa durante tutta la notte.

Apprendendo all’alba da Pierre-Alain che quel chiodo sul quale ho finito la mia notte movimentata si leva con le mani (tutta la fessura si era aperta), abbiamo un pensiero comune per la destra damigella che è il mio Angelo Custode, che non ha dovuto addormentarsi a lungo per evitare una spiacevole recidiva…

Il posto del leader incombeva su di me per tutta la parte rocciosa centrale, così cacciammo gli scarponi ben in fondo al sacco da recupero per intraprendere in scarpette la scalata di una ripida fessura sulla sinistra del bivacco.

Fessura che seguiamo per due lunghezze prima di tirare a destra, per superare un diedro che porta – sorpresa – a un piccolo nevaio che garantisce un buon posto da bivacco. Non c’è bisogno d’altro per incitarci a depositare tutta la nostra chincaglieria su questa aerea cornice, ben presto trasformata in due strette ma confortevoli terrazze.

Alla fine del pomeriggio decidiamo di attrezzare ancora due lunghezze con delle corde fisse. La scalata, difficile e delicata, è allora apprezzata al suo giusto valore su una roccia soleggiata e solida, liberati dal giogo dei sacchi da issare.

Ben presto di ritorno, il pasto mandato giù, ogni preoccupazione scomparsa, ecco, vi dico, una buona serata al focolare: la fiamma rosseggiante di un ipotetico camino si vede persino rimpiazzata con talento dal disco gigante del sole, già a ovest, che sottolinea la successione delle creste unite con coerenza da colli e cime dai nomi prestigiosi di Dent Blanche, Mont Durant o Obergabelhorn. Da buoni allievi, imitiamo il nostro antenato, l’Astro dei Tempi, nascondendoci sotto i nostri piumini per rimandare a domani la nostra prossima e glaciale apparizione.

Pierre-Alain Steiner sulla Direttissima al Naso di Zmutt
Pierre-Alain Steiner durante la prima ascensione della Direttissima al Naso di Zmutt (Foto M. Piola, da Bernardi)Due mocciosi sul Naso di Zmutt
Se fare colazione a letto è il non plus ultra del comfort per l’uomo comune, la stessa azione applicata all’alpinista, vista l’ampiezza dei movimenti limitati, rivela più semplicemente necessità o elementare prudenza. Necessità alla quale ci sacrifichiamo ancor più volentieri dato che questa mattina la temperatura è piuttosto fresca e che sappiamo che si tratta, anche se stranamente la giornata è appena iniziata, del penultimo pasto delle prossime ventiquattro ore. Per fortuna la risalita delle corde fisse si rivela velocemente un eccellente riscaldamento, come la traversata – cioè il pendolo – obbligatoria dal bivacco per raggiungere l’asse dei punti di ancoraggio, si mostrerà un perfetto risveglio psichico.

Il fatto è che oggi è il caso di “uscire” dalle difficoltà rocciose superando i famosi strapiombi finali del Naso. Arrivati al capolinea della nostra monorotaia in nylon, attraversiamo a destra per raggiungere l’inizio di una gigantesca rampa leggermente obliqua che andiamo a risalire fino a sbattere contro l’ultimo strapiombo.

Scalata superba, libera per la maggior parte, ed effettuata su una roccia che da eccellente diviene eccellentissima (ah, il contrasto con la parete nord) e sempre più ripida.

Fino a che i capricci della natura fan sì che divenga sempre meno verticale… perché diviene strapiombante!

Un’ultima lunghezza, un ultimo strapiombo, un’ultima fessura per uno sforzo che non sarà l’ultimo e ci ritroviamo tutti e due alla ventiquattresima sosta, felici come due monelli che hanno appena fatto un bello scherzo a un “grande”.

I due terzi più difficili della via sono in tasca ed è esultando nel sapere che non ci può più succedere niente che proseguiamo, cercando nel frattempo un buon posto da bivacco.

Niente… tranne il cattivo tempo. Ma è una tempesta appena abbozzata, dei fiocchi di neve, dei cristalli, così belli nella loro trasparenza, e delle colate di neve polverosa così silenziosa che è col sorriso della tranquillità che serriamo quella sera i lacci dei nostri sacchi da bivacco.

Michel Piola
Michel PiolaLa vetta
Tutto sembra d’altra parte arrangiarsi al meglio ed è quasi al sole che dopo due grandi lunghezze sbuchiamo sulla Cresta di Zmutt, a un centinaio di metri dalla vetta italiana. Dopo averla raggiunta alle undici, non ci rimaniamo che il tempo di mettere a posto il materiale in eccesso ora inutile, prima di tuffarci nella discesa per mantenere un distanza ragionevole da un gruppo di inglesi slegati in equilibrio precario e pericoloso per quei luoghi.

Ed è naturalmente alla capanna dell’Hörnli che chiudiamo il cerchio iniziato quattro giorni prima, ammirando i falò accesi nella valle dagli abitanti di Zermatt per onorare il primo agosto, mentre… sorseggiamo lo champagne offerto dal custode!

E poi domani arriverà il momento finale, insomma, magistrale buffonata troppo conosciuta: la valorosa traversata di una Zermatt estiva, affollata, indecente e superficiale, come oranghi ignorati in un serraglio variopinto, dove solo i cavalli delle carrozzelle sapranno mantenere una parvenza di dignità umana.

Ma che dico, questa è un’altra storia.

postato il 14 settembre 2014

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La via Freedom al Naso di Zmutt

La prima ascensione della via Freedom al Cervino
di Robert Jasper

Dopo i fratelli Schmid, che conquistando per primi la parete nord del Cervino nel 1931 suscitarono grande scalpore e scrissero una pagina importante nella storia dell’alpinismo, quasi tutte le generazioni si sono avventurate sul Cervino ponendosi nuove sfide. Spesso considerata il simbolo delle Alpi per la sua forma fantastica, la parete nord è sempre stata temuta a causa delle sue rocce friabili.

Dalla prima volta che lo vidi, il Cervino ha rappresentato per me la cima più imponente delle Alpi.

E per un alpinista come me la nord era un grande sogno. Nel 1991 scalai le tre principali pareti nord delle Alpi: sull’Eiger, il Cervino e le Grandes Jorasses, tutte e tre in solitaria. Scalai la nord del Cervino con pessime condizioni in parete dovute al fatto che si stava sciogliendo la neve. Nella parte superiore seguii la variante di sinistra, che con passaggi fino al V grado di difficoltà e le rocce intrise d’acqua richiese tutte le mie energie. Ciononostante dopo cinque ore e mezza raggiunsi la cima e presto feci ritorno alla Hörnlihütte dove mi rinfrancai con una tazza di caffè.

Sulla via Freedom, Naso di Zmutt, agosto 2001
Sulla via Freedom al Naso di ZmuttNel 1994, sempre in solitaria, volli tentare la scalata di una nuova via percorrendo il lato ovest della parete nord del Cervino, più precisamente in corrispondenza del famigerato Naso di Zmutt, che è stato a lungo considerato l’ultimo vero ostacolo nelle Alpi. Dopo un lungo giorno di arrampicate, però, la sera mi trovai costretto a fuggire minacciato da un temporale. Sarebbe stato troppo rischioso continuare la scalata con l’avvicinarsi di un temporale, perciò dovetti far marcia indietro, nonostante fossi già arrivato a metà della via. Su una parete così ripida quando la roccia è ghiacciata non si hanno molte chances ed è impossibile proseguire la salita. Ma anche la ritirata si presentava difficile, poiché la parte inferiore della parete era pericolosa in quanto ghiacciata e mi trovai come in trappola. Poco dopo però il ritorno si trasformò in un vero e proprio incubo. Andai a sbattere a penzoloni contro la parete. Le pietre mi fischiavano nelle orecchie. Con un piede rotto e uno zaino maledettamente pesante sulle spalle traversai la parete ghiacciata e raggiunsi la cresta di Zmutt. Ora per lo meno non mi trovavo più in parete, mi ero allontanato dal punto più pericoloso. Eppure non riuscii a sfuggire al temporale e, dopo un bivacco, il giorno seguente scesi a valle zoppicando.

Esperienze come questa non le si dimentica per tutta la vita! Il progetto del Cervino continuava a ronzarmi in testa, anche se ci vollero un paio di anni prima che i brutti ricordi si affievolissero e lasciassero spazio ai sogni e alla motivazione.

Ogni volta che mi trovavo a Zermatt rivolgevo desideroso lo sguardo alla parete, sperando che nessun altro mi “rubasse„ questa via, in realtà molto logica. Ogni anno temevo di leggere il resoconto di una nuova spedizione sul Cervino, ma la mia via, dove nessuno sapeva che avevo lasciato appeso un grosso sacco, non fu scalata.

Dopo la nostra spedizione sul Bhagirathi nella primavera del 2001, pareva proprio fosse arrivato il momento giusto per il Cervino, però il tempo non sembrava essere d’accordo. Solo in occasione della fiera sportiva che si tenne a Monaco nell’estate, dove ero impegnato, o meglio prigioniero nei padiglioni, in qualità di consulente di alcune aziende nel settore dell’alpinismo, il tempo diventò bello. Non era possibile!

Finalmente! A metà agosto il bollettino meteorologico prometteva una stabile alta pressione. Il mio compagno sarebbe stato Reiner Treppte, come già per il Baghirathi III.
Finalmente alla Hörnlihütte!

Sulla via Freedom, Naso di Zmutt, agosto 2001
Sulla via Freedom al Naso di Zmutt
Lì per la prima volta riuscimmo, anche se dopo alcune difficoltà iniziali, a raccogliere informazioni un po’ più precise. Dopo che il personale del rifugio, una volta appreso dal quaderno delle registrazioni quale via intendessimo seguire, ebbe comunicato la cosa al gestore con un certo allarmismo, additandoci come due incoscienti, questi, dopo un primo discorso piuttosto moderato, ci mostrò alcune fotografie e ci diede tutte le informazioni che aveva relativamente alle condizioni in parete.

Dopo un giorno di brutto tempo, che fummo obbligati a trascorrere seduti al rifugio, finalmente eccoci pronti a partire. Il nostro amico Wolfgang ci aiutò a portare tutto il materiale all’attacco sotto il Naso di Zmutt. Avevamo attrezzatura per un totale di 60 kg.

Eppure, dopo il primo, faticoso giorno in parete ci fu chiaro che non avevamo portato troppo con noi. La prima sezione della salita presentava un misto di roccia e ghiaccio. Arrampicavamo sul ghiaccio affrontando passaggi di varia difficoltà, sino al grado M5+, poco assicurati. Bello, ma molto impegnativo. Con il sacco pesante nei tiri difficili Reiner cercava di gravare il meno possibile sulla corda, cosa quasi impossibile dato il peso. Non c’era altra soluzione che proseguire così, arrampicando con l’enorme zaino sulle spalle. Una vera faticaccia: sudavamo parecchio entrambi.

Senza il portaledge, la nostra tenda pensile, avremmo dovuto passare già la prima notte appesi nelle imbracature al freddo, a parecchi gradi sotto zero.

I giorni seguenti affrontammo arrampicata impegnativa in un freddo glaciale. Il tempo era sì molto stabile, ma in parete nord potevamo godere molto poco del sole. Questa parte della parete è fredda come un frigorifero. Ci sembrava fosse inverno: temperature come dieci gradi sotto zero erano all’ordine del giorno. E nonostante ciò, noi dovevamo arrampicare per lo più con le scarpette da roccia nei piedi e le mani scoperte. Cambiavamo continuamente: via gli scarponi con i ramponi e avanti con le scarpette da roccia; 30 metri più su altro cambio. Da un po’ stavo appeso sul diedro aperto a strapiombo, il passaggio chiave di grado VIII- A2 della nostra via, ad un’enorme lastra concava e mi stavo chiedendo se il mio peso l’avrebbe o meno fatta cadere. Domanda esistenziale. Ripresi ad arrampicare dopo un’eternità, lasciandomi alle spalle la paura della caduta e la pesante lastra di roccia. Reiner, fermo alla sosta, era già quasi diventato un pezzo di ghiaccio, quando finalmente allestii la sosta successiva e lui potè riprendere la scalata. Rispetto alle normali condizioni della roccia sul Cervino, nell’area del Naso di Zmutt questa si presenta sorprendentemente solida. Ma chi conosce la roccia del Cervino sa che non si può parlare di una qualità della roccia davvero buona.

In vetta al Cervino, dopo la 1a ascensione della via Freedom: Robert Jasper e Reiner Treppte
Sulla via Freedom al Naso di Zmutt
E’ come giocare a scacchi, un gioco dove non ci si può permettere di fare mosse false. Per la giusta tattica è importante l’esperienza! Dobbiamo ancora salire un tiro? Qual è il posto migliore per bivaccare? Lungo tutta la via non si trovavano punti adatti al bivacco, perciò arrampicavamo sempre fino al calar della notte e poi montavamo il portaledge, la tenda pensile. Per lo meno in questo modo disponevamo di una piattaforma in piano e di una casa in verticale. Cucinare, far fondere la neve: ogni volta una cerimonia stancante e senza fine prima che il tè e la cena fossero pronti. Poi verso mezzanotte cadevamo in un sonno profondo finché il suono della sveglia non ci riportava alla realtà. Il mattino lo stesso procedimento, solo al contrario, e più breve e veloce per non perdere troppo tempo. Far fondere la neve, indossare le scarpette ghiacciate e l’imbracatura, rificcare tutto nel sacco e poi avanti di nuovo: arrampicare, congelarsi, tirare continuamente… tutte esperienze che pochi giù a valle hanno provato e che difficilmente possono capire. In realtà non lo può capire nessuno. Quassù la quotidianità ti porta solo a concentrarti sul metro successivo. Il contrasto, così estremo, mi affascina. E’ incredibile quanto il corpo possa riuscire a fare spinto dalla volontà. Tutto si concentra sul procedere nel metro successivo, anche quando si sale strisciando sulla parete come una lumaca lungo l’interminabile via per raggiungere la cima.

Cinque giorni dopo eravamo in cima. Che enorme sollievo all’idea di essere finalmente arrivati, di non dovere più salire!
Gioia per aver conquistato la cima? Non è esattamente ciò che si prova. La cima è solo il punto di svolta della nostra lunga impresa.

Avevamo dovuto razionare le nostre ultime provviste già il giorno precedente, poiché eravamo rimasti in parete un giorno in più rispetto al previsto. Quel mattino divorammo ciò che rimaneva, fiduciosi di scendere velocemente a valle il giorno stesso.

La cima non significava la fine della fatica: avremmo dovuto continuare ad assicurarci e a fare attenzione. Da qui avremmo preso un’altra direzione per scendere di nuovo a valle e far ritorno alla civiltà, cosa che a quel punto desideravamo ardentemente. Ma come avremmo riportato giù i nostri sacchi enormi, anche se nel frattempo, sgravati da alcuni chiodi e dai viveri, erano diventati un po’ più leggeri, restava un mistero.

Sovraccarichi come due muli scendevamo barcollando lungo l’Hörnligrat con le spalle dolenti. Ci calavamo a corda doppia e infine, poco prima che calasse la notte, raggiungemmo la Hörnlihütte. Eravamo a pezzi e mezzi morti di fame. “Siamo al completo!“. Ovunque scarponi, zaini, uomini… Il rifugio era estremamente sovraffollato, pieno di alpinisti che il giorno successivo avrebbero salito il Cervino. “Per favore dateci qualcosa da mangiare!“ Nonostante la cucina fosse già chiusa riuscimmo ancora a racimolare una minestra, un po’ di pane e del formaggio. Non granché dopo una tale sfacchinata, ma meglio di niente. Quindi ci rintanammo nei nostri sacchi a pelo al riparo di un masso un po’ lontano dal rifugio per l’ultimo bivacco, poiché dopo un’avventura così in parete non avevamo nessuna intenzione di sorbirci il continuo russare nel rifugio. “Bentornati nella civiltà!“.

postato il 17 agosto 2014

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Quelli che han Naso 1

Storia del Naso di Zmutt 1 (1-2)
Il compito del giornalista, secondo la più nobile scuola, quella inglese, è di raccontare semplicemente i fatti appena successi. Sembrerebbe semplice, limitarsi a ciò che effettivamente è accaduto, evitando commenti ed interpretazioni.

Leo Cerruti e Gianni Calcagno, 1a invernale parete nord-est della Grivola, gennaio 1970

Leo Cerruti e Giani Calcagno, Grivola, prima ascensione invernale della parete NE, via Cretier

Ciò presuppone una documentazione certa, basata su fonti selezionate. Se tutti i giornalisti si attenessero a questo semplice principio, un primo corollario sarebbe la rinuncia alla stampa scandalistica, basata sul pettegolezzo e sul prurito curioso. Le conseguenze di questa mutilazione sarebbero disastrose, sai quanti giornali dovrebbero chiudere. E infatti nessuno si sogna un’eventualità così radicale, perché i lettori (ma anche coloro che scrivono) hanno bisogno del mistero.

Ciò che alimenta il mistero da consumare durante la lettura di un giornale è semplicemente l’ignoranza del giornalista: non si può essere documentati su ogni avvenimento in modo tale da non suscitare mai nel lettore alcun tipo di domande. Ci sono fatti che vengono “comunicati” con dovizia di particolari e fatti che rimangono anche per anni nell’oblio di qualche scarna riga di diario personale.

Sappiamo qual è il compito dello storico? Una prima risposta è “raccontare con obiettività ciò che è successo molto tempo prima”, quindi sembrerebbe lo stesso del giornalista, solo un po’ posticipato. E una seconda, a me sembra, che compito dello storico sia farsi divorare dai dubbi, perciò soprattutto scavare negli archivi dimenticati, accostarsi a testimoni possibili, connettere relazioni tra fatti: costruire insomma una storia che in qualche modo tragga alimento dal mistero di ciò che un tempo fu dimenticato ma che ne produca un altro sulla base di ciò che ancora non si è capito.

Già Gino Buscaini, in Alpi Pennine II e a proposito degli Strapiombi di Furggen, osservava, senza però trarre conclusioni: «Notevoli e ingannevoli discordanze si riscontrano nei vari racconti d’ascensione. Tra le pubblicazioni consultate, inoltre, non ve n’è una che riporti un tracciato esatto (Montagnes du Monde 1946, 15; Monografia CAAI, 1965; Cervino 1865-1965, pagg. 121-25; Les Alpes 1944, 94). Questi fatti non sono appannaggio esclusivo dello spigolo sud-est, ma imperano in tutta la bibliografia del Cervino. Tuttavia questo spigolo deve avere un particolare potere di invogliare i salitori a scrivere racconti emozionanti, dai quali è praticamente impossibile trarre una relazione tecnica (vedi anche Bollettino del CAI 1946, 180-4, racconto Perino)».

Il Naso di Zmutt
Dopo l’exploit di Bonatti sulla parete nord, per qualche anno sembrò che nulla di nuovo il Cervino potesse aggiungere alle brame di nuovo degli alpinisti. Poi ci si accorse del “Naso di Zmutt”, il pauroso profilo di rocce strapiombanti che delimita a destra la parete Nord e che precede il profilo della cresta di Zmutt. Una struttura rocciosa a sé, una parete a sé, un “must” per chi cercava il massimo impegno in alpinismo. Un luogo, soprattutto, dove tentare di forzare ancora una volta un’impresa senza chiodi a pressione.

Pierre-Alain Steiner nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di ZmuttLa cordata di Michel Piola e Pierre-Alain Steiner impegnata nella prima ascensione alla via diretta del Naso di Zmutt (29 luglio-1 agosto 1981). Archivio Michel Piola.

Allorché nell’agosto 1968, dal 4 al 6, con Gianni Calcagno misi le mani sulla grande parete nascosta, del Naso di Zmutt non si sapeva nulla. Salimmo i primi 400 metri per arrivare a quello stretto couloir ghiacciato che caratterizza l’inizio della grande parete rocciosa, più o meno dove molti anni dopo, nel 1981, Piola e Steiner avrebbero iniziato la loro direttissima. Il tempo non ci fece alcuna grazia, anzi fu giocoforza fuggire con un grande obliquo a destra e raggiungere così in piena tempesta i Denti di Zmutt, per poi scendere per la cresta e raggiungere a notte fonda il rifugio dell’Hörnli.

Michel Piola nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di Zmutt
Pierre-Alain Steiner fotografa il compagno Michel Piola durante un bivacco nella prima ascensione della via diretta al Naso di Zmutt (29 luglio-1 agosto 1981). Archivio Michel Piola.

Nell’ottobre successivo seguii con apprensione il tentativo di Mirko Minuzzo, Enrico Mauro, Livio Patrile e Rolando Albertini e quando, l’estate successiva, riuscii a ritentare con Leo Cerruti, vidi che il freddo ottobrino e un’indubbia diversa concezione di risolvere i problemi avevano costretto la cordata dei quattro ad un’attrezzatura sistematica dei primi 400 m. Ricordo pure l’episodio comico di quando raggiungemmo il loro punto massimo, alla fine della nostra diciottesima lunghezza di corda: ci aspettava un ingente mazzo di materiale abbandonato. Ci facevano così gola quei bellissimi cunei metallici di provenienza americana e dal costo elevato (i bong) che li scambiammo con i nostri ingombranti e “cheap” cunei di legno.

La salita al Naso di Zmutt ha rappresentato per me il massimo di ciò che ho potuto esprimere con la mia attività alpinistica. Logico che negli anni seguenti io abbia seguito con interesse tutto ciò che sulla parete succedeva.

Dopo un silenzio di quasi cinque anni, dal 21 al 28 gennaio 1974 lo svizzero Edgar Oberson e il cecoslovacco Thomas Gros compiono la prima invernale e prima ripetizione della nostra via, facendosi recuperare sfiniti in vetta  dall’elicottero.

Dal 29 luglio al 1° agosto 1981 gli svizzeri Michel Piola e Pierre-Alain Steiner salgono una via assai più diretta (la direttissima), con l’uso di qualche spit.

Perché qualcuno doveva pensare anche alle sezioni ancora più ostili della grande parete. E quella era una cordata che in quei tempi stava rivoluzionando l’arrampicata alpina, spaziando dall’Eiger al Monte Bianco con uno stile che prevedeva di portare i massimi livelli su roccia del periodo in un contesto severo come quello dei grandi giganti alpini. I due giudicarono che la via, in futuro, sarebbe diventata classica, da percorrere in arrampicata libera e da salire in giornata, merito delle difficoltà non estreme e della roccia buona incontrata durante l’apertura.

Pierre-Alain Steiner nella 1a asc. della via Piola-Steiner al Naso di Zmutt
Cervino, Naso di Zmutt, via Piola-Steiner, 1a ascensione 1981

Il 12 e 13 luglio 1982 lo svizzero André Georges sale la Gogna-Cerruti in prima solitaria, mentre dal 26 al 31 dicembre 1982 ancora gli svizzeri Daniel Anker e Thomas Wüschner salgono in prima invernale la direttissima Piola-Steiner, seguiti alla fine dello stesso inverno, dall’8 al 14 marzo 1983 dai polacchi Jan Wolf e Krzysztof Kraska che non ne sapevano nulla. Esiste la voce che, di questa via, il 28 luglio 1986 lo sloveno Janez Jeglic abbia effettuato la prima solitaria (con variante nel secondo terzo), ma su Alpiništicni odnik Domžale, in uno scritto alla memoria (dopo la sua scomparsa il 30 ottobre 1997 al Nupse), è riportato che nel 1986 egli fece da solo la parete sud “per la via delle Guide”. Il che spiegherebbe come mai, sia pur fortissimo, Jeglic avrebbe impiegato solo un giorno per la direttissima Piola-Steiner… Purtroppo la prematura scomparsa di Jeglic non ci può dare informazioni sicure.

Il 17 e 18 luglio 1986 ecco il concatenamento in 24 ore di cresta nord-nord-ovest della Dent Blanche e di Naso di Zmutt (via Gogna-Cerruti), da parte di Jean-Marc Boivin e André Georges.

Gabarrou il testardo
Nel 2001 entra in scena il “Gab”. Lasciata la Hörnlihütte il 31 luglio 2001, Patrick Gabarrou e Cesare Ravaschietto seguono la Gogna-Cerruti nella parte iniziale di ghiaccio e misto, proseguono per il pendio di ghiaccio fino quasi alla sommità di questo. Sono lì per salire il Naso nella sua sezione più breve ma anche più strapiombante. E Gabarrou è già stato lì.
Patrick Gabarrou e François Marsigny su Aux amis disparu sul Cervino, tentativoPatrick Gabarrou e François Marsigny su Aux amis disparus sul Naso di ZmuttCervino, tentativo
Leo Cerruti e Gianni Calcagno, Grivola, prima ascensione invernale della parete NE, via Cretier
Dunque vediamo: il primo ricordo è del 1989 con Pierre Gourdin (tornati per un malanno fisico di quest’ultimo); qualche settimana dopo con François Martigny il 18 e 19 luglio, quando il vento più furioso aveva fermato i due sotto al grande strapiombo che stavano chiodando e dopo un bivacco più o meno a metà altezza del risalto verticale e strapiombante (6a+/6b e A2 e A3); con una traversata su cengia ed un’altra lunghezza difficile erano riusciti a scappare sulla cresta di Zmutt e quindi raggiungere la cima.
Gabarrou ci era ritornato ancora con Pierre Gourdin l’anno dopo, questa volta con un trapano e due batterie per forare quella roccia incredibilmente dura. Gourdin era riuscito a progredire altri 30 metri di lunghezza grazie ad uno spit e i piccoli chiodi a pressione da 6 mm finché, ormai distrutto fisicamente e moralmente, aveva deciso di calarsi dopo aver sistemato una sosta. I due, come nel precedente tentativo, avevano traversato verso destra risalendo poi la cresta di Zmutt. Era il 19 luglio 1990.
Nell’ambiente dell’élite alpinistica i tentativi di Gabarrou avevano fatto decisamente epoca, si racconta perfino che Erhard Loretan e Jean Troillet abbiano chiamato Gabarrou al telefono annunciandogli «se non finirai la tua via, ci andremo noi!». Nel 1992 il nuovo compagno di Patrick era il giovane aspirante guida alpina Lionel Daudet. Dopo i tre tentativi, Gabarrou si sentiva ormai moralmente autorizzato ad approcciare le grandi difficoltà salendo per la cresta di Zmutt ed evitando quindi la parete inferiore. Anche perché l’estate assai secca stava creando scariche di sassi frequenti. I due si erano calati proprio per quel camino che a Gabarrou era già servito due volte per scappare dalla parete. Daudet il 5 luglio aveva ripreso la lunghezza di artificiale abbandonata da Gourdin e per un sistema di fini fessurine era riuscito a continuare senza altri spit. Il giorno successivo Daudet era sempre stato capocorda, a causa della perdita di una scarpetta d’arrampicata di Gabarrou. Prima altre 4 lunghezze di artificiale, poi un po’ di libera avevano permesso finalmente di uscire dal Naso e raggiungere la parte finale della cresta di Zmutt, poi la vetta. Gabarrou e Daudet avevano dedicato la via a tutti gli amici scomparsi, Aux amis disparus, appunto. Una via che ancor oggi attende un percorso integrale dalla base fino in vetta. In questa impresa ci proverà lo stesso Daudet nell’inverno 2002.

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare un bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, ClusesIn prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou si appresta a smontare il bivacco. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.Con Ravaschietto dunque Patrick intende realizzare un altro sogno, la linea di fessure e diedri a sinistra di Aux amis disparus e questa volta gli riuscirà alla prima, con conclusione il 2 agosto, non distante dal suo cinquantesimo compleanno. La via nuova, con difficoltà fino al 6b+ e A2+, 80°, M5+, si chiamerà Free Tibet. Usate solo protezioni ad incastro e qualche chiodo, mettendo spit solo ai posti da bivacco.

Free Tibet di Enrico Martinet, La Stampa 13 ottobre 2001
Ride, Patrick Gabarrou, mentre racconta di aver avuto una «paura folle». Ha consegnato la sua estate a Free Tibet, come ha battezzato la nuova via sulla parete nordovest del Cervino, un imbuto con un grande lenzuolo di neve, che poi diventa verticale per raggiungere il Naso di Zmutt. «La più difficile del Cervino», sentenzia Gabarrou, alpinista francese, guida alpina di fama, con alle spalle una carriera infinita.
Non era solo, però. È andato a guardarsi la ver­tiginosa quanto buia parete che già conosceva molto bene (ha compiuto una via parallela dedicata Aux amis disparus), poi ha telefonato al rifugio Morelli, nelle Alpi Marittime, per cercare
«un certain Cesare Ravaschietto». L’ha trovato, gli ha spiegato che cosa volesse fare, si è sentito rispondere «non conosco la via, ma lasciami due giorni e arrivo». Una storia un po’ simile a quella di Riccardo Cassin quando compì l’impresa alla Nord delle Grandes Jorasses….
… Sul Cervino Gabarrou e Ravaschietto hanno fatto due bivacchi e sono rimasti tre giorni. Hanno risalito il loro grande diedro senza cercare di evitarlo. Non è una via logica, ma un itinerario volutamente complicato. Quel diedro, dice Gabarrou, «è alto 120 metri ed è il più alto e il più difficile di tutte le Alpi occidentali». Arrampicata estrema, possibile per due alpinisti che hanno imparato a stimarsi proprio su quella parete così complessa. Patrick, definito da Cesare «vecchia roccia», chiama la guida di Cuneo «il fortissimo», oppure «lo stambecco». Spiega: «Cesare è stato una vera sorpresa per me. Un alpinista completo e di grande livello». E, quanto al nuovo itinerario, aggiunge: «Non ho mai trovato una roccia tanto dura. Neppure il granito del Bianco è così. Su quel diedro puoi scordarti di piantare chiodi, il martello rimbalza come sul ferro».

In prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou impegnato da secondo su un difficile diedro. Foto: Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, ClusesIn prima ascensione sulla via Free Tibet del Naso di Zmutt, Patrick Gabarrou impegnato da secondo su un difficile diedro. Foto Cesare Ravaschietto/Archivio Patrick Gabarrou, Cluses.

Nello stesso momento in cui Gabarrou e Ravaschietto lasciano la Hörnlihütte, gli spagnoli José Isidro e Xavi Metal partono anche loro per l’impresa che gli varrà il Piolet de Oro 2001 (versione ispanica del Piolet d’or), la prima spagnola della direttissima Piola-Steiner. L’itinerario dunque si avvia, con due bivacchi, a diventare la classica della parete: la cordata iberica conferma le valutazioni di 85°-90° per il primo terzo, poi 11 lunghezze fino al 6b+ e A0, e infine il tratto finale di circa 330 m a 60° e 65° su terreno misto per raggiungere la vetta italiana. Usata un’intera serie di friends, con misure e mezze misure, assieme ad una selezione di una decina di chiodi.

Continua domani, 17 giugno 2014

postato il 16 giugno 2014