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L’Altopiano del Cambiamento

L’Altopiano del Cambiamento
di Ivan Guerini
(tratto dall’Annuario del CAAI, 2007-2008, per gentile concessione)

Sentii parlare dell’idea di “Altopiano” nei primi anni Settanta, al tempo in cui entrai in contatto con il fermento culturale che caratterizzava la Rivista della Montagna e soprattutto grazie alla personalità di Gian Piero Motti.

A quel tempo, Gian Piero auspicava una possibilità di rinnovamento che potesse ossigenare la staticità ideologica dell’alpinismo d’allora, trattando argomenti come la “filosofia d’arrampicata” californiana (intesa come libero arrampicare e vita in parete) e il “Nuovo Mattino” (il nuovo modo di vivere la montagna per noi europei). Ci traduceva fedelmente la filosofia d’arrampicata di quella parte del mondo dove il clima era più mite di quello alpino, che per noi europei poteva diventare un metodo per soffermarci sul significato dello stare in montagna e non soltanto dell’agire in parete: un’opportunità per divenire più flessibili rispetto alla severità dei luoghi. Temi che condussero all’idea di “Altopiano” quale possibilità d’un cambiamento imminente e importante quanto il sorgere di un periodo storico definitivamente diverso dal passato.

Un Altopiano come quello delle Pale era l’unico altopiano concepibile un tempo
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Motti proponeva articoli e letture che davano idea di ciò che accadeva oltre Oceano e, parallelamente, di quanto stava accadendo sulle pareti situate nei luoghi più miti e distanti dalle condizioni disagevoli e severe dell’alta montagna.

Raccontava di un modo diverso d’arrampicarsi che l’ambiente torinese iniziava a praticare sulle sconfinate falesie delle Calanques di Marsiglia, su quelle alte del Vercors, sulle pareti della Valle dell’Orco e delle Valli di Lanzo, sul grande macigno calcareo del Saussois, il Sasso Remenno dei parigini, e persine sulle piccole pareti dei massi di Fontainebleu. Raggiungendo le arse distese orizzontali di quelle scogliere, le foreste che sormontano quei grandi bastioni e gli spiazzi delle sommità granitiche attorno a casa, Gian Piero aveva sperimentato l’effettiva possibilità di vivere diversamente la montagna e così iniziò a delinearsi in lui il concetto d’altopiano. Sulle “sommità pianeggianti” di quelle pareti, laddove la verticalità s’appiattiva d’un botto per trasformarsi bruscamente nell’identica dimensione orizzontale dalla quale alpinisti ed arrampicatori da sempre sfuggono, poiché in essa non trovano pace, a Motti parve concretizzarsi quell’idea.

Un Altopiano non vissuto come un’assenza di vetta ma piuttosto come una vetta estesissima che non invitava subito a scendere, per la complessità del ritorno a valle, e non faceva sentire la necessità di scappare immediatamente qualora le condizioni climatiche fossero mutate. Appariva come un luogo che consentiva di soffermarsi e di spaziare senza sentirsi in balia degli elementi, come spesso accade sulle sommità alpine!

Questo non significa che Motti mirasse a cancellare dall’alpinismo l’idea di arrivare su una vetta per valorizzare i luoghi montani che ne sono privi, pensava invece che, per un certo periodo, fosse necessario prendere le distanze da un modo di praticare l’alpinismo ormai ammalato da atrofia culturale, per poi rapportarsi alla montagna diversamente. Era assolutamente necessario sciogliere quel groppo alla gola, dovuto all’angoscia compressa che sempre gli alpinisti provano quando, pur di “tirare fuori” la salita, agiscono oppressi dal dovere delle decisioni imposte, vivendo un’esperienza semplicemente impegnativa e faticosa in modo interiormente doloroso.

Gian Piero riteneva che il passo successivo sarebbe stato il “far ritorno” alle montagne e alle loro vette, con una mentalità cambiata nel modo di rapportarsi ad esse.

In vetta alla Pietra di Bismantova è un piccolo altopiano. Un luogo da Pace con l’Alpe.
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Qualcosa non quadrava
Pur coinvolto dal fascino di quella tesi, sentivo che in quel discorso qualcosa non quadrava agli occhi della mia irrequietezza giovanile. Mi pareva che si trattasse di un tentativo d’applicare un concetto più estrapolato dalle sue letture, che tanto bene traduceva, piuttosto che dedotto dall’esperienza vissuta: mancava la genuinità che caratterizza ogni scoperta diretta.

Dato che a quel tempo avevo vissuto solo poche esperienze in montagna, mi chiedevo che senso avesse sostituire il valore di una Vetta con quello di un Altopiano e perché mai ci si dovesse sentire più contenti al sommo di un bastione che non al termine angusto di una parete montuosa. Avevo la sensazione che attribuire alle caratteristiche miti d’un altipiano una possibilità di cambiamento non fosse sufficiente a far sì che si arrivasse a vivere la montagna in modo diverso.

Ma ciò che mi lasciò più sconcertato negli anni a venire fu quando constatai che la singolare esperienza dell’Altopiano non era poi così diversa da quella dell’alpinismo da cui ci si voleva in quel momento allontanare.

Vi furono, anche in questa rinnovata visione dell’andare in montagna, protagonisti morti per la causa di una identica battaglia ideologica che schiera da sempre gli eventi prima delle necessità umane. Parlo di eroi come Renato Casarotto, capitani di ventura come Gian Carlo Grassi e martiri come Danilo Galante, quest’ultimo non vinto in battaglia nel tentativo di raggiungere una vetta, né deceduto per la casualità d’un crollo lungo una parete pericolosa, bensì sfinito dal peso di quel “nuovo cammino” sulla sommità d’un mite altopiano… che ci s’illude sia tale, ma che gli elementi della montagna possono trasformare in trappola se non lo si rispetta comunque.

In quel periodo, dalle guglie vertiginose della Grignetta, meta inevitabile dell’alpinismo classico, ero passato ai giardini sommitali dei giganteschi macigni circostanti il Sasso Remenno in Val Masino. E percorrendo alcune delle pareti più ostiche, mi ero accorto che l’austerità, il vuoto e l’impegno che le caratterizzavano non era meno privo delle incognite di percorso d’una cima alpina esposta e affilata. E anche i boschi sommitali dei grandi bastioni della Val di Mello non mi parevano più pacificamente raggiungibili della vetta di un “4000”. Erano soltanto espressioni di fatica, dolore e impegno diversi perché più solari rispetto a quelli glaciali dell’alta montagna.

L’altopiano brasiliano della Diamantina (Chapada Diamantina)
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La trasformazione del piacere e del dolore
Così, la diapositiva con l’espressione stravolta dalla sete che sorprese Alessandro Gogna durante la salita della via Salathé al Capitan, compiuta assieme a Marco Preti e a Franco Perlotto, mi fu rivelatrice di come la condizione vissuta su quella parete, arroventata dal calore del sole, non fosse poi così diversa dalla lotta feroce ingaggiata dai due inglesi che nell’inverno 1976 percorsero, in condizioni proibitive e in assoluta autonomia, la via di Gino Soldà sulla parete nord del Sassolungo, dalla quale uscirono dopo sei giorni, se non ricordo male: “quando il freddo staccava la pelle annerita dei polsi come i polsini di una camicia sporca”. No place for brass monkeys era il titolo dell’articolo che ne raccontava le gesta, e venne proposto e tradotto magistralmente, guarda caso, sempre da Motti.

Essendo gelo e calore opposti elementi naturali che al loro apice provocano analoghe conseguenze (tant’è che il corpo del malcapitato si sfinisce, intirizzito o disidratato), essi portano a considerare il freddo e il tepore come forieri d’esperienze austere o miti, quasi sinonimi di vetta o d’altopiano. Si tratta di elementi naturali con i quali alpinisti e arrampicatori devono inevitabilmente interagire trovando un equilibrio con essi, per trasformare l’esperienza esistenziale da “infernale” a “paradisiaca”, indipendentemente da riferimenti ad aspetti religiosi.

Probabilmente è proprio l’incapacità d’interagire con gli estremi citati che induce a praticare esperienze sospese tra i propri limiti di vedute, trasformando quella che poteva diventare un’esperienza autentica in inferno mite o in paradiso severo, sinonimi di una vita illusoria.

Contemplazione dalla Cedar Mesa (Utah)
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L’altopiano della Vita e dell’Illusione
Proprio perché le motivazioni di quell’idea non sono state sufficientemente chiarite, va ricordato che Motti, nella sua ultima monografia su Caprie, che scrisse poco prima di morire suicida nel giugno 1983, ci rivelò che l’idea dell’altopiano altro non era che la rappresentazione d’una visione della vita tratta dalla filosofia indiana.

Solo facendo soccombere in noi le progressive illusioni – diceva Motti – possiamo approdare a un altopiano esistenziale (rappresentazione orientale del paradiso terrestre) dove scompaiono definitivamente le sofferenze operate dalle illusioni, le stesse che riducono l’esistenza a una vita non vissuta rispetto a quella più autentica che a causa loro non pensiamo sia possibile vivere.

Il suo tentativo, in ogni caso genuino, di divulgare quella teoria incontrò da noi forti resistenze ad essere accettato perché la diversità dei contenuti fu vissuta dagli scettici come un vero e proprio pericolo di soverchiamento dei valori tradizionali e frainteso dai mediocri come una delle tante cocciute prese di posizione teorica dell’intellettuale torinese e pertanto, più che attecchire, alla fine fu considerato erroneamente mera utopia. Così, quell’intento interpretativo di Gian Piero, messaggero della possibilità di un ponte di scambio tra valori e interpretato erroneamente come un ponte di scavalcamento, da allora divenne solo lo spunto per capire come eliminare sempre più le componenti più disagevoli dei territori montuosi per servirsi in modo più agevole della natura verticale, per trasformare gradualmente i lembi della montagna in un “divertimentificio” accessibile, grazie anche alle autorità inclini ad asservire, per interesse, la maggioranza.

Tutto ciò si può riscontrare:
– nei giornalisti che ritengono sia stato lo sport l’attività che ha permesso l’evoluzione dell’arrampicata e dell’alpinismo;
– nei docenti che considerano la natura verticale con raziocinio privo di logica percettiva delle sue componenti;
– negli scrittori di montagna che non scrivono per dire, ma per produrre racconti dove specchiarsi;
– negli editori di guide che vorrebbero trasformare tutti gli angoli verticali d’Italia in manufatti editoriali;
– negli alpinisti che realizzano salite nel mondo non per esprimere, ma per specchiarsi nell’ammirazione degli altri;
– negli arrampicatori che hanno abilmente sfuggito il confronto con se stessi, preferendo ciò che riesce difficile ad altri;
– negli attrezzatori di tracciati geotecnici che considerano la natura verticale un mezzo da trasformare in livelli tecnici di salita.

Inevitabilmente, questi punti di vista illusori portano da possibilità speciali ad ambiti specializzati, da conoscenza della natura a considerazione tecnica, da espressività a ristrettezza creativa, da cultura a vuoto culturale, da maestria effettiva ad apparente maestria, da itinerari tecnici a tracciati geotecnici, imboccando la strada che porta dalla valorizzazione al degrado della natura verticale.

Oggi più che mai mi pare si sia definito un altopiano delle illusioni che risalta con forma decisamente concreta, proprio perché non divide i buoni dai cattivi o i capaci dagli incapaci, ma si rivela nelle idee e nel comportamento di chi si occupa o si muove per le montagne considerandole solo col filtro della propria categoria mentale.

Ma sarà sempre possibile distinguere chi sembra avere contenuti da chi effettivamente li ha, come capire le motivazioni di chi tira avanti con automatismo, passando da una ripetizione all’altra, rispetto ai desideri esplorativi scaturiti da una passione conoscitiva: basterà scegliere la via della consapevolezza. Nessun giudizio. Se esiste una verità essa va cercata nella vita stessa, che inevitabilmente serve il conto a ognuno di noi. Non c’è alcun premio o punizione divina che non sia il risultato di tutto ciò che si è costruito o fatto socialmente e da cui non si sfugge perché ciascuno di noi abita senza scampo dentro a se stesso.

A onor del vero, furono proprio le vette di fondovalle e quelle piallate dei dossi d’alta montagna che ho raggiunto camminando e arrampicando nel corso degli anni, ad annullare in me l’idea di liberarmi tramite il concetto di vetta o d’altopiano

Una volta, scendendo dalla sommità d’un masso, così minuscola da non potervi sostare, mi accorsi che le vette più esili e le sommità microscopiche non erano una caratteristica specifica delle montagne più elevate, ma pure dei fondovalle più riposti e meno conosciuti.

E che le falesie più variegate e sconcertanti non erano solo quelle di fondovalle ma anche quelle formate da lontani spalti glaciali, che una volta raggiunti si rivelarono non esser altopiani… E proprio non saprei dirvi se facendo tutto ciò mi fossi divertito o ne avessi sofferto, distratto com’ero dalla meraviglia di veder trasformare di continuo tutto quello che un attimo prima m’appariva assolutamente certo e immodificabile.

Così le masse montuose incorruttibili mi parvero non dissimili da nubi evanescenti… le une e le altre mai uguali a se stesse.

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 2

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 2 (2-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Gli infissi geotecnici e la difficoltà alterata (metà anni Ottanta)
Nel 1985, mi recai per qualche tempo e un po’ prevenuto a ripetere qualche tracciato a spit, giusto per farmi un’idea del tipo di salita. Se è vero che il progresso tecnico rende la vita indiscutibilmente più comoda, questo proprio non si può dirlo dell’arrampicata a spit che, a livello di capacità soggettiva, è oltremodo impegnativa. Si tratta di una tipologia di salita che, per numero di infissi, consente una progressione esaltante come un giro sull’ottovolante, soddisfacente come il sorriso serrato di una felicità costretta, emozionante, rispetto alla libera, quanto può esserlo l’effetto speciale d’un film rispetto a un fatto vero.

Il futuro dell’arrampicata e dell’alpinismo prospettato e realizzato dai tecnocrati
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Dato che i tracciati a spit, al pari dei nuovi itinerari che stavo percorrendo sulle falesie delle Prealpi Lombarde, si svolgevano su roccia, mi venne spontaneo confrontarli: mi domandai cosi «che tipo di difficoltà fosse quella che in mancanza d’infissi non sarebbe magari mai stata salita».

Paragonando le tre forme d’arrampicata praticate negli anni precedenti alla libera esplorativa, avevo considerato che la presenza e la quantità dei mezzi tecnici certamente “indebolivano” la difficoltà, tuttavia nei tracciati a infissi accadeva qualcosa d’ancora più marcato che andava al di là della difficoltà modificata.

La reale differenza non riguardava una presunta slealtà dello spit rispetto alla lealtà del chiodo, proprio perché l’opposta tecnologia di quei mezzi non li rendeva paragonabili. Essa era dovuta all’incidenza che sulla roccia lo spit ha rispetto al chiodo e consisteva nel fatto che chiodi, nut e friend sono mezzi tecnici che si possono inserire soltanto nelle cavità naturali, mentre lo spit è un infisso geotecnico che s’inserisce ovunque.

Questo mi diede la conferma che gli infissi, in rapporto alla roccia, non avevano tanto la funzione di assicurare gli arrampicatori da eventualità incidentali come il rischio di caduta, ma d’eliminare proprio ciò che impedirebbe loro di salire.

Da quella presa di coscienza, scaturì un interrogativo sostanziale: cosa toglieva lo spit alla roccia? Paragonando la diversa incidenza operata dagli itinerari e dai tracciati sulla “compattezza parziale” delle falesie verificai che gli infissi geotecnici trasformavano la difficoltà inalterata in una difficoltà alterata.


Stato di compattezza e natura del difficile (fine anni Ottanta)
Così, dopo due decenni di pareti esplorate, durante i quali gli anni, i mesi, i giorni e le ore erano diventati momenti di pietra percorsi, arriviamo a fine anni Ottanta, punto cruciale e svolta del discorso trattato in queste pagine.

A ben ricordare tutto cominciò nel 1972 quando, ancora adolescente, mi recai a visitare i Calanchi nell’Appennino Tosco-Emiliano assieme a Davide, mio compagno di scuola. Salendo per i loro fianchi cedevoli notai come quel fango compresso fosse costituito in superficie da scaglie cedue essiccate dal calore del sole. Frantumandosi sotto il mio peso, esse accompagnavano ritmicamente i movimenti del corpo impegnato nella salita, come il suono d’un metronomo scandisce quelli d’un danzatore.

Le fragili incrostazioni che si staccavano dalla superficie di quel fango compresso mi fecero notare che la compattezza e la fragilità di quella materia, al pari della sicurezza e dell’insicurezza da esse riflesse nella psiche di chi sale, erano componenti sostanziali di un’unità geologica indivisa come quei gemelli siamesi che non si possono separare. Due anni più tardi, arrampicandomi sulle pareti calcaree inesplorate, alle radici basali delle Grigne, sullo gneiss della Val Pogallo e sul granito a placche particolari dell’ancora misconosciuta Val di Mello, notai che l’inchiodabilità, più che un inconveniente rischioso che limitava la possibilità di progredire, era espressione d’uno stato naturale: la compattezza.

Momento d’arrampicata sulla Falesia (a compattezza parziale) dell’Avorio
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Dopo aver percorso un certo numero di pareti sconosciute caratterizzate da settori compatti, scoprii che la difficoltà non era determinata soltanto dalla grandezza o meno delle prese, dalla fatica e dalla delicatezza del sostenersi, come non era soltanto un livello nella graduatoria della scala dell’impegno, ma era formata da “componenti costitutive” che davano forma alla natura della difficoltà.

Fu un’importante presa di coscienza, che di lì a poco mi portò a considerare le proprietà speciali di quel determinato stato della roccia che, amplificando l’attenzione, attivano una sensibilità d’azione più consapevole, con la quale è necessario interagire per circoscrivere l’attitudine a rischiare.

Cosicché la compattezza divenne per me un “volto materico” dalla “voce retroattiva” che, contraendo le mie emozioni, plasmava la disinvoltura in fluidità della sequenza di posizioni fino ad attivare una sorta d’ingegno intuitivo necessario a procedere quando le possibilità d’assicurazione diventavano sporadiche. Aver compreso tutto questo fu per me più importante di qualsiasi difficoltà che avessi potuto superare.

Da qui la scelta di praticare la libera esplorativa senza mezzi che incidono sulla difficoltà inalterata della roccia: esplorare per approfondire l’interazione tra le tipologie di salita e la natura verticale.

La manipolazione della difficoltà inalterata
A metà del decennio Novanta, dopo aver salito in falesia un numero elevato d’itinerari con protezioni in sedi naturali, e altrettanti tracciati a spit, presi atto che i mezzi geotecnici in generale, come i fittoni (1400), gli infissi a espansione (fine 1930), a pressione (1960), lo spit (1982) e i fix (1990) incidevano sulla natura della difficoltà originata dalla compattezza della roccia e quindi non erano tanto “mezzi protettivi” ma piuttosto veri e propri “strumenti ottenitivi”, impiegati per manipolare la natura della difficoltà inalterata riducendola così ad una difficoltà alterata, a misura dei limiti e delle capacità di ognuno.

A questo punto è opportuno riassumere le trasformazioni operate dai mezzi tecnici e geotecnici d’assicurazione nelle differenti tipologie di salita, rispetto allo stato della roccia che origina la difficoltà:
1 – con percorsi in libera integrale (1900) senza mezzi tecnici si sale una difficoltà intatta;
2 – con itinerari in libera attrezzata (1920) da mezzi tecnici si sale una difficoltà modificata;
3 – con itinerari in libera esplorativa (1970) con mezzi in sedi naturali si sale una difficoltà inalterata;
4 – con tracciati di tecno climb (1982) a infissi geotecnici si sale una difficoltà alterata;
5 – con tracciati d’arrampicata sintetica (1985) si sale una difficoltà artefatta.

Momento d’arrampicata sulla Falesia (a compattezza parziale) di Giazzìma
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Affrontare o confrontarsi con una difficoltà sminuita
Chissà se gli arrampicatori e gli alpinisti si recano davvero in roccia per superare la difficoltà e per conoscere i propri limiti, o piuttosto, e qualche volta ne ho davvero il dubbio, abbiano scelto di adattarli con qualsiasi mezzo alla propria incapacità di superarli.

Qualche anno fa ho avuto la fortuna di vedere un interessante documentario, in cui un episodio riguardante una studiosa francese di rettili evidenziava bene la differenza tra “affrontare direttamente” o “confrontarsi indirettamente” con la natura.

Mentre camminava lungo una strada in terra battuta d’una regione indiana, si trovò all’improvviso di fronte a un grosso cobra reale, che si sollevò di fronte a lei come un evento inevitabile da affrontare. La ragazza, rimasta tranquilla davanti al minaccioso serpente, prese a dondolare un foulard fino a placarlo, afferrandolo poi al collo con un gesto fulmineo. Questo esempio mi serve ad affermare che la maggioranza degli arrampicatori, quando scala su vie protette a spit è convinta di confrontarsi con un grado di difficoltà “reale”, proprio come quel cobra. Se si esamina però con attenzione la situazione, è evidente che quando gli spit sono “vicini” il confronto è “indiretto”, come se quel cobra fosse al di là d’uno spesso vetro, mentre quando gli spit sono “lontani” il confronto è “diretto” ma “alterato”, perché a quel cobra abbiamo prima tolto il veleno.

Quando si sale un tracciato a spit vicini “preposizionando” i rinvii, oppure a spit lontani “penzolando” da un resinato all’altro per provare i passaggi o proseguendo in continuità fino alla caduta, e infine riuscendo dopo numerosi tentativi, si è praticamente da secondi anche se si scala da primi – si sta salendo in “arrampicata interrotta” o con “resting aereo”. Si è così smantellata progressivamente l’incognita psicofisica, e anche la “difficoltà obbligata” risulta un “limite ristrutturato” a misura dei forti, sopra la difficoltà realmente obbligata della roccia, quella dove magari ci si può assicurare sul VII ma non sul IX.

I casi che ho citato, fanno riflettere sulla differenza che sussiste tra chi in falesia sale facilmente un difficile tracciato a spit che conosce a menadito e chi, magari sempre in falesia, sale itinerari che non conosce con difficoltà molto minori e con punti di protezione che non sa dove, come e quando potrà inserire.

Ancora Monica Mazzucchi in esplorazione sulle falesie
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Per questo, sarebbe corretto definire la “difficoltà lavorata” come “difficoltà sminuita” e chiedersi come sia possibile realizzare una “scala comparata” delle difficoltà (dove il 6b, inteso come grado “sportivo”, dovrebbe corrispondere al VII inteso come grado “alpinistico”, di esplorazione) se – in rapporto allo stato della compattezza che origina la difficoltà – il primo è una “replicazione alterata” del secondo. Da ciò si deduce che né la Scala UIAA né quella francese hanno mai tenuto in considerazione l’importanza sostanziale che ha lo stato naturale della difficoltà.

Ma è pure interessante osservare come la “difficoltà serrata” dei tracciati a infissi ha portato inevitabilmente a considerare “discontinua” la “difficoltà variabile” degli itinerari e quasi dei “sentieri” la “difficoltà sporadica” dei percorsi. Inducendo i praticanti a stimare la natura verticale col “culto della continuità”.

Oggi si afferma che lo spit ha reso tutto più onesto ed evidente rispetto al tempo in cui gli arrampicatori facevano quello che volevano potendo anche barare.

lo non ne sarei così sicuro. Ho invece la sensazione che il fatto d’aver codificato un “confronto mediato” con una “difficoltà sminuita” sia occorso a conferire agli arrampicatori un’illusione di riuscita che rimuove la necessità di affrontare la propria ambiguità: il terrore d’esser smascherati induce poi gli individui a barare per sottrarsi al giudizio storico.

La via del de-grado
Perché voler considerare chi s’arrampica così drasticamente diviso dalla natura della roccia, se su di lei egli si reca proprio per superare i propri limiti? Probabilmente, il “limite di difficoltà” ancora oggi insuperato non si trova sulla roccia ma riguarda i “limiti dei punti di vista”.

I “limiti dei punti di vista” che i tecno climber hanno della roccia, mi hanno sempre lasciato amareggiato per il loro modo di considerarla, sconcertato per la confusione d’idee piene di contraddizioni, e avvilito per le conseguenze che ne derivano.

Ricordo che nel recente passato c’era chi si è domandato perché «si sono accettate senza problemi le corde in nylon, ma la stessa cosa non accade con gli spit?» Ma cosa c’entra il miglioramento del materiale tecnico con l’intervento del materiale su roccia? Sono due cose diverse, perché la prima riguarda effettivamente il progresso tecnico, la seconda “considera tecnicamente” la natura verticale.

Ricordo molti altri che, per descrivere pareti, hanno spesso impiegato la parola “roccia cattiva” per indicarne le caratteristiche d’instabilità. In realtà essi rivelano solo come un punto di vista “esteticamente deformato” da un’idea di fondo di “bello e pulito” inevitabilmente porti a dare un giudizio spregiativo della natura verticale.

Il giorno delle prime ascensioni del Sass Négher (1977)
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Ricordo altri ancora che hanno ritenuto l’attrezzatura di pareti come Sassella, Sirta e Sasso Remenno un modo di salvaguardarle. Eppure quando si attrezza interamente una parete con infissi permanenti e applicazioni di resina non si tutela ma si determina semmai la “certezza di percorrenza”, rivelando come questo modo di “bonificare” sia in realtà una “idea d’epurazione” dalle componenti naturali contrastanti gli obbiettivi di sistemazione.

Come ho già avuto modo di riportare nell’articolo Rispettare gli habitat verticali pubblicato su Lo Scarpone n. 9 (settembre 2006) e nel sito Internet d’arrampicata Lario Climb, il lavoro di disgaggio del Sass Négher è stato ritenuto nientemeno che didattico, con valenze culturali, addirittura di tutela pubblica e ambientale, un elenco di valori esattamente opposto a com’è stata trattata la natura verticale di quella parete. Per via dei rari ancoraggi lasciati come testimonianze storiche di passaggio lungo gli itinerari, si poteva pensare che gli autori di quell’operazione (che hanno comunque lasciato sul campo stick, chiazze di resina e tentativi di foratura) non fossero informati dell’esistenza di quelle vie.

Recentemente però, sulla Scogliera di Plasmateria, che cade a picco sulle acque del lago di Lecco accanto alla Punta di Morcate (dov’era già stata resinata e ri-nominata la difficile Casalingofrenìa) sono stati attrezzati a infissi tutti gli itinerari saliti assieme a M. Garavaglia nel luglio 1987 (ne cito cinque: il Diedro No-Gara, Tegulaitìs, Estasi Scultorea, Tarcisio Fazzini, Clessidrathlon), nonostante la presenza evidente di qualche chiodo e di diversi anelli di corda sulle clessidre. In questo caso proprio non si può affermare che gli itinerari non erano visibili.

Tutto ciò dimostra l’incapacità, da parte degli attrezzatori, di considerare la “valenza culturale” degli itinerari storici pre-esistenti e soprattutto quella riguardante la natura verticale delle falesie.

Inevitabilmente penso alle considerazioni di Gian Piero Motti nella sua ultima monografia su Caprie, nel periodo precedente al suo suicidio, che mi parvero naufragare nella disperazione, in balìa dell’impossibilità d’approdare dai “flutti della storia” alla “terra ferma del mondo naturale”. Punto di partenza e arrivo dell’attività, delle vicende e della vita stessa.

Valorizzare evitando di degradare
Perché mai gli infissi geotecnici dovrebbero essere considerati strumenti così negativi? Ho l’impressione che molti arrampicatori non si rendano ancora conto di ciò che ha comportato la loro applicazione dilagante.

Basta analizzare per sommi capi la storia dell’arrampicata per accorgersi che il passaggio intercorso da alpinismo tradizionale (1900) e arrampicata libera (1920) ad alpinismo attrezzato (1982) e arrampicata sportiva (1985) ha condotto a quella tipologia di salita, praticata di rado a partire dai primi anni Novanta, che si serve di tacche scavate, asperità resinate, sassi (e più raramente prese sintetiche) applicati sulla roccia e che per questo può essere considerata arrampicata de-gradata.

Prospettive per il futuro delle pareti di fondovalle e media montagna?
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Ai fautori dello spit questo mezzo è apparso una possibilità efficace per realizzare una “sicurezza assoluta” che avrebbe definitivamente sconfitto la “possibilità di rischiare” in modo da permettere all’arrampicata di compiere uno “scatto evolutivo” rispetto al “progresso sulle difficoltà”.

Tuttavia non si è tenuto conto che l’impiego codificato e poi sempre più diffuso dello spit avrebbe attivato un processo incidentale caratterizzato da ripercussioni relazionali e conseguenze ambientali tali da causare una regressione culturale in rapporto alla natura verticale.

A partire dall’utilizzo dello spit, molti si sono sentiti coinvolti, provocati o in dovere di dire la loro, ognuno con le proprie convinzioni, col proprio livello di chiarezza, giustificandone in genere l’impiego indiscriminato. Come ho già detto, questo ha portato a sostituire nella mentalità della maggioranza degli arrampicatori l’idea di “scoprire per valorizzare” con l’idea di “attrezzare per affermarsi”.

Il fatto di utilizzare la medesima tipologia di attrezzatura su rocce differenti ha poi un effetto omologante sulle caratteristiche della geodiversità che di conseguenza elimina, nella percezione degli arrampicatori, la funzione specifica che i litotipi hanno in rapporto al salire, inducendoli ad agire pensando il meno possibile e trasportando il degrado culturale in quello ambientale.

Indipendentemente da quanto possano essere informati coloro che attrezzano falesie con l’impiego di mezzi che incidono sulle componenti naturali della roccia, essi hanno comunque sviluppato una mentalità che li porta a non considerare saliti o salibili determinati settori. Ecco perché, pur trovando tracce di passaggio, in tanti casi hanno dimostrato di non avere un approccio corretto con i percorsi e gli itinerari realizzati in precedenza.

Ci si deve rendere conto che una grande parete alpina non vale di più di 10, 100, 1000 piccole falesie, poiché queste ultime sono caratterizzate da un ecosistema più delicato, dove sussistono caratteristiche geomorfologiche più deteriorabili, oltre al fatto che vi stazionano specie animali e vegetali che in ambienti glaciali non ci sono.

Se è vero che gli addetti ai lavori considerano la roccia e gli itinerari pre-esistenti uno strumento del loro mestiere, non dovrebbero comunque intervenire con una tipologia di sistemazione a impatto sui micro habitat verticali, poiché questi non appartengono al loro modo di ragionare ma a tutti.

Certe falesie vanno frequentate sporadicamente e in punta di piedi, nel rispetto della specificità delle loro caratteristiche e componenti, ricordando sempre che il mondo è grande e non va chiuso in una visione ristretta, in quanto ogni sua parte è collegata alle altre e, per essere preservata, richiede lungimiranza da parte di ciascuno di noi.

Il fatto che in montagna ognuno abbia la libertà di prodursi come meglio crede è legittimo, questo però non presuppone il diritto di “fare quello che ci pare”.

Se è vero però che ripristinare ciò che di un luogo va perduto, come vecchi sentieri o alpeggi in rovina, in giusta misura e non dovunque, può far parte di un discorso di salvaguardia del patrimonio storico e ambientale, riflettendo sul significato autentico della “valorizzazione” ci si accorge che non si può farlo smantellando, estirpando, diserbando e resinando senza ritegno le componenti costitutive della natura verticale. Proprio per questo è necessario fornire esempi di relazione formativa per valorizzare evitando di degradare.

La via del de-grado pienamente realizzata sul Muro della Perla e su quaranta dei numerosi itinerari precedentemente saliti lungo i settori della Falesia di Fiumelatte
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Un’attività esplorativa come testimonianza propositiva
Perché mai, per quasi quarant’anni, ho mantenuto il riserbo sulla gran parte di zone che ho esplorato? Se ne fossi stato geloso, a fine anni Settanta non avrei mai evidenziato la particolarità della Val di Mello, né mai avrei rivelato vent’anni dopo l’esplorazione avvenuta sugli speroni della Val Pogallo e le pareti montuose dell’alta Val Grande.

Scorcio sulla Falesia dell’Avorio, dove negli anni ’80 furono saliti in libera esplorativa (con mezzi tecnici d’assicurazione in sedi naturali) numerosi itinerari (113 fondamentali) da 30 a 350 m dal V al IX
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Dopo il decennio Ottanta pubblicai alcune monografie esplorative (Dalla parte delle pareti, Sasso di Dascio, Cima delle Dune) sulle pagine della Rivista della Montagna, rivolte principalmente alla conoscenza e alla frequentazione consapevole della natura verticale, probabilmente le prime a essere concepite in quel senso, dato che il parere degli ambientalisti mi pareva più concentrato sulla tutela dell’avifauna che in loro nidifica che alle componenti specifiche della roccia. La ragione per cui non scrissi più nulla in seguito è dovuta al fatto che nel periodo in cui terminavo d’esplorare quelle zone, stava decollando la tecno climb a infissi che comportava un evidente impatto tecnologico sulla roccia. Come esploratore dell’ingente quantità di strutture esistenti mi sentivo responsabile della loro divulgazione perché l’affollamento invasivo le avrebbe certamente alterate fino a trasformarle da ecosistemi verticali a “parco giochi”.

Per il fatto che il Gioco Arrampicata della Val di Mello era stato interpretato come un modo per “Prendersi Gioco della Roccia”, considerai che i tempi non erano maturi e ritenni che fosse più importante continuare ad esplorare, anziché opporre alla “ideologia del trapano” contenuti che sarebbero stati certamente considerati polemici e prettamente introspettivi.

Sulla sommità del Pilastro d’Argento pensai…
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Le Zone No spit
Nel 1999, in occasione della pubblicazione del libro sulla Val Grande e Val Pogallo, ho proposto per quelle zone il logo Zone No Spit, un concetto di salvaguardia della consapevolezza per l’identità geostorica dell’ecosistema verticale, affinché questo non sia più vissuto col punto di vista tipico di un “ottica museale” ma percepito per le qualità delle sue componenti costitutive.

Pertanto, se in questi anni sono stati attrezzati sulle falesie di Lombardia un’ingente quantità di tracciati di tecno climb a infissi geotecnici dalle difficoltà alterate, allora è necessario preservare anche la testimonianza storica delle centinaia tra falesie, rupi e speroni da me esplorati nelle Prealpi e nelle Alpi Lombarde, in compagnia d’amici dal 1977 al 1997, con itinerari compiuti in libera esplorativa (con mezzi tecnici di protezione in sedi naturali) senza aver inciso sullo stato di compattezza delle difficoltà inalterate dal IV al IX.

Ricordo ancora ciò che pensai il giorno in cui raggiunsi la sommità del Pilastro d’Argento, una gigantesca stele che svetta come una lapide opaca in uno dei luoghi più remoti delle Alpi Retiche, parete di montagna che aveva le medesime caratteristiche delle fiancate di fondovalle: un conto è servirsi della roccia per ottenere risultati, cosa ben diversa è servirsi dell’arrampicata per conoscere la natura verticale e se stessi tramite lei.

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1

NaturaVerticale-1-Grande 1999Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento permise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che provochi un sommovimento di coscienza al riguardo della Natura verticale.

La Natura verticale alla luce della libera esplorativa – 1 (1-2)
di Ivan Guerini
(da Annuario CAAI 2006, per gentile concessione)

Allo stato di compattezza, origine geologica del difficile

Allacciate le cinture!
L’intento di questa mia analisi è di trattare il rapporto tra le tipologie di salita e la natura della roccia che origina la difficoltà, considerando anche l’impatto dovuto ai differenti mezzi tecnici impiegati per assicurarsi. Si tratta di argomenti che mi stanno molto a cuore, poiché la messa a fuoco del loro significato mi ha permesso di diventare più consapevole nel mio agire sulle pareti e ritengo sia giunto il momento di esporli nella loro essenza e interezza.

Pur arrampicando come tanti nei luoghi più conosciuti e avendo salito itinerari significativi nelle Alpi, in me prevalse fin da subito la curiosità d’esplorare le pareti sconosciute. Pertanto praticai soprattutto la libera esplorativa con assicurazioni in sedi naturali, un’attività conoscitiva unificante ed extra ordinaria, dal momento che permetteva di muoversi in montagna, in falesia e sui massi nella maniera più essenziale possibile. E soprattutto a contatto diretto con la vera essenza della natura verticale.

I quasi quarant’anni trascorsi a contatto con la roccia mi hanno permesso di scoprire che essa non è soltanto quella superficie immobile o cedevole, facile o difficile, piacevole o repulsiva che tutti conosciamo, ma è materia formata da componenti che possono suscitare emozioni che intervengono sulle azioni.

Monica Mazzucchi
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Il fatto di non aver vissuto le pareti salite come “specchi delle mie brame” che riflettessero soprattutto le mie capacità, mi ha portato a considerare che le motivazioni rette da fini agonistici e antagonistici, ai quali troppo facilmente ci si adegua, non risultano essere le uniche o le più adatte per affrontare le montagne consapevolmente se davvero s’intende intraprendere un modo rinnovato di rapportarsi alla roccia e al modo di percorrerla. Rivolgo questa mia analisi soprattutto a coloro che non considerano importante ciò che contraddistingue i percorsi (da interpretare per mancanza di riferimenti tecnici), dagli itinerari (da identificare per sporadicità degli stessi) o piuttosto tracciati (da eseguire in relazione ad infissi costanti), che ritengono la difficoltà un valore indipendente dalla presenza dell’attrezzatura, o che addirittura reputano le rocce delle falesie e delle pareti dei semplici mezzi in funzione all’arrampicata e all’alpinismo di prestigio. A mio avviso proprio il fatto d’averle considerate “mezzi” è stato un limite cruciale che ha allontanato dalla possibilità di praticare un cammino conoscitivo in rapporto alla roccia, tramite le tipologie di salita.

Se avrete la pazienza di leggere queste pagine, noterete che il tono perentorio di talune affermazioni non è una presa di posizione in difesa d’una propria etica, ma serve a rimarcare le sfumature che temevo potessero non esser considerate a sufficienza. I protagonisti inerenti ai fatti sono stati citati di rado perché avrebbero distolto l’attenzione dal senso delle vicissitudini che mi premeva evidenziare. Non vi nascondo che la fatica a procedere “percorrendo” questo scritto, dove gli avvenimenti analizzati derivano sempre dalle attività praticate, mi ha richiesto una concentrazione pari a quella d’affrontare una difficile parete impercorsa, salita da solo e senza materiale. Infatti, se dovessi dire quali sono stati i passaggi “più difficili” incontrati, non esiterei a identificarli con la messa a fuoco dei differenti punti di vista della natura verticale, certamente più impegnativa di certe lunghezze di corda che mi è capitato di salire.

Nel periodo in cui ho assemblato questi argomenti si sono succedute giornate invernali di bel tempo, durante le quali l’arrampicata non mi è però mancata, per il fatto che il “desiderio di salire” si è spostato sulla necessità avvincente di “provare a spiegare” considerazioni che in prima battuta difficilmente risultavano lineari.

Questo lavoro poteva risultarmi gravoso per il fatto che non mi riesce facile scrivere… A dissolvere questo ostacolo ci pensarono i due gatti che vivono con noi, sonnecchiando al silenzioso passare delle ore, sognando al trasformarsi dei concetti, miagolando alle riflessioni centrate, sussultando alle difficoltà di comprensione, per poi stirarsi soddisfatti al dissolversi dei dubbi. Scrutato dagli occhi fissi di quelle due enigmatiche civette quasi come un’alchimista d’oggi assorto davanti alla “sfera di cristallo” del computer, mi ritrovai a tritare nel crogiolo del pensiero la sostanza dei fatti filtrandoli in concetti per trasformarli in parole, fino ad affacciarmi sul senso compiuto della natura verticale che da ragazzo avevo intravisto, ma che non avevo la capacità di spiegare.

La libera integrale e la difficoltà intatta (primi del Novecento)
Per comprendere le vicissitudini della storia dell’arrampicata è necessario considerare brevemente le motivazioni che l’hanno caratterizzata.

Da sempre si dibatte sul torto o la ragione di questa o quell’etica, sulla “purezza della libera rispetto all’impurità dell’artificiale”, su quali siano i mezzi tecnici “leciti” e quali invece quelli “illeciti”, sul valore di una “difficoltà mai definita”, in funzione di un’auspicabile “onestà d’esecuzione” delle salite. Disquisizioni che, nel loro ripetersi senza mai soluzione, hanno concorso a schierare il fronte della conservazione dei “valori tradizionali” contro quello della loro “moderna trasgressione”, determinando un contrasto ideologico che ha decentrato l’attenzione dei praticanti dall’essenza del teatro di cui stavano parlando, fino ad allontanarli del tutto dalla possibilità di considerare la reale entità della natura verticale.

1975 – Mario Villa sale in libera integrale, nello stile “primi del ‘900”, lo spigolo sud della Torre Portorella (150m, VII-)
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Il meccanismo storico dei dissidi e dei contrasti è lo stesso che possiamo riscontrare nella storia dell’arte, dove vi sono movimenti nascenti che ritenendosi “innovativi” tendono a soverchiare culturalmente quelli precedenti a loro.

Va però sottolineato come nell’arte moderna sia evidente la distinzione tra i contenuti figurativi delle «opere artistiche», quotate cifre esorbitanti per il loro inestimabile valore, e le varie «performance concettuali» che dal punto di vista dei “contenuti figurativi” non sono facilmente comprensibili, proprio perché le performance, più che “opere”, sono vere e proprie “operazioni” di mercato.

Una definizione di valori in tal senso dovrebbe valere anche per l’alpinismo, dove però non furono mai fatte distinzioni sostanziali che rammentassero come l’arrampicata su roccia sia soprattutto un’attività in stretta relazione con una natura verticale. In conseguenza di ciò, l’invenzione dei mezzi geotecnici (o protezioni fisse a pressione o espansione), ha contribuito sempre più a far considerare come opere ciò che invece sono performance.

Dallo stratagemma protettivo dei mezzi tecnici, all’espediente ottenitivo degli infissi geotecnici
Chi ha provato a salire in cordata, senza mezzi tecnici d’assicurazione un percorso non conosciuto lungo un’alta parete verticale, come succedeva agli albori dell’arrampicata, sa bene che la “corda libera” in caso di caduta difficilmente funge da punto d’assicurazione. Tuttavia, ciò che d’importante rivela la libera integrale è che senza chiodi sulla roccia la difficoltà che si supera resta intatta.

Quando la “necessità di superare” le difficoltà delle pareti spinse ad affrontarne di maggiori, si escogitò lo stratagemma che permise di continuare comunque a procedere: furono inventati i primi mezzi tecnici definiti chiodi. Così ai “percorsi” senza impiego di mezzi tecnici in libera integrale praticati fino a quel momento, s’aggiunsero gli “itinerari” in libera attrezzata con mezzi tecnici che si utilizzavano come punti d’assicurazione e, non escluso, d’aiuto.

Se è vero che in un primo momento il loro impiego serviva a proteggere l’incapacità dei salitori dalle difficoltà opposte dalla natura verticale vissuta come “nemica”, in seguito vi fu chi considerò come “vero nemico” la “difficoltà d’assicurarsi”. Fu quest’idea che, dallo stratagemma dei mezzi tecnici come i chiodi, portò a escogitare l’espediente degli infissi geotecnici a espansione, derivanti dagli antichi fittoni.

Vi chiederete perché ho definito “stratagemmi” i mezzi tecnici ed “espedienti” gli infissi geotecnici. Per spiegarmi meglio, un conto è migliorare la funzione dei mezzi d’assicurazione per non rischiare, altra cosa è ritenere rischiosi i passaggi della roccia che ostacolano l’incapacità di salita, arrestando la possibilità di realizzare.

Distillare le idee e le motivazioni delle differenti tipologie di salita mi ha permesso di comprendere più a fondo la situazione attuale. Se l’idea della libera integrale era di «salire solo dov’era naturalmente possibile» e quella della libera attrezzata e dell’artificiale di «salire o progredire anche dov’era possibile solo tecnicamente», con l’arrampicata a spit l’obiettivo diviene «salire dove non era naturalmente possibile».

Ciò significa che gli effettivi requisiti di salita furono per la libera integrale = «lo ho bisogno della difficoltà intatta della roccia», per la libera attrezzata = «lo ho bisogno di mezzi tecnici per modificarla», per l’artificiale = «lo ho bisogno solo di mezzi tecnici» e per l’arrampicata a spit = «lo ho bisogno di difficoltà alterate».

Da ciò si deduce che l’arrampicatore non ha mai avuto realmente interesse per la roccia e la difficoltà da essa originata, ma si è soprattutto concentrato a realizzare tipologie di salita che gli permettessero di confrontarsi con difficoltà manipolate, da adattare al livello delle proprie incapacità. Pertanto la roccia non è mai stata considerata per quello che davvero è, ma più che altro come un “campo di battaglia” per punti vista contrastanti.

La libera attrezzata e la difficoltà modificata (fine anni Sessanta)
Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni Sessanta, si era soliti parlare di roccia ed avere scambi d’opinioni fra arrampicatori, discutendo dei “gradi di difficoltà” o degli “itinerari più impegnativi” del momento. Si trattava d’una tendenza che non riguardava necessariamente i capaci o gli esperti ma gli alpinisti in genere, che si dividevano sostanzialmente in due fazioni, i “liberisti” e gli “artificialisti”, poiché in genere si discuteva del numero di chiodi utilizzati per assicurarsi o per progredire.

Il fatto che dalla corrente degli artificialisti si sia staccata quella dei tracciatori di direttissime a espansione, realizzate per trasgredire all’etica ferrea dei liberisti, fece sì che, per reazione, tra gli arrampicatori liberi più forti di allora ci fosse la tendenza a non utilizzare, o talvolta addirittura a eliminare, i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie sulle salite più impegnative.

Reinhold Messner, nella sua attività giovanile sulle pareti delle Dolomiti, utilizzava un numero ridottissimo di chiodi, per tutelare gli itinerari estremi del passato e quelli nuovi da lui saliti. Le sue coerenti motivazioni, che si presume partissero da considerazioni derivanti dalla pratica e non da contorte elucubrazioni, furono espresse in un suo articolo, diventato una pietra miliare nella storia dell’alpinismo, intitolato L’assassinio dell’impossibile. Quel suo punto di vista inflessibile, scatenò il disappunto dei maître à penser di casa nostra i quali presero le difese di un alpinismo più attrezzato che consentisse di salire anche a coloro che non ne erano all’altezza e, dal pulpito elevato della loro supponenza, tacciarono il forte tirolese nientemeno che di “superomismo”!

Successivamente al fermento di quel periodo, come tanti giovani d’allora, anch’io fui incuriosito dalla possibilità d’affrontare difficoltà su roccia sempre maggiori. Per farlo abbandonai la libera e l’artificiale convenzionali praticando una libera a “protezioni ridotte” lungo gli itinerari ben chiodati, e una libera attrezzata senza tirare i chiodi che venivano utilizzati di solito per progredire in artificiale. Tuttavia, il fatto che la difficoltà superata con quelle due tipologie di salita fosse in ogni caso attrezzata, mi fece capire che si trattava di difficoltà modificata.

1980 – Sulla via Direttissima ai Denti della Vecchia: libera a protezioni ridotte
Denti della Vecchia (Canton Ticino, Svizzera), I. Guerini su via Direttissima

La libera esplorativa e la difficoltà inalterata (primi anni Settanta)
Nella prima metà degli anni Settanta, la necessità di salire pareti impercorse, m’indusse a praticare la libera esplorativa con “protezioni in sedi naturali” e pertanto passò in secondo piano la ripetizione costante d’itinerari.

Certamente, il fatto d’averla praticata come attività principale anche lungo pareti non particolarmente difficili, in un periodo in cui contavano soprattutto le ripetizioni degli itinerari più prestigiosi o impegnativi, poteva far pensare che fossi un individuo in rotta con l’idea di confrontarsi con le salite storiche più impegnative.

1984 – Libera attrezzata: M. Mazzucchi e C. Curatolo sulla Paolo VI al Sasso d’Introbio
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In realtà, le ragioni che mi spinsero a praticare la libera esplorativa, sia in falesia sia in montagna, non si rifacevano né all’idea “purista” della libera integrale praticata da Paul Preuss o Angelo Dibona nei primi del Novecento, né tantomeno all’idea di limitare rischiosamente i punti d’assicurazione quale ostentazione d’una capacità acquisita. Esse dipendevano invece da un impulso conoscitivo verso la natura verticale più che dal confronto con la difficoltà in se e per sé.

1983 – Beppe Villa mi osserva sulla via Bonatti ai Magnaghi
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Praticandola mi accorsi che si trattava di un tipo di salita assai più impegnativo perché all’impegno fisico s’aggiungeva la fatica di doversi assicurare e a quello psichico il timore di cadere che deteriorava la resistenza nervosa. Ma soprattutto s’interagiva col mondo sconosciuto che inizia una volta valicata la frontiera dei riferimenti prevedibili.

Il fatto di piazzare mezzi tecnici d’assicurazione sulla roccia impercorsa, amplificava di molto la fatica della difficoltà da superare. Ciò mi fece considerare che esisteva una difficoltà più impegnativa di quella che abbiamo visto modificata dall’attrezzatura e pertanto mi domandai come avrei potuto definirla.

Considerando quei settori di roccia dove non ci si poteva assicurare ma dopo qualche tentennamento si riusciva a salire in libera lo stesso, constatai che la difficoltà superata, pur non intatta come quella della libera integrale d’inizio secolo era di fatto una difficoltà inalterata e si sapeva di che livello era solo dopo averla salita.

La libera esplorativa metteva in luce che si poteva salire la difficoltà inalterata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi era contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” a tutti i costi di essere all’altezza. Viceversa ci si poteva trovare coinvolti nella sfida tra i “propri limiti” e la “possibilità d’affermarsi” sull’orlo spiovente della “necessità di rischiare”.

Sulla roccia s’incontra il rischio che s’incontra in ogni momento della vita: per rischiare un po’ meno è necessario non rinunciare a prestare costante attenzione, lo rammenta persino il cibo che può andare di traverso a tavola quando si è sovrappensiero.

Dallo spit all’onda d’urto della tecno (primi anni Ottanta)
Nei primi anni Ottanta, sulla scena storica dell’alpinismo e dell’arrampicata comparve lo spit, già utilizzato nel campo della speleologia. Questo altro non era che un antico fittone perfezionato, introdotto quando prese corpo la convinzione che, per continuare a progredire sulle difficoltà della roccia, era necessario inventare un mezzo che consentisse di proteggersi “da meglio a sempre”.

Si trattava d’un marchingegno che consentiva di praticare una tipologia di salita definitivamente disancorata dall’idea d’esplorazione che, da quel momento, fu considerata un’attività più rischiosa che difficile.

L’arrampicata a spit, che imponeva tassativamente di non attaccarsi agli infissi, fu chiamata “free climbing”, e ciò erroneamente, visto che quel concetto di provenienza nord americana in realtà era inteso soprattutto come “libera arrampicata” e non come attività di salita che risultava in pratica vincolata alla presenza costante di protezioni, per lo più fisse, o soltanto fisse, come è poi diventata da noi.

Libera esplorativa sulle pareti alpine delle Alpi Retiche: Torre Meridionale del Cameraccio, parete ovest (700 m, Vl+)
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In seguito, per codificarne la funzione alla luce delle prime competizioni ufficiali, fu chiamata “arrampicata sportiva” e di lì a qualche tempo si trasferì sul “sintetico”, una ricostruzione artefatta della struttura del conglomerato, terreno più adatto a gareggiare a tutti i livelli e a mettere con le spalle al muro i limiti fisici effettivi d’ognuno, stressando sempre più i requisiti singoli di forza e resistenza.

Quando si affermò l’abitudine di realizzare tracciati a infissi permanenti, al concetto di “itinerario esplorato” si affiancò quello di “tracciato costruito”. Da quel momento la falesia non è più considerata una bancata di roccia quale realmente è, ma piuttosto una mera “superficie attrezzata”, al punto che oggi la maggioranza degli arrampicatori distingue una “falesia” da una “parete alpina” solo per il modo in cui esse sono attrezzate, molto sicure a spit, o più precarie a chiodi. Vorrei infatti precisare che la distinzione tra le falesie e le pareti montuose non sta solo nella distanza da valle (dato che nelle Alpi ve ne sono alcune che richiedono avvicinamenti di qualche ora), non è dovuta alla loro grandezza (basti pensare alle bastionate del Resegone, del Daìn e del Croz dell’Altissimo che collocate in territori decisamente miti, potrebbero essere considerate medie, grandi e immani falesie), e nemmeno dipende dalla tipologia d’attrezzatura utilizzata, come dimostrano le salite delle tre bastionate sopracitate, percorse praticamente in libera dai tre valenti arrampicatori Walter Bonatti, Bruno Detassis e Matteo Armani, a partire dal 1930, e che hanno anticipato di qualche decennio la concezione dell’arrampicata in luoghi miti, mitizzata negli anni Settanta sul modello yosemitico, identificato in Europa con le fiancate del Verdon e del Vercors.

La reale distinzione tra le falesie e le pareti montuose è dovuta alle loro caratteristiche naturali: l’orogenesi che le ha formate, lo stato della materia che le costituisce, il territorio più o meno glaciale in cui sono situate. Il fatto che la salita dei tracciati a spit fosse “reale” soprattutto per via dei mezzi impiegati, ma “irreale” se priva di questi rispetto alla natura verticale, di primo acchito mi fece paragonare la tecnologia di questo tipo di salita alla realtà virtuale.

Di lì a poco però, considerai che quel giudizio valeva solo per quell’istante storico, poiché l’avvento della biotecnologia rendeva il raffronto con la realtà virtuale inesatto a definire il valore dell’arrampicata a spit, che era soprattutto una tipologia di salita geotecnologica derivata dalla fusione tra l’etica della libera attrezzata e i mezzi di progressione dell’artificiale a espansione.

Perché mai l’arrampicata a spit ha attecchito così tanto nella mentalità degli arrampicatori? Credo perché ai giovani inesperti è proposta come l’approccio più diffuso, o unico, per iniziare, per gli adulti esperti è un mezzo per rimettersi in forma o per migliorarla e, volendo ironizzare un po’, per gli anziani, che in pensione da tempo arrampicano ancor più dei professionisti, è un modo per mantenersi allenati e passare del tempo con giovani meno in forma di loro!

Libera esplorativa sulle pareti alpine dell’arcata Orobica: Variante delle risonanze occulte al pilastro sud del Pinnacolo di Maslana (VII)
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Dal tempo della prima utilizzazione dello spit si definirono nei praticanti quattro diversi modi di pensare; i tecno-etici che non utilizzano spit sulle vie del passato, ma solo sulle pareti che a detta loro rappresentano il futuro; i tecno-selettivi che mettono gli spit dal basso e a distanza sempre maggiore; i tecno-conformisti che non attrezzano, ma si servono dei tracciati a spit per allenarsi; e i tecno-indifferenti che considerano itinerari e tracciati solo due modi di salire compatibili. Per poter inserire questa nuova tipologia di salita nel contesto delle precedenti, fu confezionata rapidamente un’etica con le opinioni dei praticanti, che aveva come comune denominatore dei vari punti di vista una considerazione della “roccia come mezzo” in funzione all’arrampicata, contribuendo a potenziare quel vuoto culturale che oggi, consapevolmente o meno, avvertono in tanti sotto forma di mancanza di contenuti.

Va detto che all’inizio gli attrezzatori a spit incontrarono soltanto la disapprovazione, reattiva ma debole, di coloro che fecero qualche febbrile tentativo di marchiare eticamente i territori d’azione che sentivano propri, senza però indicare direzioni alternative. Questo fece sì che non si attivasse alcun processo di bilanciamento culturale.

Fu così che, dalle ceneri dei primi infissi rudimentali decollò la tecno climb, tipologia di salita per la quale era giustificato l’impiego massiccio dello spit, che ha portato a sostituire il concetto di “scoprire per valorizzare” con quello di “attrezzare per affermarsi” e di conseguenza ad agire considerando sempre meno la natura verticale.

1987 – M. Garavaglia su uno strapiombo a spit
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I limiti di una pianificazione costrittiva
Ciò che mi sconcertò maggiormente in quel periodo fu che, in rapporto alla natura verticale, il “percorso da trovare” venne prima trasformato dall’impiego dei mezzi tecnici in “itinerario da ubicare”, e con lo spit fu definitivamente modificato in “tracciato da eseguire”. Questa evoluzione (in realtà involutiva) rivelava la necessità di avere costantemente dei riferimenti guida, scanditi e progressivi… ma per andare dove?

Il fatto di realizzare una “difficoltà obbligata” (dalla distanza degli infissi) sopra la “difficoltà naturale” (opposta dalla roccia) è tipico di un punto di vista che ha frainteso il concetto di “costruire” con quello di “creare”, come fosse giostrato da un’idea d’onnipotenza ri-costruttiva della natura. Più che un punto di vista “illuminante” e innovativo, mi pareva un’idea dai contenuti simili a fievoli “lumini” nella camera mortuaria del pensiero “illuminista”.

Il fatto che in un tracciato a spit la difficoltà sia confezionata dal ragionamento selettivo di taluni, è la dimostrazione che si tratta di un’arrampicata vincolante, più che intransigente, per il fatto che il “volere” è costantemente trasformato in “dovere” e pertanto si rivela all’opposto d’ogni “realizzazione espressiva”.

Quell’idea che ammaliava con l’allettante prospettiva di un’arrampicata e un alpinismo da adattare a tutti, e quindi “attrezzati” ma non certo “sicuri”, non mi pareva innovativa per il fatto che era molto simile alla proposta d’un vecchio motto d’inizio secolo (primi del Novecento) riveduto e corretto: le “Alpi al Popolo”, che al tempo occorse per incentivare gli iscritti delle sezioni a recarsi, oggi diremmo “riversarsi in massa”, sulle nostre montagne. Sostenere che sulla natura verticale una “attrezzatura stabile” corrisponda a una “sicurezza effettiva” sembra il sogno di un’ideologia che prospetta un futuro di possibilità “a senso unico” e “uguali per tutti”, e che confonde una pretestuosa “libertà d’azione” con un “andar per monti” apparentemente non-costrittivo.

Era un modo di trattare le montagne e le pareti che non condividevo poiché, più che tener conto della storia in relazione alla natura, considerava la natura verticale in funzione a una omologante pianificazione della geodiversità, e cioè un qualcosa da rendere sempre più accessibile secondo dettami prettamente teorici, e in definitiva da snaturare.

(continua)