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Solo quattro metri

Solo quattro metri
Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc

Al di sopra degli incantati boschi di Val Badia e dei luminosi prati che circondano l’Abbazia dla S. Crusc s’erge la scura muraglia nord-ovest del Sass dla Crusc, che comprende le pareti del Piz dl’Pilato 2825 m e del Ciavàl (Monte Cavallo) 2907 m. Tra esse un’enorme struttura, il Pilastro di Mezzo, s’appoggia sul friabile zoccolo comune a tutta la parete. Sono ancora di scena i fratelli Messner, Reinhold e Günther, il 6 e 7 luglio 1968. Con le pedule rigide, senza cunei, senza nut e con l’uso di soli 60 chiodi.

Alessandro Gogna sulla traversata della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
A. Gogna sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Ecco il racconto di Reinhold Messner: «... Avevamo bivaccato in un buco sulla grande cengia e alle 8 eravamo partiti. Dopo due brevi tiri di corda il pilastro diventava giallo e verticale. Solo verso destra si presentava la possibilità di continuare in libera. Traversammo fino a che fu possibile, piantammo un chiodo ad anello e pendolammo verso destra fino ad una rampa. Su questa ci portammo ad un piccolo pulpito sul verticale spigolo del pilastro. Fino a qui era andato tutto bene. La natura ci aveva offerto il cammino e noi l’avevamo seguito. Ma ora? Ancora due metri in libera, straordinariamente difficili, ma poteva ancora andare. Poi ero al termine delle mie abilità arrampicatorie. Trovai un minuscolo buco, profondo 2 o 3 centimetri. Piantai un chiodo corto a lama. Teneva. Ancora un chiodo, poi ancora arrampicata libera. Finalmente un paio di appigli. Riposi il martello nella tasca. Sfruttando una sottile fessura sul fondo di un diedro appena accennato riuscii ad innalzarmi con un’ardita arrampicata libera e, appena in tempo, raggiunsi una strettisima cengia. Qui era proprio finita. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli, sbarrava la prosecuzione. Quattro metri più in alto c’era una fessura, sotto di me una cengia sulla quale a malapena riuscivo a posare i piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Sembrava proprio impossibile andare avanti. Tuttavia non mi diedi per vinto. Tentai. Ritentai. Eppure in mezz’ora non mi alzai di un centimetro. Anche tornare indietro non era più possibile. Mi sforzai inutilmente di ridiscendere in arrampicata. Non ce la facevo e mi mancava il coraggio di saltare. Bisogna rinunciare, pensai, peccato. Salivo, ridiscendevo. Tentativi disperati. Con il proposito di tentare la discesa, ritornavo sempre al punto di uscita sulla cengetta prima di perdere l’equilibrio. E appena mi ritrovavo sulla cengia, riprendevo le capacità di riflettere logicamente. Indietro non si poteva andare. Di nuovo mi asciugai le punte delle dita sui pantaloni. Dovevo farcela, solo questi 4 metri! Il pensiero mi si imponeva come un ordine. Devo tentare! Sopra c’è un piccolo appiglio, giusto per metterci le unghie. Se riesco a prenderlo non devo più tornare indietro, non devo mollare. Poi devo alzare al massimo il piede destro, innalzarmi con un movimento bilanciato e raggiungere con la mano sinistra la lama risolutiva per tirarmi su. Nella mia testa frullava un solo pensiero: salire, poi l’appiglio in alto a destra. Oggi non so più come ho fatto ad arrivare su. So solo che mi ritrovai sopra, sollevato, pieno di gioia, e tutto era sembrato facile. Qualche ora più tardi, sulla cima, non abbiamo parlato di questo passaggio ma della situazione che si era creata sotto di esso. E se oggi penso al Pilastro di Mezzo, vedo tutto come allora. Solo la via d’uscita è aperta. Una placca liscia, senza fessure e con pochissimi appigli; 4 metri più in alto una fessura, sotto di me una cengia larga quanto i miei piedi. Al di sotto un gran vuoto, un appicco strapiombante. Un’impresa che rimane (Reinhold Messner, da Settimo Grado).».

Luca Santini sulla via variante Mariacher della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, 26 luglio 1983
Luca Santini sulla via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. 26.07. 1983

Passarono circa dieci anni prima che si fosse informati di cosa realmente avvenne sul Pilastro di Mezzo. Ci furono poi parecchie ripetizioni, ma tutti evitarono il passaggio-chiave con una lunghissima deviazione a destra e ritorno a sinistra. Si disse che Messner aveva mentito, che il VII+ o forse l’VIII- non poteva essere una realtà storica così vecchia. Oggi, sotto il passaggio, c’è un chiodo abbastanza buono, proprio sulla cengia alla base dei 4 metri. Heinz Mariacher ha ripetuto da capocordata il passaggio nel 1979. Ma la spitdipendenza degli ultimi tempi non favorirà certo le ripetizioni frequenti. Se qualcuno non avrà la pessima idea di spittare quel muretto, su quei 4 metri si potrà ancora leggere quanto la disperazione si tramuti a volte in energia. Il muro grigio è impassibile, compatto e solido. Nulla è cambiato. Mathias Rebitsch e Giovan Battista Vinatzer avevano toccato il VII, Messner lo ha superato. «Quando ero in difficoltà o dove era marcio, io pensavo: la roccia mi vuole un po’ bene. Allora mi facevo passare dalla roccia»: così diceva Vinatzer. Il segreto è tutto lì.

Alessandro Gogna sulle lunghezze finali della via Messner al Sass dla Crusc
A. Gogna sulla via Messner al Sass dla Crusc, Val Badia

Il 16 luglio 1978 alla base della via arrivò il 24enne Heinz Mariacher. Con lui c’erano la fortissima 19enne Luisa Iovane (sua compagna di sempre) e il personaggio di Luggi Rieser (oggi Swami Prem Darshano). Passato il tiro con la manovra di corda, arriva il tiro con i famosi 4 metri “impossibili”. Ma lì Heinz non si trova più, non gli è chiaro dove Messner racconta d’essersi trovato in una posizione da cui non poteva più scendere. Allora, convinto di fare la cosa più logica, opta per la soluzione che gli sembra più evidente, quella della via di “minor resistenza”. Quindi: traversa per circa 12 metri a destra, sale dritto per altri 4 e poi ri-traversa a sinistra per riprendere la fessura che sta sopra al muro di 4 metri del “passaggio Messner”. Da lì la cordata prosegue fino alla vetta, convinta di aver effettuato la prima ripetizione. Ma in seguito, parlando con Messner, Mariacher comprende di aver aperto una variante. Appunto quella che prende il suo nome e che sarà la più seguita dai futuri ripetitori.

L’anno dopo, nel 1979, Mariacher con Luisa Iovane ritorna al Sass dla Crusc e fa la Messner tutta in libera. E’ la prima libera integrale, visto che non si cala con la corda, ma scala in libera anche sul tratto in discesa, con difficoltà di VIII-, che porta al tiro chiave. Poi, sul muretto del famoso passaggio, sale 2 metri a sinistra di quello che ormai tutti considerano il passaggio originale, superando difficoltà di VIII-. E’ la prima rotpunkt della via! Intanto, nello stesso momento, i tirolesi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser liberano la loro Mefisto (VIII-)!

Luggi Rieser e Luisa Iovane, 1a ripetizione della via Messner al Pilastro di mezzo, 16 luglio 1978. Foto: Heinz Mariacher
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La prima ripetizione
di Heinz Mariacher
Nella letteratura alpina il Pilastro di Mezzo viene spesso ridotto solo ai famosi, molte volte citati, quattro metri. Quasi nessuno ha mai sprecato una parola per il resto della via. Per me il Pilastro di Mezzo è una linea fantastica nel suo insieme, nel quale si supera anche la placca di quattro metri. Anche oggigiorno si potrebbe essere orgogliosi per una via nuova di questo genere.
Il tema “Pilastro di Mezzo” è ancora una volta un’ottima occasione per ricordare che l’uso dei chiodi a pressione non è sempre stata una cosa ovvia. Io credo che solo pochissimi dei giovani arrampicatori abbia sentito parlare degli scritti polemici di Reinhold Messner su “l’assassinio dell’impossibile” contro i chiodi a pressione, questo perché manca il legame con la storia alpina, perché i giovani si sono orientati più volentieri verso nuovi modelli e direzioni. Una cultura alpina che, ad un certo punto, è rimasta bloccata nella neve degli Ottomila e si è intristita nella cura dei monumenti.
Ai tempi di Messner, e anche nei nostri alla fine degli anni Settanta, c’era ancora un codice d’onore, le limitazioni che ci imponevamo volontariamente erano assolutamente in primo piano, davano il sapore al nostro gioco. Perché era bello sognare una linea che forse era possibile o forse anche non lo era. Per me il Pilastro di Mezzo simboleggia un punto massimo dell’arrampicata nelle Alpi, di uno sviluppo che si è svolto nelle Alpi, che non è stato importato dall’Inghilterra o dall’America. L’idea della rinuncia ai chiodi a pressione nelle pareti alpine si sarebbe meritata di continuare a vivere, non necessariamente come l’unica verità, ma come stile particolare. Da parte mia, e per me stesso, avevo deciso che avrei considerato certe pareti come “zona libera” da chiodi a pressione, tra le altre il Sass dla Crusc e la Sud della Marmolada.
Ma torniamo indietro alla “Placca di Messner”: nel corso degli anni ho superato in quattro punti diversi la paretina di quattro metri. Penso però che il passaggio in sé sia meno importante della situazione affrontata dal primo salitore sotto il passaggio, della sfida mentale, come l’ha rappresentata così precisamente Messner nel suo libro “Ritorno ai monti”. Penso che oggigiorno solo una piccola minoranza sia in grado di immedesimarsi in quella situazione, ed è una vergogna che oggi si trovino chiodi a pressione sul Pilastro di Mezzo!
Vorrei ancora mettere in chiaro una cosa: durante la prima ripetizione ho cercato la via di salita più logica, il che significa la linea di minor resistenza, e non ho cercato una variante per aggirare il passaggio come scrive Ivo Rabanser nel suo libro. Il fatto che, poco tempo dopo la ripetizione, io abbia chiesto a Reinhold perché non avesse indicato nella descrizione quella traversata, mostra che io ero convinto di aver ripetuto la via originale.

Nicola Tondini da primo sui quattro metri di VIII grado. Foto: Paola FinaliSolo4Metri-NicolaTondini-FotoPaolaFinaliL’indagine
di Nicola Tondini
Il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc è da anni legato al nome dei fratelli Messner. Per chi ha ripetuto le vie che Reinhold ha aperto in Dolomiti, sa dell’attrazione che il forte arrampicatore aveva per le placche. Pur disponendo solo di chiodi e indossando robusti scarponi rigidi, Messner spesso si è lanciato alla ricerca della sequenza di appigli che gli avrebbero permesso di avere ragione di quei muri compatti di calcare grigio: la parete nord della Seconda Torre di Sella, la parete nord del Sass da Putia, la parete nord della Cima della Madonna, la parete sud della Marmolada, le placche d’aderenza del Sasso delle Nove e appunto il Sass dla Crusc furono alcuni dei suoi terreni di gioco e testimonianza del suo grande intuito. Vie queste, che ancora oggi mettono timore: i lunghi tratti sprotetti e la capacità necessaria nel saper leggere le placche frenano molti alpinisti a cimentarsi con le vie dell’alpinista altoatesino.
Sul Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc, Reinhold Messner con il fratello Gunther compì il capolavoro. Già nei primi tiri i due fratelli dovettero cercare a fatica una linea di passaggio. Furono costretti, infatti, a un lunghissimo traverso con un pendolo per passare una zona estremamente liscia. Poi ecco al quarto tiro quel muretto di 4 metri appena sopra una piccola cengetta. Gli appigli si intuivano, ma erano decisamente piccoli. Messner starà quasi un’ora a provare e pensare come passare. Poi tenterà il tutto per tutto, riuscendo. Sarà il primo grado VIII della storia, percorso in libera.
Con gli anni cresce sempre più la fama di quel passaggio. Qualcuno leggendo sui forum in internet pare abbia trovato altri punti deboli, oltre alla variante Mariacher, dove salire. Sta di fatto che il passaggio originale continua tutt’oggi a mettere in crisi. Io stesso ho letto e sentito vari commenti su quel passaggio: avrà piantato un chiodo, si sarà rotta una scaglia, com’è possibile che lui sia passato e tanti forti rinunciano? E così via. Io l’ho ripetuta la prima volta nel 1992 e allora ero andato deciso per la variante Mariacher. La curiosità di provare il passaggio Messner è ovviamente tornata fuori, così propongo a Massimo Lucco, mio fortissimo cliente/compagno di andare a metterci le mani per capirne un po’ di più. Fissiamo la salita per il 3 settembre 2010.
I giorni precedenti sento Andrea Tosi e Paola Finali, esperti amici in fotografia e filmati, che ultimamente mi seguono in qualche avventura e propongo loro di documentare il famoso passaggio Messner.

Il 3 settembre io e Massimo andiamo all’attacco del diedro Mayerl, che percorriamo fino alla cengia mediana. Da qui seguendo la cengia verso sinistra in 10 minuti raggiungiamo l’attacco della Messner al Pilastro di Mezzo (nella realtà l’originale raggiunge la cengia direttamente seguendo 300 m su un pilastro di roccia estremamente friabile e pericoloso di V grado). Sono le 10 appena passate. Sento per telefono Andrea, che con Paola, Ingo e Mario hanno raggiunto la cima a piedi. Finché io e Massimo scaliamo sui primi tiri della Messner, loro attrezzano le corde statiche per fare i filmati e le foto. Così quando arrivo al 4° tiro della Messner, Andrea e Paola sono già posizionati. Ho fatto sosta per provare il passaggio Messner, alla fine del traverso del tiro precedente, come indicato nella precisa relazione di Ivo Rabanser. Prima di provare il passaggio della placca Messner dal basso, lo studio con la corda dall’alto. Mi ci vuole un po’ per capire come farlo senza renderlo estremo. Alla fine finalmente riparto dal basso e lo faccio. E’ un bel singolo di VIII (7a). Gli appigli duri da tenere sono 3. Ma come mai è così difficile da fare a vista? Presto spiegato.
– Come tanti boulder “strani” è difficile da impostare la partenza: viene spontaneo partire con un piede, ma così facendo ci si pianta subito. Partendo con il piede “sbagliato”, poi tutto torna giusto e il passaggio è fatto, basta avere buone dita e certamente a Messner non mancavano.
– Si è psicologicamente non in una bella situazione:
a) il compagno che fa sicura non ti vede o se si decide di fare sosta prima del passaggio, si rischia un volo diretto sulla sosta stessa;
b) se si cade, facilmente si va a sbattere con i piedi sulla cengetta da dove inizia il passaggio a meno di non lanciarsi decisamente verso il vuoto;
c) la protezione non è distante, ma comunque sotto i piedi;
d) si capisce che se si sbaglia il movimento non si riesce a tornare indietro.
e) c’è la via d’uscita: la variante Mariacher.
Concludo dicendo, che Messner ha fatto proprio un capolavoro a superare quel muretto di 4 metri. Per me è passato in libera e non si è rotto nessun appiglio fondamentale. Lui è stato lì un’ora a studiarlo, poi con la determinazione che lo ha sempre contraddistinto è partito col piede giusto, ha tirato con tutta la forza che aveva i 2-3 appigli chiave e ha raggiunto i successivi buoni appigli per andare fuori dalle difficoltà.

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Nicola Tondini

Nicola Tondini
di Giacomo Rovida

Quand’ero piccolo per tanti anni sono stato uno scout.
I miei genitori hanno avuto la brillante idea di spingermi in quest’avventura che nel corso degli anni mi ha lasciato tantissime esperienze molte delle quali si sono rivelate ben più che utili col passare degli anni.
Durante le attività eravamo divisi in squadre chiamate squadriglie in cui c’erano un capo e un vice-capo.
Queste due figure avevano il compito di dare l’esempio a tutti gli altri, avevano il dovere di compiere le varie attività nel modo migliore possibile.
Il capo squadriglia doveva essere un faro, qualcosa cui il resto della ciurma poteva aggrapparsi nei momenti difficili e dal quale si poteva prendere ispirazione se si voleva puntare al meglio.
Purtroppo la mia strada si è allontanata dal gruppo scout e nel corso degli anni mi ha avvicinato al mondo della montagna e dell’alpinismo.
Mi sono accorto che nell’ambito montagna ci sono tantissimi dilemmi e tantissimi problemi da risolvere ancora aperti e “caldi”.
Parte di questi problemi sono legati, parer mio, al fatto che sempre più persone si sono avvicinate a questo mondo e tutte hanno idee e ambizioni diverse, e desideri diversi di esprimere la loro passione.

Parete nord-ovest del Civetta, Colonne d’Ercole, 28° tiro, VIII. Foto: Alessandro Beber

NW Civetta, Colonne d'ercole, 28° tiro, VIII (foto di Alessandro Baù)La cosa più importante per me è che sia sempre dato il giusto valore alle varie imprese di spicco da parte dei media per permettere a tutti questi nuovi utenti di prendere coscienza di qual è il modo con cui il TOP dell’alpinismo realizza le proprie avventure.
Le varie riviste, i siti internet e anche certi premi dovrebbero tracciare una scia luminosa dalla quale ognuno può prendere ispirazione.
Ho avuto la fortuna di intervistare Nicola e di conoscere meglio quello che ha fatto e come l’ha fatto e sono arrivato alla conclusione che lui è come un capo Squadriglia.
Nicola è un appassionato di montagna, una guida oltre che un fortissimo arrampicatore ma soprattutto è un alpinista e da tale ha sempre rispettato un certo stile anche su difficoltà tutt’altro che basse creando sulle più famose pareti dolomitiche itinerari di altissimo livello nel pieno rispetto dell’etica che contraddistingue queste montagne da sempre.
Il faro che era per me il mio capo squadriglia dovrebbe essere Nicola per le persone che iniziano, per quelle che si avvicinano al mondo dell’alpinismo; sapere quello che ha realizzato e come l’ha realizzato dovrebbe spingere ognuno di noi a porci delle domande su come affrontiamo la montagna, su quali sono i valori chiave che muovono il nostro andar per monti.
È stato bellissimo intervistare un alpinista come lui perché mi ha fatto capire quanto è importante continuare a mettersi in gioco e cercare di realizzare qualcosa che sia il più “pulito” possibile e che ti faccia sentire, una volta completato, il più leggero possibile.
Non è forse questo che cerchiamo?

Quando hai iniziato ad andare in montagna?
I miei genitori mi portavano fin da piccolo in Dolomiti a Siusi, dove i nonni materni prendevano in affitto una casa per due mesi. Lì ho iniziato ad amare quel paesaggio ed a fare le prime arrampicate su tutto quello che capitava. Poi in prima media una guida di Bolzano mi ha insegnato a metter l’imbrago ed i 4/5 nodi che servivano. Insegnamenti che non ho più dimenticato e che mi hanno permesso in 2a e 3a media di portare i miei compagni classe in falesia.

Che ricordi hai delle prime avventure?
Prima di frequentare un vero e proprio corso roccia a 16 anni, principalmente giravo per le falesie intorno a Verona che raggiungevamo con il pullman o con la bicicletta… per noi erano delle bellissime esperienze soprattutto quando in inverno capitavano quelle giornate in città nebbiose ed io e un mio compagno di classe andavamo ad arrampicare al sole in collina. Mi sembrava di andare in paradiso.

Sass dla Crusc, Nicola Tondini da capocordata sulla famosa placca Messner, VIII. Foto: Paola Finali

Sass dla Crusc, placca Messner, VIII (foto di Paola Finali)Raccontaci qualche aneddoto divertente delle prime esperienze.
La primissima volta che partii con due compagni di classe (avevamo 12-13 anni) per andare ad arrampicare, non sapevo dove fosse la falesia. Sbagliammo parete e ci trovammo a risalire esposti salti rocciosi, facendo le soste sugli alberi e utilizzando come corda un cordino per issare le vele.

Sei principalmente arrampicatore o ti muovi su ogni terreno?
Sono nato come arrampicatore, poi dai 18 anni fino ai 28 anni ho iniziato a praticare tutte le discipline. In quegli anni ero comunque concentrato sulle cascate di ghiaccio, dove mi capitava spesso di fare qualche bella nuova salita, e sulla roccia. Le prime aperture nuove le ho fatte su ghiaccio, prima che su roccia.

Sei guida alpina: cosa ti ha spinto a fare questo lavoro e lo consiglieresti a qualche giovane appassionato di alpinismo e montagna?
Quando avevo 21/22 anni alcuni amici mi hanno proposto di provare a fare le selezioni per accedere al corso per Guida Alpina. Fino a quel momento scalavo tanto, ma ero al terzo anno di ingegneria e non avevo mai preso in considerazione quell’opportunità lavorativa. Andai alle selezioni: passai a pieni voti e ho iniziato il corso. Pian piano mi si è materializzata questa possibilità lavorativa e l’ho seguita parallelamente a quella di ingegnere, che ho portato avanti per una decina d’anni come libero professionista. Il lavoro di guida alpina si può fare solo con una grande passione. E’ una strada che consiglierei sicuramente a giovani appassionati e credo che in questa professione ci sia ancora molto da inventare e costruire in Italia.

Hai ricevuto recentemente il Pelmo d’Oro. Che significato ha per te ricevere un premio del genere?
Devo dire che mi ha fatto molto piacere: per me ha voluto dire vedere riconosciuto e apprezzato il mio modo di fare alpinismo in Dolomiti. Le mie idee sulle invernali e sulle vie nuove.

Parete nord-ovest del Civetta, Colonne d’Ercole, 13° tiro, IX-. Foto: Alessandro Beber

NW Civetta, Colonne d'ercole, 13° tiro, IX- (foto di Alessandro Baù)Al grande pubblico sei conosciuto soprattutto per le tue nuove vie su roccia. Cosa spinge ad aprire una nuova via? Inoltre buona parte delle tue vie aperte sono in Dolomiti, c’è ancora spazio per la novità anche su queste famosissime montagne?
Quando guardo una parete quasi sempre mi si materializzano nella mente linee possibili di salita suggerite dall’estetica. Spesso molte di queste scopri che sono già state realizzate, ma non tutte. Quello che mi attira sono gli spazi ancora liberi, evitati dalle altre vie. Spazi spesso coincidenti alle parti più repulsive e compatte delle pareti. Mi spinge la voglia di provare a vedere se si riesce a salire proprio da lì arrampicando in libera, cercando di usare il più possibile mezzi tradizionali per proteggere la progressione. Spazio io ne vedo ancora, ma sempre più è necessario entrare in queste pareti in punta di piedi, per non rovinarne la grande storia alpinistica e rispettare quello che hanno fatto altri prima di te.

La quasi totalità delle tue nuove vie in montagna è stata aperta con un etica ferrea, spesso senza addirittura usare spit anche su difficoltà molto alte. Come mai hai scelto questo stile e non hai semplicemente aperto vie sportive di alta difficoltà?
Per due motivi:

Primo motivo: come detto sopra, le pareti delle Dolomiti hanno una storia alpinistica come poche altre montagne del mondo. Per rispettare quello che hanno fatto altri prima di noi, bisogna stare molto attenti a non usare stili di chiodatura troppo invasivi, che andrebbero a rovinare le vie già presenti;

Secondo motivo (e per me all’inizio è stato anche più determinante) è stata la voglia di mettermi in gioco, per vivere la dimensione dell’avventura fino in fondo. Nella mia testa fin da subito mi sono creato una ideale scala di perfezione, con la premessa fondamentale di non forzare la parete con passi in artificiale, ma puntare (fin dall’apertura) a superare in arrampicata libera tutti i passaggi. Premessa questa, che spesso mi ha costretto a dedicare molti giorni alla realizzazione delle vie più impegnative: alcune lunghezza di corda mi sono costate più giornate di tentativi e un allenamento programmato nei dettagli. Se non ero al top non valeva nemmeno la pena di partire da casa.

Sass dla Crusc, Quo Vadis, Nicola Tondini sul 10° tiro, X-. Foto: Paola Finali

Sass dla Crusc, Quo Vadis, 10° tiro, X- (foto di Paola Finali)Gli stili di apertura, secondo me, non si equivalgono, fra di essi c’è una classifica legata alla purezza. In testa a tale classifica c’è:

  • apertura a vista e in libera con protezioni veloci (clean climbing)
  • apertura a vista e in libera con protezioni veloci e chiodi normali
  • apertura in libera con protezioni veloci e chiodi normali (chiodi e protezioni posizionate con resting su cliff ad esempio).

Ora ci sono pareti e linee che si riescono ancora ad aprire in uno di questi stili. I primi due necessitano di strutture rocciose particolari e se ne trovano sempre meno in Dolomiti. L’apertura in libera con protezioni veloci e chiodi normali facendo uso di cliff per il posizionamento delle protezioni, trova invece per me ancora molto campo d’azione.

Dove, però, la conformazione della roccia non permette di proseguire in tale stile (placche compatte di calcare ad esempio) si aprono a mio avviso due strade, e ritengo che siano le uniche due possibilità ammissibili, oltre all’opzione di tornare indietro:

  • utilizzare spit-tasselli come protezione per esaltare l’arrampicata libera: quindi utilizzare una protezione sicura per spingere l’arrampicata libera al limite;
  • salire in artificiale, ma senza bucare la roccia: quindi facendo dell’artificiale ricercato su cliff, chiodini, rurp, piombi, ecc.

Entrambi questi due stili non “uccidono” l’alpinismo e l’avventura: esiste sempre la possibilità di dover rinunciare: non riesco a passare in libera; non riesco a passare in artificiale “puro”.

Quando mi accingo ad aprire una nuova via, tengo in considerazione questa classifica di purezza.

Sass dla Crusc, Quo Vadis, Nicola Tondini sul 13° tiro, IX. Foto: Paola Finali
Sass dla Crusc, Quo Vadis, 13° tiro, IX (foto di Paola Finali)Una delle pareti simbolo delle tue aperture è il Monte Cimo, com’è nata questa storia d’amore che ti ha portato ad’aprire ben 10 nuove vie?
Per me il Monte Cimo è stato ed è tutt’ora un magnifico laboratorio delle alte difficoltà. La storia è nata ripetendo le vie aperte da Sergio Coltri negli anni ’80. Erano vie bellissime aperte in uno stile severo, utilizzando gli spit con parsimonia. La qualità incredibile della roccia ha poi fatto il resto. Qui, pur scegliendo uno stile di chiodatura sportivo (utilizzo di spit sistematico) ci siamo messi in gioco al massimo sul concetto di apertura in libera: vietato qualsiasi passo in artificiale e vietato qualsiasi resting su cliff che non corrispondesse al posizionamento di una protezione. Anche qui questo stile ci ha costretti a giornate di tentativi anche solo per superare una manciata di metri di parete. Quanto qui sperimentato, l’ho poi trasferito sulle grandi pareti delle Dolomiti con l’uso di protezioni tradizionali.

Monte Cimo, Via di Testa, 4° tiro, 7c+. Foto: Andrea Gennari Daneri
Monte Cimo, Via di Testa, 4° tiro, 7c+ (foto di Andrea Gennari Daneri)Sei stato uno dei pochi ripetitori della placca Messner sul Sass dla Crusc. Da dove è nata l’idea di provare quella famosa placca? Cos’hai provato dopo aver rinviato la catena e superato quei 5 metri sprotetti? Pensi che Messner sia davvero passato di lì?
Sì, penso che Messner sia passato di lì. L’idea mi è nata proprio dal fatto che nei forum su internet giravano discussioni sulla reale salita di Messner. Ho pensato: andiamo a metterci il naso e documentiamo quel passaggio. Il passaggio l’ho trovato più difficile da impostare che duro e questo è secondo me il motivo per cui in tanti preferiscano fare la variante Mariacher. Tutte le estati ripeto varie vie di Messner con i clienti e sempre ne comprendo la grande capacità e voglia di mettersi in gioco… e lì ha superato se stesso.

In Civetta oltre ad aver aperto una nuova via (Colonne d’Ercole) hai anche effettuato due prime invernali di altissimo impegno: Capitan Sky Hook e Kein Rest von Vensucht. Pensi che le invernali abbiano ancora un senso? Che cosa ti ha spinto a queste avventure?
Non so se per il pubblico abbiamo un senso. Per me personalmente ce l’hanno. Per me è sempre stato un mettersi alla prova nelle condizioni meno favorevoli: partire da casa senza avere la sicurezza che ce l’avrei fatta a finire la via. Questa incognita (ce la farò?) è quello che ha suscitato la mia curiosità e la voglia di mettermi in gioco. Alla fine sono state delle avventura soprattutto mentali… anche perché non si parlava di vie con tante ripetizioni (da 2 a 3). L’invernale su Loss Lei heb Shun al Sass dla Crusc ha coinciso anche con la prima ripetizione della via. Insomma, è la solita voglia di avventura che ti spinge… e le avventure non si vivono solo se si va dall’altra parte del mondo. Lo se può vivere anche vicino a casa, se ci si danno delle precise regole del gioco.

Sass dla Crusc, Menhir, 2° tiro (IX-): Nicola Tondini attrezza una sosta. Foto: Paola Finali
Sass dla Crusc, Menhir, 2° tiro (IX-) attrezzatura sosta (foto di Paola Finali)Consiglia 3 tue vie a futuri ripetitori, magari per ognuna raccontandoci un avvenimento particolare durante la fase di apertura.
Per chi ha un alto livello e voglia di avventura consiglio sicuramente:

Colonne d’Ercole in Civetta: roccia magnifica per oltre 1000 m. Una pietra miliare in Dolomiti. Indimenticabili sono stati i colori del tramonto che ci hanno sempre raggiunto verso sera. Sembrava di essere dentro una foto! Un avvenimento particolare? A metà luglio 2011: volevamo andare avanti a tutti i costi con la via, anche se il tempo non era dei migliori e faceva freddo. Quando raggiungemmo la sosta dove eravamo arrivati la volta precedente, mi misi dentro il sacco a pelo ad aspettare il mio turno… tanto per avere un’idea delle temperature “invernali” di quel luglio.

Quo Vadis al Sass dla Crusc, forse la via che mi ha impegnato di più fisicamente e mentalmente. Il penultimo giorno di apertura su uno dei tiri chiave, finché mi preparavo a partire dalla sosta mi volò giù una scarpetta. Fui costretto ad arrampicare con le scarpette spaiate, rubandone una a Ingo.

Testa o Croce al Monte Cimo: il 4° tiro è qualcosa di incredibile per la sua bellezza. Imperdibile. Con un “testa o croce” ci giocammo il turno di apertura sul tiro chiave. Un giorno mi volò giù da 150 m di altezza il cellulare… lo ritrovai (facendolo squillare) in perfetto stato appoggiato su un alto strato di foglie! Da non riprovare.

Nicola Tondini a Monte Cimo, Testa o Croce, 4° tiro, 8a+. Foto: Paola Finali

Monte Cimo, Testa o Croce, 4° tiro, 8a+ (foto di Paola Finali)Qual è per te lo stile migliore per aprire una via di roccia?
Lo stile migliore è quello che ti fa fruttare al massimo le possibilità di protezione della parete. Su Menhir al Sass dla Crusc ci sono due soste a spit, ma ce n’è una da attrezzare completamente con i friend… sapere leggere le pieghe della roccia. Sulla progressione in apertura, a me piace e stimola al massimo il risolvere in arrampicata libera le sezioni tra una protezione e l’altra.

Quale pensi sia il futuro dell’arrampicata? E sulle grandi pareti?
Vedendo i gradi che si stanno realizzando in falesia, secondo me sarà il trasportare sulle grandi pareti le altissime difficoltà, utilizzando le protezioni che di volta in volta la roccia offrirà. E su questa strada si vedono sempre più segnali.

Nicola Tondini nato a Verona il 22 febbraio 1973 http://www.xmountain.it/nicola_tondini.html
Tondini-Nicola-Tondini