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Le “Antiche Sere” in pericolo

Le “Antiche Sere” in pericolo
di Marco Blatto

Non ricordo esattamente quando fu la prima volta che misi piede nel vallone di Sea. Dovevo avere circa dieci anni ed ero con mio nonno. Ricordo però molto bene la sensazione che provai a transitare tra quel caos di blocchi rocciosi, rinserrato tra pareti che mi parevano altissime. Profondamente colpito, una volta giunto a casa disegnai sul mio quaderno-diario un curioso bozzetto dettato dalla memoria, forse un po’ amplificata, di quell’incredibile giornata. Ecco che lo spirito evocativo delle forme e della pietra aveva fatto breccia nel mio senso estetico e nella mia percezione del paesaggio. Era il 1975 e l’esplorazione di quelle rocce doveva ancora attendere qualche anno.

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Ma in realtà non è proprio così: in quei giorni, lo sconosciuto Olivero Toso con due amici attaccava la bella Guglia Verde che sovrasta l’inizio del pianoro del Massiet, risolvendo le maggiori difficoltà della parete ma fermandosi dopo tre tiri. Oliviero sulla guglia non tornerà più a terminare la salita, e nemmeno immaginava che pochi anni dopo Isidoro Meneghin avrebbe ripreso quella linea battezzandola Sorgente primaverile. E nemmeno che Gian Piero Motti avrebbe visto nelle forme di quella guglia le fattezze di Gandalf, il buon “mago della sera” della saga di John Ronald Reuel Tolkien. Era il 1975 e Gian Piero Motti viveva un momento di profonda riflessione, forse di crisi. Nel giugno di quell’anno scomparve per alcuni giorni sulle montagne a cavallo tra la Valle Orco e la Val Grande, destando la preoccupazione non solo degli amici, ma l’apprensione di tutti i valligiani. Quando ritornò, quasi come in una favola un po’ visionaria, era profondamente cambiato. Nel vallone di Sea trovava il suo “luogo dell’anima”, quello di cui, fin da ragazzo, anch’egli aveva subito il forte spirito evocativo. Nulla di che stupirsi però: l’anima di Sea aveva rapito per sempre l’immaginario di viaggiatori e scrittori già nel XVIII secolo: dal conte Luigi Francesetti a Clemente Rovere e a Maria Savi-Lopez.

In un altro contesto geografico, lungo le rotte dei viaggiatori nord-europei, il vallone di Sea avrebbe di certo suscitato l’ispirazione di poeti e pittori di rango. Il piano del Massiet è stupendo. Qui la fioritura di rododendri nella stagione “buona” è un incanto della natura, posta com’è fra i blocchi di roccia e i margini delle pietraie. Sembra quasi che la mano sapiente di un arredatore botanico ne abbia decisa la sistemazione. Sedendosi su uno dei tanti massi disseminati nel pianoro si ode il richiamo d’allarme delle marmotte, mentre sulle rupi gli stambecchi danno prova di abilità “arrampicatorie”. Intorno a questo sacrale silenzio, risparmiato per ora dall’incauta azione dell’uomo moderno, si assiste a una messe di forme rocciose disordinate e caotiche, rigate da occasionali cascate d’acqua di fusione e piovana, dove antiche paleofrane ricordano titanici sconvolgimenti. Come non comprendere, allora, quelle giornate solitarie che Gian Piero Motti passerà sdraiato al Massiet a penetrare con lo sguardo ogni più piccola piega dei versanti! La fantasia corre lontano e il gioco è fatto. La fantasia visionaria e romantica dell’ideologo del “Nuovo Mattino” corre lontano per rimbalzare di parete in parete, ed ecco che, poco più in là, inventa la “Reggia dei Lapiti” e il “Droide”. Ecco che le pareti del Massiet diventano rispettivamente lo “Specchio di Iside”, la “Parete dei Titani” e il “Trono di Osiride”…

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Mitologia nordica, classica ed egizia determinano un’anima e una vitalità improvvisa alle grigie e repulsive pareti del vallone. Sarebbe però riduttivo pensare che la fantasia di Gian Piero fosse riferibile soltanto a visionarie letture giovanili: egli di certo aveva letto i Discepoli di Sais di Novalis (al secolo Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg) e la Filosofia delle forme simboliche di Ernst Cassirer.

Il crepuscolo di quelle giornate autunnali parve riportare un po’ di pace e serenità in Gian Piero, mitigando quella crisi esistenziale che verso la fine degli anni ’70 l’aveva colto in modo rilevante, allontanandolo dal grande alpinismo e dall’arrampicata.

Il periodo del “Nuovo Mattino” è lontano e con esso le sue contraddizioni, così come le critiche spesso a buon mercato e gratuite di chi non ha capito o ha frainteso. E’ giunta l’ora delle “Antiche Sere”. Queste sere solitarie di Sea hanno sapore d’antico e lo riportano agli anni più genuini della sua passione giovanile. Le “Antiche Sere”…

Non si tratta ancora una volta del geniale riferimento al romanzo di Norman Kingsley Mailer, quanto di un personale e intenso momento di maturità, di lucidità e di riflessione. “Nuovo Mattino” e “Antiche Sere”.

E’ al “mattino” che un individuo si sveglia avendo di fronte a sé un intero giorno ricco di aspettative e speranze, durante il quale potrà costruire un “nuovo” piccolo tassello della propria esistenza. E’ però la “sera”, alla fine del giorno, che ciascuno potrà riflettere sull’“antico”, su ciò che è stato fatto e ciò che è stato detto.

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Quell’universo di roccia contorta dal forte spirito evocativo, che prende forma, non è solare come lo sono le rocce della Valle dell’Orco, al contrario, l’atmosfera è qui più intima e cupa senza però indurre alla tristezza d’animo.

Il periodo delle “Antiche Sere” è forse l’ultimo nella storia dell’alpinismo italiano in cui si possano individuare tutti gli elementi di un movimento di pensiero romantico: riviviscenza, fantasia, sentimento, visione. Ecco la particolarità di Sea, un’anima, un carattere che va oltre il gesto “sportivo” della scalata. Ne influenza il carattere, certo, ma diviene parte importante del milieu di questo luogo.

La storia alpinistica di questo meraviglioso vallone delle Alpi è ben nota. Dopo le “Antiche Sere” ci sarà l’indimenticabile parentesi del Sogno di Sea. Un decennio negli anni ’80 dove sarà un sensibile Gian Carlo Grassi a trovare tra queste rocce il genius loci. Le vie di arrampicata si moltiplicano a decine e l’amore del fuoriclasse condovese è forgiato nei chiodi di ferro ritorto ancor oggi presenti nelle fessure del vallone. Sea è “strega” e non risparmia coloro che vi si avvicinano con empatia. Dopo la morte del “Re di Sea” toccherà ai suoi amici e ai suoi estimatori tentare di divenire i custodi di questo piccolo mondo, come Elio Bonfanti e il sottoscritto, negli anni ’90. In questi venticinque anni ho vagato spesso sopra le pareti del Massiet o sulle alte vette che le sovrastano. Non ho cercato solo vie nuove che forse, considerando la non facile accessibilità, nessuno ripeterà mai. Ho tentato di fare mia, sempre di più, quella meravigliosa e misteriosa forza che regola il rapporto dell’uomo con l’essenza del paesaggio naturale che, nel caso di Sea, ha fatto sì che un pugno “d’irriducibili” frequentatori lo eleggesse quale “luogo dell’anima”.

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E’ difficile spiegare che il carattere di un luogo è strettamente legato alla percezione del suo senso estetico e che questo è un valore davvero grande, ed è di tutti. E’ scritto: “Il paesaggio è una tela senza cucitura (Yan Mc Harg, 1969)” per cui “ogni nostra azione è destinata a ripercuotersi nel tempo (Boca e Oneto, 1986)”, con conseguenze negative che non sono subito manifeste. E’ quindi necessario tutelare il paesaggio per il valore senso-percettivo e storico- culturale, dopo averne colta davvero l’essenza in profondità.

Oggi, il progetto della costruzione di una strada a uso pastorale che dovrebbe risalire il vallone fino agli alti piani di Sea, a 1800 metri, mette in serio pericolo l’integrità del vallone. Una strada dai dubbi benefici economici (voluta dal Comune di Groscavallo con i finanziamenti previsti dal PSR 2014 -2020) ma dal certo effetto devastante sul carattere e sull’anima del luogo. Uno dei più incredibili valloni delle Alpi, il cui rilancio concepito in altro modo troverebbe senz’altro riscontri maggiori. E’ difficile spiegare il valore del “bello” e del “sentimento” quando vi sono interessi economici. Sedetevi allora al Massiet, quando il sole inizia e calare dietro i contrafforti di Mombran, osservate le pieghe delle rocce e ascoltate il silenzio irreale rotto soltanto dal vociare delle acque. Capirete, allora, perché è importante che le “antiche sere” sopravvivano.

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Niente più coccole per Bonellino

Niente più coccole per Bonellino. E’ il nome di una via da lui aperta tanti anni fa in Valle dell’Orco. Sabato 10 settembre 2016 ci ha lasciati un uomo tormentato che però non chiedeva aiuto e difficilmente ti faceva sentire a disagio anche quando lasciava trapelare la sua umanità dannata.

Ti salutava con voce atona, monocorde: sfidava ogni momento della sua vita la fuoriuscita di sentimenti forse troppo grandi per lui. Ma, essendo di un’intelligenza ben superiore alla media, quando si accorgeva che il gioco andava oltre, ecco che improvvisamente la sua voce cambiava di tono e, sottolineata da un immancabile “dio fa”, emergeva la battuta che riportava il dialogo, o meglio lo scambio di emozioni, a livelli normali e godibili.

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Un amico che mi sta mancando con la stessa forza di un macigno nell’anima. Un pessimista scherzoso, un attore della recita negativa a tutti i costi, di una sensibilità però assai rara. Come dice il comune amico Luca Mozzati, “Il vuoto che ci lascia un personaggio così “negativo” è indice di quanto i “giudizi” che si esprimono sulle persone siano assolutamente inadeguati a restituire la ricchezza e la complessità dei rapporti umani”.

Roberto Bonelli, nato a Cuneo il 17 aprile 1954, è caduto a 62 anni dalle placche della Draye, una parete d’arrampicata nella valle d’Ailefroide, nel gruppo francese degli Écrins, Alpi del Delfinato. Con i due compagni Paolo Astengo e Giorgio Franza, aveva appena salito senza problemi la via Spit on cup, un itinerario ben al di sotto delle sue possibilità. Nella discesa, al momento di attrezzare l’ultima calata in doppia, Bonelli è scivolato da una facile cengia ed è caduto per una trentina di metri. Per lui non c’è stato nulla da fare.
Bonelli aveva cominciato ad arrampicare nei primi anni ’70, legandosi fin da subito con i giovani elementi che stavano rompendo la tradizione dell’alpinismo classico, in coincidenza con le premature ceneri del Sessantotto e le emergenti idee del Nuovo Mattino. Il livello è stato alto fin da subito, portandolo a essere considerato uno dei più rappresentativi arrampicatori italiani degli anni Settanta. Come tutti gli appartenenti a quel gruppo, in seguito schedati come i massimi esponenti del Nuovo Mattino stesso, aveva le sue idee personali, per nulla accostabili a quelle dei suoi compagni. Stiamo parlando di personaggi del calibro di Andrea Gobetti, Massimo Demichela, Danilo Galante, Gabriele Beuchod. Non gli andava neppure di essere “protagonista” dell’epopea del Mucchio selvaggio e considerava con molta distanza le idee di Gian Piero Motti. Di certo gli piaceva, come a tutti loro, sovvertire le regole dell’arrampicata e alzare l’asticella delle difficoltà.

Fessura della Disperazione (Sergent), 1a ascensione. In testa Danilo Galante, assicurato da Roberto Bonelli e Piero Lenzi. Sulla sin, Gian Piero Motti e Piero Pessa sulla Cannabis (2a asc.). Foto: Giuse Locana
Fessura della Disperazione (Sergent), 1a ascensione. In testa danilo Galante, assicurato da Roberto Bonelli. Sulla sin, Gian Piero Motti e Piero Pessa sulla Cannabis (2a asc.). Foto: Giuse Locana

E’ tra i primi in Italia a calzare le prime scarpette con la suola di gomma flessibile e liscia, cosa che lo favorisce nell’apprendere le tecniche di progressione su placca in aderenza e in fessura a incastro. Nel 1974, assieme a Danilo Galante e Piero Lenzi, sale la Fessura della Disperazione sul Sergent, nella valle dell’Orco. E poco distante nel 1978 riesce a ripetere l’impossibile fessura già salita dallo scozzese Mike Kosterlitz sull’omonimo masso, una spaccatura verticale di nemmeno dieci metri che taglia in due un sasso cubico sul bordo della strada e che aveva messo alla prova i migliori arrampicatori dell’epoca. Appassionato di speleologia, si distingue nell’esplorazione di molte importanti grotte, ma è anche in prima fila in alcune operazioni di soccorso. Tanto che nel 1984 firma con Giovanni Badino la guida Gli abissi italiani (Zanichelli).
E’ stato poi mio compagno in moltissime scalate, da Finale Ligure alla Provenza, dalla Valle di Susa alla Valle dell’Orco. Mi ha seguito nelle estenuanti peregrinazioni per compilare i miei Cento nuovi mattini, Rock Story e, soprattutto, Mezzogiorno di Pietra.

Dal mio libro La Pietra dei Sogni: “Era già un’impresa arrivare alla piana del Golgo, aveva momentaneamente smesso di piovere ma le sterrate erano in condizioni penose. Grazie alle cartine militari riuscii a stabilire, senza chiedere a nessuno, da che parte era la Cala Goloritzé. Ero però anche interessato a capire fino a che punto si poteva arrivare con i mezzi lungo la Còdula Sisine. Scendemmo a Ololbizzi, poi ci avventurammo ancora più a nord verso il mare invisibile. Sembrava che il Supramonte ci volesse respingere, presto ci trovammo in un guado e stupidamente proseguimmo. Eravamo in cinque sul furgone di Bonelli, che purtroppo si stava eccitando all’odore della battaglia. Dopo qualche centinaio di metri ci arrendemmo, inoltre stava ricominciando a piovere. Il tempo di fare dietro-front e tornare al guado… e scoprimmo che con molta probabilità ci eravamo fregati da soli. L’acqua scendeva rovinosamente, non si capiva neppure in quale punto eravamo passati prima. Roberto diede due sgasate all’acceleratore e poi, con uno sguardo di pura follia, si lanciò come un pazzo nel guado. Tutti noi urlavamo di terrore all’idea di ribaltarci.
Beh, era bravo a guidare, d’accordo. Però per me ha avuto anche fortuna. Ci ritrovammo dall’altra parte, decisi a rimontare al più presto il rimanente percorso pericoloso. La sera Roberto e Manolo discussero animatamente, l’uno rinfacciava assenza di soste e protezioni in arrampicata, l’altro giudicava follia pura quel modo di guidare”.

Roberto Bonelli sulla fessura superficiale della Piastra al Sole, Rocca dell’Aia, Loano
Roberto Bonelli sulla fessura superficiale della Piastra al Sole, Rocca dell'Aia, Loano

In quegli anni Bonelli viveva di espedienti, in bilico tra la soglia di povertà e momenti di opulenza. Lui, nobile d’animo e snob di natura, era “prigioniero” di una casa popolare a Torino, in via Airasca 4, con il cesso in comune con altre famiglie. Parecchie volte mi ha ospitato. Affetto, come diceva lui, da sindrome della sincerità, ultimamente mi ricordava come quasi da tutti io fossi visto come una persona antipatica. Invece lui trovava che la mia quasi perenne incazzatura fosse in realtà il mio valore aggiunto, perché capiva che io quando ero con loro avevo a che fare “con una banda di giovani stolti, illetterati e semianalfabeti”. Il suo snobismo raggiungeva vette inaudite quando si trattava di sardi. “Hai notato il grande spazio tra il naso e il labbro superiore? Lì una volta c’erano le zanne…”, diceva.

Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio, 19 luglio 1980, Roberto Bonelli sulla 3a L
Valle di Susa, Parete di Catteissard, via del Risveglio, 19.7.1980, Roberto Bonelli sulla 3a L

A questa carriera velocissima e adrenalinica segue un lungo periodo in cui abbandona la montagna, come ricorda un altro suo compagno di cordata, Piero Pessa: “Abbiamo cominciato assieme e assieme abbiamo smesso di arrampicare. Poi si è ricominciato e di nuovo abbiamo fatto tante vie. Conosco il luogo dove mi hanno detto che è caduto, anch’io ho fatto quella via e in effetti la discesa è complessa. Ma che Roberto sia caduto mi sembra incredibile“. E Giulio Beuchod, anche lui compagno di quel periodo ormai lontano e un po’ folle, oggi guida alpina, si meraviglia che Bonelli possa aver sbagliato qualcosa: “Era prudentissimo, quasi maniacale nel piazzare rinvii e sicure. Come invece quarant’anni fa rischiava sempre e comunque. E’ stato un grande arrampicatore, uno che ha lasciato il segno“.
In quel periodo di non-arrampicata si dedica parecchio alla canoa, diventandone anche apprezzato istruttore. E’ stato tra i primi a “inventare” il torrentismo, la discesa di ripidi corsi d’acqua oggi più conosciuta con il nome di canyoning. Con Paolo Oliaro si appassiona alle discipline d’acqua selvaggia, assieme scendono per la prima volta l’orrido di Foresto, quello di Oulx, e si lanciano in torrenti impetuosi con l’hydrospeed e il kayak.

Era poliedrico – ricorda Oliaro – e curioso. Gli era piaciuto moltissimo scoprire l’arrampicata in Africa, siamo scesi assieme nell’Hoggar e in Camerun. Ma non posso credere che sia morto per un’imprudenza. Era l’uomo più attento che io abbia mai conosciuto. Mi buttava via le corde quando gli sembrava che fossero vecchie“.

Roberto Bonelli nella 2a salita della Fessura Kosterlitz, valle dell’Orco (1978)
Roberto Bonelli fa la 2a salita della Fessura Kosterlitz, valle dell'Orco,

Così Andrea Giorda lo ricorda su Planetmountain.com:
Roberto Bonelli era una persona colta a suo modo, intelligente antidivo per eccellenza. Insieme a Danilo Galante ha composto nei primi anni ’70 una cordata dirompente, innovativa nel modo di arrampicare, che prevedeva la libera al limite anche dove non si poteva chiodare.
La Fessura della Disperazione al Sergent è il loro capolavoro. Una fessura off width, protetta malamente con dei cunei di legno artigianali. Danilo Galante l’aveva adocchiata seguendo Gian Carlo Grassi che apriva la Cannabis in artificiale, in modo tradizionale, due visioni a confronto.
Roberto e Danilo sono stati sovversivi per il loro modo di porsi anche verso i senatori del Nuovo Mattino, Ugo Manera e Gian Piero Motti che già avevano tanti meriti per aver scoperto il meraviglioso terreno della Valle dell’Orco. Erano amati odiati per il loro modo di porsi dissacrante, Manera racconta di palle colossali su scalate dichiarate dai due per il puro gusto di scompigliare le carte di un mondo, quello dell’alpinismo, ossequioso, riverente e omertoso come una chiesa.

Roberto Bonelli sulla 1a L della via Piccioni alla Placca del Frate (Sa Tellaia de su Para), Garibaldi, maggio 1981
R. Bonelli su1a L via Piccioni alla Placca del Frate (Sa Tellaia de su Para), Garibaldi, 05.1981

Quando nel 1975 Danilo Galante morì sul Gran Mantì, Bonelli ricompose la cordata con un giovanissimo Gabriele Beuchod. Io li conobbi in quegli anni e ricordo l’inconfondibile look di Bonelli con zazzera e basettoni, la copia del cantante dei Mungo Jerry, quelli che cantavano il tormentone ” In the summertime when the weather is hot”.
La scalata di Bonelli era quasi casuale, non certo frutto di allenamenti, impensabile per gli amanti del pannello di oggi. Sulla guida della Valle di Susa di Gian Carlo Grassi sono elencate varie vie nell’orrido di Foresto scalate in solitaria! La libera spesso si concepiva con la solitaria.
A vent’anni gli incidenti in montagna delle persone che conosci ti scivolano addosso, ti senti invincibile, a quasi sessanta, l’età di Bonelli, sento il peso di una disgrazia e la responsabilità di ricordare un personaggio schivo, che è stato fondamentale non solo nella mia formazione, ma per tutti i giovani di allora e la sua eredità la viviamo ancora oggi.

Roberto Bonelli sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 1a ripetizione alla Parete di Luna (Capo Testa), 25 maggio 1981
R. Bonelli sulla 2a L del Collo dell'Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981

Bonelli era l’antitesi dell’arrampicata sportiva e il suo periodo d’oro finì con l’imporsi dello spit negli anni ’80. Ci siamo rivisti dopo tantissimi anni nel 2012, perché non parlava con nessuno volentieri del passato, diceva che spesso veniva travisato come nel film Cannabis Rock, e con me, vecchio commilitone, fece una eccezione. Lo incontrai nel suo negozio a Torino di robe usate in Corso Francia, girava tra cianfrusaglie, aveva un cappellino di lana alla Lucio Dalla in testa, si schernì e capì il mio stupore nel vederlo pelato come una boccia, ridemmo dei suoi antichi famosi capelli, ma non mi lasciò nemmeno fare una foto, non lo forzai, capii che l’immagine che ci voleva lasciare era quella in zazzera e basettoni“.

Scogliera Cala Fuili-Grotta del Bue Marino, Roberto Bonelli sulla traversatina a corda della via Dalla Luce alle Tenebre, 14 gennaio 1981
Scogliera Cala Fuili-Grotta del Bue Marino, R. Bonelli sulla traversatina a corda della via Dalla Luce alle Tenebre. 14.01.1981

Qui di seguito l’unica intervista rilasciata da Bonelli, quella ad Andrea Giorda, per la rivista UP di Versantesud (2012).

Animali di roccia: due chiacchiere con Roberto Bonelli
Torino – 21 novembre 2012
di Andrea Giorda (accademico del CAI)
Lotto per tenere la parola, ma una simpatica vecchietta dal fare puntuto mi ruba l’attenzione di Roberto Bonelli, per tirare sul prezzo di un forno a micro onde usato che troneggia nello scaffale.
Così, simpaticamente in piedi appoggiato al bancone incontro Roberto Bonelli nel suo negozio di roba usata. Il suo rapporto con i clienti è schietto, non indora la pillola, direi che questo è il suo stile anche quando parla di sé e delle sue antiche imprese, non indulge in sentimentalismi.
Meglio così, siamo subito d’accordo, quando si tocca il tasto del Nuovo Mattino spesso si sfora nella retorica e in voli pindarici che nulla hanno a che vedere con la realtà dell’accaduto.
Quale migliore occasione dunque per andare subito sui fatti.
Una domanda d’obbligo per iniziare, nel 1978 sei passato alla storia per essere il primo ripetitore della fessura Kosterlitz sul masso di Ceresole, come è andata?
In realtà, a differenza di quello che si crede, ho risolto il passaggio la prima volta che mi hanno portato, al primo tentativo.
Nel 1974, da maggio ad ottobre hai contribuito ad aprire due capolavori in valle dell’Orco : la Fessura della Disperazione e il Diedro Nanchez, quale ti ha impegnato di più?
Senza dubbio il Diedro Nanchez, lungo, continuo e difficile fino in cima. La Fessura invece ha difficoltà brevi e concentrate, anche se molto psicologiche.
Il Nanchez lo ricordo anche perché avevo imprestato l’imbragatura, scalavo senza e Motti me ne diceva di tutti i colori. Siamo usciti che nevicava e io avevo un abbigliamento ridicolo
.

Roberto Bonelli sulla via dell’Unicorno alla parete di Donneneittu, 27 aprile 1981
R. Bonelli sulla via dell'Unicorno alla parete di Donneneittu, 27.04.1981
Come hai iniziato a scalare?
Nel 1973 andavo in grotta con il GSP (Gruppo speleologico Piemontese). Ero fisicamente molto forte e allenato e avevo chiesto ad Angelo Piana, uno scalatore in vista, di portarmi con lui. Non mi considerò e per caso conobbi Gian Carlo Grassi in una grotta in Toscana, forse l’unica che fece per seguire una ragazza. Dopo una settimana, in autunno ero già a scalare con lui. Andammo alle Paretine di Marmo di Foresto, in breve divenni bravo e scalavo slegato molte delle vie di allora. Salire slegato mi piaceva, negli anni successivi andai poi anche sulla Parete dei Militi a Bardonecchia.
Come hai conosciuto Danilo Galante?
Tramite Grassi. Danilo era di Bussoleno in Val di Susa dove aveva anche i nonni.
Che tipo era? Che rapporto avevate?
Eravamo due “animali da roccia” e supplivamo alla tecnica con la forza fisica. Lui era più bravo, io più audace, spericolato. Avevamo un “rapporto di corda”, non di stretta amicizia, molto operativo e determinato, nessuno dei due comandava.
Danilo era un tipo semplice, leggeva Tex Willer, io più impegnato, ho sempre avuto una passione per i libri, come quelli di fantascienza di Philip José Farmer.
Io sono per il catastrofico, rifuggo i sentimentalismi, anche qualche anno dopo quando scalavo con Gabriele Beuchod, lui era romantico e alle vie dava nomi come
Nocciolina Prigioniera io preferivo Il Crollo dell’impero nero.
In che rapporti eravate con Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi?
Erano i fratelli maggiori, più esperti, sempre pronti a dirti di mettere un chiodo in più quando non ci curavamo del pericolo. Motti era quello che scopriva i posti nuovi e ci portava a scalare in Verdon o nelle Calanques, noi eravamo bestie e avevamo una sudditanza verso Gian Piero.
Come è nata l’idea di scalare la Fessura della Disperazione?
Fu una idea di Danilo che aveva aperto la Cannabis al Sergent con Grassi e aveva notato questa enorme spaccatura. Io non ero mai stato prima in Valle dell’Orco e la Fessura della Disperazione fu la mia prima scalata su granito.

Roberto Bonelli sulla Fessura di Odisseo, Massi del Caporal, valle dell’Orco
Roberto Bonelli sulla Fessura di Odisseo, Massi del Caporal, valle dell'Orco,
Certo un bell’inizio! E tra l’altro non era neanche un anno che scalavi.
Sì, ma ero forte fisicamente, la grotta ti tempra.
Raccontami la scalata, come si è svolta?
Una settimana prima Danilo era andato al Sergent, non so con chi, e aveva salito il primo tiro della Fessura, mettendo alcuni chiodi in artificiale per raggiungere la prima sosta e si era calato lasciando una corda fissa.
La settimana successiva siamo tornati in due cordate, lui con Paolo Lenzi, un suo amico di Bussoleno, io con Antonio Sacco.
Galante ha risalito la corda e ha raggiunto la prima sosta schiodando il tiro. Io alla mia maniera temeraria ho fatto tutto il primo tiro senza nulla e sono arrivato in sosta. A quel punto Antonio Sacco, da secondo, avrebbe dovuto scalare per trenta metri in traverso con la certezza, se cascava, di arrivare a terra e non se l’è sentita. Giocoforza mi sono unito a Galante e Lenzi e abbiamo proseguito la scalata insieme.

Che materiali avete utilizzato?
Danilo si era fatto fare da un falegname di Bussoleno degli enormi cunei di legno. Hanno resistito, nell’estate del ’79 l’ho ripetuta e un grande cuneo era ancora perfettamente incastrato, era un po’ marcio con un chiodo messo tra la roccia e il legno e collegato con un cordino. Sì, era un nostro metodo, l’avevamo lasciato noi.
Ricordi se furono messi chiodi a pressione?
Mettere i chiodi a pressione era faticosissimo, bisognava fare per mezz’ora il buco a mano e poi tenevano pochissimo. Cercavamo quindi di evitarlo, ma uno probabilmente Danilo l’ha messo, mi sembra per far sosta, il punto esatto non lo ricordo. I nut e gli hexentric non li avevamo, erano ancora da venire, c’erano già però i bong.
Come scarpette usavamo le P.A. (Pierre Allain) rosse e nere, le compravamo in Francia perché in Italia nessuno le vendeva. Le tenevamo sempre nei piedi anche per andare all’attacco, erano comode!
Qual era la vostra etica di scalata?
Non facevamo grandi ragionamenti, l’artificiale era per noi noioso e faticoso e per questo cercavamo di evitarlo. Per l’artificiale c’era Motti, era un maestro a mettere i chiodi.

Rocca Parey (TO), 13 dicembre 1982, Roberto Bonelli sullo Spigolo Centrale
Rocca Parey (TO), 13.12.1982, R. Bonelli sullo Spigolo Centrale

Chi c’era alla base mentre scalavate a farvi le foto?
Ricordo Motti con una comitiva di escursionisti e mi sembra Alberto Rosso della Rivista della Montagna.
Senti, due parole sul vostro look me le devi dire, sui tuoi capelli ricci con basettoni e sui Ray Ban scuri sempre incollati sul naso di Danilo.
Scalavamo con il peggio che si aveva in casa, roba frusta, anche un po’ in contrapposizione con gli alpinisti classici, impeccabili nei loro pantaloni alla zuava. Quanto ai miei ricci e ai basettoni non ci sono più, come vedi, e Danilo non poteva fare a meno degli occhiali perché erano da vista. Ecco svelato il mistero.
Eravamo forti, lo sapevamo ed eravamo volutamente anche un po’ anarchici e antipatici per rimarcarlo, per farlo pesare.

Nel mito del Nuovo Mattino si vocifera di vino, cannabis e discussioni politiche.
Niente di tutto questo, Danilo era astemio, io non fumavo. Danilo giocava a fare il fascistello più per posa che per convinzione, aveva vent’anni. Ma la politica vera non è mai entrata.
Sei mai tornato a rifare la fessura?
Sì, in occasione del film Cannabis Rock. Ma mi sono incupito, c’era un sacco di gente che voleva essere protagonista e al tempo non si era mai vista. Degli usurpatori.
Visto che sei un grande e colto lettore, definiscimi con un solo aggettivo la tua scalata, il tuo sentire ai tempi della Fessura della Disperazione.
Eravamo inconsapevoli. Sì, inconsapevole è l’aggettivo giusto.
Mi arrendo alle insistenze della vecchietta del micro onde e ci lasciamo con una mezza promessa di scalare un giorno insieme.

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Lo scalatore come visionario

Lo scalatore come visionario
di Doug Robinson

Nel 1969 esce, sul numero 3 della prestigiosa rivista americana Ascent, un articolo che costituisce una pietra miliare della letteratura alpinistica, fonte di ispirazione per una generazione (e non solo) di scalatori: The climber as visionary, di Doug Robinson.
L’articolo venne tradotto in italiano da Luciano Serra e pubblicato sulla Rivista Mensile del CAI, n. 7 del 1973. In seguito fu anche ripreso il 6 settembre 2011 da http://unfinishade.typepad.com/climbing/2011/06/the-climber-as-visionary-1.html
Qui per l’occasione fu stilata una seconda traduzione, a cura di Marco Lanzavecchia
Giudirel con il contributo di Davide Psycho e il cesello di Marina Ansia Kammerlander. Questo team – trade mark Fuorivia – ha fatto davvero un gran bel lavoro! E’ con questa traduzione che oggi riproponiamo l’articolo.

Doug Robinson
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Nel 1914 George Mallory, destinato in futuro a diventare celebre per una lapidaria definizione del perché dell’arrampicata (“perché le montagne sono là” – NdR) pubblicò sul Climber’s Club Journal un articolo intitolato L’alpinista come artista. Nel tentativo di spiegare il senso di superiorità che in quanto arrampicatore nutriva nei confronti degli altri sportivi, affermò che l’arrampicatore è un artista. Scriveva che “una giornata ben spesa nelle Alpi è come una grande sinfonia” e giustificava l’assenza di un risultato tangibile – dagli artisti ci si attende la produzione di opere d’arte visibili dagli altri – spiegando che “gli artisti in questo senso, non si distinguono per la potenza con la quale esprimono emozioni, ma per la potenza con la quale percepiscono le esperienze emotive di cui l’Arte stessa è fatta… gli alpinisti sono tutti artistici… perché coltivano l’esperienza emozionale senza altri fini”.

L’asserzione di Mallory giustifica in pieno l’alta considerazione che nutriamo per l’arrampicata come attività, ma non concede spazio alla distinzione fra chi apre una via e chi si limita ad ammirarla.

L’alpinismo può produrre risultati artistici tangibili che sono poi sotto l’occhio di tutti. Una via è un’espressione artistica sul fianco di una montagna, accessibile allo sguardo e quindi all’ammirazione o alla critica da parte degli altri scalatori. Proprio come la linea di una via determina il suo valore estetico, la maniera nella quale è stata salita costituisce il suo stile. Una scalata ha il valore di un pezzo artistico e il suo creatore è responsabile per il suo stile e il suo significato proprio come un artista. Riconosciamo gli arrampicatori particolarmente dotati nel creare linee estetiche e potenti, e li rispettiamo per questo loro talento.

Mallory non si spinse abbastanza lontano nell’attribuire funzioni artistiche all’atto di realizzare nuove salite eccezionali; io penso anche che egli usi la parola artista in modo troppo esteso, quando intende includervi la percezione estetica insieme alla creazione estetica.
Per quello che riguarda la percezione, che è essenzialmente passiva e ricettiva, piuttosto che intraprendente e creativa, io userei il termine “visionario”. Non visionario nel senso comune di sogno ozioso e irrealizzabile, e di costruzione di castelli in aria, ma piuttosto nel senso della capacità di percepire con grande intensità gli oggetti e le azioni dell’esperienza ordinaria, di andare oltre, di coglierne le meraviglie e i misteri, le forme, gli umori e i meccanismi. Essere un visionario in questo senso non comporta nulla di soprannaturale o ultraterreno; consiste nell’avere una visione nuova delle cose familiari del mondo.

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Uso molto semplicemente la parola visionario, che prende origine da visione che significa vedere (ma anche capire, NdR), sempre con la massima intensità ma mai oltre il limite del presente reale e fisico. Per utilizzare un esempio familiare è difficile ammirare la Notte stellata di Vincent Van Gogh senza percepire la qualità visionaria che l’artista esercita nel guardare il mondo. Non ha dipinto nulla che non fosse nella scena originale, tuttavia altri potrebbero avere problemi a riconoscere quello che ha dipinto, e la differenza sta nell’intensità della sua percezione, ovvero nell’esperienza visionaria. Van Gogh dipinge trovandosi in uno stadio più elevato della coscienza.

Il Grand Capucin. Questa è l’unica illustrazione dell’articolo originale. Foto: Steve Miller
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Anche gli scalatori hanno le loro Notti stellate. Prendiamo questo passaggio del racconto di Allen Steck sulla salita al Monte Logan per la Cresta del Colibrì: “Mi voltai un attimo e fui completamente sopraffatto dalla contemplazione della bellissima sensuale semplicità della neve soffiata dal vento”.
La bellezza di quel momento, la forma e i movimenti della neve soffiata gli avevano trasmesso un’emozione talmente potente, così meravigliosamente completa, che l’arrampicatore si era perduto in essa. Si dice sia durato un solo istante, eppure lui fu assorbito al punto di smarrirsi, cosicché l’esperienza fu attraversata dai venti dell’eternità.
Un secondo esempio proviene dal racconto del settimo giorno della prima ascensione della Muir Wall su El Capitan, durata otto giorni ed effettuata in condizioni difficili. Scrive Yvon Chouinard sull’American Alpine Journal del 1966: “Arrivammo a cogliere tutto ciò che ci circondava, con sensi resi più acuti. Ogni singolo cristallo spiccava sul granito, in grande rilievo. Le forme mutevoli delle nuvole non cessavano mai di attirare la nostra attenzione. Per la prima volta ci accorgemmo di minuscoli insetti che erano dappertutto sulla parete, ed erano talmente piccoli da essere a stento visibili. In sosta ne osservai uno per quindici minuti, lo guardavo muoversi e ne ammiravo il colore rosso brillante.
Come ci si potrebbe mai annoiare con così tante belle cose da vedere e sentire? Questa fusione con l’ambiente, questa percezione ultrapenetrante, ci diedero una sensazione di appagamento quale non avevamo sperimentato da anni”.

In questi brani appaiono evidenti le caratteristiche che costituiscono l’esperienza visionaria dell’arrampicatore: la travolgente bellezza di molti oggetti ordinari – nuvole, granito, neve – nell’esperienza dell’arrampicatore, una sensazione di rallentamento e quasi di scomparsa del tempo, una sensazione di appagamento, una sensazione oceanica di suprema bastevolezza del presente. Sebbene tenui nella sostanza, queste sensazioni sono abbastanza forti da intromettersi potentemente nel mezzo di situazioni pericolose e da rimanere là, rimpiazzando temporaneamente persino l’apprensione e la spinta a ottenere il risultato.

Le parole di Chouinard cominciano a darci un’idea dell’origine e del carattere di queste esperienze. Inizia facendo riferimento ai “sensi più ricettivi”. Che cosa ha reso più ricettivi i loro sensi? Il tutto sembra direttamente collegato a quello che stavano facendo, per loro era la settima giornata consecutiva di assoluta concentrazione. Arrampicare tende a indurre esperienze visionarie. Dovremmo indagare quali siano le caratteristiche dell’arrampicata che predispongono a queste esperienze.

L’arrampicata richiede profonda concentrazione. Non conosco nessuna altra attività in cui un intero pomeriggio possa facilmente essere cancellato, senza nessuna traccia. O un rimpianto. Mi sono piombate in testa bufere, e pareva che fossi addormentato, anche se so che per tutto il tempo sono stato in preda a una profonda concentrazione, attento a pochi metri quadrati di roccia e poi a quelli successivi. Sono uscito a fare boulder e sono tornato trovando che lo stufato era bruciato. A volte in pianura quando è difficile lavorare sono invidioso della facilità di concentrazione che si ha arrampicando. Questa concentrazione può essere intensa, ma non ha la stessa intensità dei momenti visionari, è solo un prerequisito.

Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Questa è la prima delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Foto: Ilio Pivano
Alessandro Gogna sulla via degli Svizzeri al Grand Capucin, 1967. Foto: Ilio Pivano

La concentrazione non è continua, è spesso intermittente e sporadica, a volte ciclica e ritmica. Dopo aver fronteggiato per un po’ i pochi metri quadri di roccia che ci stanno davanti, la corda finisce ed è tempo di fare sosta. Il tempo in sosta è un intermezzo nella concentrazione, un’interruzione, una piccola possibilità di rilassarsi. Lo scalatore passa da una postura aggressiva e produttiva a un’altra passiva e percettiva, da agente a osservatore, e di fatto da artista a visionario. La giornata di arrampicata si svolge attraverso un ciclo di arrampicata-sosta-arrampicata-sosta con una serie regolare di concentrazioni e rilassamenti. Ed è di uno di questi momenti di rilassamento che Chouinard sta parlando. Quando gli arti si appoggiano alla roccia e i muscoli si contraggono, anche la volontà si concentra, mentre in sosta, legati a un arbusto di quercia, i muscoli si rilassano e anche la volontà, che era rimasta concentrata sui movimenti, si espande e torna a vedere il mondo, che appare nuovo e luminoso, creato di fresco, perché prima aveva davvero cessato di esistere. Per contrasto, lo svantaggio delle abituali attività a basso impegno è che non riescono a mettere il mondo fuori dalla porta, il mondo non cessa quindi di essere familiare e finisce per essere di conseguenza ignorato. Arrampicare concentratissimi significa escludere tutto il mondo: e quando riappare sarà un’esperienza strana e meravigliosa nella sua novità.

Il rilassamento in sosta non è totale: l’arrampicata non è finita, ci sono ancora tiri davanti, persino il più difficile, potrebbero volerci ancora giorni. Ci accorgiamo che se il ciclo di intensa contrazione prosegue, e quando questo ciclo diventa routine quotidiana, il rilassamento in sosta produce esperienze visionarie più frequenti e intense. Non è un caso che l’esperienza riferita da Chouinard sia accaduta alla fine dell’arrampicata: stava ponendo i suoi presupposti da sei giorni. La cima, troncando il ciclo e regalando la liberazione finale dalle tensioni, dovrebbe offrire all’arrampicatore alcuni dei momenti più intensi e uno sguardo alla letteratura dimostra che è proprio così. La vetta è anche una liberazione dal deserto sensoriale dell’arrampicata: dalla nuda concentrazione sulla configurazione della roccia passiamo alle ricchezza estetica della cima. Ma c’è ancora la discesa di cui preoccuparsi, un’altra contrazione della concentrazione a cui seguirà un rilassamento alla base della parete.
Seduti su un tronco ci togliamo le scarpe da arrampicata e infiliamo gli scarponi. Guardiamo la valle e siamo pervasi da un’oceanica sensazione di lucidità, distacco, unione e fusione. E’ ciò che resta tra una scalata e la successiva, da un giorno sulle bollenti chiare pareti a quello successivo, tuttavia segnato da sere scure come la pece a Camp 4.

Gian Piero Motti in artificiale all’Orrido di Chianocco (Valle di Susa). Questa è la seconda delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti in artificiale all'Orrido di Chianocco (Valle di Susa)

Quando un percorso è stato tracciato diviene più familiare ed è più facile seguirlo una seconda volta, e lo diventa ancor di più in viaggi successivi. La soglia è stata abbassata. La pratica giova sia alla facoltà visionaria dell’arrampicatore che alla sua tecnica in fessura. E si applica anche al di fuori delle scalate. Secondo John Harlin, anche se lui sta parlando di desideri e non di visioni, l’esperienza può essere “presa in prestito e proiettata”. Si applicherà alla vita dell’arrampicatore in generale, alle sue ore banali in pianura, ma sarà stata l’arrampicata a insegnargli a essere visionario. Se non vogliamo darci troppa importanza, nel prepararci consapevolmente a un’esperienza visionaria, sarà bene ricordare che la bellezza incredibile delle montagne è sempre a portata di mano, sempre pronta a sospingerci nella consapevolezza.

L’ampiezza di questi cicli è molto variabile. Anche se il ciclo della lucidità si chiude tra un tiro e l’altro, altre volte ci vogliono giorni per chiudere un intero ciclo, altre volte ancora la cosa può essere quasi istantanea, come quando tirando un appiglio dopo un istante di incertezza e dubbio, senti all’improvviso il calore del sole attraverso la maglietta e senza esitare ti allunghi alla presa successiva.

Non è detto che l’alterazione della percezione sia intensa. Un piccolo cambiamento può essere egualmente profondo. Il divario tra guardare senza vedere e guardare avendo una vera visione è a volte talmente piccolo che possiamo passare da uno stato all’altro molte volte, nella vita di tutti i giorni.
Ulteriori innalzamenti della facoltà visionaria sono rappresentati da percezioni più profonde di ciò che è già sotto i nostri occhi. La visione è vedere intensamente. La visione è vedere quello che è profondamente compenetrato, e seguire questo processo porta a una maggiore consapevolezza dell’ambiente, intuitiva piuttosto che scientifica. Un’ecologia alla John Muir, che parte non dal concetto generale di alberi, rocce, aria, ma piuttosto proprio da quel dato albero con quel nodo sul tronco, dalle rocce come le vide Chouinard, supremamente distaccate e distanti, riflettenti la loro luce perfetta, e da quell’aria che soffia pulita e rovente dal deserto orientale e che quando si riversa sul bordo della valle per proseguire verso il Pacifico porta la fragranza dei campi di neve del Dana Plateau e delle interminabili cime degli alberi di Toulomne.

Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re. Questa è la terza delle tre illustrazioni che corredavano l’articolo sulla Rivista Mensile del CAI. Archivio Gian Piero Motti.
Gian Piero Motti sulla parete sud-est del Becco Meridionale della Tribolazione, via Grassi-Re

Le alterazioni visionarie nella mente degli arrampicatori hanno una base fisiologica. L’alternanza di speranza e paura di cui si parla nei loro racconti descrive stati emotivi che hanno una base biochimica. Questi meccanismi psicologici sono stati utilizzati per millenni da profeti e mistici, e solo per pochi secoli dagli scalatori. Due meccanismi complementari operano indipendentemente: il livello di anidride carbonica e quello della decomposizione dell’adrenalina: il primo derivante dallo sforzo fisico ed il secondo dall’apprensione. Durante la fase attiva dell’arrampicata l’organismo è sottoposto a un duro lavoro: aumenta la concentrazione di CO2 (debito di ossigeno) e si rilascia adrenalina in previsione di difficoltà o movimenti pericolosi, in modo che quando l’arrampicatore approda alla sosta alla fine del tiro si ritrova in debito di ossigeno e con una scorta di adrenalina non necessaria. Il debito di ossigeno si manifesta nei muscoli sotto forma di acido lattico, un vero veleno cellulare, che potrebbe anche essere quello che provoca visioni mentali. L’attività visionaria può essere indotta sperimentalmente somministrando CO2, e questo fenomeno potrebbe spiegare il ruolo del canto in ipoventilazione nelle chiese medioevali così come del controllo della respirazione nelle religioni orientali. L’adrenalina, trasportata dalla circolazione sanguigna in tutto il corpo, è un prodotto instabile se non utilizzato, e presto comincia a decomporsi formando altre sostanze chimiche, la cui struttura ricorda da vicino alcune droghe psichedeliche, che potrebbero aiutare a mettere in luce il meccanismo di azione di questi agenti di espansione mentale. Vediamo che l’attività fisica di arrampicare accoppiata con l’ansia, produce dei cambiamenti chimici nel corpo che sono prodepeutici all’esperienza visionaria. C’è un altro fattore con azione a lungo termine che potrebbe cominciare a rivelarsi nel racconto di Chouinard: l’alimentazione. Sia il semplice digiuno sia la carenza di vitamine tendono a preparare il corpo, apparentemente indebolendolo, all’esperienza visionaria. Questa insufficienza vitaminica provoca un basso livello di acido nicotinico, una delle vitamine del complesso B e noto agente antipsicotico: quindi anche questo fattore alimenterebbe l’esperienza visionaria. Chouinard accenna più volte nel suo racconto alle razioni alimentari ridotte. Per un ulteriore disamina dei meccanismi fisiologici che conducono allo stato visionario, ci sono due saggi di Aldous Huxley: Le porte della percezione e Paradiso e inferno.

Esiste un’interessante relazione tra lo stato visionario dell’arrampicatore e la sua controparte nella subcultura limitrofa dei consumatori di droghe. Queste droghe sono sempre più comuni e molti giovani per la prima volta nella storia arrivano all’arrampicata da un punto di vista già avvantaggiato sull’esperienza visionaria. A queste droghe sono stati attribuiti una serie di nomi erronei sulla base di falsi modelli di azione: psicotomimetici, per la supposta capacità di simulare psicosi, e allucinogeni, visto che le allucinazioni erano ritenute la realtà centrale dell’esperienza da loro indotta. Il loro nome attuale significa invece semplicemente manifestazione della mente, concetto finalmente naturale. Queste droghe forniscono alla gente una finestra aperta sull’esperienza visionaria. Essi ritornano dall’esperienza sapendo che esiste un luogo dove gli oggetti delle sensazioni ordinarie ricordano loro molte esperienze spontanee o di picco e in questo modo confermano o danno luogo a nuove serie di osservazioni. Ma finisce tutto qui. Non c’è ritorno alla realtà intensificata, alla suprema sufficienza del momento presente. La finestra si è richiusa e non può essere nemmeno più ritrovata senza ricorrere alla droga.

Doug Robinson fotografa Galen Rowell per un articolo per il National Geographic Magazine sulla prima salita hammerless della Regular all’Half Dome, 1974. Foto: Dennis Hennek.
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Non sono affatto disposto a dire che i consumatori di droghe comincino ad arrampicare per cercare quella finestra. Non potrebbe venir loro in mente. Chiunque non sia avvezzo a un’attività fisica disciplinata potrebbe avere dei problemi a immaginare che essa produca qualcosa di più che semplice sudore. Ma quando due culture si sovrappongono, e un giovane arrampicatore comincia ad accorgersi della similitudine tra i risultati visionari risultanti dalla sua disciplina arrampicatoria e la sua precedente vita visionaria indotta dalle droghe, allora è sulla soglia del controllo. Ora c’è un chiaro percorso di disciplina, che conduce alla finestra. Consiste in deserto sensoriale, nello sforzo intenso e concentrato, in cicli alternati di concentrazione e rilassamento. Questo percorso non è esclusivo dell’arrampicata, naturalmente, ma qui noi stiamo riflettendo sulle peculiarità che gli elementi del percorso assumono in essa. Io lo chiamo la lenta strada benedetta, perché anche se abbisogna di tempo e di sofferenza, è una via allo stato visionario che non gode di facilitazioni, e nel seguirla l’arrampicatore si ritroverà meglio preparato ad apprezzare la visione in sé, e nel ritornare gradualmente e con gli occhi ben aperti allo stato ordinario di veglia conserverà il ricordo di dov’è la finestra, come aprirla, e porterà con sé alcune delle esperienze vissute.

La lenta strada benedetta garantisce che l’anima dell’arrampicatore, temprata dalla grande esperienza che ne ha fatto un visionario, sia stata affinata in modo da poter gestire la sua attività visionaria rimanendo equilibrato ed attivo (l’emarginazione, che è sostanzialmente uno stato improduttivo, è il risultato di un’esagerata attività visionaria priva di una corrispondente crescita della personalità). L’arrampicata che lo ha preparato a essere un visionario lo ha anche preparato a gestire le sue visioni. Questo non è tuttavia un cambiamento così drammatico. All’inizio è simile al vedere invece che semplicemente guardare. Per sperimentare un cambiamento permanente nella percezione possono essere necessari anni di disciplina.

Doug Robinson. Foto: Shawn Reeder
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Un potenziale trabocchetto è percepire la disciplina de la lenta strada benedetta secondo la ferrea tradizione dell’etica protestante: non può funzionare. L’arrampicata fornisce tutto il necessario rigore della disciplina senza che sia necessario aggiungerne. E quando la facoltà visionaria emerge, quello che è necessario non è un ulteriore sforzo di disciplina ma uno sforzo di rilassamento, una sottomissione al mondo così meraviglioso, consolatorio e pervasivo.

Ho cominciato a prendere in considerazione queste idee nel 1965 in Yosemite con Chris Fredrick. Avvertendo una similitudine di esperienze, o perlomeno un approccio simile alle esperienze, siamo stati seduti a discorrere molte notti insieme, al limitare del campo degli scalatori, e abbiamo trascorso alcuni giorni sperimentando le nostre parole nella gioia del movimento al sole. Chris ha cominciato a interessarsi al Buddismo Zen, e quando mi ha detto della sua religione orientale sono rimasto stupito di non aver mai sentito parlare in precedenza di un sistema che calzava così perfettamente alla realtà circostante senza che fosse necessario nessun aggiustamento o stiracchiamento. Se ben ricordo non abbiamo mai menzionato l’esperienza visionaria in quanto tale, anche se nella sostanza non è stata mai lontana dalle nostre riflessioni. Siamo penetrati in uno di quegli stati mentali paralleli al punto che ora per me è difficile riferire che cosa tirammo fuori. Abbiamo cominciato a considerare certi aspetti dell’arrampicare come il corrispettivo occidentale di pratiche orientali: i precisi e ripetitivi movimenti dell’assicuratore nel dare corda, l’avvicendarsi cadenzato dei piedi nella marcia nei boschi, persino il ritmico movimento dell’arrampicata su terreno facile e regolare, si avvicinavano alle pratiche di meditazione e controllo del respiro. Sia la parte laboriosa che quella visionaria dell’arrampicata sembravano ben adatte a liberare l’individuo dal concetto di se stesso, la prima ridimensionando le sue ambizioni e la seconda mostrandogli di essere solo una parte di un universo genialmente integrato. Abbiamo visto emergere, l’uno nel volto dell’altro, la visione con la sua mescolanza di gioia e serenità, e rientrando dalle scalate ci siamo sentiti spesso come bambini nel giardino dell’Eden: indicavamo, facevamo cenni e ridevamo. Abbiamo esplorato momenti senza tempo e ci siamo stupiti quando la consapevolezza ordinaria era sospesa, mentre la facoltà visionaria era in essere. Ci è accaduto di non rammentare questi momenti di vera felicità e pace: tutto quello che restava – dopo – era la consapevolezza che c’erano stati ed erano stati belli: gli abituali dettagli della memoria erano svaniti. Successe anche a gran parte delle nostre conversazioni: ricordo solo che parlammo e comprendemmo delle cose. Credo che fu nel corso di queste conversazioni che fu piantato il primo seme del concetto dell’alpinista come visionario.

William Blake ha parlato dell’esperienza visionaria dicendo: “Se le porte della percezione fossero sempre dischiuse tutto apparirebbe all’uomo com’è: infinito”. Inciampando nelle porte dischiuse l’arrampicatore si meraviglia di ritrovarsi nella condizione privilegiata di trovarsi faccia a faccia con l’universo. Trova la risposta nella sua attività e nella chimica della sua mente e comincia ad accorgersi che sta applicando in modo speciale alcune antichissime tecniche di apertura mentale. La visione di Chouinard non è stata un caso: è il risultato di giorni di arrampicata. Chouinard era temprato dalle difficoltà tecniche, dolore, apprensione, disidratazione, sforzi, deserto sensoriale, stanchezza, in una parola dalla graduale perdita del sé. Basta solo copiare gli ingredienti, per consegnarsi ad essa. Gli ingredienti conducono alla porta. Non è necessario raggiungere il livello tecnico di Chouinard, pochi possono farlo, è sufficiente il suo livello di impegno. Non è necessario scalare El Capitan per essere visionari: io non l’ho mai fatto ma arrampicando cerco di spingermi al mio limite, di scalare cose per me problematiche. In questo modo noi tutti attraversiamo questo confine etereo – ognuno il suo – e ci inoltriamo nello stato di visione. Per quanto esso possa essere descritto precisamente, rimane sostanzialmente elusivo. Non diventerete un giorno visionari per rimanerlo per sempre. E’ una condizione nella quale si entra e si esce raggiungendola con sforzi mirati o spontaneamente, in momenti voluti dal caso. Stranamente non è il frutto di un lavoro conscio, ma arriva come il sottoprodotto di uno sforzo in un’altra direzione e su un altro piano. Vive il suo ghiribizzo momentaneo o indugia sospesa nell’aria, arrestando il tempo nel suo divenire, per un attimo momentaneamente eterna, come quando conclusa l’ultima corda doppia vi voltate e siete sopraffatti dalla meraviglia verde della foresta.

Doug Robinson, autore di The alchemy of action, ha aperto un considerevole numero di vie nuove sia su roccia che su ghiaccio. E’ considerato il “padre del clean climbing”. Per saperne di più su Doug Robinson consulta http://movingoverstone.com/ (in inglese).

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I Nuovi Mattini e la salvezza dell’inutile

I Nuovi Mattini e la salvezza dell’inutile
di Enrico Camanni

(già pubblicato su In movimento del maggio 2016)

Ho scritto tanti libri sull’alpinismo, ho percorso molti periodi storici, ma i lettori continuano a chiedermi dei Nuovi Mattini. Gente di tutte le età, dai venti ai settant’anni. Mi ha chiamato anche un professore della Bocconi: diceva che i giovani degli anni Settanta avevano saputo affrontare con sorprendente lucidità la crisi della scalata, e che poteva essere d’esempio per la crisi del nostro sistema economico.

Io credo che i ragazzi di allora non avessero in mente niente del genere. Erano solo incazzati con un modo vecchio e un po’ fascista di fare montagna, metà caserma e metà sacrestia. Non ne potevano più di croci di vetta, morti sacrificali, passioni eroiche nel nome dell’alpinismo. Volevano divertirsi e fare l’amore come tutti, e anche scalare pareti è una forma di erotismo. Basta non violentare la roccia ma amarla.

Nel 1961, alla Scuola di alpinismo Gervasutti di Torino, l’accademico Pino Dionisi diceva: «Non è necessario rammentare che la disciplina ha un’importanza di prim’ordine. Nella scuola che dirigo da molti anni è obbligo all’Istruttore dare del Lei all’allievo, così come, naturalmente, l’allievo deve fare rivolgendosi all’Istruttore».

Enrico Camanni
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Era inevitabile che tanto obbedire portasse alla ribellione. Tra Torino e la Valle dell’Orco, Milano e la Val di Mello, Trieste e la Val Rosandra, Reggio Emilia e la Pietra di Bismantova, nasce un movimento di rivolta che preferisce le montagne alle piazze e in montagna fa una strana rivoluzione. Gli esponenti del rinnovamento alpinistico sono ispirati dal torinese Gian Piero Motti, ottimo scalatore e libero trasgressore. Uno che pensa, elabora e scrive.

I giovani contestatori rifiutano i vecchi pantaloni alla zuava e gli abiti grigi della festa, mettendoci vestiti colorati, orari rilassati, allegri bivacchi, iniziazioni dai nomi musicali: Itaca nel Sole, Luna nascente, Il lungo Cammino dei Comanches, la via della Rivoluzione. Ispirati dal mito dell’arrampicata californiana anche se non hanno mai attraversato l’oceano, lavorando di fantasia trovano splendide pareti a pochi minuti dalla civiltà e su quelle rocce immaginano di essere in Yosemite Valley, sulle Dolomiti o in Paradiso, comunque lontano dagli obblighi e dai tabù. Lontani, appassionati e liberi.

Per capire le esperienze di noi ragazzi di allora esistono due parole chiave: piacere e libertà. Il problema è che erano e sono difficilmente conciliabili, perché la libertà è cosa faticosa e fragile, mentre il piacere aspira alla solidità e alla durata…

Il vero piacere lo hanno goduto non gli apripista di quegli anni là ma gli arrampicatori sportivi dagli Ottanta in avanti, che sono un po’ figli del Sessantotto alpinistico e un po’ traditori di quello spirito anticonformista e ribelle. Perché, come scriveva Pasolini, «arriverai alla terza età e poi alla vecchiaia senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere, e così capirai di aver servito il mondo contro cui con zelo portasti avanti la lotta».

Alla fine il Nuovo Mattino è morto non perché gli alpinisti siano tornati a indossare i pantaloni alla zuava ma, al contrario, perché le scarpette da scalata, le braghe di tela, la polvere bianca e le fasce nei capelli – vecchi segnali di guerra – hanno sorriso al mercato dello sport e il mercato ha ricambiato il sorriso. Negli anni Ottanta la passione per la roccia è rinata in panni atletici e collettivi, beneficiando del cammino liberatorio del decennio precedente: si è buttata la dimensione simbolica e si è conservata la parte utile, esportabile e riproducibile.

-.-.-.-.-.

A Torino si arrampica di fantasia quando i ragazzi del Nuovo Mattino scoprono che può esserci più piacere in una placca di gneiss a due passi dal fondovalle che in una parete consumata dai precetti stonati dell’alpinismo eroico. Oggi lo sappiamo tutti, per i tempi è una rivoluzione.

Gian Piero Motti detto «il Principe» guida il cambiamento, non tanto perché nel 1974 scrive sulla Rivista della Montagna il famoso articolo Il nuovo mattino, ricavando dall’alpinismo californiano e dalla famosa via di Harding e Caldwell The wall of the early morning light (El Capitan, 1970) una sorta di legittimazione domestica per rompere con il passato, quanto perché riesce a dar voce, forma e dignità letteraria a un fenomeno che forse nessuno avrebbe notato.

Motti intuisce che è venuto il tempo di imitare il modello americano: meno chiodi in parete, rispetto della roccia, arrampicata «ecologica» secondo i ritmi di madre natura. Nell’autunno del 1972 corteggia e sale la parete del Caporal, il piccolo Capitan della Valle dell’Orco a pochi minuti’ da Ceresole Reale. Le difficoltà tecniche non sono poi così elevate, ma la concezione è eversiva: «È vero – scrive su Scàndereai piedi della parete si estende la foresta e sopra, usciti dal verticale delle rocce, ti accoglie il verde e pianeggiante altopiano. Ma quando sei impegnato in parete vivi lo stesso “istante” che potresti vivere sul Petit Dru o sulla Civetta. È lo spirito dell’alpinismo californiano. Lo scopo non è raggiungere la vetta, e nemmeno affermare se stessi. L’arrampicata è un mezzo per vivere sensazioni più profonde». Alla fine aggiunge: «Se poi qualcuno dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi».

Lanciata la prima pietra, manca una prova tangibile del nuovo corso. Arriva con Io scozzese Mike Kosteriitz, che nel marzo del 1973 sale il diedro centrale della Torre di Aimonin, sopra Noasca, senza usare un solo chiodo. I piemontesi al seguito restano sgomenti, finché Kosteriitz non mostra loro dei misteriosi blocchetti metallici chiamati nut, noccioline, che si incastrano nelle fessure senza far male alla roccia.

In ottobre Gian Carlo Grassi e Danilo Galante scoprono il fratellino del Capitan, il Sergent, e vi tracciano una via degna dei loro disegni trasgressivi: la Cannabis. Durante il lungo lavoro di chiodatura Galante nota la spaccatura diagonale che incide la fascia inferiore della parete. Una sciabolata nella roccia. Al contrario dei fessurini della Cannabis, la diagonale è troppo larga per i chiodi e perfino per i cunei di legno. Promette un’arrampicata libera senza respiro, pane per antichi cavalieri. Galante torna in maggio, quando i larici mettono il verde tenero, e sale con un incastro epico di braccia e gambe rischiando la pelle. Nasce la Fessura della Disperazione.

Arriva un altro autunno. Larici gialli, ombre lunghe, il cielo che batte sullo specchio argentato del Caporal. In un mese Motti e compagni scalano da indiani il ciclopico diedro Nanchez e il lungo Cammino dei Comanches, strisciando come lucertole verso la liberazione dell’altopiano. Ci sarebbero ancora sogni da inseguire affinando le tecniche del clean climbing d’oltreoceano, spingendo l’arrampicata libera verso il settimo grado e oltre, ma l’epoca d’oro della Valle dell’Orco si esaurisce nel 1975, appena tre anni dopo i primi approcci, l’antico timore, l’irresistibile amore. Le belle avventure finiscono, decide Motti citando Dylan: «Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoj, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean: sono tutti morti. I grandi libri sono stati scritti. I grandi detti sono stati pronunciati. Voglio solo mostrarvi un’immagine di quello che succede qui qualche volta, anche se io stesso non so bene cosa sia». Motti chiude la sua storia con la Valle salendo Itaca nel Sole, la linea perfetta sul muro centrale del Caporal. Sbucato per l’ennesima volta sull’altopiano di rododendri, «il Principe» raccoglie le sue cose e se ne va.

Eva Grisoni
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Quarant’anni dopo una ragazza del 1977, il 15 luglio 2013 Eva Grisoni scrive su Planetmountain.com: «L’ideologia che ha caratterizzato il Nuovo Mattino è morta. Credo che oggi non abbiamo più ideali: nella vita di tutti i giorni, nella politica, quindi anche nell’arrampicata. Non c’è più nessuna lotta, nessun valore, nessun cambiamento effettivo che possa trasformare l’attuale situazione di stallo: potendo far di tutto, decidiamo soprattutto di fare quello che ci piace, che ci diverte. Ma non riusciamo più a distinguere ciò che conta davvero (L’articolo La scalatrice del pomeriggio viene ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015 nonché da questo GognaBlog, 7 agosto 2015, NdR)».

Eva si considera una «scalatrice del pomeriggio», quando il sole – se c’è – è realtà assodata e non il miracoloso incedere dell’alba. Noi scalatori al tempo di internet abbiamo conquistato l’onnipotenza di programmare il piacere ma le nostre certezze uccidono il mistero. È già successo altre volte nella storia dell’alpinismo, per esempio quando le superdirettissime delle Dolomiti soffocarono l’avventura a forza di buchi e chiodi a pressione e i giovani, ribellandosi, risuscitarono con l’arrampicata libera il drago ferito da eccesso di tecnologia, riscoprendo il rischio e l’avventura. Ma adesso è molto più difficile ridestare il drago libero e selvaggio, ci vuole più coraggio, serve più fantasia, perché nelle immagini che navigano in rete c’è sempre un bel sole, bella neve, bella roccia e bella gente, bellezze garantite, e nessuno ha più tempo di perdere tempo.

Eppure bisognerà riprovarci, perché quella è la vocazione dell’alpinismo. Non le gesta estreme nate dal narcisismo e dall’egocentrismo delle star, non le morti temerarie o le fughe dalla società, e nemmeno la retorica perduta e perdente degli eroi. Il cielo sarà anche più vicino, sulle montagne, ma la virtù della vetta è un inganno e gli alpinisti non sono uomini superiori. Sono altro, però: testardi, litigiosi e passionali, e anche un po’ bambini. Duellando con i chiodi e le fantasie, hanno difeso un gioco libero e gratuito, perfino in un mondo dove tutto è previsto e monetizzato.

Praticando l’inutile lo hanno salvato.

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Itaca nel Sole

Itaca nel Sole
a cura di www.itacanelsole.it

La storia di Gian Piero Motti presto sarà un film

Torino non premia i suoi figli più delicati, alti e fragili artisti se non con il dono dell’oblio, il dono di dimenticare la sua grata di strade diritte come sbarre per chi vive le sue storie d’un giorno, la sua vita d’impegni, di piccole sfide ai semafori, di rancori e ricordi sperduti sotto la cappa grigia, confusi nella nebbia… Tardi, fino a tardi nella notte si continuò a essere tristi, nella città delle officine, perché quell’uomo alto, fragile e bello non aveva sopportato il nostro dolore quotidiano ed era andato via senza dirci che Itaca è nel sole (Andrea Gobetti)”.

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Presentazione
La notizia ha ora carattere di ufficialità. Dopo tre anni di ricerche e contatti, spesso difficoltosi, sta per diventare realtà il progetto cinematografico fortemente voluto dai documentaristi Tiziano Gaia e Fabio Mancari: Itaca nel Sole. Cercando Gian Piero Motti. Il film, che indaga sulla figura del grande arrampicatore e scrittore torinese nato esattamente 70 anni fa, entra nella sua fase produttiva e dopo i sopralluoghi di rito si appresta a dare il via alle riprese.

Il film parte da una premessa narrativa fondamentale: nonostante l’aura quasi mitica che avvolge il protagonista, poco si sa (o meglio, pochi sanno e si vogliono pronunciare) sulla figura di Gian Piero Motti. Non parliamo tanto degli aspetti biografici, ma di quelli letterari, filosofici e simbolici di cui Motti ha voluto ammantare il proprio breve passaggio esistenziale.

Nato a Torino il 6 agosto 1946, Gian Piero brucia le tappe dell’apprendistato alpinistico nel rigido ambiente sabaudo ancora avvolto di eroismo retorico e spirito militaresco. Per Motti scalare non è soltanto un hobby: originario di una famiglia agiata, può permettersi di vivere senza lavorare e non avrà mai problemi a manifestare la sua estrazione borghese, tanto che di lui si ricorda che andava ad arrampicare in Lancia Fulvia coupè e disponeva sempre dei materiali migliori. Per questo, oltre che per lo stile plastico ed elegante di arrampicata, viene soprannominato il “Principe”. Nel 1970 è da solo al Pilier Gervasutti sul Mont Blanc du Tacul, l’impresa alpinistica che lo rende famoso. Due anni dopo pubblica il primo dei due articoli-chiave della sua carriera e di un’intera generazione: I Falliti, nel quale attacca chi non sa più vivere senza montagna. La frizione con l’ambiente conservatore e sabaudo dell’alpinismo torinese diventa insanabile.

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Altri due anni e, nel 1974, esce il secondo, celebre scritto: Il Nuovo Mattino. Anche se in realtà si tratta di un excursus sul mondo dell’arrampicata libera californiana, viene da tutti letto come il manifesto di un nuovo modo di intendere l’arrampicata, non più come dovere, ma come puro piacere estetico e intellettuale. Ne deriva una corrente alpinistica vera e propria, con tanto di discepoli e adepti, che Motti – va detto – non fa nulla per alimentare. Comunque lo si voglia vedere, è il ’68 della montagna.

Ritratto di Gian Piero affisso in sala bar da Cesarin, Breno (Chialamberto)
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Nello stesso anno, Motti scopre le pareti fino ad allora inviolate della Valle dell’Orco, dove inventa, letterariamente prima ancora che in falesia, un Eldorado di granito nostrano. Il Capitan della Yosemite Valley viene riprodotto sulle rocce piemontesi e diventa il Caporal. Su queste pareti l’anno successivo Motti traccia, insieme a Guido Morello, una via destinata a fare epoca: Itaca nel Sole. Nel 1983, dopo svariate pause dall’attività di arrampicata e lunghi momenti di crisi, l’articolo Le Antiche Sere rovescia in parte i concetti espressi nel “Nuovo Mattino”, ribadendo la necessità di un approccio meno integralista alla montagna. Sono gli anni del riflusso dopo l’epoca della contestazione e Motti fatica a trovare il suo spazio in un ambiente che sta di nuovo cambiando pelle. Il 21 giugno dello stesso anno si toglie la vita in Val Grande di Lanzo, ai piedi delle “sue” montagne (33 anni fa, esatti).

Nelle tre decadi successive alla sua morte molto si è detto di Gian Piero Motti, ma vuoi per l’impossibilità di un qualunque, vero contraddittorio, vuoi per l’assenza di interviste o materiali d’archivio (Motti stesso bruciò tutte le sue foto), quasi sempre s’è detto male e a sproposito, ora speculando sul suo spirito tormentato e sul presunto uso di droghe, ora affibbiandogli patenti politico-culturali che in realtà non gli sono mai appartenute, e chi addirittura considerandolo l’ispiratore di una serie di imprese alpinistiche suicide, secondo una consolidata tradizione italica che vede ideologi ovunque e attribuisce loro una responsabilità “a prescindere”. Così facendo, giorno dopo giorno l’uomo Motti è scomparso e al suo posto è apparso e si è accresciuto il mito di Motti, senz’altro suggestivo per la forte componente epico-misteriosa, ma mistificatore come ogni sovrastruttura slegata dalla realtà e, in ultima battuta, menzognero. Le difficoltà iniziali e le tante porte chiuse in faccia agli autori nei lunghi mesi di avvicinamento alla fase realizzativa del film si spiegano proprio con i numerosi pregiudizi e le tante contraddizioni che avvolgono la figura oggettivamente enigmatica e ingombrante di Motti, spesso accostato a un Cesare Pavese per la sensibilità tragica sul senso della vita e il forte simbolismo, cui bisogna aggiungere, nel caso di Gian Piero, un sottile gusto per la provocazione e l’insofferenza esplicita verso le restrizioni culturali del mondo della montagna, che gli procurarono più di un nemico.

Ritratto di Gian Piero affisso in sala bar da Cesarin, Breno (Chialamberto)
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Alcuni brani di Gian Piero
I falliti
Rivista Mensile del CAI, settembre 1972
Andavo ad arrampicare tutti i giorni, o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che questo equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null’altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me stesso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l’alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla a che spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me stesso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed ecco che giunge la crisi, terribile e cupa”.

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Il Nuovo MattinoScàndere, 1974
Nella Yosemite Valley c’è il Capitan, parete immensa, guscio di granito dalle proporzioni disumane. Balma Fiorant presenta al centro una parete che è un microcosmo del Capitan, noi l’abbiamo chiamato il Caporal (…) Sarei molto felice se su queste pareti potesse evolversi sempre più quella nuova dimensione dell’alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostata invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un’atmosfera gioiosa, con l’intento di trarre, come in un gioco, il massimo piacere possibile da un’attività che finora pareva essere caratterizzata dalla negazione del piacere a vantaggio della sofferenza. Se qualcuno poi dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi nel sentirci definire semplici “arrampicatori” e non “alpinisti”. Cosa sia poi veramente l’alpinismo ancor non l’ho ben capito”.

Un ricordo di Cesarin Griva, ritratto mentre richiama impaziente la figlia Claudia (Claudiaaa! Così non si può… non è possibile… c’è la gente da servire… muovitoi, Claudia!)
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La sala da pranzo del ristorante Da Cesarin, piena di ricordi di Gian Piero
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Alla ricerca delle antiche sereRivista della Montagna, 1983
Perché antiche sere? Perché un albero mette frutti e fiori soltanto se ha radici e soltanto se la linfa vitale scorre dalle radici ai rami: se si taglia l’albero all’altezza delle radici, ahimè!, ben presto esso morirà, diverrà un tronco secco da ardere, senza fiori e senza frutti. Qualcuno, forse in buona fede, sta cercando di segare l’albero per staccarlo dalle sue radici, con l’illusione di dargli finalmente la libertà di movimento. Ma forse si è ancora in tempo a porre riparo, a cicatrizzare la ferita, ormai molto estesa, e a ricollegare i capillari della linfa con le radici sottostanti. Molti cominciano già a vedere che l’albero dà frutti avvizziti, quasi non dà più fiori, va perdendo le foglie e rinsecchendosi nei rami. Ed è per questo che mi sono preso l’arbitrio di usare tanto mito nel battezzare le pareti rocciose: lo si voglia o no, è nel mito che possiamo trovare il senso del nostro esistere e la risposta ai grandi perché della vita”.

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Chi è oggi Gian Piero
Oggi possiamo dire che il passaggio di Gian Piero Motti nel mondo dell’alpinismo abbia rappresentato un’autentica boccata di aria fresca. La sua visione ludica della montagna, l’assoluta assenza di discriminazione tra alpinismo classico e scalata in falesia o su massi, l’apertura mentale e l’avversione verso il provincialismo hanno permesso all’ambiente di avvicinarsi alla scuola francese prima e a quella americana poi, cioè di adeguarsi ai tempi. Da questo punto di vista Motti è stato davvero l’uomo nuovo, il grimaldello che ha spalancato le porte su una nuova epoca. Il suo essere imbevuto dei miti musicali, letterari e cinematografici d’Oltreoceano ne fanno un rappresentante atipico e sfaccettato dell’alpinismo non solo italiano.

A settant’anni esatti dalla nascita, Gian Piero Motti è un personaggio che non finisce di sollevare interrogativi. La sua parabola alpinistica è stata una ricerca sofferta del senso più profondo della vita. Il mondo di Gian Piero era una foresta di simboli da interpretare, mentre la profonda cultura che lo animava ne fa uno dei campioni dell’ambiente intellettuale italiano del secondo dopoguerra. La personale visione del ’68, poi, lo rende una figura ancora più complessa, perché di quel periodo di cambiamenti epocali Motti fece proprie primariamente le istanze culturali, letterarie e spirituali, lasciando ad altri, non necessariamente più preparati o intellettualmente onesti, il compito di portare la discussione su un piano politico e sociale.

Il ristorante Da Cesarin, Breno (Chialamberto)
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Il film
L’idea del film nasce da lontano. Tiziano Gaia si è sempre occupato di altri temi, ma quando alcuni anni fa, grazie a un cugino scalatore, ha conosciuto l’epopea dei “pazzi del Verdon”, si è avvicinato alle storie di montagna e di lì ad ampliare il suo raggio di conoscenze fino a scoprire il Nuovo Mattino, i Falliti e la figura del suo straordinario capostipite, il passo è stato breve. Fabio Mancari invece di montagna si è occupato anche di recente, avendo firmato nel 2014 il grande successo de L’Alpinista, ispirato alla storia di Agostino Gustìn Gazzera, vincitore di numerosi premi e ancora oggi capace di riscuotere sbalorditivi riscontri di pubblico ovunque venga proiettato. Stuffilm, la casa di produzione indipendente di cui Mancari è socio fondatore, ha pertanto deciso di “bissare” impegnandosi nello sforzo produttivo del nuovo titolo.

Il film si inserisce nel filone delle “recherche”, perché Motti è una figura ancora in gran parte inesplorata e il primo atteggiamento a cui ci spinge è quello di “andarlo a cercare”. Il film lo farà, oltre che con l’ausilio del materiale d’archivio a disposizione, attraverso un percorso corale di voci, testimonianze e azioni di chi lo ha conosciuto, ha arrampicato con lui, gli è stato accanto nei momenti privati, oppure di chi, non avendolo conosciuto, ne è stato affascinato dagli scritti e dal pensiero. La montagna sarà la grande protagonista del film, ma non si pensi a un documentario di pareti e corde, linee verticali e chiodi da roccia. Sarà una montagna in gran parte allegorica, così come la intendeva Motti; quel tipo di montagna che spinge l’uomo a grandi sfide e ad ancor più grandi interrogativi: chi siamo? dove andiamo? qual è il nostro destino? cosa c’è laggiù, oltre l’ultima vetta?
Torino e le sue valli, in primis Valle Orco e quella Val Grande di Lanzo in cui Motti era di casa e nella quale ha compiuto il suo definitivo “ritorno”, saranno il set privilegiato per questo film d’atmosfera, poetico e nello stesso tempo biografico. L’epoca storica, a ridosso immediato del ’68, sarà puntualmente ricostruita, con un occhio particolare al fermento culturale ed editoriale che caratterizzò il capoluogo piemontese di quegli anni, di cui la redazione della Rivista della Montagna costituiva una delle punte avanzate.

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Itaca nel Sole diventa un titolo-testamento su cui appoggiare, più che la nuda mano dello scalatore, cuore e mente per capire chi si cela davvero dietro uno dei protagonisti del dibattito alpinistico e filosofico del Novecento italiano.

A livello produttivo ed economico, oltre all’impegno di Stuffilm e alla partecipazione di alcuni sostenitori pubblici e privati, tra cui spicca da subito il nome di Montura, molto ci si aspetta dalla base: è partita infatti una forte campagna di crowdfunding che mira a coinvolgere, anche con il versamento di micro-quote, i tanti appassionati di roccia. In alcuni casi, il premio fedeltà consisterà nella possibilità di partecipare direttamente alle riprese, oltre a una serie di altri benefit che mirano a creare una “cordata” – è il caso di dirlo – di micro-produttori partecipi e appassionati.

Sul sito ufficiale www.itacanelsole.it si possono trovare tutte le informazioni e si potrà seguire in presa diretta lo stato di avanzamento delle riprese e del successivo montaggio. Il film dovrebbe uscire nella primavera 2017, in tempo per i grandi appuntamenti festivalieri del nuovo anno. Poi seguirà l’iter classico di ogni pellicola, con l’augurio che possa contribuire a far conoscere al maggior numero di persone una delle più singolari e sfaccettate figure italiane dal dopoguerra a oggi.

Alcuni momenti prima delle riprese
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Alcuni momenti prima delle riprese
di Tiziano Gaia
Sabato 21 maggio 2016 sono iniziati i sopralluoghi per le riprese del film documentario Itaca nel Sole. Parte della troupe si è spinta fino a Breno, nel cuore della Val Grande di Lanzo, uno dei luoghi simbolo della vita e dell’attività sportiva e letteraria di Motti. Nonostante l’assenza di vette famose a livello nazionale o internazionale, la Val Grande da quarant’anni non cessa di attirare l’attenzione del mondo della montagna per la presenza di innumerevoli vie di roccia di pregevole bellezza estetica e notevole difficoltà tecnica. Pioniere di questi luoghi e di queste vie è stato proprio Gian Piero, valligiano “doc” (la famiglia aveva una casa nella minuscola borgata di Breno (Chialamberto) e innamorato dei suoi prati e dei suoi boschi al punto da averli messi al centro di buona parte della sua produzione letteraria. Se per Cesare Pavese Santo Stefano e le Langhe erano i luoghi del costante ritorno, per Gian Piero Motti, da molti considerato il Pavese della montagna per sensibilità e marcato simbolismo, la Val Grande di Lanzo era la sede dei ricordi d’infanzia, dell’innocenza e delle persone più care. Alcune di queste persone noi le abbiamo incontrate durante la nostra giornata, in particolare da Cesarin, la mitica osteria-bar-alimentari in cui Gian Piero e i suoi facevano tappa prima e dopo ogni scalata. Entrare da Cesarin – oggi scomparso, ma restano i figli a portare avanti il locale, Claudia in sala e Piero in cucina – è come attraversare lo specchio e ritrovarsi in un mondo di meraviglie e suggestioni. A parte il livello molto alto della cucina (che non guasta, anche in vista delle lunghe giornate di ripresa che ci aspettano!), l’ambiente “trasuda Motti” a ogni angolo e su ogni parete, tra foto d’epoca, cimeli e la copia del “registro delle vie” che Motti e il suo gruppo aggiornavano di volta in volta, su cui ovviamente abbiamo subito messo gli occhi prima ancora di ordinare vino e antipasti… Miglior inizio non poteva esserci. Che Cesarin e la sua valle tornino a essere, dopo l’epoca mottiana, un centro pulsante di energia grazie alla nostra produzione? È quello che tutti noi ci auguriamo, ovviamente!

Piero e Claudia al lavoro
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Ed eccoci sul Bec di Mea! Non siamo ancora partiti con le riprese, che già tocca mettere le mani sulla roccia. Non sappiamo se Motti sarebbe particolarmente orgoglioso di noi, vista la fatica fatta per raggiungere la cima – ovviamente dal sentiero che passa per le grange, mica dal fondovalle! – ma noi di certo ci siamo calati, o meglio siamo ascesi, nell’universo di Gian Piero come non avremmo potuto fare in nessun altro posto. Diciamolo subito: ragionando in termini cinematografici, la valle vista dalla Mea è uno spettacolo, come pure il sentiero per arrivarci, che attraversa il villaggio degli Alboni fresco di precisissimo restyling e si intrufola in un bosco di faggi che disegnano una galleria verde sopra le nostre teste. Ci fermiamo per qualche scatto di rito, due brevi riprese a qualche bel dettaglio, poi arriviamo alle spalle della parete e contempliamo il paesaggio circostante. Roccia, acqua, verde e cielo: la natura nella sua espressione essenziale ed estetizzante. Un gruppo di rocciatori sbuca dalla Mea, ci dicono di essere dei soccorritori alpini impegnati in un’esercitazione, dal momento che sono i primi arrampicatori che incontriamo viene naturale fare un gesto scaramantico! Decidiamo come organizzare le vere riprese, quando torneremo in forze, e soprattutto ipotizziamo chi, tra i personaggi e testimoni coinvolti – i cui nomi sveleremo man mano – sarebbe interessante riportare in questi luoghi… Scendiamo su Breno che il sole è ancora alto, dettaglio non da poco per chi deve girare un film. Da Cesarin ci hanno detto: la Val Grande è come la Norvegia, in pratica resta in ombra per sei mesi d’inverno e in piena luce per gli altri sei. Ci immaginiamo una bella tavolozza di contrasti, ci sarà da lavorare parecchio sul piano fotografico e non vediamo l’ora di iniziare. Alla prossima.

Il Bec di Mea, Val Grande di LanzoItacaNelSole-DSCN3381

Gli autori
Fabio Mancari
Laureato nel 2002 al DAMS di Torino in Teoria e Tecnica del Linguaggio Audiovisivo, dopo aver svolto il ruolo di montatore per broadcaster internazionali nel 2007 avvia l’attività di operatore freelance per documentari e cortometraggi. Nel 2009 fonda insieme ad altri tre soci la Stuffilm, casa di produzione indipendente. Nel 2010 con il film documentario Vetro Piano è in concorso ai David di Donatello 2010 nella categoria documentari di lungometraggio. Altre sue opere sono L’ultima borgata (2011), Rally, polvere e passione (2012) e L’Alpinista (2014).

Tiziano Gaia
Nato a Torino nel 1975, ha fatto parte del movimento Slow Food dal 2000 al 2008. Nel 2009 ha lavorato all’interno del carcere delle Vallette di Torino nell’ambito del progetto di cooperazione sociale Pausa Café, da cui è scaturito il suo primo libro, Puoi chiamarmi fratello (Instar Libri, 2011). Nel 2012 ha ideato, scritto e allestito il musical 6 come noi, in scena nei teatri tra l’autunno di quell’anno e la primavera 2013. Il film Barolo Boys, storia di una rivoluzione, scritto e diretto assieme a Paolo Casalis e prodotto dalla Stuffilm.

Fabio Mancari e Tiziano Gaia
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Il Nuovo Mattino

Il Nuovo Mattino

All’inizio degli anni ’70 prese forma, prima a Torino, poi in altri ambienti alpinistici italiani, un modo nuovo di intendere le sfide che la montagna continuamente poneva agli alpinisti. Questo “movimento” torinese fu battezzato, più che altro in termini letterari e non certo in quel momento, il Nuovo Mattino. Anima dei nuovi fermenti e in seguito “guru” delle nuove tendenze era Gian Piero Motti, un giovane che si era distinto per la qualità delle sue imprese e dei suoi scritti.

Il Caporal (Valle dell’Orco)
Valle dell'Orco (parco Gran Paradiso), il Caporal

La meta filosofica, quasi un credo, di tutto il pensare e l’agire in montagna era la conquista senza sofferenza, come se di questa l’alpinista non avesse più bisogno, avendo già composto dentro se stesso le tensioni che lo spingevano a “lottare” contro la montagna. L’utopia non riguardava tanto la fine della sofferenza quanto l’interiorizzazione che l’uomo avrebbe dovuto farne, prima e durante.

Naturalmente i ragazzi che parteciparono alle imprese più belle del Nuovo Mattino non erano così “catechizzati”, anzi ciascuno la pensava a modo suo. Li univa principalmente il rifiuto della cultura ufficiale dell’alpinismo.

Lo Scoglio di Mroz (Vallone di Piantonetto)
Scoglio di Mroz

Tutto era incominciato nell’ottobre 1972, quando Motti, con Ugo Manera e compagni, vinceva i Tempi Moderni al Caporal. Nello stesso tempo Guido Machetto, Miller Rava ed io, con Carmelo di Pietro, salivamo lo Scoglio di Mroz. Ma, mentre noi eravamo stati outsider, Motti e Manera, con Gian Carlo Grassi e Danilo Galante avrebbero ampiamente continuato l’esplorazione intrapresa nelle valli di casa.

In tre anni, dal 1972 al 1974, tutto si compì. Sul Caporal, sullo Scoglio di M’roz e sul Sergent ebbero luogo le imprese più significative, mentre le altre strutture videro le prime esplorazioni. Era nato il free climbing italiano: ne eravamo fieri e lo saremmo stati ancora per un po’ di anni.

In seguito, a strada aperta, le salite continuarono, investendo le strutture vicine e lontane, dalla Rocca di Caprie al Vallone di Sea. Ma a quel punto il movimento del Nuovo Mattino era dilagato in Italia.

Il Sergent (Valle dell’Orco)
Valle dell'Orco (parco Gran Paradiso), il Sergent

Nel 1983 Motti scrisse un articolo su Scandere che doveva lasciare il segno: Arrampicare a Caprie decretava la fine del Nuovo Mattino, perché sostanzialmente riconosceva che la realtà era diversa dalle aspettative e che la pratica sportiva, con le sue regole, con i suoi spit e con la necessità della competizione, aveva preso il sopravvento.

E a distanza di più di quarant’anni alcuni di noi, un po’ infreddoliti accanto alle braci di ciò che resta di un lungo fuoco serale, sonnecchiano in solitudine ed aspettano una nuova alba, senza però avere più la sicurezza di una bella giornata di sole.

La Rocca di Caprie (Bassa Valle di Susa)
Rocca Bianca di Caprie, val di Susa

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L’Altopiano del Cambiamento

L’Altopiano del Cambiamento
di Ivan Guerini
(tratto dall’Annuario del CAAI, 2007-2008, per gentile concessione)

Sentii parlare dell’idea di “Altopiano” nei primi anni Settanta, al tempo in cui entrai in contatto con il fermento culturale che caratterizzava la Rivista della Montagna e soprattutto grazie alla personalità di Gian Piero Motti.

A quel tempo, Gian Piero auspicava una possibilità di rinnovamento che potesse ossigenare la staticità ideologica dell’alpinismo d’allora, trattando argomenti come la “filosofia d’arrampicata” californiana (intesa come libero arrampicare e vita in parete) e il “Nuovo Mattino” (il nuovo modo di vivere la montagna per noi europei). Ci traduceva fedelmente la filosofia d’arrampicata di quella parte del mondo dove il clima era più mite di quello alpino, che per noi europei poteva diventare un metodo per soffermarci sul significato dello stare in montagna e non soltanto dell’agire in parete: un’opportunità per divenire più flessibili rispetto alla severità dei luoghi. Temi che condussero all’idea di “Altopiano” quale possibilità d’un cambiamento imminente e importante quanto il sorgere di un periodo storico definitivamente diverso dal passato.

Un Altopiano come quello delle Pale era l’unico altopiano concepibile un tempo
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Motti proponeva articoli e letture che davano idea di ciò che accadeva oltre Oceano e, parallelamente, di quanto stava accadendo sulle pareti situate nei luoghi più miti e distanti dalle condizioni disagevoli e severe dell’alta montagna.

Raccontava di un modo diverso d’arrampicarsi che l’ambiente torinese iniziava a praticare sulle sconfinate falesie delle Calanques di Marsiglia, su quelle alte del Vercors, sulle pareti della Valle dell’Orco e delle Valli di Lanzo, sul grande macigno calcareo del Saussois, il Sasso Remenno dei parigini, e persine sulle piccole pareti dei massi di Fontainebleu. Raggiungendo le arse distese orizzontali di quelle scogliere, le foreste che sormontano quei grandi bastioni e gli spiazzi delle sommità granitiche attorno a casa, Gian Piero aveva sperimentato l’effettiva possibilità di vivere diversamente la montagna e così iniziò a delinearsi in lui il concetto d’altopiano. Sulle “sommità pianeggianti” di quelle pareti, laddove la verticalità s’appiattiva d’un botto per trasformarsi bruscamente nell’identica dimensione orizzontale dalla quale alpinisti ed arrampicatori da sempre sfuggono, poiché in essa non trovano pace, a Motti parve concretizzarsi quell’idea.

Un Altopiano non vissuto come un’assenza di vetta ma piuttosto come una vetta estesissima che non invitava subito a scendere, per la complessità del ritorno a valle, e non faceva sentire la necessità di scappare immediatamente qualora le condizioni climatiche fossero mutate. Appariva come un luogo che consentiva di soffermarsi e di spaziare senza sentirsi in balia degli elementi, come spesso accade sulle sommità alpine!

Questo non significa che Motti mirasse a cancellare dall’alpinismo l’idea di arrivare su una vetta per valorizzare i luoghi montani che ne sono privi, pensava invece che, per un certo periodo, fosse necessario prendere le distanze da un modo di praticare l’alpinismo ormai ammalato da atrofia culturale, per poi rapportarsi alla montagna diversamente. Era assolutamente necessario sciogliere quel groppo alla gola, dovuto all’angoscia compressa che sempre gli alpinisti provano quando, pur di “tirare fuori” la salita, agiscono oppressi dal dovere delle decisioni imposte, vivendo un’esperienza semplicemente impegnativa e faticosa in modo interiormente doloroso.

Gian Piero riteneva che il passo successivo sarebbe stato il “far ritorno” alle montagne e alle loro vette, con una mentalità cambiata nel modo di rapportarsi ad esse.

In vetta alla Pietra di Bismantova è un piccolo altopiano. Un luogo da Pace con l’Alpe.
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Qualcosa non quadrava
Pur coinvolto dal fascino di quella tesi, sentivo che in quel discorso qualcosa non quadrava agli occhi della mia irrequietezza giovanile. Mi pareva che si trattasse di un tentativo d’applicare un concetto più estrapolato dalle sue letture, che tanto bene traduceva, piuttosto che dedotto dall’esperienza vissuta: mancava la genuinità che caratterizza ogni scoperta diretta.

Dato che a quel tempo avevo vissuto solo poche esperienze in montagna, mi chiedevo che senso avesse sostituire il valore di una Vetta con quello di un Altopiano e perché mai ci si dovesse sentire più contenti al sommo di un bastione che non al termine angusto di una parete montuosa. Avevo la sensazione che attribuire alle caratteristiche miti d’un altipiano una possibilità di cambiamento non fosse sufficiente a far sì che si arrivasse a vivere la montagna in modo diverso.

Ma ciò che mi lasciò più sconcertato negli anni a venire fu quando constatai che la singolare esperienza dell’Altopiano non era poi così diversa da quella dell’alpinismo da cui ci si voleva in quel momento allontanare.

Vi furono, anche in questa rinnovata visione dell’andare in montagna, protagonisti morti per la causa di una identica battaglia ideologica che schiera da sempre gli eventi prima delle necessità umane. Parlo di eroi come Renato Casarotto, capitani di ventura come Gian Carlo Grassi e martiri come Danilo Galante, quest’ultimo non vinto in battaglia nel tentativo di raggiungere una vetta, né deceduto per la casualità d’un crollo lungo una parete pericolosa, bensì sfinito dal peso di quel “nuovo cammino” sulla sommità d’un mite altopiano… che ci s’illude sia tale, ma che gli elementi della montagna possono trasformare in trappola se non lo si rispetta comunque.

In quel periodo, dalle guglie vertiginose della Grignetta, meta inevitabile dell’alpinismo classico, ero passato ai giardini sommitali dei giganteschi macigni circostanti il Sasso Remenno in Val Masino. E percorrendo alcune delle pareti più ostiche, mi ero accorto che l’austerità, il vuoto e l’impegno che le caratterizzavano non era meno privo delle incognite di percorso d’una cima alpina esposta e affilata. E anche i boschi sommitali dei grandi bastioni della Val di Mello non mi parevano più pacificamente raggiungibili della vetta di un “4000”. Erano soltanto espressioni di fatica, dolore e impegno diversi perché più solari rispetto a quelli glaciali dell’alta montagna.

L’altopiano brasiliano della Diamantina (Chapada Diamantina)
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La trasformazione del piacere e del dolore
Così, la diapositiva con l’espressione stravolta dalla sete che sorprese Alessandro Gogna durante la salita della via Salathé al Capitan, compiuta assieme a Marco Preti e a Franco Perlotto, mi fu rivelatrice di come la condizione vissuta su quella parete, arroventata dal calore del sole, non fosse poi così diversa dalla lotta feroce ingaggiata dai due inglesi che nell’inverno 1976 percorsero, in condizioni proibitive e in assoluta autonomia, la via di Gino Soldà sulla parete nord del Sassolungo, dalla quale uscirono dopo sei giorni, se non ricordo male: “quando il freddo staccava la pelle annerita dei polsi come i polsini di una camicia sporca”. No place for brass monkeys era il titolo dell’articolo che ne raccontava le gesta, e venne proposto e tradotto magistralmente, guarda caso, sempre da Motti.

Essendo gelo e calore opposti elementi naturali che al loro apice provocano analoghe conseguenze (tant’è che il corpo del malcapitato si sfinisce, intirizzito o disidratato), essi portano a considerare il freddo e il tepore come forieri d’esperienze austere o miti, quasi sinonimi di vetta o d’altopiano. Si tratta di elementi naturali con i quali alpinisti e arrampicatori devono inevitabilmente interagire trovando un equilibrio con essi, per trasformare l’esperienza esistenziale da “infernale” a “paradisiaca”, indipendentemente da riferimenti ad aspetti religiosi.

Probabilmente è proprio l’incapacità d’interagire con gli estremi citati che induce a praticare esperienze sospese tra i propri limiti di vedute, trasformando quella che poteva diventare un’esperienza autentica in inferno mite o in paradiso severo, sinonimi di una vita illusoria.

Contemplazione dalla Cedar Mesa (Utah)
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L’altopiano della Vita e dell’Illusione
Proprio perché le motivazioni di quell’idea non sono state sufficientemente chiarite, va ricordato che Motti, nella sua ultima monografia su Caprie, che scrisse poco prima di morire suicida nel giugno 1983, ci rivelò che l’idea dell’altopiano altro non era che la rappresentazione d’una visione della vita tratta dalla filosofia indiana.

Solo facendo soccombere in noi le progressive illusioni – diceva Motti – possiamo approdare a un altopiano esistenziale (rappresentazione orientale del paradiso terrestre) dove scompaiono definitivamente le sofferenze operate dalle illusioni, le stesse che riducono l’esistenza a una vita non vissuta rispetto a quella più autentica che a causa loro non pensiamo sia possibile vivere.

Il suo tentativo, in ogni caso genuino, di divulgare quella teoria incontrò da noi forti resistenze ad essere accettato perché la diversità dei contenuti fu vissuta dagli scettici come un vero e proprio pericolo di soverchiamento dei valori tradizionali e frainteso dai mediocri come una delle tante cocciute prese di posizione teorica dell’intellettuale torinese e pertanto, più che attecchire, alla fine fu considerato erroneamente mera utopia. Così, quell’intento interpretativo di Gian Piero, messaggero della possibilità di un ponte di scambio tra valori e interpretato erroneamente come un ponte di scavalcamento, da allora divenne solo lo spunto per capire come eliminare sempre più le componenti più disagevoli dei territori montuosi per servirsi in modo più agevole della natura verticale, per trasformare gradualmente i lembi della montagna in un “divertimentificio” accessibile, grazie anche alle autorità inclini ad asservire, per interesse, la maggioranza.

Tutto ciò si può riscontrare:
– nei giornalisti che ritengono sia stato lo sport l’attività che ha permesso l’evoluzione dell’arrampicata e dell’alpinismo;
– nei docenti che considerano la natura verticale con raziocinio privo di logica percettiva delle sue componenti;
– negli scrittori di montagna che non scrivono per dire, ma per produrre racconti dove specchiarsi;
– negli editori di guide che vorrebbero trasformare tutti gli angoli verticali d’Italia in manufatti editoriali;
– negli alpinisti che realizzano salite nel mondo non per esprimere, ma per specchiarsi nell’ammirazione degli altri;
– negli arrampicatori che hanno abilmente sfuggito il confronto con se stessi, preferendo ciò che riesce difficile ad altri;
– negli attrezzatori di tracciati geotecnici che considerano la natura verticale un mezzo da trasformare in livelli tecnici di salita.

Inevitabilmente, questi punti di vista illusori portano da possibilità speciali ad ambiti specializzati, da conoscenza della natura a considerazione tecnica, da espressività a ristrettezza creativa, da cultura a vuoto culturale, da maestria effettiva ad apparente maestria, da itinerari tecnici a tracciati geotecnici, imboccando la strada che porta dalla valorizzazione al degrado della natura verticale.

Oggi più che mai mi pare si sia definito un altopiano delle illusioni che risalta con forma decisamente concreta, proprio perché non divide i buoni dai cattivi o i capaci dagli incapaci, ma si rivela nelle idee e nel comportamento di chi si occupa o si muove per le montagne considerandole solo col filtro della propria categoria mentale.

Ma sarà sempre possibile distinguere chi sembra avere contenuti da chi effettivamente li ha, come capire le motivazioni di chi tira avanti con automatismo, passando da una ripetizione all’altra, rispetto ai desideri esplorativi scaturiti da una passione conoscitiva: basterà scegliere la via della consapevolezza. Nessun giudizio. Se esiste una verità essa va cercata nella vita stessa, che inevitabilmente serve il conto a ognuno di noi. Non c’è alcun premio o punizione divina che non sia il risultato di tutto ciò che si è costruito o fatto socialmente e da cui non si sfugge perché ciascuno di noi abita senza scampo dentro a se stesso.

A onor del vero, furono proprio le vette di fondovalle e quelle piallate dei dossi d’alta montagna che ho raggiunto camminando e arrampicando nel corso degli anni, ad annullare in me l’idea di liberarmi tramite il concetto di vetta o d’altopiano

Una volta, scendendo dalla sommità d’un masso, così minuscola da non potervi sostare, mi accorsi che le vette più esili e le sommità microscopiche non erano una caratteristica specifica delle montagne più elevate, ma pure dei fondovalle più riposti e meno conosciuti.

E che le falesie più variegate e sconcertanti non erano solo quelle di fondovalle ma anche quelle formate da lontani spalti glaciali, che una volta raggiunti si rivelarono non esser altopiani… E proprio non saprei dirvi se facendo tutto ciò mi fossi divertito o ne avessi sofferto, distratto com’ero dalla meraviglia di veder trasformare di continuo tutto quello che un attimo prima m’appariva assolutamente certo e immodificabile.

Così le masse montuose incorruttibili mi parvero non dissimili da nubi evanescenti… le une e le altre mai uguali a se stesse.

AltopianoCambiamento-No-spit zone_nuovo logo
Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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Storia dell’arrampicata libera 2

Storia dell’arrampicata libera dall’Alpinismo al Deep Water Solo (2-4)
di Guglielmo Magri, Istruttore della Scuola Franco Gessi di Bassano e collaboratore della Scuola Giuliano Mainini di Macerata

Sviluppo dell’arrampicata libera
Il movimento del “Nuovo Mattino” in Italia
In seguito alle riflessioni di Messner e per reagire allo stile di alpinismo che si era imposto nei precedenti anni, in Italia si sviluppò una nuova corrente detta Nuovo Mattino che fu ispirata dagli scritti di Gian Piero Motti.

Caporal (Valle dell’Orco, lo Yosemite italiano)
Storia dell'Arrampicata Libera22Questo movimento si sviluppò dapprima in Piemonte rifacendosi alle esperienze americane e al contatto con le nuove tecniche di scalata anglosassoni e grazie anche alla presenza di uno straordinario scalatore scozzese, Mike Kosterlitz.

Gli scalatori del Nuovo Mattino per sviluppare le proprie idee scelsero un nuovo terreno di gioco, lontano dalle grandi cime, in bassa quota e che consentiva uno stile di scalata simile a quello dello Yosemite.

Sergent (Valle dell’Orco)
Storia dell'Arrampicata Libera23In realtà le idee del Nuovo Mattino non investivano solamente l’arrampicata libera, ma consistevano anche in una critica dello spirito dell’alpinismo di quell’epoca.

Veniva proposta la “Pace con l’Alpe” e la permanenza serena in parete come fonte di esperienza contrapposta all’alpinismo di conquista.

Le pareti salite, come quelle in Yosemite, non avevano nemmeno una “vetta” vera e propria: l’importante era la via e il modo in cui si saliva.

Una componente importante di questo nuovo spirito fu senz’altro il tentativo di guardare le pareti con l’intento di trovare linee salibili in libera spesso accettando l’assenza o la scarsità di protezioni.

Tutto ciò anche se ancora si trovavano tratti di raccordo saliti in artificiale e anche se il concetto di continuità dell’arrampicata ancora non era stato compreso.

I concetti del Nuovo Mattino piemontese si ritrovano parallelamente anche in altre zone d’Italia, spesso nascendo in maniera autonoma le une rispetto alle altre.

Sulle Alpi Centrali va ricordato Ivan Guerini, che nel 1973 aveva lasciato la pianura lombarda per la Val di Mello. La sua prima via risale al 1975.

Ivan Guerini
Storia dell'Arrampicata Libera24Nel 1976 in Val di Mello nascono “i Sassisti”, un gruppo di forti arrampicatori scanzonati che farà della libera il suo naturale modo di esprimersi.

Olivo Tico e Paolo Masa su Polimagò (Val di Mello). Foto: Jacopo Merizzi (da Valle di Mello, 9000 metri sopra i prati)
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Olivo Tico su Polimagò (Val di Mello). Foto: Jacopo Merizzi (da Valle di Mello, 9000 metri sopra i prati)
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Nel 1977 si parla per la prima volta di VII grado con la placca di Nuova Dimensione dei Sassisti Jacopo Merizzi e Antonio Boscacci, ma il primo riconosciuto dall’UIAA sarà la via di Ivan Guerini e Mario Villa, Oceano Irrazionale.

Nuova Dimensione
Storia dell'Arrampicata Libera27Oceano Irrazionale
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I capolavori del Nuovo Mattino
Il free-climbing era ormai sbocciato anche in Italia ed il nuovo impulso darà vita a vie che sono autentici gioielli di bellezza e armonia

Luna Nascente (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
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Rattle Snake (Valle dell’Orco). Foto: Guglielmo Magri
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Il Risveglio di Kundalini (Val di Mello). Foto: Guglielmo MagriStoria dell'Arrampicata Libera31

Orecchio del Pachiderma (Valle dell’Orco). Foto: Maurizio Oviglia
Storia dell'Arrampicata Libera32Luna Nascente (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
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Fessura Kosterlitz (Valle dell’Orco)
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Fessura della Disperazione (Valle dell’Orco)
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Oceano Irrazionale (Val di Mello)
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Oceano Irrazionale (Val di Mello). Foto: Guglielmo Magri
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Diedro Nanchez (Valle dell’Orco)
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Spiderman (Gaeta)
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Maurizio Zanolla “Manolo” o “Il Mago”
Negli stessi anni c’era uno scalatore che sembrava totalmente slegato dal contesto italiano eppure all’avanguardia.

Maurizio Zanolla, di Feltre, detto Manolo o il Mago, che sarà uno dei più grandi fuoriclasse dell’arrampicata mondiale.

Grazie al suo talento, già nel 1978 superò in libera la Carlesso alla Torre Trieste (7a+) e aprì la Via dei Piazaroi sulla Cima della Madonna (7b).

Manolo
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Alessandro Gogna e i Cento Nuovi Mattini
In seguito a questo fermento nei primi anni ottanta il celebre alpinista Alessandro Gogna, prese contatto con i più forti free-climber dell’epoca, Manolo, Ivan Guerini, Roberto Bassi, Gabriele Beuchod e partì per un viaggio esplorativo delle zone d’Italia dove si stavano diffondendo le nuove idee.

Da quelle esperienze nacquero i libri “100 nuovi mattini” e il successivo “Mezzogiorno di Pietra” una raccolta di vie che è stato un riferimento per una generazione intera di arrampicatori.

Allo stesso tempo, questi libri rappresentano un po’ il canto del cigno del free-climbing, scritti nel momento di massimo splendore dell’arrampicata esplorativa e sulla spinta delle idee del Nuovo Mattino.

Ivan Guerini su L’Albero delle Pere (Val di Mello), 1a ripetizione, 7 luglio 1977
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Regole dell’arrampicata libera
L’Europa per tutti gli anni ‘70 era rimasta indietro nel livello di difficoltà.

In Francia tuttavia si era cominciato a definire le regole e gli stili validi nell’arrampicata libera.

Jean-Claude Droyer comprese e formalizzò la necessità di eliminare eventuali riposi per poter dichiarare la libera di un tiro.

A lui si deve l’adozione del termine rotpunkt, dato che era solito segnare con un punto rosso alla base ogni tiro da lui liberato.

Jean-Claude Droyer
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Nascita dell’arrampicata sportiva
Metodi di chiodatura
Fino a questo periodo lo sviluppo dell’arrampicata libera era avvenuto su vie in falesia che però continuavano a essere chiodate dal basso.

Si cominciò in quegli anni in Francia ad attrezzare monotiri in falesia chiodandoli dall’alto.

In questa maniera si eliminava il rischio per non avere impedimenti nel raggiungimento della massima difficoltà.

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CONTINUA

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/15/storia-dellarrampicata-libera-1/

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/17/storia-dellarrampicata-libera-3/

http://www.alessandrogogna.com/2014/07/18/storia-dellarrampicata-libera-4/