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Google Maps Trek: libera l’esploratore che c’è in te?

Google Maps Trek: libera l’esploratore che c’è in te?
oppure la fine dell’on-sight e della libertà esplorativa in ambiente?
di Giorgio Robino


Il sito web di Google Maps Trek [1] recita:
Libera l’esploratore che c’è in te. Viaggia con Google Maps e goditi panorami da tutto il mondo

Anzitutto cos’è Google? E’ una l’azienda privata californiana [4] che ha come motto ”not be evil” [5] e che di fatto domina l’informazione mondiale. Ora dico subito che nell’ambito della comunità hacker (cioè tra chi, lavorando di solito nello sviluppo software, si occupa di libertà e condivisione dell’informazione, di sicurezza e privacy) c’è una ”storica” ironia su questo ”not be evil”, ovvero di un paventato ”facciamo cose per l’umanità, non per il profitto privato”, in relazione a tanti avvenimenti passati. Ma è una lunga storia, tralasciamo un attimo questa polemica che qui non è probabilmente d’interesse.

http://www.google.com/maps/about/behind-the-scenes/streetview/treks/
Google-1

Ora, molti di noi usano felicemente tutti i giorni il motore di ricerca www.google.com, ormai standard di fatto e probabilmente molti hanno usato la tecnologia hardware e software Google Street View [2] [3], ovvero la mappatura fotografica geo-referenziata, applicata alla navigazione pseudo-tridimensionale in ambiente urbano stradale. Anch’io, quando sono andato a trovare Alessandro Gogna a Milano, sono andato a consultare Google Street View per vedere dove andare a posteggiare la mia auto. Lo confesso!

Ma ha senso tutto questo in ambiente naturale? Google lavora da un po’ di anni, a un progetto da poco rinominato Trek, che consiste nell’utilizzo della stessa tecnologia Street View, ma applicata in contesti extraurbani, cioè naturali ed addirittura alpinistici. Eppoi non solo outdoor ma anche indoor: ipotizzandone l’uso addirittura per una navigazione virtuale all’interno di strutture museali, o all’interno di qualsiasi palazzo, al chiuso.

Non si tratta di una novità, certo, io ricordo di essere venuto a conoscenza del progetto di mappatura e ricerca di volontari se non sbaglio a fine 2009, quando un amico hacker mi passò ingenuamente un invito ”segreto” di Google per partecipare all’arruolamento di volontari per la mappatura di sentieri e vie anche sulle Alpi. Con l’amico ne nacque una discussione a oggi ancora non terminata sugli impatti negativi di questa tecnologia.

Vediamo quali sono gli scenari applicativi in ambito escursionistico e in particolare in quello alpinistico: l’idea sperimentale di Google è quella di fare mappatura tridimensionale a 360 gradi, metro-per-metro, delle vie alpinistiche. E’ stato recentemente fatto, a scopo ”promozionale”, un primo esperimento tracciatura di famosa salita sul Nose [6] e così recita la pagina web di pseudo navigazione:
Welcome to The Nose of El Capitan, in Yosemite National Park — the most iconic rock climb on earth. Tighten your harness and double-check your knot, to join Lynn Hill, Alex Honnold, and Tommy Caldwell on a 3,000 foot interactive journey up El Capitan.

Dunque Google ha ”arruolato” la Lynn Hill, Alex Honnold e Tommy Caldwell, allo scopo di fare una ”demo” di salita tracciata con tecnologia Street View: una troupe ”cinematografica” dotata di google-street camera, ha ripreso l’arrampicata dei tre lungo tutta la via. Ecco il video promozionale del ”dietro alle quinte” [10]:

A onor del vero, va detto che si tratta di una demo e al momento probabilmente solo di una trovata pubblicitaria/marketing, più che una reale mappatura pervasiva disponibile agli ”utenti”. Ma può essere davvero che Google voglia procedere in tal senso. Non è ancora rispetto quale vero scopo ultimo.

Ma immaginate che un domani tutte le vie o le più famose o le più ripetute o quel che volete, siano percorribili virtualmente con un personal computer, con il sistema Google Street View: potremo vedere metro per metro la via, dove l’attore (una Lynn Hill o un qualsiasi alpinista della domenica google-arruolato, che magari ha pure pagato per comparire, chissà), metterà mani e piedi a disposizione dello show! Presa-per-presa, appiglio-per-appiglio, protezione-per-protezione, spit-per-spit, metro-per-metro.

Vi piace ‘sta cosa? A me mica tanto! Tempo addietro proposi ad Alessandro se fosse interessato per caso a un mio articolo ”contro” questa mappatura, e con una qualche mia sorpresa, lui mi rispose:
Sicuro! Mi immagino già il titolo: la morte dell’on-sight!”

Ora anche io colgo questo aspetto, cioè il fatto che questo sistema svilirebbe l’on-sight dell’arrampicata sportiva: il salire ‘a vista’ appunto, una via, per la prima volta, mai vista e provata e senza aver visto un altro arrampicatore salirla prima.

Ma ho preferito lasciare il titolo paradossale con cui la stessa Google definisce il suo progetto: ”Libera l’esploratore che c’è in te”, permettendomi di aggiungerci un punto interrogativo. Perché secondo me il paradosso di tutta questa faccenda è la depauperazione di libertà esplorativa dell’ambiente naturale, non solo in termini alpinistici, non solo in termini escursionistici [7].

Faccio un altro esempio, più terra-terra, più vicino a noi, riguardante l’Appennino: il 7 ottobre 2015, leggo un post sulla pagina di gruppo facebook dedicato al parco Naturale della Majella, che pubblicizza gioiosamente il progetto di mappatura del parco attraverso gli aggeggi Google Street View. Il post recitava così:
“Amici del ‪#‎parcomajella, i suggestivi itinerari della Majella possono essere ammirati attraverso Street View di Google Maps. Da tutto il mondo, quindi, si avrà la possibilità di avere una visione a 360° degli itinerari del Parco. Ecco il Monte Amaro… la street view non è andata mai così alta sull’Appennino!!! http://bit.ly/monte_amaro_street_view

Quel giorno scrissi a caldo sulla mia pagina un piccato e forse ingiusto (rispetto all’entusiasmo di chi fece il post pro-parco) [8]:

Durante la tracciatura Google Street View nel Parco Nazionale della Majella
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Ora va detto che il risultato di quella tracciatura nel parco è pure piacevole e bello da vedere (qui il link allo Street View: [9]), non lo nego! E pur cogliendo gli aspetti divulgativi e promozionali di un certo territorio che amo e rispetto (tra parentesi: Evviva la Majella e le montagne del Molise!) io rimango piuttosto contrario all’uso e divulgazione questa tecnologia.

Lasciamo pure perdere l’uccisione del concetto di on-sight. Mi si potrebbe dire che in fondo, anche senza Google Street View, le vie alpinistiche da sempre vengono studiate a tavolino prima di una salita, in tutti i modi possibili, laddove possibile, con tutte le tecnologie disponibili nel momento storico, e che quando non c’erano né internet né computer si utilizzavano gli schizzi su carta fatti da altri alpinisti (peraltro si usano ancora e sono quelli più utili, specie se fatti da persone fidate!), e poi le fotografie. In fondo questa tecnologia è solo l’accelerazione tempo-reale di quanto si è ”sempre” fatto.

Alex Honnold sul Nose in occasione delle riprese per Google Street View
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Va bene, ammettiamo pure, ma c’è comunque un aspetto diseducativo di questo tracciamento visuale millimetrico pret-a-porter: è il non mettere l’alpinista, l’escursionista, nello stato mentale di prepararsi psicologicamente (senza avere completamente tutti i dati a disposizione) all’imprevedibile, al non conosciuto, al mistero esplorativo del viaggio, della salita, che è gioia e dolore, emozione che ci fa muovere. O no?

Poi c’è un altro tema, ancora più vasto e devastante della polemica alpinistica, e cioè: ci va bene in generale che ci sia una completa mappatura di ogni angolo di questo pianeta? Ci va bene che la nostra posizione geospaziale sia tracciata da qualcuno (che peraltro nella fattispecie è un’azienda privata)?
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Personalmente non voglio che la mia posizione sia tracciata geo-localizzata, soprattutto per fini terzi. Né in città, né in montagna. Voglio essere libero di perdermi per le città, i boschi o in alta quota. Voglio prendermi un rischio il cui calcolo spetta solo a me. Reclamo wanderer.

Last but not least, ci sono rimasto basito che Lynn Hill si sia prestata a fare ‘sto spottone per Google, in un video la cui voce recitante è proprio quella della stessa Hill che esordisce con queste precise parole:
penso che sia molto umano il volere esplorare qualcosa che sia sconosciuto”.

Appunto! Ma il progetto Google è in totale contraddizione con quest’affermazione e Lynn Hill si fa promoter di una tecnologia che uccide l’unknown (quello che qualcuno forse chiamerebbe ”mistero”).

E infine, il video si chiude ancora con la voce recitante della Hill che dice:
diventa possibile quello che inizialmente sembra impossibile”.

La frase mi ricorda un po’ certa propaganda del no-limits! Ahimè. Mi appello all’ultimo mio baluardo, punto fermo di femminile sapienza: Ti prego Catherine Destivelle, parlale tu alla Lynn Hill! Perché ho capito che business is business, ma tutto ha un ”limite”!

Un’altra etica è possibile, anzi: è necessaria.

Alex Honnold sul Nose
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Riferimenti:
[1] http://www.google.com/maps/about/behind-the-scenes/streetview/treks/
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Google_Street_View
[3] https://www.google.com/intl/it/maps/streetview/
[4] https://www.google.com/intl/it_it/about/company/
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Don’t_Be_Evil
[6] http://www.google.com/maps/about/behind-the-scenes/streetview/treks/yosemite/
[7] http://www.google.com/maps/about/behind-the-scenes/streetview/treks/the-worlds-highest-peaks/
[8] https://www.facebook.com/solyarisoftware/posts/10207469882923098
[9] https://www.google.com/maps/@42.0863241,14.0859836,3a,75y,67.03h,68.38t/data=!3m6!1e1!3m4!1s6BWTf1AgGloebDpd_YKIkw!2e0!7i13312!8i6656
[10] https://www.youtube.com/watch?v=bEpMR86wxeQ

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Training per l’on-sight

Bell’a vista
di Neil Gresham (tratto e tradotto da Climb 114, www.climbmagazine.com)

Riscaldamento
La maggior parte dei climber oggi è conscia dell’importanza di un riscaldamento progressivo al fine di evitare il temuto e improvviso spompamento. Si potrebbe dire, semplificando forse troppo, che c’è bisogno di spomparsi in modo leggero un tre volte prima di ottenere un riscaldamento ottimale. Una precisa strategia dipende comunque dai livelli di fatica e da quanto è consumata la vostra pelle.
Provate a scegliere delle on-sight per riscaldarvi, invece di farlo su vie che conoscete. Questo serve ad aumentare le capacità di “lettura” di una via. Prendetevi comunque un buon riposo dopo l’ultimo riscaldamento, misurate la sua durata in base all’intensità dello sforzo che dovete affrontare e alla lunghezza delle vie.

Neil Gresham, l’autore
onsight-gresham-2_2311884bScelta della via
Se avete un ragionevole livello di resistenza, allora le vie lunghe costituiscono la miglior opzione per l’on-sight che volete fare, meglio se siete in una falesia europea strapiombante a roccia rossastra dove i segni della magnesite e della gomma si vedono più facilmente che non, a esempio, sulle rocce grigie del Regno Unito. Ad ogni modo non lasciatevi scoraggiare dalla difficoltà di fare on-sight in Regno Unito, prendetela come una buona chance per fare pratica.

Materiale
Per le on-sight, una corda singola (da 9 – 9,2 mm) vi aiuta molto su vie più lunghe di 25 metri, in termini di peso e attrito. Necessari anche rinvii molto leggeri.

Lettura della via
Non è una tattica solo per le scalate indoor. Su certi tipi di roccia si può usare furbizia, aggiratevi sotto la via e guardatela bene, da diverse angolazioni. Osservate le tracce di magnesite e le strisciate di gomma, cercate di ispezionare entrambi i lati dei tufa e dei bordi di un tetto. Andate indietro per guardare la parte alta; un’altra furbata è di guardare con i binocoli. Quest’accorgimento fu usato dal giapponese Yuji Hiriyama quando fece on-sight White Zombie (8c), la prima via di quel grado al mondo a essere stata fatta.

Rispettare la parte facile
Si è spesso tentati di “correre” sui tratti non impegnativi, così spendendo più del necessario prima del tratto chiave. Non se ne risente subito, il conto lo si paga dopo. Rilassatevi, prendete un bel respiro, riposatevi a braccia distese anche se non ne sentite il bisogno.

Reperimento e uso dei riposi
L’individuazione dei riposi è qualcosa che richiede costante attenzione durante una on-sight dura. Non sto parlando delle cenge ovvie o delle spaccate, ma delle posizioni non così evidenti che si possono trovare leggermente al di fuori della sequenza di movimenti. Appoggi interni, spuntoncini, ganci di tacco o di punta, incastri, astute opposizioni di ginocchia o braccia possono alleviare la fatica che state facendo nel bel mezzo della vostra prova. In arrampicata su tufa o stalattiti, talvolta ci si può incastrare di spalle o di schiena (come fosse un camino) oppure “pinzarle” con le gambe anche se la progressione in senso stretto non lo richiede. Se scuotete le braccia, badate a caricare al massimo i piedi, tenete le braccia tese e provate a rilassare tutto il corpo. Se sentite crampi alle caviglie, provate a usare il tacco su appoggio più largo. Quando cambiate braccio, potete aver bisogno di scambiare i piedi per tenervi in equilibrio. Respirate profondamente e controllate le pulsazioni ascoltando il battito cardiaco. Quando questo rallenta il ritmo notevolmente, allora è il momento di muovervi.

Steve McClure, tra i massimi campioni dell’on-sight
onsight-Steve-McClure-Tim-Glasby1Passi chiave
Se vi state agitando nella lettura di un passo chiave, considera sempre valido di tornare a un riposo, perfino tornare a terra: contrariamente a quello che la gente pensa, non è imbrogliare… Se sei ragionevolmente allenato, puoi considerare il “ground-up siege”, cioè affrontare il passo chiave con successivi assalti, specie se esso non è molto in alto. In questo modo ti puoi veramente impegnare solo quando sei sicuro della sequenza. Se sei spompato e il riposo non è in alcun modo possibile, allora è meglio dire “o la va o la spacca” piuttosto che star lì a perdere forze nella ricerca della soluzione ottimale. Ricorda che per fare una on-sight sportiva al tuo limite hai bisogno di fare i passi chiave in velocità, affidandoti più che altro all’intuizione. Se provi a calcolare tutto, come se stessi facendo del trad, sarai troppo lento e ti brucerai. Ricorda che sulla vie “popolari” le sequenze sbagliate sono piene di magnesite come quelle giuste. Soprattutto fate in modo di riservare il picco di energia per i passi chiave: un errore comune è quello di non commutare al momento giusto dalla “modalità resistenza” alla “modalità strappo duro”.

La caduta quasi in catena
Resistere nelle ultime movenze è il più grande test nelle on-sight. L’effetto di fatica e adrenalina è di avere una visione troppo concentrata su una cosa, meglio cercare di avere una visione più allargata. Respirare in profondità con costanza abbassa i livelli di adrenalina (riducendo così l’effetto di cui sopra) e riduce lo spompamento. Se hai modo di scrollare le braccia prima di fare il pezzo finale, fa un reale sforzo per stimare cosa ti aspetta e costruisciti una sequenza provvisoria. Una volta ripartito, va più veloce che puoi (senza sacrificare troppa eleganza) e, se ti acciai, la regola d’oro è quella di muovere i piedi al posto di tentare un lancio disperato.

Il recupero dopo lo spompamento
Dopo ciascuna scalata, usa strategie di riposo attivo per fluidificare lo spompamento, tipo fare jogging, rotazioni di braccia o massaggi alle dita, magari facendo facili traversi alla base, senza però fare stretching agli avambracci. Nota che non è necessariamente male tenersi un po’ di acido lattico negli avambracci (solo un poco, però).

La preparazione al viaggio
Sforzati di girare più falesie possibili, se vuoi migliorare il tuo on-sight nel viaggio che hai in programma. Prima del viaggio. Se non si può andare in uno dei posti più adatti, allora la miglior soluzione per l’allenamento fisico è lo stick training (dove il tuo compagno ti indirizza su sequenze random sulla paretina di boulder). Provate a esercitarvi su vie e pareti che siano il più possibile simili a quella che avete deciso di tentare.

La struttura del viaggio
Una salita veloce redpoint nel bel mezzo di un viaggio ti fornisce il modo migliore per avere ancora più fiducia, ma non concentrantevi troppo su un’idea, perché potrebbe essere controproducente.
Al riguardo dei giorni di riposo, 2 attivi contro 1 di riposo, o anche 3 attivi contro 1 di riposo può andare bene; anche se all’inizio del viaggio resta una buona norma che la seconda giornata sia meno faticosa della prima. Una volta che sei nel flusso del programma, potresti trovarti più efficiente durante il secondo o terzo giorno, in quanto qualità di movimento e precisione possono compensare la fatica accumulata.

Il superamento di un nuovo grado
Tutti conoscono l’importanza di procedere nella costruzione di una piramide piuttosto che salire una o due vie di ciascun grado. Ma quanto dev’essere larga questa piramide? Facciamo un esempio: se il tuo obiettivo è di fare un on-sight di 7a e finora ne hai fatto solo uno di 6c+ e due o tre di 6c, allora ha senso fare almeno un altro 6c+ e magari anche qualche altro 6c. Comunque, se hai già fatto tre o quattro 6c+ e una dozzina di 6c, allora farne ancora di questo grado sarebbe di limitata utilità. A quel punto infatti è la prova sui 7a che ti può essere utile. Se l’obiettivo è di raggiungere un grado nuovo in un viaggio, è facile demoralizzarsi. Non mollate troppo tardi, ma preparatevi alla bastonata se provate troppo presto. Se il viaggio è lungo, provate a costruirvi un progetto piramidale come descritto sopra.

Edward Hamer, tra i massimi campioni dell’on-sight (Tiger Cat (33), Elphinstone, Blue Mountains, Australia)
Edward Hamer, Tiger Cat (33), Elphinstone, Blue Mountains, Australia.Altra tattica interessante è di provare deliberatamente a fare on-sight una via due gradi più difficile del vostro limite, in modo che poi al grado più basso tutto vi sembri più facile: fatelo però solo il giorno prima del riposo. Se è un viaggio breve, allora dovete fare una o due vie vicino al grado che volete e solo allora provare. Quando siete pronti, controllate che il posto vi possa proporre parecchie alternative adatte. È anche importantissimo non mettere alcuna via su un piedistallo, in modo da passare via veloci all’altra senza rimpianti. Normalmente, dopo un fallimento, conviene andare subito in cima facendo A0 e poi scendere per ripulire tutto, in modo da preservare energie per la via dopo.

Rilassarsi
Se vi state innervosendo o v’incazzate sulle prime due o tre vie, allora è quasi certo che sarete consumati dallo stress prima di poter raggiungere il vostro obiettivo. Non dimenticatevi che fallire è conseguenza normale dell’osare il superamento del limite. Tendiamo ad ascoltare poco i fallimenti degli altri e questo spesso ci porta ad avere strane idee sulle nostre stesse esperienze. È inevitabile che ciascuno di noi fallisca su almeno dieci o quindici via prima di oltrepassare un certo grado. Perciò è importante che ci concentriamo sull’intero procedimento dell’imparare piuttosto che sul vincere o perdere. Goditi tutti i movimenti delle vie e coltiva l’esperienza di accoppiarti con una difficoltà che non è la tua solita. Annotati le cause dei tuoi insuccessi. Soprattutto, non puntare su una sola stagione di arrampicata, ma neppure su un viaggio o su una sola via. Pensa piuttosto che c’è sempre un’altra via, la prossima volta.

Non risparmiate sulle vie
Evita di tenerti le vie per i giorni migliori che potrebbero non arrivare mai. Se ci sono cattive condizioni o non ti senti preparato è un conto, ma non usare queste scuse in un giorno nel quale tutto potrebbe andare benissimo. Come diceva Bruce Lee: “Non conta la vittoria o la sconfitta, ma l’esserci a pieno titolo in quel momento… il risultato sarà quello che deve essere”.

postato il 28 ottobre 2014