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Le due facce del volontariato

L’articolo che segue sostiene la bellezza e la necessità del volontariato ma nello stesso tempo evidenzia anche la sempre possibile degenerazione/strumentalizzazione del volontariato stesso, della quale c’è chi allegramente nemmeno si rende conto (i furbastri invece sì).

Le due facce del volontariato
di Ilvo Diamanti
(da La Repubblica, 29 agosto 2016)

L’altra faccia del terremoto, della tragedia che ha devastato alcune zone dell’Italia centrale, è il ritorno del volontariato. Che ha partecipato, attivamente, ai soccorsi. E continuerà anche domani e dopo. Nelle aree colpite, in modo tanto violento e doloroso. Ma anche intorno. E per “intorno” intendo l’intero Paese. Perché il dramma delle popolazioni investite dal sisma ha mobilitato persone e comunità di tutta Italia. Che hanno “assistito” a questi eventi non solo da “spettatori”. Di uno spettacolo doloroso riprodotto su tutti i media, ad ogni orario. Gli italiani, infatti, in gran parte, si sono sentiti coinvolti – e sconvolti – dal dramma di Accumoli, Amatrice, Pescara del Tronto. E degli altri paesi situati nell’epicentro del terremoto. Al crocevia fra Marche, Lazio e Umbria. Così, in breve, si è diffusa e allargata la partecipazione solidale dei cittadini di tutta Italia. Al punto da costringere i coordinatori dei soccorsi a frenare questa spinta generosa. Cercando, quantomeno, di regolare la qualità e la quantità dei contributi, in direzione delle domande “locali”. Per evitare l’eccesso di “doni” e di “beni” – già eccedenti.

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Questa premessa permette di comprendere la complessità di quella realtà che, nel discorso quotidiano, è riassunta con un solo termine. Una sola parola. Volontariato. Pronunciato, spesso, senza precisazioni. Dato per scontato. Mentre si tratta di un fenomeno distinto e molteplice. Che, nel tempo, ha cambiato immagine e significato. Il volontariato. È un modello di azione, individuale e sociale, orientato allo svolgimento di “attività gratuite a beneficio di altri o della comunità”, per citare la prima indagine sul settore condotta dall’Istat (nel 2014). La quale stima, il numero di volontari, in Italia intorno a 6 milioni e mezzo di persone. Cioè, circa il 12,6% della popolazione. In parte (4 milioni) coinvolti in associazioni e in gruppi, gli altri (2 milioni e mezzo) impegnati in forme e sedi non organizzate. Ma, se spostiamo l’attenzione anche su coloro che operano in questa direzione anche in modo più occasionale, allora le misure si allargano sensibilmente. Il Rapporto 2015 su “Gli italiani e lo Stato”, curato da Demos per La Repubblica, infatti, rileva come, nell’ultimo anno, quasi 4 persone su 10 abbiano preso parte ad attività di volontariato sociale. Che si producono e si riproducono in base a necessità e a emergenze. Locali e nazionali. Come in questa occasione.
Il “volontariato”, infatti, è utile. Alla società e allo Stato. Ai destinatari della sua azione e alle persone che lo praticano. Il volontariato “organizzato”, d’altronde, ha progressivamente surrogato l’azione degli enti locali e dello Stato. Si è, quindi, istituzionalizzato. In molti casi, è divenuto “impresa”. Sistema di imprese, che risponde a problemi ed emergenze. Di lunga durata oppure insorgenti. Il disagio giovanile, le povertà vecchie e nuove. Negli ultimi anni, in misura crescente: gli immigrati. E di recente: i rifugiati. Fra le conseguenze di questa tendenza c’è la “normalizzazione della volontà”. Che rischia di venir piegata e di ripiegarsi in senso prevalentemente “utilitario”. Divenendo una risorsa da spendere sul mercato del lavoro e dei servizi. Il “volontario”, a sua volta, rischia di divenire un professionista. Una figura professionale. E, non a caso, sono molti i “volontari di professione”, che operano in “imprese sociali”. Il principale rischio di questa tendenza – sottolineato da tempo – richiama, anzitutto, la dipendenza del volontariato e, di conseguenza, dei volontari “di professione” da logiche prevalentemente istituzionali. E dunque politiche. Visto che questo volontariato e questi volontari dipendono, in misura determinante, da finanziamenti e contributi “pubblici”, locali, regionali e nazionali. Talora, com’è noto, sono perfino divenuti canali di auto-finanziamento. Per soggetti e interessi politici e impolitici, non sempre leciti e trasparenti.
Bisogna, dunque, diffidare del “volontariato”? Sicuramente no. Perché il volontariato è, comunque, un fenomeno ampio e articolato. In parte organizzato, in parte no. Espresso e praticato, in molti casi, su base individuale. Un modo per tradurre concretamente la solidarietà. Un’altra parola poco definita e molto usata, perfino abusata. Ma che riassume un fondamento della società. Perché senza “relazioni di reciprocità”, dunque, di solidarietà, la società stessa non esiste. Così, il volontariato organizzato fornisce riferimento e continuità al volontariato individuale e al sentimento diffuso di altruismo che anche in questa occasione si è manifestato. Il volontariato organizzato offre visibilità – e dunque sostegno – al grande popolo del “volontariato involontario”. Che fa solidarietà fuori dalle organizzazioni, dalle associazioni, dalle istituzioni e dalle imprese.

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D’altronde, la fiducia ampia e crescente nei confronti del volontariato riflette, in parte, la sfiducia nei confronti delle istituzioni politiche e dello Stato. Per questo è importante che il volontariato non divenga supplente del pubblico e della politica. Anche se, per poter agire in modo efficace e continuo, deve “partecipare”. In relazione con il pubblico e la politica. Ma deve anche riproporre le domande e i valori da cui origina, offrire identità. Per questo l’emergenza del terremoto costituisce l’occasione per verificare, una volta di più, l’importanza del volontariato. Come organizzazione e sentimento. Utile alle popolazioni colpite, ma anche alla società italiana, per rammentare a se stessa, a noi stessi, l’importanza dei legami sociali. Per necessità. Il volontariato organizzato: va coltivato con cura. Ma insieme al volontariato involontario. All’in-volontariato.

 

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La montagna non perdona se la scambi per luna park

Nell’articolo seguente è un curioso misto di verità e banalità (uffa, questi infradito), ma quello che mi colpisce di più è che sia proprio Filippo Facci a censurare, con la sua peraltro assai divertente scrittura, le questioni daparco giochi.

Sul Reality Monte Bianco, di cui il Facci è stato partecipante (e quasi vincitore), sono state scritte e dette parecchie cose, ma per me il dato assolutamente più negativo è proprio quello “culturale“, l’avere proposto cioè a un pubblico vasto (comprensivo di non avveduti) l’idea che la montagna è interessante solo se vi si vince qualcosa e il suggerimento che degli incapaci in montagna (per definizione) possano cionondimeno competere, con la scusa che sono accompagnati da esperti. In quel programma la colpa difficilmente scusabile è stata anche delle Guide Alpine, perché accettando quel lavoro hanno contribuito a proporre tale cultura: per giunta inutilmente (si poteva escogitare altro) e violando la loro stessa (da sempre predicata) natura e funzione di tutori della prudenza (ora si dice: sicurezza) e dei veri valori dell’alpinismo.

In sostanza, proprio il Reality Monte Bianco è stato grande esempio di come la montagna si possa facilmente ridurre a parco-giochi.

 

La montagna non perdona se la scambi per luna park
di Filippo Facci
(pubblicato su Libero il 30 agosto 2016)

All’apparenza è una strage. Sulle Alpi ci vanno gli alpinisti ma anche i deficienti e i pazzi, dunque generalizzare è impossibile: questo andrebbe a detrimento dei bravi e dei preparati che pure calcolano ogni rischio (e tuttavia muoiono lo stesso, talvolta) mentre eleverebbe al grado di alpinisti anche gli sconsiderati che nessun monito potrebbe fermare, nessuna campagna informativa potrebbe persuadere: la vita è loro e la deficienza pure, inutile accanirsi. Poi, a far casino, ci sono stati i tre base-jumper italiani morti in una settimana (gente che sale le cime, si butta con una tuta alare e poi apre un paracadute) che ha fatto chiedere se il base-jumping fosse improvvisamente divenuto uno sport popolarissimo o se i base-jumper fossero giusto tre, e ora riposino in pace grazie al volo definitivo (Filippo Facci si riferisce a Uli Emanuele, Alexander Polli e Armin Schmieder, effettivamente morti nel giro di nove giorni, NdR). Insomma, un po’ di confusione è lecita, ed è sufficiente a far chiedere a qualcuno: tutto bene, lassù? Ma che vi mettono nei grappini?

Filippo Facci
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All’apparenza, anche in questi giorni, è una strage, Ieri altri tre morti in montagna. Già a metà agosto, sulle Alpi, erano già morti più di trenta alpinisti. I tre di ieri sono precipitati sul gruppo del Rosa dopo che il giorno prima ne erano precipitati altri tre, sempre sul Rosa. Qualcuno è caduto per quattrocento metri dal Pòlluce 4092 m e altri per ottocento dal Càstore, forse per il cedimento di una balconcino di neve (cornice) dal quale guardavano il panorama. Da quanto capito, erano tutti capaci e attrezzati e legati in cordata: se l’è cavata solo uno che era stato male e aveva chiamato l’elicottero da Zermatt, in Svizzera, lasciando soli i due compagni che poi sono morti. A memoria, poi, ricordiamo due inglesi sciammannati sul Cervino, una coppia tedesca, una guida alpina morta sul Monte Bianco (durante una bellissima giornata in cui c’era anche lo scrivente) e un altro sul Gran Combin in Svizzera. Poi un distillatore torinese caduto in un crepaccio sul Rosa, tre ancora sul Bianco per il crollo di alcuni seracchi (sono delle torri o pinnacoli di ghiaccio che si formano tra i ghiacciai) e poi un francese ucciso da una scarica di sassi sul Monviso. Senza contare i numerosi quasi-morti e gli incidenti sfiorati di cui non veniamo a sapere nulla. Sentite questa: il 22 agosto scorso, sotto la Capanna Carrel del Cervino, una cordata di alpinisti ha incontrato un 67enne che aveva incredibilmente trascorso la notte in parete (a 3800 metti di quota) perché il suo compagno l’aveva lasciato lì; il suo amico, cioè, era salito poco sopra alla Capanna e non aveva detto niente a nessuno, tantomeno alle guide presenti al rifugio: pensava che l’amico in qualche modo se la sarebbe cavata. Alla faccia della cordata. È rimasto vivo – portato giù in elicottero – solo perché aveva di che coprirsi e perché il tempo è rimasto stabile.

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Ecco, non è che in montagna sia esplosa un’epidemia di deficienza: è tutto ordinario e terribilmente normale, con la differenza che siamo molto più informati di prima. Sicuramente la deficienza ha sempre nuovi strumenti per spiccare: i bollettini meteo, per esempio, rispetto a un tempo sono divenuti molto più affidabili, perlomeno entro le 24-48 ore: non guardarli significa non avere alibi. Molti, poi, hanno scambiato il soccorso alpino per un taxi volante che ti venga a prendere quando sei stanco o ti fa male la caviglietta, motivo per cui le Regioni si stanno decidendo a far pagare (salati) i soccorsi non strettamente necessari: un po’ come il codice bianco al pronto soccorso. Va messo in conto che a un coefficiente fisiologico di deficienti si costruiscono spesso dei ponti d’oro: la fiammante e Iper-modema Skyway del Monte Bianco – che porta a 3500 metri frotte di turisti che spesso fanno ore di fila – ha prodotto anche un disperante fenomeno di autentici incoscienti che si avventurano sul ghiacciaio del Gigante in infradito, valicano i cancelli, portano i bambini a caso nella neve: non sapendo, colpevolmente, che la morte in un improvviso crepaccio è tra le più orribili e terribilmente frequenti. L’altro giorno una guida alpina valdostana di Sarre, Gianluca Ippolito, ha filmato una famigliola che saltava un pericoloso crepaccio in jeans e scarponcini: ma pare che i candidati suicidi, quel giorno, fossero almeno una cinquantina. Tutta gente che di cartelli e avvertimenti se ne frega e basta: il personale della funivia li avverte mentre salgono, glielo ripete alla stazione intermedia e ancora una volta all’arrivo. Non serve.

Anche tra i cosiddetti alpinisti, magari equipaggiati come per una spedizione sul McKinley, i geni non mancano: una decina di giorni fa il mitico rifugio Torino (Monte Bianco) è andato ai pazzi perché ha dovuto assistere feriti, dispersi e ritardatari che si erano avventurati senza consapevolezza, preparazione, capacità o allenamento: per poi magari pretendere che la funivia funzionasse anche oltre l’orario di chiusura. Gente che scambia la montagna per un parco giochi, per una palestra a cielo aperto, che scambia i rifugi per hotel stellati o per centri di pronto soccorso. Ah, una volta era diverso. O, forse, era diversamente uguale.

Alcune pillole (box nell’articolo di Facci)
630: è il numero dei soccorsi effettuati dal CNSAS, il Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico, dall’inizio del mese di agosto fino a poco dopo Ferragosto di quest’anno. Un dato, fanno sapere, in linea con il 2015 quando, a fine mese, gli interventi sono stati 1238, e con il 2014, quando ne sono stati registrati 1299.
1400: è il numero degli uomini del soccorso alpino impegnati nelle operazioni. I dati ufficiali parlano di quaranta interventi al giorno, con una impennata nel periodo a cavallo di Ferragosto.
650: dallo scorso maggio a oggi l’elicottero del CNSAS si è alzato in volo 650 volte. 3.000, invece, le ore/uomo per i tecnici del soccorso alpino, che in questi giorni è impegnato anche nelle aree colpite dal sisma.

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Down is the new Up!

Down is the new Up!
di Marcello Cominetti
(già pubblicato da ALP nel 2009, nella rubrica L’opinione)

I cessi che si incontrano in giro per il mondo, in genere, dicono molto del posto in cui ci si trova se li si osserva non solo con l’idea associata alla liberazione corporale .
Normalmente in quelli pubblici di bar, ostelli e campeggi vi si leggono scritte e sozzerie di ogni tipo, che più di frequente inneggiano alla politica e al sesso. A volte all’amore. Alcune scritte hanno anche carattere religioso o sociale, ma sono piuttosto rare.

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La parola “cesso” è, non so perché, divenuta volgare, ma a me è sempre piaciuta. Si trova ancora scritta in certe stazioni ferroviarie e viene usata quando si parla con qualcuno con il quale non occorre osservare nessuna etichetta; è confidenziale e intima, come se volesse mettere a proprio agio le persone che ne parlano.

Là dentro, al cesso appunto, si compiono gesti intimi, si consumano fatti tra i più privati della propria vita e si può dare forma a pensieri che fuori dal cesso non hanno né il modo né il tempo di realizzarsi. E’ il luogo dove ci si può rifugiare dal caos che regna fuori, isolandosi per qualche minuto quando si è a scuola, a casa o al lavoro, con la scusa che comunque al cesso tutti hanno il diritto di andare ogni tanto.
Pensieri profondi e idee prendono forma mentre si è lì seduti, quando umori, muscoli e mente fondono in un unico insieme energie che solo in quei momenti e solo al cesso si consumano.

Le scritte, già, le scritte, apparentemente irrispettosi gesti di maleducati frequentatori di quel posto, in fondo sono interessanti, tant’è vero che in quasi tutto il Sudamerica (ma non solo) non vengono cancellate quasi mai e, se capita di ripassare nello stesso posto a distanza di anni, si ritrovano nello stesso cesso arricchite da altre, correlate o no, che riportano alla mente episodi e situazioni già vissute e che sovente riportano a ricordi, non so perché, piacevoli.
Nel cesso di un camping nella Patagonia argentina dove spesso mi trovo a viaggiare, ne ho letta una che non conoscevo e che ha catturato non poco la mia attenzione: Down is the new Up!

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Mi ha fatto pensare al suo significato sociale e alla drammatica, se vogliamo e che non possiamo non vedere, realtà in cui evidentemente stiamo vivendo, ovvero quella in cui sentirsi “giù” è il nuovo credo, la nuova norma, il nuovo stato in cui crogiolarsi o bearsi rassegnati perché per essere UP, e cioè “su” pare si possa tutt’al più ricorrere alle droghe o ai soldi che possono regalare momentanea astrazione dallo stato perennemente DOWN in cui la maggior parte della gente evidentemente si trova.

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Una situazione tragicamente attuale che mette i nostri figli (ne ho pure uno di vent’anni) di fronte a un futuro davvero incerto, e che fa pensare noi pluriventenni di solo una generazione fa, che poche decine di anni addietro avevamo davanti, se non proprio rosee prospettive, almeno timide aspettative.

Un logo neppure mal riuscito, risultato dal fondersi di due frecce, una che indica l’alto e l’altra il basso, sanciva un ulteriore significato universale al motto scritto, in modo che tutti potessero capirne il significato anche senza conoscere bene l’inglese. Un lavoro perfetto per semplicità ed efficacia quanto spietatamente crudo.

E il tutto scritto con la biro sull’interno della porta di un rozzo cesso, ad altezza degli occhi quando si sta seduti sul water. Impossibile non vederlo.
Sarà così, mi sono detto, e nel solito vento e nella solita pioggia ho poi raggiunto la mia tenda.

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