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Il ticket di Goloritzé

Il 26 luglio 2016 sulla pagina facebook Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese appariva la notizia che dal 1° agosto 2016 il sentiero di accesso alla famosa Cala Goloritzé sarebbe stato percorribile solo a pagamento. Nella data indicata l’esperimento, come lo stesso Comune lo ha definito, ha avuto inizio.

Il 29 luglio c’è stata un’operazione congiunta fra uomini della Polizia Municipale di Baunei e del Corpo Forestale della BLON di Arbatax: all’alba, dieci persone, tutte di nazionalità straniera, sono state sorprese a bivaccare nell’arenile di Goloritzé. A tutti è stato contestato il mancato rispetto dell’Ordinanza Comunale sull’Uso turistico del territorio comunale e quindi a tutti è stata elevata contravvenzione.
E’ curioso che ancora oggi (3 ottobre), sul sito ufficiale del Comune, non ci sia traccia della delibera 34 del 25 luglio 2016, giorno in cui la maggioranza del Consiglio comunale ha votato il Progetto sperimentale Goloritzé. Su facebook, il 2 agosto 2016, la chiede anche Gianluca Piras: “Dove posso trovare la delibera 34 del 25/07/2016? E non mi dite nel sito istituzionale, perché lì non si trova”.

Noi crediamo che, a prescindere dalle ragioni ambientali e dalle necessità di finanziamenti del Comune di Baunei, a distanza di un bel po’ di settimane si possa tentare di fare una ricapitolazione di quest’esperimento, in se stesso utile quanto pericoloso. Vi invitiamo a commentare, lo spazio apposito qui sotto è aperto a chiunque.

Il “la” di partenza lo diamo riportando per intero quanto apparso su facebook il 26 luglio.

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Il ticket di Goloritzé
a cura di Comune di Baunei – Santa Maria Navarrese
26 luglio 2016

Nella seduta di Consiglio Comunale del 25 luglio 2016 la maggioranza ha votato compatta il Progetto sperimentale Goloritzé che, in virtù della maggioranza qualificata dei due terzi, è ora esecutivo.
Il gruppo di minoranza, che già aveva disertato la seduta della commissione usi civici convocata il 18 luglio scorso, nella quale l’unico assente risultava proprio il consigliere Antonello Murgia, ha votato contro.
La linea di indirizzo approvata è quella di concedere in gestione in via sperimentale, per un periodo di tre mesi, dal 01 agosto al 31 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 67 del Regolamento Comunale per l’esercizio degli Usi Civici, il percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé” all’associazione di scopo Club di Prodotto Supramonte di Baunei in modo da garantire:
– la vigilanza e il controllo tramite operatori all’ingresso del sentiero e in spiaggia;
– il parcheggio custodito all’ingresso del sentiero;
– i servizi igienici minimi alla partenza e al rientro dalla caletta;
– la pulizia del sentiero e della spiaggia inclusa la raccolta differenziata;
– la sistemazione di cartellonistica informativa e regolamentare.

Il sentiero sarà fruibile in ingresso dalle 7.30 fino alle 16.30 di ogni giorno.
In questa fase sperimentale è stato stabilito il pagamento di un ticket di ingresso per i servizi offerti di € 6,00 a persona adulta ed € 3,00 ridotto.
Non pagheranno il biglietto d’accesso i bambini da 0 a 6 anni, mentre i bambini da 6 a 10 anni pagheranno il biglietto ridotto.
Riduzioni previste anche per gruppi accompagnati da guide alpine e guide ambientali regolarmente iscritte nell’albo regionale delle Guide Ambientali e per i gruppi accompagnati dalle guide che aderiscono al Club di prodotto Supramonte di Baunei.
Non pagherà il ticket neanche chi, dopo una bella nuotata raggiungerà la spiaggia, una volta lasciata l’imbarcazione oltre le boe di delimitazione della cala, considerato che l’accesso alla spiaggia alle imbarcazioni è vietato. Tutto nel pieno rispetto dell’art. 1, comma 251 della Legge n. 296/2006 e della giurisprudenza in materia come di recente la sentenza del T.A.R. Sardegna, Sez. II, 12 giugno 2013, n. 205/2013.
Sarà possibile acquistare il biglietto negli infopoint, all’ingresso del sentiero ed eventualmente anche in spiaggia.
Nella stessa seduta è stato approvato lo schema di “Disciplinare per l’affidamento di servizi connessi alla fruizione ambientale e turistica del percorso trekking per la spiaggia denominata “Cala Goloritzé’”.

Sardegna, Supramonte di Baunei, Cala e Aguglia Goloritzé

Ai fini di garantire l’applicazione di questo modello di gestione di un bene di altissimo pregio ambientale e naturalistico e per dare completezza all’attività sperimentale di gestione del sentiero, verrà emendata l’ordinanza sindacale n° 14 del 24.06.2016 – Uso Turistico del Territorio Comunale, affinché si preveda:
– divieto assoluto di ingresso alla cala Goloritzé via mare;
– possibilità di rientro via mare solo dopo le ore 16.30 esclusivamente per itinerari complessi facenti parte di pacchetti escursionistici di visita guidata del Supramonte;
– chiusura del traffico veicolare volto al raggiungimento della Cala Goloritzé e altre destinazioni limitrofe dalla strada denominata “Strada Comunale Ginnirco”, posizionando una sbarra di limitazione alla circolazione all’altezza del Coile Irbiddotzili, ad esclusione degli utilizzatori della strada per gli altri usi consentiti, compresi gli usi civici.
Con l’aumento delle presenze turistiche che si è avuto in questi anni, l’Amministrazione comunale di Baunei ha constatato che gli accessi alla spiaggia di Cala Goloritzé sono praticamente incontrollati e che causano persistenti problematiche derivanti da bivacchi ripetuti e non autorizzati, dall’abbandono di rifiuti, da danneggiamenti del sito, dal verificarsi di piccoli incendi, dalla situazione a volte critica (denunciata da diversi fruitori) sullo stato igienico sanitario, dalla circolazione di veicoli su vie sterrate minori utilizzate per raggiungere più velocemente la caletta con conseguente danneggiamento delle strade stesse a discapito delle persone che devono accedervi per attività legate ai diritti di uso civico.
Le suddette criticità contrastano con gli obiettivi di buona gestione del territorio e con i dettami normativi e regolamentari in materia, tra cui la tutela dei valori ambientali e paesaggistici, le norme igienico-sanitarie, il regolamento d’uso del demanio civico, nonché con l’economia locale mirata a uno sviluppo sostenibile per la tutela e la valorizzazione di detti beni.
Per questi motivi si ritiene ormai improcrastinabile regolamentare gli accessi al sistema sentiero-cala Goloritzé, garantirne il continuo controllo e vigilanza, nonché la manutenzione e il risanamento da rifiuti e danneggiamenti, in modo da garantire la massima qualità ai tanti visitatori che scelgono Cala Goloritzé come destinazione turistica.

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Divieto d’arrampicata in Marmolada

Divieto d’arrampicata in Marmolada

E’ del 20 giugno 2016 la notizia del divieto d’arrampicata in Marmolada, più precisamente sulla perpendicolare della Stazione della funivia di Punta Rocca. Successivamente è stata emessa un’altra ordinanza, il 21 giugno, che definisce meglio i contenuti della precedente.

La decisione si è resa necessaria in quanto la stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca sarà interessata da lavori che potrebbero comportare l’accidentale caduta di materiale, anche se verranno adottate tutte le misure di sicurezza previste dalla legge, atte a impedire ogni malaugurato evento.

Riportiamo qui di seguito, delle due ordinanze emesse dal responsabile incaricato del comune di Rocca Pietore, solo il testo della seconda (cioè la N. 25, la definitiva), annotando solo il link per la prima (N. 24).

La stazione d’arrivo della funivia di Punta Rocca
Arriva della funivia Malga Ciapela-Punta Rocca,  Marmolada di Rocca
Ordinanza n. 25 del 21 giugno 2016
Settore proponente: Area Tecnica.
Oggetto: Lavori alla Stazione funiviaria di Punta Rocca. Interdizione arrampicate lungo la verticale di Punta Rocca – parete sud della Marmolada. Via dell’Ideale e relative varianti.

Il Responsabile
VISTA la comunicazione del 16 giugno 2016 pervenuta il 17 giugno 2016 al protocollo n. 3481, da parte della “Marmolada s.r.l.”, con la quale si richiede l’emissione di opportuno provvedimento a garanzia della messa in sicurezza del cantiere in località Punta Rocca-Stazione di arrivo funivia, regolarmente autorizzato;

SENTITO il Sindaco;

CONSIDERATO che perpendicolarmente al cantiere, lungo la parete sud della Marmolada, si snodano alcune importanti vie di arrampicata che potrebbero essere interessate da eventuali cadute accidentali di materiali, a prescindere dal fatto che sul cantiere sono da adottare tutte le opportune e necessarie garanzie di sicurezza;

PRESO ATTO dei periodi in cui si svolgeranno i lavori distribuiti da adesso fino al 30 giugno 2017;

CONSIDERATO che la pubblicazione del presente atto è rivolta alla generalità delle persone e in particolar modo a chi si diletta nell’arrampicata sportiva;

VISTO l’art. 107 del Testo  Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali e successive modifiche e integrazioni;

VISTI gli articoli 41 e 42 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore;

A TUTELA della sicurezza e della pubblica incolumità delle persone

Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio AuerDivietoArrampicataMarmolada-Hansjörg Auer in solitaria sulla Via del Pesce, Marmolada, 2007, archivio Auer

O R D I N A:
1) IL DIVIETO DI ARRAMPICATA lungo la perpendicolare di Punta Rocca, parete sud della Marmolada, via di arrampicata denominata “Dell’Ideale” e relative varianti perpendicolari a Punta Rocca, dal 21 giugno 2016 al 15 luglio 2016;
2) i contravventori al presente divieto saranno sanzionati a termini di legge;
3) sarà cura della società richiedente provvedere all’esposizione del presente divieto nelle aree interessate, con opportuno avviso plurilingue;
4) di REVOCARE la precedente ordinanza n.24 del 20.06.2016.

Il Responsabile
Loris Fersuoch

Considerazioni di forma
Al di là della veniale imprecisione nel momento in cui la salita della parete sud della Marmolada viene qualificata come terreno per chi si diletta di “arrampicata sportiva”, va detto che l’ordinanza n. 24 era molto vaga. Si parlava solo di “perpendicolare da Punta Rocca”. La Stazione terminale di Punta Rocca non è situata sulla Punta Rocca vera e propria, bensì circa 250-300 metri a est. Direte: è ovvio che non s’intende la vetta, bensì la stazione terminale, luogo dove effettivamente saranno fatti i lavori. Ma, da un punto di vista formale, dovesse disgraziatamente succedere un incidente a qualcuno, l’ordinanza sarebbe facilmente attaccabile in sede giuridica. Se io arrampicando per esempio sulla via dell’Ideale sono stato colpito da una scarica non mi sarebbe difficile dimostrare che la perpendicolare da Punta Rocca non passa da lì. Dunque arrampicavo in piena legalità e io (o i miei eredi) dobbiamo essere risarciti. Ciò assodato, bene hanno fatto quelli del Comune a correggere l’ordinanza n. 24 con l’emissione della n. 25, che in effetti parla giustamente di via dell’Ideale e delle sue varianti.

Si è dunque ovviato in tempo a una grossa imprecisione con una correzione, ma a nostro parere sarebbe necessario includere nel divieto anche altre vie, aggiungendo i nominativi delle vie interessate dalla possibile caduta materiale, la cui linea di caduta non è così facilmente prevedibile. Oltre alla via dell’Ideale con le sue varianti d’uscita, la Messner e la Mariacher, potrebbero essere esposte anche la parte bassa della via Attraverso il Pesce, la via Italia, la via Fram, la via Fortuna, la via Fantasia, oltre alle varianti di minor conto di ciascuno di questi itinerari.

Giusto Callegari, variante d’uscita Mariacher alla via dell’Ideale, Marmolada, 23.07.1988
Giusto Callegari, Via dell'Ideale, Marmolada, Dolomiti Occidentali, 23.07.1988

Considerazione di sostanza
Non si comprende come non si faccia alcun accenno alla transitabilità del ghiaione alla base della parete sud. E’ pur vero che il sentiero che dal rifugio Falier sale al Passo Ombretta si snoda a sufficiente distanza dalla parete stessa. Ma nulla vieta di pensare che, lungo il ghiaione, possa vagolare qualcuno, magari alla ricerca di residuati bellici.

Considerazione di fondo
Siamo alle solite. La comunità alpinistica viene come di norma trattata come ignorante e minacciata di adeguate sanzioni, proprio come si fa con i bambini quando non si sa come educarli.

Possibile che non si riesca mai ad avere, da parte dell’autorità, un atteggiamento che ci riconosca responsabilità? Possibile che non si riesca a sostituire la parola “divieto” con la parola “Attenzione, pericolo grave”?

In Italia ci riempiamo continuamente la bocca con la parola “divieto” anche quando è del tutto inutile. Se una cordata è così stolta da trovarsi, in quei giorni, su quelle vie dobbiamo cercarne il motivo nella non adeguata comunicazione, magari nella lingua diversa, ma certamente non nella volontà di trasgredire il divieto. Chi sano di mente può volontariamente andarsi a cacciare sotto la caduta di materiale da cantiere? Nessuno. Dunque, se lo fa, lo fa per ignoranza totale della situazione. Meglio perciò insistere sulla comunicazione adeguata e capillare, tralasciando di vietare, cosa del tutto inutile, offensiva e sospetta. Sospetta di volontà di mettersi al riparo da aggressioni giuridiche e ritorsioni mediatiche.

Consigliamo il Comune di Rocca Pietore di fare adeguati avvisi sui siti di arrampicata più importanti nei vari paesi, dei quali ci diciamo fin da subito disponibili a fornire gli indirizzi nel caso non si voglia provvedere a farlo con fatica propria.

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Il Canalone della Morte

Riceviamo da Luciano Ratto, [email protected], il primo alpinista a conquistare tutti i Quattromila delle Alpi e fondatore con Franco Bianco del Club 4000, un documento inerente gli incidenti mortali accaduti sul Grand Couloir du Goûter, sulla normale francese del Bianco, comprensivo delle possibili soluzioni.
Al fondo, come quasi di consueto, abbiamo aggiunto delle considerazioni. Una riflessione del tutto personale che forse si distacca dalla visione corrente.
Luciano Ratto. Archivio Ratto

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Il Canalone della Morte
(La roulette russa sul Monte Bianco)
di Luciano Ratto (agosto 2015). Foto (salvo diversa menzione) della Fondation Petzl

1 – Lo scandalo del Goûter
Paura sul Monte Bianco: valanga sfiora 15 alpinisti nel canalone del Goûter: questo titolo, su La Stampa VdA del 21 agosto 2015, dà notizia dell’ultimo atto di una incredibile commedia che per poco non si è tramutata in tragedia, dopo una penosa altalena di ripetute aperture e chiusure del Refuge du Goûter a seconda delle condizioni del percorso di accesso, e di un discutibile intervento delle autorità francesi che ne hanno “vietato” (sic!) l’accesso.

E così, ancora e sempre, come ogni anno, il canalone del Goûter è comparso alla ribalta. Fino a quando? Fino a quando assisteremo a questo scandaloso spettacolo?

Sorprendente è la conclusione di questo articolo dal quale apprendiamo che il sindaco di Saint-Gervais, signor Jean-Marc Peillex, appena informato dell’accaduto, si è limitato a dire che la situazione è ora nella norma, perché fa abbastanza freddo… e pertanto il Refuge du Goûter rimane aperto e la via è percorribile!…”. Cose da non credere! Ma di quale “norma” parla questo sindaco? Per lui la “norma” è che in quel famigerato canalone si debba continuare inesorabilmente a rischiare la vita?

Solo nel 2014 abbiamo assistito alla folle impresa che ha sfiorato la tragedia di uno pseudo-alpinista americano che ha messo a repentaglio la vita di due suoi figli di 9 e 11 anni durante una salita del Monte Bianco per cercare di conseguire un discutibile record. E, ancora una volta, l’ineffabile sindaco di Saint-Gervais, Jean-Marc Peillex, non nuovo a esternazioni anche esagerate, si dichiarò indignato“, e  affermò che “qualcuno deve dire basta a queste assurdità”, facendo benissimo a denunciare quel padre incosciente e vanaglorioso, ma che avrebbe anche dovuto chiedersi se non si sentiva colpevole pure lui per la mancata soluzione di questo gravissimo problema che si trascina da troppi anni.

CanaloneMorte-600px-Mont_Blanc-Gouter_route-via-normale-francese-fonte-it_wikipediaorgQuesto episodio, al quale i media hanno dato molto risalto (http://www.alessandrogogna.com/2014/07/29/il-guinness-della-stupidita/), si è svolto nel corso della salita al Refuge du Goûter, base di partenza per raggiungere la vetta del Bianco. Questa via è considerata la più agevole dal versante francese e non presenta grandi difficoltà tecniche dal rifugio alla vetta, ma è pericolosissima nel tratto di salita al rifugio perché si deve attraversare un canalone nel quale cadono frequenti frane e slavine. Perciò tra le vie “normali” del Bianco questa è certamente la più rischiosa ma, purtroppo, la più frequentata.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Su questo canalone, in cui si è verificata la caduta dei due bambini, fortunatamente trattenuti dal corrimano fisso, molto si è scritto in passato; mette conto leggere su una pubblicazione intitolata Le insidie della montagna questa frase: nel canale del Goûter si concentra gran parte degli incidenti più gravi del Monte Bianco, e lo scritto così continua: circa la metà degli incidenti si verifica nei 100 metri dell’attraversamento del canale, ed un terzo sulla cresta, ecc.

L’attraversamento di questo canalone è un assurdo azzardo che si traduce in una vera e propria roulette russa: ecco perché la definizione di “canalone della morte” che gli è stata data.

 

2 – Il Grand Couloir del Goûter
Il Grand Couloir del Goûter, si trova sul versante settentrionale del Monte Bianco, lungo la cosiddetta via “normale” del Monte Bianco (che, a causa di questa situazione, tanto “normale” non è) che si sviluppa sul versante ovest dell’Aiguille du Goûter. Questa via che parte dal Refuge de la Tête Rousse per raggiungere il Refuge du Goûter e di lì il Bianco, è di gran lunga la più frequentata tra le quattro vie del Bianco (tre francesi ed una italiana) e perciò, ogni anno è percorsa da moltissimi alpinisti in salita ed in discesa.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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Questo canale ha inizio dalla cresta dell’Aiguille du Goûter, è alto circa 800 m, e bisogna attraversarlo nel suo tratto inferiore su una lunghezza di 70 metri per raggiungere, sul versante sinistro orografico la cresta che conduce al rifugio.

Il problema di questo canale è che la roccia in cui si trova è marcia ed è coperta da pietre e massi instabili di dimensioni anche notevoli pronti a cadere, a volte messi in movimento involontariamente da altri alpinisti impegnati nella fasi di salita o di discesa, e, anche se la sua inclinazione non è accentuata (40/45°), le pietre, rotolando, coinvolgono porzioni sempre maggiori di roccia, provocando vere e proprie frane, causando molto spesso gravi incidenti ai malcapitati alpinisti che lo attraversano.

Per rendere un po’ più sicuro questo canalone, a inizio della stagione estiva, le guide alpine di Saint-Gervais posizionano un cavo teso tra le due sponde, che avrebbe lo scopo di offrire una assicurazione; troppo spesso però gli alpinisti non utilizzano questo mezzo di sicurezza, confidando nella buona sorte…

Assembramento prima della traversata
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3 – Criticità del Couloir del Goûter
La pericolosità di questo canalone fu segnalata fin dai primi salitori del Bianco lungo questa via, nel 1861, eppure, da oltre due secoli, in esso si verificano incidenti che solo da 25 anni (dal 1990) sono stati rilevati. Li si può evidenziare con le seguenti statistiche elaborate dalla Fondation Petzl in collaborazione con la Gendarmerie de Haute Montagne di Chamonix:

tra il 1990 e il 2011 sono stati registrati 291 alpinisti soccorsi in 254 incidenti, che hanno causato 74 morti e 180 feriti: 12 all’anno in media, di cui 4 morti e 8 feriti!

Nonostante le forti variazioni tra gli anni, il numero delle vittime è stabile sul lungo termine con un leggero aumento nell’ultimo decennio. E in tutti gli anni precedenti quante sono state le vittime? Qualcuno ne ha tenuto il tragico conto?

E’ questo un vero e proprio bollettino di guerra.

In quest’anno 2015, proprio mentre sto scrivendo questo documento, da giugno a fine agosto, i morti sono già cinque, per non parlare dei feriti, e la stagione alpinistica non è ancora terminata.

In nessuna località del mondo e in nessun gruppo alpino, compresi i territori degli 8000, si è mai verificato, non occasionalmente, ma sistematicamente, regolarmente, puntualmente ogni anno, una serie di incidenti con morti e feriti come in questi pochi metri di canalone. E ciò, sorprendentemente, sotto gli occhi di tutti, nella massima indifferenza delle autorità amministrative della regione, del mondo della montagna, dell’opinione pubblica e dei media. Ormai queste morti “non fanno più notizia” se non nella cronaca spicciola dei quotidiani locali e perciò sono considerate alla stregua di incidenti stradali di poco conto.

Il canalone in un periodo asciutto
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Senza esagerazioni, è questo uno scandalo che dovrebbe essere denunciato sul piano internazionale con grande evidenza perché non riguarda solo il mondo dell’alpinismo, e che si presta a severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose…

Di fronte a questi dati tragici e terrificanti si rimane allibiti e increduli:
– che la grande Francia, maestra di civiltà, che dispone di risorse e professionalità di alto profilo, sia finora rimasta inerte;
– che in tanti anni le autorità francesi comunali e regionali non siano state capaci di trovare che una soluzione molto precaria, con la posa di un cavo in corrispondenza dell’attraversamento del canale; è questo cavo che ha salvato i due bambini, ma non altri alpinisti;
– che l’opinione pubblica, formata soprattutto dai parenti delle vittime di questo scandalo, non abbia reagito in alcun modo;
– che nessuno (magari il Club Alpino Francese e gli altri club alpini europei ) abbia mai pensato a un’azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo, in appoggio ai familiari delle vittime nei confronti della Municipalità di Saint Gervais, della Prefettura della Regione Rhônes-Alpes, e del Governo francese.

 

4 – Osservazioni di alcuni esperti
Come detto, questo scandalo è noto da molti anni. Già i primi salitori, a metà ‘800, segnalarono la pericolosità della salita su questa via. In diversi libri-guida, monografie sul Bianco, articoli e riviste, si è ripetutamente segnalato il forte rischio; si legga al riguardo:

– nel libro Tutti i 4000: l’aria sottile dell’alta quota (Vivalda Editore), a pagina 50, queste parole: “… Riteniamo che questo sia il percorso più pericoloso e mortale di tutte le Alpi“;

Lucien Devies e Pierre Henry, autori della prestigiosa Guida Vallot dedicata a La chaine du Mont Blanc, vol 1°, del 1973, hanno espresso questo giudizio perentorio: “… C’est un des lieux le plus meurtriers des Alpes, trés frèquenté et abordé par des incompétents, il est facile mais dangereux et exposé. La traversée du couloir est raide et en même temps trés exposée aux chutes de pierres… Techniquement cette voie est facile, mais le danger est grand, meme avec les aménagements récents”. Non occorrono altre parole, salvo l’osservazione che non sono solo gli “incompetenti” a subire il bombardamento ma anche gli esperti, guide comprese.

– Mario Vannuccini, in I 4000 delle Alpi, ha scritto: “L’attraversamento del Gran Couloir è la parte più delicata dell’ascensione al Monte Bianco. Attenzione alle scariche di sassi, molto frequenti e pericolose in questo tratto! Conviene transitarvi il più velocemente possibile e uno alla volta”.

– Martin Moran, in The 4000m Peaks of the Alps, ha annotato: “… Esiste un serio, oggettivo pericolo di caduta massi nell’attraversare il Grand Couloir, dove si sono verificati innumerevoli incidenti”.

– Helmut Dumler e Willi Burkhardt, nel libro Il nuovo quattromila delle Alpi, del 1990, e nel successivo Il grande libro dei quattromila delle Alpi, del 1998, così hanno scritto: “… La massa degli alpinisti che salgono si fermano prima della traversata del couloir attrezzato con le corde. Qui, soprattutto nel pomeriggio, scricchiolano e si staccano le pietre. Sulla successiva costola gli alpinisti che salgono o scendono costituiscono un pericolo costante per gli altri. In alcuni giorni gli elicotteri del servizio di soccorso non si arrestano per un momento. CI SI CHIEDE PERCHE’ NON SIA ANCORA STATO CREATO UN PERCORSO ATTREZZATO SULLA COSTOLA ADIACENTE.

L’attraversamento del canalone
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5 – Scopo del presente documento
A questo punto ritengo necessario precisare che questo problema mi appassiona perché negli anni scorsi sono salito più volte sul Monte Bianco su percorsi diversi, ma, scendendo, ho sempre evitato la via del Goûter di cui conoscevo la pericolosità.

Senonché, in un’occasione in cui io e il mio compagno fummo sorpresi da una forte bufera, fu gioco forza scendere obtorto collo proprio lungo questa via; giunti in vista della famigerata traversata assistemmo, con il cuore in gola, a una tragedia: una enorme frana di grossi massi travolse in pieno un gruppo di tre alpinisti polacchi due dei quali se la cavarono seppur feriti gravemente, mentre il terzo fu investito in pieno e morì dissanguato perché gli era stata quasi strappata una gamba e i soccorsi, per le pessime condizioni meteo, non arrivarono in tempo.

Fu da quel giorno che decisi di battermi per cercare di contribuire, con i miei modesti mezzi, a porre rimedio a questa situazione assurda: scrissi numerose lettere e articoli di tono “forte” che essendo “politicamente scorrette”, perché tiravo in ballo le autorità francesi, pochi giornali e riviste presero in considerazione.

Quest’anno ho dedicato più tempo a documentarmi al riguardo e ho scoperto che a questo angosciante problema hanno dedicato studi seri e approfonditi due importanti istituzioni francesi fondate di recente:

– la Coordination Montagne (www.coordination-montagne.fr/), di Grenoble;
– la Fondation Petzl (www.fondation-petzl.org), di Criolles.

Fonte: Coordination Montagne
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La Coordination Montagne, fondata nel gennaio 2012, raggruppa molte associazioni ed enti che operano nel mondo della montagna, e indirizza la sua attività all’informazione e prevenzione. In tale ambito, nel 2012, in collaborazione con la Fonfazione Petzl, ha pubblicato, in dieci lingue, un utilissimo fascicolo tascabile intitolato La salita del Mont Blanc: un’impresa da alpinisti indirizzato a tutti i candidati al “tetto delle Alpi”: si tratta di un insieme di indicazioni su come prepararsi per affrontare questa salita, come attrezzarsi e informarsi, quali vie seguire, quali pericoli evitare e come agire in caso di incidenti; due intere pagine sono dedicate a come attraversare il canale del Goûter, a beneficio delle migliaia di alpinisti che lo affrontano ogni anno.

Nel mese di maggio 2014 l’Association Chamoniarde di Chamonix e la Coordination Montagne, con il sostegno della Fondation Petzl, hanno aperto il sito www.climbing-mont-blanc.com allo scopo di estendere la campagna di informazioni.

La Fondation Petzl, fondata nel 2006, ha lo scopo di “condividere il successo dell’azienda con l’ambiente con il quale interagisce, e a tal fine si impegna in una riflessione sull’accesso al Monte Bianco, una delle cime più belle e tra le più visitate al mondo il cui accesso impone uno studio su come renderlo più sicuro con una azione preventiva. E’ certo che il rischio zero non esiste in quanto il canalone del Goûter è solo un piccolo tratto del percorso per raggiungere la vetta del Bianco, ma ci si può proporre, con una maggiore informazione, almeno di assicurare una maggiore sicurezza agli alpinisti che lo frequentano”.

Di fronte alla cattiva immagine che questo canalone procura all’alpinismo in generale, la Fondation Petzl vuole perciò risvegliare le coscienze e avviare una riflessione approfondita su cosa si può fare al riguardo, lanciando un messaggio più chiaro sui pericoli che si corrono e offrire un contributo al miglioramento della sicurezza del canalone sulla via normale del Monte Bianco da Saint-Gervais.

Ricordiamo qui che le quattro vie classiche di accesso al Monte Bianco sono: la via di Saint-Gervais passando per il canalone del Goûter, la via dei Grands Mulets, la via dei Trois Mont Blanc da Chamonix, e la via italiana dal rifugio Gonella, denominata via del Papa.

Perciò, dato che le vie normali al Bianco sono frequentate ogni anno da un numero altissimo di persone, stimato in media tra i 35.000 e i 40.000, la Fondation Petzl, nel 2010, ha presentato ai professionisti della montagna delle proposte orientative.

Tutti si sono dichiarati d’accordo circa la necessità di trovare una soluzione per limitare il pericolo nell’attraversamento del canalone, senza pregiudicare il valore del sito e le intrinseche difficoltà del percorso facilitandone l’accesso, seguendo le direttive date dal Presidente della fondazione, Paul Petzl.

Nel corso di questa indispensabile concertazione, le guide alpine hanno presentato delle fotografie attestanti la presenza di massi di grande taglia (fino a 50 tonnellate) sulla sommità del canalone. Questa documentazione ha permesso di precisarne le traiettorie e la loro “energia di caduta”, ponendo in evidenza che una eventuale passerella aerea sospesa a 25 metri di altezza (come si era pensato di attuare) potrebbe essere colpita dal 3% di tali massi e pertanto si dovrebbe posizionarla a 35 metri, il che però sarebbe incompatibile con la preservazione del sito.

Il contributo della Fondation Petzl si è perciò orientato inizialmente verso lo studio di una galleria di diametro limitato (2 metri) percorribile a piedi e adattabile al terreno. Altre iniziative sono state considerate: ricerca di un itinerario alternativo più sicuro, miglioramento dell’informazione sul rischio di questa via, migliore conoscenza delle altre vie, ecc.

Questo famigerato canalone è da tempo riconosciuto come pericoloso, tanto che a volte è stato chiamato il “braccio della morte” per il conto altissimo che presenta agli alpinisti che vogliono raggiungere la cima del Bianco lungo questa via.
L’elevata esposizione ai crolli su questo passaggio lo rende particolarmente pericoloso in piena stagione estiva, perché viene travolto da frane frequenti, il che è stato confermato da due studi commissionati dalla Fondation Petzl denominati “accidentologia” e “caduta di massi”:

– “accidentologia”: la gendarmeria di alta montagna di Chamonix e la Fondation Petzl hanno studiato le operazioni di soccorso organizzate tra il 1990 e il 2011 al fine di meglio conoscere la realtà degli incidenti avvenuti nel percorso tra i due rifugi, le varie circostanze e le vittime. Si è accertato che la metà circa degli incidenti ha avuto luogo durante la sola traversata, che è stato definito un vero “punto nero” della salita al Bianco.

– “caduta di massi”: nell’estate del 2011, dal 20 giugno al 18 settembre, una società di ingegneria geotecnica, ha condotto uno studio statistico sulle frane per identificare i fattori che possono aggravare o ridurre il rischio. Durante questo periodo di osservazioni i tecnici hanno trascorso 42 giorni sul campo, e hanno fatto moltissime osservazioni sui 754 eventi provocati da “massi cadenti” allo scopo di:
– in primo luogo specificare il pericolo rappresentato dalle rocce e massi che cadono;
– in secondo luogo studiare i rischi associati in funzione dell’affollamento del sito;
– e infine individuare quali soluzioni potrebbero ridurre o eliminare il pericolo.

Impressionanti sono le molte fotografie e i filmati registrati proprio nel momento del verificarsi delle frane durante questa “campagna”.

Il versante dell’Aiguille du Goûter in un periodo di secca
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Inoltre sono state osservate 363 persone in situazioni difficili, vale a dire persone che erano nel canalone quando si è verificata una frana e che avrebbero potuto essere o sono state colpite dai massi. Con poche eccezioni, questo numero è direttamente correlato al numero di frane osservate. Si è verificato inoltre che:

le cadute di massi possono verificarsi in qualsiasi momento del giorno o della stagione, ma si sono osservate forti variazioni legate alle condizioni meteorologiche;

– i momenti più pericolosi sono nelle ore più soleggiate della giornata e della stagione, con temperature positive e aria secca (umidità <50%). Tali periodi generalmente corrispondono alle più alte presenze di alpinisti nel canalone.

In base alle rilevazioni effettuate nell’estate del 2011, il numero dei passaggi annuali in questo canale è stato stimato in media tra i 17.000 e i 17.500, di cui 7.300 – 7.500 in salita e 9.700 – 10.000 in discesa.

Estrapolando la percentuale media registrata durante il periodo di osservazione, si può stimare per l’intera stagione che circa un migliaio di persone abbiano dovuto affrontare massi in caduta nella traversata del canalone.

 

6 – Soluzioni possibili
Su come risolvere il difficile problema di mettere in sicurezza la salita al Refuge du Goûter sono state studiate molte misure, misure che però devono mirare a rendere il percorso più sicuro ma – come già detto – in nessun caso a renderlo più facile tecnicamente così da indurre in errore i candidati sul minor impegno fisico e mentale che richiede l’insieme della salita al Monte Bianco lungo questa via.

La priorità dovrebbe essere data alla informazione e alla prevenzione. Occorre perciò:

Sul piano della prevenzione:
– diffondere le informazioni già disponibili (bollettini meteo, guide turistiche, opuscoli informativi,ecc), indicazioni delle guide alpine, dei responsabili del soccorso, dei gestori dei rifugi;
– considerare un nuovo percorso più sicuro;
– predisporre dei ripari e rinforzare i cavi lungo la traversata.

Sul piano tecnico si sono esercitati in molti, compreso l’autore di questo documento, ad avanzare proposte. Ecco qualche possibile soluzione prospettata da diversi autori:
1 – “blindare” almeno la parte alta del canalone con versamento, tramite elicotteri, di centinaia di metri cubi di cemento a pronta presa che “saldino” le pietre sul terreno;
2 – montare barriere di protezione in ferro e/o cemento armato, su più punti del canalone; queste due prime soluzioni sono difficilmente realizzabili per il pericolo conseguente al dover operare “dentro” il canalone stesso. Inoltre sarebbero poco accettabili sul piano del rispetto ambientale;
3 – stendere un ponte tibetano sopra il canalone (1a ipotesi Petzl): praticabile, magari montandone due in parallelo onde evitare intasamenti tra cordate in salita e discesa; il costo è accettabile e il tempo di realizzazione è breve. La Petzl stessa però la valuta impraticabile perché si è calcolato che, per essere al di fuori della traiettoria dei massi e delle pietre più grandi, questa passerella aerea dovrebbe essere alta più di 35 m da terra, cosa impossibile da realizzare in quel sito;
4 – scavare una galleria sotto il passaggio chiave (2a ipotesi Petzl, su suggerimento delle guide di Saint-Gervais): si è pensato a un tubo in acciaio di due metri di diametro percorribile a piedi e adattato all’ambiente. E’ questo un progetto molto impegnativo, rischioso, molto costoso, con tempi lunghi di attuazione, ma che avrebbe il vantaggio di uno scarso impatto sull’ambiente. Su questa ipotesi di soluzione si è però scatenato un acceso dibattito sul web;
5 – attrezzare una via sulla costola destra orografica del canalone (1a ipotesi Ratto): era questa la proposta di Dumler e Burkhardt, citata anche nel presente documento, e che peraltro è suggerita come “variante 192” anche dalla Guida Vallot, a pagina 111: questa variante si presenta nel suo insieme, secondo la Vallot, della stessa difficoltà (PD) della solita via, ma è assolutamente sicura e porta sulla cresta Payot all’altezza dei Rochers Rouges da cui facilmente si raggiunge il Refuge du Goûter. Alpinisticamente – a mio avviso – parrebbe perfino più interessante dell’attuale. Questa nuova via potrebbe essere messa in sicurezza, su indicazione delle Guide Alpine di Saint-Gervais con impiego di imprese locali, con un’ottica – oserei dire – da “modello ferrata”, attrezzandola perciò con cavi, fittoni, corde, scale, protezioni varie. Ritengo che potrebbe essere realizzata in poco tempo (qualche mese di lavoro) e con spesa contenuta. Comunque tra tutte le soluzioni ipotizzabili sarebbe senza dubbio la meno costosa e la meno impattante sull’ambiente naturale. Inoltre importa osservare cha sarebbe in linea con i principi orientativi dettati da Paul Petzl, Presidente della Fondation Petzl;
6 – impiantare un’ovovia (2a ipotesi Ratto): con stazione di partenza alla Tête Rousse, e stazione di arrivo sulla cresta nei pressi del Refuge du Goûter. Inutile dire che questa soluzione sarebbe la più radicale e la più costosa come impianto e come manutenzione e richiederebbe alcuni anni per essere realizzata, ma non è scartabile a priori impugnando motivi di rispetto ambientale perché qualunque soluzione venga adottata sarà inevitabilmente sempre, in qualche misura, a scapito dell’ambiente.

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7 – Conclusione e piano operativo
A parte le considerazioni sopra esposte, ritengo che, vista l’importanza e la delicatezza dell’opera, sarebbe opportuno (a prescindere dalle soluzioni sopra finora ipotizzate) lanciare un bando di concorso, rivolto a studi di progettazione e a imprese di costruzione di tutta Europa, per vagliare la validità di quanto prospettato e per risolvere tecnicamente il problema della sicurezza eventualmente con nuove soluzioni sperimentate in situazioni analoghe.

Per i finanziamenti, vista l’internazionalità degli alpinisti che fruiranno di questa nuova sistemazione del percorso al Bianco, si potrebbe fare ricorso a fondi dell’Unione Europea.

A questo punto è opportuno sottolineare che obiettivo prioritario nella decisione di risolvere, una volta per tutte, questo annoso problema non è il costo della soluzione che sarà adottata ma la salvaguardia delle vite umane; è questo un imperativo categorico cui tutto deve essere subordinato: salvare una sola vita giustifica qualunque spesa che si debba sostenere e anche che si chiuda un occhio, una tantum, se, per motivi di necessità, si dovesse provocare qualche ferita all’ambiente.

Se un rimprovero si può, anzi si deve fare, agli amici francesi è quello di essere arrivati al terzo millennio senza aver ancora risolto un problema noto da almeno due secoli.

L’attraversamento del Grand Couloir du Goûter
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In occasione della costruzione del nuovo avveniristico, ipertecnologico Refuge du Goûter, peraltro costosissimo (7 milioni di euro?), con una modesta frazione di questo importo si sarebbe potuto mettere in sicurezza il percorso di salita e discesa al rifugio stesso.

Ora non si deve più perdere altro tempo: occorre chiedere alle autorità competenti (Sindaco e Prefetto) di procedere in questo modo:
– da subito porre delle barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi;
– provvedere a un accurato e approfondito primo “disgaggio” del percorso sulla destra orografica del vallone (variante 192 della Vallot), fin sulla Cresta Payot;
– attrezzare velocemente questa via e metterla in sicurezza con cavi, corde, scale, nicchie e ripari, e con adeguati segnavia;
– provvedere a dare comunicazione di queste decisioni a tutto il mondo alpinistico con adeguati mezzi informativi.

 

Considerazioni
di Alessandro Gogna
Il saggio di Luciano Ratto tocca punti di indiscutibile interesse. Accanto all’urgenza di ripensare la totalità della salita di questa via “normale”, si pongono questioni di ordine etico e libertario, oltre che ambientale. Con la consapevolezza che finora nessuno dei numerosi articoli apparsi sul web a questo proposito (il documento di Ratto è stato diffuso a fine settembre 2015) ha affrontato la questione in questi termini. Tutti si sono limitati a sollecitare le soluzioni, sgomenti di fronte alla gravità dei fatti.

Che il Canalone della Morte sia uno dei posti al mondo più soggetti a incidente è fuori discussione: ma la causa di ciò risiede soprattutto nell’altissimo tasso di frequenza, ultimamente aumentato vieppiù con la costruzione del nuovo Refuge du Goûter. La “normalità” che cita il sindaco di Saint-Gervaise fa riferimento al fatto che in quel periodo le temperature erano mediamente fredde, dunque la pericolosità del canalone non era ai livelli massimi. Il sindaco ha fatto un inopportuno ragionamento statistico, concludendo che la via può rimanere “aperta” quando il pericolo è, per dire, 50 e deve essere chiusa quando è 100. Tutto ciò è ridicolo, le condizioni sulla montagna variano di minuto in minuto. Divieti e permessi rischiano d’essere obsoleti in un battito di ciglia. E io rimango della mia opinione, per fortuna condivisa non da pochi, che non ci dovrebbero mai essere divieti, come pure non dovrebbero esserci mai i tanto ventilati e mai attuati “numeri chiusi”. Ripeteremo alla nausea che ciascun alpinista o pseudo-alpinista deve imparare ad assumersi la piena responsabilità delle sue azioni. E che, se al posto del divieto, ci fosse un avviso tipo la “bandiera rossa” delle spiagge, ci sarebbe di sicuro una maggior crescita di responsabilità, anche in individui stupidamente refrattari o poco esperti.

Mi rifiuto di pensare che le autorità amministrative della regione o l’opinione pubblica siano indifferenti, penso invece con forza che l’esitazione di esse sia più che altro dovuta alla sensazione d’impotenza che ha una qualunque amministrazione di fronte a fenomeni, come quello dell’alpinismo, che sfuggono a regolare qualificazione. Soggetti molto di più alla decisione dei singoli e molto di meno alle regole, anche quelle del buon senso. Non confondiamo l’indifferenza presupposta col “non fare notizia” con l’esitazione di fronte al dibattito che ciascuno vive dentro di sé. La tragedia del “non fare notizia” è comune a migliaia di altri fenomeni planetari: ma io ritengo che la notizia debba essere comunque data, non solo quando il padrone morde il suo cane, ma anche quando, più normalmente, il cane morde il suo padrone. Davvero sono responsabili i giornalisti e gli amministratori che, per motivi anche bassamente opportunistici, non danno il giusto rilievo alle tragedie del Canalone della Morte? O non è più giusto pensare sempre che l’alpinista, e solo lui, è il vero responsabile? Davvero è così moralmente obbligatorio “mettere in sicurezza” quel canalone snaturandolo quindi in modo radicale? Davvero pensiamo che sia più etico dare la possibilità di una salita più sicura a chiunque piuttosto che richiedergli una maggiore esperienza? Davvero pensiamo che la salita al Monte Bianco sia una cosa così importante?

Gli altri non hanno il diritto di impedire l’azione dell’alpinista, possono solo consigliarlo ed eventualmente soccorrerlo. E anche quando gli facilitano la strada con corde fisse o quant’altro cadono nell’errore di favorirgli la convinzione che in fin dei conti tutto sia stato messo in sicurezza.

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La guida alpina Alberto Bianchi ha giustamente segnalato sul sito facebook dell’Osservatorio della Libertà in montagna (29 settembre 2015) l’esistenza di questo genere di cartellonistica di tempi ormai lontani, commentando: “Questo è un cartello per la sicurezza sul lavoro del tempo andato; oggi si predica l’esatto opposto! Sostituendo “la macchina” con “il terreno” l’avvertimento calzerebbe a pennello anche a chi vuole muoversi libero in montagna; ma anche in questo campo oggi si afferma la filosofia opposta“.

Per queste considerazioni rifuggo dalle invocate “severe riflessioni d’ordine etico sulla responsabilità di chi è responsabile di questo stato di cose”. Come rifuggo da ogni tipo di “azione legale (magari istruendo una vera e propria “class action”) per omicidio colposo”.

Divieti, responsabilità e certificazioni di sicurezza vanno a braccetto con l’aumento esponenziale delle cause legali, con l’intrusione sempre maggiore del diritto e delle assicurazioni in un mondo che vorremmo più “nostro”, più alpinistico.

Sono invece pienamente d’accordo nel condannare la scelta di ricostruire in modo avveniristico e spettacolare il Refuge du Goûter senza prendere neppure in considerazione i problemi che una maggiore frequenza di accesso ha portato e porterà, con l’inevitabile crescita del tasso di gravi incidenti. Non si è fatto nulla né per “mettere in sicurezza” né per dissuadere senza divieti. Il rifugio è stato costruito, ha comportato costi spaventosi e… lo show must go on!

Piano piano arrivo anche io a ciò che secondo me occorrerebbe fare in concreto.
Nessun divieto, nessun numero chiuso. Dimentichiamo soluzioni sciocche o improponibili come ovovia, ponte tibetano, tunnel sotterraneo. Dimentichiamo le “barriere insormontabili che impediscano in modo categorico l’entrata nel famigerato canalone; se occorre presidiandolo con una presenza fissa di gendarmi“.

Si deve invece scoraggiare nel modo più incisivo possibile la frequentazione di quella via “normale”: con video, cartelli e agitando ogni possibile spettro di paura e di morte. Aumentando le tariffe del trenino, dell’accompagnamento guida e dei pernottamenti in rifugio. Sì alla revisione dei corrimano e degli ancoraggi, ma no al disgaggio (che per me è come mettersi a scopare il mare).

Infine, sì alla costruzione di una via ferrata che salga sullo sperone di sinistra, parallelo al canalone. Detto da me, contrario a ogni genere di via ferrata… Ma quando ci vuole ci vuole. E in ogni caso non parlare mai di “piena sicurezza” della variante.

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Cervino chiuso

Cervino chiuso

La via di salita italiana al Cervino è stata chiusa con un’ordinanza urgente dal sindaco di Valtournenche Deborah Camaschella. Dopo un incidente che ha coinvolto una cordata in discesa lo scorso venerdì e sentito il parere di guide alpine e uomini del soccorso alpino della guardia di finanza, è arrivata la decisione di vietare temporaneamente le salite alla Gran Becca.

Il provvedimento dispone “l’immediata chiusura, temporanea, della via italiana del Cervino denominata Cresta del Leone, dalla croce Carrel alla vetta, lato sud in salita e in discesa, al fine di evitare il grave pericolo per l’incolumità pubblica”. La Croce Carrel si trova all’inizio della via italiana, a 2920 metri di quota.

La situazione è dovuta alle “anomale temperature alte e fuori della norma che hanno provocato crolli pericolosi per l’incolumità degli alpinisti”.

L’ordinanza di divieto, sia in salita che in discesa, è stata emessa domenica 26 luglio dopo alcune frane nella zona della Cheminée. In quel momento 25 alpinisti si trovavano sulla montagna, alla Capanna Carrel, a 3830 m: il loro rientro è avvenuto in auto-sufficienza, alcuni per la via italiana, altri dal versante svizzero.

La capanna Carrel sulla Cresta del Leone (Cervino)
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La situazione è difficile anche sul Monte Bianco, dove continuano gli smottamenti e le cadute di sassi sugli itinerari più frequentati del gruppo. Delle vie normali – le meno difficili e preferite dalla maggior parte degli alpinisti – quella dei Trois Monts presenta numerosi passaggi pericolosi: soprattutto nel tratto fra il Mont Maudit e il colle della Brenva il ghiaccio è allo scoperto e particolarmente ripido. Rimane chiusa la via del Goûter, per la continua caduta di sassi. Il sindaco di Saint-Gervais ha addirittura ordinato la chiusura del Refuge du Goûter finché la situazione non si sarà normalizzata.

Fin qui nulla di nuovo. Come ha detto a Rai News il sindaco Camaschella, “non è la prima volta che viene chiuso il Cervino per motivi analoghi, penso al 2003 e al 2009…”. La novità è nelle parole immediatamente seguenti: “… ma sulla questione che debba essere un sindaco a chiudere una montagna bisognerebbe aprire un dibattito”.

Anche il presidente delle guide del Cervino, Gerard Ottavio, è convinto che forse sarebbe stato meglio sconsigliare la salita, piuttosto che vietarla: “L’alpinismo è un’attività del tutto particolare, in cui il rischio è sempre presente. Imporre qualcosa non è mai la soluzione migliore. Ma in ogni caso noi guide lassù non portiamo i clienti in questi giorni“. Nessun divieto, sul Cervino, dal versante svizzero.

Osservazioni
Ciò che ha detto il sindaco Deborah Camaschella lascia ben sperare in un futuro in cui l’assenza di divieti in montagna possa esistere. La Camaschella ha ragione a sollecitare un dibattito, quindi dovrebbe lasciarmi suggerire di essere proprio lei a organizzarlo in un prossimo futuro.

Come già detto tante altre volte, siamo sempre più fermamente convinti che in realtà il sindaco nulla abbia da temere: limitandosi a “sconsigliare” non corre alcun pericolo giuridico d’essere responsabile di eventuale incidenti. Il divieto è inutile e non corrisponde alle aspettative di crescita di responsabilità del cittadino.

Il percorso sulla Cresta del Leone
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I primi commenti su Facebook
Cominciamo dal notoriamente provocatorio Marco Lanzavecchia: “A me sembra una follia. Personalmente non toccherei quel rivoltante ammasso di sfasciumi (il Cervino, NdR) neanche con la punta del mignolo inguantata, ma non è un sindaco che mi deve dire quello che devo e non devo fare (27 luglio). Segue sulla stessa linea Paolo Galli: “Sono tendenzialmente d’accordo ma, perché il ragionamento sia coerente fino in fondo, bisognerebbe sospendere il soccorso alpino (27 luglio). Lanzavecchia rincara la dose: “Ma anche far saltare quell’inutile sfasciume (27 luglio)”.

Fabio Palma (più seriamente): “Mmm… c’è sempre da considerare il tema responsabilità. Se per caso il sindaco è passibile di denuncia in caso di incidente, io lo comprendo. Felice di non essere al suo posto e di non dover prendere una decisione di questo tipo, ma la comprendo. Dover al minimo prendere un avvocato o addirittura peggio confidando nella buona sorte… sai com’è. Mettetevi al suo posto, con questo rischio. Un conto è essere Formigoni con Nmila avvocati, un altro essere sindaco di un piccolo paese dove volente o nolente finisci per pagare tu. In questi casi non potrebbe essere la regione, che ha spalle molto più robuste, a coprire le responsabilità con ordinanze ad hoc? Boh. Poi magari è il solito cartello che metti lì per pararti il fondoschiena e tutto continua come prima, classico consiglio di avvocato (28 luglio)”.

Stefano Michelazzi: “Concordo con tutti e tre i ragionamenti:
1) bloccare l’accesso a una parete o una montagna è un atto di limitazione delle libertà personali e quindi non certo da Paese democratico come il nostro si spaccia per essere…
2) In effetti però, se si vuole la moglie ubriaca ma la botte piena, il ragionamento precedente non può essere valido quando il Paese ci mette del suo per salvarti le chiappe e quindi coerentemente sarebbe da togliere a priori il Soccorso Alpino (problema annoso…)
3) Rimanendo in piedi tutta la macchina organizzata del soccorso e delle responsabilità dell’Amministrazione verso il territorio e chi lo frequenta (cosa che non riesco a capire da quale logica esca), l’Amministrazione si difende con l’unico atto che gli permette di scaricare le responsabilità proprio su chi, poi, disattendendo l’atto stesso, se ne riprende carico personalmente come dovrebbe naturalmente essere…
Alla fine credo che il decreto di chiusura dovrebbe essere visto come un avviso di aumento delle consuete situazioni a rischio con conseguente rinuncia alla frequentazione da parte degli alpinisti, considerati da sempre anarchici, i quali, come da anarchia, dovrebbero avere un atteggiamento di auto-determinazione, considerando anche e probabilmente soprattutto, che se vogliono la bicicletta (il soccorso alpino) devono pedalare (alla larga dal Cervino…)
(28 luglio)”.

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No alle vie di arrampicata “a costo zero”?

Il Comune di Anversa degli Abruzzi (AQ), in data 23 agosto 2014, ha emesso un’ordinanza tanto curiosa quanto penalizzante il buon senso. L’oggetto è il divieto di utilizzo di una parete di roccia per l’arrampicata in località Le Renicce, nei pressi della Strada Regionale n.479 Sannite.

A parte le imprecisioni (il divieto è fatto per la parete “attrezzata per l’arrampicata in artificiale”, si parla di “fissaggio dei moschettoni”, della “possibilità di distacco” di questi ultimi, ecc.), l’ordinanza n. 49 del 23 agosto 2014 fonda le ragioni del provvedimento sulle seguenti argomentazioni (a ciascuna seguono le mie osservazioni):

1) il mancato dialogo con la Riserva Naturale Regionale “Gole del Sagittario” prima dell’attrezzatura della parete, il cui piano di assetto naturalistico vieta “l’asportazione, anche parziale e danneggiamento delle formazioni minerali; (…) qualunque attività che possa costituire pericolo o turbamento delle specie animali, per le uova e per i piccoli nati (…); il danneggiamento delle specie vegetali spontanee”;
La parete è posta a pochissima distanza da una strada carrozzabile classificata Strada Regionale: le specie animali, disturbate dal traffico automobilistico, di certo si sono già allontanate; quanto al danneggiamento delle specie vegetali spontanee è ridicolo pensare che anche un minuzioso gardening nella preparazione degli itinerari possa davvero sminuire la capacità riproduttiva delle essenze; nella chiodatura non v’è alcuna asportazione di materiale roccioso, al massimo possiamo discutere sul “danneggiamento”, secondo me da riclassificare come “lieve alterazione”.

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2) la parete (nel testo dell’ordinanza è al plurale!) si trova all’interno del Sito di Interesse Comunitario “Gole del Sagittario”, SIC n. IT110099;
Il regolamento delle Aree SIC non vieta esplicitamente l’attività alpinistica o arrampicatoria.

3) non è stata effettuata la Valutazione di Incidenza Ambientale prevista nell’art 6 della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, recepita in Italia con il D.P.R. 8 settembre 1997 n. 357 modificato ed integrato dal D.P.R. 12 marzo 2003 n. 120 e in base all’Art 10 del D.G.R n° 119/2002 che cosi recita: “sono assoggettati a valutazione di incidenza, qualora ricadano all’interno dei Siti di importanza comunitaria e/o delle Zone di protezione speciale i piani territoriali, urbanistici e di settore, nonché gli interventi che, pur ricadendo all’esterno di SIC (ZSC) o ZPS, possano avere un ‘incidenza significativa sugli habitat e/o sulle specie per le quali gli stessi sono stati designati“;
Non è detto che il fatto che non sia stata effettuata la VIA implichi necessariamente la chiusura al pubblico: la VIA, volendo, può essere fatta! E anche in tempi brevi, vista la semplicità e le dimensioni del sito.

4) l’arrampicata in montagna è attività socialmente pericolosa, nel senso che è caratterizzata da un grado di rischio superiore a quello che caratterizza altre attività sportive;
Questa affermazione è ridicola, specie per ciò che riguarda l’arrampicata sportiva. Al di là del fatto che sono molti gli sport assai più pericolosi (equitazione, kayak, ecc.), definire “socialmente pericoloso” l’alpinismo significa davvero voler impedire la libera determinazione dell’individuo. Significa imprigionarlo, togliergli una significativa fetta di libertà.

5) la responsabilità dell’infortunio non è dell’alpinista stesso perché non è sufficiente l’accettazione individuale del rischio, in quanto egli si affida “probabilmente” a un lavoro fatto da altri, cioè da coloro che hanno attrezzato la parete: e questi potrebbero aver fatto un lavoro malfatto o non averne curato la manutenzione;
Nell’accettazione del rischio è compreso anche l’affidarsi al lavoro fatto da altri. Certamente l’arrampicatore ha più possibilità di giudicare la qualità del lavoro compiuto dal chiodatore, non si può pretendere che un Comune, che non sa distinguere tra arrampicata sportiva e arrampicata artificiale, né tra moschettoni e spit, possa fare valutazioni. L’arrampicatore inoltre dovrebbe sapere benissimo, solo valutando a occhio, che tipo di manutenzione sia stata fatta sull’itinerario.

6) la parete è proprietà del Comune, dunque a quest’ultimo potrebbero essere addossate le responsabilità di eventuali incidenti, soprattutto potrebbero essere indirizzate al Comune le richieste risarcitorie.
Anche il Monte Bianco, o il Cervino, fanno parte di più d’un territorio comunale, ma non risulta che ai comuni interessati sia mai stata fatta alcuna richiesta risarcitoria. Questa è una preoccupazione dell’amministrazione che non ha alcun fondamento.

Nella disposizione è precisato che i trasgressori verranno segnalati all’autorità giudiziaria per l’ipotesi di reato di cui all’art. 650 C.P., secondo il quale “chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a lire quattrocentomila“.

La paretina in questione
Bultrini-1510726_585438004891043_2524219330388189218_nDopo un colloquio con il sindaco Gabriele Gianni e con la direttrice dell’oasi faunistica Filomena Ricci è emerso che c’è un progetto in atto per la realizzazione di un sito di arrampicata (costo 40.000 € per 10 monotiri) che dovrebbe essere realizzato da una guida alpina. Se ne potrebbe dedurre che l’esistenza di vie di arrampicata “a costo zero” non piace a nessuno in quel comune; decadrebbe inoltre in toto la rilevanza dei sopra esposti punti 1), 2) e 3); si evincerebbe che la preoccupazione per la possibilità di incidenti è solo un paravento per il progetto “ufficiale” di attrezzatura, e questa potrebbe essere la vera motivazione dell’ordinanza!
Se così fosse, sarebbe un peccato, perché in montagna c’è e deve rimanere spazio per tutti, almeno fin quando non esistano espliciti divieti di arrampicata in toto (mi auguro mai) o albi professionali di attrezzatori. Per il momento trattasi di vera e propria limitazione di un qualcosa che nella tradizione verticale è sempre esistito (il libero accesso alle pareti, la libera possibilità di salirle/attrezzarle, la libera scelta di ripetere le vie secondo criteri di autoresponsabilità).

Nel frattempo l’ordinanza è pienamente valida, in luogo sono stati posizionati il nastro bianco/rosso e le transenne metalliche all’inizio del breve sentiero che dà accesso alla parete.

Uno degli spit usati per l’attrezzatura

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Il Comune di Monesi vs Regione Liguria

Da ImperiaPost (http://www.imperiapost.it):

È scoppiata una rivolta a Monesi, unica stazione sciistica attualmente operante in provincia di Imperia, a seguito dell’ordinanza emessa dal Comune di Triora (vedi pagina 1, pagina 2 e pagina 3) che vieta la maggior parte delle attività collaterali allo sci e legate al mondo della montagna. Da quest’anno saranno vietate pratiche diffusissime negli anni precedenti, come lo sci alpinismo, l’arrampicata su roccia e la tradizionale “ciaspolata”, che, in altre regione italiane, sono divenute un vero e proprio motore dell’economia locale. Un’ordinanza che rischia di compromettere lo sviluppo commerciale e turistico di Monesi, nonché la sopravvivenza dell’intera vallata.
L’ordinanza è stata emessa in quanto prescritta dalla Regione con i provvedimenti VIA della Regione Liguria n.ri °129/209 del 27/06/2007 e n°303 del 29/10/2013.

Monesi04-10807868_492491157556904_773318221_nAl riguardo ImperiaPost ha contattato il consigliere del Comune di Triora (con delega a Monesi) Cristian Alberti:

L’ordinanza è stata emessa in quanto prescritta dalla Regione Liguria con provvedimenti di Valutazione di Impatto Ambientale – spiega Alberti – purtroppo sono prescrizioni vincolanti se si vogliono aprire gli impianti. Non abbiamo potuto non farla, perché diversamente non si potrebbe aprire neanche la seggiovia e non si potrebbe portare avanti nessun progetto di alcun nuovo impianto. Considerato che effettivamente quasi la metà delle persone che vanno nel mini comprensorio sciistico fanno fuori pista o sci alpinismo o ciaspolano e che nella realtà è uno dei posti più sicuri dell’intero arco alpino è un bel problema più che altro perché rischia di diventare una ulteriore penalizzazione sotto l’aspetto economico per le attività esistenti in loco…
Siamo ben consapevoli che la problematica sia grave e di non semplice risoluzione, ci siamo attivati e abbiamo già avuto diversi incontri, il CAI predisporrà una relazione dettagliata nella quale esporrà le perplessità dal punto di visto tecnico (vedi ordinanza, rischio marcato 3). Relativamente allo svernamento del gallo forcello si dovrebbero ottenere la prossima settimana i dati degli anni precedenti relativi al censimento del gallo forcello con i quali si spera di poter dimostrare che una normale attività fuori pista non danneggia il ripopolamento del gallo stesso. Purtroppo non sarà semplice e temo neanche breve, l’obiettivo è far capire che le prescrizioni dettate da tali provvedimenti non hanno alcun senso soprattutto perché viste sotto l’aspetto della tutela ambientale, se vi sono delle piccole zone vanno perimetrate su cartografia e i divieti vanno eventualmente limitati a tali zone.
Stiamo anche valutando di consultare un legale esperto nel settore per un incontro con i funzionari regionali e per la redazione di una eventuale memoria tecnica, ma ad oggi non abbiamo alcuna risorsa economica da spendere in tal senso. Purtroppo la risoluzione al problema temo non sarà breve, appena avremo qualche prima notizia in merito se necessario convocheremo un incontro pubblico, prima però dobbiamo almeno avere delle basi certe su cui lavorare”.

Vetta del Monte Saccarello (Monesi)
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L’ordinanza
– Divieto delle attività fuoripista;
– Divieto di sciescursionismo;
– Divieto di scialpinismo;
– Divieto di escursioni con racchette da neve nei canaloni con neve fresca sui versanti esposti a nord;
– Divieto della pratica dello sci con risalita in elicottero;
– Nel periodo di funzionamento della seggiovia è consentito il passaggio soltanto ai veicoli autorizzati e a quelli in transito diretti all’esterno del comprensorio di Monesi in direzione Colle dei Signori di Limone o in direzione Passo del Tanarello- Francia sulla provinciale Monesi-Limone;
– Divieto di fermata e sosta dei veicoli nel tratto di attraversamento del comprensorio di Monesi, salvo nelle aree appositamente predisposte e segnalate;
– Chiuse al transito veicolare non autorizzato tutte le strade presenti all’interno del SIC, con esclusione della provinciale;
– Attività di escursionistica pedonale consentita esclusivamente lungo i sentieri segnati e segnalati, con divieto di divagazioni al di fuori dei tracciati da metà marzo a fine agosto;
– Attività ciclo escursionistica (mountain bike) consentita soltanto lungo le vie e i sentieri segnati, con assoluto divieto di divagazione al di fuori dei tracciati;
– Divieto di raccolta dei frutti silvestri se non per il consumo sul posto;
– Divieto di svolgimento di attività fuoristradistica sia con autoveicoli che con motocicli;
– Divieto di raccolta di piante, fiori e fronde se non per scopi di studio e di ricerca purché autorizzati dall’ente gestore del SIC;
– Divieto di svolgimento dell’attività di arrampicata su roccia.

Commento
Francamente non abbiamo parole. Un comune si dice, contro la sua stessa volontà, costretto a emettere un’ordinanza del genere. Ammette l’impotenza amministrativa, lamenta la mancanza dei fondi necessari alla redazione di una relazione tecnica e a un’eventuale lotta legale. Credo che siamo davvero alla frutta.
Monesi-05APERTURA-MONESI

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Che cosa è un’ordinanza sindacale?

Che cosa è un’ordinanza sindacale?
di Marco Del Zotto, avvocato e maestro di sci ([email protected])

E’ un provvedimento motivato contingibile ed urgente che può essere emanato dal Sindaco al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità dei cittadini.
Quando può essere adottata?
Un’ordinanza sindacale può essere adottata solo in casi di gravi ed eccezionali necessità al fine di tutelare l’incolumità pubblica.
Come può essere impugnata?
Un’ordinanza sindacale può essere impugnata avanti al Tribunale Amministrativo Regionale con ricorso motivato.

Canalone di Val Mezdì, gruppo di Sella. Foto: Carlo Cosi
Ordinanza-Carlo-Cosi-P1020381-1024x768La pratica dello sci fuoripista in questi ultimi anni sta diventando un fenomeno sempre più diffuso; ma, purtroppo, le conoscenze tecniche, l’esperienza e le valutazioni che prima e durante la gita gli sciatori devono compiere per percorrere l’itinerario in sicurezza, troppo spesso sono insufficienti. La superficialità e la leggerezza prendono così il sopravvento determinando un forte aumento dei rischi connessi alla pratica di questo sport.
Se già per la pratica dello sci in pista nessuna normativa nazionale ha ancora disciplinato quale debba essere la condotta dello sciatore durante la discesa, nessun riferimento legislativo, neppure regionale, è possibile rintracciare per quanto concerne la regolamentazione dello sci fuoripista che, fin dalle sue origini, risulta essere la massima espressione di libertà dello sci.
Il grande aumento del numero di scialpinisti credo sia dovuto proprio alla possibilità di vivere a diretto contatto con la natura, con la montagna, con il paesaggio invernale senza i divieti, gli obblighi, le limitazioni che ogni anno aumentano sulle piste di sci senza però sortire gli effetti voluti e sperati.
Sono altrettanto convinto che la strada da seguire sia un’altra, quella dell’educazione alla montagna e dell’obbligo di aumentare e migliorare l’informazione agli sciatori in pista e fuoripista per ridurre i margini di rischio.
Tornando allo sci fuoripista, giuridicamente, unico soggetto esposto a un giudizio di responsabilità in caso di incidente – in assenza di una normativa specifica che ne disciplini l’attività – è colui che si avventura su itinerari che possono risultare pericolosi in relazione alle condizioni nivometeorologiche di quello specifico percorso scialpinistico.
La valutazione della pericolosità e della conseguente percorribilità di un itinerario sci alpinistico deve necessariamente tenere in debito conto tutti i fattori (!!!) non direttamente riconducibili alla condotta dello stesso sciatore quali distacchi naturali, distacchi provocati da altri sciatori, distacchi provocati da animali, caratteristiche del terreno, variazioni meteorologiche.
La valutazione quindi deve essere completa, comprendere tutti i possibili elementi di rischio e basarsi sull’analisi del bollettino valanghe che deve sempre essere confrontata in loco con la verifica della stabilità del manto nevoso e quindi della corrispondenza delle condizioni dell’itinerario rispetto a quelle del bollettino valanghe.
Negli ultimi anni i sindaci di alcuni comuni montani, ritenendo doveroso un loro intervento per tutelare l’incolumità pubblica – dato l’aumentare del numero di scialpinisti e degli incidenti in alta montagna – hanno emanato delle ordinanze di divieto della pratica dello sci fuori pista.
Tale potere ha la sua origine nell’art.54 comma 2° del Testo Unico delle Leggi sull’ordinamento degli enti locali, il Decreto Legislativo n.267 del 18/06/2000.
Se in astratto sembra che tale strumento normativo sia pienamente legittimo in funzione della prevenzione e della eliminazione di tutti i possibili pericoli che possono minacciare l’incolumità dei cittadini, un’interpretazione più approfondita della norma pone invece molte perplessità sul potere del Sindaco di adottare tale tipo di provvedimento e, di fatto, di paralizzare non solo lo sci fuoripista, ma anche molte attività professionali ad esso connesse.

Ordinanza-scifuoripista1_b

Le ordinanze che vietano di praticare lo sci fuoripista su tutto il territorio comunale, o in prossimità delle piste di discesa servite dagli impianti, sono generalmente emanate in considerazione delle condizioni nivometeorologiche di pericolo che derivano da precipitazioni nevose intense, dall’instabilità del manto nevoso, dai eventuali sbalzi di temperatura nell’arco di una stessa giornata.
La legittimità di tali ordinanze dipende dalla verifica dell’esistenza dei presupposti di cui all’art.54 del T.U. n.267/2000. che sono la contingibilità e l’urgenza del provvedimento.
In assenza quindi di circostanze di grave ed eccezionale necessità e urgenza, tali provvedimenti sono da ritenere viziati da un eccesso di potere del Sindaco e pertanto possono essere impugnati al fine di ottenerne l’annullamento.
Questi provvedimenti non possono imporre divieti temporalmente illimitati, in quanto è intrinseco che il perdurare delle condizioni che la legge definisce eccezionali si limitano al massimo a qualche giorno, vale a dire il tempo necessario per l’assestamento del manto nevoso.
Ogni ulteriore valutazione di merito deve compiersi comunque caso per caso, in seguito ad un’analisi di tutte le circostanze rilevanti ai fini dell’accertamento della loro esistenza.
Ulteriore considerazione che ne deriva è che il divieto deve essere circoscritto e individuato territorialmente con precisione, in quanto ogni generalizzazione è in contrasto con la ratio sulla base della quale il sindaco ha il potere di adottare tale provvedimento.
Da queste brevi riflessioni non è possibile trarre alcun giudizio sulla legittimità delle numerose ordinanze adottate da alcuni sindaci dell’arco alpino e, in alcuni casi, ancora in vigore perché -come specificato in precedenza- ogni valutazione deve essere compiuta caso per caso, leggendo attentamente il contenuto dell’atto e la sua motivazione.
Si deve però fare presente che l’uso di un provvedimento di tale genere, proprio per la sua eccezionalità e per le sue inevitabili gravi ripercussioni nella realtà montana, prima fra tutte l’assoluta paralisi delle attività non solo sportive ma anche professionali come quella delle Guide alpine, deve essere ponderato e soprattutto preceduto da un preventivo approfondimento da parte di una commissione di esperti di nivologia e valanghe che accertino la gravità e l’eccezionalità della situazione di pericolo e il momento della sua cessazione.
In mancanza di valide e qualificate motivazioni queste sono esposte al rischio di una declaratoria di illegittimità, con la conseguenza di innescare possibili azioni risarcitorie da parte di chi ha dovuto ingiustamente astenersi dal compiere le attività vietate.

postato il 22 novembre 2014

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La chiusura del sentiero “Antermoia”

La chiusura del sentiero “Antermoia”
Per motivi di pubblica sicurezza il sindaco del comune di Rocca Piétore il 20 giugno 2014 ha emesso l’ordinanza n. 2015 in cui si fa divieto assoluto di percorrere il sentiero che dalla località “Dovich” porta a “Serauta” e viceversa. Qui di seguito il testo:

Il Vallone dell’Antermoia sorvolato dalla funivia Malga Ciapela-Punta Rocca
Marmolada, vallone d'Antermoia, dalla seconda stazione della funivia


IL SINDACO
Viste e considerate le condizioni del sentiero denominato “Antermoia” che dalla località “Dovich” porta a “Serauta” e viceversa, le quali non permettono di garantirne la percorrenza in condizioni di ordinaria sicurezza;

considerato quindi che occorre intervenire con ordinanza contingibile ed urgente per garantire la pubblica incolumità delle persone;
Visti gli articoli 50 e 54 del Testo Unico degli Enti Locali approvato con Decreto legislativo 18.08.2000 n.267 e successive modifiche ed integrazioni;
Visto l’art. 37 dello Statuto del Comune di Rocca Pietore in vigore;

O R D I N A
1) E’ ISTITUITO IL DIVIETO ASSOLUTO DI PERCORRENZA DEL SENTIERO DENOMINATO “ANTERMOIA” CHE DALLA LOCALITA’ “DOVICH” PORTA A “SERAUTA” FINO A QUANDO LO STESSO NON SARA’ RIPRISTINATO;

2) IL PRESENTE DIVIETO SARA’ RESO NOTO, OLTRE CHE CON LA PUBBLICAZIONE DELLA PRESENTE ORDINANZA, CON AVVISO PLURILINGUE DA ESPORRE ALLE DUE ESTREMITA’ DEL SENTIERO;

3) I contravventori alla presente ordinanza saranno puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di € 25,00 a un massimo di € 500,00, salvo che il fatto non costituisca reato. Si applicano le procedure di cui alla Legge 24.11.1981, n.689.

Ordinanze come questa me ne arrivano sul tavolo quasi un giorno sì e un giorno no, abbiamo già affrontato l’argomento molte volte e nella maggior parte dei casi riteniamo non sussistano minimamente gli estremi per editti di questo tipo, adatti più a un pubblico medioevale che agli appassionati moderni di montagna.

In questo caso non vengono neppure spiegate le ragioni del pericolo, ma non solo. Non viene detto che il sentiero è sempre stato borderline tra un percorso escursionistico e un percorso d’avventura non segnalato in alcun modo.

Sul sentiero dell’Antermoia, rifiuti. Anno 1988.
Rifiuti sotto al Vallone di Antermoia, 11.09.1988. Marmolada pulita 1988, Dolomiti
Chi fino a oggi si fosse spinto a percorrerlo, come abbiamo fatto noi più volte ai tempi della bonifica della Marmolada, lo avrebbe sempre e comunque fatto a “suo rischio e pericolo”, come si suol dire.

Quindi, a meno che non si siano verificate frane, terremoti o altri disastri, questo “non sentiero” non è mai stato e continua a non essere una minaccia per la burocrazia comunale e le rivalse degli eventuali incidentati.

Non c’è mai stato nessuno che si è preso la paternità di quel “non sentiero”, quindi nessuno è responsabile. Dunque perché gettare fumo negli occhi con ordinanze retrive, ottuse, fintamente premurose dell’opinione pubblica? Viene per caso indicato un percorso ricostruttivo, un quando alla disponibilità? No.

Resta il divieto puro e semplice. Perché? Perché no, come dice Jannacci.

Ancora una volta ribadisco che al posto dei divieti e delle sanzioni si deve parlare o di eventuale ripristino d’urgenza (ma in questo caso di cosa?), oppure di “consiglio” di non percorrere, magari dando uno straccio di ragione.

Ma il linguaggio burocratico ha nel suo DNA questa evidente disparità tra cittadino e autorità, sempre più fastidiosa, iniqua, paternalista.

Sul sentiero dell’Antermoia, rifiuti. Ben visibile la Stazione Serauta. Anno 1988
Marmolada, vallone d'Antermoia, 1988

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L’effetto domino dell’eliski in Cadore

Dopo il post sull’eliski sull’Antelao e quello sul come il CAI dovrebbe sconfessare il Comune di Calalzo, e relativi commenti, nuovi accadimenti sono venuti a peggiorare la situazione in Cadore.

Quello che purtroppo si sta verificando è quello che Gianfranco Valagussa ha chiamato effetto domino: una volta che un singolo comune ha deliberato a favore, tutti gli altri comuni non vogliono essere da meno. E non appena una zona selvaggia è concessa, ecco nascere subito altre richieste ed ecco uscire, altrettanto subito, le relative concessioni per altre zone selvagge. Con una rapidità davvero sconcertante, di certo anomala rispetto alla nostra pachidermica burocrazia. E purtroppo non può esistere un eliski se non in una zona non battuta e non segnata dagli impianti di discesa, questo per definizione! Quindi, ecco il via alla caccia agli ultimi luoghi rimasti tranquilli.
E sappiamo anche che l’eliski è solo la punta dell’iceberg di una devastazione più grande, quella che farà l’eliturismo estivo, generalizzato. La porta è ormai spalancata.

EffettoDomino-eliski_2Il 29 novembre 2013 il presidente del Gruppo Guide Alpine Cortina, Luca Dapoz, aveva domandato al sindaco di Cortina, Andrea Franceschi, il permesso di fare eliski nella zona della Punta Nera e sui ghiacciai orientale e occidentale del Sorapiss, dato che “l’offerta della pratica dell’eliski è stata accolta con entusiasmo dagli ospiti di Cortina dello scorso inverno, tanto da spingere a chiedere nuovamente la Vostra autorizzazione per attuare, secondo le stesse modalità proposte lo scorso anno, questa attività sportiva“.

La risposta del Comune di Cortina non si fa attendere (la stagione è alle porte…). Il 12 dicembre 2013 ecco l’agilissima disposizione firmata dal vicesindaco Enrico Pompanin: “In riferimento alla Vs. nota, pervenuta al ns. prot. 24357 del 29/11/2013, relativa alla proposta della pratica dell’eliski, si comunica che la Giunta Comunale, con indirizzo n.436 del 10/12/13, ha espresso parere favorevole all’iniziativa, per quanto di sua competenza. Resta inteso che:
– la presente potrà essere revocata con effetto immediato in caso di mancato rispetto delle prescrizioni, o in caso di motivati reclami da parte di terzi;
– l’ottenimento di eventuali ulteriori autorizzazioni sono a carico dei richiedenti“.

Il 10 febbraio 2014, su richiesta dell’ormai tristemente famoso gruppo Guide Alpine Tre Cime di Lavaredo, anche il Comune di Auronzo ha deliberato la possibilità di eliski fino alla fine del prossimo aprile nel gruppo delle Marmarole (precisamente nel vallone delle Meduce, sui Lastoni e in Val Baion).

Sono queste le ragioni che hanno portato un gruppo di appassionati sostenitori della conquista delle vette fatta con le proprie gambe ad aprire una pagina su Facebook. Il 4 febbraio 2014, su iniziativa di Giorgio Robino, Andrea Gabrieli. Andrea Gasparotto, Luca Visentini e molti altri, nasce No Eliski sulle Dolomiti, dove si possono leggere documentazioni pubbliche e tutto ciò che è relativo all’eliski e all’eliturismo in Cadore (Antelao, Marmarole, Sorapiss). Al momento (7 marzo 2014, ore 13.05) sono 698 i “mi piace” raggranellati.

Certo non è il primo gruppo a essere creato su Facebook, ma le armi a disposizione sono solo queste. E in Cadore c’è davvero urgenza di raccogliere quella che è la vera opinione pubblica, in modo da evitare (ormai per l’anno prossimo) il disastro di questa stagione. Visto che CAI e le altre istituzioni continuano a latitare.

EffettoDomino-eliski-b0

Nel frattempo l’attività promozionale del fuoripista non vede interruzione. Ciò che in sede giudiziaria è oggi altamente perseguitato, in sede turistica è spinto oltre ogni ritegno. Sabato 15 marzo 2014 è l’appuntamento con il Freeride Day Monte Faloria a Cortina d’Ampezzo. Nel comunicato stampa si legge: “Un’occasione per vivere tutta l’emozione della neve fresca, in sicurezza. Gli appassionati degli sci larghi, infatti, potranno testare le attrezzature di ultima generazione sui fuoripista del Monte Faloria e assistere a una simulazione di ricerca di disperso da valanga con le Guide Alpine di Cortina d’Ampezzo.
L’evento, organizzato dal negozio 2&2 – che ha inaugurato lo scorso 6 dicembre il nuovo shop & rent in Corso Italia (www.dueduecortina.com) – e dalle Guide Alpine di Cortina (www.guidecortina.com), offrirà l’opportunità di scivolare liberi sulla powder lungo percorsi inconsueti e di conoscere meglio i rischi della montagna d’inverno, per divertirsi nel pieno rispetto della natura e godere davvero di tutta la bellezza delle Dolomiti. La Regina delle Dolomiti conferma dunque la vocazione per gli sport estremi e, in attesa del Carrera Freeride Challenge Punta Nera del 3-4-5 aprile a Cortina, continua a regalare emozioni“.

Evitando accuratamente di parlare di elicotteri, il linguaggio enfatico e trionfale di questo comunicato fa alla pari con questo filmato di 5′, relativo al Carrera Freeride Challenge Punta Nera.

postato il 10 marzo 2014

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Il CAI Veneto dovrebbe sconfessare il Comune di Calalzo

Nel mese di gennaio 2013 la stampa locale ha dato notizia che il Comune di Calalzo di Cadore, con Verbale della Giunta Municipale n. 109 del 30 dicembre 2013, aveva deliberato di esprimere parere favorevole all’eliski sull’Antelao. Negli articoli veniva anche riportato che la decisione era stata presa con il consenso del Club Alpino Italiano del Veneto.

Il 17 gennaio, puntuale, ecco un comunicato stampa dell’associazione Mountain Wilderness. In apertura del comunicato si dice che “la vergogna della pratica dell’eliski e dell’eliturismo in Dolomiti aprirà il libro nero delle Dolomiti, libro che nella primavera 2015 sarà inviato all’UNESCO a Parigi”. Il comunicato prosegue denunciando che da Canazei partono voli regolari che dal Sella invadono i gruppi del Sassolungo e della Marmolada; stessa cosa, da Passo Gardena e da Pontives ecco i voli sulle altre vette tutelate dall’Unesco, Catinaccio, Odle, Puez, Marmolada… fino alle Tre Cime di Lavaredo e al Cristallo. Per ciò che riguarda il Bellunese, “misere scelte di alcune amministrazioni comunali permettono di raggiungere, sempre accompagnati da compiacenti guide alpine e addirittura con il sostegno del CAI, i grandi canaloni dell’Antelao”.

Il versante nord dell’Antelao: ben visibile il fuoripista accessibile con eliski
CAIVeneto-antelao

Il comunicato conclude con: “Mountain Wilderness chiede al Consiglio di Amministrazione della Fondazione Dolomiti UNESCO di far cessare, da subito, questa pratica turistica e di avviare in tempi brevi pratiche di frequentazione della montagna e degli ambienti naturali che siano coerenti con il significato del patrocinio UNESCO e, come conseguenza diretta, rispettosi dell’insieme del patrimonio naturale e paesaggistico di queste splendide montagne”.

Nell’ordinanza del Comune di Calalzo è scritto testualmente:
Rilevato che detta proposta ha già riportato il parere favorevole espresso in data 23 dicembre 2013 dal Collegio Regionale Veneto Guide Alpine-Maestri di Alpinismo di Cortina d’Ampezzo che, dopo averne discusso con il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e con il Club Alpino Italiano del Veneto, ha subordinato l’esercizio della pratica in parola ai seguenti temperamenti”.
Segue la lista di limitazioni, numero massimo di voli, ecc. Per maggiori dettagli, vedere il post su questo Gognablog.

A questo punto, ma con discreto ritardo, segue il comunicato del CAI Veneto (24 febbraio 2014).
In esso, vedi la versione integrale, il presidente Francesco Carrer nega decisamente il coinvolgimento del CAI Veneto in questa vicenda, ripercorre le lotte fatte dal CAI per impedire che “le Dolomiti diventino un eliporto”, rivendica insomma la volontà di essere contro al fenomeno dell’eliski, nel pieno spirito del Bidecalogo. “Il CAI Veneto, come il Soccorso Alpino, non è stato coinvolto dalla richiesta, né è stato chiamato ad esprimere un parere nel merito della richiesta. E’ vero che tale notizia è apparsa sulla stampa locale veneta nel mese di gennaio ed è anche vero che il CAI non ha provveduto ad una precisa smentita ma il nostro silenzio era legato più che altro alla discrezione e al lasciar correre per non alimentare ulteriori polemiche, già accesesi sull’argomento nel mese di ottobre e relative all’eliturismo estivo. Ci sembra strano che un’associazione come MW, abituata a conoscere le possibili distorsioni che accadono nel mondo delle comunicazioni, non abbia avuto l’accortezza di verificare l’attendibilità di quanto letto e l’abbia assunta come veritiera descrizione dei fatti e delle rispettive posizioni”.

Il comunicato prosegue prendendo le difese delle amministrazioni comunali e delle guide alpine, citando ciò che di positivo è in quelle realtà per contrastare la visione “negativa” di Mountain Wilderness.

Conclude con “Ben venga quindi la stigmatizzazione promessa da Mountain Wilderness di tutte le criticità rilevate, ma non possiamo dimenticare che un’efficace azione di tutela dell’ambiente montano non sarà mai possibile senza la partecipazione attiva della popolazione montana, e non montanara, che in montagna appunto vive. La cultura della tutela è frutto di un processo di maturazione nelle scelte strategiche che impegnano le generazioni future, una conquista che deve raggiungere la popolazione delle vallate alpine superando il complesso di emarginazione tipico della “riserva indiana”, come accaduto negli angoli più illuminati dell’arco alpino, spesso esteri, che oggi possiamo  portare come esempio”.

Calalzo di Cadore

CAIVeneto-CalalzoIl mio commento a questa vicenda è che il CAI Veneto si è comportato, come dire, in modo un po’ ingenuo. Se si è diffusa la voce che il CAI Veneto sostenga l’eliski, è in gran parte colpa del CAI Veneto stesso, nel momento in cui ammette che la notizia era uscita in gennaio sulla stampa locale ma “il CAI non ha provveduto ad una precisa smentita… il nostro silenzio era legato più che altro alla discrezione e al lasciar correre per non alimentare ulteriori polemiche, già accesasi sull’argomento nel mese di ottobre e relativa all’eliturismo estivo“.
Se la difesa delle montagne contro l’eliski è solo espressione di debolezza, riducendosi a sperare che la cosa passi sotto silenzio, non mi sembra che ci siamo. In più, rimproverando Mountain Wilderness di non aver verificato l’attendibilità di quanto letto!

Comunque ora ben venga il comunicato stampa di Carrer: ma a questo punto il modo migliore per dimostrare che il CAI Veneto non condivide l’eliski passa attraverso la doverosa comunicazione al Comune di Calalzo di ritirare l’ordinanza (e quindi sospendere l’eliski), a causa della non veridicità di quanto affermato nell’ordinanza stessa, cioè che la decisione comunale è stata presa dopo averne discusso con il CAI regionale Veneto (e con il Soccorso Alpino). Se davvero si desidera un processo culturale in cui le popolazioni montane prendano parte attiva nelle scelte strategiche, il CAI Veneto cominci a sconfessare l’amministrazione comunale di Calalzo. Perché con gli equivoci non si può far superare alcun complesso da “riserva indiana”.

27 febbraio 2014