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Giudizio per cause concernenti l’attività in montagna


Lettera aperta a Raffaele Guariniello
Procura di Torino

a tema: Giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna

Egregio dottor Raffaele Guariniello,
Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Veda nell’allegato pdf.
Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera.
Le scriviamo invece, come potremmo scrivere a qualunque altro magistrato, perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana.
Siamo a disposizione per qualunque chiarimento o anche per un incontro.
Grazie dell’attenzione

Per l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano), il portavoce Alessandro Gogna

Raffaele Guariniello
Il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il 14 dicembre 2010 a Torino, durante l'udienza del processo per il rogo all'acciaieria Thyssenkrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007, in cui morirono sette operai. ANSA/DI MARCO
GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA
Libertà e consapevolezza
Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito.

La libertà in alpinismo è cosa diversa: è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri.

La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. L’Osservatorio della Libertà in Montagna individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di consapevolezza. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina. E senza del quale non avrebbe senso neppure il mito di Ulisse.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male” (1859). Detto così può sembrare banale e anarchico, ma noi crediamo di interpretare correttamente il pensiero di Mill quando affermiamo di non voler rifuggire le regole ma soltanto di volerle declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma ha dignità solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e consapevolezza. Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione.
Per questi motivi l’attività alpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, e non deve essere confusa con l’attività sportiva ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Pericolo e rischio in montagna
I pericoli e i rischi vengono dalla disparità tra persona e montagna, come per mari e deserti. Sono elementi costitutivi dell’alpinismo e fondanti la libertà di scelta. Vanno legati all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione.

Méribel, tre le due piste è il luogo dell’incidente a Michael Schumacher
GiudizioperCause-PistaSchumacher-Medium

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento.
La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. L’impostazione attuale della società è improntata all’ossessiva cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero dell’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui la persona può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in questo ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa intera dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.
L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che abbiamo cercato di esprimere usando la parola “consapevolezza”; nella seconda, troviamo un significato molto diverso, quello della responsabilità giuridica.

Consapevolezza e responsabilità giuridica sono dunque assai legate, anche se non sono la stessa cosa: la libertà è resa più significativa dal poter effettuare una scelta sapendo che si può essere chiamati a rispondere di essa, e di contro l’esercizio della libertà può abituare alla responsabilità delle proprie azioni.

Ha senso, allora, un luogo nel quale questa responsabilità possa venire in discussione, perché non basta il così detto “foro interiore”: se siamo responsabili nei confronti anche degli altri, allora bisogna che gli altri possano fare appello a questa nostra responsabilità. In Italia oggi (ma anche altrove) non è normale una giustizia “corporativa”, e cioè propria delle categorie interessate, quale ad esempio esisteva prima dell’età moderna; i probiviri del CAI si occupano solo di controversie interne all’associazione, ma non possono andare oltre e trattare di rapporti che non riguardano quella limitata materia. L’opinione pubblica, e prima ancora la Costituzione che afferma la necessità di un luogo ove possano essere fatti valere i diritti di ciascuno, confermano che non possono esistere “luoghi franchi”; ed allora non resta che la giustizia ordinaria quale luogo di tali possibili controversie.

Qui sembra che possiamo essere d’accordo, però attenzione: il punto è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, e non deve essere giustificazione per una “punizione” per chi esagera.

Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel “mercato della sicurezza” assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività. Perché anche per loro le leggi tendono a essere interpretate in modo cieco, con il risultato di castrare qualunque buona iniziativa, per i giovani, per i diversamente abili, per i disadattati.

Valle di Lei, Madesimo

GiudizioperCause-MADESIMO (5)  fuoripista in val di Lei

La responsabilità giuridica
Quando si dice responsabilità si intende riconoscimento della colpa e punizione  per ciò che si è fatto; ma va subito detto che questo vale solo per quella penale, perché quella civile ha una vocazione distributiva e solidarista. Si ritiene che se qualcuno ha subito un danno, occorre veder come fare per non far rimanere quel danno solo a suo carico, almeno sotto il profilo patrimoniale. Questo tipo di responsabilità sfiora a volte l’addebito oggettivo: si è responsabili perché qualche cosa è successo, qualcuno si è fatto male; si crea il meccanismo della compensazione economica di ogni tipo di danno. In quella per cose in custodia (tra esse a volte possono esserci i sentieri, o le vie ferrate) non si è più solo responsabili per l’incuria nella manutenzione che ha determinato una insidia imprevista, ma per tutti gli infortuni occorsi nell’uso della cosa, purché il danneggiato non ne abbia fatto un uso improprio.

Ma almeno per la responsabilità civile ci si assicura, e quindi c’è un’assicurazione che paga; e qui stiamo parlando non solo della responsabilità del singolo, ma anche delle istituzioni e delle imprese che organizzano e gestiscono il territorio a vario titolo; per tale via, l’assicurazione che queste hanno contratto copre la responsabilità civile oppure il costo ricadrà sulla collettività, la quale però comunque riceve altri benefici ben superiori (ad esempio turistici). Nel penale non è così, ognuno risponde per se stesso: la responsabilità penale è personale. E occorre una precisazione. Nel processo penale il problema non è tanto la condanna finale, specie per reati colposi; i processi penali sembra talvolta che si facciano prevalentemente per far soffrire qualcuno: è lo stesso processo a costituire una pena, e con esso la sua pubblica notizia, l’angoscia, le ore passate nei corridoi dagli imputati ma anche dai testi, dalle parti offese.

Il problema è dunque, per l’Osservatorio, cercare di fare in modo che il suddetto “limite per un’azione penale” venga definito in una sede tale per cui la scelta non sia lasciata esclusivamente a una giustizia comune (per essa intendendosi quella che valuta qualsiasi situazione nella stessa maniera).

La responsabilità collegata alla frequentazione della montagna può avere tre principali aspetti: 1) nei riguardi di compartecipi o di chi poi direttamente resterà infortunato; 2) installazione, manutenzione o controllo di sentieri o vie attrezzate o ferrate; e infine 3) esposizione a pericoli degli eventuali soccorritori.

Sul primo vi è ormai casistica anche in sede penale. Sul secondo punto le decisioni note sono sentenze civili; sul terzo non ne risultano di precise, ma le ultime vicende natalizie 2013-2014 provano che lì si sta andando allo scontro.
Nella società e in diritto non si può proibire il rischio.
In questo senso, restrittivamente, dovrebbe essere proibito lo stesso Soccorso Alpino, che invece è costituito da professionisti e volontari.
Però, già per Mill lo Stato non si doveva ingerire nelle attività degli individui, salvo che arrechino danno ad altri; ma, tra questi ultimi, non considerava coloro che consentano ad una partecipazione consapevole e volontaria.
E noi oggi dobbiamo considerare, come era normale in passato, che il mondo degli alpinisti è per sua natura solidaristico, è orgoglioso di esserlo, non si sottrae e non recrimina neppure di fronte alle conseguenze patite per prestare soccorso. Vuole il legislatore l’abolizione del Soccorso Alpino? Vedrebbe che putiferio!

In materia, i giudici e prima ancora i pubblici ministeri sono portatori di nozioni e conoscenze tutt’altro che approfondite e omogenee; la comprensione dei complessi elementi che intervengono nella formulazione di una scelta di chi frequenta la montagna non sempre è completa; avviene così che condotte, che per alcuni sono esenti da responsabilità, per altri invece non lo sono; purtroppo, in molti casi non vi è alcuna linearità nella decisione. Ma questo non può meravigliare, perché in processi come questi cambiano i livelli non solo di conoscenza della materia, ma anche di disponibilità individuale ad accettare la logica della previsione e della inevitabilità di un pericolo.

Telemark fuoripista a Lech. Foto: Leo Himsl
telemarkskiing lech 2005 , arlberg

Gli incidenti da valanga, aspetti legislativi
Per la legislazione attuale il reato di aver procurato una valanga è stato introdotto (per tutt’altri contesti!) dal nostro codice penale del 1930; quindi un magistrato deve far rispettare la norma, ma in certi casi la cosa può apparire ridicola. Non c’è stazione di turismo invernale che non pubblicizzi il proprio territorio con immagini e filmati di entusiasmanti discese fuoripista, magari pure a cavallo di valanghe provocate. Caso mai ci sarebbe da chiedersi come mai un articolo del c.p. sia stato bellamente ignorato dai tribunali italiani per oltre 60 anni, forse perché la valanga non era di moda? O nel frattempo non c’erano state vittime in valanga?

Probabilmente la prima impugnazione importante in merito fu del procuratore della Repubblica di Sondrio in occasione della valanga del Vallecetta (inizio anni 2000). Nessuna vittima, nessun ferito, neppure allertato il servizio di soccorso, ma 8 mesi di reclusione ai 5 sciatori che erano nei paraggi (non solo a chi ha provocato la slavina, certamente uno solo).
Risulta evidente e alla luce delle conoscenze attuali che la norma è a dir poco obsoleta e andrebbe certamente rivista.

Gli incidenti da valanga, aspetti culturali
E’ fuori di dubbio che l’attività in pista deve essere al riparo da pericoli oggettivi così come previsto dalla legislazione nazionale e da quelle regionali e provinciali. L’utente della stazione sciistica ha acquistato un servizio che comprende, tra le altre cose, la propria incolumità sulle piste da sci, almeno per quanto concerne quei pericoli. Chi percorre una pista da sci si deve solo preoccupare di non arrecare danno agli altri con la sua condotta.
Perché si tratta di attività sportiva. Sarebbe come dire che se vado a nuotare in piscina non sono tenuto a fare l’analisi dell’acqua prima di tuffarmi. La stessa pista da sci è una struttura sportiva.

Se invece abbandoniamo la pista, non importa se di poco o di tanto, dobbiamo preoccuparci da noi. Non esiste più nessuno (persona, società, Ente pubblico) che ci debba imporre la sicurezza nostra e di chi vi opera come noi e non potrebbe neanche essere altrimenti essendo impraticabile controllare, sorvegliare, vigilare su tutto l’ambiente naturale.
Neppure è dignitoso che norme e sanzioni siano usate solo per spauracchio (allora dovrebbe essere prima punito anche chi nella sostanza non le fa rispettare).
Qui entrano in gioco le conoscenze delle persone che praticano la montagna, la consapevolezza; se qualcuno non ha e non pratica le conoscenze adeguate probabilmente andrà a mettersi nei guai.

Conclusioni
Bisogna far passare il concetto che scendere un pendio innevato lungo una pista da sci o lontano da essa sono due cose culturalmente opposte, certamente compatibili tra di loro, ma da non confondere.

Sulla pista da sci si fa attività sportiva, altrove no! Il restante è compreso in tutte le altre attività d’avventura in montagna, estive e invernali.

Chi invece si avvale degli impianti di risalita e poi scende sopra una pista confonde le due attività, e spesso non basta neppure esporre cartelli di divieto. E’ pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso.

Dunque dobbiamo spendere ogni energia nel campo della formazione e dell’informazione corretta, non nel campo del divieto e della punizione.

Dobbiamo fare in modo di essere informati sulle modalità di quella grande parte di incidenti che si sono auto-risolti (senza intervento di soccorso esterno) ma che per paura delle conseguenze penali vengono tenuti nascosti dai coinvolti.

Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti.

Per Osservatorio della Libertà in Montagna e in Alpinismo
Il portavoce: Alessandro Gogna

Milano, 21 febbraio 2014

Il testo integrale in versione pdf è scaricabile qui.

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Chiusa la strada della Val Ferret

A partire dalle 14.30 di lunedì 10 febbraio 2014 è stata disposta la chiusura totale al transito sia veicolare che pedonale della strada della Val Ferret.

L’Amministrazione Comunale di Courmayeur ha emesso questa ordinanza (n. 2768) visto il Bollettino Regionale neve e valanghe e sentito il parere della Commissione Valanghe Comunale.
Contestualmente (con ordinanza n. 2769) è stata vietata la circolazione e la sosta sia veicolare che pedonale nel tratto di strada Larzey-Entrèves compreso tra i civici 12bis e l’intersezione con via Padri Somaschi.

Val Ferret e Grandes Jorasses

Da La Palud (Courmayeur), Valle d'Aosta, verso Grandes Jorasses

La decisione è stata presa in seguito alle abbondanti nevicate verificatesi in poche ore nella zona tra domenica 9 e lunedì 10.
“Sono tra i 60 e i 70 i centimetri di neve fresca caduti ieri in Val Ferret – ha dichiarato il 10 febbraio Federica Cortese, Assessore all’Ambiente e al Territorio di Courmayeur – e al momento il rischio valanghe è pari a 4, forte, su una scala di grado massimo 5… e non possiamo ancora garantire il giorno di riapertura. Valutiamo di ora in ora la situazione con la Commissione Valanghe Comunale e con le famiglie bloccate in valle.”

Il provvedimento, che tra l’altro insiste su una zona già in emergenza a causa del movimento franoso del Mont de la Saxe, è ineccepibile e tempestivo. Si tratta di impedire il passaggio su due strade a normale percorribilità, per impedire che veicoli e pedoni possano rimanere vittime di valanghe del tutto prevedibili.

Ciò che mi preme osservare è che non si vieta l’accesso alla valle, bensì semplicemente si vuole impedire di usufruire di una struttura pubblica, in questo momento a rischio, soggetta ai regolamenti comunali e al Codice della Strada.

Le motivazioni che oggi si potrebbero avere per accedere alla valle e poi transitarvi sono di ordine escursionistico oppure di solidarietà/aiuto a coloro che sono eventualmente ancora bloccati a Planpincieux e dintorni.

Chi fosse abbastanza pazzo da voler comunque tentare la sorte sa che lo fa davvero a suo rischio, ma viene lasciato libero di decidere.

12 febbraio 2014

Nei pressi di Planpincieux (Val Ferret)

Da Planpincieux a casolari Rochefort con racchette da neve, Courmayeur, val Ferret

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L’Aquila, terza puntata

Fare cose concretamente utili richiede più tempo delle ordinanze proibizionistiche.

Come avevamo anticipato, vedi post di sei giorni fa “Il contrordine di L’Aquila”, il ritiro dell’ordinanza del 29 gennaio era più che altro dovuto, più che al denunciato vizio di forma, al sollevamento dell’opinione pubblica, decisamente contraria al provvedimento.

Sansicario, skilift di Rio Nero, due cannoni per distacco artificiale di slavina

AquilaTerzaPuntata-0019Così il sindaco Massimo Cialente ha fatto un passo indietro per poter permettere alla Commissione Valanghe di esprimere qualcosa di meno affrettato e molto più concertato della nuda ordinanza del 29 gennaio.

La commissione, presieduta da Giovanni Lolli, ex-parlamentare e appassionato di scialpinismo, era composta, oltre cha da alcuni consiglieri comunali ed esponenti del soccorso alpino e del corpo di Polizia, dal direttore tecnico del Centro Turistico del Gran Sasso Marco Cordeschi, dal presidente del Collegio regionale Guide Alpine della regione Abruzzo Agostino Cittadini, dall’alpinista Marco Iovenitti e dalla guida alpina Tony Caporale.

Dopo qualche giorno di lavoro, la commissione ha ritenuto più opportuno “puntare sulla prevenzione e l’informazione e non sul proibizionismo“. Perciò ha confermato il divieto solo per quei fuoripista adiacenti alle piste di Campo Imperatore, quelli cioè dai quali, con il passaggio dei freerider, potrebbero staccarsi slavine che finirebbero direttamente sulle piste, divieto da applicare comunque solo quando l’indice di pericolo fornito dal servizio Meteomont è uguale o superiore al livello 3.

Questa indicazione è stata fedelmente recepita dalla successiva ordinanza, la n. 320, del 6 febbraio 2014, che alla fine riammette la possibilità di fuoripista in tutto il territorio comunale, in terreno d’avventura e in zone servite da impianti, salvo le limitazioni sopra accennate.

C’è chi parla ottimisticamente di “piccola rivoluzione culturale” in quanto, al di là dei divieti revocati, si sta facendo strada l’ipotesi di lavorare di più sull’informazione e sulla prevenzione.

Nella relazione finale, la commissione raccomanda caldamente due realizzazioni: una segnaletica luminosa, per evidenziare in tempo reale le pericolose condizioni dei pendii, e un cancello all’arrivo della funivia che suoni se non si è in possesso di ARTVA acceso.

Ancora la commissione dà priorità a che il Centro Turistico Gran Sasso si doti quanto prima di un piano di sicurezza, così come tante altre stazioni sciistiche, per avere un’informazione più raffinata rispetto la scala di pericolosità valanghe da 1 a 5 attualmente prodotta dal servizio Meteomont. Anche l’auspicata adesione all’AINEVA va in questa direzione.

In più raccomanda che si dia mandato per uno studio relativo alla messa in sicurezza di alcuni fuoripista (non adiacenti alle piste), quali i Valloni e Valle Fredda, tramite il Gazex®, già utilizzato in molte altre stazione sciistiche, per il distacco con esplosivo del manto nevoso in particolari condizioni. Per questa costosa operazione la commissione si è spinta anche a individuare le possibili fonti di finanziamento.

Nel frattempo il sindaco del comune di Opi, con ordinanza n. 2 del 7 febbraio 2014, ordina il divieto assoluto di praticare attività di fuoripista ed escursionismo in tutto il territorio comunale, fino a revoca. Ricordiamo che Opi è una mecca dello sci di fondo, immersa nel Parco Nazionale d’Abruzzo.

E’ evidente che questa volta, dopo l’ennesima tragedia, si sente la necessità di cambiare approccio tenendo conto di quelle che sono le reali caratteristiche del Gran Sasso: la tanta neve e i fuori pista. Caratteristiche molto più reali delle annuali ordinanze anti-fuori pista quasi impossibili da far applicare. Ma c’è ancora parecchia resistenza, e permane il dubbio che molte “concessioni” derivino in buona parte dalla constatazione economica che non “si possa fare a meno” di rispondere alla domanda turistica che va in quella direzione. Come dice Lolli, “Il Gran Sasso viene definito il paradiso del free ride e se ci dovessimo basare solo sugli impianti si farebbe prima a chiudere”.

Di certo però le intenzioni non bastano, bisogna “far presto”. Soprattutto per la segnaletica, che dev’essere il più possibile convincente, non minacciosa, e per il segnalatore di ARTVA “spento” o assente, recuperando quindi un allarmante ritardo culturale nei confronti della montagna. E i tempi non saranno brevi.

Il giudizio generale dell’Osservatorio della Libertà in Montagna su questo provvedimento non è di promozione, ma di avvicinamento alla sufficienza. In particolare l’uso del gaz-ex® è ampiamente invasivo e diseducativo.

Ciò nonostante, diamo fiducia: perché fare cose concretamente utili richiede più tempo delle ordinanze proibizionistiche.

Sci fuoripista a Opi, Parco Nazionale d’Abruzzo

AquilaTerzaPuntata-opi

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Costituzione e libertà in montagna

Fino a che punto la libertà in montagna è garantita dalla Costituzione?
di Federico Pedrini

Federico Pedrini è assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna; Humbolt Fellow presso la Freie Universität Berlin.

Sulla base del suo testo, la cui versione integrale è consultabile qui, ho riassunto il suo pensiero in proposito al titolo. Si noti che il testo stesso è una rielaborazione dell’intervento da lui tenuto al convegno internazionale sul tema Libertà delle proprie scelte. La libertà in montagna, tenutosi a Bressanone in data 24 ottobre 2012 nell’ambito dell’International Mountain Summit.

Montagna e alpinismo
C’è un connubio fra l’originaria ed essenziale componente della libertà e quella, ad oggi altrettanto ineliminabile, dell’intrinseca  pericolosità (e dunque dell’accettazione del rischio) propria dell’attività praticata.
Sin da quando l’alpinismo è nato con la “conquista” del Monte Bianco nel 1786, la sua idea di fondo è sempre stata quella d’una attività di uomini liberi su un libero territorio: l’alpinista, in altre parole, parrebbe da sempre instaurare una forma di contatto e una tipologia di rapporto con la natura intrinsecamente refrattario a regole eteronome che non siano quelle del rispetto degli altrui diritti. Il piacere di praticare l’alpinismo, in tutte le sue forme, parrebbe insomma strettamente legato al fatto che nessuno abbia a dire all’alpinista come praticarlo, pena la perdita della ragion d’essere della relativa attività.
L’alpinista non parrebbe in media “felice” di correre dei rischi, tuttavia di buon grado s’accolla quei rischi che riconosce come ineliminabile corrispettivo per quel quid di libertà che egli stesso ha deciso d’esercitare.

Costituzione-costituzione_italiana

Ciò è da sottolineare: intrinseca pericolosità dell’alpinismo e rischio consapevolmente accettato devono essere la chiave di lettura per le riflessioni che seguiranno, riferite alla libertà (giuridica) dell’alpinismo e al suo complesso rapporto con i paradigmi della moderna “società securitaria”.

La “sicurezza”, infatti, sempre più si presenta come l’omnicomprensiva “bandiera” sotto la quale si radunano (magari anche solo nominalmente) i tentativi di regolazione (dunque, anche di limitazione) della pratica alpinistica, e certo non è in dubbio che la sicurezza rappresenti un valore interno all’ordinamento giuridico,  tanto più risultando essa ampiamente inserita pure nella sistematica dei limiti che la stessa Costituzione pone all’esercizio delle sue libertà fondamentali. Nondimeno, neppure la sicurezza rappresenta un valore assoluto, insuscettibile di bilanciamenti e di graduazioni a seconda dell’àmbito in cui si viene a esprimere.

Da qui ecco il quesito, di cruciale rilevanza per l’alpinismo: può l’idea della “sicurezza in montagna” ri-leggersi in modo peculiare e coerente con la ricordata caratteristica di strutturale pericolosità dell’agire alpinistico?

Libertà
L’interrogativo al quale si cercherà di dare una prima risposta è in sintesi il seguente: esiste qualcosa come la libertà giuridica dell’alpinista? Il diritto la garantisce o quanto meno implicitamente la riconosce? E se sì, in che termini? Con quale ampiezza e con quale intensità essa risulta protetta?
E ancora, a che livelli normativi questa libertà, posto che sia in qualche modo protetta, verrebbe garantita? Per intendersi, sarebbe radicata solo a livello del legislatore ordinario e comunque nei limiti di quanto da esso disposto, oppure anche a livello costituzionale, e dunque potenzialmente pure  contro il legislatore ordinario?

Problema, quest’ultimo, di non secondaria importanza soprattutto alla luce dei possibili confini alla legittima azione del legislatore (statale e regionale), che nell’ultimo periodo parrebbe per certi versi aver “dato il via” a un’intensa attività di produzione normativa volta a limitare, talora in modo assai pervasivo, gli spazi di libertà dell’alpinista anche quando non sussistano pericoli di carattere pubblico o collettivo riconnessi all’attività da questi esercitata.

Tra i vari provvedimenti del legislatore (statale e regionale) ci sono i divieti di pratica sciistica o arrampicatoria, l’obbligo di essere dotati di particolari dispositivi di sicurezza, la facoltà di definire con proprio regolamento le modalità di fruizione delle vie ferrate e dei siti di arrampicata.

L’assenza di una disciplina espressa
Tanto premesso, e passando così a un primo inquadramento costituzionale della problematica, il necessario punto di partenza d’ogni analisi parrebbe qui quello dell’assenza di specifiche disposizioni, all’interno del testo costituzionale, espressamente dedicate alla libertà alpinistica e, più in generale, all’alpinismo.
Tutt’al più si possono rinvenire in Costituzione alcuni limitati riferimenti, più o meno diretti, alla ‘montagna’.

Connesso alla montagna, sia pur in maniera indiretta, è stato talvolta considerato anche l’art. 9, secondo comma, Cost., quando prescrive che «la Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», là dove paesaggio tutelato evidentemente è anche quello montano –ciò che potrebbe peraltro essere considerato un elemento contenutistico potenzialmente idoneo a costituire una linea regolativa importante anche per la libertà alpinistica e le sue limitazioni (ammissibili cioè in quanto rivolte alla tutela del paesaggio montano).

La limitata presenza di norme riferibili alla montagna e l’assenza d’una normativa costituzionale espressamente dedicata all’alpinismo, tuttavia, non esclude che all’interno della Costituzione sia pur sempre ravvisabile una “cornice” di norme e di principi comunque rilevante per l’alpinista e la sua (potenziale) libertà.

Cenni sulle competenze costituzionali in materia d’alpinismo
Per più ragioni non è affatto la stessa cosa se a disciplinare la condotta alpinistica sia la legge dello Stato, oppure quella della Regione Lombardia o della Provincia autonoma di Bolzano, o ancora un regolamento di ente locale come il Comune o, per avventura, un’ordinanza sindacale.

Si pensi soltanto alle differenti forme e possibilità di pubblicizzazione (dunque alla diversa difficoltà di conoscenza) dei relativi provvedimenti, e alla potenziale disomogeneità sul territorio nazionale d’una normativa rivolta a soggetti che spesso neppure sanno d’essere destinatari di precetti e che, per di più, potrebbero addirittura essere sottoposti a discipline giuridiche differenti nell’arco d’una medesima escursione qualora quest’ultima – come pure può capitare – si “snodi” su territori comunali o regionali differenti.

Costituzione-costituente_aula

Limitandoci pertanto in questa sede soltanto alle coordinate davvero essenziali, a questo proposito è rilevante in Costituzione soprattutto l’art. 117, che regola la divisione di competenze legislative fra Stato e Regioni.
Per quel che interessa la problematica qui in discorso, in questa disposizione assume senz’altro rilievo l’indicazione della potestà legislativa esclusiva statale (almeno) nelle materie dell’ordinamento civile e penale, nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, nonché della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Sono invece materie (rilevanti) di legislazione concorrente quelle relative a:
professioni; tutela della salute; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali.

Tuttavia, come meglio si vedrà analizzando anche la disciplina costituzionale sostanziale, almeno un cospicuo “nucleo essenziale” della disciplina della libertà alpinistica parrebbe ancora, almeno in teoria, rimanere saldamente in mano allo Stato.

Diritti costituzionali dell’alpinista?
Passando ora alla parte di disciplina “sostanziale” contenuta in Costituzione, di solito nella (scarna) letteratura di riferimento viene invocata una molteplicità di parametri costituzionali, e segnatamente per lo più gli artt. 2 (diritti inviolabili), 16 (libertà di circolazione), 18 (libertà di associazione), 41 Cost. (libera iniziativa economica), sia singolarmente, sia – soprattutto – “nel loro complesso”.

Ciò detto, e argomentato così perché si procederà di séguito a un’indagine sui singoli articoli, la “norma cardine” per il tema che qui ci occupa parrebbe senz’altro l’art. 16 (primo comma) della Costituzione, ai sensi della quale «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».

Questo non vuol dire, ovviamente, che a questo diritto non si possano apporre dei limiti (peraltro espressamente prefigurati dallo stesso art. 16). Non è chi non vede, ad esempio, come la libertà costituzionale di circolazione non abbia impedito d’imporre l’uso del casco ai motociclisti e della cintura di sicurezza agli automobilisti.

Ma il paragone tra l’andare in macchina e l’alpinismo non va oltre il fatto che sono entrambe forme di “libera circolazione”. Le differenze balzano agli occhi, se si considera che nell’attuale società, mentre ancora si sceglie se praticare alpinismo oppure no, per lo più il singolo non sceglie di essere automobilista (o comunque fruitore di veicoli motorizzati), bensì lo è per necessità (talvolta, anche obtorto collo). Una delle più evidenti conseguenze di tutto questo è che la sicurezza (intesa anche come la propria sicurezza) è venuta progressivamente ad affermarsi come un valore fondamentale (e per tale percepito dallo stesso automobilista), anche perché la fruizione del veicolo a motore è stata quasi del tutto spogliata della sua potenziale valenza “ricreativa”: qui l’idea (anche estetica) della circolazione come viaggio – che ancora prevale, appunto, in àmbito alpinistico – si è estinta (o comunque permane in una dimensione del tutto residuale) insieme al cosiddetto “gran turismo”, rimanendo soltanto quella pratica dello spostamento (che dev’essere efficiente, dunque rapido e sicuro).

Ulteriormente, soprattutto per alcune realtà “istituzionalizzate” (oltre che in parte istituzionali) come ad esempio il Club Alpino Italiano o altre organizzazioni simili, può venire in rilievo anche l’art 18 Cost., ai sensi del quale «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».

E qui rileva tanto la libertà dell’alpinista di associarsi, quanto quella del non associarsi (di non essere necessariamente iscritto ad alcuna associazione), e ancora la libertà di creare non soltanto una, ma più associazioni, con i più diversi fini (non vietati dalla legge penale), e infine la libertà delle associazioni (nel perseguimento dei rispettivi fini sociali).

Per coloro che, infine, dall’alpinismo traggano anche un profitto o più in generale un qualsiasi tipo di vantaggio economico (si pensi, ad esempio, alla professione di Guida alpina, ma non solo), è rilevante anche l’art. 41 della nostra Carta costituzionale, ai sensi del quale «l’iniziativa economica privata è libera; essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

La libertà alpinistica come punto d’equilibrio fra tutele e limiti
Dal quadro finora tratteggiato, la Costituzione parrebbe dettare alcuni principi che indirettamente riguardano anche l’attività dell’alpinista e la sua libertà:

1) per prima cosa l’alpinista come singolo, nella sua attività “escursionistica”, sembrerebbe sempre costituzionalmente tutelato nella sua libertà di circolazione, la quale può essere legittimamente limitata soltanto per legge e «in via generale e per motivi di sanità e sicurezza»;

2) in seconda battuta, l’alpinista parrebbe tutelato anche nella sua veste collettiva, dunque quando effettui escursionismo di gruppo (anche senza necessariamente essere iscritto a organizzazioni);

3) in terzo luogo sono tutelate anche le associazioni che abbiano come scopo quello della promozione e dell’organizzazione di attività alpinistiche;

4) in quarto luogo l’alpinismo può essere tutelato pure come attività economica, soprattutto per chi lo eserciti professionalmente;

5) da ultimo, ma non meno importante, la libertà dell’alpinista può certamente essere limitata, ma solo nel rispetto delle garanzie che la Costituzione prevede e nel solco dei limiti costituzionali espressamente indicati nelle relative fattispecie (cioè negli stessi articoli che prevedono tali diritti) o in altre norme costituzionali a esse collegabili e con esse da “bilanciare”.

Quali garanzie e quali limiti, allora? Anche qui tentando di riassumere per sommi capi sembrerebbe potersi affermare che:

a) giacché l’alpinista, come si è visto, nella sua attività esercita sempre e necessariamente la propria libertà costituzionale di circolazione, egli gode sempre della garanzia della riserva di legge rinforzata dell’art. 16 Cost.: può dunque essere limitato in questa sua libertà di movimento soltanto dalla legge;
in più questa legge sarà legittima soltanto nella misura in cui persegua fini di sanità e sicurezza, i quali, tradizionalmente, nell’economia della disposizione parrebbero da intendersi come sanità e sicurezza pubblica (o quanto meno collettiva), dunque soprattutto della sicurezza o della salute degli altri, non della propria;

b) per chi eserciti alpinismo “economicamente orientato”, l’art. 41 Cost., oltre a ribadire il limite della sicurezza, impone più ampiamente di non andare in contrasto, oltre che con la libertà e la dignità umana, soprattutto con l’utilità sociale – concetto assai vago e apparentemente suscettibile di mutar di contenuto nel corso del tempo e a seconda della situazione;

c) nella Costituzione possono infine essere trovati altri limiti impliciti alla libera attività alpinistica, a seconda di come questa si atteggi; mi limito qui, una volta ancora senza pretesa d’esaustività e in aggiunta a quanto già menzionato nella parte relativa alle materie “di rilevanza alpinistica” indicate nell’art. 117 Cost., a menzionare la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e la tutela della salute (art. 32), la quale ultima peraltro sembrerebbe in grado di sollevare problemi non piccoli, soprattutto se da essa s’intendesse di poter ricavare un generale principio di “prevenzione dagli infortuni”.

Libertà alpinistica e principi fondamentali
Il nostro discorso sulla “libertà alpinistica” e sul perimetro del suo (possibile) rilievo costituzionale può infine essere integrato citando due ulteriori articoli ricompresi nei Principi fondamentali della nostra Costituzione (segnatamente l’art. 2 e l’art. 3 Cost.), il cui rilievo per la tematica alpinistica parrebbe più “mediato” e tuttavia, al tempo stesso, tutt’altro che trascurabile in sede d’interpretazione sistematica di quanto precedentemente esposto.

Costituzione-costituzione

La prima disposizione è quella di cui all’art. 2 Cost., ai sensi della quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Manca qui lo spazio per approfondire seriamente la possibilità di “sfruttare”, invocandola in prospettiva a tutela di presunti “diritti inviolabili dell’alpinista”, quella lettura che intende questa disposizione non soltanto quale rinvio alle restanti libertà fondamentali espressamente previste all’interno dell’articolato costituzionale, bensì anche quale base argomentativa per il riconoscimento d’ulteriori diritti fondamentali, non testualmente previsti all’interno della Costituzione. Cioè parrebbe difficile ritenere che l’art. 2 possa essere genericamente chiamato in causa per qualunque rivendicazione di libertà, compresa quella alpinistica. Mi limito qui a segnalare come, a voler ragionare in questa chiave, si potrebbe forse riuscire – magari sviluppando quel trend che in passato ha portato a riconoscere grazie ad esso un  diritto alla libertà sociale (Corte cost. 50/1998) – a rafforzare ulteriormente alcuni aspetti della libertà alpinistica, soprattutto assumendo che le relative istanze di tutela siano sufficientemente attestate e diffuse nella coscienza sociale, talora indicata come “fonte” dei nuovi diritti di cui all’art. 2. E qui sarebbe peraltro interessante capire quale tipo di valutazione sia realmente diffusa rispetto a certe pratiche alpinistiche (e alle loro possibili conseguenze: si pensi all’azione dello sciatore che involontariamente provoca una valanga o allo scalatore che provoca il distacco di una pietra) all’interno della comunità tutta (e della comunità alpinistica in particolare): l’idea sarà quella dell’esistenza di veri e propri diritti (l’esercizio dei quali, anche se provoca pericoli e/o danni ad altri, esclude l’illecito) oppure la semplice non sanzionabilità della violazione di certi divieti (fermo restando l’illecito, ad esempio il procurato disastro colposo ex art. 449 c.p.)?

Anche senza percorrere tal via, comunque, la norma in parola parrebbe ampiamente significativa in quanto espressione d’un generale principio di  favor per la libertà, (principio) strumentale al pieno sviluppo della persona(lità) umana e ampiamente caratterizzante la nostra forma di Stato (costituzionale). Tale principio, altrove addirittura testualmente esplicitato (ad esempio in Germania nell’art. 2, comma primo, della Legge Fondamentale) prevede, per rapidi cenni:

1) che l’agire del singolo (riconducibile a un bene costituzionalmente tutelato) sia in via di principio libero;

2) che ogni limitazione di questo agire da parte del pubblico potere debba essere giustificata con l’ancoraggio ad altri beni costituzionali;

3) che ogni limitazione debba comunque essere proporzionata.

E in tal senso, come noto, si finisce per entrare nel dominio dell’art. 3, primo comma, della Costituzione («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») – s’intende nella sua interpretazione giurisprudenziale da parte della Corte costituzionale che lo ha qualificato come fonte, in estrema sintesi, di quel precetto di proporzionalità/ragionevolezza che imporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali/simili e, viceversa, di trattare in modo diverso situazioni diverse/dissimili.

Ed è forse soprattutto tale precetto che, in connessione col citato principio di libertà di cui all’art. 2 Cost. e con le altre libertà costituzionali (di “rilevanza alpinistica”) espressamente garantite, parrebbe infine suggerire quella “modulazione” della disciplina normativa che tenga nel debito conto le peculiari caratteristiche dell’alpinismo (prima fra tutte la sua intrinseca componente di pericolo).

Perché, se è vero che il cosiddetto principio di “ragionevolezza” di cui all’art. 3 Cost. tutela pure il valore della coerenza ordinamentale, sanzionando con la perdita di efficacia le norme con una ratio “intrinsecamente irragionevole”, ciò dovrebbe una volta di più indurre a riflettere sull’opportunità (o sulla legittimità) di quei provvedimenti – si pensi soltanto ai divieti di praticare, in certe condizioni, qualsiasi tipo di attività pericolosa anche solo per se stessi… – i quali, all’interno d’un ordinamento che riconosce l’alpinismo come un valore (per certi aspetti, anche di rango costituzionale), rischiano di metterne in forse l’essenza.

Estratto dal testo di Federico Pedrini
11 febbraio 2014

Costituzione-costituente

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Anche a Monesi rischio di penale

Un altro sindaco, questa volta quello di Triora (IM), Angelo Lanteri, ha emesso un’ordinanza che vieta lo sci fuori pista e la pratica dell’escursionismo nelle zone innevate del territorio comunale, quindi con particolare riguardo alla stazione invernale di Monesi. Ordinanza n. 8, 21 gennaio 2014.

Le motivazioni sono sempre le stesse, l’alto rischio di valanghe dopo le precipitazioni dei giorni scorsi, spontanee e provocate dal passaggio sci o snowboard, ben specificato comunque dal pericolo 3 (marcato) stabilito dal bollettino. Questa volta il sindaco allega alla peraltro scarna ordinanza una descrizione di cosa s’intende pericolo 3, inclusa l’osservazione che la metà degli incidenti mortali avviene statisticamente con questo grado di pericolo.
AncheAMonesi-DSC_1802Tra le disposizioni che fanno parte della presente ordinanza ci sono il relativo comunicato stampa e la pubblicazione della stessa sul sito del Comune. C’è poi l’avvertenza che la violazione all’ordinanza sarà punita ai sensi del Codice Penale.

A oggi, l’ordinanza è ancora valida. Contrariamente a quanto è successo a L’Aquila, probabilmente nessuno è andato a indagare se, prima dell’emissione dell’ordinanza, fosse stato fatto il preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00″ (18 agosto 2000), che recita: “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

A L’Aquila la carenza di questa comunicazione e l’opinione pubblica decisamente contraria hanno determinato il ritiro dell’ordinanza. A Monesi, stazione sciistica con un passato drammatico e a rischio definitivo di chiusura, difficilmente avremo lo stesso movimento di opinione.

Non dimentichiamo che per fortuna nessuno vuole impegnarsi nella costruzione del tronco di seggiovia biposto tra la località Tre Pini  e Cima della Valletta, quasi quattro milioni di euro che rischiano seriamente di essere buttati via per una causa persa. Per un tardivo intervento a favore di una località che non potrà che rinascere con altre regole ambientali ed economiche rispetto al passato, quindi con progetti di altro genere.

Poteva bastare l’avviso delle pericolose condizioni del manto nevoso, ma si è preferito ricorrere al divieto. Questo divieto non fa che accelerare il processo irreversibile di  degrado dell’offerta turistica di Monesi e nello stesso tempo l’amministrazione stessa si auto-segnala impotente a gestire le nuove tendenze e le esigenze dei cittadini. Non è con il solito paternalismo che si gestisce un territorio e una comunità, bensì con informazione seria, che distingue ciò che è vera responsabilità dell’Amministrazione da ciò che invece è responsabilità solo del cittadino e dell’individuo.

Mappa del piccolo comprensorio di Monesi. Da notare gli itinerari segnati in giallo, tutti fuoripista pubblicizzati dal depliant
AncheAMonesi-skimap-medium_Liguria-MonesiDiTriora

 

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Il contrordine di L’Aquila!

Il buon senso ha prevalso, grazie alla comunicazione della Prefettura di L’Aquila sollecitata da Abruzzo Freeride Freedom e dalla levata di scudi di tanti appassionati, noi compresi.

Dopo il Sindaco di Lucoli anche quello di L’Aquila ha ritirato l’ordinanza che vietava ogni attività alpinistica ed escursionista sul territorio per pericolo valanghe.

La notizia è buona, ma annotiamoci che non ci arriva perché abbiamo convinto i sindaci di Lucoli e di L’Aquila della bontà delle nostre ragioni. Ci arriva perché le ordinanze erano state emesse, secondo la nota del Prefetto dr. Francesco Alecci, per “carenza del preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00”.

Ecco infatti il testo del comma 4 (18 agosto 2000): “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

L’annullamento dell’ordinanza è dunque dovuto a un’inadempienza tecnica: dobbiamo pure accettare che si salvino la faccia ma, appunto, non illudiamoci troppo: la minaccia è sempre lì sospesa.

Per il resto, siamo di nuovo liberi di andare sul Gran Sasso, ma sta a tutti noi evitare rischi inutili. Prudenza e prevenzione: le ordinanze sono sparite ma i pericoli in montagna son sempre lì!

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