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La convivenza con l’orso – 2

La convivenza con l’orso – 2 (2-2)
(continua da La convivenza con l’orso -1)

E’ quasi obbligatoria a questo punto una dichiarazione di Ugo Rossi, presidente della Provincia. L’11 giugno 2015 il Consiglio provinciale è incandescente. L’argomento è l’orso. Dopo l’aggressione a Cadine, diversi consiglieri tornano a contestare il Progetto Life Ursus.
Ecco l’intervento di Rossi:

Ugo Rossi
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«Siamo di fronte ad un episodio molto grave rispetto al quale non è opportuno fare strumentalizzazioni. Per prima cosa ho voluto informare sull’accaduto in base ai rilievi e alle verifiche fatte dalle autorità competenti. Sulla base di queste informazioni il dibattito si è sviluppato e io lo ho ascoltato. Le decisioni che adotteremo saranno basate sullo stesso principio adottato lo scorso anno in agosto quando si verificò l’altra aggressione: di fronte ad un fenomeno che è dentro le logiche naturali si valuta la gravità e prima viene la vita e la sicurezza delle persone e poi viene la conservazione della natura.

Lo scorso anno, dentro le regole di cui disponiamo, abbiamo applicato lo stesso principio. L’anno scorso io mi sono assunto la responsabilità di prendere provvedimenti che hanno portato poi a reazioni sulle quali non ho sentito molta solidarietà, nemmeno quando la Forestale dello Stato ha minacciato interventi. Quello che noi possiamo fare in relazione alle regole è scritto e ve lo leggo. Nel momento in cui un orso attacca senza essere provocato si possono adottare tre provvedimenti: cattura con rilascio e radiocollaraggio, cattura con captivazione, abbattimento. L’ordinanza dello scorso anno diceva esattamente questo. Io mi sono preso questa responsabilità assieme alla mia giunta l’anno scorso e siamo pronti ad assumerla anche quest’anno. Per assumersi questa responsabilità è necessario però identificare e riconoscere l’esemplare responsabile dell’aggressione. Questo è quello che faremo.

La videoconferenza con Ministero e ISPRA che è in corso in questo momento serve proprio per condividere questa procedura a livello centrale. Però siamo pronti a prenderci responsabilità in via autonoma ma vogliamo evitare che qualche organo centrale, sulla base di informazioni scorrette, possa fare rilievi, come lo scorso anno. Anche questa volta la cattura di un orso ha dei rischi come per l’evento infausto dell’anno scorso. L’altra volta abbiamo assistito ad un mettere in croce persone e istituzioni rispetto a quella decisione. Noi quei rischi ce li prenderemo anche quest’anno. Abbiamo le regole e le abbiamo sempre utilizzate e le utilizzeremo fino in fondo.

Quanto al cambiarle, già lo scorso anno la Provincia di Trento ha formalizzato ciò che ho sentito dire in quest’aula, e che condivido, sulla necessità di modificare alcune regole del progetto Life Ursus. Il progetto del 1993 non prevedeva un numero massimo, noi stiamo chiedendo di definire modalità che vadano oltre a quelle che abbiamo per cercare di modificare ciò che è possibile, compreso la riduzione del numero degli orsi. Le decisioni le abbiamo prese e difese, talvolta un po’ troppo soli».

Qualche giorno dopo si stabilisce, dalle indagini e dai rilievi, che la responsabile dell’aggressione è stata l’orsa di dodici anni KJ2, nata da Kirka e Joze. 

Nel diluvio di dichiarazioni e commenti, non è mancato il fiorire di consigli in caso d’incontro avventuroso con l’orso, in alcuni casi contraddittori.

La Provincia Autonoma di Trento (PAT) con un comunicato sostiene che “in caso di incontro ravvicinato, non bisogna correre o muoversi con concitazione, anzi allontanarsi lentamente”. Sul sito del Parco dello Stelvio è scritto: «Sdraiati a terra e fingiti morto: rimani sdraiato sulla pancia in posizione fetale, con le mani strette attorno alla testa. Uno zaino può proteggere la schiena. Cerca di rimanere più calmo e silenzioso possibile». Anche la Provincia di Bolzano è su questa linea: «Se dovesse verificarsi un attacco di una persona, mettere davanti a se un oggetto, ad esempio il cestino dei funghi o lo zaino. Se questo non dovesse essere d’aiuto, sdraiarsi a terra in posizione fetale proteggendo la testa con le braccia».

Sembrerebbe dunque che bisogna fare rumore prima, per avvisare della propria presenza, ma una volta che ci si trova faccia a faccia con l’orso niente gesti bruschi, niente urla e anzi immobilizzarsi.

Tuttavia altri non sono d’accordo. La Guardia Forestale Nazionale nel proprio vademecum non si sbilancia: «Se si incontra un orso lungo un sentiero, conviene alzare le braccia, fare rumore in modo da allontanare l’animale. Ma se l’incontro è ravvicinato non fare rumore e non alzare le braccia». Insomma, dipende dalla distanza, anche se non viene specificata. Addirittura per il National Geographic «non è una buona idea fingersi morto, si potrebbe attirare la curiosità dell’animale». Il National Geographic, a corredo di un articolo con l’opinione di alcuni esperti del settore, mostra questo video:

La discussione in merito è molto accesa e interessante anche sul gruppo Facebook «Convivere con l’orso sulle Alpi». Qui si ribadisce che gridare e alzare le braccia è sbagliato:
Da quanto abbiamo in mano, a differenza di quello che i media stanno pericolosamente diffondendo (e cioè – ancora una volta! – che di fronte ad un’aggressione da orso ci si salva solo lottando con tutte le forze, e grazie alla prestanza fisica), la reazione della vittima – e del cane, legato a lui – all’apparire dell’orso (“ho fatto come dicono, ho alzato le braccia e ho gridato”) potrebbe, invece, addirittura aver peggiorato la situazione. Una reazione “fight or flight” (lottare o fuggire) in circostanze simili resta comunque del tutto comprensibile e non condannabile: fa parte del nostro istinto reagire così in circostanze pericolose. E’ radicata nel nostro DNA, e nei casi estremi della vita ha da sempre aiutato la nostra, e altre specie, a sopravvivere.
Ma con l’orso non funziona, quando attacca per neutralizzare una presunta minaccia. Corpose moli di dati da tutto il mondo dicono questo.
Mantenere la calma stando fermi e senza gridare può dare risultati sorprendentemente positivi, anche di fronte a un orso apparentemente deciso a farci del male. E in caso di contatto fisico, restare a terra a pancia in giù, senza difendersi attivamente – facendo però tutto il possibile per coprirsi viso, nuca e testa con gli arti superiori! – sono atteggiamenti in qualche modo “contronatura”. Che si riescono a fare solo con un grande autocontrollo, e soprattutto con una preparazione mentale adeguata (vale a dire, provare a immaginare una scena simile, allenare la mente a simili eventi e a come comportarsi di conseguenza); ma hanno aiutato tanta gente, anche in zone del mondo dove gli orsi sono decisamente più aggressivi dei nostri. Difficile da fare, di sicuro: ma grazie a questo ci si può salvare la pelle, o da ferite peggiori, o – come più spesso accade – addirittura uscire indenni e senza nemmeno un graffio dalla contesa… Rimane una considerazione da fare: in Trentino c’è ancora molto da fare nel campo dell’informazione su questi aspetti della convivenza con l’orso. Gli orsi sono cresciuti di numero in fretta ma, a nostro avviso, negli anni non c’è stato un adeguato impegno istituzionale nella preparazione dei residenti alla prevenzione e gestione degli incontri ravvicinati.
Infine: in seguito al grave ferimento, il governatore della Provincia ha firmato l’ordinanza per la rimozione dell’esemplare, una volta conosciuta la sua identità.
Siamo fermamente convinti che la convivenza con l’orso bruno passi anche attraverso queste decisioni; che sicuramente solleveranno ulteriori polemiche, ma sono in linea con i protocolli in vigore e con ogni norma di buon senso.
A maggior ragione in una zona antropizzata come quella alpina, per gli orsi più aggressivi non ci può essere futuro: pena l’incolumità di orsi che passano la vita senza disturbare nessuno, e soprattutto l’incolumità delle persone.
E, per quanto “antropocentrico” possa suonare a qualcuno, la vita e l’incolumità di una persona, per noi, è giusto che valga più della vita di un orso
”.

Un divertente video di Lucio Gardin (www.luciogardin.it) su come comportarsi in un incontro con l’orso

Il progetto Life Ursus
(tratto da http://www.pnab.it/natura-e-territorio/orso/life-ursus.html)

Per cercare di risollevare le sorti dell’ultimo nucleo di orso bruno delle Alpi italiane, nel 1996 ha preso avvio mediante finanziamenti LIFE dell’Unione Europea il Progetto Ursus tutela della popolazione di orso bruno del Brenta, più noto come Life Ursus.

L’intervento di salvaguardia nei confronti del plantigrado – promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta e condotto in stretta collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (oggi ISPRA) – si è basato su una attenta fase preparatoria.

In base ad un apposito Studio di fattibilità, la reintroduzione è stata individuata come l’unico metodo in grado di riportare gli orsi sul Brenta: 9 individui (3 maschi e 6 femmine di età compresa tra 3 e 6 anni) sono stati indicati come il contingente minimo per la ricostituzione, nel medio-lungo periodo (20-40 anni), di una popolazione vitale di orsi sulle Alpi Centrali, formata da almeno 40-50 individui. Lo Studio di fattibilità ha inoltre stimato – mediante un’approfondita modellizzazione del territorio comprendente il Trentino occidentale e parte delle province di Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona – in più di 1700 kmq le aree idonee alla presenza del plantigrado: superficie giudicata sufficientemente ampia per ospitare la popolazione minima vitale.

Proprio in base all’estensione territoriale dell’area interessata dal progetto ed alla sua complessità, numerosi sono stati i partner che hanno collaborato all’iniziativa. Sono infatti stati formalizzati accordi operativi, oltre che con le quattro province confinanti a quella di Trento, anche con l’Associazione Cacciatori Trentini, che collabora tuttora anche al monitoraggio degli orsi immessi, con il WWF – Trento e con numerosi altri enti, organizzazioni ed associazioni di categoria.

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Dato l’elevato impatto emotivo della specie, la fase preparatoria del progetto ha previsto altresì la realizzazione di un sondaggio di opinione (affidato all’Istituto DOXA di Milano): più di 1500 abitanti dell’area di studio sono stati intervistati telefonicamente per verificare l’attitudine, la percezione nei confronti della specie e la possibile reazione di fronte ai problemi derivanti dalla sua presenza. I risultati sono stati sorprendenti: più del 70% dei residenti interpellati si sono dichiarati a favore del rilascio di orsi nell’area e la percentuale ha raggiunto addirittura l’80% di fronte all’assicurazione che sarebbero state adottate misure di prevenzione dei danni e gestione delle situazioni di emergenza. Questi ultimi provvedimenti sono stati adeguatamente e dettagliatamente pianificati dal Parco nell’ambito delle linee guida che, oltre a definire l’organizzazione generale del progetto, hanno permesso di individuare gli enti e le figure coinvolte a vario titolo, identificando compiti e responsabilità nell’ambito di tutte le attività previste per favorire una positiva realizzazione della reintroduzione.

La fase operativa del progetto ha preso avvio nel 1999, con la liberazione dei primi due esemplari: Masun e Kirka, catturati nelle riserve di caccia della Slovenia meridionale. Tra il 2000 e il 2002 sono stati liberati altri 8 individui, per un totale di 10 complessivi (l’ultima femmina, Maja, è stata liberata per sostituire Irma, morta nel 2001 a causa di una slavina).

Tutti gli orsi rilasciati sono dotati di un radiocollare e di due marche auricolari trasmittenti. Questi dispositivi hanno consentito di monitorare gli spostamenti degli animali per il periodo successivo al rilascio, confermando le previsioni dello Studio di fattibilità e l’ottimo adattamento degli individui reintrodotti al nuovo territorio di vita.

Il progetto, seppure di tipo sperimentale, ha assunto di lì a poco – a seguito della spontanea ricomparsa dell’orso in territorio italiano – una valenza ben più ampia della semplice tutela della popolazione trentina: contribuire al rinsaldamento tra le popolazioni ursine presenti e in espansione sull’Arco Alpino centro-orientale. Il progetto Life Ursus, conclusosi nel dicembre 2004 dopo una seconda fase di finanziamenti europei, ha dato i suoi frutti: grazie ad un rapido accrescimento, il nucleo di orsi che ha l’Adamello Brenta come sua core area è oggi stimato in circa 50 esemplari. Oltre che dall’incremento numerico, il successo dell’operazione di reintroduzione è confermato anche dall’espansione territoriale: la presenza della specie non è infatti più limitata al Trentino occidentale ma comprende aree distanti dal Parco. L’esplorazione del territorio lascia ben sperare per un eventuale futuro ricongiungimento di tutte le popolazioni alpine, anche se il pericolo di estinzione non può ancora dirsi scongiurato.

Per chi desiderasse ulteriori dettagli è qui a disposizione e integrale il Documento del Parco n. 18 – L’impegno del Parco per l’Orso: il progetto Life Ursus.

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Nelle settimane seguenti ai due incidenti, continuano gli interventi scritti su giornali e social. Particolarmente interessante è quello di Giuliano Castellan su L’Adige, 8 agosto 2015:
I trentini hanno iniziato a cambiare il proprio approccio al bosco. Non ci si va più, semplicemente. Non ci si va più con il cuore aperto di chi si sente accolto da un abbraccio balsamico, protettivo e silente. Tutto ciò è diventato sbagliato: almeno per certa comunità «scientifica» che ritiene che i trentini vadano rieducati alla loro secolare cultura del bosco, per il più buffo atteggiamento dell’assessore, che fa mettere cartelli e invita a far rumore nei boschi, restare sui sentieri, coprirsi di campanelli, come appestati d’antan.

Ma tranquillo assessore, ormai perfino gli scout trentini fanno i campi in Sudtirolo, figuriamoci il semplice camminatore. E molti altri ospiti del Trentino se ne andranno altrove. E chissà poi perché tutta questa agitazione da parte dell’assessore «competente» visto che pare non abbia uno iota di competenza, che spetta invece tutta al ministero.

Ministero lontano, forse sorpreso dal successo del progetto: pensa, perfino in Francia è fallito, che rispettosi ‘sti villici trentini, altro che i montagnards francesi. Ma di reagire con un piano alla situazione di oggettivo pericolo, nessuna fretta. Né a sommesso avviso di chi scrive, nessuna voglia. Gli orsi, secondo il ministero, sono pericolosi uno per uno, individualmente presi. Va data la prova circostanziata che quell’orso, che in quel luogo ha aggredito, senza provocazione (concetto che diverrà amplissimo: eri coperto di campanelli sul sentiero e facendo abbastanza rumore, magari idealmente a bordo di un quad?) era per di più «problematico». Noi che dall’orso ci aspettiamo solo che faccia l’orso, ossia oggettivamente pericoloso, siamo totalmente spiazzati. Ma come, non dovevano essere al massimo quaranta? Quanti sono? Non si sa. Non dovevano solo servire a rinsanguare il parco dell’Adamello Brenta? E invece pare normale che passeggino attorno a Zambana e Terlago.

L’orso problematico, per me, è quello lì, che se ne sta fuori dagli stretti limiti di un parco naturale, e che lì deve stare calibrando il numero di esemplari che quel ridotto territorio può sopportare. Il resto è violenza fatta a comunità di insediamento diffuso che subiscono danni. «Tanto li rimborsano» mi pare una risposta cinica, di chi disprezza il lavoro degli altri. Perché a chi lavora in montagna, o semplicemente ci vive, si deve rendere la vita ancor più dura? E perché andare a respirare un po’ d’aria fuori dal bailamme e della camera a gas della Val d’Adige è diventato angoscioso? Invece che rispondere seriamente alle ragioni che presidiano questa gratuita violenza dell’immettere animali pericolosi in boschi vicinali ormai a ridosso di zone densissimamente abitate, alcuni, anche sull’Adige, hanno evocato il concetto di «buffo».

Ossia, invece di spiegare, ricorrono come sofisti greci all’arte della persuasione di chi si sente superiore, portatore di una civiltà più evoluta, cittadina, meglio, transatlantica. Quella certa cultura cui non va mai niente bene dell’America, quando si tratta dell’orso e della sua gestione nel parco dello Yellowstone diventa acritica e entusiasta. Senza un grammo di discernimento sulle altrove ben rimarcate differenze culturali (e dico io, semplicemente di densità abitativa). Non lasciamoci turlupinare. L’orso in Trentino non potrà mai essere trattato come l’orso in Canada o in America, ma neppure come l’orso marsicano. A meno di non ridefinire tutta la cultura materiale e antropologica del Trentino.

Il risultato sarebbe tracciare anche qui quella terribile cesura tra natura e aree abitate che ho potuto percepire percorrendo l’appennino, in particolare tra alto Lazio e Abruzzo. Lì ho intuito cosa i romani intendessero per timore panico, ossia la paura degli spazi silvestri: sì, di un bosco! In Trentino, un mondo di malghe, masi, una fitta rete di sentieri e alpeggi, agritur e rifugi, su fino alla croce di vetta non può essere distrutto da un’ideologia pro orso invasiva e irrispettosa. Serve subito una norma di attuazione che ci restituisca la saggia amministrazione del nostro Trentino”.

Castellan cita il paragone tra le due convivenze, quella con l’orso alpino e quella con l’orso appenninico (marsicano). Ed è così che ci siamo incuriositi, e siamo andati a informarci su quanto succede in Abruzzo.

Chi volesse avere maggiori ragguagli sulle differenze tra orso alpino e orso appenninico può consultare http://www. parchionline. it/orso-bruno-in-italia. htm: non si direbbe però che le differenze fisiche vadano molto oltre le dimensioni che gli esemplari possono raggiungere.

Nel frattempo, in questo periodo di più o meno ingiustificati allarmismi e palesi strumentalizzazioni che vedono in Italia l’orso e la fauna selvatica maggiore al centro di nauseanti campagne mediatiche di demonizzazione, fa piacere riscontrare una intelligente iniziativa editoriale curata dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con la collaborazione dell’Associazione Teriologica Italiana (ATIt).

Si tratta di un opuscolo di 25 pagine (Edizioni Il Centro) che spiega, con l’aiuto di immagini e simpatiche illustrazioni, le principali caratteristiche, abitudini e problematiche legate alla presenza dell’orso bruno marsicano sul territorio montano abruzzese.

Un opuscolo per informare e promuovere il rispetto per questa specie, nell’ottica di una convivenza possibile quanto necessaria. Per fugare paure ingiustificate e isterismi collettivi in una terra che da sempre convive con i grandi predatori e può e deve considerarli parte del proprio patrimonio naturale e culturale.

Ne consigliamo la lettura, soprattutto perché aiuta a stabilire un differente approccio globale al problema, lontani dalle polemiche trentine.

Eccolo, in versione integrale:
E’ pericoloso l’orso bruno marsicano?

Anche dopo questa lettura permangono mille dubbi, tanto che più di prima ci sembra che siano in pochi ad affrontare il problema in un’ottica davvero globale. Tra questi è di certo Barbara Chiarenzi, le cui note conclusive, apparentemente pessimiste, dovrebbero spronarci a lavorare tutti in quella direzione.

L’intervento (18 marzo 2015) di Barbara Chiarenzi Daniza, a sipario chiuso, a commento dell’uccisione di Daniza, si concludeva con queste amare parole:
A fronte del fatto che esiste un habitat naturale in grado di sostenere una popolazione alpina di orso, non vedo infatti al momento un habitat sociale che sia disposto ad accettarne i rischi che vadano un po’ oltre la tolleranza nei confronti di qualche pecora mangiata e alcuni apiario rovesciati.
La nostra società, a tutti i livelli, è in questo momento disponibile a una fruizione solo mediata, magari solo informatica, certamente non diretta, di certi fenomeni naturali. Siamo interessati agli animali selvaggi, ma che essi se ne stiano buoni buoni in un habitat che non dev’essere il nostro. L’orso Yoghi ha permeato di sé un’intera generazione e ci piace vedere l’orso con questo filtro. In effetti non siamo disponibili al rischio di un incontro, a parte chi con telefonino schierato non sa neppure a che rischio si sta esponendo.
L’amministrazione non vede di buon occhio fenomeni che non siano riconducibili a una qualunque responsabilità: e in definitiva anche noi siamo stati trasformati.
Di questa immensa trasformazione culturale e sociale, sicuritaria, garantista all’eccesso per tutte le responsabilità e in fuga da ogni imprevisto, la conservazione dell’orso in Italia dovrà tener conto, se vorrà avere un futuro”
.

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La convivenza con l’orso – 1

La convivenza con l’orso – 1 (1-2)

L’aggressione dell’orsa Daniza che Daniele Maturi, 38 anni, ha subìto nel 2014 nei boschi di Pinzolo ha costituito per mesi un caso mediatico e ancora oggi, specie dopo l’uccisione dell’animale, è ancora ben lungi dall’essere stata dimenticata.

Prima pagina per l’incidente del 2014 (Daniza)
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Anche se la presenza degli orsi è accertata in altre zone, come l’Alto Adige, ma anche il Bresciano (Val Camònica, Valle Sabbia, Valle Trompia e Alto Garda) e il Veronese (Monte Baldo), la Provincia Autonoma di Trento aveva avviato nel 2013, in collaborazione con il MUSE Museo delle Scienze, un progetto di stima del numero di individui presenti, svolto attraverso fasi di raccolta di campioni organici (ciuffi di pelo, feci e tessuti), monitoraggio dei grattatoi (piante utilizzate per grattarsi sulle quali gli orsi marcano la loro presenza lasciando sulla corteccia il proprio odore e del pelo), e poi ancora controllo visivo e monitoraggio radiotelemetrico e satellitare.

Il rapporto più recente riferito alla situazione esistente alla fine del 2014 indica un numero minimo di animali pari a 41, dei quali 22 di sesso maschile, 17 femmine e 2 di sesso indeterminato. Di questi 20 sono adulti, 14 giovani e 7 cuccioli. Molto probabilmente i monitoraggi effettuati non hanno consentito di rilevare la totalità degli animali che compongono la popolazione attuale, stimati da un minimo di 41 fino a un massimo di 51 esemplari.

Dall’uccisione di Daniza in poi ci sono stati almeno altri due episodi cruenti, incontri che potevano potenzialmente essere assai più tragici di quanto sono stati: tali comunque da tener viva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, anche tramite acuti da isteria collettiva.

Protagonisti involontari Marco Zadra e Wladimir Molinari.

Il 29 maggio 2015 scorso Marco Zadra, 42 anni, di Villazzano, ha avuto un drammatico incontro ravvicinato con l’orso, sul sentiero che da Zambana Vecchia sale al Cason, verso Fai della Paganella.

«Tendenzialmente sono uno sportivo. Finito il mio lavoro spesso vado a correre nei boschi che attorniano Trento. Quest’anno era la prima volta che andavo in val Manara, sopra Zambana. Parto quindi con la macchina attorno alle 19.30, lascio l’utilitaria a Zambana Vecchia e inizio a camminare per un sentiero piuttosto ripido. Nel ridiscendere, superato il Cason, una struttura usata dai zambanoti per uso ricreativo, a solo un chilometro dall’abitato e a circa 500 metri di quota, me lo sono trovato di fronte. Erano circa le 20.15: io scendevo di corsa, lui ansimando stava salendo. Un attimo e ci siamo trovati uno di fronte all’altro.

La prima cosa è stata lo stupore, poi razionalizzando sono riuscito a diventare freddo come un ghiacciolo. Era una situazione di stallo. L’orso era piuttosto agitato, ma non è scappato; io ho iniziato ad indietreggiare piano piano, mentre l’animale, prendendo coraggio, è partito alla carica. Consideri che ha una testa grande quanto un televisore e due zampe enormi.

Ho iniziato a correre, scivolando e cadendo sulla ghiaia, con lui dietro. In quel momento mi sono visto morto, preso alle giugulari e sbranato. Nonostante il terrore, che lo ricordo come un sentimento lucidissimo, mi rialzo rivolto verso l’orso, ormai accanto a me: cerco di spaventarlo urlando, riparandomi il viso con le braccia. A questo punto, dopo avere ricevuto una zampata sull’avambraccio destro, mi sono letteralmente buttato a capofitto nella scarpata procurandomi una semilussazione alla spalla sinistra, ematomi ed escoriazioni ovunque. Credo di essermi salvato perché mi sono sempre divertito a percorrere i “giaroni” a balzi. Nel frattempo l’orso mi ha inseguito per altri duecento metri grugnendo e ansimando giù per la scarpata. Sentivo proprio il suo fiato sul collo. Per frenare la discesa mi afferravo a tutto ciò che poteva salvarmi, esattamente come Tarzan.

Il terrore non era finito perché temevo che mi prendesse di schiena, squarciandomela in due. Finito al limitare di una forra ho preso tutto il coraggio che avevo in corpo e ho dato contro all’orso, urlandogli tutta la mia contrarietà ad essere inseguito ed ho pensato ”mia figlia non può perdere suo padre in questo modo assurdo, no, no di sicuro”. L’orso mi ha osservato, quasi fossi un matto, poi ha deviato continuando a non perdermi di vista. Mi sono comunque buttato nella forra, rischiando di ammazzarmi.

Anche qui mi è andata di lusso. Intanto il sangue colava dalla ferita. Ho attraversato il torrentello superando la forra muschiosa e friabile, interponendo una valle fra me e l’orso, dirigendomi verso Zambana Vecchia. Avevo i polmoni in gola e l’adrenalina a litri. Arrivo alla confluenza della val Manara sopra la chiesa di Zambana Vecchia, con ancora la paura di rincontrarlo. Ho raccolto così due sassoni, facendo questo ultimo pezzo di bosco labirintico, guardingo ed utilizzando le ultime energie. Come sono arrivato sul prato della chiesa, ho realizzato che potevo considerarmi salvo e soprattutto miracolato».

Allorché il Zadra riceve la visita dell’assessore provinciale all’Agricoltura Michele Dallapiccola è sì favorevolmente colpito dal turbamento dimostratogli dal politico, ma nello stesso tempo teme di essere futuro bersaglio di aggressioni mediatiche tipo quelle capitate a Daniele Maturi (caso Daniza)che dopo aver combattuto corpo a corpo con un’orsa si è dovuto pure difendere da accuse infamanti da parte degli uomini… robe da pazzi!”.

ConvivenzaOrso-1-cuccioliorsoZadra non ha tutti i torti a temere lo scompiglio nella sua privacy. E’ pur vero che il comunicato della Provincia (nr. 1290 del 30/05) non cita il suo nome, ma alla fine il nome salterà fuori.

Il comunicato recita: “Un «falso attacco» di un orso, probabilmente spaventato e insicuro: è questa l’ipotesi che per il Servizio Foreste e fauna della Provincia spiega l’episodio accaduto ieri sera sopra Zambana Vecchia e che ha visto suo malgrado protagonista un uomo che, verso le ore 20, stava scendendo di corsa lungo il sentiero che percorre la val Manara, sopra il paese, e che si è imbattuto in un orso che stava risalendo lo stesso tracciato.

L’incontro è avvenuto quando i due si trovavano ormai a pochissimi metri di distanza, con forte sorpresa per entrambi. Dopo qualche secondo l’uomo ha cominciato a indietreggiare, dapprima lentamente poi di corsa vedendo l’orso che, altrettanto velocemente proseguiva nella sua direzione. A quel punto l’uomo è inciampato, cadendo per un attimo a terra, con l’orso sempre a ridosso e con atteggiamento aggressivo. La sua fuga è proseguita subito verso il ripido pendio sottostante, fuori sentiero, lungo il quale l’uomo ha corso nel folto della vegetazione, cadendo ancora alcune volte e procurandosi escoriazioni in diverse parti del corpo. L’orso, stando alla testimonianza dell’uomo, avrebbe continuato a seguirlo a distanza ravvicinata, fino a che, dopo una serie di urla dello spaventato escursionista, si è defilato nel bosco scomparendo alla vista. A quel punto l’uomo ha constatato di avere un taglio all’avambraccio destro, una ferita che l’uomo ritiene sia stata causata da una zampata dell’orso, inferta quando si trovava a terra in occasione della sua caduta sul sentiero.
Rientrato a Zambana Vecchia, l’uomo è stato accompagnato al pronto soccorso da alcuni parenti da lui chiamati sul posto. Lì la ferita all’avambraccio è stata curata con cinque punti di sutura e otto giorni di prognosi, con immediata dimissione. Come di prassi il diretto interessato è stato subito sentito dagli uomini del Servizio Foreste e Fauna, assieme anche all’assessore Michele Dallapiccola che ha voluto sincerarsi di persona delle condizioni dell’uomo e dello svolgimento dei fatti. Inoltre stato disposto un immediato sopralluogo nell’area da parte del personale forestale accompagnato dalle unità cinofile addestrate per la gestione dell’orso.
L’identità dell’animale protagonista dell’incontro ravvicinato potrà ora eventualmente essere accertata mediante campioni biologici rinvenuti in loco. Il Servizio Foreste e Fauna conferma per altro di non essere a conoscenza di atteggiamenti problematici riferibili ad alcuno degli esemplari di orso attualmente presenti in Trentino”
.

In questo comunicato si nota una ragguardevole intenzionalità nello sminuire il racconto di Zadra, che diventa quasi una difesa dell’orso quando cerca di far apparire le ferite dell’uomo più conseguenti alle sue cadute che a una reale aggressione fisica.

Tanto è bastato per scatenare internet e togliere pace a Zadra e famiglia.

«Sì, è stato anche quel comunicato stampa della Provincia non veritiero, pieno di omissioni, allusioni e imprecisioni, a scatenare la solita aggressività mediatica. E qui ci vorrebbe un trattato di antroposociologia per capire questi fenomeni di aggressione da parte dei social ad una preda prescelta. E se qualcuno mi potesse spiegare come sia possibile che ciò accada impunemente, gliene sarei grato» è il commento di Zadra.

Un divertente fotomontaggio con l’orso e il cartello di avvertimento
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È evidente che dopo quanto accaduto con Daniza qualsiasi episodio di aggressione ai danni dell’uomo crei una certa tensione ai piani alti della Provincia. Dal canto suo Dallapiccola insiste sul falso attacco, per lui questo è un caso “classico”: “I falsi attacchi sono un fatto ordinario, ce ne sono almeno due o tre all’anno”. E raccomanda: «Non andate nei boschi di sera in maniera silenziosa. Meglio andare con un campanellino o una radio e preferibilmente in compagnia in modo che l’orso ci senta e abbia il tempo di allontanarsi».

Filippo Degasperi, consigliere provinciale trentino del Movimento 5 Stelle, si preoccupa per le potenziali conseguenze di quanto accaduto a Zambana:
«Speriamo stavolta non si scatenino le stesse reazioni stizzite e isteriche avvenute per Daniza, e che si facciano approfondite verifiche perché non sarebbe accettabile agire ancora con la faciloneria ed il dilettantismo dimostrato nel caso precedente… se così fosse le conseguenze per l’immagine del Trentino sarebbero ancora una volta pesantissime, come dimostrano le ben 79 ore di servizi televisivi andati in onda contro la nostra Provincia a seguito dell’uccisione dell’orsa Daniza… Alla luce dei fatti viene da chiedersi se il progetto Life Ursus non sia basato completamente sul caso. Pare non si sappia quanti siano i plantigradi, dove siano, cosa facciano. Eppure dopo quello che è successo l’estate scorsa era stata messa in piedi una task force affinché situazioni simili a quella di Daniza non avessero più a ripetersi, ma se questi sono i risultati, evidentemente qualcosa ancora non funziona».

Maurizio Fugatti, segretario della Lega Nord Trentino Alto Adige-Sudtirolo, dichiara:
Se dovesse essere confermata l’aggressione dell’orso a un uomo nei boschi sopra Zambana sarebbe un episodio inquietante per cui saranno necessarie delle risposte, a cominciare dalla reale situazione del progetto Life Ursus in Trentino. Abbiamo infatti l’impressione che questo programma sia sfuggito di mano alla provincia di Trento e che il numero di orsi presenti sul territorio sia ben maggiore dei dati ufficiali. Sicuramente, se l’episodio verrà confermato, la notizia che un uomo è stato aggredito da un orso non avrà un impatto positivo sulla immagine turistica del Trentino. Poi magari ci racconteranno, come già avvenuto l’estate scorsa dopo l’aggressione nei boschi della Val Rendena, che la colpa è degli escursionisti che si recano nei boschi. La Lega Nord fin dall’inizio diversi anni fa ha espresso la propria contrarietà al progetto Life Ursus, e a questo punto chiediamo al presidente Ugo Rossi di fare chiarezza sulla vicenda di oggi e di spiegare se ritiene opportuno che il progetto debba andare avanti in Trentino”.

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Anche il comunicato della LAC (Lega abolizione caccia) Trentino Alto Adige/Sudtirol getta benzina sul fuoco: «Esprimiamo massima solidarietà alla persona ferita, vittima della carenza di informazioni: non era formato/informato su come è corretto muoversi in aree frequentate da orsi e non sapeva come regolarsi in caso di incontro, infatti ha, purtroppo, commesso molti errori… Fin dal primo anno abbiamo invitato l’amministrazione provinciale di Trento a rivendicare l’orgoglio del buon lavoro svolto e a intensificare l’opera di formazione/informazione rivolta a popolazione residente e turisti. Questa attività di divulgazione scientifica sarebbe dovuta partire già da molti anni; oggi avremmo una generazione di giovani, e di conseguenza le loro famiglie, già formate e sensibilizzate alla tutela attiva di ambiente e animali. Così non è stato, ed è urgente recuperare il tempo perduto… Da cinque anni raccontiamo come per evitare scontri basta provocare del rumore procedendo nei boschi frequentati da orsi. In Canada o Alaska, dove si possono incontrare orsi di ben altra stazza dei nostri, vengono venduti dei sonagli, detti ‘Bear Bell’, da assicurare agli zaini o al polso. Un mazzo di chiavi, un ciondolo, qualcosa che produce rumore camminando e così l’orso sente il rumore e sta alla larga… Fischiare, gridare, parlare o cantare mentre si cammina sono modi per allertarli della propria presenza anche in quelle zone dove non c’è visibilità o dove il rumore dell’acqua corrente potrebbe coprire quello dei passi. L’orso cambierà strada pur di evitare gli umani. Gli orsi sono molto meno interessati a noi di quanto noi a loro. I cani vanno lasciati a casa o tenuti al guinzaglio, i cibi rinchiusi in contenitori ermetici. Esistono regole semplici da osservare“.

Anche l’ENPA (Ente Nazionale per la Protezione Animali) dice la sua e rincara la dose:
«Allo stato attuale, come emerge anche dalla ricostruzione fatta dalla Provincia di Trento, non c’è alcun elemento che colleghi il ferimento di un escursionista, avvenuto in Trentino, all’aggressione di un orso. Nessun elemento tranne le dichiarazioni rese alla stampa dall’uomo stesso, unico e solo testimone del fatto, visto che il plantigrado in questione, ammesso sia mai stato sul posto, non è in grado di replicare alle accuse… La ricostruzione dell’episodio fatta dall’escursionista risulta essere nebulosa e contraddittoria, ma, soprattutto, le ferite che sarebbero state causate al plantigrado risultano ben poco compatibili con quelle dell’artiglio di un orso, produttivo conseguenze ben più gravi di cinque punti di sutura. Sembra quasi che l’allarme orso sia diventato un nuovo tipo di “tormentone estivo”».

«Nessuno, con l’obiettivo di ottenere facili consensi, strumentalizzi questa nuova situazione per fomentare falsi allarmi e per fare del terrorismo psicologico contro i cittadini e contro gli animali – aggiunge la presidente nazionale dell’ENPA, Carla Rocchima, soprattutto, nessuno sia tentato di seguire l’esperienza del passato: milioni di cittadini italiani non sono in alcun modo disposti a tollerare un nuovo caso Daniza. Noi faremo di tutto perché ciò non accada».

Sui giornali e soprattutto sui social la battaglia infuria. E, ad attizzare ulteriormente il rogo, ecco il secondo incidente.

Il 9 giugno 2015 Wladimir Molinari, 45 anni, è aggredito da un orso a Cadine. Ecco la sua testimonianza: «Essere qui a raccontare quello che mi è successo è un vero e proprio miracolo. Come ha fatto male a me può fare male a chiunque altro. Non esiste essere sbranati da un orso, la gente ha diritto ad andare tranquilla nel bosco». Wladimir Molinari è nel suo letto d’ospedale al Santa Chiara, dopo aver subito una lunga e delicata operazione.

Testa, braccia, costole sono completamente fasciate. Però non perde la lucidità e racconta: «Quell’orso voleva uccidermi, voleva mangiarmi. Io ero nel bosco quando ho sentito dei rumori alle mie spalle: mi sono girato e a circa dieci metri ho visto l’animale. Ho alzato le braccia al cielo e urlato con tutto il fiato che avevo in gola, ma non è servito e l’orso mi ha attaccato». A quel punto Wladimir, dopo aver subito un primo morso e alcune zampate, si lancia letteralmente giù dal bosco. Il suo cane prova a difenderlo, ma ha la peggio. «Se sono vivo è un miracolo. Non dimenticherò mai quegli occhi neri, voleva mangiarmi».

(continua)