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Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso

Il mio richiamo della foresta, alla ricerca dell’orso
di Chiara Baù
già pubblicato in Vita sul Pianeta, 27 febbraio 2016

Spesso la bellezza di certi luoghi può trasmettere sensazioni così intense da rapire la mente, ma non immaginavo che l’incredibile estensione di foreste del Canada potesse incidere così profondamente sui miei pensieri. Attratta dalle distese infinite di boschi e montagne, ho sempre tentato di seguire questo istinto, in parte innato, in parte proveniente da una sorta di imprinting datomi dai miei genitori che fin da piccola mi avevano abituato a scorrazzare nei boschi. Sempre con rispetto e un po’ di timore ho dato ascolto a questa voce e ho potuto vivere preziose esperienze, tra le quali la più emozionante è stata indubbiamente quella dell’incontro con l’orso bruno durante un monitoraggio effettuato nel Parco Adamello-Brenta nel periodo di stesura della tesi in Scienze Naturali. Si trattava di Daniza, l’orso reso famoso dai media, ucciso circa un anno fa in seguito a telenarcosi somministrata per la cattura.

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Avevo incontrato Daniza in una piccola radura quindici anni fa proprio durante la tesi di campo, nel secondo anno del progetto Life Ursus. Il compito quotidiano previsto dal progetto consisteva nel rilevare tramite una tecnica di radiotracking la posizione di ogni esemplare nelle ore più improbabili per noi, ma più probabili per gli orsi. Quella mattina erano circa le 5.30 ed ero in compagnia di una delle guardie forestali più esperte; la luce tenue dell’alba si confondeva nella radura nascosta ai confini del bosco. Il segnale era forte, ma vedere un orso è quasi impossibile: l’orso per sua natura non ama farsi vedere. Un anno di continui rilevamenti erano trascorsi senza successo. Nel silenzio di quelle ore mattutine il segnale sempre più forte disturbava la pace del bosco, finché improvvisamente Daniza è spuntata dagli alberi nella piccola radura, a circa cinque metri di distanza; lì si è fermata incuriosita, ci ha osservato roteando il muso, come per chiederci: «Ma a quest’ora del mattino non avete altro da fare che seguire me?». Impietrita, emozionata, avevo davanti a me Daniza, avevo davanti a me l’Orsa. L’avvistamento è stato di breve durata, pochi secondi scanditi dai veloci battiti del cuore, poi con quel tipico andamento dondolante Daniza si è eclissata lentamente nel bosco. Indescrivibile la mia felicità di quegli istanti, indescrivibile la mia amarezza alla notizia della sua eliminazione.

Il richiamo per l’orso bruno ha così iniziato ad appassionarmi, influenzando in parte la mia vita. Durante varie conferenze tenute negli anni successivi sui miei “Incontri con gli orsi” mi veniva chiesto frequentemente: “Perché proprio l’orso?” Non avevo mai una spiegazione razionale ed esaustiva a questa domanda… Forse risponderei come il grande scrittore James Oliver Curwood, autore del libro da cui è stato tratto il film L’orso: “Non so bene perché, ma c’è qualcosa nell’orso che induce ad amarlo”.

Nei rari momenti di incontro con animali selvaggi in libertà avverto ogni volta la sensazione di un fascino primordiale che ci appartiene e che ci fa sentire parte di una natura perfetta e in totale armonia.

Dopo il primo incontro in Trentino il richiamo per un nuovo incontro con l’orso diventava sempre più forte; per anni avevo coltivato il sogno delle foreste selvagge del Canada e ora quel richiamo si stava concretizzando in un trekking a cavallo nella British Columbia per esplorare le foreste di quel grande paese con la possibilità di unire al richiamo dei boschi la passione per il cavallo. Il linguaggio segreto di questo magnifico animale mi aveva sempre affascinato, incuriosita soprattutto dall’alone di mistero che circonda il magico “sussurro dei cavalli”.

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Risalendo il tempo verso ovest, assisto durante il viaggio aereo a un tramonto perenne, godendo di scenari unici, sospesa sopra un mare di nubi da cui occhieggiano di tanto in tanto lunghi tratti di terra, come le solitarie distese della Groenlandia. Atterro la sera, un po’ frastornata, a Vancouver dove dormo la prima notte. L’indomani conosco Frank, il driver del ranch che viene a prendermi a Vancouver e Cauleen, la guida canadese della spedizione; con loro su un piccolo van inizia il viaggio di trasferimento al ranch.

Il primo tratto di autostrada si snoda attraverso verdi ed estese pianure per poi immettersi in immense vallate scavate dal fiume Frazer, navigabile ai tempi della corsa all’oro del 1858. La conversazione con i miei nuovi compagni di viaggio cade subito sull’argomento orsi e non appena racconto dei miei studi sulla reintroduzione di orsi bruni nelle Alpi, capisco non solo di aver catturato la loro attenzione e curiosità, ma di aver creato un affiatamento e una sintonia immediati.

Solitamente nel Parco Adamello-Brenta in Trentino Alto Adige il letargo degli orsi inizia a fine novembre in coincidenza con l’abbassamento delle temperature e l’arrivo della neve. Ma nelle foreste della British Columbia ci si può aspettare la neve anche ai primi di ottobre… cosa che purtroppo nel mio caso avrebbe ridotto le probabilità di incontro con l’orso.

Mentre per le marmotte si parla di un vero e proprio letargo, per l’orso si tratta di ibernazione che può essere considerata come un evento fuori dal comune. Il letargo infatti non è assoluto; a volte, se il tempo è mite, l’orso può uscire dalla tana per brevi periodi, nelle ore più calde della giornata.

Può quindi capitare nel bel mezzo dell’inverno di osservare le sue impronte nella neve. Da notare che nelle latitudini a nord il letargo è più profondo rispetto alle latitudini a sud.

Ricordo sempre in proposito quello che mi capitò a Madonna di Campiglio durante un inverno particolarmente mite con temperature al di sopra della norma: mentre sciavo lungo una pista fui sorpresa improvvisamente dal passaggio di mamma orsa che con tutta calma attraversava la pista di sci con i suoi cuccioli.

Ma in Canada in quell’ottobre le temperature sembravano seguire il ciclo normale dell’inverno.

Anche se disturbato l’orso può abbandonare il ricovero, costretto tuttavia a reperirne uno d’emergenza. Durante l’ibernazione la temperatura del corpo scende di alcuni gradi, non molti in realtà, proprio per consentire una rapida ripresa del metabolismo. Il ritmo cardiaco rallenta con 8 battiti al minuto rispetto ai consueti 40. Ne risentono anche il consumo di ossigeno che viene dimezzato e la sensazione di fame che si riduce sensibilmente.

Non sono ancora chiari i fattori che causano l’ibernazione dell’orso. Probabilmente essa è dovuta alla riduzione del fotoperiodo, all’abbassamento delle temperature e alla scarsità di cibo disponibile. Si pensa che esista anche un fattore chimico in grado di stimolare il sonno invernale; il cosiddetto HIT, hibernation induction trigger, ma si tratta di un’ipotesi ancora da dimostrare.

La combinazione di tutti questi fattori agirebbe direttamente sul sistema nervoso dell’orso, inducendo due risposte: una fisiologica (entrata in ibernazione) e una comportamentale (inattività e scelta di un sito di svernamento).

Il letargo dura solitamente fino ai primi di aprile, mentre lo stato di immobilità viene raggiunto gradualmente dopo 2-3 settimane dall’entrata in tana e durante tutti questi mesi si ha un adattamento metabolico, cui appartiene il riciclaggio degli aminoacidi in proteine. Infatti durante il letargo l’orso bruno non urina e non vengono espulse le feci.

L’organismo è in grado di riciclare l’urea prodotta dal corpo. L’azoto ivi contenuto viene integrato negli aminoacidi, i quali forniscono le molecole per nuove proteine, la cui decomposizione produce glucosio (sostanza energetica). Nel periodo del letargo le funzioni corporee sono invece ridotte in misura minore rispetto a quelle di altre specie di animali, quali le marmotte.

Dopo circa sei ore di viaggio imbocchiamo una strada sterrata che affianca l’immensa distesa di acqua blu del Carpenter lake solcata da tronchi galleggianti, quindi la Gun Creek road che conduce al ranch, base di partenza del trekking a cavallo.

Conosciuto lo staff del ranch, scelgo col loro aiuto la sella più adatta e la lunghezza esatta delle staffe: è fondamentale verificare ogni particolare con attenzione, perché una volta partiti nessun cambiamento sarà possibile.

Scopro, nel frattempo, di essere l’unico componente della spedizione, perché a quanto dice la guida, nel mese di ottobre nessuno intende avventurarsi con i cavalli tra le montagne, sia per il problema del freddo, sia per possibili rischi legati al maltempo della stagione; il periodo più propizio è l’estate, quando maggiore è la frequenza di turisti. Tutto questo però acquista per me un carattere di incredibile unicità, consentendomi di essere protagonista di un’avventura!

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Il giorno successivo, appena alzata, incredula per ciò che sto vivendo, sistemo le briglie al cavallo, do una mano negli ultimi preparativi e monto in sella. Siamo in tre: oltre a me, Cauleen, la guida, e Cinthya, la ragazza del ranch. La guida è armata di fucile e mi mette in guardia sul comportamento da assumere nell’eventualità di incontrare l’orso: reagire con molta calma, evitare movimenti bruschi e improvvisi, tentare di arretrare senza voltare le spalle all’animale e soprattutto non fissarlo negli occhi: uno sguardo troppo diretto può essere interpretato come segno di aggressione… Ascolto con attenzione le istruzioni di Cauleen e mentre procedo sul sentiero miriadi di sensazioni le più diverse mi prendono, dal timore all’eccitazione per la natura estremamente selvaggia di questo paese con la sua magia e il suo mistero.

Il percorso a cavallo ha inizio in un bosco di latifoglie ingiallite dall’autunno ormai inoltrato. Un’ora dopo siamo a costeggiare un torrente, dai riflessi a tratti d’argento, grazie al sole che si specchia nella corrente turbinosa. Fa molto freddo e durante una sosta accendiamo un piccolo fuoco… il calore della legna che brucia ci scalda e con rinnovata energia riprendiamo il sentiero. Pian piano ci alziamo di quota, portandoci al limite della foresta; davanti ai nostri occhi svettano le cime delle Chilcoutin Mountains, la catena di montagne meta del nostro trekking. Il nome Chilcoutin, di origine indiana, significa “Popolo dalle acque azzurre” e infatti i ghiacciai, che un tempo ricoprivano la zona, hanno lasciato tracce della loro esistenza in una miriade di laghi dai colori smeraldo e turchese.

Mentre cavalchiamo mi arrovella di continuo il pensiero di incontrare l’orso da un momento all’altro, e scrutando piccole caverne formate da massi e muschio mi chiedo: “Che sia già in letargo e nascosto in quell’anfratto?”.

Le tane più adatte al letargo sono le cavità naturali della roccia, le piccole caverne parzialmente scavate e adattate oppure, raramente, cavità situate alla base di ceppaie o di grossi tronchi.

All’interno delle tane spesso si trovano giacigli formati da cumuli di foglie, erba e ramoscelli secchi, licheni, muschi e tutto quello che in autunno si può racimolare all’intorno per rendere il suolo il più asciutto e morbido possibile. Le tane solitamente non vengono occupate per più di un anno; se la presenza antropica disturba in maniera eccessiva, l’orso esce alla ricerca di un ricovero più tranquillo.

Raggiunto il termine della grande vallata, si spalanca dinanzi a noi un altopiano coperto da una fitta boscaglia: sul tronco di un pino, un cartello con l’immagine stilizzata di un orso avvisa: “CAUTION” il che mi dà ulteriore conferma di quanto vicina possa essere questa presenza.

Lentamente ci addentriamo nel bosco, territorio di grizzly e orsi neri, e con un certo timore mi guardo cautamente intorno, mentre i cavalli avanzano tra i pini in una quiete assoluta… ho l’impressione di sentirmi spiata dallo sguardo dell’orso.

Lungo l’altopiano boscoso ecco che intravedo le sponde dello Spruce Lake (“Spruce” è l’abete rosso, spiega Cauleen), un magnifico lago incantato… un’atmosfera di grande armonia che penetra ogni angolo della mia immaginazione… rimango ferma un attimo, attonita ad ammirare il paesaggio che mi circonda.

Una piccola baita in legno dall’aspetto fiabesco si nasconde tra alcuni pini in riva al lago: Cabin, come la chiamano i canadesi, sarà il campo base dove pernotteremo tutta la settimana.

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Appena scesa da cavallo, Cauleen mi prega di scaricare il cibo avanzato dai saddle-bag, le sacche laterali appese alla sella, una precauzione indispensabile perché l’orso non si avvicini ai cavalli fiutando l’odore di cibo… sono semplici accorgimenti per evitare un contatto diretto con l’animale… Le finestre sono chiodate, ennesimo stratagemma per impedire incursioni notturne… Sembra che l’orso abbia la forza di 12 uomini.

D’altronde l’olfatto è il senso più sviluppato in un orso che, in condizioni di sopravento, è in grado di fiutare odori a una distanza di 12 km.

Senza contare che proprio davanti alle finestre prospicienti il lago sono stati conficcati nel terreno numerosi chiodi, le cui punte acuminate fungono da deterrente per scoraggiare gli orsi che più volte hanno tentato di sfondare la baita alla ricerca di cibo.

Nonostante la porta sia sbarrata da un asse di legno, ennesimo stratagemma per impedire l’ingresso a orsi affamati, con forza riusciamo a schiodare l’asse e a entrare.

Ormai il sole è tramontato e un’aria gelida accarezza le distese di pini che circondano Spruce Lake. Accendiamo la legna nella stufa, cuciniamo una zuppa calda e finalmente ci concediamo un meritato riposo. Nel sottotetto della baita ci addormentiamo rinchiuse nei sacchi a pelo, mentre la legna finisce di ardere…

Penso all’orso fuori nel bosco…

Allo Tayax Camp e ritorno a Spruce Lake
L’indomani al mio risveglio la legna già scoppietta nella stufa… Cauleen si è alzata per prima ad accendere il fuoco e mi avverte subito di aver notato impronte di orso in riva al lago… subito mi precipito sulla riva per scrutarne le tracce.

Le impronte sono inconfondibili dato che essendo un plantigrado, l’orso poggia completamente la pianta della zampa a terra. L’orma dell’orso è simile per forma a un piede umano, però più larga e con le dita tutte uguali. Sono sempre visibili i cuscinetti delle cinque dita, tutti sulla stessa linea e i robusti artigli. Come in tutti i plantigradi, il cuscinetto del tarso, il nostro calcagno, è sempre visibile nell’orma della zampa posteriore.

Probabilmente si tratta di un esemplare maschio ancora intento a cercare il ricovero invernale.

Le femmine saranno le prime a entrare in letargo, soprattutto quelle gravide

La gestazione dura dai 6 ai 9 mesi ed è differita. La blastocisti smette di dividersi e rimane libera nell’utero per un tempo abbastanza lungo (probabilmente regolato dal fotoperiodo) prima di iniziare il vero e proprio sviluppo embrionale. La gestazione effettiva dura solamente 8 settimane. Questo spiega le dimensioni ridotte dei cuccioli che quando nascono pesano intorno ai 300/400 grammi, circa 1/1500 rispetto al peso della madre. I cuccioli nascono generalmente tra metà gennaio e metà febbraio e sono ciechi.

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Per avere un po’ di energia le madri si nutrono della placenta e iniziano a produrre il latte, denso e viscoso, molto concentrato per evitare la dispersione delle risorse idriche, e contenente un’elevata quantità di grassi. Nonostante le dimensioni ridotte delle mammelle, i cuccioli riescono a succhiare i litri di latte necessari a una rapida crescita (2 litri circa al mese).

Nascendo di così piccole dimensioni, i cuccioli hanno comunque minori esigenze nutrizionali, proporzionate alla disponibilità della madre, che arriva a perdere il 30% del suo peso tra gravidanza, allattamento e letargo (in confronto al 20% delle femmine non gravide).

Tayax Camp è la destinazione della giornata, a circa 7-8 ore di cavallo… con la tazza di tè bollente in mano esco per godermi le prime sensazioni del mattino in riva allo Spruce Lake…

Le cime delle montagne sono già spruzzate di neve. L’aria è frizzante e pungente, nessun rumore attorno, solo un’immensa pace… sono consapevole di essere lontano dal mondo di tutti i giorni, ma mi sembra di aver custodito da sempre quelle sensazioni di libertà e armonia.

Selliamo i cavalli, “GET ON!“ è il comando per montare a cavallo e nel silenzio più totale ci addentriamo nel bosco. Sarà suggestione, ma ho ancora l’impressione che l’orso ci stia spiando, è comunque una sensazione che mi dà rinnovata energia…

E’ raro l’incontro con altri animali nella foresta. Di tanto in tanto scambiamo qualche parola, mentre a cadenza regolare lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli sulla traccia di sentiero rompe il silenzio del bosco. Nella salita a Tayax camp prima costeggiamo e poi attraversiamo il torrente, seguendo la traccia che si snoda tra gli abeti offrendoci ad ogni passo panorami nuovi.

I graffi incisi dalle unghie di un grizzly sul tronco di un abete ci calano di nuovo nella realtà, ricordandoci la sua misteriosa presenza. Spesso gli orsi nei loro tragitti preferiscono seguire i sentieri piuttosto che vagare in mezzo al bosco… è quindi facile osservare le loro tracce lungo il percorso.

Non sono segni di marcatura del territorio ma vengono utilizzati dagli orsi come ausilio per il riconoscimento di altri esemplari. I graffi vengono lasciati ad altezze superiori a un metro, obliquamente rispetto all’asse del tronco. Non sono visibili tutte e cinque le impronte delle unghie, ma solo tre o quattro.

Avanziamo in un’ampia radura dove l’erba è ormai gialla e secca, e finalmente arriviamo a Tayax camp, tappa per i trekking dei mesi estivi… le tende sopraelevate sono ancora montate. Accanto sorge una piccola capanna che ha ospitato cacciatori di big horn, le capre selvatiche tipiche di queste montagne. Sostiamo in mezzo a un prato vicino al campo e ci godiamo il pranzo al sacco non prima di aver lasciato liberi i cavalli al pascolo.

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Approfittiamo quindi di una radura aperta priva di alberi per una breve galoppata, godendo appieno l’ebbrezza della velocità per poi riprendere l’andatura normale, al passo, in silenzio, come sempre… Il percorso di ritorno è il medesimo dell’andata, ma la luce ha toni più caldi, il sole si appresta a tramontare e i colori assumono sfumature più pacate; di tanto in tanto il terreno è costellato di piccoli stagni che riflettono immobili le montagne circostanti.

Siamo molto stanche, le ore a cavallo sono state numerose, ma con la stanchezza c’è anche tanta soddisfazione e gioia… pian piano ci avviciniamo alla baita e i cavalli accelerano improvvisamente l’andatura, intuendo l’approssimarsi della sosta. Non occorre più che Cauleen mi ricordi di scaricare gli avanzi di cibo dalle sacche laterali della sella; è diventato un gesto istintivo che mi fa intuire di essere entrata a pieno titolo nello spirito della spedizione: i miei compiti si svolgono ormai con naturalezza assoluta. Tolgo la sella dal cavallo, trasporto nella baita alcuni ceppi di legna, aiuto a preparare la cena. Due righe sul mio taccuino in pelle per non dimenticare neanche un particolare della giornata e subito mi addormento con gli ultimi scoppiettii della legna che arde, mentre lo sconfinato cielo stellato dell’ovest canadese fa da cornice alla notte e al riposo.

Da Spruce Lake al Rundy Pass

Un saluto a Spruce Lake dal piccolo molo davanti alla capanna diventa una sorta di rituale quotidiano: un profondo respiro, stregata dal fascino del lago al mattino, sfiorato dai raggi del sole che ancora non hanno raggiunto il campo e poi via di nuovo in sella.

Improvvisamente la quiete del bosco è interrotta dal curioso ticchettio del wood-pecker, il picchio che battendo ritmicamente il becco sul tronco dell’albero dà luogo a un bizzarro martellio che riecheggia tra i pini.

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Salendo di quota lo scenario appare sempre più ovattato dalla neve in una strana atmosfera in cui ogni piccolo ramoscello sembra essere pietrificato. Ci avviciniamo alla cima della montagna, rapite da un ambiente saturo di gelo e magia. Le tracce del passaggio di un grizzly, visibili nella neve, ci svelano i suoi movimenti in direzione del bosco. Probabilmente la prima caduta della neve lo ha spinto a cercare luoghi riparati, ma pur con qualche timore non perdo la speranza di incontrarlo. Un’aquila, vigile custode di queste montagne, sembra sorvegliarci dall’alto volteggiando con eleganza.

Intanto il cielo si è fatto denso di nubi sempre più scure che fanno presagire l’avvicinarsi della bufera.

Una breve sosta per colazione e ci avviamo sulla via del ritorno. Nonostante l’attività fisica moderatamente impegnativa, l’appetito rimane una costante… Confrontandomi con l’orso che incamera 7-10.000 calorie al giorno con un apporto minimo di 4-5000 calorie nelle due settimane successive all’ibernazione, non posso che sentirmi a mio agio, accettando pezzi di pancetta affumicata che Cauleen mi propina di continuo per combattere l’intensità del freddo.

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La tempesta è sempre più vicina e poco prima di rientrare nel bosco inizia a nevicare… il verde degli alberi lascia spazio a un candido mantello bianco, che fa scomparire gli aghi dei pini e degli abeti. L’ambiente assume una veste natalizia e il lento cadere di innumerevoli fiocchi di neve sempre più fitti attutisce ogni benché minimo rumore. La bufera sopraggiunge con violenza, ma gli alberi della foresta ci proteggono e in poco tempo i cavalli tracciano una nuova pista sul sentiero ormai completamente imbiancato. E’ la prima forte nevicata della stagione, un annuncio dell’inverno imminente e ci sentiamo fortunate di partecipare al solenne esordio del misterioso mondo invernale. Lungo l’intero percorso è necessario cavalcare tenendo i piedi all’esterno delle staffe data l’abbondante quantità di neve che va accumulandosi sul sentiero e il rischio di scivolare e cadere. Costeggiando la riva sinistra del lago ci imbattiamo in una piccola baita di legno che arricchisce la bellezza del paesaggio… ogni tanto occorre scuotere dalla mantella il pesante strato di neve che si carica man mano. Mentre osservo le tracce lasciate da pochi animali non ancora in letargo, mi chiedo dove si sia nascosto l’orso di cui avevo scoperto la pista il giorno precedente, forse si è allontanato verso il basso alla ricerca di una comoda tana invernale per il letargo.

Sotto la fitta nevicata raggiungiamo finalmente, stanche e infreddolite, la baita per asciugare i nostri abiti e riscaldarci al tepore della stufa.

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La stufa è ora il nostro punto di riferimento e le vecchie pentole appese si alternano con le nostre giacche fradice. Il freddo acuto ci costringe a consumare una gran quantità di legna per cui più volte devo attingere dalla legnaia ceppi di legno da tagliare con l’accetta, orgogliosa comunque del mio improvvisato ruolo di boscaiola.

Il giorno successivo, calata la tormenta, occorre condurre i cavalli nel tardo pomeriggio in un alto pascolo perché possano foraggiarsi con un’erba di qualità migliore sia pur frugando col muso nella neve. Nei giorni precedenti questo era compito esclusivo di Cauleen che faceva il percorso cavalcando a pelo, senza sella per poi lasciare i cavalli nel pascolo e tornare a piedi col buio attraverso la foresta. Non ho mai osato chiedere a Cauleen di condividere quel momento che lei riteneva il migliore della giornata. Se me lo avesse proposto, avrei acconsentito, altrimenti avrei capito che sarebbe stato giusto così… Fortunatamente Cauleen quel pomeriggio mi invita a cavalcare a pelo assieme a lei. Le sono grata della prova di fiducia ed emozionata di sperimentare questa cavalcata veloce, non esito un attimo ad accettare.

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Tolte le selle, le redini, le staffe… due regole al volo per evitare di cadere e tenere la posizione corretta… ecco che sono in sella e via di volata verso l’alto pascolo. E’ una sensazione primordiale quella di cavalcare a pelo perché consente di percepire ogni movimento del cavallo, in perfetta aderenza col corpo dell’animale, e di nuovo sotto la bufera di neve… una specie di ritorno alle origini, un viaggio a ritroso nel tempo, l’antica e più autentica usanza di andare a cavallo come una volta gli indiani, un crescendo di sensazioni forti mentre sfioro in velocità i tronchi degli abeti… ora capisco perché Cauleen considerava quello il momento più bello e più vero della giornata! Arrivati al pascolo, lasciamo liberi i cavalli nei prati, mentre la neve continua a coprire il loro manto; solo il suono della campana al collo ci permetterà di ritrovarli più facilmente il mattino seguente, anche se difficilmente capita che si allontanino dal luogo in cui vengono lasciati.

Rimaniamo a osservarli per qualche tempo mentre tranquillamento brucano tra la neve per cercare l’erba più gustosa: il tempo sembra essersi fermato, quasi a blindare per sempre un momento particolare.

Ci mettiamo in cammino per tornare alla baita sprofondando nella neve, in silenzio, felici… mi sono abituata all’idea di incontrare l’orso e devo riconoscere che gran parte della paura è svanita, non solo, ma sempre più acuto è diventato il desiderio dell’incontro con questo animale venerato dagli indiani del luogo… La neve sembra portarci in un’altra dimensione, il lago con la baita di legno assume un aspetto sempre più affascinante… mi sento a casa, da giorni ho una sensazione di totale benessere; la realtà di questa esperienza, fatta di aspetti estremamente semplici, mi dà una grande serenità.

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Rientrata alla baita mi accingo a preparare lo zaino da caricare sui cavalli per il ritorno al ranch. Lascio la firma e un pensiero scritto sul libro di casa, proprio come si usa fare nei rifugi alpini, quasi per immortalare la presenza sul posto. Aiuto negli ultimi preparativi e a inchiodare l’asse di legno sulla porta per impedire all’orso di entrare a caccia di cibo. Selliamo i cavalli e nel pomeriggio iniziamo la via del ritorno: la temperatura si è alzata e la neve lascia il posto a una fitta pioggia che abbevera il bosco. La strada in discesa è lunga, ma il ticchettio della pioggia ci tiene compagnia. E’ tardi e pian piano cala il buio sulla foresta: mi ritrovo così a cavalcare tra scure sagome di abeti proprio quando pensavo di aver vissuto già tante emozioni. Fortunatamente il cavallo che mi precede ha il manto bianco, così riesco a intravvederlo nell’oscurità, prestando attenzione a non graffiarmi con i rami che mi sfiorano il viso. Il silenzio tra noi è ancora più profondo. Un attimo di paura nel percorrere un tratto ripido e scosceso lungo il torrente: Cauleen mi avvisa di lasciare una distanza di circa quindici metri dal suo cavallo per evitare che il passaggio di due animali troppo vicini provochi una frana del terreno, ma senza paura superiamo sani e salvi il tratto pericoloso.

Ormai è buio fitto e per fortuna la vista dei cavalli è migliore della nostra. Per qualche istante provo a chiudere gli occhi per sentirmi avvolta dalla magia di quel luogo, priva del corpo, liberi i pensieri, uno spirito della foresta. Il profumo nell’aria di legna bruciata ci annuncia la vicinanza delle case, finché iniziamo a scorgere le prime luci, come per incanto in mezzo agli abeti; sono le finestre illuminate del ranch. I proprietari ci vengono incontro, in ansia per il buio e la pioggia che abbiamo affrontato e soprattutto preoccupati nei miei confronti, ma li tranquillizzo subito con una gran risata, cui si uniscono le mie compagne, come me ubriache di stanchezza.

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L’indomani dopo colazione mi aspetta un’ultima galoppata nel bosco e mi preparo a tornare a Vancouver. Cauleen mi aspetta vicino al pulmino per regalarmi una banda intrecciata con crini di cavallo, da avvolgere sul cappello. Salgo sul pulmino e ripercorro la strada sterrata che mi aveva portato al ranch… mi guardo ancora intorno… Mai distrarsi nei territori dell’orso… pochi chilometri di strada che si snoda parallela a un torrente impetuoso, ed improvvisamente eccolo!!! Proprio lungo la riva! Cercato per giorni nelle sperdute foreste della British Columbia, arrivo a incontrarlo a due passi dal ranch, vicino alla strada sterrata… Non mi sembra vero… Stava attraversando il torrente per eclissarsi di nuovo nel bosco, avanzando con quella tipica andatura goffa e dondolante che lo caratterizza, è il cosiddetto ambio, come si definisce il suo incedere dovuto al movimento contemporaneo della parte anteriore e posteriore destra del corpo seguito dalla parte sinistra.

Forse si tratta di un esemplare maschio che ancora non ha trovato il luogo più adatto per il letargo invernale. Probabilmente la nevicata dei giorni precedenti lo ha spinto a un’altitudine inferiore… oppure è lo stesso esemplare di cui avevamo osservato le impronte sulla riva dello Spruce Lake.

Forse è semplicemente venuto per un saluto dopo averci spiato a lungo… chi può saperlo… so solo che il richiamo dell’orso dopo l’esplorazione delle foreste del Canada ha continuato ad appassionarmi, spingendomi a scoprire altre, uniche destinazioni, alla ricerca di nuovi incontri con orsi e grizzly in luoghi solitari e, tanto per proseguire, una prossima volta nelle terre dell’Alaska.

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La convivenza con l’orso – 2

La convivenza con l’orso – 2 (2-2)
(continua da La convivenza con l’orso -1)

E’ quasi obbligatoria a questo punto una dichiarazione di Ugo Rossi, presidente della Provincia. L’11 giugno 2015 il Consiglio provinciale è incandescente. L’argomento è l’orso. Dopo l’aggressione a Cadine, diversi consiglieri tornano a contestare il Progetto Life Ursus.
Ecco l’intervento di Rossi:

Ugo Rossi
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«Siamo di fronte ad un episodio molto grave rispetto al quale non è opportuno fare strumentalizzazioni. Per prima cosa ho voluto informare sull’accaduto in base ai rilievi e alle verifiche fatte dalle autorità competenti. Sulla base di queste informazioni il dibattito si è sviluppato e io lo ho ascoltato. Le decisioni che adotteremo saranno basate sullo stesso principio adottato lo scorso anno in agosto quando si verificò l’altra aggressione: di fronte ad un fenomeno che è dentro le logiche naturali si valuta la gravità e prima viene la vita e la sicurezza delle persone e poi viene la conservazione della natura.

Lo scorso anno, dentro le regole di cui disponiamo, abbiamo applicato lo stesso principio. L’anno scorso io mi sono assunto la responsabilità di prendere provvedimenti che hanno portato poi a reazioni sulle quali non ho sentito molta solidarietà, nemmeno quando la Forestale dello Stato ha minacciato interventi. Quello che noi possiamo fare in relazione alle regole è scritto e ve lo leggo. Nel momento in cui un orso attacca senza essere provocato si possono adottare tre provvedimenti: cattura con rilascio e radiocollaraggio, cattura con captivazione, abbattimento. L’ordinanza dello scorso anno diceva esattamente questo. Io mi sono preso questa responsabilità assieme alla mia giunta l’anno scorso e siamo pronti ad assumerla anche quest’anno. Per assumersi questa responsabilità è necessario però identificare e riconoscere l’esemplare responsabile dell’aggressione. Questo è quello che faremo.

La videoconferenza con Ministero e ISPRA che è in corso in questo momento serve proprio per condividere questa procedura a livello centrale. Però siamo pronti a prenderci responsabilità in via autonoma ma vogliamo evitare che qualche organo centrale, sulla base di informazioni scorrette, possa fare rilievi, come lo scorso anno. Anche questa volta la cattura di un orso ha dei rischi come per l’evento infausto dell’anno scorso. L’altra volta abbiamo assistito ad un mettere in croce persone e istituzioni rispetto a quella decisione. Noi quei rischi ce li prenderemo anche quest’anno. Abbiamo le regole e le abbiamo sempre utilizzate e le utilizzeremo fino in fondo.

Quanto al cambiarle, già lo scorso anno la Provincia di Trento ha formalizzato ciò che ho sentito dire in quest’aula, e che condivido, sulla necessità di modificare alcune regole del progetto Life Ursus. Il progetto del 1993 non prevedeva un numero massimo, noi stiamo chiedendo di definire modalità che vadano oltre a quelle che abbiamo per cercare di modificare ciò che è possibile, compreso la riduzione del numero degli orsi. Le decisioni le abbiamo prese e difese, talvolta un po’ troppo soli».

Qualche giorno dopo si stabilisce, dalle indagini e dai rilievi, che la responsabile dell’aggressione è stata l’orsa di dodici anni KJ2, nata da Kirka e Joze. 

Nel diluvio di dichiarazioni e commenti, non è mancato il fiorire di consigli in caso d’incontro avventuroso con l’orso, in alcuni casi contraddittori.

La Provincia Autonoma di Trento (PAT) con un comunicato sostiene che “in caso di incontro ravvicinato, non bisogna correre o muoversi con concitazione, anzi allontanarsi lentamente”. Sul sito del Parco dello Stelvio è scritto: «Sdraiati a terra e fingiti morto: rimani sdraiato sulla pancia in posizione fetale, con le mani strette attorno alla testa. Uno zaino può proteggere la schiena. Cerca di rimanere più calmo e silenzioso possibile». Anche la Provincia di Bolzano è su questa linea: «Se dovesse verificarsi un attacco di una persona, mettere davanti a se un oggetto, ad esempio il cestino dei funghi o lo zaino. Se questo non dovesse essere d’aiuto, sdraiarsi a terra in posizione fetale proteggendo la testa con le braccia».

Sembrerebbe dunque che bisogna fare rumore prima, per avvisare della propria presenza, ma una volta che ci si trova faccia a faccia con l’orso niente gesti bruschi, niente urla e anzi immobilizzarsi.

Tuttavia altri non sono d’accordo. La Guardia Forestale Nazionale nel proprio vademecum non si sbilancia: «Se si incontra un orso lungo un sentiero, conviene alzare le braccia, fare rumore in modo da allontanare l’animale. Ma se l’incontro è ravvicinato non fare rumore e non alzare le braccia». Insomma, dipende dalla distanza, anche se non viene specificata. Addirittura per il National Geographic «non è una buona idea fingersi morto, si potrebbe attirare la curiosità dell’animale». Il National Geographic, a corredo di un articolo con l’opinione di alcuni esperti del settore, mostra questo video:

La discussione in merito è molto accesa e interessante anche sul gruppo Facebook «Convivere con l’orso sulle Alpi». Qui si ribadisce che gridare e alzare le braccia è sbagliato:
Da quanto abbiamo in mano, a differenza di quello che i media stanno pericolosamente diffondendo (e cioè – ancora una volta! – che di fronte ad un’aggressione da orso ci si salva solo lottando con tutte le forze, e grazie alla prestanza fisica), la reazione della vittima – e del cane, legato a lui – all’apparire dell’orso (“ho fatto come dicono, ho alzato le braccia e ho gridato”) potrebbe, invece, addirittura aver peggiorato la situazione. Una reazione “fight or flight” (lottare o fuggire) in circostanze simili resta comunque del tutto comprensibile e non condannabile: fa parte del nostro istinto reagire così in circostanze pericolose. E’ radicata nel nostro DNA, e nei casi estremi della vita ha da sempre aiutato la nostra, e altre specie, a sopravvivere.
Ma con l’orso non funziona, quando attacca per neutralizzare una presunta minaccia. Corpose moli di dati da tutto il mondo dicono questo.
Mantenere la calma stando fermi e senza gridare può dare risultati sorprendentemente positivi, anche di fronte a un orso apparentemente deciso a farci del male. E in caso di contatto fisico, restare a terra a pancia in giù, senza difendersi attivamente – facendo però tutto il possibile per coprirsi viso, nuca e testa con gli arti superiori! – sono atteggiamenti in qualche modo “contronatura”. Che si riescono a fare solo con un grande autocontrollo, e soprattutto con una preparazione mentale adeguata (vale a dire, provare a immaginare una scena simile, allenare la mente a simili eventi e a come comportarsi di conseguenza); ma hanno aiutato tanta gente, anche in zone del mondo dove gli orsi sono decisamente più aggressivi dei nostri. Difficile da fare, di sicuro: ma grazie a questo ci si può salvare la pelle, o da ferite peggiori, o – come più spesso accade – addirittura uscire indenni e senza nemmeno un graffio dalla contesa… Rimane una considerazione da fare: in Trentino c’è ancora molto da fare nel campo dell’informazione su questi aspetti della convivenza con l’orso. Gli orsi sono cresciuti di numero in fretta ma, a nostro avviso, negli anni non c’è stato un adeguato impegno istituzionale nella preparazione dei residenti alla prevenzione e gestione degli incontri ravvicinati.
Infine: in seguito al grave ferimento, il governatore della Provincia ha firmato l’ordinanza per la rimozione dell’esemplare, una volta conosciuta la sua identità.
Siamo fermamente convinti che la convivenza con l’orso bruno passi anche attraverso queste decisioni; che sicuramente solleveranno ulteriori polemiche, ma sono in linea con i protocolli in vigore e con ogni norma di buon senso.
A maggior ragione in una zona antropizzata come quella alpina, per gli orsi più aggressivi non ci può essere futuro: pena l’incolumità di orsi che passano la vita senza disturbare nessuno, e soprattutto l’incolumità delle persone.
E, per quanto “antropocentrico” possa suonare a qualcuno, la vita e l’incolumità di una persona, per noi, è giusto che valga più della vita di un orso
”.

Un divertente video di Lucio Gardin (www.luciogardin.it) su come comportarsi in un incontro con l’orso

Il progetto Life Ursus
(tratto da http://www.pnab.it/natura-e-territorio/orso/life-ursus.html)

Per cercare di risollevare le sorti dell’ultimo nucleo di orso bruno delle Alpi italiane, nel 1996 ha preso avvio mediante finanziamenti LIFE dell’Unione Europea il Progetto Ursus tutela della popolazione di orso bruno del Brenta, più noto come Life Ursus.

L’intervento di salvaguardia nei confronti del plantigrado – promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta e condotto in stretta collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (oggi ISPRA) – si è basato su una attenta fase preparatoria.

In base ad un apposito Studio di fattibilità, la reintroduzione è stata individuata come l’unico metodo in grado di riportare gli orsi sul Brenta: 9 individui (3 maschi e 6 femmine di età compresa tra 3 e 6 anni) sono stati indicati come il contingente minimo per la ricostituzione, nel medio-lungo periodo (20-40 anni), di una popolazione vitale di orsi sulle Alpi Centrali, formata da almeno 40-50 individui. Lo Studio di fattibilità ha inoltre stimato – mediante un’approfondita modellizzazione del territorio comprendente il Trentino occidentale e parte delle province di Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona – in più di 1700 kmq le aree idonee alla presenza del plantigrado: superficie giudicata sufficientemente ampia per ospitare la popolazione minima vitale.

Proprio in base all’estensione territoriale dell’area interessata dal progetto ed alla sua complessità, numerosi sono stati i partner che hanno collaborato all’iniziativa. Sono infatti stati formalizzati accordi operativi, oltre che con le quattro province confinanti a quella di Trento, anche con l’Associazione Cacciatori Trentini, che collabora tuttora anche al monitoraggio degli orsi immessi, con il WWF – Trento e con numerosi altri enti, organizzazioni ed associazioni di categoria.

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Dato l’elevato impatto emotivo della specie, la fase preparatoria del progetto ha previsto altresì la realizzazione di un sondaggio di opinione (affidato all’Istituto DOXA di Milano): più di 1500 abitanti dell’area di studio sono stati intervistati telefonicamente per verificare l’attitudine, la percezione nei confronti della specie e la possibile reazione di fronte ai problemi derivanti dalla sua presenza. I risultati sono stati sorprendenti: più del 70% dei residenti interpellati si sono dichiarati a favore del rilascio di orsi nell’area e la percentuale ha raggiunto addirittura l’80% di fronte all’assicurazione che sarebbero state adottate misure di prevenzione dei danni e gestione delle situazioni di emergenza. Questi ultimi provvedimenti sono stati adeguatamente e dettagliatamente pianificati dal Parco nell’ambito delle linee guida che, oltre a definire l’organizzazione generale del progetto, hanno permesso di individuare gli enti e le figure coinvolte a vario titolo, identificando compiti e responsabilità nell’ambito di tutte le attività previste per favorire una positiva realizzazione della reintroduzione.

La fase operativa del progetto ha preso avvio nel 1999, con la liberazione dei primi due esemplari: Masun e Kirka, catturati nelle riserve di caccia della Slovenia meridionale. Tra il 2000 e il 2002 sono stati liberati altri 8 individui, per un totale di 10 complessivi (l’ultima femmina, Maja, è stata liberata per sostituire Irma, morta nel 2001 a causa di una slavina).

Tutti gli orsi rilasciati sono dotati di un radiocollare e di due marche auricolari trasmittenti. Questi dispositivi hanno consentito di monitorare gli spostamenti degli animali per il periodo successivo al rilascio, confermando le previsioni dello Studio di fattibilità e l’ottimo adattamento degli individui reintrodotti al nuovo territorio di vita.

Il progetto, seppure di tipo sperimentale, ha assunto di lì a poco – a seguito della spontanea ricomparsa dell’orso in territorio italiano – una valenza ben più ampia della semplice tutela della popolazione trentina: contribuire al rinsaldamento tra le popolazioni ursine presenti e in espansione sull’Arco Alpino centro-orientale. Il progetto Life Ursus, conclusosi nel dicembre 2004 dopo una seconda fase di finanziamenti europei, ha dato i suoi frutti: grazie ad un rapido accrescimento, il nucleo di orsi che ha l’Adamello Brenta come sua core area è oggi stimato in circa 50 esemplari. Oltre che dall’incremento numerico, il successo dell’operazione di reintroduzione è confermato anche dall’espansione territoriale: la presenza della specie non è infatti più limitata al Trentino occidentale ma comprende aree distanti dal Parco. L’esplorazione del territorio lascia ben sperare per un eventuale futuro ricongiungimento di tutte le popolazioni alpine, anche se il pericolo di estinzione non può ancora dirsi scongiurato.

Per chi desiderasse ulteriori dettagli è qui a disposizione e integrale il Documento del Parco n. 18 – L’impegno del Parco per l’Orso: il progetto Life Ursus.

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Nelle settimane seguenti ai due incidenti, continuano gli interventi scritti su giornali e social. Particolarmente interessante è quello di Giuliano Castellan su L’Adige, 8 agosto 2015:
I trentini hanno iniziato a cambiare il proprio approccio al bosco. Non ci si va più, semplicemente. Non ci si va più con il cuore aperto di chi si sente accolto da un abbraccio balsamico, protettivo e silente. Tutto ciò è diventato sbagliato: almeno per certa comunità «scientifica» che ritiene che i trentini vadano rieducati alla loro secolare cultura del bosco, per il più buffo atteggiamento dell’assessore, che fa mettere cartelli e invita a far rumore nei boschi, restare sui sentieri, coprirsi di campanelli, come appestati d’antan.

Ma tranquillo assessore, ormai perfino gli scout trentini fanno i campi in Sudtirolo, figuriamoci il semplice camminatore. E molti altri ospiti del Trentino se ne andranno altrove. E chissà poi perché tutta questa agitazione da parte dell’assessore «competente» visto che pare non abbia uno iota di competenza, che spetta invece tutta al ministero.

Ministero lontano, forse sorpreso dal successo del progetto: pensa, perfino in Francia è fallito, che rispettosi ‘sti villici trentini, altro che i montagnards francesi. Ma di reagire con un piano alla situazione di oggettivo pericolo, nessuna fretta. Né a sommesso avviso di chi scrive, nessuna voglia. Gli orsi, secondo il ministero, sono pericolosi uno per uno, individualmente presi. Va data la prova circostanziata che quell’orso, che in quel luogo ha aggredito, senza provocazione (concetto che diverrà amplissimo: eri coperto di campanelli sul sentiero e facendo abbastanza rumore, magari idealmente a bordo di un quad?) era per di più «problematico». Noi che dall’orso ci aspettiamo solo che faccia l’orso, ossia oggettivamente pericoloso, siamo totalmente spiazzati. Ma come, non dovevano essere al massimo quaranta? Quanti sono? Non si sa. Non dovevano solo servire a rinsanguare il parco dell’Adamello Brenta? E invece pare normale che passeggino attorno a Zambana e Terlago.

L’orso problematico, per me, è quello lì, che se ne sta fuori dagli stretti limiti di un parco naturale, e che lì deve stare calibrando il numero di esemplari che quel ridotto territorio può sopportare. Il resto è violenza fatta a comunità di insediamento diffuso che subiscono danni. «Tanto li rimborsano» mi pare una risposta cinica, di chi disprezza il lavoro degli altri. Perché a chi lavora in montagna, o semplicemente ci vive, si deve rendere la vita ancor più dura? E perché andare a respirare un po’ d’aria fuori dal bailamme e della camera a gas della Val d’Adige è diventato angoscioso? Invece che rispondere seriamente alle ragioni che presidiano questa gratuita violenza dell’immettere animali pericolosi in boschi vicinali ormai a ridosso di zone densissimamente abitate, alcuni, anche sull’Adige, hanno evocato il concetto di «buffo».

Ossia, invece di spiegare, ricorrono come sofisti greci all’arte della persuasione di chi si sente superiore, portatore di una civiltà più evoluta, cittadina, meglio, transatlantica. Quella certa cultura cui non va mai niente bene dell’America, quando si tratta dell’orso e della sua gestione nel parco dello Yellowstone diventa acritica e entusiasta. Senza un grammo di discernimento sulle altrove ben rimarcate differenze culturali (e dico io, semplicemente di densità abitativa). Non lasciamoci turlupinare. L’orso in Trentino non potrà mai essere trattato come l’orso in Canada o in America, ma neppure come l’orso marsicano. A meno di non ridefinire tutta la cultura materiale e antropologica del Trentino.

Il risultato sarebbe tracciare anche qui quella terribile cesura tra natura e aree abitate che ho potuto percepire percorrendo l’appennino, in particolare tra alto Lazio e Abruzzo. Lì ho intuito cosa i romani intendessero per timore panico, ossia la paura degli spazi silvestri: sì, di un bosco! In Trentino, un mondo di malghe, masi, una fitta rete di sentieri e alpeggi, agritur e rifugi, su fino alla croce di vetta non può essere distrutto da un’ideologia pro orso invasiva e irrispettosa. Serve subito una norma di attuazione che ci restituisca la saggia amministrazione del nostro Trentino”.

Castellan cita il paragone tra le due convivenze, quella con l’orso alpino e quella con l’orso appenninico (marsicano). Ed è così che ci siamo incuriositi, e siamo andati a informarci su quanto succede in Abruzzo.

Chi volesse avere maggiori ragguagli sulle differenze tra orso alpino e orso appenninico può consultare http://www. parchionline. it/orso-bruno-in-italia. htm: non si direbbe però che le differenze fisiche vadano molto oltre le dimensioni che gli esemplari possono raggiungere.

Nel frattempo, in questo periodo di più o meno ingiustificati allarmismi e palesi strumentalizzazioni che vedono in Italia l’orso e la fauna selvatica maggiore al centro di nauseanti campagne mediatiche di demonizzazione, fa piacere riscontrare una intelligente iniziativa editoriale curata dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con la collaborazione dell’Associazione Teriologica Italiana (ATIt).

Si tratta di un opuscolo di 25 pagine (Edizioni Il Centro) che spiega, con l’aiuto di immagini e simpatiche illustrazioni, le principali caratteristiche, abitudini e problematiche legate alla presenza dell’orso bruno marsicano sul territorio montano abruzzese.

Un opuscolo per informare e promuovere il rispetto per questa specie, nell’ottica di una convivenza possibile quanto necessaria. Per fugare paure ingiustificate e isterismi collettivi in una terra che da sempre convive con i grandi predatori e può e deve considerarli parte del proprio patrimonio naturale e culturale.

Ne consigliamo la lettura, soprattutto perché aiuta a stabilire un differente approccio globale al problema, lontani dalle polemiche trentine.

Eccolo, in versione integrale:
E’ pericoloso l’orso bruno marsicano?

Anche dopo questa lettura permangono mille dubbi, tanto che più di prima ci sembra che siano in pochi ad affrontare il problema in un’ottica davvero globale. Tra questi è di certo Barbara Chiarenzi, le cui note conclusive, apparentemente pessimiste, dovrebbero spronarci a lavorare tutti in quella direzione.

L’intervento (18 marzo 2015) di Barbara Chiarenzi Daniza, a sipario chiuso, a commento dell’uccisione di Daniza, si concludeva con queste amare parole:
A fronte del fatto che esiste un habitat naturale in grado di sostenere una popolazione alpina di orso, non vedo infatti al momento un habitat sociale che sia disposto ad accettarne i rischi che vadano un po’ oltre la tolleranza nei confronti di qualche pecora mangiata e alcuni apiario rovesciati.
La nostra società, a tutti i livelli, è in questo momento disponibile a una fruizione solo mediata, magari solo informatica, certamente non diretta, di certi fenomeni naturali. Siamo interessati agli animali selvaggi, ma che essi se ne stiano buoni buoni in un habitat che non dev’essere il nostro. L’orso Yoghi ha permeato di sé un’intera generazione e ci piace vedere l’orso con questo filtro. In effetti non siamo disponibili al rischio di un incontro, a parte chi con telefonino schierato non sa neppure a che rischio si sta esponendo.
L’amministrazione non vede di buon occhio fenomeni che non siano riconducibili a una qualunque responsabilità: e in definitiva anche noi siamo stati trasformati.
Di questa immensa trasformazione culturale e sociale, sicuritaria, garantista all’eccesso per tutte le responsabilità e in fuga da ogni imprevisto, la conservazione dell’orso in Italia dovrà tener conto, se vorrà avere un futuro”
.

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La convivenza con l’orso – 1

La convivenza con l’orso – 1 (1-2)

L’aggressione dell’orsa Daniza che Daniele Maturi, 38 anni, ha subìto nel 2014 nei boschi di Pinzolo ha costituito per mesi un caso mediatico e ancora oggi, specie dopo l’uccisione dell’animale, è ancora ben lungi dall’essere stata dimenticata.

Prima pagina per l’incidente del 2014 (Daniza)
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Anche se la presenza degli orsi è accertata in altre zone, come l’Alto Adige, ma anche il Bresciano (Val Camònica, Valle Sabbia, Valle Trompia e Alto Garda) e il Veronese (Monte Baldo), la Provincia Autonoma di Trento aveva avviato nel 2013, in collaborazione con il MUSE Museo delle Scienze, un progetto di stima del numero di individui presenti, svolto attraverso fasi di raccolta di campioni organici (ciuffi di pelo, feci e tessuti), monitoraggio dei grattatoi (piante utilizzate per grattarsi sulle quali gli orsi marcano la loro presenza lasciando sulla corteccia il proprio odore e del pelo), e poi ancora controllo visivo e monitoraggio radiotelemetrico e satellitare.

Il rapporto più recente riferito alla situazione esistente alla fine del 2014 indica un numero minimo di animali pari a 41, dei quali 22 di sesso maschile, 17 femmine e 2 di sesso indeterminato. Di questi 20 sono adulti, 14 giovani e 7 cuccioli. Molto probabilmente i monitoraggi effettuati non hanno consentito di rilevare la totalità degli animali che compongono la popolazione attuale, stimati da un minimo di 41 fino a un massimo di 51 esemplari.

Dall’uccisione di Daniza in poi ci sono stati almeno altri due episodi cruenti, incontri che potevano potenzialmente essere assai più tragici di quanto sono stati: tali comunque da tener viva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, anche tramite acuti da isteria collettiva.

Protagonisti involontari Marco Zadra e Wladimir Molinari.

Il 29 maggio 2015 scorso Marco Zadra, 42 anni, di Villazzano, ha avuto un drammatico incontro ravvicinato con l’orso, sul sentiero che da Zambana Vecchia sale al Cason, verso Fai della Paganella.

«Tendenzialmente sono uno sportivo. Finito il mio lavoro spesso vado a correre nei boschi che attorniano Trento. Quest’anno era la prima volta che andavo in val Manara, sopra Zambana. Parto quindi con la macchina attorno alle 19.30, lascio l’utilitaria a Zambana Vecchia e inizio a camminare per un sentiero piuttosto ripido. Nel ridiscendere, superato il Cason, una struttura usata dai zambanoti per uso ricreativo, a solo un chilometro dall’abitato e a circa 500 metri di quota, me lo sono trovato di fronte. Erano circa le 20.15: io scendevo di corsa, lui ansimando stava salendo. Un attimo e ci siamo trovati uno di fronte all’altro.

La prima cosa è stata lo stupore, poi razionalizzando sono riuscito a diventare freddo come un ghiacciolo. Era una situazione di stallo. L’orso era piuttosto agitato, ma non è scappato; io ho iniziato ad indietreggiare piano piano, mentre l’animale, prendendo coraggio, è partito alla carica. Consideri che ha una testa grande quanto un televisore e due zampe enormi.

Ho iniziato a correre, scivolando e cadendo sulla ghiaia, con lui dietro. In quel momento mi sono visto morto, preso alle giugulari e sbranato. Nonostante il terrore, che lo ricordo come un sentimento lucidissimo, mi rialzo rivolto verso l’orso, ormai accanto a me: cerco di spaventarlo urlando, riparandomi il viso con le braccia. A questo punto, dopo avere ricevuto una zampata sull’avambraccio destro, mi sono letteralmente buttato a capofitto nella scarpata procurandomi una semilussazione alla spalla sinistra, ematomi ed escoriazioni ovunque. Credo di essermi salvato perché mi sono sempre divertito a percorrere i “giaroni” a balzi. Nel frattempo l’orso mi ha inseguito per altri duecento metri grugnendo e ansimando giù per la scarpata. Sentivo proprio il suo fiato sul collo. Per frenare la discesa mi afferravo a tutto ciò che poteva salvarmi, esattamente come Tarzan.

Il terrore non era finito perché temevo che mi prendesse di schiena, squarciandomela in due. Finito al limitare di una forra ho preso tutto il coraggio che avevo in corpo e ho dato contro all’orso, urlandogli tutta la mia contrarietà ad essere inseguito ed ho pensato ”mia figlia non può perdere suo padre in questo modo assurdo, no, no di sicuro”. L’orso mi ha osservato, quasi fossi un matto, poi ha deviato continuando a non perdermi di vista. Mi sono comunque buttato nella forra, rischiando di ammazzarmi.

Anche qui mi è andata di lusso. Intanto il sangue colava dalla ferita. Ho attraversato il torrentello superando la forra muschiosa e friabile, interponendo una valle fra me e l’orso, dirigendomi verso Zambana Vecchia. Avevo i polmoni in gola e l’adrenalina a litri. Arrivo alla confluenza della val Manara sopra la chiesa di Zambana Vecchia, con ancora la paura di rincontrarlo. Ho raccolto così due sassoni, facendo questo ultimo pezzo di bosco labirintico, guardingo ed utilizzando le ultime energie. Come sono arrivato sul prato della chiesa, ho realizzato che potevo considerarmi salvo e soprattutto miracolato».

Allorché il Zadra riceve la visita dell’assessore provinciale all’Agricoltura Michele Dallapiccola è sì favorevolmente colpito dal turbamento dimostratogli dal politico, ma nello stesso tempo teme di essere futuro bersaglio di aggressioni mediatiche tipo quelle capitate a Daniele Maturi (caso Daniza)che dopo aver combattuto corpo a corpo con un’orsa si è dovuto pure difendere da accuse infamanti da parte degli uomini… robe da pazzi!”.

ConvivenzaOrso-1-cuccioliorsoZadra non ha tutti i torti a temere lo scompiglio nella sua privacy. E’ pur vero che il comunicato della Provincia (nr. 1290 del 30/05) non cita il suo nome, ma alla fine il nome salterà fuori.

Il comunicato recita: “Un «falso attacco» di un orso, probabilmente spaventato e insicuro: è questa l’ipotesi che per il Servizio Foreste e fauna della Provincia spiega l’episodio accaduto ieri sera sopra Zambana Vecchia e che ha visto suo malgrado protagonista un uomo che, verso le ore 20, stava scendendo di corsa lungo il sentiero che percorre la val Manara, sopra il paese, e che si è imbattuto in un orso che stava risalendo lo stesso tracciato.

L’incontro è avvenuto quando i due si trovavano ormai a pochissimi metri di distanza, con forte sorpresa per entrambi. Dopo qualche secondo l’uomo ha cominciato a indietreggiare, dapprima lentamente poi di corsa vedendo l’orso che, altrettanto velocemente proseguiva nella sua direzione. A quel punto l’uomo è inciampato, cadendo per un attimo a terra, con l’orso sempre a ridosso e con atteggiamento aggressivo. La sua fuga è proseguita subito verso il ripido pendio sottostante, fuori sentiero, lungo il quale l’uomo ha corso nel folto della vegetazione, cadendo ancora alcune volte e procurandosi escoriazioni in diverse parti del corpo. L’orso, stando alla testimonianza dell’uomo, avrebbe continuato a seguirlo a distanza ravvicinata, fino a che, dopo una serie di urla dello spaventato escursionista, si è defilato nel bosco scomparendo alla vista. A quel punto l’uomo ha constatato di avere un taglio all’avambraccio destro, una ferita che l’uomo ritiene sia stata causata da una zampata dell’orso, inferta quando si trovava a terra in occasione della sua caduta sul sentiero.
Rientrato a Zambana Vecchia, l’uomo è stato accompagnato al pronto soccorso da alcuni parenti da lui chiamati sul posto. Lì la ferita all’avambraccio è stata curata con cinque punti di sutura e otto giorni di prognosi, con immediata dimissione. Come di prassi il diretto interessato è stato subito sentito dagli uomini del Servizio Foreste e Fauna, assieme anche all’assessore Michele Dallapiccola che ha voluto sincerarsi di persona delle condizioni dell’uomo e dello svolgimento dei fatti. Inoltre stato disposto un immediato sopralluogo nell’area da parte del personale forestale accompagnato dalle unità cinofile addestrate per la gestione dell’orso.
L’identità dell’animale protagonista dell’incontro ravvicinato potrà ora eventualmente essere accertata mediante campioni biologici rinvenuti in loco. Il Servizio Foreste e Fauna conferma per altro di non essere a conoscenza di atteggiamenti problematici riferibili ad alcuno degli esemplari di orso attualmente presenti in Trentino”
.

In questo comunicato si nota una ragguardevole intenzionalità nello sminuire il racconto di Zadra, che diventa quasi una difesa dell’orso quando cerca di far apparire le ferite dell’uomo più conseguenti alle sue cadute che a una reale aggressione fisica.

Tanto è bastato per scatenare internet e togliere pace a Zadra e famiglia.

«Sì, è stato anche quel comunicato stampa della Provincia non veritiero, pieno di omissioni, allusioni e imprecisioni, a scatenare la solita aggressività mediatica. E qui ci vorrebbe un trattato di antroposociologia per capire questi fenomeni di aggressione da parte dei social ad una preda prescelta. E se qualcuno mi potesse spiegare come sia possibile che ciò accada impunemente, gliene sarei grato» è il commento di Zadra.

Un divertente fotomontaggio con l’orso e il cartello di avvertimento
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È evidente che dopo quanto accaduto con Daniza qualsiasi episodio di aggressione ai danni dell’uomo crei una certa tensione ai piani alti della Provincia. Dal canto suo Dallapiccola insiste sul falso attacco, per lui questo è un caso “classico”: “I falsi attacchi sono un fatto ordinario, ce ne sono almeno due o tre all’anno”. E raccomanda: «Non andate nei boschi di sera in maniera silenziosa. Meglio andare con un campanellino o una radio e preferibilmente in compagnia in modo che l’orso ci senta e abbia il tempo di allontanarsi».

Filippo Degasperi, consigliere provinciale trentino del Movimento 5 Stelle, si preoccupa per le potenziali conseguenze di quanto accaduto a Zambana:
«Speriamo stavolta non si scatenino le stesse reazioni stizzite e isteriche avvenute per Daniza, e che si facciano approfondite verifiche perché non sarebbe accettabile agire ancora con la faciloneria ed il dilettantismo dimostrato nel caso precedente… se così fosse le conseguenze per l’immagine del Trentino sarebbero ancora una volta pesantissime, come dimostrano le ben 79 ore di servizi televisivi andati in onda contro la nostra Provincia a seguito dell’uccisione dell’orsa Daniza… Alla luce dei fatti viene da chiedersi se il progetto Life Ursus non sia basato completamente sul caso. Pare non si sappia quanti siano i plantigradi, dove siano, cosa facciano. Eppure dopo quello che è successo l’estate scorsa era stata messa in piedi una task force affinché situazioni simili a quella di Daniza non avessero più a ripetersi, ma se questi sono i risultati, evidentemente qualcosa ancora non funziona».

Maurizio Fugatti, segretario della Lega Nord Trentino Alto Adige-Sudtirolo, dichiara:
Se dovesse essere confermata l’aggressione dell’orso a un uomo nei boschi sopra Zambana sarebbe un episodio inquietante per cui saranno necessarie delle risposte, a cominciare dalla reale situazione del progetto Life Ursus in Trentino. Abbiamo infatti l’impressione che questo programma sia sfuggito di mano alla provincia di Trento e che il numero di orsi presenti sul territorio sia ben maggiore dei dati ufficiali. Sicuramente, se l’episodio verrà confermato, la notizia che un uomo è stato aggredito da un orso non avrà un impatto positivo sulla immagine turistica del Trentino. Poi magari ci racconteranno, come già avvenuto l’estate scorsa dopo l’aggressione nei boschi della Val Rendena, che la colpa è degli escursionisti che si recano nei boschi. La Lega Nord fin dall’inizio diversi anni fa ha espresso la propria contrarietà al progetto Life Ursus, e a questo punto chiediamo al presidente Ugo Rossi di fare chiarezza sulla vicenda di oggi e di spiegare se ritiene opportuno che il progetto debba andare avanti in Trentino”.

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Anche il comunicato della LAC (Lega abolizione caccia) Trentino Alto Adige/Sudtirol getta benzina sul fuoco: «Esprimiamo massima solidarietà alla persona ferita, vittima della carenza di informazioni: non era formato/informato su come è corretto muoversi in aree frequentate da orsi e non sapeva come regolarsi in caso di incontro, infatti ha, purtroppo, commesso molti errori… Fin dal primo anno abbiamo invitato l’amministrazione provinciale di Trento a rivendicare l’orgoglio del buon lavoro svolto e a intensificare l’opera di formazione/informazione rivolta a popolazione residente e turisti. Questa attività di divulgazione scientifica sarebbe dovuta partire già da molti anni; oggi avremmo una generazione di giovani, e di conseguenza le loro famiglie, già formate e sensibilizzate alla tutela attiva di ambiente e animali. Così non è stato, ed è urgente recuperare il tempo perduto… Da cinque anni raccontiamo come per evitare scontri basta provocare del rumore procedendo nei boschi frequentati da orsi. In Canada o Alaska, dove si possono incontrare orsi di ben altra stazza dei nostri, vengono venduti dei sonagli, detti ‘Bear Bell’, da assicurare agli zaini o al polso. Un mazzo di chiavi, un ciondolo, qualcosa che produce rumore camminando e così l’orso sente il rumore e sta alla larga… Fischiare, gridare, parlare o cantare mentre si cammina sono modi per allertarli della propria presenza anche in quelle zone dove non c’è visibilità o dove il rumore dell’acqua corrente potrebbe coprire quello dei passi. L’orso cambierà strada pur di evitare gli umani. Gli orsi sono molto meno interessati a noi di quanto noi a loro. I cani vanno lasciati a casa o tenuti al guinzaglio, i cibi rinchiusi in contenitori ermetici. Esistono regole semplici da osservare“.

Anche l’ENPA (Ente Nazionale per la Protezione Animali) dice la sua e rincara la dose:
«Allo stato attuale, come emerge anche dalla ricostruzione fatta dalla Provincia di Trento, non c’è alcun elemento che colleghi il ferimento di un escursionista, avvenuto in Trentino, all’aggressione di un orso. Nessun elemento tranne le dichiarazioni rese alla stampa dall’uomo stesso, unico e solo testimone del fatto, visto che il plantigrado in questione, ammesso sia mai stato sul posto, non è in grado di replicare alle accuse… La ricostruzione dell’episodio fatta dall’escursionista risulta essere nebulosa e contraddittoria, ma, soprattutto, le ferite che sarebbero state causate al plantigrado risultano ben poco compatibili con quelle dell’artiglio di un orso, produttivo conseguenze ben più gravi di cinque punti di sutura. Sembra quasi che l’allarme orso sia diventato un nuovo tipo di “tormentone estivo”».

«Nessuno, con l’obiettivo di ottenere facili consensi, strumentalizzi questa nuova situazione per fomentare falsi allarmi e per fare del terrorismo psicologico contro i cittadini e contro gli animali – aggiunge la presidente nazionale dell’ENPA, Carla Rocchima, soprattutto, nessuno sia tentato di seguire l’esperienza del passato: milioni di cittadini italiani non sono in alcun modo disposti a tollerare un nuovo caso Daniza. Noi faremo di tutto perché ciò non accada».

Sui giornali e soprattutto sui social la battaglia infuria. E, ad attizzare ulteriormente il rogo, ecco il secondo incidente.

Il 9 giugno 2015 Wladimir Molinari, 45 anni, è aggredito da un orso a Cadine. Ecco la sua testimonianza: «Essere qui a raccontare quello che mi è successo è un vero e proprio miracolo. Come ha fatto male a me può fare male a chiunque altro. Non esiste essere sbranati da un orso, la gente ha diritto ad andare tranquilla nel bosco». Wladimir Molinari è nel suo letto d’ospedale al Santa Chiara, dopo aver subito una lunga e delicata operazione.

Testa, braccia, costole sono completamente fasciate. Però non perde la lucidità e racconta: «Quell’orso voleva uccidermi, voleva mangiarmi. Io ero nel bosco quando ho sentito dei rumori alle mie spalle: mi sono girato e a circa dieci metri ho visto l’animale. Ho alzato le braccia al cielo e urlato con tutto il fiato che avevo in gola, ma non è servito e l’orso mi ha attaccato». A quel punto Wladimir, dopo aver subito un primo morso e alcune zampate, si lancia letteralmente giù dal bosco. Il suo cane prova a difenderlo, ma ha la peggio. «Se sono vivo è un miracolo. Non dimenticherò mai quegli occhi neri, voleva mangiarmi».

(continua)

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Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…

Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…
di Chiara Baù
(da Il Giornale.it del 13 settembre 2014)

Tra le tante lettere pubblicate nelle varie redazioni sul caso della morte dell’orsa, siamo arrivati tardivamente a conoscenza di questa di Chiara Baù, milanese, appassionata di natura, che si è laureata con una tesi sulla conservazione dell’orso. Il racconto del suo incontro con Daniza è toccante e ci è piaciuto perché si stacca dal coro delle polemiche e tenta di offrire un contributo che è sempre prezioso, quello di chi, prima di giudicare, tenta di conoscere.

Questo il messaggio accompagnatorio di Chiara: “Questo articolo è stato poi pubblicato anche su Focus, la Repubblica, il Trentino e Vanity fair… Avevo scritto di getto non appena avevo saputo dell’uccisione di Daniza e quasi per gioco l’ho mandato a un po’ di giornali. Con mia grande sorpresa il giorno dopo era in prima pagina su il Giornale… ho lavorato molto nei rifugi, sono stata in Alaska, ho girato un po’ per il mondo è in quell’articolo c’è un po’ tutta me stessa… troverai molte critiche a questo mondo nel quale mi trovo sempre più ribelle ed estranea ma anche ammiratrice delle cose belle… questo è il primo anno che non lavorerò più nei rifugi, dove ormai la gente è più innamorata del segnale wi-fi che delle montagne…”.

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Ho incontrato Daniza: cosa vi siete persi…
di Chiara Baù

Ho incontrato Daniza in una piccola radura dieci anni fa durante la tesi, nel secondo anno del progetto Life Ursus. Il compito quotidiano era quello di rilevare nelle ore più improbabili per noi uomini, ma più probabili per gli orsi, la posizione di ogni esemplare. Erano circa le 5.30 del mattino, la luce tenue dell’alba si confondeva in quella radura nascosta ai confini del bosco. Il segnale era molto forte ma riuscire a vedere un orso era quasi impossibile. Dopo un anno di continui rilevamenti neanche l’ombra: l’orso per sua natura non ama farsi vedere.

Il mio sogno di bambina era quello di poterlo vedere anche solo una volta: non so come mai l’orso susciti un tale fascino in me, nelle tribù indiane che lo venerano da sempre o in chissà quale altra popolazione. Era già un anno che seguivo quel «bip bip»…

Quella mattina era speciale, ero in compagnia di una delle guardie forestali più esperte e appassionate di orsi. Nel silenzio di quelle ore mattutine ricordo che il segnale così forte quasi disturbava la pace del bosco, fino a quando a un certo punto «lei» è spuntata dagli alberi nella piccola radura, ricordo come fosse ieri. Si trovava a circa cinque metri da noi, ci ha guardato roteando il muso, incuriosita con l’aria di chiedersi: «Ma a quest’ora del mattino non avete nient’altro da fare che seguire me?». Ero impietrita, emozionata come non mai, insomma avevo davanti a me l’orsa Daniza, avevo davanti a me l’Orsa. L’avvistamento è durato pochi secondi scanditi dal battito del mio cuore, poi con il suo tipico andamento dondolante, Daniza è tranquillamente rientrata nel bosco. La felicità che mi ha preso è stata indescrivibile.

Chiara Baù
Presolana, Oskar Brambilla e Chiara Bau all'attacco della via dei Refrattari

Auguro a tutti di provare quella grande emozione, quell’incrocio di sguardi. È vero, è solo un animale, ma è l’Orso. Ricordo di aver immediatamente chiamato mia mamma a Milano senza rendermi conto che fossero solo le sei del mattino, provai a spiegarle ma non è facile descrivere la grande emozione che può portare l’incontro con un orso allo stato selvaggio.

Finita la tesi sentivo che aleggiava già una certa diffidenza e ignoranza nei confronti dell’orso in Trentino. Presa dalla voglia di riprovare quell’emozione così grande sono stata ben due volte in Alaska, in quelle terre dove è l’orso a farla da padrone, dove c’è rispetto per questo meraviglioso plantigrado, dove ci sono delle leggi che lo tutelano seriamente. Ho avuto l’enorme fortuna di vedere dei grizzly prima con una guardia forestale dell’Alaska e poi in kayak. Completamente da sola sono partita e ho avuto numerosi incontri.

Una volta ho letto una frase di Marie Curie che diceva «The power is the knowledge»: quanto è vero, signori miei.

Invito tutti a conoscere cosa voglia dire avere un orso nei propri boschi: è l’incontro con un mondo che vi siete dimenticati cosa sia, cercate in ogni posto dove sia il wifi senza sapere dove siete voi stessi, vi siete persi, dimenticando il fascino che si nasconde dietro all’incontro con qualcosa di selvaggio e totalmente incontaminato, dietro a una mamma che difende i suoi cuccioli. Conoscete ciò che vi circonda prima di averne paura o di giudicare. In quei pochi secondi in cui riuscirete a vedere tali animali in libertà sentirete dentro quel fascino primordiale che ci appartiene, che ci fa sentire parte di una natura così perfetta e in totale armonia, una natura le cui leggi dominano da milioni di anni, molto prima che nascesse l’Iphone 6. L’unico segnale che val la pena ascoltare è quello di seguire quell’armonia primitiva che solo la natura può darci.

Senza ricorrere agli scrittori romantici come Rousseau o Thoreau, fautori e celebratori della natura più incontaminata, poter conoscere veramente e apprezzare ciò che ci può dare un orso o qualsiasi altro animale è impagabile.

A me l’incontro con Daniza ha dato tantissimo, mi ha spinto nella direzione giusta arricchendomi più di qualsiasi «gratta e vinci». Non voglio insultare o dire quanto è vergognoso ciò che è successo a Daniza, ci sono già tante persone che lo fanno, ma solo augurare a tutti voi di incontrare un giorno un orso e di rimanere affascinati e arricchiti come lo sono stata io. Mi sento tra le persone più fortunate e privilegiate al mondo.

Auguro a tutti voi di incontrare un’altra Daniza un giorno.

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Daniza, a sipario chiuso

Dopo le interminabili polemiche avvampate la scorsa estate sulla vicenda dell’orsa Daniza, ormai a sipario chiuso, Barbara Chiarenzi prova a riconsiderare l’intera problematica suscitata dall’abbattimento del plantigrado. Problematica ben lungi dall’essere risolta, anzi.

Barbara Chiarenzi gestisce i progetti di conservazione di Oikos in Italia. Nata nel 1967, dopo la laurea in Biologia si è occupata di gestione della fauna alpina — principalmente mammiferi. Da libera professionista, collabora con molti enti attivi in questo campo: parchi, Province, associazioni. Ma, dal 1998, la sua ”carriera” è corsa parallela a Oikos: un rapporto che negli anni si è fatto sempre più stretto. Lì Barbara, in qualità di Responsabile Ambiente per l’Italia, trova molto gratificante lo scambio di esperienze, il lavoro di squadra, a fianco di altre persone che condividono fino in fondo non solo gli obiettivi di ciò che fanno — la loro mission — ma anche il modo per raggiungerli.


Daniza, a sipario chiuso

di Barbara Chiarenzi

Ora che i riflettori si sono spenti, che non si sente più parlare di “mamma orsa” o “bestia feroce”, mi sento di poter esprimere qualche opinione in merito alla “faccenda Daniza”.
Io non ero presente. Ma la sensazione forte è che si siano commessi alcuni errori tecnici, e molti, moltissimi errori strategici, in particolare sugli aspetti mediatici.

Barbara Chiarenzi
Daniza-photoIn realtà sono convinta che la conservazione dell’orso si giochi tutta lì. C’è chi sostiene che non ci sia più l’ambiente naturale per l’orso ma in realtà nasconde l’incapacità di accettare l’orso. Tutte le specie montane sono in crescita, cervi, camosci, persino le vipere (che condividono con i lupi l’onta di essere considerati dei “paracadutati”). Gli animali stanno semplicemente riprendendosi i luoghi che noi stiamo abbandonando. Spazio per gli orsi, ecologicamente parlando, ce n’è.

L’unico ambiente in cui l’orso non ha spazio è nella nostra testa: sulle Alpi ci siamo abituati al nostro “parco giochi”, sicuro e protetto, e non vogliamo essere disturbati dagli eventi naturali mentre giochiamo.

Da Daniza, appunto.

Le pressioni mediatiche sono infatti forti: l’attuale economia montana spinge a non avere un ulteriore elemento di disturbo, quali gli orsi, tanto più se “fanno gli orsi”.

Trovare il giusto equilibrio non è facile e sicuramente ancora più difficile se, come in Provincia di Trento, non si ha una ferma convinzione politica nel sostenere una linea di sviluppo sostenibile. E quindi, a cascata, non si è neanche definita una “strategia di crisi” quando gli interessi, di sviluppo da una parte e di conservazione dall’altra, si scontrano.

Nel caso di Daniza ci sono state pubbliche dichiarazioni che prima ne decretavano la soppressione, poi ritrattavano e ne volevano invece la cattura e la detenzione. Comportamenti contradittori che fanno dubitare nella capacità delle amministrazioni di gestire la cosa pubblica e fare le adeguate valutazioni.

A questo aspetto fa da contrappunto la mancanza di una solida base scientifica che indirizzi le scelte gestionali e le valutazioni di merito.

Mi verrebbe da dire, da biologa della conservazione, che manca una attenta valutazione della genetica e delle dinamica di popolazione, ad esempio, i trend di crescita unitamente ad una valutazione del grado di consanguineità, da cui poi desumere una stima degli effetti a livello di dinamica di popolazione nel sottrarre una femmina riproduttiva.

Troppo tecnico? E’ comunque quello che si fa per altri elementi naturali che, quando si manifestano, chiamiamo calamità: alluvioni, valanghe, frane, persino per i terremoti. Si tratta di una valutazione del rischio e una stima degli scenari possibili che si possono verificare con le relative azioni da intraprendere.

A mio avviso Daniza (e tutti gli orsi alpini con lei) fa parte, in tutto e per tutto, degli elementi naturali.

Quindi per me il nodo non è tanto se sia stato giusto decidere di catturala, piuttosto che di abbatterla: in entrambi i casi Daniza sarebbe stata rimossa dalla popolazione di orsi delle Alpi. Pertanto la domanda è più a monte: Daniza andava lasciata in pace o andava rimossa? Il suo comportamento è socialmente accettabile/tollerabile o meno?

La risposta che mi do è “No”.

Orsa con cuccioli Daniza-Orsa-con-cuccioli-Photo-courtesy-Corpo-Forestale-dello-Stato-1180x663

A fronte del fatto che esiste un habitat naturale in grado di sostenere una popolazione alpina di orso, non vedo infatti al momento un “habitat sociale” che sia disposto ad accettarne i rischi che vadano un po’ oltre la tolleranza nei confronti di qualche pecora mangiata e alcuni apiario rovesciati.

La nostra società, a tutti i livelli, è in questo momento disponibile a una fruizione solo mediata, magari solo informatica, certamente non diretta, di certi fenomeni naturali. Siamo interessati agli animali selvaggi, ma che essi se ne stiano buoni buoni in un habitat che non dev’essere il nostro. L’orso Yoghi ha permeato di sé un’intera generazione e ci piace vedere l’orso con questo filtro. In effetti non siamo disponibili al rischio di un incontro, a parte chi con telefonino schierato non sa neppure a che rischio si sta esponendo.

L’amministrazione non vede di buon occhio fenomeni che non siano riconducibili a una qualunque responsabilità: e in definitiva anche noi siamo stati trasformati.

Di questa immensa trasformazione culturale e sociale, sicuritaria, garantista all’eccesso per tutte le responsabilità e in fuga da ogni imprevisto, la conservazione dell’orso in Italia dovrà tener conto, se vorrà avere un futuro.

L’uccisione di un orsodaniza_morta.jpg.pagespeed.ic_.VdW_VohFqCUltime notizie (dal quotidiano Trentino)
L’11 febbraio 2015 il gip di Trento Carlo Ancona ha riaperto il caso Daniza. Ha depositato il provvedimento con il quale ha respinto la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla morte dell’orsa durante il tentativo di cattura. Il giudice ha riconosciuto che la ricostruzione della Procura è corretta, ma ritiene che si possa configurare la responsabilità del veterinario che ha preparato la dose per narcotizzare Daniza. Il giudice osserva che si possa configurare una reponsabilità per il reato di maltrattamento di animali. Si tratta di una contravvenzione per la quale è sufficiente una condotta colposa. La Procura aveva escluso anche questa contravvenzione dal momento che aveva ritenuto che il veterinario avesse comunque agito in un quadro normativo chiaro, ovvero le operazioni di cattura dell’orsa rientravano in un caso previsto dalle norme e anche dai protocolli. Il giudice, però, osserva che il protocollo prevede la possibilità di catturare gli orsi problematici, non di ucciderli. Per questo il giudice ordina alla Procura di iscrivere il veterinario sul registro degli indagati. La Procura aveva osservato che l’ordinanza è stata adottata seguendo il piano di azione per la conservazione dell’orso bruno sulle Alpi. Però, allo stesso tempo, il veterinario non ha avuto «un’adeguata capacità di contrastare in modo efficace la complicanza della narcosi sostanziatasi nell’ipossiemia indotta dall’uso della medetomidina. Nel momento topico si è verificato un inappropriato approccio da parte del veterinario».