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Chi mi porterà a vedere i cervi?

Chi mi porterà a vedere i cervi?

Aprile 1997. Chiara Baù aveva 22 anni e una grande passione per la montagna e per la vita all’aria aperta. Allora studentessa di Scienze Naturali (laureata poi nel 2001), da sempre ha respirato in casa la voglia di evadere da Milano, correre appena possibile a Sesto Pusteria, nel regno delle Dolomiti: assieme ai genitori fare le vie ferrate. E una volta, con la mamma, ha salito la Cima Piccola di Lavaredo assieme ad una guida. Per lei la montagna non è mai stata irraggiungibile, come per tanti cittadini: semplicemente si divide in facile e difficile. Qualche volta ci si può permettere di valicare le mitiche porte del difficile. Ma in ogni caso raramente aveva messo lo sguardo su altre montagne che non fossero le Dolomiti di Sesto, che rimanevano al centro del suo cuore.

Chiara Baù
Cervi-Y1YQUn giorno, viaggiando in treno verso le Dolomiti, si accorge che dalla pianura padana nei pressi di Bergamo emerge, neppure troppo lontana e assai nitida, una muraglia bianca, del tutto diversa dai profili delle altre montagne. Il sole la colpisce in pieno e la luce ne è quasi respinta, a mo’ di specchio. Chiara ne è incuriosita. Qualche tempo dopo ha modo di documentarsi nella biblioteca del CAI e scopre che quella montagna ha un nome: Presolana.

Le informazioni sono assai scarse oppure si disperdono in una marea di descrizioni geografiche e salite alpinistiche: un labirinto di nomi che nulla le dice. Eppure, ha capito che quella montagna è bella e soprattutto che è a portata di mano. Comincia a pensare che forse sarebbe bello salirla. Bello, sì. Ma quanto difficile? Sarebbe stato alla sua portata? C’erano guide disposte ad accompagnarla? La risposta viene qualche anno dopo. È ancora una volta in treno, verso le amate Dolomiti. Nel suo scompartimento un giovane ha riposto il suo zaino da montagna, fuori del quale spicca una corda da montagna.

Oscar Brambilla, da Milano andava in Friuli e da lì sarebbe partito per fare delle ascensioni. Alcune con i suoi amici, altre con qualche cliente. Una guida giovane, appena diplomata, dall’aspetto piacevole e così diverso dall’iconografia tradizionale. Le guide non si presentano più burbere, l’aria severa, gli occhi rivolti lassù, le corde a tracolla e la piccozza sulla spalla (Emanuele Cassarà). Le guide, specialmente le cittadine, non legate alla valle di nascita, sono oggi assai vagabonde. Oggi su una falesia d’arrampicata, domani sulle Dolomiti, dopodomani in Marocco con il cliente amico con cui aprire nuovi itinerari nelle Gorges du Todra. E un taccuino elettronico sempre a portata di mano, su cui annotare nomi, indirizzi e numeri di telefono.

Presolana, 13 aprile 1997. Oscar Brambilla e Chiara Baù sulla terza lunghezza della via dei Refrattari

Presolana, Oskar Brambilla e Chiara Bau sulla via dei Refrattari, 3a LAncora la Presolana è visibile dal finestrino, anche se non così bene come la prima volta. Chiara si fa coraggio e chiede ad Oscar se sa come si chiama quella montagna. Lui le risponde, e aggiunge che l’aveva anche salita più volte, perché il suo mestiere è quello di guida alpina. Segue una bella conversazione, che dura fino a Verona, dove Chiara ha la coincidenza per Bolzano.

Chiara chiede alla mamma il permesso di scalare la Presolana, poi un giorno telefona ad Oscar. E così i due si ritrovano al Passo della Presolana: la montagna splende nel sole pomeridiano e Chiara non finisce di raccontare di come poco tempo prima un amico le abbia fatto vedere i cervi di notte. La Valle dell’Ombra sta cambiando fisionomia, la neve è ormai ridotta a pochi brandelli e l’erba non è ancora verde. È freddo, nonostante il sole.

«Non si vedono animali» dice Oscar, «forse le marmotte dormono ancora. Vedrai che domani ti divertirai molto. Vedi quel pilastro lassù, quello che viene giù in basso più di tutti? Quello è lo Spigolo Longo, la nostra via di domani. Sono sicuro che, con quello che hai già fatto, la puoi salire benissimo».

Chiara guarda in alto e, per la prima volta, si ritrova spaventata dalle dimensioni, dalla verticalità di quella montagna. Ma non dice nulla, si sente un po’ sciocca ad aver voluto andare là. Oscar le infonde un notevole senso di fiducia: lei non vorrebbe deluderlo. Anche perché Oscar aveva aggiunto: «Se vedo che non ti trovi bene, dopo un po’ riscendiamo e andiamo a fare qualcosa di più facile».

La notte al bivacco trascorre tranquilla. Fuori il vento fa cigolare qualcosa, Oscar ha acceso la candela e preparato la minestra con il fornello a gas. Le sorsate bollenti vanno giù che è un piacere, pian piano l’ansietà di Chiara si riduce a vago torpore. A malapena si accorge che Oscar ha spento tutto e le ha augurato buona notte.

Chiara e Oscar in vetta alla Presolana
Presolana, spigolo Longo, Oskar Brambilla e Chiara Bau arrivano in vetta

Il mattino dopo è radioso. Dopo le prime bracciate, ancora in ombra, lo spigolo si dimostra assai amico. Oscar le aveva spiegato come dare la corda e fare sicurezza. Lei cerca di svolgere giudiziosamente il suo compito, ma ogni tanto la corda s’impiglia. Oscar, con pazienza, le urla da sopra di dargli più corda. Sul primo tiro difficile si trova ad immergere le mani in buchi che dal basso non si vedevano, un’arrampicata così diversa dalle Lavaredo… Arrivata alla sosta, Oscar le dice «brava». Non le dà fastidio il vuoto, che ormai è notevole, sotto di lei. Ormai non ha più paura, sente di farcela. Mentre con lo sguardo segue le evoluzioni di Oscar che tranquillamente sale canticchiando una canzone in spagnolo, lei pensa ancora ai cervi e si sente presa da quello stesso genere di emozione che tanto l’aveva colpita quella notte. Ora è piena mattina, la pianura è stesa subito al di là di alcune montagne più basse: le sembra di sentire il treno che sfreccia verso le Dolomiti, ma è solo il vento. Quando riprende ad arrampicare il mondo si è ridotto a pochi metri quadri di roccia bianca e bucata e in quello spazio circoscritto lei sente di vivere una cosa così bella da stringerle la gola. In vetta dà uno sguardo al versante settentrionale, ancora così innevato, vede quello che Oscar chiama l’Adamello. Lei gli dà la mano e gli dice «Bergheil!», perché così dicono le guide sudtirolesi in vetta. Il «grazie!» che i due si scambiano vuole dire, da parte di lei «grazie di avermi portato quassù a vedere i cervi, di aver avuto pazienza e di aver creduto che io ne fossi capace» e da parte di lui «grazie di avermi scelto, sono proprio contento di averti come cliente».

Presolana, bivacco Città di Clusone. Oscar Brambilla e Chiara Baù, con ai lati i di lei mamma e papà
Presolana, bivacco Città di Clusone, Oskar Brambilla e Chiara Bau, con la di lei mamma e papàLa discesa desta qualche preoccupazione, c’è ancora parecchia neve nel Canale Bendotti. Ma Chiara se la cava benissimo e in breve i due arrivano alle ghiaie. Oscar è dispiaciuto che in tutta la valle non si sia ancora visto un animale, ma alla fine scorge un ermellino che scappa a salti. Chiara fa in tempo a vedere la coda che sparisce dietro ad un masso.

Al bivacco ci sono il papà e la mamma di Chiara, saliti con i binocoli per seguire l’indomani un’altra arrampicata della figlia. Forse più difficile?

Questo racconto è un misto di fantasia e di realtà. Chiara in seguito ha sostituito ai cervi l’osservazione e lo studio degli orsi. Questo racconto purtroppo oggi si appoggia solo sul ricordo e sulla tragica realtà della scomparsa di Oscar.

Chiara oggi
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