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La pervicace ricerca del destino – parte 1

La pervicace ricerca del destino – parte 1 (1-2)
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onversazione con Alessandro Gogna (Milano, 14 luglio 2015)
di Giorgio Robino

Perché ancora un’intervista ad Alessandro Gogna? Quest’uomo ha fatto così tanto e ci ha comunicato così tanto, come forse pochi altri alpinisti, pochi altri intellettuali, in questi nostri tempi decadenti.

Ma da qualche anno, leggendo gli articoli quotidiani del suo Gogna Blog, ed anche rileggendo bene alcuni passaggi in suoi vecchi libri, compaiono qua e là alcune tematiche di ampio respiro, quasi estranee alla solita dialettica alpinistica; compaiono ricorrenti parole come Natura, Amore, Libertà, Arte, Mistero. Ho la sensazione che tutto il suo dire sia una maledetta metafora, tra materia e spirito.

Traspare l’elaborazione di una visione filosofica, ma ho come la sensazione che, malgrado le innumerevoli interviste e le sue numerose partecipazioni a convegni, malgrado l’impegno trasparente delle lotte ambientalistiche, ci sia nei suoi articoli ancora qualcosa di detto e non-detto, un pensiero ancora non chiaro a me. Per questo azzardo proponendogli questa intervista.

Il risultato è forse più sorprendente del previsto ed il lettore è invitato ad auto-assicurarsi con una sosta fatta a modo, perché poi i tiri intellettuali sotto sono belli esposti.

Bisogna legarsi, come Ulisse. Buona lettura.

Giorgio Robino
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PARTE 1 (l’azione sociale)
Le Guide Alpine, il Club Alpino Italiano, Mountain Wilderness, l’Osservatorio delle libertà, il Gogna Blog

Il mese scorso, giugno 2015, sei stato eletto nel Consiglio Direttivo 2015-2018 del Collegio Nazionale Guide Alpine [http://www.guidealpine.it/elezioni-del-consiglio-direttivo-2015-risultati.html]. Mi racconti della tua esperienza come Guida Alpina?
Ho fatto il corso di Aspirante Guida nel 1979/1980, poi nel 1983 ho fatto il Corso Guida e sono stato bocciato nello scialpinismo; avevo profonde incomprensioni con il direttore di allora, Gigi Mario, un monaco buddista zen… L’ambiente non mi piaceva. Così non ho insistito!

Dodici anni dopo nel 1995 ero in una situazione tra coloro che stanno sospesi, perché ero Aspirante Guida ma non ero iscritto all’albo. C’era una ristrutturazione burocratica a livello regionale. Quindi hanno fatto una specie di sanatoria e in Lombardia, con un corso di tre giorni… sono passato, fine (mentre ora fai una cinquantina di giorni per diventare Aspirante e altrettanti per diventare Guida). Allora c’erano 30/35 persone nelle mie stesse condizioni, abbiamo avuto la stessa fortuna! Dunque sono Guida Alpina dal 1995. Ogni 3 anni faccio un regolare aggiornamento, e il prossimo sarà nel 2016.

Gigi Mario (Engaku Taino)
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Avevi idea di fare la Guida Alpina come lavoro?
No, non ho mai avuto l’idea di praticare, nemmeno nel 1979, in cui uno poteva crederci… sapevo che non era la mia vita, però mi piaceva l’idea di diventare guida proprio perché pensavo che il mondo delle guide fosse più “vicino” all’evoluzione di quello dell’accademico del CAI (ero accademico dal 1972, ma diventando Aspirante guida Alpina, venni messo fuori). Vedevo il CAAI un po’ troppo paludato, in realtà i decenni posteriori mi hanno dato torto.

Ho voluto fare il corso perché credevo che le guide avessero più responsabilità, nel mondo dell’alpinismo, nel senso che intanto erano sicuramente più preparate degli accademici, non che gli accademici non siano preparati, però le guide sono in montagna tutti i giorni, portano la gente in giro, hanno delle responsabilità e sono in continuo contatto con il mondo alpino. Poi forse avevo una visione un po’ romantica, come Popi [http://www.banff.it/giuseppe-miotti-rinuncia-al-titolo-di-guida-alpina/], per cui volevo aiutare le guide alpine, che dovevano tirarsi fuori da un certo tipo di limbo!

Una volta erano quelli con la barba e la pipa… (e le guide erano “del CAI”!). Ma, negli anni ’80, cosa erano le Guide Alpine?

Negli anni successivi al 1995 ti sei candidato come rappresentante nel collegio nazionale delle Guide Alpine?
No, quest’anno è stata la prima volta. Non lo ho fatto prima un po’ per ritrosia, un po’ per non avere troppi impegni; adesso posso perché faccio meno cose essendo più anziano, vado meno in giro, ho l’impegno forte del blog, ma ora ci sta, mentre dieci anni fa non ce la avrei fatta per mancanza di tempo.

Poi c’era questa sensazione di non essere come loro. Loro fanno il mestiere quotidianamente, io no. Questo mi ha un po’ frenato, in passato.

Ora però vedendo quanto sia sentita questa storia della ri-valorizzazione della Guida Alpina, il fatto di essere dentro e interessarmi di questi temi mi ha convinto: cominciamo a entrare e “rompere i coglioni”, sulla questione dell’eliski, della comunicazione, di tutte le cose di cui abbiamo dibattuto per anni! L’ambiente è mediamente ostile, non dico che tutti sono ostili, c’è una buona parte che dice che ho ragione. E’ però una fazione nascosta…

Se ti racconto come è andata l’elezione, c’è da ridere: non si era mai visto che si venisse a creare un “partito”: c’erano 18 candidati per 15 da eleggere, ma potevi votarne solo 9. Questo da regolamento, ok.

Ma 11 di questi 18 (me escluso, io ero nei rimanenti 7) si sono riuniti in un partito e hanno fatto un unico programma elettorale. Nelle varie schede di ciascuno andavi a leggere il programma elettorale e vedevi che era uguale identico, dalla prima parola all’ultima. L’aveva scritto Cesare Cesa Bianchi e undici guide l’hanno preso per buono. Uguale, fotocopiato! Non è che sia illegale… ma così è un “partito”!

Non ragioni più con la tua testa. Avevo sempre visto le guide come un insieme di persone estremamente individualiste, teste dure… invece no! Ecco che le 11 persone sono state elette tutte e qualche altro è passato… io sono passato terzultimo su 15: avevo 156 voti su poco più di 500, cioè più di un quinto di voti. Devo dire che mi fa piacere… Risultati dello scrutinio: [https://votazioni.guidealpine.it/site/app/#/candidates].

Tra gli eletti leggo che c’è anche Ermanno Salvaterra, ne sono felice perché sono sicuro che anche lui è sicuramente d’accordo con le nostre lotte ambientali (per certo è contro l’eliski!) e mi dispiace invece che non sia stato eletto Stefano Michelazzi (Un futuro diverso per le guide alpine [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/17/un-futuro-diverso-per-le-guide-alpine/], Un buon programma elettorale [http://www.alessandrogogna.com/2015/04/14/un-buon-programma-elettorale/]). Qual è il tuo intento all’interno del collegio?
Io voglio semplicemente, da persona di buon senso, che la guida si liberi da questa visione, che si è anche auto-imposta, di “manager della montagna”.

Ermanno Salvaterra. Foto: Agh da girovagandoinmontagna.it
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Se vogliamo dire che ha la autorità di farlo, benissimo! In effetti nell’insieme è sicuramente il più preparato, su questo nessuno discute! Ma anzitutto deve accettare che nelle espressioni dell’accompagnamento in montagna di più basso grado ci siano anche altre figure, e questo in parte è stato fatto con la figura dell’accompagnatore di media montagna. Però ci sono regioni che non hanno questa figura e che ne hanno altre, ed è un casino, lì effettivamente bisogna mettere un po’ di ordine. Poi c’è il torrentismo dove ognuno fa il cazzo che vuole, poi c’è un abusivismo dilagante e ci sono gli istruttori del CAI che fanno casino anche loro… E questo riassetto è il compito di Cesa Bianchi, compito difficile che gli auguro di svolgere al meglio.

Invece, rispetto alla questione ambientale, manca una posizione chiara: la parola “ambiente” non è mai pronunciata, mai scritta nel manifesto elettorale di Cesa Bianchi!

A me invece interessa che la figura della guida, tramite un diverso approccio nei confronti dell’ambiente, sia recepita dal pubblico diversamente da come è recepita ora!

Per il resto… cosa vuoi, gli aspetti tecnici, la card europea da ottenere, il rinnovamento del nostro regolamento, i consigli disciplinari, la lotta all’abusivismo… sono compiti da svolgere e obiettivi da raggiungere, di certo anche difficili. Farò del mio meglio per appoggiare le risoluzioni più sensate. C’è il discorso degli albergatori che in Trentino possono accompagnare i clienti in giro. Queste sono cose da rivedere senz’altro! Non lo accettiamo come guide! E’ importante che ci facciamo sentire, è importante una comunicazione adeguata.

Queste sono cose che Cesa Bianchi e il suo vice (di recente nominato) Davide Anchieri sanno certamente fare… altrimenti non avremmo (e non avrei) votato Cesare! Va bene che era l’unico candidato… ma avrei potuto consegnare scheda bianca. E’ un peccato che non abbia pronunciato la parola “ambiente” nel suo programma. Per lui l’eliski va bene, gli impianti nuovi vanno bene… va tutto bene…

Sono lì per quello. Il resto è roba che sanno fare meglio di me, per non parlare dei materiali e delle tecniche. Io sono anziano, e lì c’è gente preparatissima! Vorrei discuterne solo a livello di comunicazione. Perché solo lì sono più preparato di loro.

Sono nel collegio per le lotte ambientali di cui scrivo da anni, per esempio per la questione l’eliski, ultimo ma non ultimo dei problemi. Vorrei che il collegio alzasse la testa e dicesse con orgoglio che le guide non hanno bisogno dell’eliski.

E’ una domanda retorica, ma te la faccio lo stesso: perché proprio la lotta contro l’eliski? Credo tu abbia detto in passato: “Anche fosse l’ultima delle battaglie, la dobbiamo fare!”. Perché?
Perché ci si “incista” su determinati punti simbolici, sapendo perfettamente che ci sono molti altre questioni rilevanti, il famoso “benaltrismo” non è che c’è a caso… è chiaro che ci sono altri punti, magari più importanti} anche stando solo in montagna. Se poi andiamo in pianura, nelle città, abbiamo dei problemi giganteschi, planetari!!

Però noi siamo qua a difendere una parte di questo mondo, che è la montagna, il mondo alpino, il mondo della quota, e qui capita di incistarsi su un punto preciso, come nelle guerre: in una guerra il fronte può essere di 700 km, ma poi la battaglia viene fatta in un punto preciso, magari quella di Waterloo; l’eliski è Waterloo! Ed occorre vincerla questa battaglia, non si può perderla!

E’ una roba che non può succedere domani o dopodomani, però è un punto nevralgico sul quale bisogna insistere, insistere e insistere… pur sapendo perfettamente che ci sono altri punti e ce ne sono tanti: le ferrate, le funivie, gli impianti sciistici, il tanto odiato traffico dei SUV (ma non sono solo i SUV che inquinano), ecc. Chi più ne ha più ne metta… questo lo sappiamo, ma ci sono punti simbolici in cui si sta combattendo la guerra!

Quale può essere la via di uscita? La via è quella dei francesi: vietare tutto [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/31/le-ragioni-del-no-eliski-non-sono-quelle-della-sicurezza/]: anzi, l’eliski deve essere una attività “non contemplata”, per cui chi la fa è fuori legge. Punto.

Non è soltanto una questione di ambiente, lo sappiamo e lo abbiamo detto ampiamente! E’ una questione di formazione e di cultura!

E questo il punto chiave che pochi sono in grado di comprendere… occorre che ci poniamo un limite, hai presente la pubblicità dell’Adidas: “live without limits”?

Perché il limite è essenziale per la libertà!

Senza il limite, che tu stesso ti poni, non c’è libertà, non è che la libertà sia fare il cazzo che vuoi! La libertà è agire nel rispetto dei propri limiti, quindi scegliendo quello che puoi fare. Perché fare il cazzo che ti pare è la libertà dei bambini, non è la libertà degli adulti, siamo nell’infanzia dove non c’è coscienza, non c’è responsabilità soprattutto. Invece il limite è la condizione “sine qua non” della libertà.

La lotta è questa.

Quindi il discorso culturale sull’eliski va a pennello: poniamoci questo limite, non facciamo volare apparecchi, né d’estate né d’inverno, per portare su gente, perché questo è aggressione all’ambiente prima di tutto ma, secondariamente e non meno importante, è una educazione sbagliata di approccio all’ambiente.

Nel lungo termine il limite però non deve essere il divieto; il mondo che vorrei è un mondo senza divieti, e questo mi rendo conto che ora è utopia, ma vorrei un mondo in cui i limiti ce li creiamo noi stessi, senza che ci vengano “imposti”: comprendiamo da soli che certe cose non vanno bene, e agiamo di conseguenza.

La nostra missione è questa: siamo noi, quelli che credono in questi valori, che dobbiamo “insegnare” il limite! Se l’insegnamento deve passare dal divieto, usiamo anche il divieto, ma mi auguro che prima o poi il divieto non sia più necessario.

Tra l’altro la maggior parte della gente neanche ci penserebbe all’eliski, se questo non venisse proposto e promosso. I “clienti” che lo fanno sono completamente “incoscienti”. Da un lato ci sono i turisti ricchi, per esempio il russo che arriva l’amante e legge in albergo ‘sta roba dell’eliski… “Vengo anch’io!”. “Sì, tu sì”. Poveri di spirito che con i soldi pensano di fare tutto, però se non gli fosse offerto, non ci penserebbero: o starebbero a letto con l’amante, oppure andrebbero a giocare a golf, oppure a cricket…

E a riguardo di quelle persone (anche locali) che si fanno portare in rifugio a fare la mangiata (ci sono casi innumerevoli)… ma la mangiata la puoi fare molto meglio se ci vai con le tue gambe, con gli sci, con le ciaspole, comunque con le tue gambe, e se vai a fare una mangiata in rifugio in elicottero, o con il gatto delle nevi o la motoslitta, sei un poveretto!

E così la montagna diventa un “non-luogo”, come tanti altri.

Rispetto al gruppo facebook “No Eliski Sulle Dolomiti” [https://www.facebook.com/noeliskisulledolomiti] che creai con amici e alla tua lotta continua sul Gogna Blog [http://www.banff.it/?s=eliski], e in generale rispetto alla necessità di un maggiore rispetto ambientale, ho la percezione che noi siamo una minoranza nella popolazione che frequenta la montagna.
Quale può essere una azione sociale per divulgare maggiormente la cultura ambientale?
Il Club Alpino Italiano potrebbe essere questo veicolo culturale?

Il CAI?! Ma tu le conosci le vicende del CAI Veneto, {proprio in relazione all’eliski} [http://www.banff.it/il-cai-veneto-dovrebbe-sconfessare-il-comune-di-calalzo/]? Non c’è speranza con certi dirigenti. La conosci la vicenda Doglioni [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/12/lamara-vicenda-doglioni-parte-1/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/13/lamara-vicenda-doglioni-parte-2/]?

La verità vera è che ci sono alcune sacche di malaffare all’interno del CAI.

Tu sei accademico del CAI?
Sì, sono accademico; il 10 ottobre 2014, nella riunione a Caprino Veronese, è stato votato che chi da accademico fosse diventato guida alpina possa essere riammesso come accademico: e io ho appena ricevuto la lettera ufficiale di riammissione.

C’è modo all’interno del CAI di fare valere quello che è scritto all’interno dello stesso Bidecalogo?
Sì, certo uno può lottare su questo, è una delle armi che abbiamo a disposizione! Il Bidecalogo [http://www.banff.it/?s=bidecalogo], malgrado i suoi piccoli difetti, nel complesso va bene! Si potrebbe migliorarlo (in alcuni punti tanto), ma può essere un buon punto di partenza.

Peccato che tutti ci si sciacquino con il Bidecalogo, prima di tutto certe sezioni del CAI, ma anche a livello di CAI centrale! C’è uno scollamento pauroso tra CAI centrale e le sezioni. E spesso c’è scollamento tra CAI centrale e le diverse commissioni (a loro volta suddivise in regionali).

Il CAI Centrale ha tentato negli anni scorsi di fare anche un po’ con il pugno di ferro, di metter insieme ‘ste cose, non riuscendoci; c’è stata la famosa assemblea di Soave [http://www.loscarpone.cai.it/news/items/il-convegno-di-soave-di-che-cosa-si-e-discusso.html], in cui venne fuori di tutto e il tentativo unificatore (peraltro mal condotto) naufragò.

C’è uno scollamento enorme, al punto in cui nello stesso Bidecalogo si dice: “Noi, CAI, siamo contrari alle competizioni”… bene, giusto! Poi dice “siamo consapevoli che molte sezioni organizzano eventi competitivi, per tradizione, ecc., e che non possiamo proibirli! Lo sconsigliamo ma siamo consapevoli che ci sono”.

Annibale Salsa
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Così vedi che c’è uno scollegamento tra il Bidecalogo e quello che è la pratica reale delle sezioni del CAI, che sono molto, molto autonome. In più aggiungi i gruppi regionali, pensa al CAI Veneto… non sono io a dire che lì c’è un andazzo quasi “mafioso”… però se c’è deve venire fuori! Un ente pubblico non può coprire nulla!

Per tornare alla tua domanda: sì, si può iniziare dal CAI e dal Bidecalogo!

Forse, un domani il CAI avesse ancora una presidenza come quella di Annibale Salsa, una persona degna… ma anche lui è stato sei anni presidente… non so quanto gli abbiano lasciato in effetti affrontare i problemi. Occorrono nuovi nomi, nuove volontà. In questo momento la guerra non può essere vinta e ci si dovrebbe limitare ad essere maggiormente preparati, con una base più forte dell’attuale.

Io li sto punzecchiando dal punto di vista delle scuole, del soccorso, ho riferito dello scandalo di Giuseppe Broggi [http://www.alessandrogogna.com/2015/06/22/la-vicenda-broggi/] a Bolzano! Poi c’è Claudio Sartori, ingegnere, l’uomo che s’interessa dei 25 rifugi “ereditati” dalla guerra ’15-’18. E’ dell’8 luglio scorso l’accordo con la Provincia, proprietaria dei 25 rifugi, in base al quale CAI Alto Adige e AVS (Alpenverein Südtirol, il gruppo delle sezioni sudtirolesi di lingua tedesca) avranno la gestione. Ci sarà collaborazione o lotta? Speriamo che i 3,2 milioni di euro previsti per manutenzione e risanamento vengano spesi bene! Ora Sartori è anche presidente del CAI Alto Adige al posto di Broggi: e in un passato recentissimo lo stesso Sartori è stato anche il curatore tecnico, direttore dei lavori del famoso smantellamento del rifugio-albergo del passo Sella, di proprietà del CAI Bolzano, per la costruzione di un resort [http://www.banff.it/passo-sella-un-monumento-allanalfabetismo-paesaggistico/]. L’alberghetto per anni era stato lasciato andare… c’era già il disegno di smantellarlo per fare il resort?

Claudio Sartori (Presidente CAI Alto Adige) e Georg Simeoni (Presidente AVS), 8 luglio 2015
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Un resort! Non più un rifugio! Il resort del passo Sella oggi è realtà. La proprietà è rimasta al CAI Bolzano ma per decine di anni la gestione è e sarà di chi ha costruito e messo i quattrini… A Sartori l’Alto Adige (il quotidiano) ha fatto una domanda: “Ma lei non si è sentito in conflitto di interesse?”. La risposta sostanzialmente è stata: “Ma se lo sanno tutti, che conflitto di interesse è?”!

Finché nel CAI ci sono certi “amministratori grigi”, dirigenti cui della montagna interessa solo la parte “edificabile”, la nostra lotta lì dentro può essere solo perdente in partenza.

Ma bisogna andare avanti denunciando, denunciando e denunciando!

E’ uno scandalo che dopo aver acquisito prove inoppugnabili contro di lui, uno come Doglioni il CAI non lo denunci nemmeno! Il CAI è un ente pubblico e deve denunciare eventuali illeciti! E non l’ha fatto.

Tutto questo è molto grave!

La grandissima maggioranza di coloro che hanno posizioni dirigenziali nel CAI sono di certo persone degne, ma forse in qualche caso non sono adeguate; per esempio, Salsa è sicuramente una persona degna, ma non è bastato. Ci vogliono persone “adeguate”, cioè “sgamate”, che sanno cosa succede e intendono provvedere! Il rischio numero uno della persona degna è quello di tacere e di essere suo malgrado compartecipe dell’illecito.

E oggi non si può più dire “non lo sapevo, chi poteva immaginarlo…”, perché altrimenti si sarà anche degni, ma un po’ troppo ingenui! La situazione è estremamente grave sotto tutti i punti di vista.

Luca Gardelli
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Io non mi perdo d’animo perché so che c’è un sacco di gente che vuole combattere e migliorare, ma a combattere siamo una minoranza. Poi c’è un altro sacco di gente che oscilla, che non vuole crederci, ma che in qualche maniera potrebbe essere anche coinvolta nella ribellione… il “volontariato” non si spinge oltre un certo punto?

Pensa alla vicenda di Luca Gardelli [http://www.alessandrogogna.com/?s=gardelli]: il CNSAS è ora in gruppo di operai non pagato che va a pulire i muri?! Questa è veramente grossa! Questo volontario del soccorso alpino è stato “cacciato”, ma allora?

Anche Riccardo Innocenti è stato espulso ([http://www.alessandrogogna.com/2015/03/27/i-documentati-dubbi-di-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/21/cai-e-sasl-rispondono-a-riccardo-innocenti/], [http://www.alessandrogogna.com/2015/03/26/la-banale-irrequietezza-di-un-inattuale-purismo/]). Vuoi che te la dice tutta? Se io fossi in loro, lì per lì potrebbe darmi fastidio di essere cacciato… ma alla fine dovrei esserne contento!

Perché è importante non far parte di un gruppo del genere, e poter dire: “Se un giorno sarete presi con le mani nel sacco, e prima o poi accadrà, io ne sono fuori!”.

Riccardo Innocenti
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Bisogna fare in modo che questi disastri vengano alla luce.

Quindi, se nella posizione direttiva del CAI ci sono persone che insabbiano… allora è per questo motivo che in questo momento il CAI è una macchina ferma, che non parte! E non decolla perché qualcuno ha il freno a mano tirato! Bisogna eliminare certi personaggi, facendo una guerra a ognuno, e fare spazio a una nuova generazione {dirigenziale} più pulita… perché questa è “CAI-opoli”!

C’è stata tangentopoli e ci sarà CAI-opoli!

Tu sei stato uno dei fondatori del movimento Mountain Wilderness. Cosa succede oggi in quella associazione? Quali sono risultati ad oggi raggiunti? Hai mai partecipato ai movimenti ambientalistici dei partiti politici e cosa fa la politica rispetto all’ambientalismo?
Nel novembre 1987 c’è stata la fondazione di Mountain Wilderness International, sponsor la fondazione Sella: a Biella c’era gente da tutto il mondo, e abbiamo redatto le tesi di Biella, creato uno statuto e fondato questa associazione, con 21 garanti internazionali [http://www.mountainwilderness.it/news/displaynews.php?idnews=424]. Per un anno c’è stata la sola associazione internazionale, poi sono nate le associazioni nazionali: la francese e poi l’italiana nell’88, poi tante altre.

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Credo ancora di fare, nel 2015, una lotta ambientalistica e nel blog do ampio spazio alle tematiche che sono care a Mountain Wilderness.

E’ vero che sono ancora garante dell’associazione internazionale e sono sempre stato riconfermato nelle elezioni che avvengono ogni qualche anno, ma dal 1992, per motivi di “bassa bega” ho perso fiducia nell’associazionismo e ho giurato di non fare mai più parte di nessuna associazione (concetto generale) perché le teste di cazzo per un anno o due ti lodano, poi purtroppo ti invidiano, ti usano, e francamente dopo qualche mese di sordido assillo ho detto basta e ho dato le dimissioni da segretario di Mountain Wilderness Italia. E’ stata una vicenda antipatica, personale, nella quale mi sono sentito umiliato e quindi ho chiuso. Sono rimasto garante della associazione internazionale.

Sui contenuti senz’altro la lotta di MW è giusta, poi sui sistemi si può discutere… ma preferisco affiancare la mia azione senza guardare quella degli altri: sono “libero battitore” e non giudico, l’associazionismo non mi interessa. Negli anni ‘90 sì che era forte! Il WWF aveva 500.000 soci. Oggi se li sognano.

L’uomo è ancora imperfetto per associarsi per qualche motivo ideale. Sono scettico.

Poi, non ho mai fatto parte di associazioni ambientali di tipo politico come per esempio Lega Ambiente, che era legata alla sinistra. Ora non conosco nemmeno più gli attuali dirigenti. Non mi piaceva il modo in cui lavoravano che era troppo politicizzato.

Alex Langer
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E quanto ai Verdi: ho partecipato con entusiasmo alla rifondazione dei Verdi. Dopo la morte di Alexander Langer nel 1995 c’è stato un momento di grande disorganizzazione. Era la fine del 1999, andai all’assemblea a Città di Castello. In un clima di grande ottimismo fu eletta una gran degna persona, Grazia Francescato, già presidente del WWF: fu un vero plebiscito. Tutti contenti, ma dopo sei mesi sono ricominciati i loro casini interni, per poi andare a finire con gente come Alfonso Pecoraro Scanio… e poi basta!

Anche qui in regione Lombardia c’era gente che qualche idea ce l’aveva… ma poi alla fine la logica della poltrona ti adegua, spettatore battuto, alla greppia generale.

Ed il lavoro con l’Osservatorio delle libertà? Lo segui tu il sito web [http://osservatorioliberta.it/]?
Sì. Io sono portavoce, nominato, ma di fatto l’osservatorio “non esiste”! Le persone cui può importare qualcosa sono pochissime. Io ho denunciato il fatto che l’osservatorio deve nascere veramente, con il coinvolgimento di avvocati e giudici, ed in parte ci sono riuscito, ma la partecipazione è talmente rarefatta che occorre ammettere, con deprimente sincerità, che l’osservatorio non esiste.

Carlo Zanantoni
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La causa è in parte il fatto che non abbiamo voluto essere servi del CAI, non abbiamo voluto essere né commissione, né gruppo di lavoro, né “niente”, abbiamo chiesto l’appoggio del CAI senza essere istituzionalmente nulla, ma così diventa difficile che il CAI possa darti una mano. Magari il prossimo anno potremo andare a parlare con il nuovo presidente, ora sarebbe tempo perso.

Carlo Bonardi
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Attualmente nell’osservatorio ci sono: l’amico Alberto Rampini, presidente attuale dell’Accademico che ha sostituito Giacomo Stefani, e poi ci sono il buon Carlo Zanantoni e l’avvocato Carlo Bonardi, accademico, entrambi hanno dato molto all’osservatorio della libertà. Poi ci sono un po’ di avvocati e due giudici che collaborano saltuariamente.

Vorrei ora tener duro per un anno e poi andare a parlare seriamente con il nuovo presidente del CAI, che non so chi sarà; se fosse Vincenzo Torti, persona eccezionale, anche lui avvocato, allora sarebbe perfetto! Perché è il presidente che orienta… e se il presidente è orientato in altra direzione… allora non succede nulla! Vorrei qui precisare che non incolpo Umberto Martini, perché di fatto noi dell’Osservatorio non siamo stati precisi con lui… non volevamo essere commissione, non volevamo essere questo e quello… Martini è stato fin troppo accondiscendente!

Alberto Rampini
Vetta della Torre di Pietramurata. Foto di Alberto Rampini, 7.10.2012. A. Rampini, M. Furlani, A. Gogna. S. Michelazzi, A. Calamai

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Il Gogna blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]: com’è che hai maturato l’idea di realizzare un blog rispetto a quello che facevi prima, come editore, come autore di libri? Il blog è preambolo di un ulteriore progetto futuro? E qual è la tua idea di comunicazione attraverso internet e i social network?
Partiamo dal libro come espressione di produzione intellettuale non superficiale. Prendiamo un libro di contenuti, un saggio: in genere c’è spazio per non essere superficiali!

Nella mia vita sono sempre stato contrario alla superficialità, e questo deriva dalla mia formazione, dal mio carattere, dal mio segno zodiacale… sono sempre stato un introverso, un introspettivo, che trovava modo di esprimersi praticamente solo attraverso un’espressione comunicativa: il libro!

Non che non fossi in grado di scrivere un articolo, ma il libro è quello che mi faceva gioire. L’articolo l’ho scrivevo un po’ per commissione, o per soldi. Ma lì la mia introversione non mi permetteva di esprimermi, mentre in un libro ciò era possibile.

Questa tendenza si è modificata nel tempo, fa parte del processo di “individuazione” psicologica di qualunque persona; in parte “volevo” questo e nella ricerca della felicità c’era da fare il “passaggio”: riuscire ad accettare che l’uomo possa essere anche “superficiale” e, anzi, che a volte lo debba essere.

Cosa intendi quando dici: “essere anche superficiale”?
Accettare di essere “superficiale” significa dare il passaporto di ufficialità, di benevolenza, e di benvenuto anche, a tutte quelle manifestazioni che nella vita ci sono. Non mi erano estranee, ma io le tenevo nel limbo: il divertimento, l’essere “leggero”, fare un “ceto” (gossip)… cosa che odiavo in passato, il parlare dietro le persone!

Ora sono più aperto. Ed in questo processo, che è durato decenni, ovviamente il libro ha continuato ad essere importante, per esempio quando ho scritto la collana de “I grandi spazi delle Alpi” [http://www.alessandrogogna.com/2015/05/19/i-grandi-spazi-delle-alpi/], ma anche dopo, quando mi sono occupato di Severino Casara [http://www.priulieverlucca.it/catalogo/scheda/La-verit-obliqua-di-Severino-Casara/97], o quando ho messo mano alla “Pietra dei Sogni”.

Il libro è rimasto, come impegno e come momento di maggior gioia di produzione, ma nello stesso tempo mi aprivo anche ad altre forme di comunicazione. Per esempio, quando ho redatto il numero speciale di Alp sul Cervino, collaborando con la redazione. Questa cosa mi è piaciuta, poi cosa è successo? il libro, le riviste, la stampa cartacea… è crollato tutto il mondo editoriale!

Fino a metà degli anni 2000 ero contrario ai social network, anzi, ero assolutamente contrario, nel modo più totale, ritenendolo il massimo della superficialità! Vade retro!

Poi ho avuto l’occasione di pensare a un blog per banff.it, il Gogna Blog [http://www.alessandrogogna.com/category/posts/]! Io non sopportavo i blog, i forum, i “Fuorivia”, ecc., poi mi si è presentata l’occasione nel 2013 di fare davvero un blog io stesso: e allora ho cambiato idea; in seguito ho capito che per diffondere maggiormente i contenuti del blog occorreva usare anche Facebook (dall’agosto del 2014), riconoscendo che quel mezzo ha i suoi i limiti di qualità, ma dal punto di vista della diffusione è imbattibile.

La mia formazione di “librifero” (creatore di libri), mi ha condizionato… e non voglio dare la dose informativa quotidiana come fanno la maggior parte dei siti, tutto in una paginetta con due foto. No. Non voglio fare questo!

Ogni giorno voglio pubblicare un contenuto “non-superficiale”! Io non ho budget da rispettare, capi che controllano il mio lavoro, sono assolutamente libero! Dunque il blog è uno strumento nel quale credo molto, e l’utilizzo di facebook è utilitaristico, mi serve per avere il polso della situazione, dove è semplice vedere le interazioni, piuttosto che utilizzare Google Analytics.

Cosa farò da grande con il Blog?

Vorrei che i lettori aumentassero e vorrei che diventasse un punto di riferimento. Se un giorno avrò una redazione (non lo voglio, ma non lo escludo), magari si potrebbe fare anche un lavoro di cronaca quotidiana ed allora sì, potrebbe esserci una concorrenza con planetmountain e montagna.tv, ma al momento non se ne parla.

Certo, vorrei raggiungere il più grande numero di lettori e queste sono ambizioni di qualunque blogger… ma su una cosa ribadisco una diversità: la mia cultura è diversa, ho accettato questo nuovo modo, forse superficiale, di comunicazione (ora che la carta è finita) dalla quale siamo subissati (internet). Ma il prossimo passo è che la comunicazione sia di qualità e per questo occorre proporre dei contenuti che non siano superficiali.

(continua)

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Etna libera

Etna libera
(tratto da www.etnalife.it e rielaborato)
Il Comitato Etnalibera chiede il ripristino del libero escursionismo nell’area sommitale dell’Etna e della libera fruizione degli eventi eruttivi.

Rendere nuovamente libero l’escursionismo nell’area sommitale dell’Etna e rendere fruibili in sicurezza gli eventi eruttivi. È quel che chiede il Comitato Etnalibera, costituitosi nel mese di giugno 2015 fra diversi soggetti, associazioni, siti internet, operatori, liberi cittadini: AGAI (Associazione Guide Alpine Italiane), CAI, Regione Sicilia Onlus, Etnalife, Etnasci, Etnaviva, Etnawalk, Federescursionismo Sicilia, FIE (Federazione Italiana Escursionismo), Piuma Bianca; e i singoli cittadini Vincenzo Agliata, Giambattista Condorelli, Piero Giuffrida, Walter Gulisano, Giuseppe Riggio, Bruna Volpi. Il Comitato ha nominato portavoce Sergio Mangiameli e Giuseppe Riggio.

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Storia
Il vulcano è intimamente legato alle popolazioni che vi abitano sin da tempi remoti. I popoli dell’Etna e i viaggiatori di tutte le epoche, dall’imperatore Adriano ai protagonisti del Grand Tour, e poi gli scrittori da Omero a Virgilio sino a Goethe e De Amicis, e gli scienziati, da sempre si sono avvicinati all’Etna con timore e rispetto, ma anche con voglia di scoprirne i misteri. In tutti i tempi gli uomini hanno cercato di raggiungere la “bocca degli inferi”, ovvero la voragine principale dell’Etna, per lanciare uno sguardo in quell’orrido e meraviglioso baratro che nasconde i misteri della “montagna”; e in tutti i tempi i popoli etnei sono arrivati a pochi passi da quel “fuoco” che, avanzando ora lento, ora furioso, ingoia terre e colture.
Negli ultimi anni, purtroppo, nelle autorità preposte ha prevalso una logica restrittiva indirizzata alla politica del divieto. Una situazione che ha allontanato l’Etna dagli etnei, interrompendo un rapporto millenario. Inizialmente gli eventi eruttivi sono stati vietati da ordinanze prefettizie. Nel 2013 è stato emanato dalla protezione Civile un regolamento di fruizione (Procedure di allertamento rischio vulcanico e modalità di fruizione per la zona sommitale del vulcano Etna) che vieta l’escursionismo libero in vetta, se non con l’ausilio di personale abilitato ai sensi di legge e in situazione di “criticità ordinaria”, ovvero in assenza di attività. Ancor più stringenti i divieti in caso di fenomeni vulcanici, anche abbastanza comuni, o di eruzioni, che impediscono di raggiungere i fronti lavici.
Una situazione che cancella il secolare rapporto fisico ed emotivo che le popolazioni etnee hanno sempre avuto con il vulcano su cui vivono.

Etnalibera
Contro questa situazione associazioni e cittadini si sono battuti cogliendo risultati parziali, come l’eliminazione dei divieti in Valle del Bove, tuttavia ancora lontani da una fruizione piena. Il Comitato Etnalibera, riunendo un gran numero di soggetti a cui sta a cuore il rapporto con la propria “montagna”, chiede una nuova regolamentazione per la fruizione della vetta dell’Etna e degli eventi eruttivi. Dopo un ampio confronto interno al comitato, è stato redatto un documento condiviso che può servire come base di partenza per l’istituzione di un tavolo tecnico-politico che affronti una volta per tutte la questione, attribuendo al Parco dell’Etna il compito della fruizione.

Nel documento Perché l’Etna non si può vietare, elaborato da Etnalibera, si legge, fra le altre cose, che i divieti sarebbero in contrasto con il diritto di circolazione dei cittadini tutelato costituzionalmente dall’art.16, e che contraddicono la presenza dell’Etna fra i Beni Patrimonio dell’Umanità UNESCO, poiché il territorio dovrebbe, al contrario, essere pienamente vissuto anche per non perdere i benefici derivanti dal “richiamo turistico che esercita l’Etna in occasione delle sue possenti manifestazioni eruttive ed esplosive”.

Etnalibera propone di restituire all’Ente Parco la piena responsabilità di regolamentare e gestire la fruizione dell’area protetta, monitorare il numero degli accessi giornalieri in vetta e aumentare il livello di informazione agli escursionisti e predisporre dei piani di fruizione degli eventi eruttivi.

Nicolosi, 10 luglio 2015
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Manifestazione
Il 10 luglio 2015 si è svolta a Nicolosi, nel piazzale del Museo della Civiltà Contadina, la presentazione del documento Perché l’Etna non si può vietare. Hanno partecipato circa duecento cittadini, nonché amministratori e politici del catanese. La Presidente del Parco dell’Etna, Marisa Mazzaglia, si è impegnata a convocare un tavolo tecnico-politico per discutere dell’esigenza di una nuova regolamentazione per la fruzione dell’area sommitale e degli eventi eruttivi, a cui sarà invitata una delegazione di Etnalibera.

Lo Studio Legale Onida ha inviato al Prefetto di Catania, per conto del Collegio delle Guide, una lettera nella quale vengono espressi forti dubbi sulla legittimità del contestato regolamento e delle ordinanze via via emanate.

Ordinanza 11 luglio
Un primo effetto della manifestazione si è già avito il giorno dopo, 11 luglio: il Prefetto di Catania, nel tentativo di estromettere le guide dalla battaglia in corso, ha emanato un’ordinanza di alleggerimento del pericolo ai crateri sommitali, per cui adesso le guide possono accompagnare i visitatori (costo a piedi € 20,00, con la funivia e i pulmini € 95,00 a persona ), mentre rimane l’interdizione per i singoli visitatori e i gruppi senza Guida Alpina autorizzata oltre quota 2800 m.

La discussione
Venerdì 17 luglio 2015 Francesco Vasta scrive su La Sicilia un articolo dal titolo Il Vulcano “libero” non può non essere anche sicuro di cui riportiamo la parte finale:
“… In effetti, anche solo negli ultimi mesi, ai pochi giorni di durata delle eruzioni del cratere di sud-est hanno corrisposto oltre duecento giornate di interdizione totale della «zona gialla» sommitale dove, anche in tempi di criticità ordinaria, il livello del rischio vulcanico resta alto e richiede sempre – stando alle procedure in vigore – «fruizione guidata».
Il ricordo, per altro verso, di eventi esplosivi come il noto episodio del 1979 – 5 morti fra turisti italiani e stranieri orrendamente mutilati e decine di feriti alla Bocca nuova, apparentemente quieta – o del 1929 – 2 morti al cratere centrale per «un’immane esplosione » che travolse gitanti di Piedimonte e Linguaglossae alla quale la «Domenica del Corriere» dedicò addirittura la copertina che pubblichiamo in un’altra pagina – fa da doloroso sfondo alla disputa.
«Veicolare l’idea che siamo noi a chiudere l’Etna è fuorviante – dice Nicola Alleruzzo, responsabile del Rischio vulcanico etneo per la Protezione civile regionale, fra gli autori del citato prontuario di allertamento – piuttosto è grazie al nostro piano che è oggi possibile accedere al vulcano, visto che fino al 2012 le ordinanze del Prefetto si rincorrevano di eruzione in eruzione, senza tener conto delle esigenze di alcuno». Nessuna preclusione, per Alleruzzo, all’idea del Comitato di assegnare al Parco dell’Etna la gestione della fruizione, «a patto che si attrezzi con i dovuti mezzi e fermo restando che i compiti di previsione e prevenzione del rischio gravano naturalmente sulla Protezione civile».
Carmelo Nicoloso, vicepresidente di Federescursionismo Sicilia, si domanda per tutti: «La Montagna dev’essere libera, certo, ma fino a che punto?», e d’altronde, fuori dalle statistiche, gli eventi gravi possono sempre accadere. «Il ruolo di scienziati e Protezione civile non può essere discusso, si tende a semplificare troppo la questione» aggiunge, mentre, sul possibile ruolo dell’ente Parco, Nicoloso esprime «forti perplessità».

Etna, 14 novembre 2002. Colata originatasi nel pomeriggio del 13 novembre 2002 dalla bocca eruttiva apertasi a quota 2700 m a sud dei crateri sommitali, in zona Torre del Filosofo. La colata si dirige ad ovest.
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Osservazioni
Non bastano però ordinanze più o meno illuminate e comprensive, vogliamo che venga ripristinato lo stato di diritto di ogni cittadino di andare dove gli pare, anche ai crateri centrali dell’Etna, restando a carico della pubblica amministrazione l’obbligo di un’informazione puntuale e onesta sullo stato del vulcano, così come rilevato dalla costosa rete di rilevazione piazzata dall’INGV per conto della Protezione Civile.

Dopo aver letto attentamente il documento Perché l’Etna non si può vietare, aumenta la preoccupazione che i problemi legati alla libertà di accesso alle montagne stiano, anche in generale, aggravandosi.
Colpisce il livello di ingiustificate restrizioni in atto su una montagna di dimensione nazionale come l’Etna.
L’Osservatorio per la libertà in montagna è un libero gruppo di individui che hanno a cuore questo problema, che vedono con precisione la stoltezza di queste misure restrittive in un campo così necessario alla normale formazione materiale e spirituale dell’uomo.
E’ compito dell’Osservatorio, organo sostenuto dal Club Alpino Italiano, lottare contro la cecità dell’attuale ossessione per la sicurezza, primo elemento a sostegno delle tesi di divieto. Ossessione che crediamo fermamente possa essere sostituita dalla fiducia nel senso di responsabilità, qualità oggi così poco sostenuta dalla legislazione e dall’educazione a tutti i livelli di età.
Tutti i cittadini, dopo attenta riflessione, dovrebbero esprimere il loro pieno sostegno per la causa di Etna libera, impegnandosi a livello culturale, ma non solo, per il ripristino delle condizioni libere di visita e di frequentazione.

Altri documenti

Firma la Petizione on line

Adesioni alla petizione

Interrogazione ARS dell’On. Concetta Raia al Presidente della Regione a All’Assessore territorio e Ambiente 

Presidente Parco Marisa Mazzaglia: “Petizione di principio, che condivido totalmente”

Resoconto incontro del 10 luglio del Comitato Etnalibera a Nicolosi

Videointerviste agli escursionisti sui divieti in vetta

Interrogazione dell’On. Giuseppe Berretta ai Ministri Ambiente e Interno, e al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Protezione Civile

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Lettera a Piero Ostellino

Lettera a Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera
di Carlo Zanantoni (Osservatorio della Libertà)

17 febbraio 2013
Valanga a Monte La Nuda, Appennino reggiano
Egregio Dott. Ostellino,
dopo un nostro scambio di messaggi (il 12 – 13 settembre 2012) accolto con grande interesse dai miei colleghi dell’Osservatorio, non ho più avuto occasione di fornirle notizie sullo sviluppo dell’Osservatorio per la Libertà in alpinismo. Da un lato, il lento rodaggio dopo il riconoscimento dell’Osservatorio da parte del Club Alpino Italiano, dall’altro la fortunata carenza di eventi che meritassero un nostro intervento mi hanno convinto a non distrarla da suoi più importanti impegni (seguo i suoi duri interventi nei confronti di una deriva autoritaria nel nostro Paese!). Ora però è accaduto qualche cosa che può valere la pena di raccontarle, non come evento in sé – la solita valanga – ma come esempio di tipiche reazioni, sia da parte delle autorità locali che della popolazione. Questo ci offre un locale giornale on-line: REDACON, giornale on-line dell’Appennino reggiano.

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Troverà qui in dettaglio notizie, scambi di opinioni fra i lettori e interventi. Credo però utile, ammesso che meriti la Sua attenzione, estrarne alcuni punti salienti, come segue.

Tre scialpinisti, fra i quali uno sicuramente esperto, con esperienze di alpinismo extraeuropeo e guida alpina, Massimo Ruffini detto “Ruffo”, 28 anni, da Reggio, stanno salendo a Monte La Nuda il 16 gennaio 2013. Questa montagna offre un itinerario interessante. Raggiunta la cima della Nuda a quota 1870 m, i tre iniziano la discesa. Una valanga li travolge, Ruffo rimane sepolto e viene salvato dai soccorritori. La salita era iniziata nei pressi delle piste di Cerreto Laghi, ma non attraversò una zona sovrastante le piste; gli alpinisti erano comunque partiti ben prima che i mezzi di risalita entrassero in funzione, tanto per precisare. Il Direttore della Stazione sciistica, Marco Giannarelli della Park Hotel Srl, dichiara: “l’evento è avvenuto fuori dell’orario di apertura delle seggiovie e fuori dalle piste del comprensorio sciistico“.

Nel link citato si trovano molte informazioni. Viene descritto, in modo approssimativo, l’intervento dei Carabinieri di Collagna e di agenti forestali del CTA del Parco (Coordinamento Territoriale per l’Ambiente). I Carabinieri di Castelnovo ne’ Monti ritengono la valanga causata dalla condotta colposa del Ruffo e lo denunciano per procurata valanga alla Procura di Reggio Emilia. Pare che il Servizio Valanghe avesse dato informazione di pericolo grado 3.

La Redazione di REDACON informa che è prevista (?) una pena sino a 12 anni se si è riconosciuta una azione dolosa; nel caso specifico, potendosi riconoscere nel comportamento del Ruffini soltanto “colpa”, la pena sarebbe al massimo 5 anni.

Su questo punto non entro in dettagli, chiederò precisazioni ai miei colleghi avvocati.
Mi limito a dire che, al riguardo delle conseguenze civilistiche che derivano da reato, un qualunque reato (quindi, non importa se sia stato doloso oppure colposo) obbliga colui che l’ha commesso a risarcire il danno cagionato (vd. art. 185 c.p.). Se ci si riferisce al codice penale in senso stretto, c’è un delitto di valanga dolosa (art. 426 c.p., pena da 5 a 12 anni di reclusione) e c’è un delitto di valanga colposa (art. 449, pena da 1 a 5 anni di reclusione).

In pratica, la responsabilità per risarcimento danni non è alternativa alla “pena detentiva”: c’è sempre (se il danneggiato la richiede; mentre per quei reati l’Autorità pubblica procede “d’ufficio”) quale conseguenza di un qualsiasi reato che abbia cagionato anche danni concreti (non è detto che ogni reato li abbia cagionati).

Attualmente i nostri giudici tendono a rifarsi al criterio di maggiore severità. Questo non accade in Austria, dove si parla solo di eventuale risarcimento di danni; credo che simile sia la situazione negli altri paesi europei.

Non voglio qui insistere su questo punto, desidero soltanto farle notare come sia frequente, nei messaggi dei lettori di REDACON, un atteggiamento colpevolista e critico nei confronti di chi corre rischi, anche soltanto per se stesso, e anche di scarsa tolleranza per un’attività di cui non si vede il senso. Cito alcuni estratti:

Sotto il Monte La Nuda. Foto: R. Manfredi
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Non usiamo Massimo come capro espiatorio per muovere lamentele contro uno sport che infastidisce la comunità“.
Alla comunità non va bene che muoiano persone per questa passione “incontrollabile”per la montagna… mettendo a rischio non solo la propria vita ma anche quella di altri. Se è così “incontrollabile”… qualcun altro ci riproverà e allora servono divieti tassativi“.
La Redazione (!): “Per chi non rispetta le regole a tutela prima di tutto degli interessati ma anche (sic) delle altre persone il nostro vivere ( e codice) civile (sic) prevede diversi tipi di ammonimenti e punizioni. Non ci vediamo nulla di strano…”.
Un disinformato: “Io gli farei pagare il soccorso… il fuoripista è proibito“.
Tu rischi e io pago? Uno della mia famiglia non sarebbe andato lassù“.
Sono felice che non sia successo niente di grave, meno che la comunità debba pagare i costi del soccorso“.

Insomma, i soliti discorsi e molto spesso il riferimento ai costi del soccorso, che tutti noi paghiamo, senza pensare quanto più alti siano i costi sociali di tante altre libertà che fortunatamente la società ci concede.

Una nota sui sindaci. Ci sono due monti importanti nella zona: La Nuda, in territorio di Collagna e il Cusna, in territorio di Villa Minozzo. Paolo Bargiacchi, sindaco di Collagna, e Luigi Fiocchi, sindaco di Villa Minozzo, sono ambedue molto critici nei confronti dello scialpinismo, in particolare Bargiacchi che ha perso un amico sul Cusna. Ogni anno Bargiacchi reitera un’ordinanza in cui fa raccomandazioni su attrezzature, preparazione e cautele. Fiocchi ha emesso quest’anno, il 15 gennaio (giorno prima dell’incidente), l’Ordinanza n 02-2013 che comportava “il divieto assoluto di effettuare qualsiasi attività di tipo escursionistico e scialpinistico nelle zone poste sopra il limite superiore della vegetazione arborea del comprensorio del comune di Villa Minozzo, fino al perdurare di situazione di pericolo valanghe marcato 3 o superiore, fatti salvi provvedimenti più restrittivi“.

Concludo: Le invio queste poche note soltanto per fornirle un tipico esempio di una tendenza repressiva che ha crescente presa sul pubblico e di un evento al quale l’Osservatorio dovrebbe reagire. Per ora è prevalsa la tendenza dei miei colleghi ad attendere che un nostro incaricato cerchi di far rientrare le ordinanze dei sindaci. Io credo invece che dovremmo sfruttare l’occasione per prendere parte alla discussione sul giornale on-line, ammesso che non sia troppo tardi. Non finirà tutto qui.

Cordiali saluti, Carlo Zanantoni

La lettera, ovviamente, non è stata pubblicata e neppure ne è stato fatto un riassunto.

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Soccorso a pagamento?

Nota di Alessandro Gogna e Carlo Zanantoni

Il Corriere della Sera, 2 febbraio 2015, dedica un articolo ai costi del Soccorso Alpino, incluso l’intervento dell’elicottero. Questi sono totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale, cioè per nulla a carico della persona soccorsa, in tutte le Regioni, ma con tre eccezioni importanti: Veneto, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Anche in Piemonte si sta pensando di addossare un costo alla persona soccorsa. In Lombardia il provvedimento è già pronto ed è al vaglio della Commissione Sanità; è però limitato ai casi non gravi, cioè a soccorsi richiesti per motivi che non siano di vera emergenza sanitaria.

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Ci sembra opportuno stimolare una discussione su questo punto – anche allargando un po’ il discorso come faremo – premettendo che in linea generale siamo d’accordo. Sembra strano detto da noi, cioè da parte di chi ha promosso la creazione dell’Osservatorio per la Libertà nell’Alpinismo (per chi non lo sapesse, l’Osservatorio si propone la difesa della libertà di affrontare i rischi dell’alpinismo).

Il motivo è, sostanzialmente, che la principale obiezione che la collettività solleva nei confronti dell’Osservatorio è legata alla ricaduta sulla società dei costi del soccorso e delle conseguenze sanitarie. Sulle spese sanitarie l’Osservatorio sostiene che è ragionevole farle sostenere dalla comunità, perché tali spese sono ridicole rispetto a quelle generate da tante altre forme di libertà che la società accetta. Ma sulle spese del soccorso un discorso di questo genere non vale, tanto più che con un costo modesto un’assicurazione le può coprire, a cominciare dell’iscrizione al CAI, che porta alla copertura di tali spese fino ad un massimo di 25.000 Euro. Dunque ci sembra giusto porle a carico dell’assistito; osserviamo però che questo massimale viene spesso superato, sicché ci limitiamo a suggerire che il CAI dovrebbe agire nei confronti delle società di assicurazione per ottenere a prezzi ragionevoli coperture più elevate di quelle attuali. Ci risulta infatti che tali società, considerando il numero relativamente poco elevato di coperture richieste in questo campo, non perdano tempo a considerare con la dovuta attenzione la possibilità di una riduzione delle polizze, che con gli alti numeri diventerebbero più appetibili. E gli alti numeri si avrebbero quando gli alpinisti sapessero che le spese sono a loro carico.

Naturalmente sarà importante che, anche in Lombardia, vengano attentamente valutate le differenze enormi che ci possono essere tra un incidente e l’altro, oltre che tra un incidente e una semplice richiesta di essere prelevati a mo’ di taxi. I ticket a carico degli individui soccorsi dovrebbero essere modulati sulla maggiore o minore necessità del soccorso e maggiore o minore gravità dell’incidente.

Usciamo ora dal tema proposto dal Corriere per estendere le considerazioni al più vasto tema dei costi sanitari degli incidenti alpinistici; desideriamo infatti non perdere occasione per misurarci con l’opinione corrente nel pubblico, critico nei confronti di chi affronta volontariamente un rischio. L’uomo della strada ammira Messner ma critica chi, a modesto livello, cerca libertà ed emozione nella sua attività alpinistica. È difficile fargli apprezzare gli aspetti culturali e formativi di questo impegno, per lo meno tramite queste poche righe; limitiamoci dunque a dire che i costi sanitari di eventuali incidenti sono risibili nei confronti di quelli dovuti alle tante libertà che la società civile ci consente. La prima reazione quasi istintiva di tanti alla notizia di un incidente: “E chi paga? Noi” dovrebbe far posto al ragionamento che ora si è fatto; tradisce semplicemente, in molti casi, il fastidio verso il “diverso”, male inserito in questa società “sicuritaria” che si va creando e rafforzando.

Per quanto riguarda i rischi per i membri del Soccorso, chiediamo a loro, finalmente, di far più spesso capire all’uomo della strada che anche loro sono alpinisti e quindi affrontano il rischio per solidarietà. E chiediamo ai loro capi di non insistere così spesso sulla critica a chi ha incidenti in montagna con un tono che li fa apparire come ridicoli incoscienti.

Ma dopo questo appello ritorniamo al discorso sui costi: sarebbe bello se il CAI potesse tacitare anche le indebite critiche suddette ottenendo che sia disponibile per chi pratica l’alpinismo un’assicurazione per le spese mediche a costi non proibitivi, che potrebbe includere morte e invalidità (di cui fino ad ora qui non si è parlato). Per gli istruttori essa è già disponibile.

Riassunto della situazione:

Costi del soccorso
Tutti a carico ASL (nessuno paga) in tutte le regioni ESCLUSE Veneto, Trentino, Val d’Aosta e forse fra poco Piemonte e Lombardia.
I soci CAI sono coperti fino a un massimo di 25.000 EURO

Spese mediche
A carico ASL

Polizza infortuni
Per i soci CAI: solo in attività sociale.
Per istruttori: anche in corso di attività propria.
A: morte 55.000 EURO, invalidità 80.000 / B: tutto raddoppiato se si pagano 3,80 (!!!!) Euro in più.

Chi è interessato, in questo documento in pdf, può avere informazioni sulle assicurazioni disponibili in ambito CAI.

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Monti Sibillini: una possibile alba

La serie in tre puntate di La lunga notte dei Sibillini ha, per usare le parole di Luigi Nespeca, “ricostruito la vicenda del Parco dei Monti Sibillini con pazienza e accuratezza”.

Chi volesse ripercorrere questa storia può farlo ai seguenti link:
La lunga notte dei Sibillini 1  8 novembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 2  4 dicembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 3  4 gennaio 2015

Nella terza parte, tramite la sezione “commenti”, si era da tempo avviata una costruttiva discussione spontanea, come se questo Gogna Blog fosse diventato un forum “istituzionale” per tale problema.

L’iter culturale e amministrativo è ancora lungi dalla conclusione, pertanto abbiamo deciso di continuare, scegliendo un “commento” che ci pare particolarmente significativo per iniziare un’altra serie, Monti Sibillini: una possibile alba, che ci auguriamo fortunata e produttiva come la precedente.

Monti Sibillini: una possibile alba
di Luigi Nespeca

Purtroppo mi rendo conto che queste montagne sono ormai famose non più per la bellezza dei territori e la biodiversità che conservano, ma piuttosto per il marasma di contraddizioni che domina le valli, le praterie e le vette. Un marasma, unico in tutto il paese, che ormai sembra essere l’unica vera endemia del Parco.

Monti Sibillini, Cima del Redentore. Foto: www.fotografiadinatura.it

AlbaPossibile1-06. CIMA DEL REDENTORE - MONTI SIBILLINI

Paolo Caruso mi ha citato in un commento alla serie La lunga notte dei Sibillini, quindi ho deciso di intervenire nella discussione.

Due parole riguardo la vicenda che mi vede protagonista, accusato di grave terrorismo ambientale: nel mese di ottobre ho ricevuto tre verbali per aver introdotto un cane nel parco, nelle stesse aree in cui cani randagi girano indisturbati. Gli accertamenti sono scaturiti da un’importante e lunga indagine, svolta interamente su internet, da cui sono state scaricate foto, filmati e racconti, senza di fatto averne verificato le coordinate spazio-temporali. Peccato non aver mai incontrato personale del Parco o del CFS sul territorio ad informare gli escursionisti. Comunque la questione è all’attenzione di un ricorso che ho presentato, anche al ministero.

Non vorrei porre però l’attenzione sulle mie disavventure personali, ma tornare ai punti salienti della discussione: la segnaletica e la fruizione del parco.

1- La segnaletica del Parco
Ricordo romanticamente i tempi in cui si programmavano le escursioni sui tavoloni di legno nei rifugi, studiando il percorso sulle carte IGM e consultando la letteratura e le guide esperte. Ora con i GPS o un semplice tablet basta vedersi all’attacco del sentiero per dare inizio all’avventura.

Niente di più sbagliato! Il mio consiglio è comunque di avere nello zaino documentazione cartacea e di affidarsi a un professionista della montagna: fatevi sempre accompagnare da bravo avvocato amministrativo – non me ne voglia l’amico Paolo Caruso e portate sempre con voi il codice civile e di procedura penale, oltre all’ultima versione del regolamento del Parco, aggiornato agli ultimi editti emanati.

Il fatto che l’Ente Parco sponsorizzi solo le sue cartine e di fatto sanzioni o metta a rischio l’incolumità di chi non le usa mi sembra una concorrenza sleale per altri editori ed un ricatto commerciale nei confronti dei consumatori/turisti.

Inoltre affidarsi alla segnaletica del Parco risulta arduo perché, ove presenti, i tabelloni informativi sono aperti all’interpretazione dell’escursionista e presentano correzioni a pennarello di dubbia validità. Se è vero che sono stati spesi tutti quei soldi allora sarebbe opportuno sostituire i pannelli quando non più validi in base a nuovi divieti, invece di impegnare un addetto per fare il giro dei tabelloni e ripassare le cancellature con il pennarello, che non mi sembra un’attività conforme e degna di un Parco Nazionale.

Consiglio la visione del sopralluogo che ho realizzato nel Parco nel mese di ottobre, sulla situazione della segnaletica. Ecco il video:


2- La fruizione del Parco
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icuramente avrete visionato il documentario presente nel canale YOUTUBE del parco, in cui al minuto 5.35 il dr. Perco dichiara che i Monti Sibillini sono fin troppo noti e che nel futuro occorre aumentarne la riservatezza. In una frase è esplicitata la politica alla base della attuale gestione del Parco.

Ecco il video:

Fortunatamente in altri Parchi Naturali nelle regioni vicine, l’indirizzo nella gestione degli equilibri tra tutela ambientale, popolazione locale e turistica ed economia ha virato nella direzione opposta, riconoscendo che la condivisione e la partecipazione tra istituzioni e popolazione possano solo giovare al raggiungimento delle finalità di un Parco Naturale.

Un esempio: sabato scorso (10 gennaio 2015) ero a Subiaco per la conferenza stampa di presentazione di un Trail che attraverserà l’intero territorio del Parco dei Monti Simbruini, riserva naturale più estesa del Lazio, oltre che di grandissimo interesse naturalistico, ricca di animali selvatici (anche l’Orso Marsicano transita per quei boschi) e paesaggi di montagna selvaggia.
Tutti i rappresentati delle istituzioni dal commissario del parco al direttore dell’agenzia per il turismo, dall’assessore regionale all’ambiente al direttore dell’agenzia regionale dei parchi convengono che: “occorre preservare il bene naturalistico affinché il maggior numero di persone lo possa vedere” e che “Non si tratta di sopportare una manifestazione. Il trail è più bello se si fa in un parco ed il parco è più bello se ci si fa il trail”.

Per maggiori info ecco l’articolo: http://www.appenninico.it/?p=859

Quindi è evidente che un “cambio di poltrone” ai vertici di un parco aiuta sempre a ritrovare la rotta, infatti il nuovo Direttore dei Simbruini ha dato l’impulso per avviare una stretta collaborazione sinergica tra istituzioni, associazioni sportive, operatori turistici per aumentare l’interesse nella popolazione per la tutela della risorsa ambientale e naturalistica.

Appena la voce che nel Paese alcune aree protette vengono ancora gestite all’insegna del divieto selvaggio, della repressione o suon di sanzioni a turisti/escursionisti/alpinisti giungerà all’attenzione dell’orecchio giusto, qualcuno telefonerà a Visso per chiedere spiegazioni. Qualcuno presto si renderà conto che la politica di “fatturazione” a discapito delle tasche di turisti che praticano attività eco-sostenibili, in favore di attività di stampo venatorio (come la conta della coturnice con cani da caccia liberi e il prelievo selettivo del cinghiale tramite abbattimento) non rappresenta certo una strategia di tutela ambientale, né tanto meno un alternativa di sviluppo economico per la popolazione. Allora si cambierà rotta!

Siamo grandi e responsabili, non abbiamo certo bisogno dei “giochini” ed “indovinelli” che il Parco dei Sibillini pubblica sulla pagina facebook in nome della pedagogia: l’educazione e la formazione è altro.

Ricordo che l’educazione (intesa come formazione etica delle generazioni) salverà il pianeta, i divieti e la repressione ovviamente no.

L’autore, Luigi Nespeca, con il suo cane-alpinista Melody in marcia sul Monte Autore (Monti Simbruini)
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L’istruttore del CAI

La figura dell’istruttore di alpinismo nelle sezioni del CAI
di Carlo Ventura (da Astimontagna, CAI Asti, luglio 2014, con qualche lieve modifica)

L’iter formativo degli istruttori di alpinismo in ambiente CAI è particolarmente complesso, lungo e severo. Intanto la frequenza di regolari corsi di alpinismo in scuole sezionali ufficialmente riconosciute costituisce un iniziale passaggio obbligato.

Ad esempio, un giovane per quanto atletico e brillante, pur frequentando già la montagna, non basta che dimostri delle doti naturali e predisposizione per questa disciplina: non è ammessa l’autodidattica. Ovvero dovrà comunque sottoporsi all’apprendimento delle tecniche fondamentali, collaudate, aggiornate e uniformi suggerite dagli organi tecnici centrali e periferici del CAI.

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Nel frattempo, nell’ambito della scuola, acquisirà basi culturali e mentalità adatte a sua volta all’insegnamento. Dopodiché insieme agli allievi più meritevoli e, come si dice più portati e affidabili, verrà invitato a collaborare e a inserirsi gradualmente nel corpo-istruttori della scuola di appartenenza. Prima, per un periodo almeno biennale, come aiuto-istruttore, poi come istruttore sezionale. Intanto dovrà maturare un’adeguata esperienza individuale in alta montagna tale da costituire un curriculum sufficiente, sia su roccia che su ghiaccio, a essere ammesso in seguito ai corsi regionali per conseguire la qualifica di Istruttore di alpinismo. Questi sono corsi biennali di formazione e selezione che si concludono con un esame teorico-pratico piuttosto rigoroso.

A questo punto, dopo un’adeguata permanenza in questo ruolo, coloro che contribuiscono in modo più attivo alla vita della scuola sezionale, se avranno maturato un’ulteriore esperienza d’alta montagna di livello superiore, potranno essere ammessi al corso per Istruttori Nazionali di alpinismo della Scuola Centrale del CAI. Corso che si svolge solo ogni due anni e che consiste in alcuni stage in montagna, molto selettivi e di alto grado alpinistico.

A parte le energie necessarie per raggiungere tale obiettivo, ammesso che pochi sono in grado di superare una selezione così severa, se si fanno due conti, si constata che, ben che vada, occorrono minimo circa una decina d’anni per diventare istruttore nazionale e, una volta raggiunto ciascuno dei vari step sopracitati, non è che lo si mantenga automaticamente per un tempo illimitato. Nossignore, si è sottoposti a una periodica e frequente verifica circa la continuità delle funzioni didattiche nelle proprie scuole, l’attività personale in montagna, l’aggiornamento tecnico in sessioni periodiche a frequenza obbligatoria, proposte da organismi superiori.

Il tutto da conciliare con impegni personali di famiglia, di lavoro, di studio, condizioni di salute, età e quant’altro. Quindi da tutto ciò si può ben capire che per fare e continuare a fare l’istruttore di alpinismo nel CAI, oltre ad una smisurata passione per la montagna, occorrono una buona dose di costanza e di tenacia.

Altro aspetto fondamentale della figura dell’istruttore di alpinismo, come pure di tutte le altre qualifiche di istruttore ed accompagnatore del CAI, è la responsabilità sia civile che penale, ma soprattutto morale, nei confronti di chi si affida a noi.

Discorso questo molto complesso e articolato, che non si può semplicisticamente liquidare, come magari piacerebbe a qualcuno, ampliando sempre di più e perfezionando le coperture assicurative. Non c’è polizza che ci possa sollevare dalla responsabilità morale, che personalmente ritengo la più onerosa!

Carlo Ventura, sulla Placca di 40 metri della Palestra dei Laghetti (Appennino Ligure), 5 luglio 1964IstruttoriCAI-VenturaCarlo,Laghetti,5-VII-1964
Per quanto attiene invece alla responsabilità giuridica colgo l’occasione per un approfondimento di merito che magari molti sottovalutano o non considerano a sufficienza. Questo tipo di responsabilità non è mai derogabile o rinunciabile da parte di operatori qualificati e ufficialmente riconosciuti come gli istruttori del CAI, sebbene volontari non professionisti. Si badi bene, ciò vale anche se si partecipa ad attività del CAI in incognito, senza comparire tra gli organizzatori responsabili e persino durante lo svolgimento di una qualsiasi attività collettiva ricreativa e senza alcun compenso, privatamente e fuori dall’ambiente del CAI. Facciamo un esempio di tutt’altra natura: una persona qualunque, in possesso di un’imbarcazione di discrete dimensioni e titolare di patente nautica, quindi con una lunga e documentata esperienza marinaresca, viene invitato a partecipare in comitiva a una gita sulla barca di proprietà di un amico comune. In caso di disgrazia, il giudice inquirente potrebbe invitarlo a dimostrare di aver suggerito e imposto (anche con la forza e contro la volontà del proprietario dell’imbarcazione) ogni accorgimento utile e indispensabile a scongiurare, nei limiti ragionevoli del possibile, situazioni di grave pericolo. La stessa cosa vale anche in montagna. Si abbia ben presente che, in caso di grave rischio, gli operatori qualificati del CAI devono obbligatoriamente assumersi le responsabilità che la loro esperienza impone.

Infine, strettamente correlato al concetto di responsabilità giuridica, si è aperto negli ultimi tempi un vivace dibattito, che varrebbe la pena di approfondire, circa la libertà dell’alpinista su di un terreno di avventura come la montagna. Questo argomento era già stato oggetto di interessanti interventi alla assemblea nazionale di Soave del 17 novembre 2012, da parte di Alessandro Gogna, come pure dell’avvocato Vincenzo Torti e del past-president Annibale Salsa.

È stato poi ripreso e approfondito in una recente lettera dello stesso Gogna, quale portavoce dell’Osservatorio del CAI per la libertà in montagna e in alpinismo, indirizzata al Pubblico Ministero torinese Raffaele Guariniello, che indaga sulle ultime sciagure da valanga provocate dallo sci fuori-pista. Egli così si esprime: “La libertà in alpinismo… è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri. La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici”.
Concludendo poi: “Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti”.

Reduce dall’ennesimo incidente, lasciatemi aggiungere: non sempre le disgrazie in montagna sono dovute alla fatalità. Spesso hanno la loro componente di errore umano, d’imperfezione tecnica, di sottovalutazione delle difficoltà, ecc. Critiche pertinenti che si possono accettare. Chi non sbaglia mai? Non si è mai finito d’imparare. Ciò non di meno, specialmente noi istruttori e soprattutto nella pratica didattica, dobbiamo assumere dei comportamenti, usare tali cautele di prudenza e tali misure di sicurezza da impedire assolutamente di poter essere considerati degli spericolati. Le scuole di alpinismo sono un efficace antidoto alla frequentazione selvaggia della montagna, possono e devono educare i giovani allievi a una pratica dell’alpinismo consapevole e responsabile.

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Divieti in montagna? No, grazie!

Divieti in montagna? No, grazie!
di Fabrizio Vago (da www.ilmountainrider.com, 7 ottobre 2014)

L’inverno si avvicina, chissà se sarà un vero inverno e se sulle montagne italiane arriverà la neve? Se succederà, insieme a quella cosa bianca che scenderà giù leggera dal cielo e che tanto fa sognare scialpinisti, freerider e ciaspolatori, fioccheranno di sicuro anche i divieti che riporteranno molti appassionati con i piedi per terra. Ragazzi non facciamoci meraviglia, d’altronde siamo in Italia, il paese delle ordinanze e dei divieti e delle persone per bene. Si sa benissimo che qui da noi chi esce dai percorsi battuti è considerato dalla gente “normale” e dalle istituzioni quasi come un criminale, un cerca rogne, un poco di buono insomma.Vago-Divieti-divTutto questo paradossalmente quando il mercato dello sci freeride è in pieno boom nonostante la crisi e quando pressoché ogni stazione turistica invernale che si rispetti si fa bella illustrando nei propri depliant e nei propri siti sciatori colorati e con sci fat ai piedi che si divertono scendendo sconfinati pendii di neve fresca baciati dal sole!

Non è un po’ come il gioco del bastone e la carota? Pensateci un po’.

Certo proibire dicendo di no al fuoripista è la cosa più facile ed immediata che salta in mente perché chi ci amministra può sempre lavarsi le mani da ogni responsabilità. Giusto? Ma a che prezzo?

Alcuni danni di questo “assistenzialismo garantito” tanto di moda nella società d’oggi in Italia ma non solo, sono sotto l’occhio di tutti altri invece sono più subdoli e meno evidenti ma non per questo meno importanti. Tengo a precisare che tutto ciò va oltre l’ambito della montagna invernale in senso stretto ma può essere applicato anche ad altri aspetti della vita di ogni giorno.

Divieti in montagna: la mia opinione
Quella dei divieti in montagna, quale ambiente potenzialmente pericoloso per l’uomo e mai scevro da pericoli, è un argomento che mi sta a cuore particolarmente perché tocca la mia libertà di scegliere consapevolmente assumendomi la responsabilità di ogni mia azione.

La montagna, ed in particolare la montagna invernale, si sa è un luogo duro e severo che richiede preparazione, esperienza e prudenza ma dove non è sempre possibile prevedere tutto in nome di un ostentata e alquanto utopistica idea di sicurezza totale. Un luogo dove l’uomo è soggetto alle regole della natura e non a regole scritte da altri uomini. Lassù vince l’aleatorietà, l’avventura, ma soprattutto vince la libertà. Come contropartita è richiesta l’accettazione di un rischio anche minimo che sarà sempre presente e mai eliminabile del tutto e che ognuno dovrà saper gestire al meglio, a tutela della propria incolumità, tramite scelte consapevoli e responsabili. Queste sono le regole del gioco. Punto e basta!

Vago-Divieti-divieti-russi-2Chi in nome della sicurezza ha la pretesa di far diventare la montagna un luna park sotto il proprio controllo affidandosi a norme, regolamenti e divieti sbaglia di grosso. Questo tipo di comportamento contribuisce a creare solo confusione, superficialità di giudizi e false credenze rischiando di distogliere l’attenzione dell’utente dalle cose veramente importanti.

Facciamo un esempio pratico: il caso tipico è l’emissione di un ordinanza di divieto di fuoripista in una determinata zona con pericolo di valanghe grado 4 (forte) per un periodo circoscritto. L’utenza può dare per scontato che quando l’ordinanza sarà revocata il pericolo non esisterà più, quando gli addetti ai lavori sanno benissimo che anche in presenza di pericolo grado 2 non si è mai completamente al sicuro. Allo stesso modo una persona non particolarmente esperta potrà essere indotta a pensare che fuori dalle zone proibite il pericolo non sussista. Sembra una sciocchezza ma ho sentito bene con le mie orecchie certi discorsi a riguardo assai poco confortanti.

A questo punto qualche benpensante potrebbe obiettare che nessuno ordina di ficcarsi nei pericoli mettendo anche a repentaglio la vita dei soccorritori. A questa osservazione rispondo, coerentemente alla linea intrapresa finora, adducendo che le persone che fanno parte del soccorso alpino sono in primo luogo appassionati e assidui frequentatori della montagna che sanno comprendere più di altri le motivazioni e la passione di colui che viene soccorso. E poi chi ha stabilito che la squadra di soccorso debba sempre partire in qualunque condizione? Come vedete si ritorna sempre al punto di partenza: quello di fare delle scelte consapevoli assumendosi le responsabilità delle proprie azioni senza pretendere miracoli da nessuno e senza volere trovare a tutti i costi un colpevole che paghi per i nostri sbagli. Assecondando questa linea sono convinto che nei casi di dubbio circa le condizioni della neve, del meteo e della montagna in generale ci sarebbe forse qualche rinuncia spontanea in più e comunque certe scelte verrebbero prese con minor leggerezza.

Per facilitare delle decisioni consapevoli e responsabili e limitare al massimo il numero degli incidenti bisognerebbe prendere la strada della formazione, della conoscenza e della cultura coinvolgendo soprattutto coloro che sono i veri professionisti della montagna ovvero le Guide Alpine. Come? Attraverso seminari nelle scuole, eventi ad hoc organizzati dalle stesse stazioni turistiche invernali e altre attività che possano in qualche modo portare una maggiore chiarezza e consapevolezza nei media su ciò che comporta praticare certe attività in montagna.

Se proprio vogliamo mettere dei cartelli, al posto dei divieti che prevedono coercizioni della propria libertà e mu  lte nel caso di inosservanza, opterei piuttosto per delle semplici segnalazioni che ognuno potrà considerare o meno in base alla propria coscienza, preparazione ed esperienza.

In conclusione carte e regolamenti non sono serviti e non serviranno nemmeno in futuro a prevenire gli incidenti perché la capacità di gestire il rischio in montagna spetterà in primo luogo sempre e solo a chi la frequenta.

Questo è il mio pensiero mentre sto già sognando l’inverno che verrà.

Fabrizio Vago
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Etna libera 3

Divieti dannosi, serve la responsabilità personale
di Claudia Campese (dal quotidiano online CTzen, 26 ottobre 2014)

Tra i nomi più noti dell’alpinismo italiano, fondatore prima di Mountain Wilderness e poi dell’Osservatorio per la libertà in montagna, in questa intervista a CTzen Alessandro Gogna si sofferma sui limiti di ascensione e visita imposti dagli amministratori locali, come nel caso del vulcano etneo. Illusori, secondo Gogna, e anche controproducenti, «perché, senza informazione e libertà, la sicurezza, anziché aumentare, diminuisce».

Etna 3-Italia-1080x1920In Italia come all’estero, il nome di Alessandro Gogna è legato alla montagna. Tra i più noti alpinisti italiani, genovese, classe 1946, Gogna è storico dell’alpinismo e, trent’anni fa, fu tra i primi a proporre una discussione sulla fruizione e la salvaguardia delle vette. Un ragionamento, il suo, basato su una parola d’ordine: responsabilità individuale. Concetto che si accompagna a quelli di sicurezza e libertà, ma in un percorso oggi sempre meno condiviso dalle pubbliche amministrazioni, soprattutto al Sud. Come nel caso del vulcano Etna, da tempo ormai soggetto a divieti che la prefettura etnea aveva promesso di ridiscutere a settembre, mese ormai passato da un bel po’.

L’Etna come lo Stromboli, le limitazioni alla fruizione delle montagne sono un caso tutto siciliano. Almeno nella sua concreta applicazione perché altrove, ad esempio sulle Alpi, ci si prova da tempo senza successo. E per questo Alessandro Gogna ha fondato l’Osservatorio per la libertà in montagna, un movimento d’opinione composto da una dozzina di esperti e appassionati con lo scopo di «sensibilizzare l’opinione pubblica all’importanza della responsabilità individuale come prima arma per preservare la propria incolumità», spiega.

Oltre la tecnologia e la burocrazia. Un percorso che inizia con la fondazione insieme ad alpinisti di tutto il mondo di Mountain Wilderness negli anni ’80. «Quando, come per tutte le questioni ambientali, si inizia a sviluppare una forte coscienza e il desiderio di associarsi per tutelare la natura», continua Gogna. «Allo stesso modo, circa cinque anni fa, abbiamo sentito il bisogno di difendere le attività di montagna a tutti i livelli, dalle escursioni all’alpinismo estremo, dalle aggressioni subdole di chi vuole mettere tutto in sicurezza».

Una «società sicuritaria» che, secondo l’esperto, commette almeno due errori: «Il primo è che di sicuro non c’è niente e dire “piena sicurezza” o “totale sicurezza” è una strategia di marketing pericolosa perché non è vero». Il secondo è che «affidando la propria responsabilità di singolo a strumenti e limiti decisi da altri, la sicurezza, anziché aumentare, diminuisce». Come quando, per tornare alla montagna, ci si lancia in azioni imprudenti perché «se sei un po’ cretino, pensi: “Tanto mi vengono a prendere”». Anziché informarsi e scegliere in libertà. Che è anche la libertà consapevole di non fare o non andare. «Gli amministratori, tralasciando eventuali interessi, non vogliono avere loro stessi responsabilità – spiega Gogna – Ma non possono limitare la libertà dei cittadini come fossimo nel Medioevo e demandare la responsabilità a un divieto».

Limiti che, tra l’altro, risultano troppo spesso settoriali. «Perché non c’è un divieto di balneazione, con tanto di sanzioni, quando a mare sventola la bandiera rossa? Ogni anno muoiono un sacco di persone, ma non se ne fa una tragedia come si fa per la montagna», si accalora l’alpinista. Che respinge anche l’ipotesi, come nel caso dell’Etna, di una fruizione obbligatoriamente mediata dai professionisti: «Certi divieti non valgono se si va con le guide alpine? Qui si rasenta il ridicolo», sostiene Gogna che è anche guida alpina, appunto. Un approccio che, in definitiva, mette a rischio la conoscenza della montagna, «una delle poche zone in cui si è ancora liberi di esprimersi – conclude – come non possiamo più fare nel resto della società».

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Il convegno del CAAI: Libertà e alpinismo

Montagna e responsabilità
di Eugenio Cipriani (da Il Giornale di Vicenza di giovedì 16 ottobre 2014)

Diversi decenni fa Giorgio Gaber cantava “libertà è partecipazione”, ma per il Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) riunitosi sabato 11 ottobre 2014 a Caprino, in campo alpinistico la frase dovrebbe suonare “libertà è responsabilità”. Equazione sulla quale pressoché tutti i presenti all’evento, vale a dire relatori e soci del club che sono poi intervenuti al dibattito, si sono trovati d’accordo. Numerosissimi gli Accademici presenti al convegno: circa 130.

OLYMPUS DIGITAL CAMERADopo il benvenuto da parte delle autorità locali ha fatto gli onori di casa il veronese Arturo Franco Castagna, presidente del gruppo Orientale del CAAI e che, con il neo Accademico scaligero, il caprinese Cristiano Pastorello, è stato l’organizzatore dell’evento.

A far da moderatore, invece, è stato Alessandro Camagna, presidente della sezione scaligera del CAI. Castagna, dopo aver ricordato che proprio quest’anno cadono i cinquant’anni dalla morte di Giancarlo Biasin al quale ha idealmente dedicato il convegno, ha poi lasciato la parola al primo dei cinque relatori, nonché decano del Club e past-president del gruppo Orientale, il triestino Spiro dalla Porta Xidias. Il past-president, dopo aver lamentato la scarsa attenzione che il Club Alpino Italiano presta nei confronti dell’Accademico, ha affermato che la libertà equivale a ciò che si prova andando in montagna ma, ed è questo il nodo cruciale per Spiro, solo se l’approccio alla montagna è cavalleresco e puro, estraneo cioè alla ricerca del primato o, peggio ancora, del lucro. L’alpinista come cavaliere dell’ideale, quindi, sempre alla ricerca di un’elevazione spirituale che solo la montagna, raggiunta attraverso la pratica dell’alpinismo, che implica assunzione di rischi ma anche di responsabilità, sa offrire.

Un’ipotesi, quella di Spiro dalla Porta Xidias, forse un po’ datata in un mondo dove, come evidenziato dal secondo relatore, Carlo Zanantoni del gruppo orientale, si sta rendendo ormai necessaria la realizzazione di una rete di osservatori per la libertà in montagna, vale a dire persone o gruppi di persone attente a monitorare nella propria area situazioni, circostanze, malcostumi o normative che limitino o possano condurre in futuro ad una restrizione della libera fruizione degli spazi alpini da parte di escursionisti ed alpinisti.

CAAI-VR-foto_43_02Su queste affermazioni si è inserito poi l’intervento, forse il più atteso, del celebre alpinista genovese Alessandro Gogna, uno dei primi ad aver messo da tempo in evidenza, sia durante diversi convegni che sulla stampa, la necessità di tenere alta l’attenzione intorno a questo argomento. Gogna ha esordito dicendo che con l’evoluzione dei materiali, intesi nella duplice accezione di materiali per la progressione e materiali per la sicurezza, poco a poco si è avviato negli alpinisti un lento, subdolo, incessante processo di deresponsabilizzazione. In pratica, se un tempo la scarsità e la poca affidabilità del materiale (spesso fatto in casa) rendevano necessaria un’attenta preparazione anche e soprattutto psicologica del singolo scalatore che si assumeva “in toto “la responsabilità di ogni manovra e di ogni decisione, ora questo succede solo in parte. Tutti i materiali, ha evidenziato Gogna, sono oggi assoggettati a severi test condotti a livello internazionale (marchio UIAA) e quasi più nessuno, a meno che non si tratti di un esaltato irresponsabile, affronterebbe un itinerario di arrampicata con materiale fatto in casa o recuperato nel baule del nonno! Ma la deresponsabilizzazione va ben oltre, ha detto sempre Gogna, e abbraccia lo stesso terreno di scalata. A partire dalle scuole di alpinismo che, perlopiù, organizzano corsi approfittando di falesie perfettamente attrezzate, fino ai singoli alpinisti e persino alle Guide alpine oggi è tutta una ricerca della via protetta in maniera “moderna”, cioè con soste e passaggi assicurati da protezioni che, almeno in teoria, dovrebbero essere a prova di caduta (spit-fix o anelli resinati, catene alle soste di calata, ecc.). Quando tutto è preparato e preconfezionato, secondo Gogna, tende a verificarsi una sottovalutazione del rischio ed una sopravvalutazione delle proprie capacità con esiti nefasti. Similmente, il sapere di poter contare sempre sulla possibilità, tramite il cellulare, di chiedere immediatamente soccorso è un fattore in più di deresponsabilizzazione. Si potrebbe guardare a questo aspetto in maniera bonaria, giudicandolo nient’altro che frutto dei tempi: come nessuno oggi si sognerebbe più di guidare un’auto con i freni a tamburo alla stessa stregua nessuno, se non in occasione di una rievocazione storica, arrampicherebbe con una corda di canapa, chiodi di ferro fatti in casa magari lungo un itinerario friabile e pericoloso! Però questo atteggiamento di deresponsabilizzazione nasconde un altro fenomeno, anch’esso frutto dei nostri tempi, ma che rappresenta un pericolo non meno grave nei confronti della libertà dell’alpinismo.

Deresponsabilizzarsi implica parallelamente, ha sottolineato infatti Carlo Bonardi del CAAI Centrale nel proprio intervento, trovare un colpevole in caso di incidente, sia esso il compagno, l’azienda costruttrice dei materiali usati, oppure l’apritore-preparatore dell’itinerario. Insomma, vi è il pericolo che anche in alpinismo dilaghi, come già successo qualche volta e come ogni giorno accade infinite volte nella nostra società nelle situazioni più disparate, il ricorso all’articolo 43 del Codice penale, laddove si distingue il reato fra colposo e doloso. E’ veramente triste, ha esclamato ad un certo punto Spiro dalla Porta Xidias, che si sia giunti oggi a dover trattare argomenti quali colpa, dolo e sanzioni a proposito di un’attività come l’alpinismo che da sempre ha simboleggiato un mondo, sia in teoria che in pratica, ben al di sopra delle miserie quotidiane!

Lo sfogo del decano triestino è stato da tutti applaudito, ma a smorzare l’entusiasmo dei convenuti e a riportarli con i piedi per terra e la mente attenta ai problemi della società attuale ha provveduto Giancarlo Del Zotto, che ha parlato di sicurezza in montagna fra regole, sanzioni e consumismo. Bisogna fare attenzione, ha detto Del Zotto, a non confondere la libertà in montagna con l’irresponsabilità o con l’approssimazione, atteggiamenti entrambi tipici del nostro tempo. Al contrario, l’alpinista deve evolversi nel proprio cammino esperienziale sempre più verso un’accresciuta responsabilità personale che lo induca ad operare ogni scelta in funzione delle possibili conseguenze, in primo luogo quelle negative, che da essa potrebbero derivare. Quindi, ancora una volta, il senso di responsabilità è emerso come elemento basilare per garantire la libera fruizione della montagna anche in futuro senza divieti e senza codifiche, senza esami di ammissione e senza patentini.

CAAI-VR-4_ag_01Quinto ed ultimo intervento è stato quello del docente di Filosofia morale all’Università di Verona, Italo Sciuto, che ha paragonato l’alpinista ad un personaggio dantesco sospeso fra Catone l’uticense (“… Libertà va cercando, ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”) ed Ulisse (“… fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”). Ma l’alpinista, ha sottolineato Sciuto, deve comunque agire secondo un principio di responsabilità (di nuovo la parola-chiave del convegno) in modo che le conseguenze del proprio agire siano compatibili con la possibilità che le generazioni future possano vivere una vita autentica ed autonoma come è (o dovrebbe essere) la nostra. In più, ha aggiunto il docente di Filosofia morale, di fronte all’onnipotenza della tecnologia occorre esercitare un sano scetticismo non disgiunto da una buona dose di timore.

Fra gli interventi succedutisi nella seconda parte del convegno durante la quale si è svolto un dibattito prevalentemente incentrato sui rischi penali legati alla realizzazione di vie nuove e\o di palestre naturali di roccia, uno dei più seguiti è stato quello di Maurizio Dalla Libera, Presidente della Commissione Nazionale Scuole di Alpinismo e Scialpinismo (CNSASA) il quale ha ricordato che anche le Scuole di alpinismo, assieme ad altri organi tecnici centrali del Club Alpino Italiano, si sono occupati del tema della libertà in alpinismo ed ha pure aggiunto, riallacciandosi in parte a quanto detto da Alessandro Gogna, che la montagna è e deve restare un luogo fruibile liberamente dagli alpinisti senza obbligo di conseguire apposite patenti e senza la necessità di essere accompagnati da un professionista, a meno che non si cerchi deliberatamente tale ausilio. Inoltre, ha aggiunto Dalla Libera, se in palestra è giusto curare il gesto, in montagna si deve curare soprattutto lo spirito ed un buon punto di partenza è essere pienamente responsabili di ciò che si sta facendo. Anche per questo, ha concluso il presidente del CNSASA, è opportuno che gli istruttori di alpinismo sappiano guardare oltre alla praticità ed alla comodità delle vie facilitate dalla presenza di protezioni fisse (le cosiddette “vie plaisir”), ma si sforzino piuttosto di accompagnare i propri allievi, sia per motivi tecnici che etici e storici, sulle vie classiche.

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Nuovo regolamento per l’arrampicata sui Bérici

Arrampicata, nuovo regolamento per praticarla sui Berici

Riportiamo per intero l’articolo apparso su Vicenza report il 10 luglio 2014. In fondo le mie considerazioni.

Intesa raggiunta tra Provincia di Vicenza e amanti dell’arrampicata sportiva. Dopo alcuni incontri, e qualche animato confronto, si è giunti all’elaborazione di un regolamento che disciplina le attività sportive sui Colli Bérici, in particolare appunto l’arrampicata ma anche il parapendio e il motocross.

Regolamento condiviso nei mesi scorsi con i Comuni interessati e con le associazioni sportive del territorio, per poi essere approvato dal Commissario Straordinario Attilio Schneck e diventare quindi esecutivo.

La falesia di Lumignano
Berici-Lumignano-22987“Il regolamento – spiega il Capo di Gabinetto della Provincia Dino Secco – si era reso necessario a seguito degli interventi di valorizzazione dei Brici eseguiti con il progetto comunitario Life Colli Bérici. Un milione e mezzo di euro grazie ai quali sono stati recuperati ecosistemi e ambienti naturali per lo sviluppo e la salvaguardia di flora e fauna tipici dell’area. Interventi complessi e corposi, durati ben tre anni, che ora vanno tutelati non certo con divieti assoluti, ma con una fruizione consapevole e responsabile, che protegga l’ambiente ma che permetta anche alle persone di goderne, visto che si tratta di un vero e proprio patrimonio naturalistico, tanto da essere stato classificato SIC, Sito di Importanza Comunitaria.”

La parola d’ordine del regolamento è quindi “comportamenti responsabili”, quelli cioè che permettono di praticare sport sui Bérici limitando l’impatto ambientale, rispettando la vegetazione spontanea e la fauna selvatica e domestica. E poi omogeneità, cioè regole certe, chiare e uniformi per tutta l’area dei Bérici, finora interessata da pochi e sporadici regolamenti comunali o affidata al buon senso dei suoi frequentatori.

Ad ogni sport corrisponde, nell’accordo, un capitolo dove sono indicati tempi, luoghi e modi della sua pratica. Il più interessante, e anche il più discusso, è di certo l’arrampicata. Le pareti più note e frequentate, quelle di Lumignano-Longare, sono state divise in quattro aree, recependo quasi interamente quanto stabilito dal regolamento del Comune di Longare:

– area verde (arrampicata consentita tutto l’anno): itinerari compresi tra “Lumignano Classica” e ”Vomere” e itinerari noti come “Brojon Classico” e “Brojon Strapiombi settore Pilastro”.

– area arancione (arrampicata consentita dall’1 luglio al 31 dicembre): itinerari noti come “Lumignano Nuova” e “Brojon Strapiombi settore Piardi”.

– area azzurra (arrampicata consentita dall’1 aprile al 30 settembre): itinerari compresi tra “Il commercialista” e “Sotto l’Eremo”;

– area rossa (arrampicata non consentita): tutti gli altri itinerari noti.

Gli strapiombi del Brojon
Berici-Brojon-IMG_1842Due sono le aree per Castegnero-Nanto: area verde per gli itinerari del “Covolo” e area rossa per tutti gli altri. A Barbarano si arrampica invece tutto l’anno al Monte della Cengia. Divieto di arrampicata infine nella parete di San Donato a Villaga, nella parete di Toara di Villaga e in zona grotta di San Bernardino a Mossano. E divieto assoluto, in tutti i Bérici, di apertura di nuove vie di arrampicata senza autorizzazione preventiva e Valutazione di Incidenza Ambientale.

“La logica – spiegano i tecnici – è stata quella di non polverizzare l’attività di arrampicata, regolamentando questo sport nel rispetto dei ritmi della natura. Ci sono piante da salvaguardare per la loro bellezza e la loro rarità, come l’atamanta dai fiori bianchi, il camedrio giallo, la salcenella, il muscari azzurro. E poi uccelli protetti quali falco pellegrino, gheppio, corvo imperiale, rondine montana, codirosso spazzacamino, passero solitario. Se disturbati durante il periodo riproduttivo possono abbandonare il nido o addirittura non nidificare. In questi particolari periodi va quindi evitata ogni forma di disturbo”.

Il CAI e il gruppo degli arrampicatori esprimono a conclusione dell’accordo una moderata soddisfazione.
“Si pensi – ha commentato Emma Dal Prà, Presidente CAI sezione Vicenza – che nella fase iniziale del progetto i naturalisti avevano prospettato la chiusura di numerosi settori di Lumignano e di tutti i siti minori. Si ritiene che i risultati raggiunti, pur nel rispetto di una buona parte delle richieste dei naturalisti, possano garantire un’ampia frequentazione delle falesie, con alcune limitazioni peraltro già presenti nel Regolamento approvato nel 2004 dal Comune di Longare”.

“Da parte degli abituali frequentatori delle falesie – aggiunge Maurizio Dalla Libera, direttore della scuola di alpinismo – rimane il rammarico di non essere stati maggiormente coinvolti nelle fasi di elaborazione del progetto. Una diversa collaborazione avrebbe potuto limitare le tensioni fra arrampicatori e naturalisti: la chiusura totale del sito di San Donato e quella parziale di Castegnero sono infatti destinate a suscitare polemiche e malumori, molto probabilmente evitabili con una progettazione maggiormente condivisa, che avrebbe conciliato le esigenze di arrampicata con la protezione dell’habitat.”

Provincia e CAI stanno organizzando una serie d’incontri che si terranno in settembre in date e luoghi da definire e che saranno aperti agli appassionati delle arrampicate. L’obiettivo è approfondire il contenuto del Regolamento, per condividerne le finalità di tutela degli habitat e di conservazione ambientale.

Due parole in conclusione sugli altri sport oggetto dell’accordo. Per quanto riguarda il parapendio, sono tre le aree di decollo esistenti: Pineta di Brendola, Monte Molinetto di Orgiano e Monte della Croce di San Germano dei Bérici. Quest’ultima è quella su cui maggiormente si è discusso. I naturalisti del Progetto Life ne avevano chiesto la chiusura, viste le gravi condizioni ambientali in cui versa. Si è invece deciso di mantenerla attiva con l’impegno, dell’associazione Volo Bérico, di effettuare interventi di rinaturalizzazione e salvaguardia della flora presente. In conclusione: rimangono attive tre piste di decollo su tre.

Nessuna sorpresa, infine, per il motocross, regolamentato secondo quanto dispone il Codice della Strada: circolazione permessa sui tracciati della viabilità principale e divieto sui tracciati della viabilità minore, che comprende le strade interpoderali, i sentieri, le strade silvo-pastorali, le piste forestali, gli itinerari ciclabili, le ippovie.

In arrampicata sugli strapiombi del Bojon
Berici-Brojon5Considerazioni
Di certo le chiusure totali (San Donato, Toara e grotta di San Bernardino), nonché quella parziale di Castegnero e le altre limitazioni, non vanno giù a tanti appassionati: sarà difficile far digerire queste imposizioni   anche se occorre riconoscere che, dopo la paventata chiusura di tutto il territorio, qualcosa di ben concreto gli arrampicatori hanno ottenuto. Gli scontenti d’altra parte ci sono anche in campo naturalista. Gianni Sertori per esempio parla di soluzione all’italiana, lamentando la sorte assai precaria della saxifraga berica, denunciando l’abbandono della rondine rossiccia e recitando il de profundis per le spettacolari stalattiti che ornavano il Brojon (danno peraltro già fatto da tempo, assai deprecabile).

Ancora una volta si è persa l’occasione per sperimentare maturità e responsabilità di una comunità, quella degli arrampicatori sportivi, che probabilmente preferirebbero aderire più a un un invito che obbedire a un divieto.

La scarsa disponibilità ad accettare le regole ci deriva non solo dalla nostra italica e congenita anarchia: c’è la strisciante quando non manifesta sfiducia nelle istituzioni che, anche di fronte a un caso come questo, dove un intero territorio è stato promosso a SIC da un progetto europeo (Life Colli Bérici), e di fronte alla certamente apparente serietà mostrata in tre anni dai gestori e dai partner (vedi http://www.lifecolliberici.eu/it), ci lascia perplessi sui finanziamenti, sulle voci di costo non pubblicate, e in definitiva sulla spartizione del milione e mezzo di euro.

postato il 2 settembre 2014