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Il medio-evo new age

Tempi bui, ovvero il medio-evo new age
di Stefano Michelazzi

Che questo Paese versi in uno stato di degrado culturale avanzato è un dato di fatto, per constatare il quale, basta farsi un giretto su di un qualsiasi social forum e leggere un po’ qua e là…

Senza far caso alle carenze grammaticali, sintomi evidenti del predetto degrado, ciò che segnala i sintomi acuti di un delirio collettivo è l’onnisaccenza dilagante, condita di solito da giudizi e conseguenti condanne sui più svariati argomenti, spesso su di un titolo o una frase che nemmeno vengono sviluppati nel contesto ma che vengono prontamente etichettati ed utilizzati come “piano di lavoro”  per rampanti tuttologi da piazza del rogo, i quali a loro volta vengono supportati dai favorevoli ed affrontati in singolar tenzone dai contrari, con scambi di battute e controbattute, spesso volgari e offensive.

Innsbruck, Swarovski crystal worlds, Caleidoscopio del Sapere
Innsbruck, Swarovski crystal worlds, caleidoscopio del sapere“Sindrome da partita di calcio” ovvero il mondo visto come allo stadio, dove ormai è arci-noto si possono vedere le peggiori doti della decadente razza umana.

Ma non basta…
L’universo virtuale, che ha certamente il merito di aver dato una chance enorme alla comunicazione e alla condivisione, specie se si considera che fino a pochi anni fa era impossibile far conoscenza tra persone che vivono distanti migliaia di chilometri, ha anche a mio avviso l’enorme difetto di mescolare in un cocktail venefico informazione, contro-informazione, anti-informazione, causando nelle menti di chi si affida all’altrui concezione, una confusione totale e un’insicurezza globale le quali provocano di conseguenza l’espressione di quell’istinto primordiale che porta il nome di aggressività. Un’aggressività cieca e insofferente, la quale ha per suo unico scopo la ricerca di una certezza capace di dare sollievo alle proprie paure. Quale cura migliore quindi se non la SICUREZZA, chiesta ormai a gran voce per qualunque situazione e spesso, sempre più spesso purtroppo, scambiata nei termini con la REPRESSIONE.

VIETARE!

La montagna, ultimo, forse, baluardo di wilderness, che scatena in molti, l’ancestrale contatto con la natura e permette di provare l’emozione di farvi parte, è ovviamente bersaglio perfetto.

La divisione (divide et impera ) tra buono e cattivo, sbagliato e giusto, su argomenti montani o meglio di frequentazione montana, è ormai all’ordine del giorno:
chi va a sciare fuoripista ovvero si immette in una condizione al di fuori del controllo, chi scala le pareti rocciose o di ghiaccio, chi semplicemente gira per funghi ed “esplora” i boschi oltre il sentiero, diventano in questo delirio new-age, colpevoli di reati contro l’umanità e meritevoli di pubblica gogna.

Innsbruck, Swarovski crystal worlds, Duomo di Cristallo
Innsbruck, Swarovski crystal worlds, Duomo di CristalloA supporto di tale logica si trovano principalmente due argomenti:
1) IL RISPETTO DELLA VITA
2) LE SPESE PER LA COMUNITA’
e non necessariamente nell’ordine.

Innsbruck, Swarovski crystal worlds, la Stanza del Teatro meccanico di Jim Whiting
Innsbruck, Swarovski crystal worlds, la stanza del "teatro meccanico" di Jim WhitingOvviamente argomenti di interesse generale che scaldano le fazioni in lotta e creano putiferi tali nell’opinione pubblica da mettere nella giusta condizione di divide et impera chi dovrebbe amministrare la res publica con caratteristiche da buon padre di famiglia ed invece ogni giorno di più la amministra da repressore, con svariati agi derivanti, sia da una possibile raccolta futura di voti politici, sia da un pilatesco lavarsi le mani e quindi amministrare senza sforzo.

Parlare poi di formazione e informazione è tabù e in alcuni casi provoca ancora più fermento in chi, come detto, onnisaccente non ha bisogno di alcunché da nessuno in quanto la sua conoscenza dell’universo è totale.

Sperare perciò che si possa comprendere che rispetto della vita propria e altrui è sinonimo di libertà dell’individuo e che pretendere sicurezza per poi lamentarsi del suo costo è assolutamente assurdo, è cosa estremamente difficile.

Stiamo scivolando sempre più gravemente verso un mondo di schiavi che pretendono a gran voce la propria schiavitù, vittime felici e consenzienti di un universo pre-confezionato ove sguazzano beati e indisturbati i furbi e i ladri dei quali ogni giorno si sentono milioni di voci lamentarsi ma che alla resa dei conti diventano i paladini della giustizia…

Scrissi tempo fa una massima, che ho riportato spesso in vari argomenti e in varie sedi di dibattito, che credo anche in questo caso possa definire la situazione e magari, spero, abbia facoltà di far pensare, esercizio cerebrale che se spesso carente, ancor più spesso si palesa mal eseguito:
Libertà non è un termine astratto, un belletto per coprire le imperfezioni, libertà è l’essenza stessa della dignità umana. Chi lotta per essa, chi ha il coraggio di sacrificare i propri interessi materiali in suo nome non è mai nell’errore.”

Stefano Michelazzi

postato il 3 maggio 2014

 

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Minacciata la libertà di scalare a Lumignano

Dopo l’incontro pubblico dello scorso 2 aprile in merito alle progettate restrizioni sull’arrampicata a Lumignano e nei Colli Berici, il CAI di Vicenza ha inviato la seguente lettera aperta alla Provincia di Vicenza.

Spett. Provincia di Vicenza –
Osservazioni del CAI Sezione di Vicenza sui contenuti della bozza “Regolamentazione attività sportive di arrampicata, volo libero e motoristiche in area SIC Colli Berici” redatta dalla Provincia di Vicenza

In merito alla Bozza di Regolamentazione delle attività sportive di arrampicata, volo libero e motoristiche in area SIC “Colli Berici”, e con particolare riferimento alla “regolamentazione delle attività di arrampicata”, la Sezione CAI di Vicenza raccoglie nei punti che seguono le osservazioni emerse nell’incontro aperto alla cittadinanza svoltosi il giorno 2 aprile 2014 presso la sala Murialdo del Patronato Leone XIII.

L’importanza sociale dell’arrampicata
Si nota che il progetto tiene in scarsa considerazione le esigenze di cittadini che svolgono attività sportiva e la valenza sociale che ogni attività sportiva riveste all’interno della società civile. L’arrampicata, in quanto recupera uno schema motorio di base qual è quello dell’arrampicarsi, è considerata un’attività ad alta valenza formativa sia sul piano motorio, sia su quello psicologico, sia su quello sociale e, quando praticato all’aria aperta, importante per la frequenza e la conseguente conoscenza della natura e dell’attenzione verso la stessa che sa trasmettere all’individuo. Per questo motivo, l’arrampicata riceve particolare attenzione nei programmi didattici attivati in numerosi paesi europei avanzati quali, ad esempio, Francia, Austria, Svizzera, Germania, Gran Bretagna. In Svizzera la sua divulgazione viene anche sostenuta dalle Assicurazioni, in quanto gli studi hanno dimostrato che questa attività favorisce negli individui delle risposte più rapide ed efficaci in situazioni di pericolo e/o di fronte ad imprevisti. Nella zona di Vicenza l’arrampicata sportiva, intendendo con questa un’attività arrampicatoria su roccia, che si svolge mediante l’impiego di una corda di sicurezza su pareti alte mediamente fra i 15 e i 50 metri e protezioni sicure ed affidabili e pertanto con pochi rischi per l’incolumità di chi la pratica, ha pochissimi luoghi ove poter essere svolta. Uno di questi luoghi è Lumignano, un luogo storico famosissimo in tutto il mondo per l’arrampicata, dove la frequentazione è massiccia (si può parlare con buona approssimazione di una frequenza settimanale media nei periodi primaverili e autunnali di centinaia di arrampicatori) e composta non solo da arrampicatori vicentini, ma anche da arrampicatori provenienti dalle province limitrofe, dall’Italia, dall’Europa e dal mondo intero. Il CAI da molti anni promuove questa attività soprattutto tra i giovani perché l’arrampicata svolge non solo un ruolo formativo sul piano sportivo ma permette di conoscere e rispettare l’ambiente naturale secondo il principio ” conoscere per apprezzare, apprezzare per tutelare”.

Arrampicata su Excalibur (Lumignano)
MinacciataLibertà-Lumignano-excalibur-1_bIl ruolo del CAI per la promozione dell’arrampicata e per la salvaguardia dell’ambiente
La falesia di Lumignano è frequentata da 90 anni dal CAI di Vicenza; la prima salita risale al 1924 ad opera di due alpinisti vicentini Severino Casara e Francesco Meneghello appartenenti alla neonata scuola di roccia del CAI. Da attività di allenamento finalizzata all’alpinismo in montagna l’arrampicata assume un carattere sportivo; alla fine degli anni 70 la falesia acquista importanza internazionale grazie allo sviluppo dell’arrampicata sportiva e vede la presenza di arrampicatori famosi. Oggi la sola falesia di Lumignano comprende più di 550 itinerari e tutti i suoi settori sono molto frequentati durante l’intero arco dell’anno.

Da sempre il CAI ha perseguito due obiettivi: promuovere l’arrampicata e salvaguardare l’ambiente. Per quanto riguarda gli interventi sulla falesia di Lumignano si fa presente che:
1. Abbiamo svolto regolare manutenzione degli ancoraggi nella “classica” e sostenuto altri gruppi per la manutenzione delle altre zone
2. Abbiamo svolto monitoraggio delle pareti per poter segnalare agli addetti la necessità di operare forme di bonifica e la stabilizzazione di massi pericolanti
3. Abbiamo concordato con gli arrampicatori delle regole di frequentazione per evitare l’apertura indiscriminata di nuovi itinerari e per tutelare l’ambiente (salvaguardia di rapaci e di specie erboree )
4. Abbiamo tenuto contatti fin dal 1993 con i proprietari del terreno di accesso alle pareti e con il gruppo locale “El Sasso” per ottenere una convivenza accettabile tra arrampicatori e abitanti
5. Siamo interlocutori con il Comune di Longare e dopo numerosi incontri a cui hanno partecipato anche esperti ambientalisti si è varato un regolamento di autodisciplina dell’arrampicata.

Regolamentazione delle attività sportive e di arrampicata nell’area di Lumignano
Dopo numerosi incontri avvenuti tra responsabili del CAI, guide alpine, arrampicatori, associazioni ambientaliste e l’assessorato competente, il Consiglio Comunale di Longare ha approvato con delibera n° 18 del 27.04.2004 la “Regolamentazione per le attività connesse alla frequentazione dell’area collinare e per la salvaguardia ambientale e faunistica delle pareti di Lumignano”. Questo regolamento di autodisciplina al fine di tutelare formazioni erboree, la nidificazione di rapaci, la salvaguardia di aspetti storici e geologici, prevede la chiusura totale dell’area sopra l’Eremo e del Monte Castellaro e le Grotte di interesse archeologico del Brojon basso e la chiusura di sei mesi dei settori Lumignano nuova e fungaia. Il regolamento è stato accettato dai frequentatori che si sono resi conto delle motivazioni ed è attualmente rispettato.

Affollamento a Lumignano
OLYMPUS DIGITAL CAMERASi ritiene che, nonostante l’esperienza acquisita in tanti anni, il CAI non abbia avuto dalla Provincia di Vicenza adeguata considerazione. La Provincia al momento non riconosce la validità del Regolamento approvato con deliberazione del Consiglio Comunale di Longare e intenderebbe sostituirlo con la promulgazione di un nuovo e proprio Regolamento.

La regolamentazione delle attività di arrampicata proposte dalla Provincia
Nella premessa della bozza di progetto si legge che le attività sportive più diffuse, non sono regolamentate in modo omogeneo sull’intero comprensorio dei Colli Berici, se non in modo parziale o riferibile ad una normativa generica e scarsamente conosciuta dai frequentatori. In assenza di una regolamentazione unitaria, le pratiche sportive rappresentano una minaccia per la conservazione degli habitat e di alcune specie prioritarie (Habitat: 6110 Formazioni erbose rupicole calcicole o basofile dell’Alysso-Sedion albi; 6210 Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco-Brometalia); 9180 Foreste di versanti, ghiaioni e valloni del Tilio-Acerion).
Pertanto la regolamentazione dell’arrampicata prevederebbe:
– a Lumignano arrampicata ammessa tutto l’anno dal settore “lumignano classica” al settore “Vomere”
– a Lumignano arrampicata ammessa dal 1 luglio al 31 dicembre nei settori “Brojon Classica” e “Brojon strapiombi”
– a Lumignano arrampicata ammessa dal 1 aprile al 30 settembre dal settore “Il commercialista” al settore “Sotto l’eremo”
– a Lumignano arrampicata non consentita tutto l’anno nei settori “Sopra l’Eremo” e Monte Castellaro (divieti già previsti dal Regolamento di autodisciplina) e nei settori “Lumignano nuova” e “Fungaia”
– nelle falesie limitrofe arrampicata non consentita tutto l’anno a Castegnero, San Donato, Mossano e Barbarano (ad esclusione dell’area Cengia)

Considerazioni sulla convivenza tra habitat e presenza di arrampicatori
La Sezione CAI di Vicenza ha rilevato che i dati emersi dagli studi degli specialisti incaricati dalla Provincia (punto 2.6 habitat 8210 del documento “Relazione di studio su vegetazione e fauna), indicano che le formazioni erboree stanno bene; in particolare la specie endemica rara “Saxifraga Berica” “appare in buono stato di salute”. Questo indica che la convivenza con le attività di arrampicata non è andato a detrimento di queste specie e che pertanto la frequentazione delle aree da parte degli arrampicatori non ha alterato quei terreni che risultano essere il naturale habitat delle specie in oggetto. Inoltre, nel documento della Provincia si precisa che la “Saxifraga Berica” cresce in anfratti umidi ed posti prevalentemente in ombra. Si tratta di zone che nei Berici non risultano interessate da qualsivoglia attività di arrampicata, che in genere si svolge su versanti soleggiati e non su anfratti. Inoltre, riteniamo che gli arrampicatori non interferiscano con gli habitat 6110, habitat 6210 e habitat 9180.

In conclusione, noi riteniamo che gli studi scientifici a supporto del Progetto LIFE+ al momento dimostrano che la frequentazione delle falesie dei Berici da parte degli arrampicatori non ha comportato alterazioni per l’ambiente. A tal proposito il CAI e gli arrampicatori si rendono disponibili a collaborare con le amministrazioni competenti per un monitoraggio costante e puntuale degli indicatori ambientali, con gli strumenti che saranno concertati.

Condivisione e corresponsabilità
Nella proposta di progetto della Provincia si legge.” Si avverte la necessità di superare il concetto esclusivamente vincolistico del divieto, e sviluppare e consolidare comportamenti sostenibili e responsabili da parte dei frequentatori sportivi dei Colli Berici, promuovendo la consapevolezza riguardo il valore conservativo degli habitat nell’ambiente sociale e culturale, quale valore aggiunto”.
Il CAI condivide questa impostazione e ribadisce che il princìpio fondamentale per la protezione e la salvaguardia della natura, si basa sulla sensibilizzazione di chi pratica le attività ludico-ricreative nella natura. Solo con la collaborazione di chi materialmente e quotidianamente è a contatto con il territorio sarà possibile gestirne le caratteristiche e le specificità floreali e faunistiche. Il C.A.I., da sempre, opera nei propri Corsi di Arrampicata con lezioni mirate a trasmettere la conoscenza delle caratteristiche ambientali delle falesie e i comportamenti individuali e di gruppo che da queste ne conseguono. Il Regolamento sottoscritto nel 2004 con il Comune di Longare ne è un esempio più che lampante. Le pareti interdette dal Regolamento del 2004 raggiungono un’estensione nettamente superiore a quelle frequentabili dagli arrampicatori e pertanto possono svolgere quel compito di “pareti libere” ricercato dalla Provincia.
La gestione dei problemi dell’ecosistema Lumignano e Colli Berici passa attraverso la condivisione degli obiettivi e dei regolamenti tenendo presente che divieti non giustificati spesso non vengono rispettati e demotivano i frequentatori sul piano dell’attenzione e della gestione degli ambienti sensibili. Per proteggere e salvaguardare questo ambiente si deve investire su un più stretto rapporto di collaborazione con i Comuni interessati e le associazioni che da anni se ne prendono cura, mettendo a punto un sistema di controlli condiviso ed efficiente, anche per monitorare l’efficacia delle misure poste in atto, come previsto al punto 3. Tecnichal partdel “Inceptio Report” LIFE+.

Eccessiva concentrazione di arrampicatori in pochi settori
La Sezione CAI di Vicenza fa presente che le conseguenze del divieto di accesso ad alcuni settori di Lumignano e alle falesie minori dei dintorni, comporta inevitabilmente la concentrazione della popolazione degli arrampicatori su pochi settori e nei medesimi periodi dell’anno, rompendo così equilibrio raggiunto con la flora e la fauna locali.

Richieste della Sezione CAI di Vicenza
Si richiede ai responsabili incaricati della Provincia di Vicenza di prendere in attenta considerazione l’opportunità di integrare nella Bozza di Regolamentazione attività sportive di arrampicata, volo libero e motoristiche in area SIC Colli Berici” quanto già attualmente in vigore e descritto nella “Regolamentazione per le attività connesse alla frequentazione dell’area collinare e per la salvaguardia ambientale e faunistica delle pareti di Lumignano”, documento approvato con deliberazione del Consiglio Comunale di Longare n° 18 del 27.04.2004.
La Sezione CAI di Vicenza ritiene inoltre che qualunque decisione di interdire l’arrampicata nelle altre aree dei Berici indicate nella Bozza di Regolamentazione della Provincia (Castegnero, Mossano, Barbarano, San Donato) debba essere ulteriormente approfondita sul piano scientifico ed eventualmente formulata sulla base dei criteri adottati nel Regolamento del Comune di Longare.

Chiede che i propri rappresentanti siano al più presto nuovamente convocati dagli incaricati della Provincia di Vicenza al fine di confrontarsi sulle osservazioni qui elencate e trovare una posizione condivisa e collaborativa sulla gestione del territorio in oggetto. Si chiede altresì che nel frattempo rimanga in vigore la sola “Regolamentazione per le attività connesse alla frequentazione dell’area collinare e per la salvaguardia ambientale e faunistica delle pareti di Lumignano”, documento approvato con deliberazione del Consiglio Comunale di Longare n° 18 del 27.04.2004.

Vicenza 7 aprile 2014
In attesa di una fattiva risposta, si porgono i più distinti saluti.
Sezione CAI di Vicenza

postato il 20 aprile 2014

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Coccole di montagna

Mo vi fanno le Coccole! Di montagna
di Carlo Bonardi

A me le faceva la mia Mamma, le coccole.
Di cose “soft” poi però ho sempre sentito parlare: una era (è) Coccolino, che ammorbidisce gli indumenti; come fa anche Perlana (parente?); e ci sono l’Acqua Lete (non ha impurità e va giù senza intoppi – glu, glu – le avranno tolte nel captarla dal fiume che leva anche la memoria!) e pure il Tenerone della TV; e chissà quante altre ancora.

Coccole in una spa della Stiria
Stiria,  wellness (benessere), cura

Da alcuni anni sono fiorite Coccole nuove: non di Mamme, che vanno avanti alla vecchia, sebbene tra operatori turistici (albergatori, o, più in particolare, del beauty farm, resort, wellness, s.p.a., ecc. Nota, l’ultima non è “società per azioni” sebbene “salus per aquam”: in verità, quindi, sono da antichi romani… prima che li sistemassero i barbari zotici).

All’inizio ne ho solamente letto, dopo ho visto un promotore televisivo: da lui, in Riviera Romagnola, le fanno (il Tipo, oltre che affabile, era grande, grosso e – presumo – peloso; in effetti  mi avevano avvisato, quando andai militare: “de gustibus non sputacchiandum est!”).

Alfine, tra una panoplia di vari altri servizi, ne ho saputo anche per i turisti montani [così – se vogliono – potranno meglio praticare archerying, biking, bowling, climbing, fishing, fitnessing, hiking, horsing, jogging (orsiYoghi?), jumping, kayaking, mountaneering, nordic walking, orienteering, paragliding, pioneering, skiing, scouting, snowboarding, sporting, shooting, swimming, training, trekking, walking (italico: pedibus calcantibus), wargaming, ecc.].

Coccole nella taverna dell’Hotel Madlein, a Ischgl (la Ibiza delle Alpi)
Ischgl, Tirolo, Hotel Madlein, Discoteca PachaNon devono essere male, queste Coccole (ho un’amica che si illumina e scodinzola al solo pensiero di andare a prendersele con la famigliola), vi sentite anzi fessi ad accontentarvi o addirittura preferire tavolacci e connessi (magari di un “lager”, come anche gli svizzeri scrivono nei rifugi).

Cresce un problema: nel prezzo del soggiorno offrono – allegri – una bella pelata (pure se non stanno a Cortina).

Il fatto di queste pubblicità è che uno le inventa, gli operatori le copiano a raffica (studiano a scuola o vanno per buzzing; una volta era più semplice, bastava dire: “Aria frizzante e bel panorama”), tanti comprano.

Comunque, fanno cose giuste, loro.

Dove vado al lavoro io – invece – se si sente parlare di “coccole” (normalmente è aggiunto: “era per giocare al dottore!”) arrivano gli anni di galera.

A ognuno il suo.

Carlo Bonardi (Brescia, 31 marzo 2014)

Coccole nella camera dell’Hotel Madlein, Ischgl (Tirolo)
Ischgl, Tirolo, Hotel Madlein, camera

postato il 6 aprile 2014

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L’ossessione della sicurezza «totale»

Montagna vietata e divieti assurdi
L’ossessione della sicurezza «totale»
di Pierangelo Giovanetti (direttore del quotidiano L’Adige)
[email protected]
Twitter: @direttoreladige

La richiesta da parte della Procura di Torino di rinvio a giudizio per omicidio colposo nei confronti dei tre amici superstiti della vittima di una valanga durante un fuori pista, ripropone in maniera eclatante la questione della sicurezza.
O meglio, dell’ossessione alla sicurezza «totale» e obbligatoria, che è diventato uno dei miti ideologici oggi più di moda nella società dell’«assistenzialismo garantito» e del «rischio eliminato». Anche quando si va in montagna, si cammina su un marciapiedi, o soltanto quando si salgono le scale.
Non si spiegherebbero altrimenti l’aumento esponenziale di cause legali, richieste di risarcimenti verso tutto e verso tutti (specie se è un ente che può pagare), quando – magari per distrazione – si inciampa, attraversando la strada, o si scivola andando a fare visita a un amico.

OssessioneSicurezzaTotale-ladige.2014.03.23-1_Pagina_01La pretesa di una «société sicuritaire», come dicono i francesi, cioè di una società che si faccia carico ad ogni costo della sicurezza dei suoi membri, e che elimini l’alea del rischio nelle cose, sembra aver contagiato non soltanto la cultura generale, ma anche quella giuridica delle procure, se un ufficio quale quello del procuratore torinese Raffaele Guariniello in nome della sicurezza dovuta, chiede il processo per omicidio colposo, oltre che per valanga colposa, nei confronti degli amici superstiti di una disgrazia.

Come pure ha contagiato il legislatore, quando s’impone di prefissare per legge il divenire umano e ogni aspetto dell’imponderatezza della vita secondo dettagliate e prescrittive norme regolamentari, le quali rasentano a volte una psicopatologia della sicurezza, quasi un delirio deresponsabilizzante dell’individuo sulla base del teorema che è la società che deve garantire la sicurezza personale di ciascuno.
Per non parlare di politici, amministratori, ma soprattutto burocrati, che preferiscono stabilire divieti e vincoli ad ogni piè sospinto in maniera totalmente autoderesponsabilizzante per timore che possa succedere qualcosa di non pedissequamente previsto in ogni sua dinamica.

Evidente che la montagna è un ambito che non può rientrare in tale casistica di prevedibilità totale degli eventi. Perché, se si percorre il sentiero delle Bocchette sul Brenta, non si può escludere – né per legge, né per sentenza di tribunale – che si possa staccare un sasso e che possa cadere purtroppo addosso a qualcuno.

Così se si nuota in un lago, può accadere di incorrere in un pericolo, senza che l’addetto alle Spiagge sicure o gli amici di nuotata debbano venir incriminati per omicidio colposo in caso di annegamento. E così pure, se si allerta il Soccorso alpino e disgraziatamente uno dei volontari del soccorso soccombe sotto la neve, non può esistere l’ipotesi di responsabilità giuridica o di omicidio colposo per chi ha richiesto l’intervento.

La casistica in sede penale e civile al riguardo si sta arricchendo mese dopo mese in maniera impressionante, e porterà probabilmente di questo passo a ipotizzare l’abolizione stessa del Soccorso Alpino (perché espone a pericoli gli eventuali soccorritori); a rinunciare da parte di volontari o di associazioni alpinistiche come la SAT a garantire la manutenzione e il controllo dei sentieri o di via attrezzate e ferrate (perché qualcuno potrebbe infortunarsi, con conseguenze civili e penali); ma soprattutto ad evitare la compagnia in montagna, perché – se succede qualcosa – la responsabilità (e l’ipotesi di reato colposo) è di chi ti accompagna.

Non è un caso che la Società Alpinisti Tridentini nel suo ultimo congresso in val di Sole abbia posto la questione «ansia di sicurezza» come tema centrale del dibattito, discutendo se la montagna sia spazio di libertà o debba essere invece regolamentata (e impedita) se solo presenta margini di pericolosità o di rischio. Il tema è dibattuto anche oltralpe (vedi il forum di Grenoble e di Chamonix), come ha molto bene documentato l’antropologo ed editorialista dell’Adige Annibale Salsa. Ma la ricerca ossessiva della sicurezza ad ogni costo invade ormai tutti i campi del vivere sociale, con una conseguente smania di monetarizzazione di ogni evento, in una corsa al risarcimento che sta intasando i tribunali e – troppo spesso – trova supporto e incoraggiamento in molta giurisprudenza.

Oggi assistiamo al paradosso che non si ristrutturano vie di montagna perché equivarrebbe a dare a chi vi transita patente di sicurezza totale. Quindi si preferisce l’abbandono per lavarsi le mani da eventuali rischi. Come pure si frena la realizzazione e il riutilizzo di percorsi (per esempio la ciclabile lungo il Garda, fra Riva e Limone, sulla ex Statale) perché potrebbe succedere che qualche sasso si stacca dalla parete rocciosa. E invece di apporre il cartello: «chi percorre la strada, lo fa a suo rischio e pericolo» godendosi uno dei panorami più belli del mondo, si preferisce emanare divieti ed erigere cancellate, proibendo il passaggio.

Ora, non si tratta di rifuggire le regole, ma di declinarle con il buon senso. La montagna certamente richiede preparazione, esperienza, autodisciplina, consapevolezza dei rischi, prudenza. Ma non si può ipotizzare un determinismo meccanicistico della vita, che sterilizza ogni atto da eventuali rischi, imponendo l’obbligo di compiere solo ciò che è immune da ogni aleatorietà, addebitando per forza a un responsabile qualsiasi accadimento eventuale.

Così pure è giusto esigere la cura nella manutenzione delle strutture, la cartellonistica esatta nelle segnaletiche, l’assicurazione di forme di precauzione e di modalità di soccorso in caso di necessità. Ma ci deve essere un ambito di responsabilità personale lasciato alla libertà di ciascuno, sapendo anche che non esiste la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione. E soprattutto non esiste – e non deve esistere – la compensazione economica di ogni accadimento, di ogni eventuale conseguenza di una libera scelta.

Probabilmente anche tale ossessione alla sicurezza ad ogni costo è uno stadio ulteriore della pretesa tecnocratica e assolutista di controllare la vita in ogni suo determinarsi, che ha contagiato a quanto pare pure i tribunali, e rischia di tradursi in pericolosa giurisprudenza.
Pericolosa per il futuro della libertà della persona, ma anche per il destino di una società che rischia di finire prigioniera dei suoi deliri.

postato il 2 aprile 2014

 

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Monti Sibillini, lettera aperta: chi è nemico della natura?

Lettera aperta sui Monti Sibillini: chi è nemico della natura?
di Paolo Caruso (http://www.metodocaruso.com/)

Il fatto:
il 28 gennaio 2009, a seguito della reintroduzione del camoscio appenninico e di un intervento con elicottero del soccorso alpino, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini introduce un divieto di accesso integrale alle famose pareti nord del M. Bove Nord, ove corre la famosa e storica via Alletto-Consiglio. Il divieto inizialmente indetto per 3 mesi, viene poi prorogato per altri 6 mesi e infine protratto a tempo indeterminato. Si distinguono 2 zone di divieto (A e B): entrambe coinvolgono soprattutto le pareti rocciose, percorse oggi da poche cordate di alpinisti, e soltanto in minima parte i pendii sommitali della vetta, particolarmente frequentati invece dagli escursionisti nei mesi estivi. Le zone A e B sono vietate alternativamente per 6 mesi all’anno. Di fatto, le grandi aree rocciose della parete nord del M. Bove e di Punta Anna sono interdette dal 1 maggio al 31 ottobre, cioè per tutto il periodo estivo in cui si compiono le salite alpinistiche. La motivazione: l’incontro con gli alpinisti disturberebbe i camosci. Per gli escursionisti (molto più numerosi degli alpinisti…) è invece sufficiente mantenersi vicini al limite del divieto, poco al di sotto della cima, per non creare alcun impatto. Nel frattempo, i camosci hanno cominciato a spostarsi frequentemente al di fuori delle aree interdette, dove si continua ad accedere senza limiti e regolamentazioni e senza, evidentemente, che i camosci ne risentano. Possibile che i camosci “soffrano” soltanto gli sguardi dei pochi alpinisti nelle aree del divieto, ma non quelli delle molte persone che li incontrano al di fuori delle suddette aree? Saranno forse le corde o i moschettoni a dar loro fastidio?

Monti Sibillini

MontiSibilliniLetteraAperta-sibillini
Dopo anni di trattative e tentativi di dialogo, in particolare tra il sottoscritto e il parco, sono state molte le promesse ma tutto alla fine si è risolto con un nulla di fatto e con il mantenimento del divieto integrale di accesso. Lo scontro negli ultimi anni è diventato particolarmente acceso finché, alla fine del 2013, il neo Presidente del Parco Oliviero Olivieri, insieme al Direttore Franco Perco, si è impegnato a risolvere il grave contrasto. Attendiamo fiduciosi nuovi sviluppi, sperando che questa volta siano imminenti…

Il caso dei Sibillini mi offre lo spunto per alcune riflessioni che ritengo d’interesse più ampio e che condivido volentieri con quanti frequentano la montagna, i parchi e la natura in generale:

1. La prima riguarda il dibattito attualmente in corso sulla libertà di accesso alla montagna e di pratica di sport considerati “estremi” e pericolosi, quali l’alpinismo. Senza voler cadere nello stesso errore in cui incorrono i detrattori di tali discipline, che si spingono a separare le attività “buone” da quelle “cattive”, praticate (secondo loro) da manipoli di esaltati e cultori del rischio a tutti i costi, non posso che constatare come l’atteggiamento di chi è deputato alla gestione del territorio, tra cui gli enti parco, come nel caso specifico dei Sibillini, sia spesso e volentieri a favore dei primi e contrario ai secondi. Non voglio qui entrare nel merito se sia giusto o no impedire alle persone di accettare il rischio (consapevole, controllato, ecc.) come elemento della ricerca di un rapporto diretto e non mediato con la natura che è possibile vivere solo nei grandi spazi di avventura, come sono le montagne. Logicamente per me non è giusto, ma quello che mi interessa è ragionare sul fatto se tali attività siano effettivamente più dannose per la natura di quanto non lo siano altre, raramente messe “sotto accusa”. La sensazione è che i criteri con cui vengono fatte certe valutazioni vadano al di là di considerazioni oggettive e siano invece spesso frutto di considerazioni di natura “politica” o d’immagine. Attaccare poche decine di alpinisti o sacrificarne la libertà in funzione di una supposta necessità di conservazione della natura fa vedere che il Parco “c’è” ed è ben più facile che prendersela con fiumane di escursionisti o sciatori della domenica… ma siamo sicuri che l’impatto provocato dai primi sia realmente devastante, mentre la presenza (spesso maleducata) dei secondi sia trascurabile, al punto da non essere di interesse per chi tutela il territorio?

Monti Sibillini. Foto: Sandra Bartocha

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Di contro, apparentemente, alcuni alpinisti appartengono a una specie più dannosa di altre. Infatti negli anni immediatamente precedenti l’introduzione del divieto, le cordate che salivano in estate le pareti nord del Bove, erano circa tra 20 e 40 (in media, meno di 10 al mese!). Nel gruppo del Gran Sasso, il principale degli Appennini e sicuramente il più frequentato dagli alpinisti (almeno 200 volte più numerosi che sui Sibillini) i camosci reintrodotti in anni precedenti si sono riprodotti abbondantemente senza alcun bisogno di imporre divieti alpinistici. Come mai i molti alpinisti del Gran Sasso non creano disturbo ai camosci, mentre nei Sibillini la presenza di poche cordate rappresenta un pericolo per la specie, perfino quando i camosci sono al di fuori delle aree vietate, a portata di occhi (e urla) di centinaia di escursionisti?

Lo ripeto, non è mia intenzione fornire la mia personale idea su eventuali suddivisioni tra attività buone e cattive, o tra Parchi buoni e Parchi cattivi, mi limito a osservare i fatti.

La maggior parte delle idee preconcette e delle decisioni che si prendono in merito all’alpinismo sono dettate da luoghi comuni e da una scarsa conoscenza della materia da parte di coloro che inseriscono di forza lo stesso alpinismo nella “lista nera”.  Per questo è molto più diffuso sentire affermare che se uno scialpinista finisce sotto una valanga sotto sotto è colpevole perché se l’è andata a cercare, mentre se un’escursionista finisce in un burrone si è trattato di una tragica fatalità…

D’altra parte, occorre anche constatare che il modo di andare in montagna è profondamente cambiato e induce a comportamenti spesso degenerati: si sente l’esigenza di riaffermare e diffondere una nuova (antica) cultura basata sul rispetto della natura, dell’uomo e sulla valorizzazione dell’esperienza piuttosto che della prestazione. La diffusione di simili messaggi potrebbe e dovrebbe essere uno dei compiti più nobili di un’area protetta e uno dei suoi obiettivi principali per raggiungere una conservazione a lungo termine.

2. La natura deve essere salvaguardata nel migliore dei modi e fin qui credo che tutte le persone di buon senso siano perfettamente d’accordo. Per farlo occorrerebbe promuovere un dialogo tra le differenti competenze in modo da trovare le migliori modalità di azione. Se tali modalità escludono la presenza umana in alcune aree fondamentali per l’alpinismo come quella del M. Bove, certamente si potrebbe pensare che i parchi abbiano fallito la loro missione. Se l’unica soluzione contemplata è l’apposizione di un divieto, si può affermare che non serve certo istituire un parco per imporlo, considerando anche che i parchi spesso non hanno neanche la possibilità di effettuare i controlli del caso. Così il tutto si risolve nel solito paradosso all’italiana, dove chi non rispetta la legge fa quello che vuole (da un paio d’anni le cordate, esasperate dal divieto, hanno ripreso a salire la nord del M. Bove…), e chi vuole operare onestamente deve invece rinunciare a uno dei pochi spazi di libertà rimasti.

3. Già la libertà…elemento cruciale di tutto questo ragionamento. Chi impone i divieti sostiene che gli alpinisti e gli arrampicatori dovrebbero essere capaci di sacrificarsi con una “responsabile rinuncia” finalizzata a perseguire un bene più alto, quello della tutela della natura. E chi di noi non sarebbe disposto a praticarla senza obiezioni se fosse evidente che quella è l’unica soluzione? Ma prima non sarebbe più giusto e più umano cercare alternative per raggiungere un’integrazione tra l’uomo e l’ambiente, soprattutto all’interno di un parco? Sembra quasi che questa alternativa faccia paura, nonostante sia sbandierata sempre più spesso in nome di un generico ”sviluppo sostenibile”. Per voler veramente proteggere la natura occorre amarla fino in fondo, non volerla domare, tutti concetti che gli alpinisti (almeno quelli di un certo tipo) hanno ben chiari. Quella che si propone, invece, è una natura sempre più “a portata di mano”, una natura sempre più recintata, controllata, come l’uomo che la frequenta.

4. Se fosse ritenuta perseguibile una via d’uscita basata sulla ricerca dell’integrazione, piuttosto che sulla separazione e sul contrasto tra uomo e natura, a chi spetterebbe l’onere e l’onore di promuovere l’incontro tra le parti? Al cittadino o all’ente parco che esiste e ha un budget per occuparsi proprio del territorio e delle attività che si praticano in esso? Ricordo che i parchi hanno anche il compito di promuovere le attività compatibili e lo sviluppo sostenibile (del turismo). Dovrebbero favorire l’informazione e l’educazione degli utenti, ma soprattutto il dialogo e il confronto anche con gli esperti delle attività che si praticano nel territorio, non solo con gli ambientalisti (ritenuti, chissà perché, gli unici interlocutori validi), altrimenti diventa impossibile superare le contrapposizioni e individuare le modalità giuste di azione. E gli ambientalisti, che spesso non hanno alcuna competenza in materia di alpinismo, dovrebbero cercare aiuto e confronto, piuttosto che arroccarsi in posizioni intransigenti ed estremiste giungendo, talvolta, perfino a considerare dei nemici le persone che svolgono attività in montagna. Nel corso di una riunione, il Direttore del parco dei Sibillini consegnò ai presenti uno scritto nel quale sosteneva, in sintesi, che le attività “compatibili” sono dannose e dovrebbero essere eliminate perché, fraintendendo l’etimologia del termine, farebbero “patire” la natura. Se così fosse, quali attività dovrebbero essere praticate in un parco di montagna?

5. Di fatto il divieto sul M. Bove è stato introdotto subito dopo un plateale intervento di soccorso con elicottero, il primo in assoluto su questa montagna. Dopo un paio d’anni ce n’è stato un altro, in novembre, periodo consentito ma certamente non ideale per le salite alpinistiche. Se la presenza umana è dannosa per i camosci, gli interventi di soccorso con l’elicottero lo sono sicuramente molto di più ed è legittimo il sospetto che il parco abbia potuto ritenere opportuno introdurre il divieto per evitare tali interventi in un momento molto delicato della reintroduzione del camoscio. Ma ciò non elimina certo il problema, considerando che scalare queste pareti nel periodo consentito, cioè tra novembre e aprile, è sicuramente più complesso. In effetti, entrambi i soccorsi menzionati si sono verificati al di fuori del divieto del periodo estivo. Altro paradosso della strategia di conservazione del parco dei Sibillini! Ma più che su questo, vorrei porre l’accento proprio sul tema del soccorso. Certamente, portare aiuto a chi ne ha bisogno è una nobile azione e anche un dovere civico, ma allo stesso tempo bisognerebbe dare molta importanza alla prevenzione. Come Guida e professionista della montagna devo purtroppo constatare che in questa era dell’apparire e del consumismo spinto, anche delle attività alpinistiche, la causa degli incidenti è sempre più spesso legata alla scarsa preparazione, all’approssimazione, alla sprovvedutezza, al bisogno di fare (e riuscire) ad ogni costo. In pratica, la degenerazione di cui ho accennato sopra si riflette negativamente anche sulla consapevolezza delle proprie capacità e, di conseguenza, sulla sicurezza. Bisognerebbe quindi agire sulla formazione delle persone per ridurre innanzitutto gli incidenti, ma anche gli sprechi, i costi sociali e gli eventuali impatti ambientali. Per questo occorre valorizzare al massimo il ruolo degli esperti, proprio ai fini dell’educazione e di una corretta formazione dei frequentatori della montagna. Questa, lo ribadisco, è la direzione in cui ci piacerebbe veder muoversi i parchi, valorizzando il ruolo degli esperti della montagna più preparati, favorendo le modalità di frequentazione più corrette, promuovendo la cultura a 360 gradi e facendo formazione. In questo senso i parchi troverebbero molti alleati preziosi, non più nemici intransigenti, e potrebbero realizzare il vero obiettivo che dà senso alla loro esistenza.

Paolo Caruso

MontiSibilliniLetteraAperta-caruso a Salerno

Paolo Caruso (Roma, 1960) ha praticato attività in natura, dal mare alla montagna, fin dai primissimi anni di vita. Ha sempre considerato importante conciliare lo sport con la cultura, così come la conoscenza di molte discipline sportive con la specializzazione. La dimensione verticale per lui è un mezzo che gli ha permesso di raggiungere nuove conoscenze, certamente nella sfera motoria e nel rapporto con la natura selvaggia ma anche nel mondo interiore e spirituale. Così nel 1982 è nata la via Cavalcare la tigre sul Corno Piccolo del Gran Sasso e successivamente, nello stesso massiccio montuoso, altri itinerari d’eccezione come Golem, Baphomet o il Nagual e la Farfalla, sul Paretone del Corno Grande. Allo stesso tempo ricercava altri orizzonti nell’alpinismo invernale, cosa che lo ha portato a realizzare importanti prime salite invernali come il quarto Pilastro e l’Anticima sempre sul Paretone del Corno Grande o la prima salita assoluta invernale del famosissimo Cerro Torre in Patagonia.
Accanto a salite su montagne inviolate nelle Alpi di Stauning in Groenlandia o nel Wadi Rum in Giordania, ha sempre ritenuto importante salire anche le vie più belle aperte da altri arrampicatori e alpinisti d’eccezione, così ha ripetuto i grandi itinerari classici nel M. Bianco e nelle Dolomiti, ma anche itinerari moderni come Voyage selon Gulliver sul Grand Capucin o la via del Pesce in Marmolada. Non gli è mai piaciuto collezionare vie e ricercare le “prime” a tutti i costi, mentre valuta importante l’esperienza umana e il rispetto della natura che si ottiene quando si realizzano itinerari logici. In Yosemite, ad esempio, dopo la via Salathè salì la via Astroman e solo qualche anno dopo scoprì di aver realizzato la prima salita italiana.
Ha pubblicato il libro L’Arte di arrampicare, ed. Mediterranee 1992, il filmato L’Arte di arrampicare, SD Cinematografica 1998, e il manuale Progressione su roccia per il Collegio delle Guide Alpine, Vivalda editori 1998. Nel 2007 ha scritto le parti sulla tecnica del movimento per il Manuale di roccia del CAI, pubblicato nel 2008.

MontiSibilliniLetteraApertaIl Metodo Caruso®, è un sistema tecnico-didattico per l’insegnamento e l’apprendimento che permette di sviluppare al meglio le capacità motorie nella scalata e in tutte le attività di montagna. Da qualche anno, oltre alla roccia e al ghiaccio, l’applicazione del Metodo si è estesa anche alla tecnica dello sci – fuoripista e scialpinismo in particolare – colmando un vuoto nella conoscenza dei principi inerenti la relazione tra movimento del corpo e conduzione degli sci sui differenti tipi di neve: sono state ideate delle tecniche specifiche che permettono di migliorare la capacità generale e in particolare di adattarsi alle diverse condizioni della neve. Questo è stato possibile grazie all’identificazione di alcune caratteristiche generali del movimento che collegano le due discipline. Tutte le tecniche del Metodo – che siano applicate all’arrampicata su roccia, ghiaccio o allo sci – sono nate dallo studio dei principi che regolano l’equilibrio e il movimento del corpo attraverso lo spostamento del peso e degli arti, oltre che dall’esperienza personale dell’autore a 360 gradi, dalla sua passione per l’insegnamento e per lo studio di alcune discipline orientali come il Qi Gong, lo Shiatsu e il Tai Ji Quan. L’aver identificato i principi che sono alla base di tutte le differenti soluzioni motorie ha permesso di individuare nuovi aspetti per un movimento consapevole e allo stesso tempo di delineare una via più precisa ed efficace per il miglioramento, favorendo una capacità che altrimenti è molto difficile da ottenere se non, forse, dopo anni o decenni di esperienza sul campo.

postato il 15 marzo 2014

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Il CAI Veneto dovrebbe sconfessare il Comune di Calalzo

Nel mese di gennaio 2013 la stampa locale ha dato notizia che il Comune di Calalzo di Cadore, con Verbale della Giunta Municipale n. 109 del 30 dicembre 2013, aveva deliberato di esprimere parere favorevole all’eliski sull’Antelao. Negli articoli veniva anche riportato che la decisione era stata presa con il consenso del Club Alpino Italiano del Veneto.

Il 17 gennaio, puntuale, ecco un comunicato stampa dell’associazione Mountain Wilderness. In apertura del comunicato si dice che “la vergogna della pratica dell’eliski e dell’eliturismo in Dolomiti aprirà il libro nero delle Dolomiti, libro che nella primavera 2015 sarà inviato all’UNESCO a Parigi”. Il comunicato prosegue denunciando che da Canazei partono voli regolari che dal Sella invadono i gruppi del Sassolungo e della Marmolada; stessa cosa, da Passo Gardena e da Pontives ecco i voli sulle altre vette tutelate dall’Unesco, Catinaccio, Odle, Puez, Marmolada… fino alle Tre Cime di Lavaredo e al Cristallo. Per ciò che riguarda il Bellunese, “misere scelte di alcune amministrazioni comunali permettono di raggiungere, sempre accompagnati da compiacenti guide alpine e addirittura con il sostegno del CAI, i grandi canaloni dell’Antelao”.

Il versante nord dell’Antelao: ben visibile il fuoripista accessibile con eliski
CAIVeneto-antelao

Il comunicato conclude con: “Mountain Wilderness chiede al Consiglio di Amministrazione della Fondazione Dolomiti UNESCO di far cessare, da subito, questa pratica turistica e di avviare in tempi brevi pratiche di frequentazione della montagna e degli ambienti naturali che siano coerenti con il significato del patrocinio UNESCO e, come conseguenza diretta, rispettosi dell’insieme del patrimonio naturale e paesaggistico di queste splendide montagne”.

Nell’ordinanza del Comune di Calalzo è scritto testualmente:
Rilevato che detta proposta ha già riportato il parere favorevole espresso in data 23 dicembre 2013 dal Collegio Regionale Veneto Guide Alpine-Maestri di Alpinismo di Cortina d’Ampezzo che, dopo averne discusso con il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e con il Club Alpino Italiano del Veneto, ha subordinato l’esercizio della pratica in parola ai seguenti temperamenti”.
Segue la lista di limitazioni, numero massimo di voli, ecc. Per maggiori dettagli, vedere il post su questo Gognablog.

A questo punto, ma con discreto ritardo, segue il comunicato del CAI Veneto (24 febbraio 2014).
In esso, vedi la versione integrale, il presidente Francesco Carrer nega decisamente il coinvolgimento del CAI Veneto in questa vicenda, ripercorre le lotte fatte dal CAI per impedire che “le Dolomiti diventino un eliporto”, rivendica insomma la volontà di essere contro al fenomeno dell’eliski, nel pieno spirito del Bidecalogo. “Il CAI Veneto, come il Soccorso Alpino, non è stato coinvolto dalla richiesta, né è stato chiamato ad esprimere un parere nel merito della richiesta. E’ vero che tale notizia è apparsa sulla stampa locale veneta nel mese di gennaio ed è anche vero che il CAI non ha provveduto ad una precisa smentita ma il nostro silenzio era legato più che altro alla discrezione e al lasciar correre per non alimentare ulteriori polemiche, già accesesi sull’argomento nel mese di ottobre e relative all’eliturismo estivo. Ci sembra strano che un’associazione come MW, abituata a conoscere le possibili distorsioni che accadono nel mondo delle comunicazioni, non abbia avuto l’accortezza di verificare l’attendibilità di quanto letto e l’abbia assunta come veritiera descrizione dei fatti e delle rispettive posizioni”.

Il comunicato prosegue prendendo le difese delle amministrazioni comunali e delle guide alpine, citando ciò che di positivo è in quelle realtà per contrastare la visione “negativa” di Mountain Wilderness.

Conclude con “Ben venga quindi la stigmatizzazione promessa da Mountain Wilderness di tutte le criticità rilevate, ma non possiamo dimenticare che un’efficace azione di tutela dell’ambiente montano non sarà mai possibile senza la partecipazione attiva della popolazione montana, e non montanara, che in montagna appunto vive. La cultura della tutela è frutto di un processo di maturazione nelle scelte strategiche che impegnano le generazioni future, una conquista che deve raggiungere la popolazione delle vallate alpine superando il complesso di emarginazione tipico della “riserva indiana”, come accaduto negli angoli più illuminati dell’arco alpino, spesso esteri, che oggi possiamo  portare come esempio”.

Calalzo di Cadore

CAIVeneto-CalalzoIl mio commento a questa vicenda è che il CAI Veneto si è comportato, come dire, in modo un po’ ingenuo. Se si è diffusa la voce che il CAI Veneto sostenga l’eliski, è in gran parte colpa del CAI Veneto stesso, nel momento in cui ammette che la notizia era uscita in gennaio sulla stampa locale ma “il CAI non ha provveduto ad una precisa smentita… il nostro silenzio era legato più che altro alla discrezione e al lasciar correre per non alimentare ulteriori polemiche, già accesasi sull’argomento nel mese di ottobre e relativa all’eliturismo estivo“.
Se la difesa delle montagne contro l’eliski è solo espressione di debolezza, riducendosi a sperare che la cosa passi sotto silenzio, non mi sembra che ci siamo. In più, rimproverando Mountain Wilderness di non aver verificato l’attendibilità di quanto letto!

Comunque ora ben venga il comunicato stampa di Carrer: ma a questo punto il modo migliore per dimostrare che il CAI Veneto non condivide l’eliski passa attraverso la doverosa comunicazione al Comune di Calalzo di ritirare l’ordinanza (e quindi sospendere l’eliski), a causa della non veridicità di quanto affermato nell’ordinanza stessa, cioè che la decisione comunale è stata presa dopo averne discusso con il CAI regionale Veneto (e con il Soccorso Alpino). Se davvero si desidera un processo culturale in cui le popolazioni montane prendano parte attiva nelle scelte strategiche, il CAI Veneto cominci a sconfessare l’amministrazione comunale di Calalzo. Perché con gli equivoci non si può far superare alcun complesso da “riserva indiana”.

27 febbraio 2014

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L’ambiente risponde alle domande della nostra paura

L’ambiente risponde a domande che gli pone la nostra paura

di Alberto Bianchi
“In principio (…) le tenebre ricoprivano l’abisso …”. Se la Bibbia, sia che sia scritta da mano divina o sotto divina dettatura sia che sia il distillato della coscienza umana, spiega i segreti più remoti dell’uomo, con queste parole, con le quali esordisce, ci racconta di un iniziale brancolare dell’individuo nel buio indissolubilmente associato alla sua paura. Dunque in principio erano l’individuo e la sua paura. Era la paura di tutto quello che gli era esterno e che lo tratteneva dall’esporsi, dall’avventurarsi, dal muovere un singolo passo e dal compiere un singolo gesto; ma che contemporaneamente lo proteggeva da qualsiasi pericolo e gli evitava di rischiare. La paura era un sentimento paralizzante.

Alberto Bianchi su Pichenibule (Verdon, Provenza)
Alberto Bianchi su Pichenibule (Gorges du Verdon, Provenza), 23.05.1983Ma immediatamente dopo fu la luce. Nell’individuo quasi simultaneamente alla paura scoccò la
scintilla del bisogno di vedere e vedere vuole dire scoprire, conoscere e sapere, tant’è che nel greco
antico lo stesso verbo “eidon” significa tanto vedere quanto sapere: ho visto quindi so. Quindi,
nell’individuo c’è anche un sentimento dinamico, che lo spinge a cercare all’esterno di se stesso,
esplorando l’ignoto perché è fuori da sé che l’individuo può trovare i mezzi per la sua sussistenza e
per migliorare la sua esistenza.
Nel giusto dosaggio di questi due impulsi antagonisti, paura e curiosità, risedette da sempre la
ricetta per la gestione del rischio che consentì all’individuo di vivere mediamente sempre meglio o,
quanto meno, sempre più a lungo.
Ma poi c’era anche la collettività degli individui. La collettività al posto della paura pose oggetti
deterrenti sicché a presidio dei luoghi nei quali voleva sconsigliare l’individuo dall’avventurarsi,
pose mostri formidabili, tabù e residenze divine. Né divieti né limiti alla mobilità e, più in generale,
all’agire dell’individuo furono posti dalla società primordiale e questo bastò all’umanità per
conservare se stessa ed anche per progredire e migliorarsi.
Oggi, i dosaggi della paura e dell’audacia dell’individuo e l’interferenza della società nella libertà
individuale in materia di sicurezza, che altro non è che il complemento del rischio, sono
profondamente diversi, il che significa che nel tempo c’è stato un cambiamento; ma in più, oggi,
sembrano abbastanza percettibili sia la velocità sia una precisa direzione di questo cambiamento.
All’origine dei comportamenti sia dell’individuo sia della società sembra esserci un unico comune
movente: l’istinto di conservazione, dell’individuo per l’uno e della specie per l’altra. A tal fine
l’individuo e la società mettono in atto comportamenti, diversi ma assimilabili, che sono il frutto di
un compromesso, a livello personale, tra paura e curiosità o tra incolumità e ricerca e, a livello
sociale, tra salute pubblica e benessere e progresso collettivo.
Mentre gli stimoli e i freni inibitori dell’individuo nei confronti del pericolo non sono cambiati nel
tempo, la società, col progredire della conoscenza, abbandona la sfera del magico formidabile, del
tabù, o del divino inaccessibile e mette in campo altri strumenti per la conservazione della specie,
alla quale sono funzionali da un lato l’espansione del tasso di natalità e dall’altro la riduzione di
quello di mortalità, nel rispetto obbligato dei vincoli posti dalle risorse limitate. A tal fine la società,
pur con evidentissime differenze territoriali, culturali e temporali, si è adoperata principalmente in
due direzioni mediante l’emanazione di norme tese a rendere meno pericolosi gli ambienti esterni
all’individuo e l’imposizione di divieti alla frequentazione di quelli la cui pericolosità non riesce ad
essere addomesticata entro valori per lei accettabili.
In questo quadro generale del rapporto pericoloso tra individuo e società da una parte ed ambienti
esterni dall’altra, l’ambiente esterno che interessa l’alpinista è un ambiente prettamente geografico e
fisico: l’alpinista è il frequentatore temporaneo di una particolare porzione del territorio montano,
quella in genere caratterizzata da quote più elevate, temperature più basse, ghiacciai e rocce e neve
e in ogni caso da terreno impervio e certamente non idoneo ad alcuna forma di insediamento umano
permanente.
Per queste sue caratteristiche il territorio alpinistico ha un tasso di pericolosità per l’incolumità
individuale più elevato di quello di molti altri ambienti, non solo geografici e fisici. Quindi ed
estremizzando, nei riguardi della natalità e della mortalità, la società è impegnata, per quanto
riguarda l’alpinismo, al contenimento della seconda. Più in generale, la società è interessata al
contenimento di tutti gli incidenti in montagna anche non mortali, anche i più banali, che, in ogni
caso, si traducono nella necessità di mettere in campo da parte sua gli opportuni anticorpi a difesa
della vita per la conservazione della specie.
Per quanto concerne la libertà nella pratica dell’alpinismo, il dosaggio delle diverse componenti
individuali e sociali nel rapporto col pericolo è evoluto con una progressiva espansione
dell’influenza della società a scapito dell’autodeterminazione e della responsabilità individuali.
La società è intenta a offrire all’individuo ambienti (di lavoro, di svago, di studio, alimentare,
culturale, ecc.) sempre più sicuri e a cingere col recinto del divieto o di altre barriere meno
direttamente evidenti gli ambienti pericolosi (il bere, il fumo, le droghe in genere, il gioco
d’azzardo, ecc.).
Questo meccanismo di messa in sicurezza e di divieti porta però a un ottundimento del prezioso
sentimento della paura e a una crescente deresposabilizzazione dell’individuo nella scelta delle
attività che si appresta ad affrontare e dei territori, in particolare, in cui intende avventurarsi e dei
modi e dei mezzi con cui affrontarli o avventurarvisi. Come estrema conseguenza, nell’individuo
arriva a maturare la presunzione del diritto alla sicurezza e quindi del diritto al soccorso in qualsiasi
circostanza e situazione e, più o meno cosciente, la convinzione che tutto ciò che non è
espressamente vietato è sicuro, in particolare che se l’accesso a una parete di roccia o a un pendio
innevato non è vietato, quella roccia e quella neve sono privi di pericoli per lui.
In montagna, la disponibilità di corde sempre più resistenti e di ancoraggi sempre più affidabili ha
cancellato la pudica paura di “volare”, l’adozione del casco quella di battere la testa o di essere
colpiti da un sasso cadente, il telefono satellitare, quello cellulare, il GPS, internet e l’elicottero
hanno fatto sbiadire la paura dell’isolamento e la sensibilità all’incertezza meteorologica.
Giustamente; ma se tutto funziona e dando per scontato il diritto, per legge o per dovere morale, al
soccorso!
La pretesa che tutto sia sicuro perché ciò che è pericoloso è vietato è tanto profondamente radicata,
penetrante e diffusa nella società italiana, che la collettività al verificarsi di un incidente o di un
disastro, anche cosiddetto naturale, non cerca di individuare un eventuale vittima di un errore o di
un imprevisto, ma, attraverso una magistratura particolarmente solerte promotrice di questa
mentalità, scatena immediatamente una caccia al colpevole di un reato.
Il legislatore si sente invece investito del dovere di bandire l’attività rivelatasi funesta e di vietare
l’accesso ad un territorio ove si è verificato l’incidente o nella, migliore delle ipotesi, di
regolamentarli.
Esiste il pericolo che la pur legittima aspirazione della società di tutelare la salute pubblica, anche
con l’imposizione di regole e divieti, degeneri nella tentazione di inseguire la sirena della sicurezza
totale con la doppia negativa conseguenza di mortificare il benefico sentimento di paura
dell’individuo, propedeutico allo sviluppo di virtù personali come l’attenzione e la prudenza, e
paralizzarne lo slancio innovativo e l’anelito di scoperta ed espansione dei propri limiti insostituibili
motori del progresso umano.
La giusta quantità individuale di libertà di rischiare, in montagna come in ogni altra situazione,
dovrebbe essere frutto di corretti dosaggi di paura e curiosità, di responsabilità personale e norme e
divieti e soprattutto basarsi sulla coscienza individuale e collettiva che la sicurezza totale non può e
non deve essere propria della vita umana ovvero che il rischio nullo non esiste, non solo nella
pratica dell’alpinismo, ma anche in nessuna altra attività.
Quest’ultima asserzione si presenta come postulato e perciò è criticabile e anche rigettabile come
ogni verità apodittica, ma la sua forza è evidente. Ne discende che frasi come “dobbiamo fare sì che
incidenti come questo non si verifichino mai più” pronunciate da politici e legislatori all’indomani
di ogni incidente sia pur grave sul lavoro, o “sciagure come questa non si verifichino mai più”
pronunciate dagli stessi e da altri all’indomani del recente disastro di Lampedusa, ma anche in
occasioni di incidenti in montagna particolarmente luttuosi, sono aberranti per chi ammette che la
nostra conoscenza è limitata e sa che questi incidenti, forse con frequenza minore ed anche sempre
più bassa, potranno ripetersi.
Dal postulato discende anche che è scorretto affermare semplicemente che l’alpinismo è pericoloso,
o meglio sarebbe dire, rischioso. Semmai si potrà dire che è un’attività più rischiosa di altre.
Possiamo concordare sul fatto che sia meno pericoloso camminare su un marciapiede cittadino che
su un sentiero dal fondo irregolare o peggio arrampicare su una parete di roccia degradata, ma
nessuna delle tre progressioni è totalmente esente dal pericolo di inciampo e di caduta.
Diverso ancora è il rischio, correttamente inteso come prodotto della pericolosità per il danno, che
addirittura potrebbe vedere un’inversione della precedente graduatoria, se cadendo sul marciapiede
ci si procura un trauma e “volando” in parete si rimane semplicemente appesi alla corda di
sicurezza.
Sull’onda della corsa all’inseguimento della sicurezza, la giurisprudenza impone all’organizzatore
di corsi di alpinismo di informare preventivamente gli allievi dei pericoli della montagna e dei
rischi dell’alpinismo e di ottenerne un’attestazione di consenso informato alla partecipazione.
Questa procedura persevera sulla strada di indurre l’individuo a pensare che ci sia sempre un altro
che deve pensare a metterlo in guardia e che sia responsabile al suo posto di ciò che può accadergli
ed inoltre cozza contro l’impossibilità di compilare un elenco completo ed una descrizione
esauriente di tutti i pericoli ed i rischi.
Piuttosto, quindi, che cercare di elencare e descrivere i pericoli della montagna ed i rischi
dell’alpinismo, bisogna risuscitare negli allievi il senso della paura, che induce all’attenzione, alla
cautela ed alla prudenza.
Un ulteriore contributo alla distorsione della percezione del rischio risiede nell’esagerata fiducia
nella scienza e nella tecnica che degenerano rispettivamente in presunzione di onniscienza e di
infallibilità. Una corretta assunzione di responsabilità deve avere, invece, il supporto della
consapevolezza dell’esistenza dell’imprevisto e dell’errore o del difetto.
L’accresciuta affidabilità delle corde di arrampicata e dei dispositivi di protezione e delle tecniche
di assicurazione ed autoassicurazione in genere ha eliminato negli arrampicatori delle più recenti
generazioni la paura di “volare” che caratterizzò gli esponenti delle precedenti generazioni in
maniera tanto più marcata quanto più si risale nel tempo. Questo fatto è certamente un fatto
positivo, in quanto fattore di progresso, perché autorizza l’individuo ad osare passaggi sempre più
difficili spingendo il limite della prestazione umana sempre più in alto; ma è anche dimostrazione
della scomparsa di una delle paure che più inducevano gli alpinisti a muoversi, invece, con grande
cautela.
Per chi pratica lo scialpinismo, invece, l’aumento delle capacità di valutazione del pericolo di
distacco di valanghe e di diffusione della relativa informazione, la sostituzione di vecchi strumenti e
metodi di localizzazione dei travolti, come il cordino da valanga, con i più recenti e sofisticati
ARTVA il cui potenziamento e perfezionamento non accenna a rallentare, l’adozione di pala e
sonda e di altri piccoli accorgimenti nella tecnica di progressione, l’invenzione di dispositivi
antisoffocamento ed antiseppellimento hanno consentito, a costo di un appesantimento delle
procedure e dell’equipaggiamento, di ridurre il rischio legato a tale fenomeno; ma non devono fare
dimenticare allo scialpinista la necessità di relazione stretta e costante con l’ambiente in cui si
muove.
Se per il pericolo di distacco di valanghe la possibilità che l’attenzione per l’ambiente sia soffocata
dal fardello della tecnica è particolarmente evidente, tale possibilità esiste anche per le altre
discipline alpinistiche e se da un lato ci si è liberati da non molto tempo dell’illusione di potere
rendere la montagna sicura, dall’altra è fondamentale ricordarsi della necessità e del valore di
cercare di stabilire e mantenere per tutto il tempo che si opera in montagna un filo diretto con
l’ambiente in cui si sta agendo ed un flusso continuo di informazioni dall’ambiente con cui si
interagisce in risposta alle domande che gli pone la nostra paura.
Prima, (ma quanto prima? O prima di che cosa?) l’uomo viveva affrancato da ogni pericolo nel
“Paradiso terrestre” (ma dov’era il “Paradiso terrestre”?) e quindi senza bisogno di paura e di
coraggio e con un solo divieto sociale: quello di mangiare del frutto della conoscenza. Ma questa
era tutta un’altra storia.
Milano, 18/2/2014.

Alberto Bianchi
Nato a Milano il 3 febbraio 1949, ingegnere, professore al Politecnico di Milano, guida alpina dal 1986, organizza e conduce gruppi di alpinisti e sci-alpinisti in Asia, Nord and Sud America. Ha salito il Muztagata, il Kun, il Carstenz, il McKinley, l’Illimani, l’Aconcagua e molte altre montagne in ogni parte del mondo. Ha partecipato a diverse spedizioni himalayane tra cui l’Everest. È stato per diversi anni, dopo Alberto Re, presidente del Collegio Nazionale delle Guide Alpine.

Alberto Bianchi
AmbienteRisponde-bianchi,alberto

postato il 25 febbraio 2014

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Libertà in montagna e responsabilità giuridica

Libertà in montagna e responsabilità giuridica
di Luca Calzolari
Editoriale Montagne360, numero di marzo 2014

“Egregio dottor Raffaele Guariniello, Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera. Le scriviamo … perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana”. Così inizia la lettera aperta che l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e in Alpinismo – nato in seno al CAI – ha inviato al Pm torinese che sta indagando su alcuni casi d’attività fuoripista che hanno provocato una valanga (il testo della lettera è su www.loscarpone.cai.it, cliccare qui). Credo che l’iniziativa dell’Osservatorio sia importante.
La prima ragione, che va oltre la questione delle indagini a cui accennavo, è che al ricomparire della neve sono fiorite le ordinanze di chiusura di versanti e i divieti di accesso alla montagna.

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È quindi imperativo far conoscere il punto di vista di chi pratica l’avventura in montagna, e con questa iniziativa probabilmente si riuscirà a parlare non solo a giudici e magistrati. La seconda riguarda il modo in cui l’Osservatorio si pone. Innanzitutto perché la lettera non è ‘rivendicativa’, non chiede una giustizia speciale, ma affronta la questione entrando nel merito. Il testo è organizzato per punti che affrontano i concetti chiave: libertà come diritto, consapevolezza, responsabilità individuale. Libertà che si oppone alla visione no limits del consumatore della montagna. E poi rischio e sicurezza. I concetti di consapevolezza e di responsabilità vengono esaminati anche in chiave giuridica, evidenziando una questione, a mio modo di vedere, essenziale: “il punto – si legge nella lettera – è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, … ”. Il documento si addentra nel caso di specie dell’incidente da valanga, evidenziandone gli aspetti normativi e quelli culturali. Le conclusioni invitano a tenere conto della diversità delle attività in montagna: lo sci in pista è sport, il fuoripista è attività d’avventura: “chi si avvale degli impianti di risalita e poi scende fuori pista confonde le due attività … È pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso”. Lo sforzo compiuto dall’Osservatorio, a mio avviso ben riuscito, è stato produrre un documento chiaro che coniuga riflessione culturale e giuridica, senza mai involvere nella filosofia di scuola e/o nell’eccessivo specifico tecnico della norma. Il risultato è uno strumento di riflessione tematica a disposizione di tutti, magistrati e laici. Credo che questa iniziativa possa, sia aiutare la società tutta a conoscere le tematiche a noi care, sia aumentare il bagaglio culturale della comunità giuridica – se posso chiamarla così – sulla pratica dell’avventura in montagna. Auspico anche dei tanti inconsapevoli della montagna. Io sono cautamente ottimista.
Luca Calzolari
direttore Montagne360

Ricordiamo che il testo integrale della lettera a Raffaele Guariniello è scaricabile qui.

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Alpi Apuane: il divieto più lungo

Sulle Alpi Apuane, il 21 giugno 2013 si verifica una scossa di magnitudo 5.2 che, con epicentro in Lunigiana tra Fivizzano e Casola, provoca, oltre alla paura della popolazione, qualche danno agli abitati e quattro contusi.
I giorni dopo vi è uno sciame sismico con altre scosse via via più deboli. Qualcuno segnala che dalla parete nord del Pizzo d’Uccello si è staccato qualche blocco di roccia.

Dal 4 luglio 2013 nel comune di Fivizzano (provincia di Massa-Carrara) è in vigore l’ordinanza n. 320 del Sindaco Paolo Grassi che vieta, in via cautelativa e fino alla verifica dei sentieri e arrampicate della zona Pizzo d’Uccello e dell’intero comprensorio Apuano/Valle di Vinca, la pratica dell’arrampicata e la fruizione dei sentieri presenti all’interno del territorio comunale e facenti parte del Parco Regionale delle Alpi Apuane.

Il versante sud del Pizzo d’Uccello

Il PIzzo d'Uccello dal M. Contrario , Alpi Apuane

L’ordinanza fa seguito a una relazione tecnica firmata dal geologo Paolo Cortopassi secondo la quale nella zona sono state identificate aree potenzialmente instabili. Per il sindaco dunque, accertato lo “stato di pericolo”, scatta l’interdizione per tutti “fatto salvo l’accesso… da parte di guide alpine professionistiche e/o equipollenti purché iscritte che per la natura della loro qualifica si assumono ogni grado di responsabilità”.

L’ordinanza dispone “altresì che le Guardie Parco dell’Ente Parco Regionale delle Alpi Apuane con sede in Massa, Via Simon Musico 8, esaminino tutti i percorsi escursionistici interdetti dalla presente ordinanza al fine di verificare l’agibilità degli stessi”.

Una breve indagine storica ci informa che la zona non è per nulla esente da fenomeni sismici: basterà ricordare il terremoto del 1920 con magnitudo stimata di 6.5 che provocò centinaia di morti fra Fivizzano, Barga e Castelnuovo Garfagnana. Risalendo alcuni secoli addietro si arriva al 1481 con il terremoto di Barga (Garfagnana), per il quale la magnitudo stimata è di 5.8.
E nel 1985 vi fu un’evacuazione prudenziale di molti abitati della zona a seguito di una scossa di magnitudo 4.6.

Per questi precedenti tutti i comuni di Garfagnana e Lunigiana dal punto di vista della zonazione sismica sono classificati nella zona “2”. Quindi niente di inaspettato.

In otto mesi dal luglio 2013 non si sono verificati altri fenomeni. Se anche qualche crollo ci fosse stato, ciò è comune a tutte le montagne, purtroppo.

Non siamo a conoscenza se le guardie del Parco Regionale abbiano o meno provveduto all’esame dei percorsi escursionistici o delle vie ferrate: di certo nulla di ufficiale è stato fatto sui percorsi alpinistici del Pizzo d’Uccello. Perché dunque questa staticità? Perché proibire a tempo indeterminato? E infine, perché proibire?

La parete nord del Pizzo d’Uccello

Paola .... e parete nord del Pizzo d'Uccello. 14-06.1998

A me risulta che detti percorsi siano frequentati con la stessa frequenza di prima, la gente se ne infischia delle ordinanze oppure ragionevolmente pensa che siano divieti inutili?

Con tutto il rispetto per la sollecitudine dimostrata a vietare, non certo seguita da altrettanto puntiglio nel controllo o in opere di sicurezza, non era meglio limitarsi a un consiglio generico di prestare attenzione, forse più attenzione del solito?
Non era meglio puntare finalmente sulla responsabilità del singolo, il quale deve essere debitamente informato dei pericoli ma deve anche poter decidere in autonomia e consapevolezza, per farlo crescere come cittadino e non come suddito?

Che cosa spinge un amministratore a dichiarare inagibile un percorso per un periodo si spera non infinito? Ci domandiamo se ha mai riflettuto questo amministratore sulla convinzione comune che là dove c’è un divieto c’è sicuramente un pericolo, quindi là dove non c’è alcun divieto significa che non v’è pericolo alcuno. Assecondare con i divieti questa convinzione significa essere davvero responsabili dei possibili errori e delle possibili disgrazie.
Oppure si vieta tutto e per sempre.

Ma ci sono anche altri vizi sostanziali in questa ordinanza, che non è certo la prima a presentarli. Una per tutte valga quella del Sindaco di Livigno (ord. n. 34 del 24 aprile 2012 – Prot. 8504 cat. II/1 fasc. 10, successivamente revocata con ord. n. 48 del 16 maggio 2012), ai sensi della quale «dalla data odierna e fino alla revoca della presente, all’interno del territorio comunale di Livigno (SO), è vietato lo sci fuori pista in ogni sua specialità, ad esclusione delle guide alpine italiane e straniere abilitate (art. 4 della Legge 2/1/1989, n 6 ”Ordinamento della professione della guida alpina” e degli artt. 20-26 ”Regolamento regionale 6/12/2004 n. 10” ) e delle persone accompagnate dalle stesse, sotto la responsabilità delle medesime guide alpine».
Pur senza voler approfondire, si può qui notare “ictu oculi” come il divieto della libertà di circolazione sul “fuori pista” sia qui da una parte generalizzato (non riferita cioè soltanto ad alcune zone circoscritte ad “alto rischio”) e privo di un termine certo (così che, in carenza di una tempestiva azione da parte del Sindaco, il divieto ben sarebbe potuto permanere anche quando le presunte condizioni di pericolo fossero materialmente venute meno), e dall’altra parte finisca per mettere in atto una discriminazione fra gli utenti “esperti” della montagna prevedendo una deroga al divieto esclusivamente per le guide alpine (e le persone da questi accompagnate) e non già per tutti i soggetti dotati di idonea (o analoga) preparazione tecnica (si pensi all’alpinista esperto e che, tuttavia, non abbia la qualifica di ‘guida’). Questa sarebbe la vittoria dei “pezzi di carta” sulla vera esperienza e sul buon senso.

Castello della Verrucola a Fivizzano (MS)

AlpiApuane-Fivizzano-Verrucola (2)

Postato il 23 febbraio 2014

Aggiornamento del 29 maggio 2015: il divieto di accesso è stato revocato con ordinanza del Comune di Fivizzano del 28 maggio 2015.

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Giudizio per cause concernenti l’attività in montagna


Lettera aperta a Raffaele Guariniello
Procura di Torino

a tema: Giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna

Egregio dottor Raffaele Guariniello,
Le sottoponiamo le nostre riflessioni in fatto di giudizio in sede civile e sede penale per cause concernenti l’attività in montagna. Veda nell’allegato pdf.
Chiariamo subito che non Le scriviamo per auspicare una “giustizia speciale”, o “tribunale della montagna”, che conosca la materia e i principi di fondo evidenziati nella lettera.
Le scriviamo invece, come potremmo scrivere a qualunque altro magistrato, perché riteniamo che Lei personalmente debba essere messo a conoscenza della filosofia di coloro che reputano essenziale forma di libertà il muoversi su terreno di avventura montana.
Siamo a disposizione per qualunque chiarimento o anche per un incontro.
Grazie dell’attenzione

Per l’Osservatorio per la Libertà in Montagna e Alpinismo (riconosciuto dal Club Alpino Italiano), il portavoce Alessandro Gogna

Raffaele Guariniello
Il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il 14 dicembre 2010 a Torino, durante l'udienza del processo per il rogo all'acciaieria Thyssenkrupp, avvenuto il 6 dicembre 2007, in cui morirono sette operai. ANSA/DI MARCO
GIUDIZIO IN SEDE CIVILE E SEDE PENALE PER CAUSE CONCERNENTI L’ATTIVITA’ IN MONTAGNA
Libertà e consapevolezza
Esiste purtroppo la concezione che libertà significhi facoltà di vivere emozioni ed esperienze senza limiti, sminuendo l’esistenza di pericoli e rischi: è la concezione dell’odierno consumatore, per il quale la montagna non è più il luogo della formazione, del confronto con se stessi, ma quello del puro godimento rapido, effimero e garantito.

La libertà in alpinismo è cosa diversa: è facoltà di determinare in autonomia le scelte che ci riguardano, sia come singoli che come componenti di una collettività, ma con la consapevolezza del rischio che si corre e dei danni che possono derivarne ad altri.

La libertà è un diritto essenziale di ogni persona, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. L’Osservatorio della Libertà in Montagna individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di consapevolezza. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina. E senza del quale non avrebbe senso neppure il mito di Ulisse.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male” (1859). Detto così può sembrare banale e anarchico, ma noi crediamo di interpretare correttamente il pensiero di Mill quando affermiamo di non voler rifuggire le regole ma soltanto di volerle declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma ha dignità solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e consapevolezza. Libertà in montagna è, dunque, libertà di movimento arricchita dall’esercizio della consapevolezza: che vuol dire preparazione, disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione.
Per questi motivi l’attività alpinistica è e deve rimanere libera, pura e consapevole, e non deve essere confusa con l’attività sportiva ispirata invece a criteri di pratica “sicura”.

Pericolo e rischio in montagna
I pericoli e i rischi vengono dalla disparità tra persona e montagna, come per mari e deserti. Sono elementi costitutivi dell’alpinismo e fondanti la libertà di scelta. Vanno legati all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio, oltre che aspetto costitutivo dell’esperienza alpinistica, sono elementi positivi e consentono il percorso di evoluzione personale.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta consapevole e rispettosa degli altri, sapendo che non esistono la pretesa e la certezza di essere soccorsi sempre, comunque e in ogni condizione.

Méribel, tre le due piste è il luogo dell’incidente a Michael Schumacher
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Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e consapevolezza) e, se del caso, di dotazione di un adeguato equipaggiamento.
La sicurezza totale è una pura illusione della società assistenzialista e consumista, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. L’impostazione attuale della società è improntata all’ossessiva cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero dell’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui la persona può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in questo ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa intera dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive l’antropologo Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.
L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sicurezza e non possono essere indiscriminatamente o acriticamente imposti: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della consapevolezza e quindi indispensabili.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che abbiamo cercato di esprimere usando la parola “consapevolezza”; nella seconda, troviamo un significato molto diverso, quello della responsabilità giuridica.

Consapevolezza e responsabilità giuridica sono dunque assai legate, anche se non sono la stessa cosa: la libertà è resa più significativa dal poter effettuare una scelta sapendo che si può essere chiamati a rispondere di essa, e di contro l’esercizio della libertà può abituare alla responsabilità delle proprie azioni.

Ha senso, allora, un luogo nel quale questa responsabilità possa venire in discussione, perché non basta il così detto “foro interiore”: se siamo responsabili nei confronti anche degli altri, allora bisogna che gli altri possano fare appello a questa nostra responsabilità. In Italia oggi (ma anche altrove) non è normale una giustizia “corporativa”, e cioè propria delle categorie interessate, quale ad esempio esisteva prima dell’età moderna; i probiviri del CAI si occupano solo di controversie interne all’associazione, ma non possono andare oltre e trattare di rapporti che non riguardano quella limitata materia. L’opinione pubblica, e prima ancora la Costituzione che afferma la necessità di un luogo ove possano essere fatti valere i diritti di ciascuno, confermano che non possono esistere “luoghi franchi”; ed allora non resta che la giustizia ordinaria quale luogo di tali possibili controversie.

Qui sembra che possiamo essere d’accordo, però attenzione: il punto è dove si pone il limite per un’azione legale nei confronti di un atto di cui l’alpinista è responsabile. Il concetto di consapevolezza si mescola fino a un certo punto con quello di responsabilità giuridica, e non deve essere giustificazione per una “punizione” per chi esagera.

Un “vizio” della società moderna è la ricerca “obbligatoria” di un responsabile per ogni cosa che accade. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel “mercato della sicurezza” assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività. Perché anche per loro le leggi tendono a essere interpretate in modo cieco, con il risultato di castrare qualunque buona iniziativa, per i giovani, per i diversamente abili, per i disadattati.

Valle di Lei, Madesimo

GiudizioperCause-MADESIMO (5)  fuoripista in val di Lei

La responsabilità giuridica
Quando si dice responsabilità si intende riconoscimento della colpa e punizione  per ciò che si è fatto; ma va subito detto che questo vale solo per quella penale, perché quella civile ha una vocazione distributiva e solidarista. Si ritiene che se qualcuno ha subito un danno, occorre veder come fare per non far rimanere quel danno solo a suo carico, almeno sotto il profilo patrimoniale. Questo tipo di responsabilità sfiora a volte l’addebito oggettivo: si è responsabili perché qualche cosa è successo, qualcuno si è fatto male; si crea il meccanismo della compensazione economica di ogni tipo di danno. In quella per cose in custodia (tra esse a volte possono esserci i sentieri, o le vie ferrate) non si è più solo responsabili per l’incuria nella manutenzione che ha determinato una insidia imprevista, ma per tutti gli infortuni occorsi nell’uso della cosa, purché il danneggiato non ne abbia fatto un uso improprio.

Ma almeno per la responsabilità civile ci si assicura, e quindi c’è un’assicurazione che paga; e qui stiamo parlando non solo della responsabilità del singolo, ma anche delle istituzioni e delle imprese che organizzano e gestiscono il territorio a vario titolo; per tale via, l’assicurazione che queste hanno contratto copre la responsabilità civile oppure il costo ricadrà sulla collettività, la quale però comunque riceve altri benefici ben superiori (ad esempio turistici). Nel penale non è così, ognuno risponde per se stesso: la responsabilità penale è personale. E occorre una precisazione. Nel processo penale il problema non è tanto la condanna finale, specie per reati colposi; i processi penali sembra talvolta che si facciano prevalentemente per far soffrire qualcuno: è lo stesso processo a costituire una pena, e con esso la sua pubblica notizia, l’angoscia, le ore passate nei corridoi dagli imputati ma anche dai testi, dalle parti offese.

Il problema è dunque, per l’Osservatorio, cercare di fare in modo che il suddetto “limite per un’azione penale” venga definito in una sede tale per cui la scelta non sia lasciata esclusivamente a una giustizia comune (per essa intendendosi quella che valuta qualsiasi situazione nella stessa maniera).

La responsabilità collegata alla frequentazione della montagna può avere tre principali aspetti: 1) nei riguardi di compartecipi o di chi poi direttamente resterà infortunato; 2) installazione, manutenzione o controllo di sentieri o vie attrezzate o ferrate; e infine 3) esposizione a pericoli degli eventuali soccorritori.

Sul primo vi è ormai casistica anche in sede penale. Sul secondo punto le decisioni note sono sentenze civili; sul terzo non ne risultano di precise, ma le ultime vicende natalizie 2013-2014 provano che lì si sta andando allo scontro.
Nella società e in diritto non si può proibire il rischio.
In questo senso, restrittivamente, dovrebbe essere proibito lo stesso Soccorso Alpino, che invece è costituito da professionisti e volontari.
Però, già per Mill lo Stato non si doveva ingerire nelle attività degli individui, salvo che arrechino danno ad altri; ma, tra questi ultimi, non considerava coloro che consentano ad una partecipazione consapevole e volontaria.
E noi oggi dobbiamo considerare, come era normale in passato, che il mondo degli alpinisti è per sua natura solidaristico, è orgoglioso di esserlo, non si sottrae e non recrimina neppure di fronte alle conseguenze patite per prestare soccorso. Vuole il legislatore l’abolizione del Soccorso Alpino? Vedrebbe che putiferio!

In materia, i giudici e prima ancora i pubblici ministeri sono portatori di nozioni e conoscenze tutt’altro che approfondite e omogenee; la comprensione dei complessi elementi che intervengono nella formulazione di una scelta di chi frequenta la montagna non sempre è completa; avviene così che condotte, che per alcuni sono esenti da responsabilità, per altri invece non lo sono; purtroppo, in molti casi non vi è alcuna linearità nella decisione. Ma questo non può meravigliare, perché in processi come questi cambiano i livelli non solo di conoscenza della materia, ma anche di disponibilità individuale ad accettare la logica della previsione e della inevitabilità di un pericolo.

Telemark fuoripista a Lech. Foto: Leo Himsl
telemarkskiing lech 2005 , arlberg

Gli incidenti da valanga, aspetti legislativi
Per la legislazione attuale il reato di aver procurato una valanga è stato introdotto (per tutt’altri contesti!) dal nostro codice penale del 1930; quindi un magistrato deve far rispettare la norma, ma in certi casi la cosa può apparire ridicola. Non c’è stazione di turismo invernale che non pubblicizzi il proprio territorio con immagini e filmati di entusiasmanti discese fuoripista, magari pure a cavallo di valanghe provocate. Caso mai ci sarebbe da chiedersi come mai un articolo del c.p. sia stato bellamente ignorato dai tribunali italiani per oltre 60 anni, forse perché la valanga non era di moda? O nel frattempo non c’erano state vittime in valanga?

Probabilmente la prima impugnazione importante in merito fu del procuratore della Repubblica di Sondrio in occasione della valanga del Vallecetta (inizio anni 2000). Nessuna vittima, nessun ferito, neppure allertato il servizio di soccorso, ma 8 mesi di reclusione ai 5 sciatori che erano nei paraggi (non solo a chi ha provocato la slavina, certamente uno solo).
Risulta evidente e alla luce delle conoscenze attuali che la norma è a dir poco obsoleta e andrebbe certamente rivista.

Gli incidenti da valanga, aspetti culturali
E’ fuori di dubbio che l’attività in pista deve essere al riparo da pericoli oggettivi così come previsto dalla legislazione nazionale e da quelle regionali e provinciali. L’utente della stazione sciistica ha acquistato un servizio che comprende, tra le altre cose, la propria incolumità sulle piste da sci, almeno per quanto concerne quei pericoli. Chi percorre una pista da sci si deve solo preoccupare di non arrecare danno agli altri con la sua condotta.
Perché si tratta di attività sportiva. Sarebbe come dire che se vado a nuotare in piscina non sono tenuto a fare l’analisi dell’acqua prima di tuffarmi. La stessa pista da sci è una struttura sportiva.

Se invece abbandoniamo la pista, non importa se di poco o di tanto, dobbiamo preoccuparci da noi. Non esiste più nessuno (persona, società, Ente pubblico) che ci debba imporre la sicurezza nostra e di chi vi opera come noi e non potrebbe neanche essere altrimenti essendo impraticabile controllare, sorvegliare, vigilare su tutto l’ambiente naturale.
Neppure è dignitoso che norme e sanzioni siano usate solo per spauracchio (allora dovrebbe essere prima punito anche chi nella sostanza non le fa rispettare).
Qui entrano in gioco le conoscenze delle persone che praticano la montagna, la consapevolezza; se qualcuno non ha e non pratica le conoscenze adeguate probabilmente andrà a mettersi nei guai.

Conclusioni
Bisogna far passare il concetto che scendere un pendio innevato lungo una pista da sci o lontano da essa sono due cose culturalmente opposte, certamente compatibili tra di loro, ma da non confondere.

Sulla pista da sci si fa attività sportiva, altrove no! Il restante è compreso in tutte le altre attività d’avventura in montagna, estive e invernali.

Chi invece si avvale degli impianti di risalita e poi scende sopra una pista confonde le due attività, e spesso non basta neppure esporre cartelli di divieto. E’ pronto a essere lui la prima vittima “inconsapevole” di se stesso.

Dunque dobbiamo spendere ogni energia nel campo della formazione e dell’informazione corretta, non nel campo del divieto e della punizione.

Dobbiamo fare in modo di essere informati sulle modalità di quella grande parte di incidenti che si sono auto-risolti (senza intervento di soccorso esterno) ma che per paura delle conseguenze penali vengono tenuti nascosti dai coinvolti.

Dobbiamo diminuire il numero degli inconsapevoli, non aumentare il numero dei dissuasi o dei puniti.

Per Osservatorio della Libertà in Montagna e in Alpinismo
Il portavoce: Alessandro Gogna

Milano, 21 febbraio 2014

Il testo integrale in versione pdf è scaricabile qui.