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Un motivo per impedire l’eliski sull’Antelao

Il Comune di Calalzo di Cadore, con Verbale della Giunta Municipale n. 109 del 30 dicembre 2013, ha deliberato di esprimere parere favorevole in ordine alla proposta formulata dalle Guide Alpine Tre Cime di Lavaredo di poter svolgere sul territorio comunale e nelle zone suindicate la pratica dell’eliski.

Ecco i fatti. Il 26 novembre 2013 l’aspirante guida Alex Pivirotto, a nome delle Guide Alpine Tre Cime di Lavaredo, aveva sottoposto all’attenzione dell’Amministrazione la proposta di poter attivare la pratica dell’eliski sui ghiacciai superiore e inferiore dell’Antelao e sul vallone esposto a nord che scende fino ad arrivare in Val d’Oten, zone che interessano esclusivamente il territorio comunale.
Nel frattempo il 23 dicembre 2013 il Collegio Regionale delle Guide Alpine del Veneto aveva espresso parere favorevole, dopo accordi con il Soccorso Alpino e il GR CAI del Veneto.

L’Antelao da Cortina

Cortina d'Ampezzo da frazione Ronco, verso Antelao

La Giunta comunale, convocata dal sindaco Luca De Carlo, si riunisce. “Considerato che la pratica di cui trattasi rappresenta ormai un’esperienza in forte crescita nelle migliori località sciistiche e potrebbe sicuramente implementare l’attrattività turistica del territorio; ritenuto dover pertanto favorire la sua diffusione sul territorio comunale, pur subordinandone l’esercizio a talune limitazioni di sostenibilità” delibera il permesso così vincolato:

1) l’esercizio dell’attività è ammesso fino al termine del mese di aprile ma rimane precluso nelle giornate di sabato e domenica;

2) l’attività è permessa per un massimo di tre giorni a settimana, a scelta della società Guide/Elicottero;

3) l’orario di attività è comunque limitato dalle ore 7.00 alle ore 12.00;

4) il numero massimo consentito è di 12 persone (per non più di n. 3 rotazioni);

5) la società di Elicotteri potrà operare solo con la presenza a bordo di una Guida Alpina;

6) dovranno essere preventivamente comunicate le piazzole di atterraggio dell’elicottero, sulle quali è consentito solo lo scarico delle persone senza sosta;

7) dovranno essere utilizzati elicotteri che riducano il più possibile il rumore e le emissioni inquinanti;

8) la valutazione delle condizioni meteo e della neve rimane rimessa alla esclusiva responsabilità della società Guide;

9) di dare atto che il presente atto di indirizzo non esonera gli operatori dall’acquisizione a loro carico di eventuali ulteriori autorizzazioni necessarie per l’esercizio dell’attività predetta e potrà essere revocato senz’altro e con effetto immediato in caso di inosservanza delle prescrizioni suddette ovvero di motivato reclamo ad opera di terzi.

Solo due anni prima, il 29 novembre 2011, Il Gruppo Regionale CAI Veneto, il Soccorso Alpino Veneto e il Collegio regionale delle Guide alpine, si erano uniti all’appello del presidente generale del CAI: «Ribadiamo la nostra contrarietà al diffondersi di tali pratiche che, oltre ad essere contrastanti con la corretta fruizione della natura e delle bellezze di luoghi ed ambienti assurti a Patrimonio dell’Umanità, possono essere cause prime per ridurre, in modo anche significativo, le norme di sicurezza del singolo e del gruppo. Pertanto auspichiamo la stretta vigilanza da parte delle sezioni del CAI e dei gestori dei rifugi e l’adozione da parte della Regione Veneto di specifiche norme che ne disciplinino l’attività per adeguarsi a quanto già, ad esempio, in atto nelle regioni contermini. Restiamo, infine, a disposizione degli enti locali e della stessa Regione per ogni tipo e forma di collaborazione possibile nello specifico settore e, in genere, in quello della valorizzazione compatibile del territorio montano e della sua promozione in sicurezza».
Il Corriere delle Alpi aveva intitolato ottimisticamente «Basta eliturismo ed eliski sulle nostre montagne», ma evidentemente non aveva letto bene la dichiarazione, che in realtà, professando una vaga “contrarietà alla diffusione”, auspicava non la soppressione dell’eliski bensì la sua regolamentazione.

Quindi ora tutti d’accordo, e il colpo di mano di un gruppetto di guide alpine ha creato un bel precedente, abbiamo l’eliski sull’Antelao, nel cuore cioè del patrimonio mondiale UNESCO. Un cuore ancora selvaggio, lontano dai caroselli dello sci tipici di altre zone più “dolci” delle Dolomiti.

C’è di sicuro chi si sente escluso e beffato: sai quanti se potessero farebbero eliski… Io personalmente invece mi sento ancora una volta deluso, soprattutto tradito da chi dovrebbe avere a cuore il proprio territorio, dagli amministratori in primo luogo ma poi anche dalle guide alpine implicate che soprattutto, meccanizzando l’avventura, banalizzano la loro professione.

E non mi dà particolare consolazione sapere che possiamo presentare reclamo, motivato naturalmente. Perché l’unico reclamo motivato possibile farebbe riferimento all’ingiustizia della delibera quando questa limita il permesso agli sciatori accompagnati da guida alpina, con ciò evidentemente negando in modo manifesto la libertà di chi non lo fa per professione ma ha uguali capacità. Insomma il cavillo sarebbe quello, ancora una volta il fine giustificherebbe i mezzi, ma sai quanto sarebbe squallido riuscire ad avere ragione in quel modo. Impedire l’eliski sostenendo che tutti hanno diritto di farlo!

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“Imprevedibilità” in alpinismo: ma mi faccia il piacere!

A volte – commentando una disgrazia – alcuni addetti ai lavori attestano: “imprevedibile”.
di Carlo Bonardi

Secondo me, di tale e quale in alpinismo c’è poco: se l’uomo per natura sta coi piedi sul piano ed in ambienti favorevoli, significa che, ove ciò non sia, si prospettano guai (per sintesi, derivano: o dalle possibilità di precipitazione, propria o di qualcosa/qualcuno che ci viene addosso, o da situazioni di tempo, luogo o condizioni più severe delle consuete, nonché da problemi circa la persona dei praticanti o i mezzi. Il risk manager, invece, scopritore ed inventore di casi specifici, li “pre-vede” e “misura” per elenchi, sempre – come dice – da “implementare”, ed anche con varianti, combinazioni e novità).
Eppure, la suddetta parola ritorna – per fare un esempio – quanto alla via normale al Monte Bianco dal Col du Midi, affollata anche se, di frequente, uno o più ci hanno lasciato la pelle.

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Per tratti di questo itinerario ero sceso decenni fa, quando, oltre al risk manager, non c’erano nemmeno ARTVA (una che ho sentito dire è che le vittime, seppellite d’estate da “cinquanta metri di ghiaccio”, erano state prudenti perché ce l’avevano), airbag, sindaci proibizionisti, controllori, norme particolari, ecc.: io avevo fregato a Papà la Guida Vallot (1947, vol. I, pag. 113), ove era scritto “Dans certaines conditions, les pentes du Mont Blanc du Tacul et du Mont Maudit peuvent présenter des risques sérieux d’avalanches”; e, comunque, anche un somaro passante sotto a un seracco può intuire cosa conviene fare. Così, nei punti cruciali, la modesta ricetta di cui disponevo era sempre la stessa: farsela addosso + darsela a gambe.
Dunque, perché “imprevedibile”?
A parte chi dice quel che gli viene, il termine è usato – per riguardo di morti o scampati – come sinonimo di “non colpevole” o “non responsabile”.
Nel giuridico, infatti, è proprio il criterio della “prevedibilità” dell’evento negativo, unito a quello della sua “evitabilità”, a far per primo inquadrare un accadimento nel “colposo” alias generatore di “responsabilità”.
Quanto alla legge, il riferimento è nell’art. 43 del Codice penale, “Il delitto è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia… (ecc.)”, e l’aggravante nell’art. 61, al n. 3, “l’avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento”.
Quanto alla loro applicazione ad un caso concreto, “negligenza o imprudenza o imperizia” consistono nel non avere evitato qualcosa di prevedibile (qui necessiterebbero approfondimenti, che investono pure altri piani di ragionamento e normativi, cose intrecciate. Una era nella Relazione ministeriale in vista del Codice penale Rocco 1930: “E’ da ritenere che le lesioni che si producono durante gli esercizi sportivi non costituiscano reato, finché non si vada al di là delle regole fissate per l’esercizio sportivo medesimo: si tratta di fatti che costituiscono esercizio di un’attività lecita, giustificata dalla consuetudine”. Stranezza: per trovare scuse, ci tocca cercarle in reperti fascisti!).
E allora?
Due sono i motivi per i quali non si dice la verità (si sa che la montagna è pericolosa sempre e per tutti).
Il primo, al solito, è economico (ho la fissa, vabbeh!).
Ve lo immaginate dover chiudere quella via normale o simili? o sempre dover maledire morti o feriti e processare scampati? E quale fine farebbero i gestori degli impianti che ne procurano gli accessi, le Guide che vi portano i clienti, chi organizza corsi e gite o vi partecipa, chi vi fa il cinema? Tutti, prima e dopo, passati per ristoranti ed alberghi della zona, oltre che nei negozi di attrezzature sportive.
E’ un po’ come per gli “ubriachi” al volante (la legge dice “in stato di ebbrezza”, ma sui giornali e nella politica l’altra suona peggiore): per costoro propongono almeno la “morte della patente” o peggio ma, accortisi che con quella c’è anche chi lavora, è sopraggiunto l'”emendamento grappino” (puoi guidare… tre ore al dì), e, poi ancora, tramite circolare ministeriale, il non-per-chiunque (occorre distinguere tra chi aveva bevuto di più e chi di meno!).
Il secondo motivo si assomma, non dichiarato.
In una società securitaria serve avere un nemico e, pertanto, pigliarsela con delinquenti certificati (meritatamente o no) dal guaio stesso che li ha visti in azione; però, poiché in non pochi casi il morto o scampato era uno Titolato (Guida, Istruttore, Soccorritore, ecc.) o un amico, lui va sottratto all’infamia, e, se possibile, anche al giudice.
Pure qui, come per gli incidenti stradali: quando l’uccisore è torvo, intanto deve andare in prigione; se è una Mamma, uno che era in servizio pubblico, un lavoratore, o simili (magari l’aveva predicata per altri), c’è spazio per i pianti ed anche per la comprensione.
Concetti e leggi, li usa o fa il legislatore; il magistrato li applica (quando non li crea da sé); noialtri li gestiamo, alla bisogna.
Ripetesi, in montagna il pericolo c’è. Per tale va trattato, senza che questo equivalga a licenza di uccidersi o uccidere (nel giuridico, piuttosto, va ben valutato il caso concreto), e forse finirà male, senza che ci si debba dolere; diversamente, si sta a casa (chi opina che anche lassù ci si possa comportare da buon padre di famiglia, non ha chiare le idee).
Il resto ne ricorda una di Giovanni Giolitti, che di affari e politica s’intendeva: “Le leggi con i nemici si applicano, con gli amici si interpretano”.

Carlo Bonardi
12 febbraio 2014

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Meno marketing e più cultura


Più conoscenza e meno incidenti.
Impariamo a conoscere meglio le nostre montagne
di Giancarlo Del Zotto

La montagna attrae sempre. Ma a che prezzo! Guardavo con la prima poca neve gruppi e gruppetti di sciatori con pelli di foca e di escursionisti con ciaspole abbandonare le piste battute e protette e inoltrarsi in terreno aperto su percorsi incerti e approssimativi, con materiali ed equipaggiamento poco adeguati a quel sottile manto nevoso, con ritmi piuttosto frenetici che esprimevano l’intento di realizzare una perfomance – come si dice in gergo sportivo – piuttosto che di godersi una tranquilla gita lontano dagli affollamenti e dai rumori invasivi della quotidianità.

Foto: Mario Verin/K3
Italia; Trentino Alto Adige; Dolomiti,Val Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspole
Mi chiedevo se qualcuno di loro avesse pensato che quell’allontanarsi da una pista affollata gli avrebbe fatto scoprire la magia della neve fresca, del silenzio, delle nuvole che corrono nel cielo e che ci aiutano a prevedere l’evoluzione del tempo, la scoperta del bosco innevato, delle tracce degli animali che popolano la montagna d’inverno.
La scoperta di un mondo silenzioso, nuovo e diverso.

Mi chiedevo quanti di loro conoscevano i nomi e la storia delle cime che li sovrastavano.
Mi chiedevo quanti di loro avessero letto o ascoltato il bollettino meteo e il bollettino delle valanghe la sera prima della gita per decidere l’equipaggiamento da adottare e il percorso da scegliere.
Quanti di loro avessero con sé l’ARTVA – il prezioso apparecchietto elettronico che consente in pochi minuti di individuare una persona sepolta dalla neve – e con l’ARTVA, la pala e la sonda per un rapido intervento di autosoccorso.

Le tragiche morti in valanga di questi giorni non sono una novità.
Da anni le statistiche del Soccorso Alpino Nazionale e dei Paesi alpini, confermano che il 95% delle vittime di valanga è costituito da coloro che l’hanno provocata.

Le esigenze del mercato del turismo hanno trasformato la montagna in un “prodotto”, vendibile a “pacchetti” con il “tutto compreso”, confezionato con le attrattive che devono avere tutti i prodotti, cancellando, perché inutile al “prodotto” stesso, due secoli di storia, di cultura, di genti e di territori.

Perché non proporre e sperimentare un percorso opposto a questo esasperato consumismo, offrendo la scoperta e la conoscenza graduale e progressiva della montagna, il fascino della scoperta dell’ambiente alpino, l’apprendimento delle tecniche, degli equipaggiamenti e delle conoscenze per contenere i rischi?

Le montagne delle nostre Alpi offrono un ambiente diversificato e straordinario.
Proviamo a proporre un percorso d’avventura e di scoperta, rivalutiamo il silenzio della montagna e la lentezza.
I valori della cultura una volta appresi e condivisi danno la garanzia della durata nel tempo e sconfiggono agevolmente l’effimero delle mode.
Le strutture operative ci sono, le Guide Alpine, i Maestri di sci, gli Istruttori delle Scuole di Alpinismo del CAI e le Sezioni del Club Alpino Italiano possono agevolmente sostenere questo progetto.

Proviamoci!

Giancarlo Del Zotto
Istruttore Nazionale di Alpinismo e Sci Alpinismo
Presidente della Scuola di Alpinismo, Sci Alpinismo e Arrampicata “Val Montanaia” del CAI Pordenone
Soccorritore Emerito del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino, Stazione di Pordenone

15 febbraio 2014

Monte Bianco, in ciaspole dal Colle del Gigante al Col de Toula, 17 aprile 2012, in marcia verso il Col des Flambeaux, con lo sfondo del Dente del Gigante

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L’Aquila, terza puntata

Fare cose concretamente utili richiede più tempo delle ordinanze proibizionistiche.

Come avevamo anticipato, vedi post di sei giorni fa “Il contrordine di L’Aquila”, il ritiro dell’ordinanza del 29 gennaio era più che altro dovuto, più che al denunciato vizio di forma, al sollevamento dell’opinione pubblica, decisamente contraria al provvedimento.

Sansicario, skilift di Rio Nero, due cannoni per distacco artificiale di slavina

AquilaTerzaPuntata-0019Così il sindaco Massimo Cialente ha fatto un passo indietro per poter permettere alla Commissione Valanghe di esprimere qualcosa di meno affrettato e molto più concertato della nuda ordinanza del 29 gennaio.

La commissione, presieduta da Giovanni Lolli, ex-parlamentare e appassionato di scialpinismo, era composta, oltre cha da alcuni consiglieri comunali ed esponenti del soccorso alpino e del corpo di Polizia, dal direttore tecnico del Centro Turistico del Gran Sasso Marco Cordeschi, dal presidente del Collegio regionale Guide Alpine della regione Abruzzo Agostino Cittadini, dall’alpinista Marco Iovenitti e dalla guida alpina Tony Caporale.

Dopo qualche giorno di lavoro, la commissione ha ritenuto più opportuno “puntare sulla prevenzione e l’informazione e non sul proibizionismo“. Perciò ha confermato il divieto solo per quei fuoripista adiacenti alle piste di Campo Imperatore, quelli cioè dai quali, con il passaggio dei freerider, potrebbero staccarsi slavine che finirebbero direttamente sulle piste, divieto da applicare comunque solo quando l’indice di pericolo fornito dal servizio Meteomont è uguale o superiore al livello 3.

Questa indicazione è stata fedelmente recepita dalla successiva ordinanza, la n. 320, del 6 febbraio 2014, che alla fine riammette la possibilità di fuoripista in tutto il territorio comunale, in terreno d’avventura e in zone servite da impianti, salvo le limitazioni sopra accennate.

C’è chi parla ottimisticamente di “piccola rivoluzione culturale” in quanto, al di là dei divieti revocati, si sta facendo strada l’ipotesi di lavorare di più sull’informazione e sulla prevenzione.

Nella relazione finale, la commissione raccomanda caldamente due realizzazioni: una segnaletica luminosa, per evidenziare in tempo reale le pericolose condizioni dei pendii, e un cancello all’arrivo della funivia che suoni se non si è in possesso di ARTVA acceso.

Ancora la commissione dà priorità a che il Centro Turistico Gran Sasso si doti quanto prima di un piano di sicurezza, così come tante altre stazioni sciistiche, per avere un’informazione più raffinata rispetto la scala di pericolosità valanghe da 1 a 5 attualmente prodotta dal servizio Meteomont. Anche l’auspicata adesione all’AINEVA va in questa direzione.

In più raccomanda che si dia mandato per uno studio relativo alla messa in sicurezza di alcuni fuoripista (non adiacenti alle piste), quali i Valloni e Valle Fredda, tramite il Gazex®, già utilizzato in molte altre stazione sciistiche, per il distacco con esplosivo del manto nevoso in particolari condizioni. Per questa costosa operazione la commissione si è spinta anche a individuare le possibili fonti di finanziamento.

Nel frattempo il sindaco del comune di Opi, con ordinanza n. 2 del 7 febbraio 2014, ordina il divieto assoluto di praticare attività di fuoripista ed escursionismo in tutto il territorio comunale, fino a revoca. Ricordiamo che Opi è una mecca dello sci di fondo, immersa nel Parco Nazionale d’Abruzzo.

E’ evidente che questa volta, dopo l’ennesima tragedia, si sente la necessità di cambiare approccio tenendo conto di quelle che sono le reali caratteristiche del Gran Sasso: la tanta neve e i fuori pista. Caratteristiche molto più reali delle annuali ordinanze anti-fuori pista quasi impossibili da far applicare. Ma c’è ancora parecchia resistenza, e permane il dubbio che molte “concessioni” derivino in buona parte dalla constatazione economica che non “si possa fare a meno” di rispondere alla domanda turistica che va in quella direzione. Come dice Lolli, “Il Gran Sasso viene definito il paradiso del free ride e se ci dovessimo basare solo sugli impianti si farebbe prima a chiudere”.

Di certo però le intenzioni non bastano, bisogna “far presto”. Soprattutto per la segnaletica, che dev’essere il più possibile convincente, non minacciosa, e per il segnalatore di ARTVA “spento” o assente, recuperando quindi un allarmante ritardo culturale nei confronti della montagna. E i tempi non saranno brevi.

Il giudizio generale dell’Osservatorio della Libertà in Montagna su questo provvedimento non è di promozione, ma di avvicinamento alla sufficienza. In particolare l’uso del gaz-ex® è ampiamente invasivo e diseducativo.

Ciò nonostante, diamo fiducia: perché fare cose concretamente utili richiede più tempo delle ordinanze proibizionistiche.

Sci fuoripista a Opi, Parco Nazionale d’Abruzzo

AquilaTerzaPuntata-opi

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Costituzione e libertà in montagna

Fino a che punto la libertà in montagna è garantita dalla Costituzione?
di Federico Pedrini

Federico Pedrini è assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna; Humbolt Fellow presso la Freie Universität Berlin.

Sulla base del suo testo, la cui versione integrale è consultabile qui, ho riassunto il suo pensiero in proposito al titolo. Si noti che il testo stesso è una rielaborazione dell’intervento da lui tenuto al convegno internazionale sul tema Libertà delle proprie scelte. La libertà in montagna, tenutosi a Bressanone in data 24 ottobre 2012 nell’ambito dell’International Mountain Summit.

Montagna e alpinismo
C’è un connubio fra l’originaria ed essenziale componente della libertà e quella, ad oggi altrettanto ineliminabile, dell’intrinseca  pericolosità (e dunque dell’accettazione del rischio) propria dell’attività praticata.
Sin da quando l’alpinismo è nato con la “conquista” del Monte Bianco nel 1786, la sua idea di fondo è sempre stata quella d’una attività di uomini liberi su un libero territorio: l’alpinista, in altre parole, parrebbe da sempre instaurare una forma di contatto e una tipologia di rapporto con la natura intrinsecamente refrattario a regole eteronome che non siano quelle del rispetto degli altrui diritti. Il piacere di praticare l’alpinismo, in tutte le sue forme, parrebbe insomma strettamente legato al fatto che nessuno abbia a dire all’alpinista come praticarlo, pena la perdita della ragion d’essere della relativa attività.
L’alpinista non parrebbe in media “felice” di correre dei rischi, tuttavia di buon grado s’accolla quei rischi che riconosce come ineliminabile corrispettivo per quel quid di libertà che egli stesso ha deciso d’esercitare.

Costituzione-costituzione_italiana

Ciò è da sottolineare: intrinseca pericolosità dell’alpinismo e rischio consapevolmente accettato devono essere la chiave di lettura per le riflessioni che seguiranno, riferite alla libertà (giuridica) dell’alpinismo e al suo complesso rapporto con i paradigmi della moderna “società securitaria”.

La “sicurezza”, infatti, sempre più si presenta come l’omnicomprensiva “bandiera” sotto la quale si radunano (magari anche solo nominalmente) i tentativi di regolazione (dunque, anche di limitazione) della pratica alpinistica, e certo non è in dubbio che la sicurezza rappresenti un valore interno all’ordinamento giuridico,  tanto più risultando essa ampiamente inserita pure nella sistematica dei limiti che la stessa Costituzione pone all’esercizio delle sue libertà fondamentali. Nondimeno, neppure la sicurezza rappresenta un valore assoluto, insuscettibile di bilanciamenti e di graduazioni a seconda dell’àmbito in cui si viene a esprimere.

Da qui ecco il quesito, di cruciale rilevanza per l’alpinismo: può l’idea della “sicurezza in montagna” ri-leggersi in modo peculiare e coerente con la ricordata caratteristica di strutturale pericolosità dell’agire alpinistico?

Libertà
L’interrogativo al quale si cercherà di dare una prima risposta è in sintesi il seguente: esiste qualcosa come la libertà giuridica dell’alpinista? Il diritto la garantisce o quanto meno implicitamente la riconosce? E se sì, in che termini? Con quale ampiezza e con quale intensità essa risulta protetta?
E ancora, a che livelli normativi questa libertà, posto che sia in qualche modo protetta, verrebbe garantita? Per intendersi, sarebbe radicata solo a livello del legislatore ordinario e comunque nei limiti di quanto da esso disposto, oppure anche a livello costituzionale, e dunque potenzialmente pure  contro il legislatore ordinario?

Problema, quest’ultimo, di non secondaria importanza soprattutto alla luce dei possibili confini alla legittima azione del legislatore (statale e regionale), che nell’ultimo periodo parrebbe per certi versi aver “dato il via” a un’intensa attività di produzione normativa volta a limitare, talora in modo assai pervasivo, gli spazi di libertà dell’alpinista anche quando non sussistano pericoli di carattere pubblico o collettivo riconnessi all’attività da questi esercitata.

Tra i vari provvedimenti del legislatore (statale e regionale) ci sono i divieti di pratica sciistica o arrampicatoria, l’obbligo di essere dotati di particolari dispositivi di sicurezza, la facoltà di definire con proprio regolamento le modalità di fruizione delle vie ferrate e dei siti di arrampicata.

L’assenza di una disciplina espressa
Tanto premesso, e passando così a un primo inquadramento costituzionale della problematica, il necessario punto di partenza d’ogni analisi parrebbe qui quello dell’assenza di specifiche disposizioni, all’interno del testo costituzionale, espressamente dedicate alla libertà alpinistica e, più in generale, all’alpinismo.
Tutt’al più si possono rinvenire in Costituzione alcuni limitati riferimenti, più o meno diretti, alla ‘montagna’.

Connesso alla montagna, sia pur in maniera indiretta, è stato talvolta considerato anche l’art. 9, secondo comma, Cost., quando prescrive che «la Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», là dove paesaggio tutelato evidentemente è anche quello montano –ciò che potrebbe peraltro essere considerato un elemento contenutistico potenzialmente idoneo a costituire una linea regolativa importante anche per la libertà alpinistica e le sue limitazioni (ammissibili cioè in quanto rivolte alla tutela del paesaggio montano).

La limitata presenza di norme riferibili alla montagna e l’assenza d’una normativa costituzionale espressamente dedicata all’alpinismo, tuttavia, non esclude che all’interno della Costituzione sia pur sempre ravvisabile una “cornice” di norme e di principi comunque rilevante per l’alpinista e la sua (potenziale) libertà.

Cenni sulle competenze costituzionali in materia d’alpinismo
Per più ragioni non è affatto la stessa cosa se a disciplinare la condotta alpinistica sia la legge dello Stato, oppure quella della Regione Lombardia o della Provincia autonoma di Bolzano, o ancora un regolamento di ente locale come il Comune o, per avventura, un’ordinanza sindacale.

Si pensi soltanto alle differenti forme e possibilità di pubblicizzazione (dunque alla diversa difficoltà di conoscenza) dei relativi provvedimenti, e alla potenziale disomogeneità sul territorio nazionale d’una normativa rivolta a soggetti che spesso neppure sanno d’essere destinatari di precetti e che, per di più, potrebbero addirittura essere sottoposti a discipline giuridiche differenti nell’arco d’una medesima escursione qualora quest’ultima – come pure può capitare – si “snodi” su territori comunali o regionali differenti.

Costituzione-costituente_aula

Limitandoci pertanto in questa sede soltanto alle coordinate davvero essenziali, a questo proposito è rilevante in Costituzione soprattutto l’art. 117, che regola la divisione di competenze legislative fra Stato e Regioni.
Per quel che interessa la problematica qui in discorso, in questa disposizione assume senz’altro rilievo l’indicazione della potestà legislativa esclusiva statale (almeno) nelle materie dell’ordinamento civile e penale, nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, nonché della tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Sono invece materie (rilevanti) di legislazione concorrente quelle relative a:
professioni; tutela della salute; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali.

Tuttavia, come meglio si vedrà analizzando anche la disciplina costituzionale sostanziale, almeno un cospicuo “nucleo essenziale” della disciplina della libertà alpinistica parrebbe ancora, almeno in teoria, rimanere saldamente in mano allo Stato.

Diritti costituzionali dell’alpinista?
Passando ora alla parte di disciplina “sostanziale” contenuta in Costituzione, di solito nella (scarna) letteratura di riferimento viene invocata una molteplicità di parametri costituzionali, e segnatamente per lo più gli artt. 2 (diritti inviolabili), 16 (libertà di circolazione), 18 (libertà di associazione), 41 Cost. (libera iniziativa economica), sia singolarmente, sia – soprattutto – “nel loro complesso”.

Ciò detto, e argomentato così perché si procederà di séguito a un’indagine sui singoli articoli, la “norma cardine” per il tema che qui ci occupa parrebbe senz’altro l’art. 16 (primo comma) della Costituzione, ai sensi della quale «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza».

Questo non vuol dire, ovviamente, che a questo diritto non si possano apporre dei limiti (peraltro espressamente prefigurati dallo stesso art. 16). Non è chi non vede, ad esempio, come la libertà costituzionale di circolazione non abbia impedito d’imporre l’uso del casco ai motociclisti e della cintura di sicurezza agli automobilisti.

Ma il paragone tra l’andare in macchina e l’alpinismo non va oltre il fatto che sono entrambe forme di “libera circolazione”. Le differenze balzano agli occhi, se si considera che nell’attuale società, mentre ancora si sceglie se praticare alpinismo oppure no, per lo più il singolo non sceglie di essere automobilista (o comunque fruitore di veicoli motorizzati), bensì lo è per necessità (talvolta, anche obtorto collo). Una delle più evidenti conseguenze di tutto questo è che la sicurezza (intesa anche come la propria sicurezza) è venuta progressivamente ad affermarsi come un valore fondamentale (e per tale percepito dallo stesso automobilista), anche perché la fruizione del veicolo a motore è stata quasi del tutto spogliata della sua potenziale valenza “ricreativa”: qui l’idea (anche estetica) della circolazione come viaggio – che ancora prevale, appunto, in àmbito alpinistico – si è estinta (o comunque permane in una dimensione del tutto residuale) insieme al cosiddetto “gran turismo”, rimanendo soltanto quella pratica dello spostamento (che dev’essere efficiente, dunque rapido e sicuro).

Ulteriormente, soprattutto per alcune realtà “istituzionalizzate” (oltre che in parte istituzionali) come ad esempio il Club Alpino Italiano o altre organizzazioni simili, può venire in rilievo anche l’art 18 Cost., ai sensi del quale «i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale».

E qui rileva tanto la libertà dell’alpinista di associarsi, quanto quella del non associarsi (di non essere necessariamente iscritto ad alcuna associazione), e ancora la libertà di creare non soltanto una, ma più associazioni, con i più diversi fini (non vietati dalla legge penale), e infine la libertà delle associazioni (nel perseguimento dei rispettivi fini sociali).

Per coloro che, infine, dall’alpinismo traggano anche un profitto o più in generale un qualsiasi tipo di vantaggio economico (si pensi, ad esempio, alla professione di Guida alpina, ma non solo), è rilevante anche l’art. 41 della nostra Carta costituzionale, ai sensi del quale «l’iniziativa economica privata è libera; essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».

La libertà alpinistica come punto d’equilibrio fra tutele e limiti
Dal quadro finora tratteggiato, la Costituzione parrebbe dettare alcuni principi che indirettamente riguardano anche l’attività dell’alpinista e la sua libertà:

1) per prima cosa l’alpinista come singolo, nella sua attività “escursionistica”, sembrerebbe sempre costituzionalmente tutelato nella sua libertà di circolazione, la quale può essere legittimamente limitata soltanto per legge e «in via generale e per motivi di sanità e sicurezza»;

2) in seconda battuta, l’alpinista parrebbe tutelato anche nella sua veste collettiva, dunque quando effettui escursionismo di gruppo (anche senza necessariamente essere iscritto a organizzazioni);

3) in terzo luogo sono tutelate anche le associazioni che abbiano come scopo quello della promozione e dell’organizzazione di attività alpinistiche;

4) in quarto luogo l’alpinismo può essere tutelato pure come attività economica, soprattutto per chi lo eserciti professionalmente;

5) da ultimo, ma non meno importante, la libertà dell’alpinista può certamente essere limitata, ma solo nel rispetto delle garanzie che la Costituzione prevede e nel solco dei limiti costituzionali espressamente indicati nelle relative fattispecie (cioè negli stessi articoli che prevedono tali diritti) o in altre norme costituzionali a esse collegabili e con esse da “bilanciare”.

Quali garanzie e quali limiti, allora? Anche qui tentando di riassumere per sommi capi sembrerebbe potersi affermare che:

a) giacché l’alpinista, come si è visto, nella sua attività esercita sempre e necessariamente la propria libertà costituzionale di circolazione, egli gode sempre della garanzia della riserva di legge rinforzata dell’art. 16 Cost.: può dunque essere limitato in questa sua libertà di movimento soltanto dalla legge;
in più questa legge sarà legittima soltanto nella misura in cui persegua fini di sanità e sicurezza, i quali, tradizionalmente, nell’economia della disposizione parrebbero da intendersi come sanità e sicurezza pubblica (o quanto meno collettiva), dunque soprattutto della sicurezza o della salute degli altri, non della propria;

b) per chi eserciti alpinismo “economicamente orientato”, l’art. 41 Cost., oltre a ribadire il limite della sicurezza, impone più ampiamente di non andare in contrasto, oltre che con la libertà e la dignità umana, soprattutto con l’utilità sociale – concetto assai vago e apparentemente suscettibile di mutar di contenuto nel corso del tempo e a seconda della situazione;

c) nella Costituzione possono infine essere trovati altri limiti impliciti alla libera attività alpinistica, a seconda di come questa si atteggi; mi limito qui, una volta ancora senza pretesa d’esaustività e in aggiunta a quanto già menzionato nella parte relativa alle materie “di rilevanza alpinistica” indicate nell’art. 117 Cost., a menzionare la tutela del paesaggio (art. 9 Cost.) e la tutela della salute (art. 32), la quale ultima peraltro sembrerebbe in grado di sollevare problemi non piccoli, soprattutto se da essa s’intendesse di poter ricavare un generale principio di “prevenzione dagli infortuni”.

Libertà alpinistica e principi fondamentali
Il nostro discorso sulla “libertà alpinistica” e sul perimetro del suo (possibile) rilievo costituzionale può infine essere integrato citando due ulteriori articoli ricompresi nei Principi fondamentali della nostra Costituzione (segnatamente l’art. 2 e l’art. 3 Cost.), il cui rilievo per la tematica alpinistica parrebbe più “mediato” e tuttavia, al tempo stesso, tutt’altro che trascurabile in sede d’interpretazione sistematica di quanto precedentemente esposto.

Costituzione-costituzione

La prima disposizione è quella di cui all’art. 2 Cost., ai sensi della quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Manca qui lo spazio per approfondire seriamente la possibilità di “sfruttare”, invocandola in prospettiva a tutela di presunti “diritti inviolabili dell’alpinista”, quella lettura che intende questa disposizione non soltanto quale rinvio alle restanti libertà fondamentali espressamente previste all’interno dell’articolato costituzionale, bensì anche quale base argomentativa per il riconoscimento d’ulteriori diritti fondamentali, non testualmente previsti all’interno della Costituzione. Cioè parrebbe difficile ritenere che l’art. 2 possa essere genericamente chiamato in causa per qualunque rivendicazione di libertà, compresa quella alpinistica. Mi limito qui a segnalare come, a voler ragionare in questa chiave, si potrebbe forse riuscire – magari sviluppando quel trend che in passato ha portato a riconoscere grazie ad esso un  diritto alla libertà sociale (Corte cost. 50/1998) – a rafforzare ulteriormente alcuni aspetti della libertà alpinistica, soprattutto assumendo che le relative istanze di tutela siano sufficientemente attestate e diffuse nella coscienza sociale, talora indicata come “fonte” dei nuovi diritti di cui all’art. 2. E qui sarebbe peraltro interessante capire quale tipo di valutazione sia realmente diffusa rispetto a certe pratiche alpinistiche (e alle loro possibili conseguenze: si pensi all’azione dello sciatore che involontariamente provoca una valanga o allo scalatore che provoca il distacco di una pietra) all’interno della comunità tutta (e della comunità alpinistica in particolare): l’idea sarà quella dell’esistenza di veri e propri diritti (l’esercizio dei quali, anche se provoca pericoli e/o danni ad altri, esclude l’illecito) oppure la semplice non sanzionabilità della violazione di certi divieti (fermo restando l’illecito, ad esempio il procurato disastro colposo ex art. 449 c.p.)?

Anche senza percorrere tal via, comunque, la norma in parola parrebbe ampiamente significativa in quanto espressione d’un generale principio di  favor per la libertà, (principio) strumentale al pieno sviluppo della persona(lità) umana e ampiamente caratterizzante la nostra forma di Stato (costituzionale). Tale principio, altrove addirittura testualmente esplicitato (ad esempio in Germania nell’art. 2, comma primo, della Legge Fondamentale) prevede, per rapidi cenni:

1) che l’agire del singolo (riconducibile a un bene costituzionalmente tutelato) sia in via di principio libero;

2) che ogni limitazione di questo agire da parte del pubblico potere debba essere giustificata con l’ancoraggio ad altri beni costituzionali;

3) che ogni limitazione debba comunque essere proporzionata.

E in tal senso, come noto, si finisce per entrare nel dominio dell’art. 3, primo comma, della Costituzione («tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») – s’intende nella sua interpretazione giurisprudenziale da parte della Corte costituzionale che lo ha qualificato come fonte, in estrema sintesi, di quel precetto di proporzionalità/ragionevolezza che imporrebbe di trattare in modo uguale situazioni uguali/simili e, viceversa, di trattare in modo diverso situazioni diverse/dissimili.

Ed è forse soprattutto tale precetto che, in connessione col citato principio di libertà di cui all’art. 2 Cost. e con le altre libertà costituzionali (di “rilevanza alpinistica”) espressamente garantite, parrebbe infine suggerire quella “modulazione” della disciplina normativa che tenga nel debito conto le peculiari caratteristiche dell’alpinismo (prima fra tutte la sua intrinseca componente di pericolo).

Perché, se è vero che il cosiddetto principio di “ragionevolezza” di cui all’art. 3 Cost. tutela pure il valore della coerenza ordinamentale, sanzionando con la perdita di efficacia le norme con una ratio “intrinsecamente irragionevole”, ciò dovrebbe una volta di più indurre a riflettere sull’opportunità (o sulla legittimità) di quei provvedimenti – si pensi soltanto ai divieti di praticare, in certe condizioni, qualsiasi tipo di attività pericolosa anche solo per se stessi… – i quali, all’interno d’un ordinamento che riconosce l’alpinismo come un valore (per certi aspetti, anche di rango costituzionale), rischiano di metterne in forse l’essenza.

Estratto dal testo di Federico Pedrini
11 febbraio 2014

Costituzione-costituente

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“FRUIRE” la montagna: no, grazie!

Invecchio, dunque sono sempre più insoddisfatto: ad esempio, quando leggo o sento un “fruire“, mi prende il giramento.

di Carlo Bonardi

Eppure è termine storico e carino (fru-fru); però, se da un po’ di anni prolifera, un altro motivo ci sarà.
Difatti, anche lui si è trasformato in senso da “mercato”, nella specie turistico (ove si fanno entrare alpinismo, arrampicate, sci ed escursionismo) e così, continuando a sentirlo, lo usi anche tu, senza badarci: una volta, in vista della domenica, si diceva “andiamo in montagna”, adesso, per il tutto o in suoi singoli ambiti, impera il “fruir(ne)”, con derivazioni e combinazioni (“usu+fruire”).

Bivacco Città di Clusone alla Presolana. Foto: Federico Raiser/K3

Notturna del bivacco Città di Clusone, in Presolana. Prealpi bergamasche.

Un caso – tra mille – lo vedo su Internet: Dallo sci club Tre Rifugi e dalla stazione sciistica Frabosa Ski nel cuneese, l’accordo per lo scialpinismo notturno”, ove in due pagine, tra il resto, il termine c’è cinque volte (il carattere più bello di quei fruitori notturni è un “manicotto colorato da indossare obbligatoriamente”); qualche altro impiego è già spuntato anche qui, nel neo-nato GOGNA BLOG, da autori peraltro svezzati.

Così stando le cose, mi sono venute reminiscenze, in specie lo “Ius utendi fruendi et abutendi” del nostro diritto antico (nelle business schools vanno a pescare anche lì…) che, come ci spiega il dizionario Simone, era la “facoltà del proprietario di usare la cosa in modo pieno ed esclusivo, il che implica anche la possibilità di decidere se e come usarla, di trasformarla e, al limite, di distruggerla” (l’abutendi, appunto).

Ed a voler separare l’usare e il fruire, una ulteriore spiegazione viene da un altro dizionario, quello dell’etimo (“Fruire distinguesi dall’usare, perocché questo attiene all’utile ed al comodo, il primo anche al diletto, al godimento”).

Dunque, il fruire è una delle facoltà in cui si manifesta il “dominium” (la “signorìa”), o, come venne poi a chiamarsi, la “proprietà”, propria o altrui (nel secondo caso, per fruirla – aaghhh! – devo avervi in qualche modo acquisito un diritto); a seconda di come la si guardi, in entrambi c’è almeno un padrone: o io o un altro.

Si capisce allora  che – a parità di arrampicate, sciate o scarpinate – l'”andare” in montagna e il “fruire” la montagna non sono la stessa cosa, quantomeno a senso di linguaggio o dell’ideologia/pratica che esso sottende: quando la montagna era di nessuno, di tutti o di sé stessa, era un vado/passo/torno, lei stava là, e basta; ora, è “robba” mia e ne faccio quello che voglio oppure devo chiedere ad altri il permesso, se e come me lo danno.

Nel primi casi, non ci sono divieti né limiti; invece, quando qualcuno la “valorizza” (art. 117 Costituzione, nuova versione dal 2001) e ne fa mercato, è il contrario.

Cambiando la lingua, cambiano le teste, come occorre a chi ci comanda, se siamo obbedienti o un po’ tonti (chissà se cambierà la montagna, magari per caderci addosso dovrà chiedere un permesso).

Carlo Bonardi (Brescia, 8 febbraio 2014)

 

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Anche a Monesi rischio di penale

Un altro sindaco, questa volta quello di Triora (IM), Angelo Lanteri, ha emesso un’ordinanza che vieta lo sci fuori pista e la pratica dell’escursionismo nelle zone innevate del territorio comunale, quindi con particolare riguardo alla stazione invernale di Monesi. Ordinanza n. 8, 21 gennaio 2014.

Le motivazioni sono sempre le stesse, l’alto rischio di valanghe dopo le precipitazioni dei giorni scorsi, spontanee e provocate dal passaggio sci o snowboard, ben specificato comunque dal pericolo 3 (marcato) stabilito dal bollettino. Questa volta il sindaco allega alla peraltro scarna ordinanza una descrizione di cosa s’intende pericolo 3, inclusa l’osservazione che la metà degli incidenti mortali avviene statisticamente con questo grado di pericolo.
AncheAMonesi-DSC_1802Tra le disposizioni che fanno parte della presente ordinanza ci sono il relativo comunicato stampa e la pubblicazione della stessa sul sito del Comune. C’è poi l’avvertenza che la violazione all’ordinanza sarà punita ai sensi del Codice Penale.

A oggi, l’ordinanza è ancora valida. Contrariamente a quanto è successo a L’Aquila, probabilmente nessuno è andato a indagare se, prima dell’emissione dell’ordinanza, fosse stato fatto il preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00″ (18 agosto 2000), che recita: “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

A L’Aquila la carenza di questa comunicazione e l’opinione pubblica decisamente contraria hanno determinato il ritiro dell’ordinanza. A Monesi, stazione sciistica con un passato drammatico e a rischio definitivo di chiusura, difficilmente avremo lo stesso movimento di opinione.

Non dimentichiamo che per fortuna nessuno vuole impegnarsi nella costruzione del tronco di seggiovia biposto tra la località Tre Pini  e Cima della Valletta, quasi quattro milioni di euro che rischiano seriamente di essere buttati via per una causa persa. Per un tardivo intervento a favore di una località che non potrà che rinascere con altre regole ambientali ed economiche rispetto al passato, quindi con progetti di altro genere.

Poteva bastare l’avviso delle pericolose condizioni del manto nevoso, ma si è preferito ricorrere al divieto. Questo divieto non fa che accelerare il processo irreversibile di  degrado dell’offerta turistica di Monesi e nello stesso tempo l’amministrazione stessa si auto-segnala impotente a gestire le nuove tendenze e le esigenze dei cittadini. Non è con il solito paternalismo che si gestisce un territorio e una comunità, bensì con informazione seria, che distingue ciò che è vera responsabilità dell’Amministrazione da ciò che invece è responsabilità solo del cittadino e dell’individuo.

Mappa del piccolo comprensorio di Monesi. Da notare gli itinerari segnati in giallo, tutti fuoripista pubblicizzati dal depliant
AncheAMonesi-skimap-medium_Liguria-MonesiDiTriora

 

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Il delirio da sicurezza calcolata

Intervista ad Annibale Salsa al Convegno di Bressanone La libertà delle proprie scelte, la libertà in montagna (International Mountain Summit, 24 ottobre 2012)

In un interessantissimo video postato nell’aprile 2013 dal blog I camosci bianchi Annibale Salsa ci parla dell’ossessiva importanza che la società moderna dà alla quantizzazione piuttosto che all’interpretazione di qualunque fenomeno.

Salsa nel suo intervento da relatore ufficiale aveva analizzato il passaggio da una società prescientifica a quella odierna, dove il rischio e l’incertezza sono percepiti come qualcosa di scandaloso che va gestito attraverso specifiche leggi e ordinanze: “Il pericolo è qualcosa che viene dall’esterno, mentre il rischio è in relazione a un atto decisionale. La visione sicuritaria della società nasce con le prime società di assicurazioni e con i progressi dei modelli matematici previsionali. Oggi però assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza. Quando c’è un incidente in montagna che magari coinvolge un professionista si urla allo scandalo. Ma l’alpinismo può essere ridotto a qualcosa del tutto prevedibile? Di pari passo, strumenti tecnologici come i navigatori satellitari stanno diventando un surrogato della conoscenza e dell’esperienza umana. Così accade che le persone sono sempre meno responsabilizzate, e questo non le aiuta di certo ad essere più sicure”.

Un conflitto che rimanda al freudiano “disagio della civiltà” secondo il quale un incremento di libertà fa arretrare i livelli di sicurezza, mentre un incremento di sicurezza fa arretrare gli spazi di libertà.

In quest’ottica, ogni incidente o errore non viene più imputato alla imprevedibilità degli eventi, a quell’imponderabile che appartiene alla natura delle cose, bensì alla violazione “misurabile” delle regole e delle procedure. Scatta quindi l’effetto blaming, ossia l’attribuzione ineluttabile di una colpa… La casistica di molti incidenti di montagna è riconducibile proprio a tale concezione del rischio calcolato. Ma, a questo punto, entra in gioco la libertà e l’imprevedibilità. L’ambiente montano non è un ambiente artificiale in cui si possa eliminare quasi interamente l’incertezza. Gli ambienti naturali travalicano l’onnipotenza della tecnica e aprono alla libertà della scelta fondata sull’esperienza individuale, sulla trasmissione culturale, sulla capacità e l’intuito nell’interpretare i fenomeni. La montagna non è una tecnostruttura. E’ spazio fisico e mentale che insegna il senso del limite invalicabile: limite relativo a ciascuno di noi e non certo calcolabile in senso oggettivo e assoluto. Nella società del no limits le protesi tecnologiche danno l’illusione di una “volontà di potenza” governabile e accrescibile a piacere. L’alpinismo, perciò, deve essere riconosciuto come l’oasi, forse l’ultima, della libertà umana.

Past president generale del Club Alpino Italiano, Annibale Salsa è considerato uno dei massimi esperti di “antropologia alpina”. Nato a Savona nel 1947, insegna antropologia culturale all’Università di Genova (Facoltà di Scienze della Formazione) ed è membro dell’Istituto internazionale di ricerche fenomenologiche e di studi avanzati nelle scienze umane dell’Università di Belmont – Massachussets (USA), nonché di innumerevoli istituzioni culturali.

5 febbraio 2014

DelirioSicurezzaCalcolata-Salsa

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Il contrordine di L’Aquila!

Il buon senso ha prevalso, grazie alla comunicazione della Prefettura di L’Aquila sollecitata da Abruzzo Freeride Freedom e dalla levata di scudi di tanti appassionati, noi compresi.

Dopo il Sindaco di Lucoli anche quello di L’Aquila ha ritirato l’ordinanza che vietava ogni attività alpinistica ed escursionista sul territorio per pericolo valanghe.

La notizia è buona, ma annotiamoci che non ci arriva perché abbiamo convinto i sindaci di Lucoli e di L’Aquila della bontà delle nostre ragioni. Ci arriva perché le ordinanze erano state emesse, secondo la nota del Prefetto dr. Francesco Alecci, per “carenza del preventivo invio all’Autorità di Governo nei termini disposti dal comma 4 dell’articolo 54 del T.U. 267/00”.

Ecco infatti il testo del comma 4 (18 agosto 2000): “Il Sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana. I provvedimenti di cui al presente comma sono preventivamente comunicati al prefetto anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione”.

L’annullamento dell’ordinanza è dunque dovuto a un’inadempienza tecnica: dobbiamo pure accettare che si salvino la faccia ma, appunto, non illudiamoci troppo: la minaccia è sempre lì sospesa.

Per il resto, siamo di nuovo liberi di andare sul Gran Sasso, ma sta a tutti noi evitare rischi inutili. Prudenza e prevenzione: le ordinanze sono sparite ma i pericoli in montagna son sempre lì!

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Cosa ci danno le montagne e cosa impariamo da loro

 

Durante l’annuale convegno del Club Alpino Accademico Italiano (CAAI), quest’anno tenuto a Torino, l’alpinista francese Bernard Amy è stato insignito del titolo di socio onorario del CAAI.
Membro del Groupe Haute Montagne (GHM) e presidente dell’Observatoir pour les Pratiques de la Montagne et de l’Alpinisme (OPMA), Amy è ben noto in Italia per i suoi scritti, sempre molto lucidi, sui vari argomenti alpinistici.

Convegno del CAAI, Torino, 26-27 ottobre 2013
Intervento di Bernard Amy (traduzione di A. Gogna)
CosaCiDanno-Bernard-Ami-B-ITALEssere ammessi come membro onorario nel CAAI è allo stesso tempo un onore e un piacere. So che l’ammissione a questo club è riservata all’élite dell’alpinismo italiano, periò avere questo titolo mi riempie di fierezza.
Quelli che mi conoscono non saranno sorpresi dal mio desiderio di spiegare perché «onore» e «piacere». Per farlo, occorre accennare al problema che l’attuale evoluzione dell’alpinismo ci pone.

In questi uno o due decenni, l’alpinismo è andato avanti molto influenzato da diversi fattori di ordine economico, tecnico e sociale. In particolare, abbiamo assistito a una rapida diversificazione delle forme di alpinismo. E, sia nell’alpinismo classico sia nelle nuove pratiche di montagna, sono emerse le nuove sensibilità culturali dei praticanti.

Contemporaneamente, anche la società nella quale vivono gli appassionati di montagna si è profondamente trasformata. In mezzo a difficoltà sociali crescenti, si è sviluppata un’inquietudine «sicuritaria» collegata alla messa in discussione delle pratiche individualiste. L’ossessione della sicurezza ha spinto in particolare verso l’applicazione sempre più invasiva del principio di precauzione.

L’osservazione di queste due evoluzioni, quella delle pratiche di montagna e quella della società, conduce oggi a concludere che bisogna ridefinire il contratto sociale che finora vigeva tra la società e gli alpinisti.

Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, Bernard Amy sulla 4a lunghezza, 2007
Djado (Niger), Torre di Orida, Teneré Crack, Bernard Amy sulla 4a lunghezza
In questa situazione ci troviamo, ben più di prima, non a spiegare l’alpinismo ma a giustificarlo. Non ci è richiesto di dire perché siamo disposti a rischiare la nostra vita in montagna, o perché «si entra in alpinismo» come si entra in una religione (le motivazioni dell’alpinista sono di ordine personale, ai limiti della psicanalisi, interessano poco il grande pubblico e soprattutto non servono a giustificare l’alpinismo).

Oggi, per fare accettare l’alpinismo in quanto pratica rischiosa, occorre spiegare ciò che la montagna ci dà, ciò che ci permette di imparare. In breve, occorre spiegare non perché andiamo in montagna, bensì cosa ci troviamo.

I benefici delle pratiche di montagna costituiscono ciò che possiamo chiamare utilità sociale dell’alpinismo. Sono di ordine sia sociale che psicologico.

Tra i benefici «utili» dello sport e della montagna possiamo citare:
– sviluppo dello spirito di impresa e di iniziativa;
– insegnamento del coraggio di assumere un rischio ragionato;
– apprendimento di autonomia e responsabilità;
– apprendimento della solidarietà.

A livello psicologico individuale, la montagna sviluppa:
– fiducia in sé;
– costruzione della personalità;
– controllo dell’aggressività;
– socializzazione.

Robert Paragot dice: «L’alpinismo mi ha consentito di strutturarmi. Senza montagna, avrei potuto essere un criminale».
In più la montagna gioca anche un ruolo terapeutico permettendoci di osservare con più distacco i problemi personali. Può condurre a un equilibrio tramite la relativizzazione delle difficoltà psicologiche.
(Uno psichiatra alpinista definiva scherzando il massiccio del Monte Bianco una specie di «ospedale a domicilio… meglio curarsi lassù che al bar!»
Tutti questi benefici sono in larga parte dovuti all’azione di due meccanismi dell’attività alpinistica:
– l’elevazione fisica s’accompagna sempre a un’elevazione simbolica. Il giovane che, tornando a valle, si vede al di sopra degli altri, per un momento si sente più forte, più forte degli altri e più forte di quando era partito.
– nello stesso tempo, l’assunzione collettiva del rischio (in montagna o anche durante il ritorno a valle raramente l’alpinista è da solo) favorisce un riconoscimento sociale che non può che rinforzare nel praticante il sentimento di forza e di fiducia in se stesso.

Tutti gli alpinisti sono alla ricerca di questo riconoscimento sociale. Cchi tra di noi è mai tornato da una salita senza provare il desiderio di farlo sapere?

Gruppo dell’Air (Niger), 2007. Bernard Amy in vetta alla cima Sud-est, dopo aver salito la via Alletto
Aroua (Air), cima Sud Est, via Alletto, Bernard Amy
Questi due meccanismi di sviluppo personale sono importanti a tutte le età. Come tutte le passioni, anche quella della montagna è segnata da un dubbio permanente, un’eterna messa in discussione della motivazione di base della pratica. Che siamo giovani principianti o vecchi esperti, abbiamo tutti sempre bisogno di sentirci forti. Perciò il riconoscimento sociale del gruppo resta essenziale.

Voi mi avete appena consegnato il titolo di membro onorario. Grazie per questa bella prova di riconoscimento sociale!
Aggiungerei solo che, come accetto volentieri questo titolo, sono convinto che ne concederete altri dieci o venti, non a dei vecchi membri onorari come me, ma ai giovani che oggi vogliono fare la storia dell’alpinismo e che, tramite le loro imprese, si dimostreranno degni d’essere fortificati nella loro passione.

L’intervento è disponibile in lingua originale e in inglese sul sito dell’UIAA.

4 febbraio 2014