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L’ultima sentinella del cimitero

La chiodatura a spit dell’ultima via classica della Rocca Sbarua, la diretta integrale alla Torre del Bimbo, a cura di Adelchi Lucchetta, equivale all’abbattimento dell’ultima sentinella del cimitero.

Dino Rabbi, Giorgio Rossi, Franco Ribetti e Alberto Marchionni avevano raddrizzato negli anni ’60 una significativa via che Guido Rossa e compagni avevano aperto nel maggio 1956 sul Bimbo, una bella torre al margine della Sbarua, la famosa “palestra” degli arrampicatori torinesi la cui fama in seguito si è allargata ben oltre la sua collocazione. Ne erano risultate tre bellissime lunghezze di arrampicata libera e artificiale che si andavano ad aggiungere alle ultime tre della via Rossa: nome dato, Diretta al Bimbo.

UltimaSentinella-20838Sbarua

Le generazioni sono passate, la Sbarua è diventata sempre più popolare. Ricordo il rispetto con cui venivano affrontate fessure come la famosa “duelfer” di Giusto Gervasutti o placche tipo la Vene di Quarzo di Gabriele Boccalatte, entrambe assolutamente sprotette (ma la prima oggi ben proteggibile con dadi e friend). Poi sono arrivati nuovi itinerari, nuove capacità sportive: e con essi gli spit. Che presto invasero anche gli itinerari classici e le vie di artificiale.

Rimanevano solo la seconda lunghezza della Fessura Beuchod e la Diretta al Bimbo a testimoniare il valore di altri tempi: con la chiodatura di quest’ultima è davvero finita un’epoca. Anche perché, se continua così, pure la bella fessura di Gabriele Beuchod, da lui aperta in libera nel 1977 e ancora oggi miracolosamente illesa, sarà presto omogenea con il resto di quello che ormai è un rocciodromo come tanti.

Una fessura alla base del Bimbo, già salita in stile classico, poi richiodata e “ribattezzata”.
UltimaSentinella-attaccoviadirettaBimboSbaruaP1020303Adelchi Lucchetta, da tempo puntiglioso chiodatore, anche in questo caso ha agito come se la Sbarua fosse sua, non ha neppure accennato a chiedere ad altri una condivisione. Evidentemente parte dal presupposto che non esiste altro interesse che l’arrampicata sportiva e tutto va sacrificato a questa.

La mania di riattrezzare in ottica sportiva, di “risanare” una via (come diceva Juerg von Kaenel), ricorda l’atteggiamento della maggioranza degli alpinisti “estremi” degli anni ’50 e ’60, quando le vie dei grandi Cassin, Comici, Ratti, Vinatzer, Carlesso, ecc. venivano ripetute e chiodate in modo capillare, tanto che il sesto grado conclamato (e provato) delle prime ascensioni scadeva in uno squallido esercizio, quello che anni dopo si sarebbe chiamato A0. Ma tutti se ne guardavano bene dal protestare, dava lustro fare un cosiddetto sesto grado, iperchiodato o no. Ci sono voluti due decadi prima che Messner, Cozzolino e pochi altri facessero chiarezza e risollevassero le sorti dell’arrampicata libera.

In un ambiente in cui anche i custodi dei rifugi sono conniventi con le chiodature perché notano che il flusso maggiore di arrampicatori si convoglia sulle vie chiodate a spit e quindi “sicure”, come possiamo pensare a un’inversione di tendenza o almeno a una convivenza?

Possiamo chiedere, solo per rimanere in Sbarua, il ripristino di alcune vie (tipo Gervasutti, Rivero, Cinquetti o altre) sperando che qualcuno ascolti? O dobbiamo scatenare una schiodatura selvaggia?

Mi si fa sempre più chiaro che la pacifica convivenza tra arrampicata sportiva e trad stenta a decollare. Mi viene il dubbio che in questi anni sia meglio lottare per avere aree completamente clean, ma già in questo non sappiamo se avremo successo o meno. La via diretta alla Torre del Bimbo è morta, era l’ultima sentinella di quel Cimitero.
Possiamo recitarne solo il de profundis, è il funerale minimo che possiamo farle sui social e sulle riviste. Mi viene in mente che si potrebbe anche confezionare un cartello da mettere alla base della via, tipo quelli che comunicano la morte di uno del paese (facilmente rimovibile). Almeno susciterebbe casino.

La famosa fessura in “duelfer” della via Gervasutti alla Sbarua, oggi protetta a spit
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Ciaspolatori multati ai lati della pista

 

Val Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspole

Un gruppo di escursionisti, senza sci ai piedi ma dotati di ciaspole, volevano risalire da Ceresola di Valtorta fino ai Piani di Bobbio, ma sono stati fermati dai carabinieri e multati perché procedevano sfruttando le piste regolarmente battute per lo sci di discesa.

Val Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspoleVal Badia, Piz Sorega-Pralongià, inverno, sci e ciaspole  Foto: Mario Verin

La legge è chiara: sulle piste è vietato salire a piedi, anche se muniti di sci e pelli di foca, oppure di ciaspole. Troppo pericoloso sia per gli stessi escursionisti sia per gli sciatori che scendono in velocità i tracciati. La norma è di buon senso, ma anche l’applicazione deve essere permeata dal buon senso.

Non voglio entrare nel merito del caso in questione, occorrerebbe essere stati testimoni per poter dire quanta “indisciplina” abbia provocato la reazione dei militari. Solo vorrei riportare che il presidente del CAI di Alta Val Brembana, Andrea Carminati, lamenta un’interpretazione della legge troppo rigida.

Mentre Nevio Oberti (vicepresidente commissione di Escursionismo CAI Bergamo) fa notare che «le piste da sci non sono autostrade e le montagne non sono proprietà privata».

La notizia infatti arriva proprio dopo un periodo mediaticamente assai caldo, in cui la montagna è salita agli onori della cronaca in occasione di incidenti valanghivi, interventi del Soccorso Alpino, obsoleti titoli sulla montagna assassina, inviti a stare a casa, divieti, proposta di patentini vari, indagini della magistratura e rinvii a giudizio per omicidio colposo.

Ultima ad assurgere a tali onori è la sanzione a chi, ciaspole ai piedi, si è permesso di “invadere” e risalire quei pendii che gli interessi economici prevedono solamente in discesa. Il vaso sta traboccando…

Intanto personalmente mi chiedo perché mai si dovrebbe “invadere” una pista con le ciaspole ai piedi. Che utilità hanno questi ingombranti attrezzi se il piede non sfonda? A me sembra scontato che, se si hanno le ciaspole ai piedi, abbia solo senso risalire ai margini della pista (dove c’è neve non battuta) e non al centro. Se qualcuno lo fa di proposito, beh allora… è giusto multarlo, soprattutto per la sua stupidità.

Invece occorre difendere il diritto di poter risalire ai margini di una pista battuta con qualunque attrezzatura a propulsione “muscolare”, perché chi sale pagando con la propria fatica e non pagando gli impianti, ha tutta la libertà di percorrere e godere il meraviglioso ambiente invernale che si è scelto dopo che sono stati gli sciatori ad appropriarsene brutalmente.

Altro discorso è convincere gli escursionisti a cercarsi un altro itinerario, più solitario e meno affollato perché lontano dalle piste, motivati però dal gusto della solitudine e dell’ambiente, non dal timore di essere multati. Magari la scelta di ripiegare sui bordi di una pista può essere dovuta occasionalmente al forte pericolo di slavine che ci può essere dopo una nevicata su altri pendii.

La montagna in inverno non è solo appannaggio degli sciatori che affollano gli impianti, abbiamo diritto di volerla vivere anche in altro modo. In Austria questa convivenza è normale.

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Differenza tra responsabilità e consapevolezza

Attenzione all’uso delle parole!

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione filosofica di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male”. Ma può sembrare banale e anarchico, perché non rifuggiamo le regole ma le vogliamo declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto, ma solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e auto responsabilità. Quando il nostro esercitare un diritto si confonde con la volontà prepotente e infantile di far ciò che si vuole questo va a scontrarsi con le altrui libertà, mette a rischio altre persone, limita i diritti di terzi, e quindi cessa di essere un diritto, trasformandosi in abuso.

Libertà in montagna è quindi libertà di movimento ampliata dall’esercizio della responsabilità: che vuol dire preparazione, disciplina, individuazione del proprio limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione.

Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione: persino gli alpinisti di punta non dovrebbero limitare la propria libertà di scegliere per compiacere gli sponsor o per una qualsivoglia specie di sudditanza psicologica, soprattutto per la valenza di esempio di cui sono portatori. Il ruolo di tutti diventa di formazione, educazione e sensibilizzazione alla responsabilità.

La libertà è un diritto essenziale di ogni uomo, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. A regolamentare la nostra vita ci pensano già con molta efficacia e spesso con indiscutibile utilità e necessità i vari codici normativi. Individuiamo la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la padronanza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno di sfida. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di responsabilità del singolo.

Il rischio in alpinismo
Il rischio nasce dalla disparità tra uomo e montagna, come tra uomo e mare o uomo e deserti. Il rischio è elemento costitutivo dell’alpinismo e catalizzatore di libertà di scelta. Il rischio zero in montagna è una pura illusione che l’odierna società spaccia come raggiungibile. Il rischio in montagna va legato all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio è anche positivo elemento di opportunità e consente il percorso di evoluzione personale.

Dopo aver preso i dovuti accorgimenti per abbassare la soglia del pericolo, la piena comprensione del rischio aumenta la sicurezza globale. Questa comprensione del rischio può essere inquinata da una consistente “propensione” soggettiva al rischio, caratteristica di alcune persone, spesso inconsapevole e irrazionale. Propensione a volte esaltata dai media e dal mercato, confusa con la vera avventura.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta responsabile e rispettosa degli altri, nella matura accettazione che non esiste un diritto al soccorso sempre, comunque e in ogni condizione.

Differenza tra responsabilità e consapevolezza
In italiano, ma anche in altre lingue, la parola “responsabilità” ha un doppio significato. Stessa cosa per “auto responsabilità”. Nella prima accezione si riscontrano sostanzialità e sfumature che ho cercato di descrivere nei paragrafi precedenti; nella seconda, troviamo un significato molto minaccioso, quello della responsabilità giuridica.

Un vizio della società moderna è la ricerca obbligatoria di un responsabile per ogni cosa che accade, anche se questa è accidentale e totalmente indipendente dai comportamenti umani. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è né prevedibile né eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire o di far comminare una pena, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel mercato della sicurezza assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione. Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività.

Ecco che dunque risulta molto pericoloso l’uso della parola “responsabilità”, perché in sede di valutazione finale il giudice (interpretando la legge in modo assai restrittivo) si potrebbe aggrappare anche a questo: se uno si definisce responsabile, allora vuole dire che è responsabile anche di fronte alla legge, anche la più ingiusta, anche quella legge che in definitiva è liberticida.

Meglio dunque provare a sostituire la parola “responsabilità”, qui usata sei volte nei precedenti paragrafi, con la parola consapevolezza. Il significato non cambia e i rischi giuridici diminuiscono.

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Troppo accanimento contro chi va in montagna

Da La Repubblica Torino online http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/01/10/news/gogna_troppo_accanimento_contro_chi_va_in_montagna-75542171/ (link in seguito soppresso, NdR) articolo di Fabio Tanzilli

Alessandro Gogna, guida alpina, tra i protagonisti dell’alpinismo italiano, scrittore e saggista, è portavoce del nuovo “Osservatorio per la libertà in montagna e alpinismo”, un comitato nato un anno e mezzo fa, sostenuto e riconosciuto dal Club Alpino Italiano, di cui fanno parte a vario titolo alpinisti ed esperti in materie giuridiche. Sulla vicenda dei tre amici di Simone Caselli, rinviati a giudizio per omicidio colposo dalla Procura di Torino perché erano con lui a sciare fuoripista quando è stato travolto da una valanga, il parere è netto: “C’è troppo accanimento”.

Gogna, siete spaventati dal provvedimento della Procura di Torino?
“Assolutamente sì, siamo spaventati. I più preoccupati sono i professionisti dello sci, non solo i dilettanti. A questo punto conviene andare da soli a fare il freeride, perché se capita qualche tragedia in gruppo e sopravvivi, rischi poi di essere processato per omicidio”.

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È quindi sbagliata l’imputazione di omicidio colposo?
“Non si può paragonare la caduta di una valanga, per quanto grave, a un incidente sul lavoro. Lo sci fuoripista è una libera attività fatta da soli o in gruppo, ma ognuno è responsabile per sé. Chi lo pratica è consapevole dei rischi che corre, e risponde delle sue azioni, esclusi ovviamente i minorenni. Se poi capita una sciagura e si finisce sotto una slavina, non si può dare la colpa agli altri sciatori del gruppo che sono sopravvissuti, o che non sono stati colpiti”.

Ma se altri sciatori provocano una valanga non vanno puniti?
“Certo, ma arrivare al penale è eccessivo. Siamo davvero sicuri che siano stati loro a causarla? È difficile stabilire con certezza come si stacca una slavina e chi ne è responsabile. Facendo così si perseguita solo chi fa il freeride. Cosa che, in altre occasioni, non succede”.

In che senso?
“Se uno sale sulla macchina di un amico, e poi capita un incidente stradale e muore, mica il sopravvissuto viene accusato di omicidio colposo. Perché nel fuoripista sì? Il principio è che in montagna ognuno è responsabile delle proprie azioni, e se qualcuno vorrà ancora rischiare di ammazzarsi giù da un pendio, continuerà a farlo. È un principio di libertà e responsabilità”.

Quindi che cosa vorreste dire a Guariniello?
“Che il freeride deve rimanere libero. Noi lo stimiamo, sappiamo che è un grande magistrato e applica la legge alla lettera, ma chiediamo solo di essere ascoltati, di poter parlare con lui ed esprimere le nostre ragioni. Più che i processi, servono la prevenzione e la formazione: non basta mettere un cartello di divieto per sei mesi all’anno, occorre insegnare le pratiche giuste dello sci e promuoverne la cultura, ma in Italia ormai non lo fa quasi più nessuno”.

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Prodotto montagna

Prodotto montagna (Salva nos ab ore leonis) di Carlo Bonardi (BS)

Riprendo il cammino da “Il diritto va in montagna” (La Rivista del CAI settembre-ottobre 2010), esponendo su quanto nell’attuale è per me determinante: la mercatizzazione, o – amabilmente – valorizzazione della montagna, il “prodotto”.

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Infatti, il diritto è strumento al servizio di fini, dunque li segue; ma a muovere è stato il mercato, ed è per regolarlo che adesso le norme usano quei termini ed istituti (e contigui: impresa, competitività, ecc.).

Già in passato la montagna è stata sfruttata (ciò forse sfugge, perché non l’abbiamo vissuto, ma si capisce osservando sentieri o manufatti antichi, o leggendo); ora però parrebbe esservi stato un mutamento di paradigma, che emerge dai fatti materiali.

Nuove realizzazioni (anche futuribili: servendo “crescita”, vada a 4.000 mt il Piccolo Cervino, mediante torre di negozi e ristoranti); acquisizione di rocce prima ignorate (o, meglio, “recuperando” quelle già buone); ammenicoli (mappe 3D per sentieri, promosse tramite scuole); quads, slitte a cani/cavalli/motore, biciclette, su sentieri; ferrate, ponti tibetani, carrucole, salti con fune, gli attrezzi li affittano; “eventi” collettivi (ciaspolate, concerti, vista di cascate a comando); gare; musei; balli; canti; luminarie; eno-gastronomie da rifugio (“gusto” e “sapori” traboccano dai giornali, slurp!); mercati-ni (teneri…); giochi di bimbi; l’improbabile (destagionalizzeranno il sole d’Agosto). Di giorno e di notte.

Più del diritto, hanno servito la scienza (psicologia + comunicazione/marketing, metrica, statistica, istruzioni, faccia di bronzo) e la tecnica, coi correlati: martellamenti in neolingua aziendal/sloganistica/un-po’-English (seguono esempi), su idee pensate, fatte incubare e piazzate, finché durano, evolvono o si estinguono; pubblicità (ricorrono “magico” e “mozzafiato”); immagine (fitness, sex, smile, winner. Sulle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, approdano brand, fashion, glamour e luxury); libri, abilità/competenze/conoscenze/saperi (al plurale)/specializzazioni e cultura (in TV e-ducano di Tamarri, da noi di Stakeholders, Mission e Vision); crociate securitarie (no alcool no speed no free. L’air bag sì, per ora è da neve, spunta dopo ogni disgrazia. Occhio! alle soluzioni salva-vita, le segue informale il “compro, se no forse vado in prigione”); esperimenti (maiali austro/italici da seppellir sotto neve); formazioni, formatori, formatori di formatori, valutazioni, crediti, certificazioni, patentini, elenchi, poteri, controlli, sanzioni (penali-civili-amministrative-deontologiche; qualcuno ne vuole per sé); anche sussidiarietà/beneficienza (per certi casi, Pinotti la chiama “Fai per me”).

Tutto, e ciascuno, con qualifiche e gradi, self made o da somministrare, from cradle to grave (qui occorre la traduzione: dalla culla alla tomba), al minimo “Alti” ed “Eccellenti” nonché d’Accademia (o d’Academy, che è di più) o Università.

Gletscher TrŸbsee Nebel Seilbahn Gondel Titlis Rotair; Glacier TrŸbsee Fog Lake Cableway Gondola Titlis Rotair;

Cioè, nuove riserve, nuovi mestieri, nuovi maestri (il Risk manager ha declamato ogni immaginabile prima dei guai, quindi è infallibile, “L’avevo detto!”. Vende, ma anche lui ci fa crescere un rischio, che un giudice lo legga o l’ascolti; magari poi lo acchiappa a sua volta).

La diffusività connota oggetti e soggetti, e colonizza.

Nel generale, siamo in globale ed anche glocale, ovvero si applica ad ogni sfruttabile (dicono: fruibile): hotel sopra/sott’acqua; sci nel deserto; “esperienza” tra Masai (da portare in ufficio); coaching da specchio (“Io sono il migliore!”); Hagakure d’impresa; M-e-r-i-t-o-c-r-a-z-i-a! (qualcuno non regge, dunque s’ammazza); spiagge per cani; acque minerali di lusso; D.o.c. a pizza e formaggi (anche a quello che spussa, è il suo buono!),

Lavora su presente e futuro, non gli sfugge il passato (identità frullate).

Ai ricconi, viaggi spaziali; ai ricchi, elicottero; ai normali, agriturismo o turismo d’orrore (organizzano torpedoni).

Torniamo con l’economico ai monti (lì, ai senza palanche è concessa la scarpinata, ma – auspicano altri – almeno con maglietta griffata).

I valorizzatori, impiegati (o impegnati) allo scopo denari, mirano a fruttificarne di più, come per legge, di mercato e delle ciliege (una tira l’altra). E se la cosa non va, la lasciano in posto (se soldi ne han presi, li tengono).

L’innovazione è feticcio (quantomeno da Zeus, ogni generazione affossa la precedente, o ci prova); spesso non costa neppure fatica (ma è meglio se c’è Il Finanziamento di Pantalone): è “prodotto”, la storia lasciataci, o l’altruismo spontaneistico di molti? E’ “Made” (in Italy), il panorama?

Di certo, è eliminato il ritegno, le mani su quanto aveva un diverso valore: l’essere stato lasciato in natura o il non essere stato economicamente adocchiato.

Il mutamento mentale è il danno maggiore, un po’ insinuante ed un po’ dichiarato, cercato o subìto.

Una volta, chi andava o mandava in montagna, ne aveva altra idea, pur essa imparata, forse anche sacrale: rispettosa di siti, solitudini, condivisioni moderate, non intesa a costruire malamente, o a disfare.

Ora serve il circo Barnum, in ottica di profitto o gestione d’interessi (legislativa, amministrativa, da volontariato aggressivo): prima che il mercato si saturi, occorre allargarlo, mandando in montagna più gente, meno selezionatasi.

Così, siamo al soggetto utile: il buon turista (col buon, abbiamo anche bambino, studente, cittadino, combattente, lavoratore, consumatore, ecc.) è pagante (i preferibili passeggiano per luoghi alla moda, pernottano in albergo e fanno statistica), dai comportamenti eterodiretti, eticiresponsabili (se non t’adegui, ti studiano qual sovversivo del Mercato, sperano di recuperarti), ben vestito, attrezzato, etichettato, mezzo accorto/prudente, pellegrino, assistito, stabulato. Un po’ pretenzioso (nonostante tutto, ogni tanto maltrattato).

Ed all’omologo oggetto: itinerari spianati, rasati e puliti, con ticket, rifugi a più stelle (povero Giusto Gervasutti! L’Internet nel suo nuovo bivacco). Anche le pratiche devono essere buone, e standard. Alba e tramonto li offre la ditta, rifiuti sotto al tappeto.

Una metafora, da Autori (Maris) che hanno guardato al più generale processo:

“L’immaginazione del mercato è senza limiti. Come il cuculo, nidifica su tutto ciò che è gratuito. Esclude gli occupanti precedenti, imprime il proprio marchio sui beni non venali, impone loro loghi, marchi, pedaggi, e poi li rivende”.

Chiave dell’accaduto: in un’economia meno manifatturiera (lì è già occupato, per entrare occorre avere ed impiegare potenza) e sempre più di servizi e di immateriale (per Lisbona 2000, entro il 2010 avremmo dovuto essere niente di meno che “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza”), a catturare – anche ove c’è crisi – sono il frammentato e l’apparente: pochi li governano, tanti s’arrabattano. Creati bisogni, sembra sia il bene per tutti, è il Nostro Carnevale quotidiano (Eco).

Stanno a cuore, persone e montagne?

Problema sociale, politico, e filosofico; grande, poiché intanto le filosofie non fermano i disastri.

Da stanare del tutto: è sotto agli occhi, ma ai più sfuggono i fili, mentre una minoranza lo sa e ne approfitta.

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Valorizzazione – oggi sulla bocca di tutti – è parola di poco significato (in sé che vuol dire, oltre a dare valore?) o grimaldello linguistico/operativo senza ritegno?

In questo “nuovo”, anche l’innovazione prodotto montagna ha seguito una strategia, la vecchia: demolire l’avversario (o acquistarlo: abbiamo gli insiders) e produrre/smerciare.

Il paradigma non è mutato: è arrivato sui monti.

Ora la ricchezza è dove prima c’era il niente o il di tutti.

Del tradizionale è scritto in una ponderosa ricerca sul turismo montano (citano Leslie Stephen), ma per darne scontata la morte, con sufficienza da conquistatori. Sanno però quale è il vivo nemico: tranquillità, solitudine, frugalità, passione, gusto, avventura, ricerca, sfida, pericolo, determinazione, cioè l’individuo da sé responsabile, libero, singolo o in gruppi.

C’è del buono, nel “nuovo”? Non faccio l’elenco, ci pensano i promotori. Però bisogna fare attenzione, a quel che si perde ed a quel che si prende.

Ecco Pirandello (Uno, nessuno, centomila), col dialogo solitario di Moscarda e montagna:

“Avete mai veduto costruire una casa? Io, tante … . “Ma guarda un po’ l’uomo, che è capace di fare! Mutila la montagna; ne cava pietre; le squadra; le dispone le une sulle altre e, che è che non è, quello che era un pezzo di montagna è diventato una casa.”

“Io” dice la montagna “sono la montagna e non mi muovo.”

Non ti muovi, cara? E guarda là quei carri tirati da buoi. Sono carichi di te, di pietre tue. Ti portano in carretta, cara mia! Credi di startene costì? E già mezza sei due miglia lontano, nella pianura. Dove? Ma in quelle case là, non ti vedi? una gialla, una rossa, una bianca; a due, a tre, a quattro piani.

E i tuoi faggi, i tuoi noci, i tuoi abeti?

Eccoli qua, a casa mia. Vedi come li abbiamo lavorati bene? Chi li riconoscerebbe più in queste sedie, in questi armadi; in questi scaffali?

Tu montagna, sei tanto più grande dell’uomo; anche tu faggio, e tu noce e tu abete; ma l’uomo è una bestiolina piccola, sì, che ha però in sé qualcosa che voi non avete”.

Ora abbiamo anche il moto contrario: la città va e viene portata in montagna, col mercato, il diritto e gli abusi.

La perdita è non averla più come tale. Poi, saranno scelte di fondo: salvare i valori di soggetti ed oggetto? Reclutarli e far finta? Continuare a valorizzare con altro?

Chi ragiona in denaro, non conta che i praticanti l’alpinismo la città non la vogliono; o conta che siano questi ad andarsene, come i vecchi cow boys, quelli che, arrivando binari di ferrovia, scappavano all’Ovest, fin che ce n’era.

Rispetto per vita e montagna dobbiamo riprenderli, anche dicendo di no, a noi e agli altri.

Altrimenti, finiremo in fondo alla bocca del leone.

Carlo Bonardi, Brescia 31 agosto 2011

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NO SPIT A CAPO TESTA!

A Santa Teresa Gallura, si trova un Sito di Interesse Comunitario dove le rocce granitiche formano delle forme geomorfologiche paesaggisticamente molto belle, uniche in tutta l’Isola.
Il sito si chiama Capo Testa, ma è da tutti conosciuto come Valle della Luna. Le sue pareti arrivano sino a 120 m di altezza sul mare e sul luogo si arrampica in stile classico (trad) sin dal 1975. Celebrata sia in 100 Nuovi Mattini che in Mezzogiorno di Pietra, nel corso degli anni la Valle della Luna è divenuta una Mecca per questo tipo di arrampicata.

R. Bonelli sulla 2a L del Collo dell'Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981Roberto Bonelli sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 1a RP alla Parete di Luna (Capo Testa). 25.05.1981

A Cala Spinosa, una delle calette di Capo Testa, si trova una falesia di arrampicata sportiva, creata dalla libera iniziativa di un singolo, che in passato è stata oggetto di vandalismi tesi a eliminare gli spit che rivestivano la parete. In diversi punti spit arrugginiti occhieggiano.

Al Comune è stato consigliato che per dare rilancio al territorio le pareti andrebbero attrezzate e si pensa già alla creazione di 100 vie di arrampicata sportiva. Spinti da un’associazione che in quest’iniziativa avrebbe il suo tornaconto, il consiglio comunale non si accorge neppure che lì si arrampica già da quarant’anni, ed è convinto che in questo modo si creerebbero presenze e posti di lavoro, tralasciando il fatto che l’associazione non conta tra le proprie fila alcuna guida alpina autorizzata ad accompagnare eventuali frequentatori.

A. Gogna e Ivo Mozzanica sulla via del Cannellone alla Parete di Luna (Capo Testa). 26.06.1980

Alessandro Gogna e Ivo Mozzanica sulla via del Cannellone alla Parete di Luna (Capo Testa). 26.06.1980

In questi giorni stanno ultimando il Piano di Gestione che poi porterebbe a stanziare i finanziamenti per le opere. Pare che si possano fare osservazioni e rilievi entro e non oltre il 20 di gennaio. Pochissimo tempo!!!!!!
L’arrampicatore di Sassari Marco Marrosu, che per primo si adoperò assieme a Lorenzo castaldi che quella zona fosse dichiarata Area Clean (no bolting zone), cioè un’area di arrampicata priva di strutture fisse per l’assicurazione (spit, soste, catene, ecc.) intende inviare le sue osservazioni al Comune e all’Assessorato all’Ambiente per spiegare come non sia necessario bucare per forza la roccia, come sia dannoso l’impatto e come la comunità alpinistica non gradirebbe.Mountain Wilderness potrebbe contattare anche il nuovo presidente del CAI sardo, Gian Piero Demartis, per convincerlo ad appoggiare questa posizione e darvi più forza. Naturalmente occorre che molti prendano posizione. Ce la possiamo fare.

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Falesie di arrampicata: Aree Clean

Così come esiste la divisione tra arrampicata sportiva e arrampicata trad, allo stesso modo dovrebbero esistere zone dedicate all’una e all’altra disciplina: oggi invece accade che lo spit sia imperante quasi ovunque nelle falesie italiane. Io aggiungerei che anche i centri di arrampicata indoor, per essere davvero evoluti e al passo con i tempi più moderni, dovrebbero dotarsi di aree in cui gli scalatori possano mettere loro stessi le loro protezioni.

FalesieArrampicata-classes_traditional
Come nacque la prima area clean (no bolting zone)
Ai primissimi anni del nuovo secolo, in occasione della redazione della quarta edizione della sua guida di arrampicata sportiva della Sardegna Pietra di Luna, l’accademico Maurizio Oviglia ebbe modo di confrontarsi (dapprima in modo piuttosto burrascoso) con alcuni scalatori sassaresi al riguardo di una falesia da lui chiodata a Santa Teresa di Gallura. Solo la discussione con Marco Marrosu e Lorenzo Castaldi di Sassari si è avviata a toni costruttivi, tanto che alla fine i tre personaggi coinvolti si ripromisero di trovare un accordo per la salvaguardia delle vie tradizionali in Gallura (di cui lo stesso Marrosu e Castaldi, in cordata spesso con Alessandro Gogna, erano gli autori).

Prima dell’uscita della guida (2002) giunsero quindi a un accordo scrivendo a chiare lettere nelle prime pagine del libro (con tanto di cartina) che in tutto il nord Sardegna, e nella fattispecie la zona nota geograficamente come Gallura, le vie spittate non erano gradite e che anzi, qualora ne fossero state aperte, esse avrebbero potuto essere oggetto di schiodatura.

Ma lasciamo parlare Oviglia: “Di fatto si trattava della prima proposta di Area clean (no bolting zone) in Italia e questo accordo, di fatto deciso solo a tre, fu in linea di massima rispettato, se si eccettuano alcune vie a spit (ormai corrosi) aperte a Capo Testa da Sandro Zilioli di Brescia, una via sul Monte Pulchiana aperta da scalatori di Lecco e una sulle torri di San Pantaleo aperta da un Istruttore CAI di Firenze. Posso dire che, considerate le premesse, è stato un successo forse anche, direte voi, dovuto al fatto che la roccia della Gallura non è particolarmente adatta all’arrampicata sportiva. Ma la Gallura è grande come metà Piemonte ed è un territorio pieno di roccia!”.

E’ possibile dichiarare “clean” altre zone?
Il prossimo anno 2014 uscirà la nuova edizione di Pietra di Luna dedicata alle vie lunghe e, per la prima volta dopo la guida CAI-TCI Sardegna (1997), vi saranno incluse un buon numero di vie tradizionali. Mentre Marco Marrosu è sempre attivo e agguerrito in questo senso, purtroppo Lorenzo Castaldi ha perso la vita per una scarica di ghiaccio sulla parete nord del Gran Zebrù. In Sardegna sono dunque rimasti in due (contro tutti?) a difendere questa idea?
Come si può facilmente immaginare in dodici anni sono emersi nuovi interessi e problematiche. Molti agriturismi e comuni in tutta Italia vedono di buon occhio l’attrezzatura di vie spittate e spesso sono sollecitati da personaggi di dubbio spessore alpinistico e culturale che sperano di trarne qualche utile economico. Vengono anche realizzate vie ferrate, spesso senza chiedere preventivamente parere a nessuno, e nemmeno a norma, in zone ad alto interesse ambientale.

Non deve essere un “muro contro muro”
“E’ giusto pensare che l’eventuale allargamento di zone clean o le nuove “nomine” d’ora in poi, per una questione di metodo e strategia, passino attraverso un processo di discussione e confronto piuttosto che attraverso una guerra di religione che, portando al muro contro muro, avrebbe effetti controproducenti” dice Giacomo Stefani, presidente del Club Alpino Accademico Italiano, da sempre favorevole al mantenimento di aree nelle quali sia possibile un’arrampicata “trad” (vedi organizzazione di due edizioni del Trad meeting in Valle dell’Orco). In effetti il CAAI si è sempre battuto contro il proliferare delle spittature selvagge e richiodature delle vie storiche (vedi documento della Presolana del 1999 e convegno del Passo Pordoi del 2007).

Occorre dunque cercare alleati, occorre che sempre più praticanti e appassionati condividano questa idea, prima di procedere ad altri “blitz”.
Sicuramente schierata pro le aree clean sarà l’Associazione Mountain Wilderness, ideatrice del concorso Clean Climbing appena concluso.

Il triste esempio di Salinella
Ricordiamoci che è più facile preservare che ripristinare.
Nell’ottobre 2011, in occasione del Climbing Festival di San Vito lo Capo,  avevo pregato pubblicamente di schiodare sei o sette monotiri che ai primi degli anni ’80 i Sassisti di Sondrio avevano aperto con scalata tradizionale a Salinella, la falesia più vicina e più comoda del comprensorio di San Vito. Di questi bellissimi monotiri c’era traccia storica nel mio libro Mezzogiorno di Pietra, che chiunque abbia scalato nel Sud Italia e nelle isole almeno ha sentito nominare. Responsabili dell’imponente lavoro di chiodatura a Salinella erano stati i fratelli inglesi Jim e Scott Titt, assieme agli austriaci Joseph Gstottenmair e Karsten Oelze e al catanese Daniele Arena: duecento le vie spittate.

Nessuno capì neppure cosa stavo dicendo. Ripetevo: “cosa possono importare 6-7 lunghezze su 200? Che danno possono avere i chiodatori, o gli utenti assatanati di spit, o ancora un’amministrazione comunale magari assetata di sempre più ingenti quantità di roccia arrampicabile in modo sportivo?”. Chiedevo semplicemente un po’ di rispetto della storia… perché neppure i nomi originali avevano conservato, proprio con l’intento di cancellare ogni traccia, di banalizzare. Ebbene, la proposta è stata accolta con sorrisetti sia dagli inglesi che dai siciliani, e le vie in questione sono ancora là, banalizzate.
Dunque il ripristino è assai improbabile, e in ogni caso un’azione di schiodatura non sarebbe certo condivisa.

FalesieArrampicata-rackCome procedere dunque?
Un ristretto comitato potrebbe stilare una carta delle zone in cui potrebbe essere vietato o limitato l’uso degli spit. Nel limite del possibile occorrerebbe anche l’appoggio delle istituzioni.

Oviglia (per la Sardegna): “Stabilire delle aree clean dove è totalmente proibita l’infissione di spit (ad esempio la recente area trad dedicata al clean climbing da me valorizzata sulla costa SW della Sardegna, in località Capo Pecora, che ha già catturato l’immaginazione e i favori di moltissimi climber europei… o altre aree della Gallura ad altra concentrazione di vie tradizionali o protette); poi altre aree in cui è proibito spittare nelle fessure, compresi i camini, e se si usano spit si deve farlo in modo parsimonioso e in apertura dal basso; e infine altre zone, chiaramente più estese, dove vige l’assoluto rispetto delle vie classiche esistenti. Una di queste potrebbe (dovrebbe) essere il Supramonte intero. Come è noto alcune vie classiche sono state spittate (Surtana, Lanaitto, Gonone) ma ora sta succedendo anche su vie che hanno fatto la storia dell’arrampicata italiana (ad esempio Tempo Reale di Marco Bernardi). E questo è veramente un grosso danno”.

Proviamo a spingere nelle zone dove l’arrampicata sportiva è in ritardo!

E poi comunicare, dibattere. L’esempio del Trad in Valle dell’Orco, le bellissime vie trad di Cadarese (Val Formazza), l’intero e splendido castello delle grandi vie dolomitiche dovrebbero essere testimonianza di un nuovo modo di pensare che affonda le radici nella tradizione. Maurizio Oviglia ricorda: “quando pubblicai la prima falesia clean sulla Rivista della Montagna nel 2001, Roberto Mantovani ricevette diverse lettere che mi accusavano di istigare i giovani al suicidio. Oggi però le cose stanno cambiando, c’è forse maggior rispetto, almeno la consapevolezza da parte degli sportivi di non essere gli unici ad avere diritti sulle rocce!.

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Clean climbing, trad climbing e new trad

Le perplessità nate dal titolo scelto per il concorso Clean Climbing (Mountain Wilderness e CAAI)

CleanClimbing-150Ben Kiessel sul tetto della Arrowhead Spire, prima ascensione clean. Valley of the Gods, Utah.

Il concorso a premi Clean Climbing 2013, organizzato da Mountain Wilderness e dal Club Alpino Accademico Italiano, appena concluso e appena nominati i vincitori, ha suscitato perplessità nel mondo degli arrampicatori per via della probabilmente non chiara filosofia alla base del concorso stesso.

Il bando del concorso infatti ammetteva l’uso sporadico di qualche spit, purché sistemati in arrampicata dal basso.

Ora, più d’un arrampicatore ha sollevato giustamente il quesito. Come si può parlare di clean climbing se si usano, e ovviamente si lasciano sul posto, degli spit?

L’accademico Maurizio Oviglia, invitato a partecipare alla giuria, ha preferito a suo tempo declinare, proprio perché non condivideva per nulla il titolo del concorso, più che la sostanza. Per lui “intitolare un riconoscimento al “clean climbing” e poi ammettere le vie con qualche spit è ridicolo” e probabilmente avrebbe esposto gli organizzatori al pubblico ludibrio degli inglesi.

Come si può infatti proporre un’iniziativa sul clean climbing e poi parlare di “prevalenza” di protezioni mobili? Allora vuol dire che è lecito anche usare altro! A Oviglia non era sembrata una buona maniera per partire, e per promuovere questa filosofia: e per questo non aveva ritenuto opportuno partecipare.

In effetti, in sede di definizione del bando, la cosa era stata dibattuta, non tutti erano d’accordo. Poi si è concluso che, quando le cose vengono dichiarate con chiarezza, tutto si può fare, almeno in questo tempo in cui si fa veramente fatica ad affermare l’esistenza di altre forme di arrampicata accanto allo stradominio dello spit e dell’arrampicata sportiva. Si è accettata la presenza dei chiodi, perché altrimenti si sarebbe eliminata tutta la regione dolomitica dal range delle partecipanze. Inolte si è preso atto che su tutto l’arco alpino e prealpino vi è abbondanza di vie a chiodatura tradizionale con la presenza qualche spit. Basta che nessuno si sogni di parlare di trad o di clean climbing per quelle vie, cosa c’è da obiettare?

A questo punto conviene andare a consultare Wikipedia per capire la differenza tra clean climbing e trad climbing. Non credo che Wikipedia abbia alcuna autorità in generale, ma in questo caso, date le definizioni, direi che sono state espresse sicuramente da persone competenti.

Traditional climbing, o trad climbing, è uno stile di arrampicata su roccia nel quale un arrampicatore o un gruppo di arrampicatori sistema il necessario materiale per proteggersi dalle cadute, per poi rimuoverlo dopo il passaggio. La definizione di trad climbing distingue dallo sport climbing (arrampicata sportiva), nel quale tutte le protezioni e gli ancoraggi sono fissati in antecedenza, di solito con calata dall’alto…

Comunque, gli spit usati  sono anch’essi considerati “traditional”, se e solo se piantati in arrampicata dal basso e da capocordata, specialmente nel contesto di placca granitica.

Prima dell’avvento dello sport climbing negli Stati Uniti negli anni ’80, e probabilmente anche prima in Europa, lo stile usuale di arrampicata libera era ciò che noi oggi chiamiamo “traditional”. Con delle differenze: nel trad climbing il capocordata sale la lunghezza di corda piazzando lui stesso i suoi dispositivi di protezione, ma prima degli anni ’70 questi dispositivi si limitavano ai chiodi, quando invece oggi per lo più consistono nell’uso combinato di dadi e di friend, e l’uso del chiodo è molto meno frequente.

CleanClimbing-dscn4946dBen Kiessel su Serendipity, prima ascensione clean. North Tower, Valley of the Gods, Utah.

Clean climbing è l’arrampicata su roccia che teorizza e mette in pratica le tecniche e l’attrezzatura che gli scalatori adottano allo scopo di non danneggiare la roccia. Queste tecniche risalgono almeno in parte agli anni ’20 e ancor prima in Inghilterra, ma il termine fu coniato negli anni ’70 solo quando si diffuse l’uso dei blocchetti da incastro (stopper, exentric) al posto dei chiodi da piantare con il martello, una pratica davvero dannosa per la roccia. La sostituzione, anche se non integrale, in Nordamerica si verificò nel giro di neppure tre anni.

A causa dell’evoluzione successiva di materiali e tecniche, il termine clean climbing si è trovato a occupare un ruolo non più centrale, certamente differente, nelle discussioni a carattere arrampicatorio, specie se lo paragoniamo al periodo di quattro decadi fa.

Dunque ha ragione Oviglia: occorre distinguere tra quella che è l’arrampicata tradizionale, come noi l’abbiamo conosciuta e sempre fatta sulle Alpi, e il clean climbing puro, termine un po’ vecchiotto anche se sempre valido. Si potrà perdonare a Mountain Wilderness la licenza di averlo usato, accettando che questa associazione privilegia i diritti delle rocce a quelle degli arrampicatori? C’è da aggiungere che, mentre la definizione di Wikipedia riporta che lo spit piantato dal basso non è ammesso nel clean climbing ma lo è nel trad, qualcuno ritiene che questo non sia vero: Maurizio Oviglia lo prova riferendo che oggi si comincia a parlare di “new trad”, la nuova etica per la quale lo spit, proprio sui muri e sulle placche più lisce e avare di fessure, non è ammesso. Il “new trad” è davvero inglese, parte da Pete Livesey: solo se si accettasse pienamente questo nuovo termine si potrebbero accostare i significati di “new trad” e clean climbing alla John Bachar.

Dunque il titolo del concorso probabilmente era erroneo, o almeno non chiaro in un alternarsi di filosofie vecchie e nuove. Comunque le vie di Stefano Michelazzi, lo scalatore che ha vinto, non hanno neppure uno spit: almeno nella premiazione quindi MW e CAAI hanno preso una posizione precisa, e lo si può leggere nella motivazione. Se ci sarà una prossima edizione questo equivoco dovrà scomparire. O cambiare il titolo o cambiare il bando.

postato il 5 gennaio 2014

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L’unica sicurezza in montagna è la libertà di scegliere

Le misure di sicurezza esterne deresponsabilizzano l’individuo

Più uno si affida alle misure di sicurezza esterne, meno si affida alla sua sensibilità e alla sua soglia di attenzione. Questo, oltre a ledere la personale libertà di scelta, deresponsabilizza le persone rischiando, paradossalmente, di compromettere la sicurezza in modo ancora maggiore.
Questa la riflessione che ha fatto nascere la necessità di creare un “Osservatorio per la libertà in montagna”, riconosciuto dal CAI e presto anche dall’UIAA.

Qualche anno fa in Francia si sono accorti che la nostra società ha la tendenza a rendere tutto ciò che ci circonda “sicuro”, tanto che si parla di “société sicuritaire”. Da una parte Fino a un certo punto ciò è apprezzabile perché s’incoraggia un’attenzione molto più forte di un tempo verso la sicurezza, non solo a livello sportivo ma anche per esempio sul lavoro, nei locali pubblici e in altri campi. D’altra parte però è facile andare agli eccessi: pensare che la nostra sia una società sicura quando invece continua a non esserlo. Perché più uno si affida alle misure di sicurezza dalle quali è attorniato e meno si affida alla sua sensibilità personale e alla sua soglia di attenzione.

In montagna tutto questo è ancora più evidente. Tu puoi controllare finchè vuoi friends, corde, materiali, puoi avere gps, telefonini,  la segnaletica in ordine, notizie aggiornate sul meteo e sul percorso: tutti questi mezzi sono utili, magari necessari, ma non sufficienti. Se uno li prende come oro colato e pensa che possano sostituire la sua immaginazione personale, la sua intelligenza e la sua attenzione, è finita.

La libertà è il contrario di questo concetto. A mio modo di vedere la libertà è esprimersi, scegliere, eventualmente sbagliare. Ma se tu ti siedi e ti affidi ai mezzi e alle tecnologie, limiti la tua libertà evitando di fare delle scelte. Bisogna ricordarsi che la montagna è uno specchio di quello che hai dentro, lei rispetta solo la tua forza interiore, e non quella dei mezzi e tecnologie che usi.

 UnicaSicurezza-maurPetroglifo

La sicurezza più affidabile è quella interiore, determinata dalla presa di responsabilità e dall’aver fatto delle scelte. La “société sicuritaire” tende senza volerlo a deresponsabilizzare le persone. Se si riesce a vedere con chiarezza questa situazione allora appare evidente che dobbiamo ribellarci a questa progressiva deresponsabilizzazione.

Poi ci sono i problemi “concreti”, come le proibizioni e i tentativi di divieto cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Parlo di decreti, ingiunzioni, ordinanze municipali che proibiscono la discesa di quel canalone perché è scesa una valanga, o che chiudono il Cervino perché è scesa una franetta, o chiudono il paretone di Arnad perché un istruttore di roccia è stato ucciso dal crollo di un masso, o iniziative assurde come quella del patentino per lo scialpinismo.

Queste problematiche vanno valutate caso per caso. Ecco perché è nato l’Osservatorio per la libertà in alpinismo e in montagna. Faccio degli esempi. Ad Arnad, dove a dispetto di sicurezza e spit è morto i suddetto istruttore torinese, il sindaco che aveva firmato la risistemazione della parete ha ordinato la chiusura. Anche i più fanatici sostenitori della libertà non possono qui dissentire, siamo tutti d’accordo sulla chiusura (breve) per condurre i necessari accertamenti, perché la parete è stata attrezzata dall’uomo. Ma la chiusura di un canalone non ha senso, perché l’uomo non c’entra con le sue condizioni di maggiore o minore pericolosità.

L’Osservatorio, nato il 19 maggio 2012 a Porretta Terme, è una piccola lobby culturale. Vogliamo far sentire la nostra voce, parlare ai convegni, richiamare l’attenzione della gente. Vogliamo intervenire nelle polemiche, per esempio quelle seguite alla frana del Pelmo che uccide i soccorritori, inviare comunicati stampa e pareri, darci da fare perché l’informazione venga corretta in un determinato senso.  Nel 2012 a Lecco c’è stato il convegno “falesia sicura” e noi abbiamo contattato gli organizzatori perché nel programma non c’era un intervento che dicesse che in falesia e in montagna la sicurezza al 100% non ci sarà mai… quando invece questo andrebbe detto a voce forte. Apprezziamo il loro lavoro.  Ma tutto dipende dal tono: può andar bene dire cerchiamo maggior sicurezza, ma non “saremo sicuri”. E’ necessario insistere sul margine di insicurezza che rimane, con chiarezza, non si può ipotizzare che il Sig.Rossi vada sicuro in montagna ovunque lui voglia. Scherziamo? Non è possibile. Dov’è la liberta del Sig.Rossi di avere un’avventura? Qui giochiamo con la vita delle persone, non dobbiamo pensare solo al marketing e alla responsabilità civile.

Per la société sicuritaire qualsiasi incidente deve sempre avere un responsabile o un capro espiatorio, è diventata la prassi. Una volta i prof portavano i ragazzini in gita, oggi è un’impresa impossibile, i professori hanno paura perché se si sbucciano un gomito i genitori fanno un casino mai visto. Gli incidenti succedevano 40 anni fa e succedono oggi, ma oggi c’è un accanimento terribile. Tutti coloro che lavorano in questo campo, dai professionisti ai volontari delle commissioni giovanili del Cai, dicono che si sta esagerando. Per questo per un amministratore diventa necessario chiudere le montagne, per salvarsi il culo, non per offrire sicurezza. Le chiusure non servono assolutamente a niente, la gente continua ad andare se vuole, non si risparmiano incidenti e comunque non è che l’amministrazione diventi migliore grazie alle chiusure. Se si vuole si può confezionare un cartello, “vi sconsigliamo di scendere di qua”; su un sentiero dismesso, va bene mettere un cartello tipo “qui andate a vostro rischio e pericolo”. Ma non “è vietato” come a voler eliminare ogni rischio: allora tutte le vie alpinistiche dovrebbero essere vietate.