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Il mio Pollino

Il mio Pollino

Per il giorno dopo a quello del mio 70° compleanno (che è il 29 luglio 2016) mi hanno invitato a San Severino Lucano per una conferenza. Che bello, mi dico. Così potrò finalmente tornare in quella meravigliosa zona del Monte Pollino dove ero stato 35 anni fa e poi mai più.

Per pura combinazione anche mia figlia Elena, assieme al fidanzato belga Gilles, sarà da quelle parti (Puglia, Basilicata, Calabria). E sempre per “combinazione” l’una compie gli anni il 30 e l’altro il 31!

Con Giorgio Braschi, salendo a Serra di Crispo
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Dunque sarà una vera e propria spedizione, cui si aggrega Guya, ma naturalmente anche la mamma di Gilles, Ilse, come pure la mamma di Elena, Bibi, e Andrea.

Dopo aver approfittato di macchinosi recuperi all’aeroporto di Bari, la sera del mio compleanno festeggiamo in una magnifica sala banchetti a Mezzana Salice, a una decina di km da San Severino: si tratta del Mulino Iannarelli, locale ricavato appunto da un vecchio mulino e risistemato in modo esemplare.

C’è grande gioia in aria, nonché forte aspettativa per la gita di domani nel gruppo del Pollino. Spendo alcune parole per illustrare le caratteristiche di questo parco nazionale, del tutto singolari, probabilmente uniche. La differenza di paesaggio tra il versante settentrionale e quello meridionale, per esempio. I boschi di faggio contrapposti ai versanti nudi e ripidi, talvolta intagliati da gole grandiose come quelle del Barile e del Raganello. Paesaggi che non trovano riscontro neppure nelle altre belle zone della catena appenninica, figuriamoci nelle Alpi.

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Poi imposto un delirio poetico sul pino loricato, che decanto come l’albero che, assieme al maggiociondolo, mi è più caro. Sorvolo sulla risposta alla domanda “perché due alberi così diversi” fatta da chi li conosce. Racconto del mio maggiociondolo in giardino a Milano, piantato nel 2011: ha fatto i fiori gialli a grappolo solo in quell’anno, poi basta. Ogni primavera spio eventuali germogli, scaccio le lumache: arriva maggio e… niente da fare! Solo quest’anno la mia pianta si è sforzata un po’ di più e ha prodotto ben due grappoli! Due di numero. Una gioia immensa, subito ridimensionata da una gita contemporanea dalle parti dei Piani dei Resinelli sotto i quali, sulla strada dei tornanti di accesso, ho visto boschi interi di maggiociondolo, così gialli da sembrare una macchia mediterranea quando fioriscono le ginestre.

Ma torniamo al pino loricato. Loricato perché “corazzato”, come la corazza degli antichi legionari romani, rinforzata con scaglie metalliche. La sua corteccia infatti, grigia e rilucente, somiglia molto a una corazza. Cresce nei punti più improbabili, solo oltre una certa quota e solo lì sul Pollino (a parte i Balcani). Si slancia verso il cielo assumendo forme di volta in volta irose, minacciose, comunque di sfida. Le sue statiche contorsioni suggeriscono una ribellione perenne, come quella del vecchio guerriero che non vuole cedere al nemico ma tanto meno alla vecchiaia che avanza. Messi assieme non sembrano un esercito, appaiono piuttosto come samurai che obbediscono al loro proprio codice d’onore. Puntati e ritorti all’azzurro, dominano su vaste foreste di faggio, il cui verde mite e uniforme sembra un cielo inferiore.

Una delle tante foto con i pini loricati
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La solennità di questa descrizione è stata comunque messa a dura prova durante la traduzione in inglese a beneficio di Gilles…

Antipasti, primi, secondi, dolce e vino pregiato di cantina: la festa volge alla fine, ci si scambia qualche dono. E l’ombra del pino loricato si allunga su di noi che stiamo andando a dormire.

Giorgio Braschi spiega a Guya qualcosa sul panorama da Serra di Crispo
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Il giorno dopo è un tripudio, oltre che mantenimento delle promesse. Ci accompagnano Giorgio Braschi, Maurizio Lofiego, Saverio e Carmela De Marco. Giorgio è riconosciuto essere il più esperto conoscitore di questa montagna e annesso parco, ma anche gli altri tre non sono da meno. Ciò che il primo dimentica di dirci, in mezzo a una graditissima valanga di parole, viene immediatamente ricordato da uno degli altri tre, che a turno s’inserisce in questo travaso di cultura a piena immersione. La gentilezza e il desiderio di fare in modo che anche noi amiamo questo luogo sono gli strumenti che operano con precisione sulla nostra voglia di capire perché questo luogo ci stia prendendo così tanto.

Prima immersi nel verde dei faggi, camminando su varianti inventate da Giorgio, poi per ampie radure vedendo solo alla lontana altre due o tre comitive: fino alla gloriosa Fontana Pitt’accurc’, con un’acqua così buona da sembrare quasi vino bianco fresco.

Foto di gruppo a Serra di Crispo. In primo piano, da sinistra: Saverio De Marco, Maurizio Lofiego e Guya Spaziani; dietro, Ilse Vromann, Andrea Cito Filomarino, Elena Gogna, Gilles Vromann; in terza fila, Alessandro Gogna, Carmela De Marco (con dietro Bibiana Ferrari) e Giorgio Braschi
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Ci presentano una forma di pane tipo pugliese come trofeo-sorpresa. Il pane piace a tutti, ma sinceramente non comprendiamo il perché di tanto orgoglio. Poi ce la mettono in mano e così ci accorgiamo che peserà sui tre kg, perché all’interno è completamente farcita da qualcosa che nessuno ci rivela. Solo quando la mangeremo, in vetta alla Serra di Crispo.

Nel caldo della tarda mattinata di fine luglio, tra cavalli semibradi che pascolano e nitriscono, arriviamo al limitare della faggeta che, di colpo, si apre e lascia spazio ai primi pini loricati.

Ornella Antonioli segue Andrea Savonitto al Piano del Vacquarro (Pollino), 25 settembre 1981Radici di faggio salendo al Piano del Vacquarro (Pollino), 25.9.1981

Avverto la compagnia che ancora ripensa alle descrizioni della sera prima, sento una comprensione improvvisa, come una conoscenza che t’investe senza più bisogno di domande, nella pace della spaziosa cima, seduti sulle radici dei pini con un panorama grande quanto la generosità di questo luogo.

Trentacinque anni fa ne ero stato ammaliato, oggi ho finalmente capito il perché. Farsi le foto con i pini nulla ha a che vedere con gli scatti assieme ai centurioni del Colosseo. Perché questi, di sicuro, sono guerrieri veri.

Per la discesa altre varianti senza sentiero per riguadagnare il bosco, solo che la discesa si rivela essere più lunga di quanto alcune gambe possano sopportare. In questo la meno allenata, Ilse, è stata anche la più stoica. Quanto alle mie, nessun problema. A dispetto dell’età (il suono dei settanta). Perché questo succede nelle giornate magiche quando si fanno le stesse cose fatte a trentacinque, con più gusto, con più vita alle spalle e con ancora più amore.

Salendo al Monte Pollino, uno sguardo verso il Vallone di Gaudolino tra i pini loricati, 25 settembre 1981
Salendo al M. Pollino, uno sguardo verso il Vallone di Gaudolino. 25.9.1981

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Il pastrocchio del Pollino

Il 15 febbraio 2016 il Parco Nazionale del Pollino ha pubblicato sull’Albo Pretorio la Disciplina provvisoria delle attività di arrampicata e alpinismo nel territorio del Parco Nazionale del Pollino (PNP).

Diciamo subito che l’ostacolo del burocratese si oppone subito a una facile comprensione di quanto decretato. I più, già dal titolo, si chiedono perché “provvisoria”. Se si legge attentamente la Premessa, impariamo che già nel D.P.R. 15 novembre 1993, istitutivo del Parco Nazionale del Pollino, le allegate misure di salvaguardia sono definite anch’esse “provvisorie” (art 3, comma 1): dopo 23 anni l’unica cosa a non decadere rimane la provvisorietà!

Le misure di salvaguardia di allora sono evocate oggi per via della disposizione per la quale nell’area protetta vige il divieto di cattura, di uccisione, di danneggiamento e di disturbo della fauna selvatica, ad eccezione di quanto eseguito per fini di ricerca e di studio previa autorizzazione dell’Ente Parco.

Nessuno discute la priorità, ribadita in Premessa, che l’Ente Parco Nazionale del Pollino ha tra le sue finalità principali la conservazione, per le generazioni presenti e future, del territorio, dell’ambiente, degli ecosistemi e del paesaggio del territorio del Parco, atteso il loro elevato contenuto in biodiversità, valore ecologico, scientifico, storico e culturale.

Lo stesso Ente riconosce, sempre in Premessa, che le attività di arrampicata e di alpinismo rappresentano, se praticate nella corretta maniera, uno dei modi migliori e privilegiati per la fruizione del Parco.

Siamo altresì d’accordo quando il Parco precisa che le stesse (attività) tuttavia vanno effettuate con le dovute attenzioni per l’ambiente nel quale si svolgono al fine della tutela e della conservazione di ecosistemi, habitat e specie all’interno del territorio del Parco.

Non è dunque nella Premessa che troviamo motivi di profondo disaccordo con questo provvedimento.

In arrampicta nel Parco del Pollino
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Al paragrafo 1 leggiamo le Definizioni. E qui ci scontriamo subito con un’attribuzione di significati alle parole arrampicata e alpinismo che non dà alcuno spazio, grazie all’evidente confusione e conseguente inesattezza, alla veridicità di quanto affermato nelle prime righe della Premessa, cioè che la presente disciplina provvisoria, (sia) scaturita da un procedimento partecipato con tutti i soggetti interessati e portatori di interessi.

Se davvero i soggetti interessati fossero stati presenti, un casino del genere a livello lessicale non sarebbe stato possibile! Forse erano presenti soltanto i portatori di interessi…

Dando per buoni i nuovi significati lì esposti, apprendiamo che sostanzialmente si parla di “arrampicata” quando ci sono protezioni fisse e si parla di “alpinismo” quando queste non siano permanenti.

A sinistra, la Falconara; a destra, la Timpa di San Lorenzo
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Saltiamo il paragrafo 2, quello dei Divieti generali, dove giustamente tra l’altro si sottolinea che è vietato scavare appigli artificialmente, e passiamo al paragrafo 3 (Disciplina generale), diviso in otto punti.

Nel primo sono elencate le aree dove sono vietate sempre e comunque le attività, sia di “alpinismo” che di “arrampicata” (intesi nel nuovo significato di cui si serve l’ordinanza). L’impressione che ne deriva è che ci sia stata molta avarizia di zone concesse. Nel secondo l’impressione si accentua, perché si specifica che nella zona A della zonizzazione del Piano per il Parco adottato dall’Ente e in fase di approvazione alla Regione, le attività di “arrampicata” sono praticabili esclusivamente dal 1 settembre, fino al 31 dicembre.

Il terzo punto stabilisce che non si può fare “alpinismo” alla Timpa Falconara dal 1 gennaio al 31 agosto.

Quarto punto: “Nei siti indicati ai punti precedenti, nella Riserva Naturale Orientata Gole del Raganello e nella Riserva Naturale Orientata Valle del Fiume Argentino vige altresì l’ulteriore divieto di attrezzatura permanente delle pareti”.

Qui uno comincia a domandarsi: ma quando si decidono a concedere qualcosa? La risposta, per esclusione, viene data al quinto punto: “Fatte salve le aree indicate ai precedenti punti del presente paragrafo nel resto del territorio del parco le attività di “arrampicata” e di “alpinismo” sono consentite sulle vie esistenti e in particolare quelle indicate nel catasto dei sentieri dell’Ente Parco e sulle vie che saranno identificate nell’ambito del catasto delle vie di arrampicata e alpinismo nel PNP di cui al successivo paragrafo 4”.

Al sesto punto: “Nell’intero territorio del parco, fermo restando i divieti di cui ai precedenti punti del presente paragrafo, l’eventuale apertura di nuove vie e percorsi attrezzati è soggetta all’autorizzazione dell’Ente Parco, con le modalità indicate al successivo Paragrafo 5”.

Al settimo punto si obbliga il frequentatore a comportamenti etici nei confronti della natura. Finalmente, all’ottavo punto si stabilisce che nel PNP ogni attività di bouldering è liberamente praticabile.

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Il paragrafo 4 (Catasto delle vie di arrampicata e alpinismo nel PNP) è un capolavoro d’intralcio burocratico alla libera attività, perché obbliga le Associazioni ed i Soggetti interessati a “indicare le vie ed i percorsi esistenti entro sessanta giorni dall’approvazione della presente disciplina”. Il che equivale a dire che se nessuno si prenderà la briga, a puro titolo di volontariato, di compilare il catasto allora nessuna delle attuali vie presenti sarà percorribile!

E ciò vale pure per i nuovi itinerari: “rientrano nel catasto anche le nuove vie alpinistiche o di arrampicata, autorizzate dall’Ente secondo quanto previsto dal successivo paragrafo 5”.

Per comodità ora riporto per intero il paragrafo 5.

Paragrafo 5 – Autorizzazioni per apertura nuove vie
1.
Nelle aree ove l’attività di arrampicata- alpinismo è consentita è necessario che i soggetti interessati, che intendano predisporre pareti attrezzate e vie di arrampicata/alpinistiche, richiedano l’autorizzazione all’Ente Parco;
2. La richiesta deve contenere:
a) rappresentazione cartografica del tracciato, almeno in scala 1:10:000
b) lunghezza, descrizione del percorso e delle modalità di avvicinamento/accesso
c) modalità di attrezzatura (n° prese etc..)
d) relazione tecnico-descrittiva
3. In ordine alle modalità di attrezzatura di pareti e vie si dovranno tenere in conto le seguenti indicazioni:
i. Per il superamento delle difficoltà tecniche si possono utilizzare delle metodologie di assicurazione finalizzate a prevenire incidenti che compromettano l’incolumità personale, senza modificare l’ambiente.
ii. Oltre al materiale di assicurazione tradizionale possono essere utilizzati chiodi a espansione per l’attrezzatura delle soste. Per evitare danni alla roccia con le continue chiodature e schiodature; il numero di ancoraggi tra le soste deve restare limitato al minimo indispensabile.
iii. L’adattamento delle vie esistenti con le metodologie moderne per il mantenimento delle condizioni di sicurezza non deve comportare un deterioramento ambientale e paesaggistico, deve salvaguardare l’interesse sportivo, senza denaturare o sminuire l’aspetto e l’interesse storico delle vie.
iv. Gli itinerari sono attrezzati in maniera da ridurre al minimo il rischio di incidenti in caso di caduta che, per le difficoltà elevatissime che si cerca di superare, ha una elevata probabilità di verificarsi.
4. L’Ente Parco, verificata la mancanza di presupposti ostativi, procede al rilascio della autorizzazione entro 60 gg, in presenza di motivi ostativi rigetta la richiesta.
5. Nella Riserva Naturale Orientata Gole del Raganello e nella Riserva Naturale Orientata Valle del Fiume Argentino non è in ogni caso consentita l’apertura di nuove vie alpinistiche e di arrampicata.

Il paragrafo 6 (Interdizioni) precisa che è facoltà del parco l’interdizione, temporanea o indeterminata, a qualunque sentiero o via (di arrampicata o di alpinismo); precisa pure che a detta eventuale chiusura può esservi deroga a beneficio di gruppi limitati di turisti (a numero limitato), esclusivamente se accompagnati da Guide Alpine o Accompagnatori di Media Montagna o da Referenti del Club Alpino Italiano o Stranieri o da Guide Ufficiali ed esclusive del Parco Nazionale del Pollino, previa autorizzazione dell’Ente Parco.

In genere, questo escamotage a favore di gruppetti in qualche modo titolati è accompagnato da motivazioni di “sicurezza” che qui mancano. In altre realtà si pensa di ridurre la frequenza turistico-arrampicatoria con la scusa che ciò andrebbe ad aumentare la sicurezza in generale. La mia opinione è che chiunque ha diritto di andare dove vuole: non esiste un titolo di demerito relativo a quanto uno può essere esperto, tutti siamo esperti fino a prova contraria e non può essere un parco a stabilire chi agisce in modo sicuro e chi invece è imprudente. Se invece la motivazione è la pura e semplice riduzione del numero dei frequentatori, senza alcun riferimento alla sicurezza, allora a maggior ragione è totalmente ingiusto e impugnabile che la restrizione non valga per chi va accompagnato da un professionista o per chi è intruppato sotto l’egida di qualunque Club e valga invece solo per i privati cittadini che nella natura hanno predilezione per l’essere “cani sciolti”.

In arrampicata sulla Falconara, via Thor
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Altre considerazioni
Faccio miei alcuni commenti apparsi su facebook.

Emanuele D’Amico si domanda: “Per il punto 2c, ma che significa numero prese??? Penso sia sufficiente la descrizione dell’itinerario no?!
E per il punto 4, i tempi chiaramente sembrano lunghetti, bisognerà pensarci un bel po’ prima di aprire una via… uno se la programma in estate per andare poi in autunno??”.

Marco Rigliaco osserva che rappresentare una via, per esempio di 200 m di sviluppo, necessita di un disegno di almeno 10 cm di altezza, dunque la scala dev’essere di “almeno 1:2.000” e non di “almeno 1:10.000”. Giustamente conclude che “questi amministratori non sanno neanche cosa stanno regolamentando e vietando”.

Giuseppe Popi Miotti ipotizza che chi ha redatto il documento, al comma c) del punto 2, per “prese” intendesse dire ancoraggi. E continua: “Il punto 4 è un po’ fantasioso nel senso che se io dovessi aprire una via dovrei prima scendere al Pollino, vedere dove farla, inoltrare richiesta e poi attendere fino anche a 60 giorni per poi riscendere (potrei anche fermarmi lì ma…) e aprire. Si tratta del solito documento burocratico che a mio avviso dovrebbe essere chiarito per bene perché la burocrazia è o troppo ottusa o troppo acuta, in ogni caso potenzialmente esiziale in quanto incapace di elasticità”.

Franco Formoso giudica che “questo è, né più e né meno, il modo per tagliare le gambe all’arrampicata e all’alpinismo nel parco, perché come si fa a descrivere lunghezza, in modo preciso, numero di prese e cosa mettere se uno prima non l’ha provata… che io sappia si decide nel momento in cui si sale cosa mettere e in base a quello che si trova!! poi bisogna fare la relazione e aspettare 60 gg. per la risposta???”. E continua: “Ma è assurdo!!! e tutto ciò nelle poche aree dove è consentito?? Bah… io vorrei sapere se chi ha redatto questa disciplina conosce il significato di arrampicata e alpinismo e se ha una vaga idea di cosa sia aprire una via alpinistica!”.

Stefano Ardito: “Pastrocchio tipico di enti e leggi italiani. Si inizia con un principio positivo, riconoscendo che l’alpinismo è un modo per godere della natura, e che le vie sono un patrimonio del Parco. Se pensiamo ai Sibillini, alla Majella, al Cònero, alla Riviera di Ulisse (Gaeta) e a decine di altri posti dove alpinismo e altre attività di avventura sono appena tollerati, questo è un passo in avanti importante. Poi prende il sopravvento la burocrazia, e il buon principio lascia il posto a un inverecondo pastrocchio, quasi certamente inapplicabile. Numero prese? Tracciato preventivo? Due mesi per una risposta? Finirà che l’estensore del regolamento andrà a raccogliere applausi in giro, e che le vie continueranno a essere aperte come sempre. Salvo acchiappare e multare un milanese o un tedesco di passaggio…”.

Il Monte Sellaro
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Pino Calandrella: “Esaminando il testo mi sembra chiaro ed evidente che si voglia impostare il discorso sul burocratese, tanto più è difficile e complicato farlo tanto più sarò scoraggiato a farlo. Prendendo atto di quanto già hanno fatto notare gli altri, vorrei offrire una sfumatura leggermente diversa. Scendendo nel dettaglio, due elementi mi sembrano rilevanti: il punto IV del comma 3, “Gli itinerari sono attrezzati in maniera da ridurre al minimo il rischio di incidenti in caso di caduta che, per le difficoltà elevatissime che si cerca di superare, ha una elevata probabilità di verificarsi”, e il Comma 4 “L’Ente Parco, verificata la mancanza di presupposti ostativi, procede al rilascio della autorizzazione entro 60 gg, in presenza di motivi ostativi rigetta la richiesta”. Quest’ultimi, l’uno sulla scorta dell’altro, puntano il dito sul concetto di rischio, che di fatto, salvo su vie sportive, non è completamente riducibile. Tradotto: le vie sportive potrebbero essere troppo impattanti e l’alpinismo per la sua stessa natura potrebbe non essere mai autorizzato dall’Ente Parco.
Se ci sarà l’opportunità di fare dei ricorsi al Tar propongo una raccolta fonti via internet per coprire le spese, poiché si tratta di un modo di procedere che, se possibile sul piano legale, va arginato sul nascere
.

Un decreto di questo tipo, in Italia, scatena anche lo scetticismo generale (vedi il commento di Stefano Ardito poco sopra): per Francesco BevilacquaE’ una “cagata mostruosa”, come direbbero Fantozzi e il rag. Filini. Andiamo ad arrampicare dove vogliamo. Tanto questa roba è inapplicabile. Oltre che illegittima. Si presta a un bel ricorso al TAR (per il ricorso al TAR è anche Nino Abbracciavento)”; per Giuseppe Popi Miotti, “Fra un paio d’anni nessuno, neanche fra chi deve controllare (vorrei vedere come fa) si ricorda più di ‘sta roba qui. Resta il fatto che esiste e che penderebbe come una spada di Damocle a colpire magari qualche ignaro turista/apritore o qualche sfortunato scalatore di… frodo. So di essere sempre un bastian contrario ma io francamente lascerei scivolare la cosa nell’oblio e spenderei le mie energie per continuare a scalare”.

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Vieto, dunque sono

Vieto, dunque sono

Ricevo dall’avvocato Luca d’Alba:
Dal 18 al 20 settembre 2015 ho organizzato un raduno d’arrampicata tra Timpa di san Lorenzo e Timpa di Falconara, con pernottamento in tenda davanti alla chiesetta di Sant’Anna. Siamo nel cuore del Parco Nazionale del Pollino. Considerato che l’evento è stato patrocinato dal comune di San Lorenzo Bellizzi è stato necessario dare comunicazione al Parco del Pollino dell’iniziativa. In prima battuta il Parco ha comunicato la fattibilità del raduno, dettando le sue prescrizioni per la salvaguardia dell’ambiente. La Guardia forestale, tuttavia, ha inteso mettere i bastoni tra le ruote affermando che Timpa di San Lorenzo è riserva naturale, per cui ogni attività è vietata o comunque subordinata all’autorizzazione dell’UTB (ufficio territoriale per la biodiversità).

Alla luce di ciò abbiamo evitato di arrampicare su Timpa di san Lorenzo e ci siamo dislocati sulla Falconara. Non paghi, gli uomini della Forestale hanno fatto miliardi di foto a noi che arrampicavamo e hanno scritto una relazione, chiedendo al Parco chiarimenti sulla legittimità dell’arrampicata nel suo territorio. Con la nota 10577 del 5 ottobre 2015 il direttore del Parco dr. Gerardo Travaglio, ha dichiarato, da un lato, che l’evento organizzato è compatibile con le esigenze di salvaguardia delle specie protette, dall’altro, però, che fino a che non verrà regolamentata, l’arrampicata è vietata in tutto il territorio del Parco. Sto mobilitando mezzo mondo per far fare un passo indietro al Parco. Ho scritto una diffida, che è sottoscritta da me come avvocato e da almeno altri sette colleghi. Arriverò fino al TAR per impugnare questo assurdo divieto”.

La Timpa di san Lorenzo, Parco Nazionale del Pollino
Parco Pollino, Timpa San Lorenzo e Barile

Considerazioni
Questo episodio è l’ennesimo tentativo di scoraggiare la libera attività degli appassionati di montagna e di arrampicata in territorio di Parco. Come giustamente è sottolineato dall’avvocato d’Alba, in nessun Parco l’arrampicata è vietata, anche se (aggiungiamo noi) qualcosa di questo genere è in atto nel Parco Nazionale dei Sibillini, sebbene i risultati deleteri provocati dai divieti siano sotto gli occhi di tutti.

E’ assai malcelato il disagio e il fastidio che provocano direttori di parco così limitati, così chiusi nella loro interpretazione restrittiva di ciò che dovrebbe significare un Parco per il cittadino.

Se aggiungiamo poi la lista di tutti i provvedimenti che si dovrebbero prendere e di tutte le iniziative che si dovrebbero favorire, senza che a questa lista si possa purtroppo mettere mano costruttivamente causa la cronica mancanza di fondi, beh allora sorge il sospetto che questi divieti siano un palliativo, solo per dimostrare che qualcosa si fa. Una dimostrazione però che non esula dai confini di una rigorosa autoreferenziazione, perché non convince nessuno.

Davvero questi direttori, che ci ostiniamo comunque a considerare persone competenti, hanno bisogno di vietare per dimostrare di esserci e di servire a qualcosa? O un quasi cartesiano “Veto, ergo sum” è alla base delle loro decisioni?

La diffida
Spett.le
Parco Nazionale del Pollino, Rotonda (CS),
Ministero dell’Ambiente, Roma

p.c. Corpo Forestale dello Stato

Oggetto: arrampicata e alpinismo nel Parco Nazionale del Pollino
In riscontro alla nota n. 10577 del 5.10.15 a firma del dr. Travaglio, anche in rappresentanza di…, che aderiscono alla presente, si evidenzia quanto segue.

L’affermazione secondo cui il raduno d’arrampicata menzionato nella detta missiva “causa disturbo” è destituita di qualsivoglia fondamento, in quanto priva di riscontri oggettivi di carattere scientifico o giuridico. Si invita pertanto codesto Ente o soppesare con estrema cura le proprie dichiarazioni, che potrebbero risultare offensive nei confronti di chi, come molti degli aderenti, ha combattuto battaglie in prima linea per la difesa dell’ambiente proprio nel territorio del Parco (si ricordino le vicende del canyon del Caldanello, della centrale del Mercure…)

Condividiamo l’opportunità di regolamentare la pratica dell’arrampicata (così come in tutti i parchi d’Italia, dove si è ben lungi dal vietare l’arrampicata), ma a condizione che ciò avvenga tenendo conto delle effettive esigenze di salvaguardia. In altri termini le limitazioni e i divieti non possono essere imposti in via teorica, ossia “ipotizzando” che la pratica dello sport “possa” arrecare disturbo all’avifauna e/o ai vegetali, essendo invece necessario uno studio sulla concreta esistenza di nidi o altre situazioni degne di tutela. Secondo i principi del diritto amministrativo, infatti, ogni provvedimento deve essere “ragionevole” e, soprattutto, “motivato”. Peraltro, una volta individuati i periodi e/o le aree oggetto di divieto, nei periodi e nelle aree residuali lo svolgimento dell’attività deve essere consentita sic et sempliciter, non potendosi imporre ai fruitori l’ulteriore onere di richiedere un’autorizzazione. Dati i precedenti, appare opportuno sottolineare che i provvedimenti di natura limitativa e cogente devono trovare espressa esplicitazione in norme e regolamenti, non potendo essere rimessi a indebiti poteri discrezionali da parte di funzionari del Parco.

Maria Lucia Venneri sulla terza lunghezza della Via di Marchino, parete sud-ovest di Timpa Falconara. Foto: Guido Gravame
Maria Lucia Venneri su L3 della Via di Marchino sulla parete Sud Ovest di Timpa Falconara


Assolutamente illegittima è infine l’adozione di un divieto assoluto di arrampicata a tempo indeterminato su tutto il territorio del Parco nelle more dell’adozione di “linee guida” la cui natura giuridica non è stata affatto chiarita. Tale provvedimento, oltre che illogico e immotivato, si pone in evidente contrasto con quanto affermato dallo stesso Parco, secondo cui la manifestazione d’arrampicata
de quo “può ritenersi compatibile con le finalità di conservazione”. È contraddittorio altresì rispetto alla precedente nota del 29 maggio 2015 a firma del dr. Milione, il quale ha confermato che nessun regolamento vieta a priori l’arrampicata all’interno del Parco.

Alla luce di quanto precede e tenuto conto della portata potenzialmente limitativa della libertà personale della nota del 5 ottobre 2015, ai sensi della L. 241/90 si chiede all’Ente Parco di prendere visione ed estrarre copia della nota di trasmissione del Coordinatore Territoriale VQAF dell’ing. Perrone agli atti dell’Ente al n. prot. 10245 del 29.9.15 e di ogni documento ad essa allegato, ivi espressamente compresa la nota a firma del Comandante Stazione CFS Civita, nonché di ogni altro atto e documento presupposto alla nota del Parco n. 10577 del 5.10.15.

L’accesso agli atti viene richiesto anche ai fini della tutela penale, atteso che nei giorni 19 e 20 settembre 2015 alcuni agenti del Corpo Forestale hanno inteso effettuare rilievi fotografici invasivi su mezzi e persone (anche del sottoscritto) sfiorando i limiti della persecuzione e comunque con intenti dichiaratamente intimidatori, nonché per i profili di abuso di potere riscontrabili nella nota del 5.10.15.

Stante la palese illegittimità sostanziale e l’irregolarità procedimentale della nota del 5.10.15 n. 10577, anche per l’evidente vizio di eccesso di potere, se ne chiede la revoca in autotutela nella parte in cui prevede la sospensione delle attività di arrampicata e alpinismo nel territorio del Parco, preannunciando in caso contrario ricorso al TAR.

Distinti saluti

Avv. Luca D’Alba
Avv. Vincenzo D’Alba
Avv. Nina Nigro
Francesco Colao, Gerardo Tarsia, Mattia Sposato, Giada Di Leo, Fabio Alfano, Marco Gagliardi, Giovannino Santagada, Rossella Bruno, Salvatore Romeo, Riccardo Quaranta, Giovanni Basile, Guido Gravame, Antonio Larocca, Roberto De Marco, Antonio Mancino, Ferraro Francesco, Angelo Laino, Mino D’Amico, Marco Rigliaco, Anna Ruscelli, Domenico Riga, Maria Giovanna La Scalea, Nino Gagliardi, Luigi Manghisi, Francesco Serianni, Nino Abbracciavento, Ettore Angiò, Simonetta Sechi, Anna De Salvo, Antonio Sangineto, Renzo Ruscelli, Maria Taverniti, Stefania Emmanuele, Maria Tripodi, Tina Zaccato, Vincenzo Maratea, Franco Piccaro, Carmine Lo Tufo, Giovanna Barcello, Alessandro Galasso, Sara Crivella, Wieke De Neef, Nino Ricci, Chiara Torchia, Massimo Gallo, Leonardo Santoro, Salvatore Mustari, Domenico Ippolito, Filippo Capurso, Rosanna Riccelli, Francesco Di Trani, Franco Formoso, Claudio Pileggi, Domenico Bloise, Imma Canonica, Giuseppe Cesarini, Daniela Stanziani, Antonio Ferrigni, Eleonora Russo, Domenico Calopresti, Giuseppina Carrieri, Luigi Vincitore, Gabriele Percoco, Gilberto Peroni, Monica Venneri, Domenico Puntillo, Pasquale Larocca, Lorenzo Zaccaro

(la lista dei firmatari è in corso di formazione)”.

Su questo sito si può firmare la petizione:
https://www.change.org/p/ente-parco-nazionale-del-pollino-rotonda-pz-non-vietiamo-l-arrampicata-nel-parco-nazionale-del-pollino?recruiter=400576496&utm_medium=email&utm_campaign=share_email_responsive