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Terremoti nei Monti Sibillini

Terremoti nei Monti Sibillini
(disastri naturali e disastri innaturali, cioè quelli compiuti dagli uomini)
di Paolo Caruso
(articolo già pubblicato su http://www.metodocaruso.com/uploads/MPA/Articoli/TerremotiNeiMontiSibillini.pdf)

Il giorno 28 agosto 2016 insieme all’amico e istruttore IAMA Paolo Aprile compiamo la perlustrazione della zona ovest del Monte Vettore, da Forca di Presta al Vettoretto e, passando per lo Scoglio dell’Aquila, dal M. Redentore alla Cima di Prato Pulito fino alla Sella delle Ciaule (Rif. Zilioli). La perlustrazione, che ha incluso la salita della parete dello Scoglio dell’Aquila, è avvenuta pochi giorni dopo il terremoto principale che ha distrutto Amatrice, Accumoli, Arquata e gli altri paesi limitrofi. L’obiettivo era quello di verificare la pericolosità della zona ed eventuali crolli delle pareti di roccia.

Crepe del terremoto sul sentiero di Forca di Presta
TerremotiSibillini-01 CREPE DEL TERREMOTO SUL SENTIERO di Forca di Presta

Numerose e notevoli le crepe sul terreno, sia sul sentiero che sui lunghi pendii che portano allo Scoglio dell’Aquila. Sotto la parete, in alcuni punti, le lunghe fratture del terreno larghe fino a 30/40 cm. ricordano le “crepacce terminali” dei ghiacciai, ma la differenza è, appunto, che si tratta di terreno più o meno ghiaioso, non certo di ghiaccio.

Crepa del terremoto alla base dello Scoglio dell’Aquila
TerremotiSibillini05 CREPE DEL TERREMOTO alla base della parete

Ci sono stati alcuni crolli di blocchi dalla parete ma tutte le aree più compatte non hanno subito danni evidenti. In alcuni casi, i detriti hanno raggiunto il ghiaione presente alla base della parete.

La salita è avvenuta per l’itinerario La Cresta delle Fate che, come indica il nome, essendo per lo più una via di cresta, era più protetta considerando le eventuali scariche che potevano essere provocate da altre scosse di terremoto. Alla fine degli anni ’90 avevo individuato questo itinerario che ho poi aperto a più riprese con diversi compagni.

Lo Scoglio dell’Aquila
TerremotiSibillini06 SCOGLIO DELL'AQUILA

I criteri di apertura sono stati quelli generalmente utilizzati dagli alpinisti di esperienza: protezioni naturali (clessidre e spuntoni) e veloci (dadi e friend) là dove possibile, chiodi tradizionali e tasselli a espansione nei tratti non proteggibili in altro modo. D’altronde, questo è lo stile di apertura degli itinerari alpinistici che ho sempre prediletto e che ho seguito fin dagli inizi della mia attività alpinistica, a iniziare dalla via Cavalcare la tigre del 1982 sul Corno Piccolo del Gran Sasso. Si potrebbe riassumere in queste due frasi che mi frullavano in testa fin da ragazzo: la protezione giusta al posto giusto e, come seconda, le protezioni devono avere un ruolo secondario rispetto all’itinerario e all’azione arrampicatoria dell’uomo. In altri termini, l’ingegno, la capacità, l’esperienza dovevano prevalere sugli strumenti. Aprire una via nuova per me è sempre stato paragonabile a tracciare un’opera d’arte, in cui i segni dell’uomo sulla montagna dovevano essere di minor impatto possibile. Non è questione di quantità di vie aperte quanto piuttosto di qualità. Aprire le vie per dare sfogo al proprio narcisismo o alla propria mitomane ricerca di vanagloria mi è sempre sembrata cosa molto misera e degenere. Solo in questo modo, fin dalle prime salite compiute ormai molti anni fa, credevo fosse possibile entrare con rispetto nel mondo della montagna per comprenderne l’essenza. Da questo è nata la via più importante che ho aperto, anzi che sto tutt’ora aprendo, la via che ha portato alla nascita e allo sviluppo del Metodo Caruso… ma questa è un’altra storia.

Sulla Cresta delle Fate allo Scoglio dell’Aquila: Paolo Aprile a metà via dopo il terremoto
TerremotiSibillini08 CRESTA DELLE FATE Paolo Aprile a metà via dopo il terremoto

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini
C’è da considerare che siamo nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, l’area protetta più criticata dalle persone che ci vivono e lavorano (e non solo) che io attualmente conosca. Il suddetto parco, a partire dal 2009, ha manifestato chiare tendenze di avversione verso la nostra disciplina e altre attività tradizionali e “sostenibili”, culminate addirittura in preoccupanti divieti, come quello di accesso al M. Bove, la zona forse più importante dal punto di vista alpinistico dell’intero gruppo. Tutto ciò malgrado il bassissimo numero di presenze alpinistiche e turistiche che caratterizza il Parco. Infatti, se non fosse per i grandi flussi attirati dalle fioriture della Piana di Castelluccio e il turismo richiamato in agosto da altre rare ed eccezionali zone, come il lago di Pilato, il parco sarebbe semi deserto. E non stupisce, visto che per anni le informazioni turistiche e quelle su come fruire l’ambiente sono state carenti, o del tutto assenti, così come il coinvolgimento delle popolazioni locali e dei “portatori di interesse”, in barba alle disposizioni internazionali, come la Convenzione di Aarhus, oltreché nazionali. Ciò non ha impedito al Parco di elargire multe a diversi tipi di frequentatori. Multe a chi camminava con il cane al guinzaglio o anche a chi pubblicava su qualche sito una semplice foto con il cane al guinzaglio (vedi il noto caso di Luigi Nespeca)! Multe ai negozi di generi alimentari che utilizzavano il termine “Parco” per indicare l’origine dei loro prodotti; a chi, in assenza delle aree di sosta, parcheggiava toccando con una ruota un ciuffo d’erba; a chi praticava il volo a vela (attività di vecchia data nella zona) e perfino alle guide alpine mentre esercitavano il loro lavoro, come successo al sottoscritto sul M. Bove.

Insomma, nei Sibillini le attività “compatibili” e tradizionali vengono penalizzate, vietate, multate, abolite, in chiaro contrasto con quanto scritto nella legge Quadro sulle aree protette che, invece, indica chiaramente tra gli obiettivi dei parchi quello di favorire queste attività, e in controtendenza rispetto a quanto accade in altri parchi nazionali di montagna, in Italia e all’estero. Citando testualmente la legge, oltre a salvaguardare la natura, i parchi dovrebbero “applicare metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale”, favorire e incentivare le attività tradizionali e sostenibili (tra cui indubbiamente figura l’alpinismo), valorizzare le eccellenze del territorio e coinvolgere i portatori di interesse… In altri termini, un Ente parco dovrebbe collaborare con le comunità locali anche per mettere a frutto, in base a criteri di sostenibilità, quelle risorse che permetterebbero di evitare ulteriori e gravi spopolamenti dei paesi che si trovano al suo interno, e non certo perseguire personalistiche e discutibili visioni di tutela della natura, incluse le attività come la caccia, predilette ad esempio dal direttore uscente del Parco… Le aree protette sono nate per cercare di realizzare scopi più nobili che non l’essere un capriccio privato delle solite “caste”.

Cresta delle Fate, primo tratto deturpato. Visibile uno dei tasselli aggiunti
TerremotiSibillini-11 CRESTA DELLE FATE primo tratto deturpato. Visibile 1 dei tasselli aggiunti

Cresta delle Fate, Paolo Caruso in apertura sul primo tratto deturpato. C’era un tassello, ora sono tre
TerremotiSibillini-12 CRESTA DELLE FATE Paolo in apertura sul primo tratto deturpato. C'era 1 tassello,ora sono 3

Di fatto, l’attuale gestione del Parco Nazionale dei Monti Sibillini ha fallito, proprio perché non è stata in grado di “applicare metodi… idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale”. Con i divieti e con le sanzioni si ottiene esattamente il contrario. E le conseguenze sono evidenti e il malcontento generale ha raggiunto livelli che mai nella mia vita ho potuto riscontrare altrove.

La lunghezza nuova (autonoma) trapanata a raffica
TerremotiSibillini-13 La lunhezza nuova autonoma trapanata a raffica

Io non so se questo Parco ha realmente protetto la natura, di sicuro sono stati commessi gravi errori: da quelli che si dice siano avvenuti al momento della cattura e del rilascio dei camosci appenninici nell’ambito del Progetto europeo di introduzione di questa specie nei Monti Sibillini, agli “ecomostri” (vedi il nuovo rifugio-caserma costruito a Frontignano – Saliere); dalla musica da discoteca a tutto volume che riecheggia (nonostante i divieti…) perfino sotto le pendici del M. Bicco (vicino alla zona vietata del M. Bove), all’erosione provocata dal bike park di Frontignano, ai mezzi motorizzati utilizzati durante la realizzazione e l’accudimento dei cavalli nel discusso Progetto di Conservazione delle Praterie Altomontane.

Il denaro pubblico va speso per cose importanti, ovvero utili e positive per la collettività. Un ente pubblico che non lavora per il bene comune fallisce il suo compito e sperpera risorse che potrebbero essere utilizzate per risolvere i tanti problemi di questo Paese, non ultimi quelli causati dai terremoti.

L’alpinismo nei Monti Sibillini, tra divieti “anacronistici” e strampalati
Veniamo ora a quanto accaduto sulla parete dello Scoglio dell’Aquila. Il 17 luglio scorso vidi una corda fissa proprio sulla parte alta della parete. Mi domandai allora: chissà a cosa serve, considerando pure che il regolamento del Parco dei Sibillini vieta anche l’uso delle corde fisse?

Si rende qui necessaria ancora un’ultima considerazione: a parte le discriminazioni nei confronti degli alpinisti sancite dal DD. 384/ 2014 che è stato pubblicato all’Albo Pretorio, lo stesso Ente ha recentemente vietato l’apertura di nuovi itinerari alpinistici e perfino di “forare” la roccia, sia a mano sia con l’utilizzo del trapano (a motore o a batteria per loro è uguale). Ma non solo: è anche vietato collocare tasselli a espansione ovunque, perfino nelle sporadiche falesie esistenti all’interno dell’area protetta, così come sistemare o sostituire le soste. Dato che c’è in zona un individuo più o meno noto che schioda soste e spit (ma non quando sono indispensabili a lui…) sembrerebbe esserci un nesso tra il divieto di rinnovare e ripristinare le soste e la schiodatura sistematica delle vie…

Allo stesso tempo, è importante avere ben chiaro che questo regolamento del Parco potrebbe creare dei problemi seri, proprio per il fatto che si vieta di risistemare le soste perfino dove il “noto” schiodatore ha tolto le soste già esistenti. Potrebbe essere molto pericoloso per gli alpinisti e potrebbe anche aumentare il rischio di impatto ambientale a causa dei più probabili interventi dell’elicottero e del soccorso. Se ciò avverrà, la RESPONSABILITA’ non potrà che essere innanzitutto dell’Ente parco, poi del Collegio delle Guide marchigiane, in quanto questo regolamento il Parco lo ha partorito di concerto con detto Collegio (!), e infine del “furbo” schiodatore… Qualora succedesse qualcosa di grave (come già stava per accadere a una cordata di Foligno messa in difficoltà da una di quelle soste schiodate) le persone coinvolte potranno far valere i propri diritti.

A questo proposito è degno di nota anche il fatto che nei Monti Sibillini, a eccezione di una quindicina di itinerari aperti dal sottoscritto con vari compagni precedentemente al divieto, e qualche altra sporadica iniziativa di terze persone, la storia dell’alpinismo è praticamente ferma agli anni ’80! Non siamo certo al Gran Sasso in cui, invece, proprio a iniziare da quegli anni si è avuto un grandissimo sviluppo dell’alpinismo che ha dato luogo a esagerazioni evidenti, un vero pullulare di vie e varianti ovunque che generano ragnatele incomprensibili di itinerari. Per questo, qualcuno ha definito il Gran Sasso la falesia d’alta quota peggio chiodata d’Italia. Volendo attenersi a sani principi di salvaguardia della natura, a un certo momento della storia alpinistica di questa montagna, certamente avrebbe avuto senso vietare l’apertura di ulteriori itinerari, di varianti e viuzze. Ma nei Sibillini no. Qui l’alpinismo è quasi morto e la presenza di alpinisti è meno di 1/10 di quella del Gran Sasso! Qual è, dunque, il reale scopo dei gestori del Parco?

Chissà che non si voglia eliminare proprio coloro che si preoccupano realmente della tutela delle nostre montagne così poi, magari, si potrebbero attuare alcune idee malsane, come quelle relative all’eolico, al fine di incassare altri soldi, sacrificando proprio quella natura che sta più a cuore a quelli come noi piuttosto che non a quelli che siedono dietro la scrivania…

Cresta delle Fate, Paolo Caruso in apertura sul secondo tratto deturpato: un tassello nel tratto chiave
TerremotiSibillini-14 CRESTA DELLE FATE Paolo in apertura sul secondo tratto deturpato. 1 tassello nel tratto chiave

Bene, dopo ore e ore passate a cercare di interpretare una confusionaria pagina web nel sito del parco che sembra fatta apposta per mettere in difficoltà i cittadini (altro che trasparenza!), rimbalzando da un documento all’altro con allegati che non si aprono o non si leggono per i caratteri in miniatura, senza mai avere la certezza di aver ben compreso il senso di quanto si legge, deduciamo che anche sullo Scoglio dell’Aquila non si possono più aprire vie, ripristinare soste e utilizzare qualsiasi tipo di tassello a espansione. E’ assurdo ma questo è… Evidentemente si ignora anche che i chiodi tradizionali possono creare più danni dei chiodi a espansione, soprattutto quando questi ultimi vengono utilizzati oculatamente, e pertanto evidentemente lo ignorano anche i rappresentanti del Collegio regionale delle guide marchigiane essendo, di fatto, gli unici interlocutori dell’Ente o, quantomeno, i responsabili tecnici del regolamento in questione. Da considerare il fatto che un regolamento simile non è mai stato applicato prima in nessun altro parco degli Appennini e delle Alpi (e probabilmente neanche all’estero!) e quindi neanche al Gran Sasso, dove la situazione è quella descritta sopra. Nei Sibillini l’Ente parco dovrebbe, al contrario, preoccuparsi di promuoverlo, l’alpinismo, anche favorendo una formazione e una cultura adeguate. Ci dovremmo poi chiedere come sia possibile che un Collegio delle guide (quindi dei professionisti della montagna) possa anche solo sognarselo un simile regolamento; sarebbe interessante conoscere le referenze alpinistiche che sono alla base di queste assurdità… ma anche questa è un’altra storia…

Via nuova stile falesia: tasselli a espansione a raffica, niente protezioni naturali e veloci e, dulcis in fundo, aggiunta di altri tasselli a espansione (con relative perforazioni) dove detta via interseca un itinerario già esistente
Nella zona dove nel mese di luglio avevamo visto la corda fissa, durante la salita del 28 agosto mi accorgo dapprima che sono stati aggiunti 2 tasselli ad espansione in un tiro della Cresta delle Fate che era stato aperto con 1 solo tassello (oltre a 1 chiodo, 1 clessidra e un paio di friends). In pratica ora ci sono 3 “spit” invece di uno solo. Andiamo avanti. Arrivo in sosta e noto che sulla sinistra è stato aperto un tiro di corda di 30 metri circa con uso sistematico di tasselli a espansione, collocati a goccia d’acqua, stile falesia: nel tiro ce ne sono circa 13 oltre ai 4 di sosta (2 alla base e 2 sopra). Continuiamo. Arriviamo alla sosta sul terrazzo erboso ove è presente una clessidra e perfino una fessura che accetta bene le protezioni veloci (dadi e friend): altro “spit” vicino alla clessidra (!). Poi guardiamo il tiro successivo che era stato aperto con 1 “spit” e 1 chiodo, bene… sono stati aggiunti altri 2 tasselli a espansione oltre a 2 di sosta. Il chiodo è sparito. In pratica, in un tratto di circa 20 metri, ora ci sono 4 “spit” oltre ai 2 di sosta, mentre prima ce n’era 1 solo… Niente male considerando che l’Ente Parco ha introdotto un regolamento che vieta la perforazione della roccia e perfino l’apertura di nuove vie!

Questa via nuova basata sull’uso, anzi sull’abuso, dei tasselli a espansione, perfino deturpando una via esistente, in evidente violazione non solo del regolamento del Parco, ma di qualsiasi regola alpinistica di buon senso, è chiaramente un atto deplorevole o forse provocatorio che fa riflettere molto.

Cresta delle Fate, secondo tratto deturpato. Tre tasselli aggiunti + due di sosta
TerremotiSibillini-16 CRESTA DELLE FATE secondo tratto deturpato. 3 tasselli aggiunti + 2 di sosta

Cresta delle Fate, Paolo Aprile sale il secondo tratto deturpato seza curarsi dei tasselli aggiunti e inutili
TerremotiSibillini-17 CRESTA DELLE FATE Paolo Aprile sale il secondo tratto deturpato seza curarsi dei tasselli aggiunti e inuti

Quanto accaduto è un’ulteriore conferma del fallimento di una gestione del territorio basata sui divieti. E’ noto che ai regolamenti assurdi e dittatoriali, alle vere e proprie repressioni, alle esagerazioni e ai radicalismi di qualsiasi natura non può che generarsi un’estremistica reazione contraria. Anche di questo è e sarà responsabile l’Ente parco. Si potrebbe anche pensare che questo stesso Ente consenta, quantomeno indirettamente, scempi come quello inerente questa via nuova, dato che non risulta che siano stati ancora presi provvedimenti di alcun tipo. Di contro, invece, si vieta l’apertura di nuove vie alpinistiche “regolari” e si sanzionano le guide alpine mentre esercitano il loro legittimo mestiere…

Ho sempre creduto che aprire un itinerario fosse un’arte basata sull’equilibrio tra logicità del percorso, rispetto dell’ambiente naturale e della roccia e, come già detto, dell’utilizzo della protezione giusta al posto giusto, della bellezza, dell’intelligenza, dell’esperienza , di ciò che è naturale e del rispetto…

Ma giungere a deturpare tutto con violenza senza, appunto, il minimo rispetto di ciò che esiste già, credo sia la massima espressione di un atteggiamento ignorante, mitomane, arrogante, egoistico, distruttore, una dimostrazione di completa ottusità e incapacità.

Non critico neanche l’apertura delle vie dall’alto in montagna col trapano, come ritengo sia stato fatto, ma per chi non ha le capacità e le competenze specifiche, sarebbe opportuno rimanere nelle sale indoor. Per me è il risultato che conta, e il risultato è una bella via protetta in modo giusto, rispettando la linea e la roccia, ma anche i criteri dell’alpinismo, incluse le protezioni naturali e veloci. Sono contento di percorrere vie aperte da altri quando queste sono belle e ben fatte. Se l’apritore si cala dall’alto, come sembra sia avvenuto in questo caso, è un suo problema, a me non tocca minimamente anche perché l’apritore può influire sulle ripetizioni solo quando la via è stata aperta male. Se invece la via viene aperta correttamente, l’apritore non ha fatto violenza, ha lasciato “emergere” l’itinerario che madre natura ha “disegnato”. Questa allora diventa una bella via. La montagna è un bene comune, non certo privato o del primo strampalato scalatore che chioda in montagna a sua misura o come se fosse in falesia, perfino sopra le vie già aperte, non curandosi neanche dei regolamenti. E dire che personalmente sono sempre pronto a rimettere le mani sulle vie che ho tracciato quando c’è qualcosa che non va. Ad esempio, talvolta ho aggiunto alcune protezioni su vie che ho aperto quando queste risultavano particolarmente sprotette, cosa che di tanto in tanto mi capita di fare in apertura. Molti anni fa credevo anch’io, come oggi tanti ancora credono, che le vie dovessero essere lasciate come le aveva aperte il primo salitore. Ma con le nuove conoscenze e grazie anche all’esperienza, ho capito che questo proprio non è vero. Infatti, non ritengo giusto “costringere” i ripetitori a salire una via troppo sprotetta, o al contrario troppo protetta, o illogica e forzata, proprio perché trattasi di un bene pubblico, non privato: tutti dovrebbero avere il diritto di vivere un luogo pubblico mantenuto il più possibile in modo corretto, senza esagerazioni soggettive. Le vie, quindi, dovrebbero essere aperte bene e il concetto del bene è collegato al giusto. Alcuni penseranno che non è certo facile capire cosa è bene e cosa è giusto, anche perché talvolta si sbaglia, errare humanum est soprattutto per chi invece di fare solo chiacchiere passa all’azione…

Paolo Caruso in riflessione
TerremotiSibillini-19 Paolo in riflessione

Ma ciò che conta è l’impegno che si mette per capire e per migliorare, anno dopo anno. Certamente non è accettabile che qualcuno privo della capacità necessaria, ma anche della cultura necessaria, trapani a distanze ravvicinate, stile falesia, tratti di itinerari alpinistici già esistenti e soprattutto già tracciati con i criteri descritti sopra. Non credo che occorra essere dei geni per capire che la montagna non è la falesia e che pertanto sia qui opportuno rispettare l’essenza dell’alpinismo e la logicità del percorso. Questi episodi costituiscono aberrazioni pericolose che vanno emarginate e bloccate. Agli estremismi e alle astrusità dei regolamenti corrispondono altrettanti estremismi e astrusità. Al posto dell’equilibrio e dell’armonia degli opposti, si passa da un estremo squilibrio a un altro estremo squilibrio… l’antitesi della saggezza occidentale e orientale messe insieme, oltre che dei principi dell’arrampicata, senza neanche bisogno di scomodare quelli che in prima persona mi impegno a portare avanti…

Sono convinto che l’unica via di uscita consista nel mandare a casa, o all’estero, o altrove, entrambe le tipologie di estremisti e allo stesso tempo sviluppare i valori dell’”equilibrio” e del giusto. Tutto diventerebbe più semplice, facile e saggiamente “normale”; non servirebbero neanche tutte le ingenti risorse impiegate per tenere in piedi baracconi all’italiana e l’armonia sostituirebbe poco a poco il malcontento e la miseria umana.

Non si conoscono al momento gli autori del fatto ma li invito, qualora leggessero queste riflessioni, a tornare sul luogo e a ripristinare la roccia così com’era prima, quantomeno nei tratti in cui si sono sovrapposti alle vie già esistenti. Vedremo poi se l’Ente parco farà finta di nulla su quanto è accaduto, ormai sempre più di pubblico dominio…

Ultima riflessione
Mentre scrivo dell’incompetenza, dell’arroganza e della violenza fatta da chi ha compiuto quel… diciamo, “capolavoro” sullo Scoglio dell’Aquila, mi chiedo che senso abbia dare importanza a un simile fatto avvenuto su una parete rocciosa in certi drammatici momenti. Mi vengono in mente i paesi di Arquata e di Amatrice come li ho visti le innumerevoli volte che sono passato lì. Rivivo la sensazione del terremoto, della terra che viene meno, vedo le crepe nelle nostre case, rivivo l’esperienza dell’incendio della mia casa, che pochi per fortuna conoscono… la natura talvolta è dura, forse anche crudele… Ma che dire dell’uomo? Hanno più colpa il terremoto e l’incendio o gli umani che con il beneplacito delle “caste” costruiscono male o “inciuciano” sulla pelle delle persone? E che non si occupano correttamente della prevenzione? E neanche di risolvere definitivamente i problemi causati dai precedenti disastri?

Il pensiero vola ora più lontano. Ricordo le famose e inesistenti armi di distruzione di massa: fu la scusa che avrebbe dovuto nascondere i vergognosi giochi di potere per i quali sono stati distrutti interi Stati e massacrati milioni di persone, con il consenso e l’ignavia dei molti, principale causa per cui quei Poteri, vero cancro del mondo, hanno la meglio (per ora…). Ricordo anche la Libia, la Siria e le responsabilità di coloro che hanno inventato l’ISIS, armandolo e addestrandolo… ma poi la lista diventa troppo lunga e lo sconforto potrebbe prendere il sopravvento… Non ho dubbi. L’uomo è mille e mille volte più pericoloso e dannoso della natura. Bisogna allora fare il possibile per bloccarla, questa IGNAVIA…

Per questo è importante qualsiasi tipo di impegno teso a scardinare la mentalità e l’ignoranza di questo genere di estremismi. La fiducia nelle Istituzioni è alla base dei valori più importanti che abbiamo: quelli che vengono chiamati “democratici”. Fare finta di nulla e continuare a vivere accettando il fallimento delle Istituzioni equivale a rinunciare alla libertà e alla giustizia: il fallimento totale della vita. E scalare le montagne diventa piccolissima cosa, forse attività di poco conto, se non serve anche a comprendere l’importanza di ciò che è in gioco. Intuisco sempre meglio che il fine ultimo dell’alpinismo dovrebbe forse essere l’acquisizione di una maggiore consapevolezza. E’ troppo limitante ricondurre il senso di ciò che facciamo alla narcisistica esigenza di affermare il proprio ego a qualsiasi costo… La ricerca interiore non può che andare di pari passo con l’acquisizione di consapevolezza. E se l’alpinismo non serve a questo fine… ha fallito come ha fallito l’Ente Parco… La comunità degli alpinisti, se mai è esistita, è nulla, inesistente. Questa è la reale “morte” dell’alpinismo. Ma forse, alla fine, è meglio così…

Gli uomini più consapevoli, i pochi rimasti, devono giocare la loro parte, hanno il dovere di fare chiarezza, devono impegnarsi per far crollare, come nel terremoto, tutto ciò che non va e che genera i veri danni alla terra, alla natura e all’umanità.

Camosci Appenninici sotto la Cima di Prato Pulito: lontani dalla zona interdetta all’uomo e contenti di vederci dopo il terremoto
TerremotiSibillini-20 CAMOSCI sotto la Cima di Prato Pulito lontani dalla zona interdetta contenti di vederci dopo il terremoto

Breve aggiornamento sugli ultimi avvenimenti inerenti la “questione” Parco Nazionale dei Monti Sibillini
Le molte vicende e contraddizioni relative all’Ente Parco sono state ampiamente trattate in numerosi articoli all’interno del sito http://www.banff.it/category/gogna-blog/.

Questi i link relativi ad alcuni articoli:
http://www.banff.it/numero-chiuso-nel-parco-dei-sibillini/
http://www.banff.it/monti-sibillini-lettera-aperta-chi-e-nemico-della-natura/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-1/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-2/
http://www.banff.it/la-lunga-notte-dei-sibillini-3/
http://www.banff.it/monti-sibillini-una-possibile-alba-1/
http://www.banff.it/monti-sibillini-quando-tornera-il-sereno/4

Come è noto il sottoscritto è stato sanzionato per aver svolto il lavoro di Guida Alpina a divieto decaduto, secondo quanto affermato dall’Ente Parco in una riunione pubblica, e dopo aver fatto regolare richiesta come previsto dallo stesso Ente (!).

Inoltre, il divieto riguardava la zona del M. Bove, area in cui si svolge il discusso “Progetto di Conservazione delle Praterie Altomontane”, menzionato in precedenza. Per realizzare questo progetto, che si svolge proprio presso l’area interdetta del M. Bove, sono stati utilizzati mezzi motorizzati per accudire alcuni poveri cavalli che sono costretti dentro recinti elettrificati, senza riparo e acqua corrente, a mangiare il “falasco” (un’erbaccia coriacea che potrebbe essere falciata da qualche disoccupato con una spesa pari alla metà, della metà, della metà…dei fondi che il parco spende per questo “progetto”).

Ebbene, nel tentativo di svicolare dalle contraddizioni, il Parco nega perfino l’evidenza: il direttore uscente ha scritto al Ministero che quei cavalli NON sono stati accuditi con mezzi motorizzati: GENIALE! Peccato, però, che oltre a decine di prove testimoniali, fotografiche e filmate, esiste un documento del Corpo Forestale dello Stato in cui si conferma, di fatto, che per fini produttivi è lecito utilizzare i mezzi motorizzati addirittura al di fuori delle sedi stradali… Già, abbiamo capito bene: noi a piedi non possiamo andare dove invece, per gli interessi del parco, i mezzi motorizzati scorrazzano quotidianamente per alcuni mesi all’anno… Ovviamente ho chiesto delucidazioni al Ministero competente: sto ancora aspettando di ricevere una risposta per sapere se è lecito discriminare alcuni fini produttivi, come quelli inerenti l’attività di Guida Alpina, considerando inoltre che in questo caso si va a piedi e non si provoca alcun impatto acustico o ambientale dovuto ai motori…

Anche per quanto riguarda le discriminazioni nei confronti degli alpinisti sancite dal DD. 384/ 2014, quello pubblicato all’Albo Pretorio, in cui si fa divieto agli alpinisti di percorrere determinati sentieri, ho chiesto chiarimenti al Ministero preposto: ancora sono in attesa di una risposta.

Il bello è che lo stesso DD. 384/2014 originale, proprio quello pubblicato all’Albo Pretorio, ora è divenuto introvabile nel sito del parco ed è stato sostituito, stranamente e forse irregolarmente, da un’altra versione. Sempre più GENIALE…! Quindi, dapprima è stato imposto e sostenuto un documento assurdo e discriminatorio ma, quando l’Ente Parco si è trovato alle strette, miracolosamente è sparito il documento ufficiale e lo si è sostituito con un altro posticcio.

Logicamente sono anche in mio possesso i documenti in cui, a seguito delle richieste di chiarimenti, l’Ente Parco mi risponde intimandomi di rispettare pedissequamente le norme sancite proprio dal DD 384/2014 originario (!).

Non so se tutto ciò sia lecito ma, stando alle normative, sembrerebbe che ci siano diverse “cosucce” irregolari (!). E se è vero che non siamo in dittatura, prima o poi qualcuno dovrà fornire le necessarie risposte…

Da pochi giorni è arrivato il nuovo Direttore del parco in questione che sostituisce Franco Perco: Carlo Bifulco. Le premesse ci lasciano perplessi, se è vero quanto emerge dai seguenti link:
http://www.irpinianews.it/inchiesta-parco-nazionale-vesuvio-il-direttore-si-e-costituito/
http://qn.quotidiano.net/2007/06/12/17431-truffe_parco_vesuvio.shtml
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/06/13/parco-vesuvio-la-grande-truffa.html.

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Consenso ai parchi e informazione

Consenso ai parchi e informazione

I cittadini residenti nelle aree protette e nei parchi dovrebbero essere i primi a dare consenso e partecipazione alle aree protette. Parchi e aree protette non devono essere entità geografiche sottoposte ai vincoli più assoluti quanto realtà cui si dovrebbe fare riferimento, territori nei quali vi sia un’armonia completa tra natura ed attività umane. Si è esagerato nel presentare come dannose tutte le attività dell’uomo, denunciando solo danni irreversibili piuttosto che ipotizzare i termini di una convivenza che nessuno ha mai potuto dimostrare impossibile. Ovunque, ma soprattutto nei paesi più antropizzati, l’istituzio­ne di un’area protetta provoca la contrarietà di chi vi esercita attività in qualche modo produttive; qualche volta anche quella di coloro che vi praticano degli sport. Si ha infatti pau­ra dei divieti e delle restrizioni.

Accanto alle necessarie compensazioni economiche per le limita­zioni alle imprese, è quindi necessaria una strategia d’informa­zione e di educazione a tutti i livelli di età che dimo­stri che un Parco non è uno sfizio della civiltà del turismo di massa o di élite ma al contrario è stru­mento eccellente, oltre che di conservazione dell’habitat, di va­lorizzazione delle qualità e delle tradizioni della popolazione locale: deve vincere l’idea che il Parco restituisce vitalità e dignità a popolazioni che in un passato recente sono state costrette ad abbandonare la montagna. Nuovo lavoro quindi, ma anche fiducia in un futuro vero, per vivere solo degli interessi senza mai intaccare il capitale. Mai quindi sperperare le qualità a volte uniche del proprio territorio in nome di un falso sviluppo economico, bensì utilizzare con sapienza le nuove opportunità e il contemporaneo «bisogno di natura».

Nel parco nazionale dell’Aspromonte
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La mancanza di questa strategia dell’informazione e dell’educa­zione ha portato solo danni, ha favorito la diffusione in­teressata di notizie per generare allarme, rafforzare il fronte della contestazione e contrastare le amministrazioni dei parchi.

La legge 394 del 1991, proprio in considerazione di questa evi­denza, ha previsto l’erogazione di risorse finanziarie per l’in­formazione del cittadino e per l’educazione ambientale, con lo scopo di divulgare quali e quanti benefici ci siano a vantaggio dei singoli e della collettività: purtroppo, nel quadro generale delle difficoltà di applicazione di questa legge così importante a lungo sospirata, anche questo aspetto è risultato deludente perché non si sono ancora viste iniziative serie di educazione ambientale. Non saranno certo le campagne pubblicitarie o gli sponsor ad ottenere queste finalità: finché dovremo salvare la natura comprando bollini che ci fanno partecipare a concorsi di qualunque tipo non andremo molto lontano. E la mercificazione continuerà ad avvolgere anche le migliori idee, approfondendo vieppiù il solco psicologico tra fruitori ed abitanti della natu­ra.

Lo scopo della comunicazione in generale, e quindi anche in campo ambientale, è quello di ridurre ad in­teresse del singolo spettatore ciò che all’inizio è un vago interesse di molti. Da una parte si punta al coinvolgimento emotivo dello spet­tatore, cercando di avviare un processo psicologico alla fine del quale il singolo si ritrovi a dare un valore a quanto ha ap­pena visto, tramite la sensazione di poter far qualcosa per quel problema o quell’evento; dall’altra si fa uso della spettacolarizzazione, allo scopo di catturare al massimo l’attenzione, far vedere «cose mai viste». Questa seconda tecnica non favorisce la maturazione dello spettatore, credo anzi che lo spersonalizzi perché lo spettacolo al­la fine risulta più importante della sua presa di coscienza. Occorre al contrario stimolare al massimo la fantasia del­lo spettatore o del lettore, dando le informazioni e le immagini strettamente necessarie a questo processo, senza mai eccedere e fornirgli in anticipo ciò cui potrebbe arrivare da solo semplice­mente riflettendo, in seguito, perché incuriosito e coin­volto.

Vi sono molte barriere a una comunicazione efficace. Proverò qui ad elencarne alcune.

1) La tendenza dei nostri sistemi educativi al miglioramento e­sclusivo della prestazione individuale orienta al successo esclu­sivamente individuale: così si spiega perché non vi sia mai col­laborazione tra chi vuole informare, nel timore che altri parte­cipino alle sue informazioni.

2) La convinzione diffusa che nelle questioni sociali e nella so­luzione dei problemi debbano esserci vincitori e vinti.

3) La smania di cercare a tutti i costi il colpevole di qualche danno invece che privilegiare la ricerca di una soluzione.

4) La non disponibilità ad accogliere positivamente e a portare avanti le idee altrui, rinunciando magari alle proprie o ad un’integrazione.

5) Nell’ambito della comunicazione ambientale siamo sottoposti alla moda corrente, che allega un interesse spettacolare e super­ficiale alle tematiche ecologiche. Con questo tipo di informa­zione, spazzatura e immondizia, perché più appariscenti e spettacolari, diventano più importanti dell’urba­nizzazione selvaggia, della regimazione incosciente dei corsi d’acqua, dell’inquinamento e dello sfruttamento criminoso di ogni pendio sciabile.

6) Chi fa informazione più seria e dettagliata spesso non riesce ad abbandonare quel linguaggio tecnico e scientifico che allonta­na immediatamente l’interesse del pubblico non competente.

7) E infine la tendenza ad isolare i problemi, nella convinzione che le soluzioni siano possibili solo affrontando una tematica per volta, impedisce a tutti, informatori compresi, la visione globale, senza vera regia d’insieme e quindi senza reale strate­gia.

Nel parco nazionale della Majella
Consenso Parchi-majella
Questo tema assai spinoso è stato dibattuto approfonditamente in occasione del seminario Aree protette e Parchi: la par­tecipazione dei cittadini, tenutosi a Sondrio nel novembre 1992 e da me organizzato per conto del Comune di Sondrio. Alla conclusione furono stilate dai convegnisti le 11 Tesi di Sondrio: di queste, ben cinque riguardano il ruolo dell’informazione e dell’educazione per un maggiore consenso alle aree protette. Le riporto qui di seguito:

«6. Il valore del patrimonio naturalistico, ambientale, storico del Parco viene riconosciuto ed apprezzato con un’adeguata infor­mazione; pertanto il ruolo dell’educazione, in particolare dei giovani, è di cruciale importanza per l’affermazione dei principi della conservazione.

7. Per diffondere e valorizzare l’idea del Parco bisogna utiliz­zare metodologie di comunicazione non solo prossime ed occasiona­li ma soprattutto di vasto respiro e permanenti.

8. Alla scuola è richiesto un forte impegno e contributo per la formazione nei giovani di una sicura coscienza ambientale, attua­ta con programmi specifici e attività sperimentali.

9. Gli organi di gestione di ogni Parco devono promuovere azioni d’informazione e sensibilizzazione a livello locale, nazionale ed internazionale, costituendo una rete di comunicazione ampia e comparata.

10. Devono essere stimolate la ricerca e la sperimentazione di mezzi e strumenti di comunicazione da destinare alle scuole, alle comunità locali, alle organizzazioni ambientaliste per contribui­re alla diffusione dei principi della conservazione».

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Monti Sibillini: una possibile alba

La serie in tre puntate di La lunga notte dei Sibillini ha, per usare le parole di Luigi Nespeca, “ricostruito la vicenda del Parco dei Monti Sibillini con pazienza e accuratezza”.

Chi volesse ripercorrere questa storia può farlo ai seguenti link:
La lunga notte dei Sibillini 1  8 novembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 2  4 dicembre 2014
La lunga notte dei Sibillini 3  4 gennaio 2015

Nella terza parte, tramite la sezione “commenti”, si era da tempo avviata una costruttiva discussione spontanea, come se questo Gogna Blog fosse diventato un forum “istituzionale” per tale problema.

L’iter culturale e amministrativo è ancora lungi dalla conclusione, pertanto abbiamo deciso di continuare, scegliendo un “commento” che ci pare particolarmente significativo per iniziare un’altra serie, Monti Sibillini: una possibile alba, che ci auguriamo fortunata e produttiva come la precedente.

Monti Sibillini: una possibile alba
di Luigi Nespeca

Purtroppo mi rendo conto che queste montagne sono ormai famose non più per la bellezza dei territori e la biodiversità che conservano, ma piuttosto per il marasma di contraddizioni che domina le valli, le praterie e le vette. Un marasma, unico in tutto il paese, che ormai sembra essere l’unica vera endemia del Parco.

Monti Sibillini, Cima del Redentore. Foto: www.fotografiadinatura.it

AlbaPossibile1-06. CIMA DEL REDENTORE - MONTI SIBILLINI

Paolo Caruso mi ha citato in un commento alla serie La lunga notte dei Sibillini, quindi ho deciso di intervenire nella discussione.

Due parole riguardo la vicenda che mi vede protagonista, accusato di grave terrorismo ambientale: nel mese di ottobre ho ricevuto tre verbali per aver introdotto un cane nel parco, nelle stesse aree in cui cani randagi girano indisturbati. Gli accertamenti sono scaturiti da un’importante e lunga indagine, svolta interamente su internet, da cui sono state scaricate foto, filmati e racconti, senza di fatto averne verificato le coordinate spazio-temporali. Peccato non aver mai incontrato personale del Parco o del CFS sul territorio ad informare gli escursionisti. Comunque la questione è all’attenzione di un ricorso che ho presentato, anche al ministero.

Non vorrei porre però l’attenzione sulle mie disavventure personali, ma tornare ai punti salienti della discussione: la segnaletica e la fruizione del parco.

1- La segnaletica del Parco
Ricordo romanticamente i tempi in cui si programmavano le escursioni sui tavoloni di legno nei rifugi, studiando il percorso sulle carte IGM e consultando la letteratura e le guide esperte. Ora con i GPS o un semplice tablet basta vedersi all’attacco del sentiero per dare inizio all’avventura.

Niente di più sbagliato! Il mio consiglio è comunque di avere nello zaino documentazione cartacea e di affidarsi a un professionista della montagna: fatevi sempre accompagnare da bravo avvocato amministrativo – non me ne voglia l’amico Paolo Caruso e portate sempre con voi il codice civile e di procedura penale, oltre all’ultima versione del regolamento del Parco, aggiornato agli ultimi editti emanati.

Il fatto che l’Ente Parco sponsorizzi solo le sue cartine e di fatto sanzioni o metta a rischio l’incolumità di chi non le usa mi sembra una concorrenza sleale per altri editori ed un ricatto commerciale nei confronti dei consumatori/turisti.

Inoltre affidarsi alla segnaletica del Parco risulta arduo perché, ove presenti, i tabelloni informativi sono aperti all’interpretazione dell’escursionista e presentano correzioni a pennarello di dubbia validità. Se è vero che sono stati spesi tutti quei soldi allora sarebbe opportuno sostituire i pannelli quando non più validi in base a nuovi divieti, invece di impegnare un addetto per fare il giro dei tabelloni e ripassare le cancellature con il pennarello, che non mi sembra un’attività conforme e degna di un Parco Nazionale.

Consiglio la visione del sopralluogo che ho realizzato nel Parco nel mese di ottobre, sulla situazione della segnaletica. Ecco il video:


2- La fruizione del Parco
S
icuramente avrete visionato il documentario presente nel canale YOUTUBE del parco, in cui al minuto 5.35 il dr. Perco dichiara che i Monti Sibillini sono fin troppo noti e che nel futuro occorre aumentarne la riservatezza. In una frase è esplicitata la politica alla base della attuale gestione del Parco.

Ecco il video:

Fortunatamente in altri Parchi Naturali nelle regioni vicine, l’indirizzo nella gestione degli equilibri tra tutela ambientale, popolazione locale e turistica ed economia ha virato nella direzione opposta, riconoscendo che la condivisione e la partecipazione tra istituzioni e popolazione possano solo giovare al raggiungimento delle finalità di un Parco Naturale.

Un esempio: sabato scorso (10 gennaio 2015) ero a Subiaco per la conferenza stampa di presentazione di un Trail che attraverserà l’intero territorio del Parco dei Monti Simbruini, riserva naturale più estesa del Lazio, oltre che di grandissimo interesse naturalistico, ricca di animali selvatici (anche l’Orso Marsicano transita per quei boschi) e paesaggi di montagna selvaggia.
Tutti i rappresentati delle istituzioni dal commissario del parco al direttore dell’agenzia per il turismo, dall’assessore regionale all’ambiente al direttore dell’agenzia regionale dei parchi convengono che: “occorre preservare il bene naturalistico affinché il maggior numero di persone lo possa vedere” e che “Non si tratta di sopportare una manifestazione. Il trail è più bello se si fa in un parco ed il parco è più bello se ci si fa il trail”.

Per maggiori info ecco l’articolo: http://www.appenninico.it/?p=859

Quindi è evidente che un “cambio di poltrone” ai vertici di un parco aiuta sempre a ritrovare la rotta, infatti il nuovo Direttore dei Simbruini ha dato l’impulso per avviare una stretta collaborazione sinergica tra istituzioni, associazioni sportive, operatori turistici per aumentare l’interesse nella popolazione per la tutela della risorsa ambientale e naturalistica.

Appena la voce che nel Paese alcune aree protette vengono ancora gestite all’insegna del divieto selvaggio, della repressione o suon di sanzioni a turisti/escursionisti/alpinisti giungerà all’attenzione dell’orecchio giusto, qualcuno telefonerà a Visso per chiedere spiegazioni. Qualcuno presto si renderà conto che la politica di “fatturazione” a discapito delle tasche di turisti che praticano attività eco-sostenibili, in favore di attività di stampo venatorio (come la conta della coturnice con cani da caccia liberi e il prelievo selettivo del cinghiale tramite abbattimento) non rappresenta certo una strategia di tutela ambientale, né tanto meno un alternativa di sviluppo economico per la popolazione. Allora si cambierà rotta!

Siamo grandi e responsabili, non abbiamo certo bisogno dei “giochini” ed “indovinelli” che il Parco dei Sibillini pubblica sulla pagina facebook in nome della pedagogia: l’educazione e la formazione è altro.

Ricordo che l’educazione (intesa come formazione etica delle generazioni) salverà il pianeta, i divieti e la repressione ovviamente no.

L’autore, Luigi Nespeca, con il suo cane-alpinista Melody in marcia sul Monte Autore (Monti Simbruini)
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Fontecchio: ripartiamo dai Parchi?

“Ripartiamo dai parchi” è l’imperativo di chi vuole mettere la natura al centro del Progetto Italia. A Fontecchio (AQ) c’è stato un approfondito confronto sulle aree protette nel nostro Paese e sono stati enunciati sei impegni concreti per rilanciarle.

I parchi nazionali rientrano nella categoria dei Beni Comuni – ha detto Carlo Alberto Pinelli – e come tali la loro gestione non deve sottostare a logiche mercantilistiche. Tra il cittadino e la fruizione-virtuosa delle aree protette è illegale pensare di frapporre il filtro sterilizzante del denaro“.

Parco regionale Velino-Sirente: il Lago della Duchessa
Fontecchio-5773170372_8db73f8605_bMentre il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti dice che “la conservazione della biodiversità sarà uno dei temi dell’agenda del semestre italiano alla Presidenza dell’Unione Europea”, viene dal piccolo centro di Fontecchio (AQ), immerso nel Parco regionale Sirente-Velino, un forte appello al rilancio delle politiche per le aree protette. Il 20 e 21 giugno 2014 le maggiori Associazioni ambientaliste italiane ed i principali attori istituzionali e sociali, insieme a nomi di primo piano dell’ambientalismo, della ricerca e della cultura italiana, si sono confrontati sul presente e sul futuro dei parchi e delle altre aree naturali protette italiane.

Personalmente mi rallegro dell’iniziativa, ma rimango dell’opinione, per quello che può contare, che l’impegno per l’ambiente deve essere globale. Ritengo che dividere artificiosamente il territorio in due parti, una protetta e una sprotetta, abbia alimentato nelle decadi scorse  nella prima la speculazione giustificata da un aumento immediato di valore, nella seconda una speculazione diversa, quasi di diritto, perché per l’italiano un territorio sprotetto è ancora far west.

Ma, al di là di queste considerazioni, ecco il comunicato stampa, a convegno concluso:
Dal dibattito, che ha affrontato numerosi temi tra cui la conservazione della biodiversità, il rapporto con il paesaggio, territorio e beni culturali, la gestione dei conflitti, la dimensione di beni comuni, l’educazione ambientale e la comunicazione, è giunta la conferma che le difficoltà vissute dalle aree protette sono principalmente il frutto di una marginalizzazione culturale e persino di un fraintendimento strumentale, delle loro funzioni essenziali, per non dire delle pressioni indebite che spesso giungono dalla cattiva politica.

Al contrario, quello dei Parchi deve essere un ruolo sempre più centrale, non solo per la conservazione degli ecosistemi e del prezioso capitale naturale da cui dipende il nostro benessere presente e futuro, ma persino per il rilancio più generale del progetto Italia, considerati gli straordinari valori custoditi e rappresentati dalle aree protette e le loro potenzialità in termini di biodiversità, buon uso delle risorse, modelli di sostenibilità, attrattività turistica responsabile, buona economia.

Si tratta del resto di obiettivi pienamente in linea con i grandi temi del dibattito internazionale che non a caso saranno al centro del V° Congresso Mondiale dei Parchi della IUCN (Unione Internazionale della Conservazione della Natura) programmato a Sydney dal 14 al 19 novembre 2014, dal titolo Parks, people, planet: inspiring solutions.

Lago Scanno. Foto: Ivan Gallese
Fontecchio-ivan gallese-lagoscanno

Da Fontecchio – affermano le associazioni Mountain Wilderness, CTS, FAI, Italia Nostra, Lipu-BirdLife Italia, Federazione ProNatura, Touring Club Italiano e WWF Italia che hanno organizzato la due giorni – emergono per Governo e Parlamento richieste per sei preliminari azioni prioritarie:

1. riavviare un confronto realmente approfondito e partecipato sulla proposta di riforma della legge quadro sulle aree protette attualmente in discussione al Senato; riforma che è molto lontana da ciò di cui la nazione ha oggi bisogno e che non aiuta il raggiungimento dei fini costitutivi delle aree naturali protette;

2. assicurare nella prossima Legge di Stabilità le risorse finanziarie e professionali necessarie per una efficace gestione delle nostre aree protette, in particolare quelle marine aumentate di numero con un’ulteriore riduzione di fondi per la gestione ordinaria;

3. vincolare i finanziamenti per le aree protette alle azioni da svolgere per la conservazione della biodiversità e la tutela rigorosa del paesaggio, ed ottenere un’implementazione di tali azioni e un loro attento monitoraggio;

4. convocare la terza Conferenza nazionale sulle aree protette, da troppo tempo attesa;

5. sanare la situazione ormai insostenibile che vede ben 20 parchi nazionali sui 23 esistenti senza consiglio direttivo (alcuni parchi si trovano in questa situazione da oltre 7 anni);

6. adottare, attraverso un processo partecipato aperto a tutti i soggetti interessati alla tutela della biodiversità e del paesaggio, una Carta delle Aree naturali protette che rilanci la missione dei Parchi quale snodo “alto”di un globale progetto di gestione delle risorse naturali e culturali.

Sono richieste che toccano aspetti essenziali per il futuro dei parchi, quali quelli politici, finanziari, programmatici, organizzativi, culturali. Aspetti, che non possono essere più elusi, pena un danno grave al sistema delle aree protette e un inquinamento ulteriore del dibattito intorno ad esse.

Fontecchio-Parco Regionale Sirente Velino


Gli operatori e responsabili degli Enti di gestione dei Parchi hanno evidenziato come le manovre di stabilità della spesa pubblica hanno introdotto procedure che stanno impedendo la loro azione, non consentendo operativamente di fare molte attività istituzionali a cui sono preposti. Gli Enti parco sono Enti pubblici atipici, con caratteristiche e funzioni non paragonabili ad altri, e necessitano quindi interventi che devono essere commisurati e proporzionati alle loro specifiche funzioni.

Le Associazioni sollecitano gli Enti gestori dei parchi e Riserve naturali ad assumere pienamente un ruolo centrale in questo dibattito, riscoprendo il loro compito fondamentale di tutela e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale del Paese. La Natura italiana ha bisogno di competenza, inventiva, capacità decisionale e coraggio. Gli Enti gestori di Parchi e Riserve più di ogni altro soggetto istituzionale devono mettere in campo tali qualità aprendosi al confronto con il mondo esterno, forti dell’interesse costituzionale alla tutela dell’ambiente e della salute loro riconosciuto.

La due giorni di Fontecchio, sostenuta dalla preziosa collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Fontecchio, ha visto la partecipazione di docenti e ricercatori di varie Università italiane, Presidenti, Direttori e personale tecnico degli Enti Parco, rappresentanti nazionali delle maggiori Associazioni ambientaliste e di vari rilevanti portatori di interesse, per concludersi con una sessione speciale dedicata ai parchi dell’Abruzzo.

La situazione nella “Regione dei Parchi” è estremamente problematica a causa di tutta una serie di progettati interventi infrastrutturali (dal Piano di sviluppo sciistico sul Gran Sasso al cosiddetto Protocollo Letta) che minaccerebbero specie ed habitat tutelati, eroderebbero il valore di paesaggi di grande fascino e avvilirebbero il significato stesso dei Parchi. Per la Regione Abruzzo è arrivato il momento di riaffermare con forza la propria vocazione di tutela ambientale come strumento per una corretta valorizzazione del territorio. In tale prospettiva la proposta di candidare l’insieme dei Parchi naturali abruzzesi come monumento del mondo (World Heritage) dell’UNESCO, deve essere tenacemente perseguita.

Le otto associazioni che hanno contribuito all’organizzazione del convegno hanno preso l’impegno di elaborare un documento di sintesi al quale verrà dato il nome di Charta di Fontecchio.

Fontecchio-lupo

postato il 29 giugno 2014

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Parchi nazionali che vanno a Maometto

Le iniziative per trasformare l’ambiente naturale in uno spettacolo da luna park (una volta si diceva “da baraccone”, bisognerebbe ricominciare a usare quest’espressione!) continuano indefesse in tutto il mondo.

Il Glacier Skywalk nel Parco Nazionale di Jasper

skywalk-02_glacier_skywalk_canada_uffstE’ stato appena inaugurato questo incredibile skywalk nel cuore del Parco Nazionale di Jasper, il più grande parco nazionale delle Canadian Rockies, con 10.878 km quadrati di wilderness montana nello stato canadese dell’Alberta. Il parco è stato istituito nel 1907, ed è quello delle meravigliose cascate di Sunwapta e Athabasca. Lo scopo dell’opera è quello di far passeggiare nel vuoto i turisti, regalando emozioni a basso prezzo (tanto paga l’ambiente…).

La piattaforma è un arco di vetro e ferro, si allontana 35 metri dal bordo roccioso, il pavimento è trasparente e permette di osservare la Sunwapta Valley ben 280 metri al di sotto dei propri piedi, oltre naturalmente ai ghiacciai e alle montagne.

Il nome di questo “prodigio architettonico” è Glacier Skywalk, ha richiesto due anni di lavoro per essere costruito e venti milioni di dollari. Inutile dire che l’iniziativa sta registrando un grosso successo di pubblico…

Infatti l’attrazione è ben pubblicizzata, si giunge perfino a dire che l’altezza alla quale si passeggia è maggiore di quattro metri rispetto alla terrazza panoramica che si trova sulla cima della Tour Eiffel.
Il pubblico estremamente emozionato sullo skywalkskywalk-05_glacier_skywalk_canada_uffstUna bella immagine del Parco Nazionale di Jasper

skywalk-JasperNationalPark1

Il filmino pubblicitario

postato il 20 maggio 2014