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Marco Pedrini

Marco Pedrini

Ci mette un po’ il trenino a partire… ma quando parte, allora va forte davvero!
Marco Pedrini, detto il Pedro, ci stava facendo assaggiare i biscottini che gli faceva la nonna, ma che lui correggeva di nascosto e prima della cottura con foglioline sminuzzate di marjuana secca…

Eravamo a Finale Ligure, e quella notte fu tra le più movimentate che io mi ricordi: di dormire non se ne parlò neppure, ma alla mattina eravamo tutti pronti a scalare nell’ambito del convegno che la Cassin aveva organizzato per la promozione dei propri articoli d’arrampicata. Il treno non solo era partito, non accennava a fermarsi più!

MarcoPedrini

Il ricordo di quella notte brava, con gente come Pedrini, Ballerini e Anghileri, non deve far pensare male. Non è che fosse sempre così, a quei tempi, cioè prima caricarsi per bene di vino “nostralino” e poi salire sui treni “svizzeri” e scorrazzare di notte: c’era molta più serietà di quanto questo mio incipit farebbe pensare. Ma quella notte si esagerò, specialmente quando, dopo aver importunato Augusto Azzoni e Alessandra Gaffuri in una grotta, si scese da Perti alle tre di mattina con la mercedes dell’Aldino Anghileri e sul tetto c’erano sdraiati il Pedro e il Ballera che si tenevano ai mancorrenti. Giunti alla fine della discesa, sulla strada che unisce Calice a Finalborgo, ci si fermò: ma non perché fosse pericoloso, bensì perché si temeva che qualcuno dell’ordine pubblico notasse l’anomalia. Perciò, invece di scendere e di entrare nell’abitacolo, i due andarono a lato della strada nel torrente, si procurarono aiutati da me e dal Red (Roberto Crotta) un discreto fascio di canne (Arundo donax e Phragmites  communis) e risalirono sul tetto dell’auto. Red e io li coprimmo per bene, per giungere poi così mimetizzati in pieno centro a Finale tre le nostre risate più ebeti.

Marco, nato a Lugano nel 1958, aveva incominciato a fare alpinismo nel 1976, a 18 anni: “avevo una forte attrazione per gli sport rischiosi e le altre attrazioni forti”. Nel 1978 entra nel gruppo di arrampicatori Scoiattoli dei Denti della Vecchia del Ticino, sempre in quell’anno ottiene il brevetto di Guida alpina Svizzera. Nel 1980 apre una via nuova allo Stetind, in Norvegia, oltre a ripetere in 14 ore e in libera la via inglese al Trollryggen. Già da subito si vede la sua tendenza all’innovazione, tra una nuova via e una prima in arrampicata libera: farà parlare di sé per vie aperte dall’alto e per spit messi dove nessuno voleva.

Ho provato a fare l’elenco (che qui allego, certamente incompleto) delle sue salite più importanti, divise tra Yosemite, Patagonia, Monte Bianco e i monti di casa sua.

Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, Monte Cucco, Finale Ligure, 7 ottobre 1984
Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, M. Cucco. Finale Ligure. 7.10.1984

I suoi capolavori sono la seconda ascensione invernale (1981) della parete nord-est del Pizzo Badile, via Cassin, e prima in stile alpino. Suoi compagni sono Danilo Gianinazzi e Michel Piola, in tre giorni di epica scalata raggiungono il bivacco sommitale. Dopo il primo giorno gli svizzeri sono già a metà parete. Poi il tempo cambia trasformando la scalata in una corsa verso la vetta e la salvezza, essendo la ritirata molto più pericolosa e problematica.

L’11 luglio 1982 con Claudio Cameroni realizza la prima rotpunkt del Pilastro Bonatti del Petit Dru. Dal 17 al 19 luglio 1959 gli austriaci H. Jesacher e C. Madreiter avevano aperto una variante per evitare a sinistra il famoso pendolo di Walter Bonatti, salendo in artificiale una sottile fessura di 50 m che in seguito diventò il percorso seguito da tutti i ripetitori (la fissure des Autrichiens). Pedrini per la sua libera del pilastro preferisce un diedro di 7a a destra di questa fessura, confermando la sua grande capacità d’intuizione.

Marco Pedrini fa un volo volontario su Stravolgimento progressivo, Monte Cucco, Finale Ligure, 7 ottobre 1984
Marco Pedrini su Stravolgimento progressivo, Volo voluto. M. Cucco. Finale Ligure. 7.10.1984

Dopo le realizzazioni in Valle dell’Orco, nel 1985 Marco va in Val di Mello: è nel periodo più fecondo della sua breve ma smagliante carriera. Sullo strapiombo del Tempio dell’Eden piazza qualche spit e senza aggiungere altro si incastra nella strapiombantissima fessura della Signora del Tampax, un 7c o IX grado che sarà ripetuto solo dopo qualche anno da Tarcisio Fazzini e più avanti verrà valutato anche 8a, quindi uno dei primi in Europa, senz’altro il primo in fessura.
Pedrini e Roberto Bassi salgono poi Bodenshaff al Precipizio in arrampicata libera, con difficoltà di 6c/7a al posto dell’A3 originale su grossi cunei di legno.

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Sulla grandezza di Marco la dice lunga anche l’elenco dei suoi compagni di cordata: Marco Ballerini, Marco Preti, Patrick Bérhault, Jacky Godoffe, Roberto Bassi, Michel Piola, Romolo Nottaris, tutti nomi tra i più grandi degli anni ’80 e non solo.

Ma è il 26 novembre 1985 che Pedrini realizza il suo grande capolavoro: al Cerro Torre, la prima solitaria della via del compressore, documentata in un filmato con riprese mozzafiato intitolato Cumbre, con le riprese e la regia di Fulvio Mariani. I due, per le riprese, salirono ancora due volte il Cerro Torre, proprio fino in vetta. Marco Pedrini è certamente l’unico uomo al mondo ad aver salito il Cerro Torre tre volte in una sola settimana.

Diplomato in ginnastica e sport, divenne anche maestro di sci e pensava di fare la guida alpina. La sua filosofia, per quanto potei capire nelle abbastanza numerose uscite a Finale e all’Antimedale che feci con lui, era di vivere e lasciar vivere, assaporare il presente, senza fare progetti a lungo termine. Me lo ricordo provare la libera, senza neppure imprecare, sul duro strapiombo di Rock Stupid, a Rocca di Perti (terza ascensione, 8 dicembre 1983): perché era ambizioso, ovviamente, e voleva riuscire con determinazione.

L’avevo conosciuto la mattina del 6 dicembre 1983, prima di salire il Sass de Trolgia per la via Casarotto, assieme a Fulvio Mariani e Romolo Nottaris. Anche se quella volta non arrampicò, come invece faceva di solito, con il walkman e i Pink Floyd a manetta a me sembrò comunque una forza della natura.

Il ragazzo era perso dietro ai suoi sogni e alle ragazze bionde, non aveva alcuna opinione politica, si alzava tardi al mattino, tanto da aver attaccato una volta la Bonatti al Grand Capucin alle due del pomeriggio. Quanto amava i tetti e le fessure strapiombanti, meglio se già attrezzate, tanto odiava l’obbligo delle cinture in auto, le lunghe marce d’approccio, l’eccesso di magnesite sugli appigli e far la coda prima di arrampicare.

Una volta mi disse che per lui l’alpinismo moderno era giusto che dovesse essere considerato uno sport come un altro, ben lungi soprattutto dalla mentalità eroica che spingeva a diventare superuomini, “o vincitori o cadaveri”.

Marco Pedrini sulla via Casarotto del Sass de Trolgia (Canton Ticino), 6 dicembre 1983)
Sass de Trolgia (Canton Ticino), via Casarotto (6.12.1983), Marco Pedrini

Il futuro lo vedo senza mezzi artificiali, neanche le scarpette e men che meno il carbonato di magnesio, per non parlare della corda e dei chiodi. Faremo delle solitarie integrali e scalzi… – diceva. Pedrini ha rinunciato a far parte della spedizione ticinese all’Everest perché gli sarebbe costato 12.000 franchi svizzeri.

Gli piaceva la danza jazz ma anche buttarsi giù dai ponti con l’elastico, arrampicarsi sui muri degli edifici (del tutto proibito in Svizzera, dunque allettante). Si allenava con regolarità ma senza fanatismo, preferendo di sicuro i coni gelato alle ferree diete. Indimenticabili sono i film dei quali è protagonista: Cerro Torre Cumbre (1985) di Fulvio Mariani e Orizzonte Avventure: Marco Pedrini un talento in verticale di Gianluigi Quarti.

La notizia della sua morte sul Petit Dru il 16 agosto 1986 (in discesa dalla Diretta Americana, dopo la salita in solitaria) mi colpì come una fucilata, uno sfregio su un corpo già all’eccesso ricoperto di cicatrici ma che ha sempre rifiutato di farci l’abitudine.

Marco Pedrini sulla via Maestri 1970 del Cerro Torre per girare il film Cerro Torre Cumbre. Foto: Fulvio Mariani.
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In ricordo di Marco Pedrini ci sarà una grande serata a Lecco (15 giugno 2016). Sarà emozionante.
Marco Pedrini-Locandina_A3_LuganoHQ_OK da vedere

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Patagonia 2016

Patagonia 2016
di Matteo Della Bordella
(già pubblicato su http://ragnilecco.com/patagonia-2016/, il 7 aprile 2016)

A volte i sogni più belli si realizzano quando meno te lo aspetti…
Ma la statistica parla chiaro: ogni tre anni che vado in Patagonia, il terzo è un anno eccezionale in cui arrivano risultati tanto sognati quanto ormai inaspettati! Fu così tre anni fa con la Torre Egger ed è stato così quest’anno con la parete est del Fitz Roy.
La cosa bella di questo trend e che credendo nei propri sogni e progetti e provandoci con passione e testardaggine ho ormai imparato che i risultati arrivano, la cosa brutta è che andando avanti per questa strada i prossimi due anni che andò in Patagonia, non raggiungerò i miei obiettivi… ( E i prossimi obiettivi come sempre saranno molto ambiziosi…).

Il gruppo del Fitz Roy
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Quest’anno l’idea di riprovare la Est del Fitz nasce quasi per caso, fino a un paio di mesi prima riprovare a salire questa via non era nemmeno una cosa programmata.
Dentro di me avevo sempre una gran voglia di salirla, ma non me la sentivo più di organizzare una spedizione e dedicare un’intera stagione patagonica solo ed esclusivamente a questo obiettivo, come avevo fatto l’anno passato.
Poi succede che il mio amico David Bacci decide di andare in Patagonia due mesi e mezzo ed è alla ricerca di soci.
Io sono d’accordo per il mese di febbraio per scalare insieme a Silvan Schüpbach e non mi ricordo se sono io a dirlo o è David ma qualcuno salta fuori con un “Beh, a gennaio potremmo fare qualcosa insieme però…”.
Detto e fatto, prenoto anch’io il mio biglietto per il 9 di gennaio. Fare qualcosa insieme, sì… ma cosa?
E qui è proprio David a lanciare la proposta “Ma scusa, se il tempo è bello non vorresti tornare a riprovare la via dei Ragni al Fitz?”.
Quando sento le sue parole mi brillano gli occhi… con me va a sfondare una porta aperta…

Visto che della salita si è già detto e scritto parecchio sia su internet che su articoli che usciranno prossimamente su giornali cartacei, in questo post vorrei riassumere con qualche foto i ricordi e le emozioni più importanti.

La parete Est del Fitz Roy, 1300 metri dalla base alla cima, con la via tracciata da Casimiro Ferrari e Vittorio Meles nel 1976. Una linea, che a quarant’anni di distanza, resta a mio avviso, la più bella, elegante e difficile che ci sia su questa montagna. Foto Silvan Schüpbach.
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Il gruppo dei Ragni di Lecco nel 1976. In alto da sinistra a destra Casimiro Ferrari (capo spedizione), Gianni Stefanoni, Guerino Cariboni, Gianni Arrigoni, Gianluigi Lanfranchi, Floriano Castelnuovo. In Basso, da sinistra a destra: Amabile Valsecchi, Franco Baravalle (medico), Giacomo Pattarini, Vittorio Meles.
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Parete est del Fitz Roy, via dei Ragni, 1976
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Per la terza volta mi ritrovo sotto a questo mostro. Come le altre volte mi sento piccolo e fragile davanti a tanta imponenza, ma la motivazione e la voglia di dare il massimo sono più alte che mai. David supera la terminale con le prime luci dell’alba.
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Sulle perfette fessure dei primi entusiasmanti tiri della via… Essendo la terza volta che li scalo e grazie alle condizioni perfette, riesco a “mettere il turbo”, la scalata è semplicemente fantastica e pienamente nel mio stile. Foto David Bacci.
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Primo bivacco in parete, siamo sopresi da un’inattesa nevicata e ci svegliamo completamente fradici nei nostri sacchi a pelo.
“Non ho mai pensato, nemmeno per un momento a una possibile ritirata”, David mi confesserà una volta raggiunta la vetta. Foto David Bacci.
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Momenti di scalata sulla via dei Ragni al Fitz…una foto che vale più di mille parole! Foto David Bacci.
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“El que crè crea” (Colui che crede, crea). Stretta di mano in cima al Fitz Roy, dopo una grande avventura insieme!
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La mitica “hamburguesa completa” del Porter. David Bacci è riuscito a mangiarne due (offerte da me visto che avevo scommesso che non ce l’avrebbe fatta…)
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Il momento più brutto di questa spedizione. La perdita del “gordo” Inaki Coussirat, grande alpinista, grande persona. Il tuo entusiasmo, il tuo sorriso e la tua energia vitale mi mancheranno, amico (Inaki Coussirat è stato vittima di un fatale incidente sul Fitz Roy il 21 gennaio 2015, NdR).
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Il gruppo del Cerro Torre all’alba visto dalla cima del Fitz Roy, non sono un romanticone, ma questa era davvero una vista da mozzare il fiato. Foto: David Bacci sostiene sia sua, ma in realtà ne abbiamo fatte sia io che lui con diverse macchine fotografiche…
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Con l’amico Silvan Schüpbach arriva il momento di provare a scalare anche il Cerro Torre per lo spigolo sud-est. Una montagna leggendaria e mitica, che tuttavia nelle mie precedenti 5 spedizioni in Patagonia non avevo mai avuto l’onore di attaccare.

Sulla headwall del Cerro Torre. Un muro di roccia (marcia), verticale e uniforme, con qualche fungo di neve sopra la testa. Dopo averne sentito tanto parlare, aver letto libri e visto film, ti ritrovi in quest’ambiente surreale, dove ogni metro va guadagnato e non ci sono né fessure né chiodi ad indicarti la strada… Foto: Silvan Schüpbach.
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Il mitico compressore di Cesare Maestri, un po’ spoglio, ma sempre in ottima forma!
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Con Silvan in cima al Cerro Torre per una salita “by fair means” dello spigolo sud-est. Era uno dei due modi con cui avrei voluto salire questa mitica montagna (l’altro è dalla parete nord), una linea logica e pura su una montagna leggendaria. Una bella salita, impegnativa e di soddisfazione, anche se sia dal punto di vista psicologico che tecnico, a mio avviso si posiziona a un livello di difficoltà inferiore rispetto alla via dei Ragni sulla Est del Fitz.
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Io e Silvan sulla headwall del Cerro Torre. Due foto scattate da Elio Orlandi, dal paese di El Chalten, che rendono l’idea di quanto siano grandi queste montagne.
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Patagonia 2016, una stagione incredibile. Ma ora è già tempo di guardare ai nuovi progetti per l’estate, ne vedremo delle belle…
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Yvon Chouinard pescatore in Valtellina

Yvon Chouinard pescatore in Valtellina
di Valter Bianchini

Introduzione
di Giuseppe Popi Miotti

Recentemente c’è stata parecchia maretta in merito a questioni ambientali e “culturali” tipo eliski, funivia del monte Bianco, reality alpini e altro. La violenza di alcuni commenti fa trapelare un disagio palese e sembra voler mascherare la mancanza di validi argomenti, a sostegno delle proprie idee.

E’ stato anche piuttosto penoso veder nascere il balletto di chi ha fatto o non ha fatto cosa, di chi fa la guida e chi no, di chi è da considerarsi un grande alpinista e chi no, di chi si batte contro la TAV e chi no… Tutti hanno fatto sbagli, ma c’è stato chi, forse anche rendendosi conto degli errori commessi, ha provato a cambiare, ha provato a indicare nuove strade. In alcuni casi per mostrare pubblicamente il cambio di passo si sono scelte manifestazioni eclatanti, forse fin troppo; ma se si è piccoli è a volte opportuno fare più chiasso della norma.

Yvon Chouinard sul Diamond Couloir al Mount Kenya, passo chiave
Chouinard Diamond Couloir al Mount Kenya, passo chiave

Saltando qua è là per i vari blog, ciò che mi ha stupito di più è la posizione di alcuni che sembrano giustificare quelli che io chiamo “spadroneggiamenti” sull’ambiente, col fatto che in confronto a tragedie ben più gravi, vedi la fame, l’inquinamento globale e quasi istituzionalizzato, il dramma del lavoro minorile, del traffico di organi e di esseri umani, la TAV, in fin dei conti si tratta di episodi marginali.

Chiunque abbia un minimo di coscienza etica vive con disagio queste questioni anche se apparentemente di scarsa importanza. Io stesso molte volte mi sono posto il quesito: spit sì o spit no? scrivere o non scrivere di questo o quel luogo ancora sconosciuto? esprimermi a favore o contro questa o quella iniziativa? Non nascondo neppure che a volte sono stato seriamente tentato di commettere qualche “strappo alla regola” e che più che la volontà me lo ha impedito il caso.

Evidentemente la montagna moderna ha bisogno del turismo e alla luce di questa considerazione non mi sono mai definito un ecologista puro e duro perché sapevo che il mio pane quotidiano derivava anche da trasformazioni del territorio più o meno profonde e dalla necessità di farne a volte merce da esporre.

Detto questo ho sempre cercato di muovermi in punta di piedi e possibilmente con coerenza: non potevo e non posso far nulla contro gli impianti di sci esistenti, ma potevo e posso dissentire con quelli in progetto, lo stesso dicasi per le captazioni idroelettriche o per altre opere e iniziative chiaramente speculative. In nome del detto che il fuoco si combatte col fuoco ho proposto un assennato “restauro” delle vie classiche più frequentate con spit alle soste e nei punti improteggibili con nut e friend anche allo scopo difenderle da qualche super dura super direttissima che a forza di spit si potrebbe sovrapporre ad esse facendole dimenticare.

Pur rendendomi conto delle contraddizioni e della deriva non ho mai smesso di oppormi pubblicamente e ho fatto udire la mia voce in tutti i modi possibili. Perché l’ho fatto? Un po’ perché mi sono accorto che sebbene apparentemente vani, i miei continui interventi hanno portato qualche impercettibile risultato ma, soprattutto, perché restasse traccia di un dissenso.

Yvon Chouinard su Luna Nascente, Val di Mello. 1 giugno 1980
Yvon Chouinard su Luna Nascente, Val di Mello.

Ecco perché ho ripetutamente detto e scritto che chi trae beneficio dal turismo montano dovrebbe anche essere un elemento decisivo per molte scelte fatte sul territorio e dovrebbe anche aiutare a pilotare una sua evoluzione, la meno invasiva e distruttiva possibile. Si tratta quindi anche di un impegno profondamente culturale, diversamente, ma non meno faticoso di quello richiesto da un’ascensione.

Credo che tutti noi possiamo fare la nostra minuscola parte rinunciando se possibile a manifestazioni muscolari e spettacolari che magari portano anche poco in termini economici; penso ad esempio che si potrebbe rinunciare a una forma di turismo come l’eliski proprio per non gravare ulteriormente su un ambiente che in alcune zone è già assalito dagli impianti.

E’ strano come alcuni difensori di questa attività siano poi coloro che propongono una rete sentieristica senza segnaletica per conservare il terreno d’avventura o per lo stesso motivo, con in più quello della “protezione della storicità”, si oppongono alla spittatura delle soste su vie di grande percorrenza.

E’ strano come si dica che l’eliski è meglio degli impianti e poi però, in netta contraddizione, si benedicano anche questi ultimi: vedi affermazioni di Cesare Cesa Bianchi. E’ strano che qualcuno esalti Yvon Chouinard per poi contraddirsi subito dopo scagliandosi contro chi si comporta esattamente come il padre di Patagonia: sappiamo tutti di essere in contraddizione, di avere il SUV, di sprecare carburante, di eccedere nei consumi, ma per fortuna c’è chi, come Chouinard, prova con i mezzi che ha a non abbandonarsi nel flusso che ci trascina indicando acque più percorribili senza lagnarsi troppo dei passeggeri ignari che allegramente proseguono la “crociera” o di quelli che addirittura continuano a pagaiare in favore di corrente.

L’articolo che segue è stato scritto dall’amico Valter Bianchini: un pescatore!!!

 


Yvon Chouinard, capitalista controvoglia per salvare il pianeta
di Valter Bianchini

Non si scappa, l’età adulta è il momento della disillusione. Cominci ad accorgerti che molte tra le ricche star che si battono contro la fame nel Mondo, a metà mattina stringono la mano al Dalai Lama e poi se ne vanno su un jet privato, molte ONG spendono più denaro per marketing e autoproduzione che non per salvare persone, e l’impegno nelle energie rinnovabili serve a società multimilionarie per comprare certificati verdi che gli consentiranno poi di fare business in settori molto remunerativi.

YvonChouinardPescatore-002 doppia

Nonostante tutto continuiamo ad avere bisogno di credere nei sogni e di personaggi che li rappresentino. E quando uno dei miti del capitalismo responsabile più osannati a livello mondiale viene a pescare in Valtellina, beh questa è un’occasione da non perdere.

Avevo letto la sua autobiografia Let my people go surfing qualche anno fa e ne ero rimasto affascinato, ma mai avrei potuto immaginare che un giorno mi ci sarei trovato a tu per tu.

Chouinard su ghiaccio
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La persona che scende dal fuoristrada di Mauro Mazzo – suo amico e compagno di pesca – è Yvon Chouinard: alpinista e arrampicatore di fama mondiale, pescatore, kayaker, surfista ma non solo. Quest’uomo tutto fare di origini franco-canadesi, trasferitosi in California con la famiglia nel 1947 all’età di nove anni, è anche, assieme alla moglie, il fondatore e proprietario di Patagonia, l’azienda che la prestigiosa rivista di business globali Fortune ha definito la più cool del pianeta. Di bassa statura e fisico robusto, 76 anni ma non li dimostra, abbronzato e abbigliamento casual “molto usato”, colpisce da subito per la sua cordialità e straordinaria semplicità, non ricorda affatto il classico yankee un po’ spaccone dell’immaginario collettivo, si potrebbe al più scambiarlo per un simpatico nonno come ne incontri tanti a passeggio. Chouinard è appena reduce dalla traversata atlantica ma non vede l’ora di andare a pescare, dice che si riposerà in questo modo. Nell’atrio della nostra sede si imbatte nelle fotografie appese al muro della buonanima dell’Andrea Della Bosca con la canna in bamboo in spalla e, indicandola, esclama: “Usava la tenkara!“. Che poi guarda caso è l’antichissima tecnica di pesca a mosca alla quale ha dedicato il suo ultimo libro e che consisteva nell’utilizzare esclusivamente una canna senza mulinello e una lenza in crine di cavallo a cui legare le moschette.

Commenta stupito anche le immagini delle enormi trote lacustri che risalivano l’Adda dal lago di Como. Gli dico che tanti anni fa la costruzione di una diga ha rotto quell’incantesimo. Una delle tante “dannate dighe” – come le definisce lui che ci ha speso una vita contro – fino al punto di investire una montagna di dollari in una campagna di opinione che alla fine ha costretto il suo governo a buttarne giù una, la grande Edwards Dam, consentendo in tal modo la rinascita del fiume e il ritorno dei salmoni.

Ma anche spenderne altrettanti per produrre il recente bellissimo documentario DamNation, che denuncia l’antieconomicità di strutture siffatte a fronte dei gravi danni ambientali causati.

Eh sì, perché quando gli dico che in Valtellina, di dighe, ne abbiamo sopra le nostre teste cinquantotto, lui sorride amaramente e per nulla stupito mi informa che negli Stati Uniti, escluse quelle minori, loro ne hanno 80 mila di cui ormai migliaia in disuso. Chouinard si fermerà una settimana in Italia, pescando e lavorando, perché da quando è in affari metà del suo tempo lo dedica agli sport che ama, l’altra metà incontrando i suoi manager in giro per il mondo. Non è che la cosa lo entusiasmi granché, infatti è nota la sua filosofia in proposito, la chiama “gestire in assenza”, che poi sta a significare che lui se ne va in giro anche per mesi testando di persona i suoi prodotti e i suoi dipendenti devono sapersela cavare. In piccola parte conosce già la Valtellina per aver arrampicato in Val di Mello negli anni ‘70 con Alessandro Gogna: “Io ero spericolato, ma lui lo era ancora di più” ebbe a confidare a Mauro. E proprio grazie a lui da qualche anno ha scoperto che nel nord Italia non ci sono solo pareti da scalare, ma anche fiumi per pescare.

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Nel suo ultimo libro ammette di non averlo mai ritenuto possibile. Abituato a rifugiarsi nei grandi spazi incontaminati che restano a questo mondo, dal Nord America alla Terra del Fuoco, non si sarebbe mai immaginato che nell’Adda, ferita da arginature artificiali, briglie e traverse, stretta nella morsa di una edificazione spesso insensata, vi potessero essere trote e temoli di dimensioni anche ragguardevoli. Adesso che lo sa, quando viene in Europa e il tempo glielo consente, fa un salto in Valtellina dove ha scoperto anche il valore aggiunto di pizzoccheri, polenta e bresaola, e in più delle nostre cantine che dalle sue parti, nella Napa Valley, così belle se le sognano. Insieme sul fiume la domenica mattina osservo: “Yvon, oggi ci sono tanti pescatori“. Mi risponde: “Perché, non si lavora in Italia il lunedì?“. Chouinard è così, ho la conferma di quel che dicono di lui, è proprio un uomo libero di testa. Non porta orologio, non ha lo smartphone, quando è in giro per il mondo a rassicurare la moglie a casa ci devono pensare i compagni di viaggio.

Che sia anche un pescatore “vero” ci vuole poco a capirlo. Giubbetto superusato e scarponi consumati rendono l’idea di uno che pesca appena può, cioè molto. Capisci al volo che non lo devi disturbare più di tanto perché pesca con determinazione, senza dire una parola che non sia la richiesta di un consiglio all’amico sulla ninfa da usare o un breve commento. Non si siede a riposare, non si perde in chiacchiere tanto per far passare il tempo. Penseresti che uno così, che gira il mondo inseguendo i più bei pesci che esistano, in fondo si potrebbe permettere di prendere la pesca alla trota o al temolo con una certa sufficienza, magari in attesa che venga l’ora della cena che si gode nella solita ottima trattoria tra i vigneti del tiranese confuso tra gli altri avventori. Invece no, lo vedi fare smorfie di disappunto anche quando perde pesci di modeste dimensioni.

Yvon Chouinard con la moglie Malinda e il figlio Fletcher nel 1975. Sullo sfondo la parete del Capitan (Foto Patagonia)
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La percezione del rischio dei grandi alpinisti è un po’ diversa da quella dei comuni mortali e Chouinard è famoso anche per la sua freddezza nelle situazioni difficili. Non smentisce questa fama quando si immerge nella corrente forte di un sottoriva per liberare la lenza e lì ci resta, impassibile, come se avesse i piedi piombati, fin quando non ci riesce. Mentre io lo guardo allibito e preoccupato. Mauro scuote la testa e mi dice che non si può nemmeno invitarlo alla prudenza se no si incavola, deve sentirsi libero di fare ciò che vuole. Quella libertà che è la prima regola anche al suo quartier generale a Ventura, California: se c’è l’onda giusta i dipendenti vanno a fare surf in orario d’ufficio. Se la “sua gente” è libera lavorerà meglio e sarà stimolata a raggiungere gli obiettivi.

Yvon ha sempre vissuto con grande semplicità mirando solo alla sostanza. Come le sue idee, e la sua azienda fondata sull’innovazione e l’alta qualità dei prodotti, la prima in materia di business ecocompatibile, che vanta oggi un fatturato di 320 milioni di dollari: «Sono un imprenditore da quasi cinquantanni. Mi riesce difficile pronunciare queste parole, come per qualcuno ammettere di essere un alcolista o un avvocato. Non ho mai stimato questa professione“. Esordisce così in Let My People Go Surfing. Invece, suo malgrado, è diventato proprio un grande imprenditore. Nonostante gli affari, Chouinard ha speso gran parte della vita nella natura: “Io non ho mai comprato una tenda fino a 40 anni, potrei sempre trovare una grotta, o un albero, o stare fuori al vento” rispose a un amico di spedizione stupito di quanto poco portasse con sé.

Da giovane imparò a conoscere la montagna addestrando falchi: lui e i suoi amici la scendevano con le corde per raggiungere i nidi. Poi cominciarono a divertirsi nel risalirla e nel giro di qualche anno divenne uno dei protagonisti dell’età dell’oro delle scalate nella Yosemite Valley.

Ai tempi capitava che sparisse dalla circolazione e i suoi familiari non sapessero dove si fosse cacciato. Lo capirono il giorno in cui una troupe televisiva inquadrò dall’elicottero l’impressionante parete verticale di El Capitan, dove lui se ne stava appollaiato in un’amaca. A fine anni ’50 imparò il mestiere di fabbro e iniziò con il forgiarsi da solo i chiodi da arrampicata, li caricava in auto e li vendeva alla base delle pareti rocciose. La sua attrezzatura ebbe presto successo, grazie alla qualità dell’acciaio, tanto che nel 1964 fondò con un amico la società Chouinard Equipment, che divenne il più grande venditore di materiale da scalata degli Stati Uniti. Però i due ben presto si resero conto che quel tipo di chiodi rovinava la roccia.

L’officina negozio di Chouinard a Ventura (CA) nel 1966 (Foto di Tom Frost)
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All’inizio degli anni ‘70 – ricorda Chouinard nei suoi scritti – decidemmo quindi di sospendere la produzione per proporre, due anni dopo, attrezzature per l’arrampicata pulita, che si mettono e tolgono semplicemente con le mani senza danneggiare le pareti, con la volontà di rispettare l’integrità della roccia“. Ancora oggi questo tipo di materiale è all’avanguardia. Le stesse idee di ecologia hanno poi spinto Chouinard, all’età di 35 anni, a fondare Patagonia, allargando gli affari alla produzione di vestiario ecocompatibile per l’outdoor tramite l’utilizzo del cotone organico e delle fibre ricavate dalle bottiglie di plastica usate. Una vera scommessa, perché i capi così prodotti costano di più ma il mercato lo ha premiato decretando il successo del marchio. La cosa incredibile è che quando iniziò insieme ai suoi collaboratori – nessuno dei quali aveva una benché minima infarinatura di economia – non volevano fare soldi ma solo divertirsi inventandosi giorno per giorno il lavoro che più li appassionava. E che sia un capitalista molto sui generis a capo di una grande azienda dalla filosofia altrettanto originale, lo testimoniano anche le scarsissime campagne pubblicitarie che non invitano certo all’acquisto. Quante aziende avrebbero il coraggio di scrivere sul proprio catalogo: «Più sai, meno attrezzatura ti serve» oppure la frase di Henry David Thoreau «Diffida delle imprese che richiedono vestiti nuovi». Solo furbizie del marketing, dirà qualcuno, ma così non pare proprio. L’azienda, che per precisa scelta non è quotata in borsa, devolve non meno dell’1% del fatturato annuo a progetti ambientali, quasi 7 milioni di dollari nel solo anno fiscale 2014.

In Valtellina, Yvon Chouinard e Valter Bianchini, presidente UPS (Unione Pesca Sondrio). Foto: Adamo Corvi
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Da un’iniziativa di Chouinard è nata anche For the Planet, un’associazione di imprese che sovvenzionano organizzazioni ambientali in tutto il mondo, comprano foreste per sottrarle al disboscamento, grandi aree per proteggervi gli animali e campagne a difesa delle specie in pericolo.

Per me – dice – la soluzione ai problemi della Terra è semplice: dobbiamo fare qualcosa, se non possiamo farlo direttamente, dobbiamo mettere mano al portafoglio. Il momento più traumatico è quando si firma il primo assegno, ma sapete una cosa? Il giorno seguente le cose vanno avanti: il telefono continua a squillare, il mangiare è in tavola e il mondo è un po’ migliore“.

Infatti Chouinard dichiara ai quattro venti che Patagonia esiste per fare qualcosa di buono, per fare soldi e darli a chi lavora per salvare il pianeta, per dimostrare che anche il business può essere fatto in modo corretto. E lui vuole che si sappia: “Sono in affari solo per salvare la Terra. Sarà il sistema intero a fare bancarotta se non diventerà verde». Ecco, magari ne nascesse uno così in Italia, anche solo per sbaglio.

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Let my people go surfing

Per anni Yvon Chouinard ha tenuto quasi soltanto per sé il suo modo di agire coscienzioso e sostenibile verso le risorse umane e verso le risorse della natura. Adesso i suoi passi vengono seguiti da mega-aziende come Walmart, Levi Strauss e Nike.

Il fondatore di Patagonia è il più improbabile dei guru del business d’America
di Seth Stevenson (da The Wall Street Journal, 26 aprile 2012)
Traduzione di Luca Calvi

Un paio d’anni fa Yvon Chouinard, fondatore del marchio di abbigliamento per l’outdoor Patagonia, andò a tenere una conferenza a Vancouver in occasione di un meeting dedicato alla pesca sostenibile, al quale era stato invitato in virtù del suo impegno di lunga data nei confronti delle questioni ambientali e per la reputazione della sua azienda, nota per riuscire a trarre abbondanti profitti e per riuscire nello stesso tempo a minimizzare l’impatto ecologico. Chouinard andò e presentò la sua pappardella, ma se ne tornò a casa frustrato dalla sorprendente ignoranza del pubblico partecipante. “Non sapevano nemmeno cosa stessero facendo – racconta parlando degli imprenditori ittici – non avevano nemmeno un’idea su cosa fossero tossine o catture accidentali. Ben presto, invece, tutti i loro clienti vorranno sapere tutto al riguardo. Saranno gli stessi ristoranti a volerne venire a conoscenza!“.

Tom Frost, Royal Robbins, Chuck Pratt e Yvon Chouinard in vetta al Capitan dopo la prima ascensione di North America Wall, 1964
Frost, Robbins, Chuck Pratt and Chouinard at the completion of the first ascent of the North America Wall on El Capitan in 1964.

Così, nonostante un background pari a zero nell’industria del cibo, Chouinard decide di lanciare la propria azienda di pesca al salmone. La Patagonia Provisions, che ha fatto il proprio debutto agli inizi di aprile, vende confezioni di tranci di salmone ($12.50 per due once) vicino a giacche antipioggia, pantaloni da escursionismo e magliette di cotone biologico. Il salmone viene pescato nel fiume Skeena, nella Columbia Britannica, usando attrezzature tradizionali che l’azienda descrive come “le ruote da pesca e guadini dei tempi dei Padri Fondatori”. A tutt’oggi Chouinard ha messo dentro qualcosa come 1.3 milioni di dollari in questo curioso esperimento e ancora non ha la certezza di quando quei soldi gli rientreranno. “E’ più forte di me! – dice  – voglio solo far vedere all’industria ittica come si possa fare“.

L’idealismo, l’ambizione, la fiducia in se stessi e l’orgoglio fenomenale che sta alla base di questa scappatella con i salmoni sono tutti tratti caratteristici dello stile di Chouinard dirigente d’azienda. Il suo modo di guidare un’azienda si avvicina di più, probabilmente, ad una sorta di arte della performance — occuparsi meno dei profitti e più di tracciare una via per gli imprenditori del futuro. “Non avrei nemmeno mai voluto mettermi in affari – dice – ma rimango legato a Patagonia perché è quella mia risorsa che mi dà la possibilità di fare qualcosa di buono. E’ un modo per dimostrare che le aziende possono vivere con coscienza“.

Yvon Chouinard su Stella Marina, val di Mello, 31 maggio 1980
Yvon Chouinard su Stella Marina, 31.05.1980, val di Mello.

Quella mission è già ampiamente operativa. Il nuovo libro di Chouinard The responsible company (l’Azienda Responsabile), pubblicato questo mese, offre dettagliatissime liste di controllo per poter far soldi senza procurare inutili danni alla società. In questi giorni perfino le mega-aziende gli stanno rivolgendo attenzione. Chouinard è entrato in partnership con Walmart, davvero una strana coppia improbabile come mai si è vista in termini di volumi (il fatturato di Walmart supera di circa 800 volte quello di Patagonia) e di clientela, per consigliare il gigante del dettaglio su come ridurre gli imballaggi e l’uso di acqua nella propria filiera di distribuzione. Le due aziende si sono alleate per creare la “Coalizione dell’Abbigliamento Sostenibile”, invitando altri grandi marchi quali Levi Strauss, Nike, Gap ed Adidas ad unirsi a loro per fissare regole chiare e quantificabili per una produzione di abbigliamento responsabile nei confronti dell’ambiente. “Adoro Yvon – dice Mary Fox, dirigente responsabile per l’approvvigionamento globale di Walmart – quando abbiamo cominciato ad andare assieme in giro a cercare altre aziende da reclutare ci chiamavamo con i nomignoli di Davide e Golia, perché nel regno della sostenibilità noi rappresentavamo Davide, e Patagonia Golia“.

A 73 anni Chouinard è un uomo piccolo e scattante che ne mostra sì e no 60. Si tiene in forma e mantiene l’abbronzatura con il surfing che pratica ogni santo giorno in cui ci siano onde anche solo appena decenti. Si aggira per la sede della Patagonia a Ventura, California, per andare a vedere i nuovi progetti (mi ha fatto vedere un nuovo piumino, robusto, il cui peso sembrava essere quello di una graffetta, salvo dirmi che avrebbe preferito uccidermi piuttosto che rivelarmi come lo producono) e andare poi ad armeggiare alla sua scrivania con un leggero fornelletto da campo di sua stessa invenzione. Se solo decidesse di farlo, potrebbe semplificarsi notevolmente la vita andando a fare una vita da pensionato deliziosamente attiva. Lui e sua moglie sono unici proprietari di Patagonia, una azienda privata che ha avuto vendite per 414 milioni di dollari l’anno scorso e che ha per quest’anno in previsione un aumento del 30 per cento sempre nelle vendite. Non dovendo provare poi chissà cosa a chissà chi Chouinard potrebbe vendere l’azienda e passare allegramente il proprio tempo alla ricerca delle onde giuste (qui o nell’altra sua casa lungo la costa all’Hollister Ranch), a pescare a mosca (vicino alla sua casa di Jackson, Wyoming, usando mosche che prepara da solo), e a promuovere e fare donazioni per le sue cause ambientali preferite. Il capostipite di Patagonia, però, ha ancora da fare con la sua azienda!

Alessandro Gogna e Marco Preti in casa di Yvon Chouinard, Ventura, California, ottobre 1978
California,  , Ventura, A. Gogna e M. Preti in casa di Yvon Chouinard , ottobre 1978

L’evoluzione che ha portato Patagonia a diventare un’azienda di abbigliamento ha avuto inizio negli anni Settanta, quando Chouinard, che all’epoca era un alpinista di prim’ordine e un progettista di attrezzatura per alpinismo, iniziò a importare magliette da rugby, più resistenti, e pantaloni al ginocchio in cordura da far indossare ai suoi compagni di scalata. Di lì a poco Patagonia si trovò a progettare la propria linea di abbigliamento e ben presto le vendite degli abiti superarono di gran lunga quelle dell’attrezzatura da arrampicata. Fu così che Yvon Chouinard divenne un fortuito magnate dell’abbigliamento. Questo risultò definitivamente chiaro quando a New York City le modelle iniziarono a indossare i gilet di pile di Patagonia. Non aveva la minima idea del perché e non gli faceva davvero né caldo, né freddo, ma alla fine arrivò a capire che la sua vita era cambiata.

Yvon nel suo blacksmith shop, dove ha creato materiale d’alpinismo per 3o anni. Foto: Tierney Gearon
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Nella sua casa in riva al mare all’interno di un’area chiusa e recintata poche miglia a nord della sede di Patagonia, Chouinard porta in tavola un vassoio del suo salmone, affumicato e tagliato a fette. “Questo non è roba di allevamento – dice tra un boccone e l’altro – è roba pescata di fresco“. Addentiamo mandorle tostate da lui stesso, ci versiamo da bere da una fresca bottiglia di Chenin Blanc stappata da lui e ci mettiamo a parlare di questo suo incredibile viaggio.

Chouinard è nato nel Maine il 3 novembre 1938, in una zona decisamente meno chic, da genitori franco-canadesi che si sono poi trasferiti con la famiglia a Burbank, California, quando lui aveva sette anni. Ha imparato l’inglese solo quando aveva otto anni e dice di aver passato buona parte della sua infanzia dentro e fuori il Los Angeles River, andando in cerca di gamberi tra i guadi o andando a caccia di conigli con arco e frecce. Alle superiori scoprì le scalate su roccia per poi divenire, come da sua stessa definizione, un “dirtbag” (lett. “sacco di spazzatura”, fig. persona sporca, ritenuta inutile per la società – NdT) cui piaceva affrontare ascensioni rischiose.

Ritenendo che l’attrezzatura da arrampicata dell’epoca non fosse all’altezza dei suoi standard, provò a creare attrezzatura di qualità superiore. Acquistò una forgia a carbone usata e imparò da solo l’arte del fabbro. L’attrezzatura che ne venne fuori ottenne il massimo rispetto tra gli scalatori. I prodotti che alla fine lo fecero diventare ricco, comunque, non furono chiodi e moschettoni, quanto piuttosto giacche di pile, pantaloncini da surf e camicie a quadri. A metà degli anni Ottanta Chouinard si trovò così non più a progettare attrezzatura tecnica per i suoi compagni e a sperare di finanziare le sue spedizioni e le sue scalate, bensì al timone di un marchio sulla cresta dell’onda, in rapida espansione e conosciuto a livello internazionale.

Yvon Chouinard alla sua scrivania, senza computer ma con una lavagnetta digitale Etch A Sketch dove i colleghi possono lasciargli messaggi. Foto: Tierney Gearon
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Non sapeva per certo che cosa avrebbe fatto di quel ruolo così inaspettato. “Volevo prendere il più possibile le distanze da quelle salme con le facce piene di creme che vedevo in giacca e cravatta nelle pubblicità delle riviste delle linee aeree – scrive nella sua autobiografia del 2005 Let my people go surfing (lasciate che i miei ragazzi vadano a far surf, edito in italiano con il titolo inglese da Vivalda Editori, 2009) – se proprio dovevo essere un uomo d’affari, l’avrei fatto alle mie condizioni“.

Quelle condizioni comprendevano l’adesione a ciò che lui chiama “approccio manageriale MBA”, ovvero “gestione tramite l’assenza”, il che lo vede ben distante da Ventura a volte anche per mesi interi, “a collaudare sul campo” l’attrezzatura da outdoor dell’azienda andando a scalare o a pescare. Quando si presenta in ufficio la sua uniforme abituale è costituita da jeans e una camicia casual Patagonia. Sulla sua scrivania non ci sono computer, ma solo un Etch A Sketch, cioè una lavagnetta digitale sulla quale i collaboratori possono lasciare messaggi in modo amichevole. Quando saluta i dipendenti lungo i corridoi, chiede delle loro ultime scalate e li invita ad andare a far surf a casa sua non appena le onde si mettono in moto.

Ci sono economisti che insistono sul fatto che le aziende si devono concentrare con decisione e freddezza unicamente sui profitti e che il capitalismo stesso in parte dipende da questa ferma concentrazione. Ancora nel 1970 Milton Friedman scrisse un saggio leggendario per il New York Times Magazine dal titolo La responsabilità sociale del business sta nell’aumentare i suoi profitti. Friedman esprimeva il suo disprezzo per le iniziative di beneficenza delle aziende, sostenendo che l’unico dovere di un dirigente d’azienda fosse la massimizzazione dei profitti per gli azionisti. Se i dirigenti desiderano fare del bene, sono liberi di andare a buttare i propri stipendi in opere di beneficenza. Un’azienda in quanto tale non ha competenze speciali nel far del bene e quindi dovrebbe starsene ben al di fuori di quei giochi.

Ben pochi andrebbero a incolpare un’azienda per aver incanalato parte dei propri profitti verso il proprio interno braccio caritatevole. La responsabilità sociale delle imprese (o RSI, com’è conosciuta nel gergo delle scuole d’economia), però, viene spesso trattata come una sorta di piacevole questioncina marginale, una specie di penitenza di piccola entità che viene usata dalle grandi aziende per modellare la propria immagine pubblica o per salvare le coscienze delle loro alte sfere. La RSI tradizionale ha portato a notevoli sforzi degni di ammirazione. Per esempio la Ronald McDonald House Charities fornisce aiuto alle famiglie di bambini malati o vittime di incidenti, un progetto più che degno che non ha nulla a che fare con il modello di business di McDonald’s.

Yvon Chouinard, 2004. Foto: Branden Aroyan
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Gli studiosi delle RSI sostengono sempre più che si potrebbero ottenere risultati ben maggiori se aziende come la McDonald’s prendessero in considerazione le responsabilità sociali legate alle loro linee operative di base. McDonald’s, per esempio, potrebbe analizzare l’impatto sociale della sua filiera di distribuzione, le sue politiche di assunzione e di impiego, la propria impronta carbonica e così via. Ed in effetti la McDonald’s ha fatto alcuni sforzi in questa direzione negli ultimi tempi, ma senza andare a impegnarsi in nulla che possa essere anche solo lontanamente simile a quell’autoflagellazione radicale che ha luogo quotidianamente da Patagonia.

Sì, Patagonia partecipa ad alcune iniziative tradizionali di responsabilità sociale d’impresa: dal 1985 devolve l’1 per cento del fatturato (delle vendite, non dei ricavi), per un totale di $41.5 milioni a movimenti ambientalisti locali. Nel corso degli anni è riuscita a convincere 1400 altre aziende nel mondo a unirsi a questa iniziativa dell’ “1% per il pianeta”. Chouinard, però, sostiene che questo sia solo una sorta di decima e ne parla come di una tassa sulla terra. Una trasformazione più sistematica dell’azienda ha avuto inizio nel 1991, quando un improvviso rallentamento che aveva fatto seguito ad anni di crescita al di là di ogni ambizione aveva fatto finire Patagonia nel caos.

I crediti erano stati tagliati e Chouinard racconta che il suo commercialista ad un certo punto lo aveva addirittura presentato ad un tizio della mafia che si era offerto di fare prestiti a interessi del ventotto per cento. L’azienda era stata costretta a far ricorso per la prima volta in assoluto al licenziamento di 120 dipendenti, un quinto della sua forza-lavoro. Chouinard iniziò a chiedersi se fosse il caso di rimanere o meno in gioco. Andò da un consulente di fama, il dottor Michael Kami, il quale raccomandò a Chouinard di vendere Patagonia per 100 milioni di dollari e di usare poi il ricavato per andare a fare beneficenza ambientale. “Presi seriamente in considerazione l’idea – dice Chouinard – ma così avrei fatto gli stessi errori di tutte le altre aziende. Decisi così che la cosa migliore che avrei potuto fare sarebbe stata quella di tornare a produrre profitti, a vivere una vita aziendale più coscienziosa ed a spingere altre aziende a fare la stessa cosa“.

Chouinard rimise a posto i conti e si dedicò anima e corpo a far sì che l’azienda potesse funzionare senza far ricorso ai crediti, come ora sta avvenendo. Dopodiché si mise a guardare attentamente tutto ciò che Patagonia produceva, spediva o trattava e decise di fare il tutto in un modo molto più responsabile. Cambiò i materiali, passando nel 1996 dal cotone convenzionale a quello biologico, nonostante questa scelta facesse inizialmente triplicare i costi di fornitura perché andava ad arrecare meno danni all’ambiente. Creò giacche di pile prodotte interamente da bottiglie di acqua minerale riciclate. Si dedicò quindi a creare prodotti durevoli e senza tempo quanto basta per far sì che la gente li dovesse cambiare meno spesso, riducendo così gli sprechi. Fece inserire nel sito web di Patagonia le “Footprint Chronicles” (Le Cronache delle Impronte) al cui interno sono riportati in modo chiaro ed evidente i danni ambientali causati dalla sua stessa azienda. Adesso si assume la responsabilità per ogni singolo articolo che sia mai stato prodotto da Patagonia, promettendo la sua sostituzione in caso di insoddisfazione da parte del cliente, oppure la sua riparazione (a una tariffa ragionevole), oppure ancora di aiutare il cliente a rivenderlo (Patagonia facilita gli scambi di abiti usati sul suo sito web) o di riciclarlo quando alle fine lo stesso non è più indossabile.

Il fondatore di Patagonia Yvon Chouinard in un meeting aziendale a casa sua, Ventura. Quando arrivano le onde, il team aziendale i meeting li fa così. Foto: Tierney Gearon
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A dire il vero, queste iniziative hanno anche il pregio di fungere da efficace autopromozione per il proprio marchio. Parte del fascino di Patagonia deriva dal suo impegno verso l’ambiente. Provate a prendere in considerazione l’acuta psicologia inversa della sua ultima pubblicità. Lo scorso novembre, durante il “Black Friday”, la festività non ufficiale americana dedicata all’ingordigia del consumatore, Patagonia venne fuori con una intera pagina di spazio pubblicitario sul New York Times con il titolo di testa a caratteri cubitali che diceva: Non acquistate questa giacca. Sotto la foto della giacca di pile in questione la pubblicità riportava fin nei minimi dettagli le quantità di acqua sprecata e di carbonio emesso durante la sua produzione.

Non avevo mai visto un’azienda che dicesse ai suoi clienti di acquistare una quantità inferiore dei suoi prodotti – dice meravigliato il professor Forest Reinhardt della Harvard Business School – è una iniziativa affascinante. Yvon è sicuro di potercela fare”. In effetti, Chouinard dice che quella pubblicità ha dato una grossa spinta alle vendite di Patagonia, anche se comunque sostiene che non abbia prodotto un maggior consumo totale, quanto, piuttosto, sia andata a portar via clienti già esistenti ma dei suoi concorrenti.

Reinhardt è stato il coautore di un case study della Harvard Business School dedicato a Patagonia nel 2010. Come molti altri professori delle scuole d’economia con i quali mi sono trovato a parlare di Patagonia, sembrava essere rimasto piuttosto impressionato da Chouinard, il che peraltro è logico, in quanto, in un certo senso, l’attuale successo di Patagonia deriva da principi classici delle scuole d’azienda. Il marchio ha massimizzato ciò cui le scuole di business si riferiscono con l’acronimo di WTP, ovvero “l’essere disposti a pagare”. La qualità percepita di Patagonia, assieme all’aura di beneficenza che le sta attorno, fanno sì che i clienti siano convinti che i suoi prodotti valgano bene un prezzo più alto.

La provocatoria campagna pubblicitaria di Patagonia
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Chouinard non si limita, però, soltanto ad influenzare il mercato, va dritto al posto di lavoro. La sua politica di flessibilità sui tempi permette ai dipendenti di entrare e uscire a loro piacimento, per esempio quando ci sono belle onde alte alla vicina area da surf, a patto che termini e scadenze vengano rispettati. C’è a disposizione ad ogni ora del giorno una stanza per lo yoga (mi è capitato di entrarci e di trovare il capo disegnatore dell’abbigliamento maschile intento a meditare attorno alle undici di mattina di un martedì). Su consiglio e punzecchiatura di Malinda, la moglie di Chouinard, Patagonia è stata una delle prime aziende californiane a far sì che in azienda venisse fornito un servizio di nido d’infanzia sovvenzionato. Addirittura la sparagnina capo della contabilità, la COO (Direttore Amministrativo) e CFO (Direttore Finanziario) Rose Marcario sembra essere spiritualmente in pace con se stessa. Prima, quando lavorava presso altre aziende, dice la stessa “Mi sarei messa a cercare sistemi per far girare le tasse verso le isole Cayman. Qui, invece, siamo orgogliosi di pagare la nostra giusta quota di tasse. E’ una filosofia di tipo differente. C’è una maggiore integrazione tra la mia vita ed il mio lavoro, perché tanto per la prima che per il secondo cerco di essere fedele agli stessi valori”.

Gli scettici sostengono che questo tipo di roba che ti fa sentir bene non potrebbe mai funzionare in una mega-azienda quotata in borsa o in una di quelle che non ricarica prezzi da capogiro per i suoi prodotti da intenditori. Dopo la consulenza data da Chouinard a Walmart sulla sostenibilità, però, il colosso del dettaglio ha scoperto che davvero stava risparmiando soldi con iniziative a favore dell’ambiente come ridurre gli imballaggi ed il consumo dell’acqua. “Siamo molto concentrati sul come abbassare i prezzi per i nostri clienti – dice Fox – e agli inizi sì, ci sono stati alcuni investimenti che abbiamo dovuto fare, ma il loro ritorno è stato così rapido da permetterci di rientrarne in un lasso di tempo più che ragionevole“.

Allo stesso modo Levi Strauss, con un fatturato annuo pari a più di dieci volte quello di Patagonia, ha abbracciato la politica di Chouinard volta alla creazione di parametri di riferimento basati sui dati per il miglioramento delle pratiche ecosostenibili dei produttori di abbigliamento. Levi’s ha passato gli ultimi 18 mesi a riprogettare i processi per risparmiare 45 milioni di galloni d’acqua, più tutta l’energia che avrebbe dovuto riscaldare quella stessa acqua. Ma questo non è semplice altruismo: mentre l’azienda non rende pubbliche cifre precise, Michael Kobori, V.P. responsabile della sostenibilità sociale ed ambientale per la Levi’s, afferma che “i risparmi sui costi per l’azienda sono reali”.

C’è il valore di un vero e proprio azionista al centro di molti degli ideali di Chouinard, valori che potrebbero essere applicati a tutti i tipi di impresa. Un luogo di lavoro più allegro e soddisfacente attrae e fa restare più volentieri i dipendenti, che a loro volta poi progettano prodotti migliori e sviluppano strategie più intelligenti. Pensare adesso all’impatto ambientale aiuta le aziende a prepararsi alle inevitabili normative future, permettendo di lasciare sul posto i concorrenti che non si sono preparati. E tutto questo altro non è che una buona gestione del marchio. I clienti, inoltre, sono sempre più consci dell’etica sociale delle organizzazioni.

Parecchi critici sostengono che le grosse aziende con il passare dei decenni abbiano perso la propria bussola morale, ma la nuova legislazione in sette stati, tra i quali la California, offre un modello differente. Il registrarsi come “benefit corporation” permette a un’impresa di dichiarare nel proprio statuto che l’obbligo fiduciario dei suoi dirigenti comprende la “considerazione degli interessi dei lavoratori, della comunità e dell’ambiente”, e non soltanto la voce relativa ai profitti.

Chouinard si è presentato negli uffici statali la mattina del 3 gennaio 2012, per far sì che Patagonia fosse la prima azienda a registrarsi come “benefit corporation” in California e rimane l’azienda di maggior rilievo a livello nazionale ad essersi registrata come tale a tutt’oggi. Per Chouinard il valore di questo non sta tanto nel presente, quanto nel futuro. Adesso come adesso può fare tutto ciò che crede a Patagonia senza alcuna minaccia di rivolta da parte degli azionisti se per caso sacrifica un po’ di profitto in nome di un comunitarismo etico. Ha il pieno possesso del suo posto a vita, ma per quanto riguarda la sua successione è piuttosto cauto e diffidente, e risulta subito chiaro ciò che teme: non vuole in nessun modo che Patagonia arrivi a diventare pubblica o a far leva su se stessa alla ricerca di una crescita rapida, come aveva erroneamente fatto prima. E’ convinto che diventare una “benefit corporation” aiuterà a impedire che ciò possa verificarsi.

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Anche se ha lasciato il New England quando aveva solo sette anni, Chouinard conserva ancora il portamento indifferente e un po’ sprezzante di un coriaceo uomo del Maine. Basta comunque aver a che fare con lui per poco tempo e subito è possibile vedere dentro di lui cosa realmente lo faccia ardere dalla passione. Non di certo lo stare al chiuso, si capisce subito che è uno che non si sente per nulla a suo agio sotto a un tetto. Non di certo la tecnologia, è una persona che non possiede un telefonino e che non usa i computer. Di sicuro non è il lusso, visto che gira su una station-wagon della Subaru ammaccata con più di centocinquantamila chilometri.

Le poche volte che l’ho visto illuminarsi sono state quando ha individuato alcuni gabbiani dal collare in riva al mare, vicino a casa sua; mentre mi stava mostrando un nuovo paio di ramponi in alluminio di Patagonia per i quali aveva collaborato alla progettazione; mentre mi descriveva la migliore onda che fosse mai riuscito a catturare, cosa che gli era capitata all’età di cinquant’anni nell’isola di Moorea, nel sud del Pacifico. A volte lavora ancora alla forgia in un piccolo sgabuzzino al campus di Patagonia e mi ha mostrato il suo progetto più recente, un coltello da molluschi in metallo che stava battendo per arrivare alla forma perfetta, con la lama affilata per aprire e fare leva sulla conchiglia e col manico smussato per staccare i crostacei parassiti. Non l’aveva soddisfatto nessuno dei coltelli da molluschi esistenti, così se ne è fatto uno migliore da solo e non vede l’ora di andare a provarlo nelle barene.

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Cerro Torre à la carte

Cerro Torre à la carte
di Marcello Cominetti (da http://marcellocominetti.blogspot.it/, 24 dicembre 2014)

Eravamo a Cortina, era il mese di marzo del 1992 e tra le altre cose di cui stavo parlando con Jim Bridwell saltò fuori quella che riguardava il Cerro Torre. Avevo un cliente che voleva salirlo per la Via del Compressore, quella che allora si pensava erroneamente fosse la “normale” all’urlo di pietra.

The Bird, così chiamano da sempre Jim, si voltò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: “Ma è semplicemente fantastico! Ti serve solo un cliente fortissimo e tu devi essere completamente pazzo”.

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti con al centro il loro compagno-cliente Max Lucco in cima al Cerro Torre, il 14-12-2014
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Luci nella notte australe sopra l’Elmo
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Scoppiammo a ridere entrambi e pochi mesi dopo partii con Cesare (un nome emblematico se si parla del Torre) e Sandro per il Cerro Torre.
Sui pendii sotto la spalla la neve fresca e già marcia era più alta di noi. Rinunciammo dopo non pochi sforzi, ma proprio non ci riusciva di salire. Ci sarebbe voluto uno spazzaneve e pure bello grosso.
Ripiegammo sul Fitz Roy che salimmo per la Via Franco Argentina allora in condizioni perfette.Questo anche per dire che tra le due montagne c’è molta differenza, climaticamente parlando.Bell’avventura davvero e per me come guida alpina. Era la prima volta che una guida saliva lassù con un cliente.
Senza volerlo aprii un’ era, quella del professionismo in quei posti. Bei tempi!

Cominetti e Lucco sotto il Col de la Esperanza e sotto al Torre
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Eravamo belli e soddisfatti, certo, ma a me era rimasto dell’amaro in bocca semplicemente perché il Torre mi piaceva di più. Faceva parte della mia formazione letteraria e mistica molto più del Fitz Roy e l’idea di fare “la guida” su quelle cose così complicate mi attraeva da matti. Non c’erano altri motivi.
Per un alpinista che decide di vivere del mestiere di guida arriva prima o poi un momento in cui si impone una scelta. Continuare inseguendo realizzazioni alpinistiche di punta e fare la guida come complemento e forma di reddito, oppure decidere di fare la guida e basta ma cercando di portare i clienti sulle montagne dei propri sogni.
Scelsi la seconda opzione, anche perché mi lasciava più tempo da dedicare ad altre passioni (oggi che sono più maturo direi alla famiglia) e, non posso nascondere che fare la guida mi permetteva di esercitare quella propensione a fare il “sergente” che non è per nulla un dono di natura.
Ho dei colleghi che a 50 anni continuano a fare gli alpinisti di punta, le guide e gli arrampicatori sportivi allenandosi come ragazzini. Mi sembrano delle persone irrisolte, dietro alla positiva facciata dell’atleta.

Franz Salvaterra versione heavy duty
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Adoro i miei figli, suonare la chitarra, costruirmi casa con le mie mani e… andare in montagna, ovviamente.
Sono stato su tante montagne a fare la guida ma quelle della Patagonia per me rappresentano ogni volta un ritorno a casa, un inno alla libertà e all’incertezza. Il contrario della sicurezza in tutti i sensi, il dubbio e l’impopolarità nonostante sforzi a volte sovraumani.
Io sono uno che detesta il Sistema, non me ne sento parte e se vado a fare la guida sul Cerro Torre è anche perché mi piace correre il rischio di non farcela. Troppi fattori devono combinarsi allo stesso tempo. Molti più di quelli che servono se la stessa cosa la si affronta con gli amici.
Infatti tentai il Torre con un cliente diverse volte e questa “magica combinazione” fu sempre lungi dal verificarsi e ne tornai con beghe umane e economiche, pive nel sacco e maldicenze. Ma mai con delusione. Sapevo che il Torre mi avrebbe lasciato la possibilità di tornarci e io fretta non ne ho mai avuta.

Per questo pochi giorni fa ci ho riprovato.  Ero d’accordo con Max che saremmo tornati insieme a El Chaltén e, se il meteo ce lo avesse concesso, avremmo scalato qualcosa, ma non sapevamo che cosa. Sapevamo bene che fare programmi non serviva, ci dovevamo solo adattare alle condizioni del momento.

Quei grupponi di alpinisti col maglione tutti uguale che partono in pompa magna annunciando che spaccheranno le cime patagoniche, sono decisamente sorpassati, patetici e fanno sorridere. Contano sul fatto che così si tirano su soldi che qualche sponsor concede solo a chi si sa far notare.

La nostra Ferrino Monster all’Elmo. Cerro Egger sullo sfondo
CerroTorre-2Il campo sull'Elmo, Cerro Tore 14-12-14

La mia Azienda sono io, ho provato ad averne una formata da più corpi e teste e alla fine mi ha deluso. I miei sponsor mi vestono dalla testa ai piedi, fino alle piccozze, agli sci, agli occhiali e ai moschettoni e io queste cose me le faccio durare. I vestiti mi piacciono di più quando sono consumati. Non amo il consumismo anche se potrei consumare molto di più.

Infatti mi porto dietro sempre il minimo e a volte anche meno.

La sera del 10 dicembre Max è arrivato a El Chaltén sconvolto da un viaggio lunghissimo e appena l’ho visto, ancor prima di salutarlo, gli ho detto: “Domani si parte per il Torre”.
Non ho ben capito se il suo primo sguardo fosse di stupore o di disperazione, ma la mattina dopo abbiamo riempito gli zaini e siamo partiti. Mi sembrava contento.
Della serie di combinazioni favorevoli di cui parlavo sopra, faceva parte Franz (Salvaterra), un venticinquenne trentino conosciuto qui l’anno scorso. Forza, capacità, simpatia, entusiasmo e testa sul collo quanto basta, tutti concentrati in un ragazzo solare e dotato di estrema leggerezza di spirito. Per me è la persona con cui affronterei l’oceano a bordo delle nostre ciabatte certo di sbarcare in America!
E poi mi dicevo: se un negro è diventato presidente degli Usa, una guida alpina poteva fare il suo mestiere anche sul Cerro Torre. La proporzione non è esagerata.
Poco prima di risalire il ghiacciaio Grande alla base del versante sud della montagna ci siamo accorti di avere dimenticato in paese le snowbars, ovvero dei lunghi picchetti in alluminio che servono ad assicurarsi sulla neve inconsistente dei funghi ghiacciati della ovest del Torre, la Via dei Ragni, quella che intendevamo salire.
Lo stipite della baracca di Maestri di cui ne troviamo dei resti sul ghiacciaio poteva fare il caso nostro, bastava spezzarne una parte per ottenere più o meno quello che avevamo dimenticato.
Improvvisazione, approssimazione, fantasia, precisione solo quando serve, ecco le doti necessarie se vuoi anche divertirti. Secondo me.
La notte al campo detto Niponino è coperta dal nevischio e da una volpe che aspetta gli alpinisti quando si approssima una breccia di tempo buono. Lei lo sa e ti rosicchia anche le corde se le lasci fuori perché su un ghiacciaio non c’è nulla da mangiare e anche un pezzo di nylon è un manicaretto se le costole ti spuntano dal pelo sempre più per la fame. Le nostre corde ci fanno da cuscini e quindi si salvano ma un lacciolo di una picca di Franz finisce nello stomaco del mustelide. Poco male, a questo si può rimediare facilmente.
L’indomani il Col Standhardt è una vera e propria ascensione. E’ tutto di ghiaccio e sembra più ripido del solito. Le cime del Gruppo del Torre sono incrostate di “escarcha”, neve umida compressa sulle pareti verticali dal vento gelato. Noi che andiamo a salire una via tutta di ghiaccio non siamo preoccupati.
Dal Col ci si cala con la corda dentro al Circo de los Altares, un anfiteatro di montagne sullo Hielo Continental dalla bellezza estrema, difficile da dire anche per uno che scrive bene come Baricco, figuriamoci per me… bisogna andarci per provarla.

Max e Marcello (che mostra fiero la patacca UIAGM) in vetta
CerroTorre-IMG_6765-Max-e-Marcello-Tor
Il tempo sta migliorando come da previsioni meteo. Si capisce che sta arrivando il bello, specie se da queste parti ci hai passato mesi della tua esistenza, l’aria non profuma più di sale del Pacifico, segno che il vento non soffia più da ovest, dalla fabbrica delle perturbazioni.
Una brezza meridionale ci sospinge la mattina dopo verso il Col de la Esperanza con la luna piena in faccia che tramonta dietro al Domo Blanco. Saliamo velocemente un paio di tiri di misto e proseguiamo sulla neve dura che diventa sempre più ripida fino al Colle che Bonatti e Mauri avevano battezzato così nella speranza di salire sul Torre nel 1958.
Il tentativo dei “lumbard” finì dove ci fermiamo anche noi per la notte, sul fungo di ghiaccio più grande che i Ragni di Lecco avevano chiamato l’Elmo per via della sua forma tondeggiante.
Sole e zero vento, fa quasi caldo, montiamo la nostra tendina arancione colorando ulteriormente un luogo sospeso nella sua unicità. La cima del Torre è appena lì sopra, quella della Egger è quasi alla nostra altezza e a sud gli Adelas sembrano meringhe sul carrello di una pasticceria senza soffitto. Gardando all’orizzonte verso il lago Viedma viene da chiedersi dove tutto questo abbia fine e se ne abbia davvero una. Sul versante opposto lo Hielo Patagonico Sur sembra di vapore bianco come quello che soffiano le locomotive, solo che è immobile.
Ci riposiamo senza essere troppo stanchi ma ci piace goderci un posto simile, mica capita tutti i giorni. E neppure tutte le volte che si scala da queste parti, aggiungo!
Ci idratiamo a dovere e, sotto un sole accecante, andiamo a dormire.
L’indomani ci sveglia la prima cordata in arrivo. Siamo quelli che hanno deciso di dormire più in alto perché la nostra tattica (guai a non averne una efficace) prevedeva di sfruttare entrambi i giorni di tempo buono: ieri e oggi, appunto.
Le altre 5 cordate hanno preferito dormire più in basso, sotto al Col de la Esperanza dove c’é una spalla pianeggiante con pochi crepi ottima per tenda e truna.
Ci riaddormentiamo ma per poco perché lì fuori c’é sempre più trambusto. Una decina di persone da queste parti sono una grande folla e alle 3 e mezza decidiamo di fare colazione e partire anche noi. Gli ultimi sono i nostri amici dell’Esercito, Majo, Farina e Francoise. Con loro c’è un rapporto speciale e ci fa enormemente piacere incontrarci in un posto così singolare.
I tiri si susseguono rapidi e personalmente provo a fondo cosa significhi scalare sul “bagnoschiuma” verticale, un terreno di cui avevo solo sentito parlare e che prevede l’uso di speciali alette montate sulle piccozze e l’utilizzo di mani e piedi come sulla roccia senza piccozze inventandosi a ogni passo equilibri improbabili.
Questa via pare non abbia uguali. Da quando si arriva al Col de la Esperanza si entra in un mondo unico, fatto di giganteschi cavolfiori. La prima cosa che ti chiedi è come facciano a stare lì appesi. Tutto è fortemente bianco, e il nostro gioco, o meglio quello della via, è insinuarsi nelle poche pieghe tra una palla gigante e quell’altra, salire un diedro di rocce verglassate, una cascata strapiombante di ottimo ghiaccio colato su una placca di granito perfetta e infilarsi letteralmente dentro al nucleo di quelche cavolfiore grazie a dei tunnel verticali che non si sa bene perché esistano.

Max Lucco nel tubo finale che porta in vetta
CerroTorre-6Max Lucco nel tunnel terminale Cerro Torre 14-12-14
I miei amici Rolo Garibotti e Doerte Pietron, alpinista e “scenziato” della logica il primo e alpinista e fisica la seconda, hanno da poco concluso uno studio, in collaborazione con un eminente metereologo statounitense, sul queste formazioni.
Non padroneggiando così bene la lingua di Shakespeare mi sono perso la lettura del trattato e quindi non ne so di più di quello che Rolo e Doerte mi hanno raccontato mentre scalavamo vicino a casa…ma giuro che lo leggerò.

In cima mi soffermo a pensare a tante cose ma quella che più mi occupa la mente è mia madre. Sapeva che volevo scalare questa montagna e si era letta un sacco di libri in merito, e si era fatta venire una paura terribile. Lassù era tutto così luminoso e tranquillo che se ci fosse stata anche lei avrebbe capito tante cose e soprattutto che non valeva la pena di angustiarsi così a lungo per me. Ma siccome non poteva esserci la capisco eccome.
Il mio cliente Max (Lucco) e Franz sono felici almeno quanto me e tra abbracci, commozioni e foto di rito sbotto serio dicendo da vecchia guida: “Ora guai a chi fa una cazzata scendendo da qui”.
Si tratta in fondo di concentrarsi bene per qualche ora, perché scendere da una palla di neve non è un affare da prendere sottogamba. Non ci sono le soste con i chiodi nella roccia. Qui dobbiamo farcele tutte noi assieme agli altri dividendoci il compito per i molti ancoraggi che servono.
La sera al Filo Rosso montiamo la tenda tutta storta su un crostone di neve dura che emerge tra la neve marcia dal sole di tutto il giorno.
Si sta scomodissimi ma la stanchezza e la contentezza di aver salito una montagna come è il Cerro Torre ci fanno fare una cena da principi e una dormita da re!
Nel lungo ritorno a piedi attraverso Paso Marconi del giorno dopo ho modo di pensare se quello che abbiamo scalato è una montagna come le altre, più bella delle altre, oppure è un mito.
Mi rispondo che abbiamo scalato entrambi e che forse scalare un mito è più duro e difficile che scalare una cima anche aguzza e particolare come il Torre.
Con Franz già pensiamo di tornarci a fare le guide con chi ce lo chiederà.
Si perché siamo un ottimo team e Franz, mi sono dimenticato di scriverlo prima, è diventato Aspirante Guida Alpina il giorno prima di partire per El Chaltén. Non male come inizio di carriera professionale, non male davvero.

 

 

 

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La Patagonia è…

Appena rientrato da un lungo viaggio di 70 giorni in terra australe, Francesco Franz Salvaterra (di Tione) ha messo su carta le sue prime impressioni. E, come dice Marcello Cominetti, “è riuscito a condensare in poche righe la vera essenza di un viaggio in quei posti…”.

Nonostante i suoi 25 anni, Franz si può considerare un veterano di quei posti. Oltre ad avere salito molte cime, aperto vie non facili e bazzicato posti insoliti, Franz ha saputo spingersi a piedi dove di solito gli alpinisti non vanno, vivendo una Patagonia che più autentica non si può.

Francesco Franz Salvaterra
SalvaterraFRisale al 2011 la prima esperienza di Franz, quando gli amici Massimo Faletti (di Povo) e Hans Martin Götz (di Arco) lo invitano a salire il Fitz Roy per una via poco ripetuta. La spedizione ha successo, ma in discesa un sasso ha colpito alla spalla Faletti. I tre riescono a scendere, 13 ore per arrivare a El Chaltèn: ed è Franz a caricarsi dello zaino e dell’equipaggiamento del compagno ferito.

Nel 2013 Franz va con Ermanno Salvaterra, Tomas Franchini e Paolo Grisa a tentare la parete ovest del Cerro Egger, inviolata. Il gruppo progredisce ben alto in parete, poi è costretto al ritorno.

La stessa formazione (con la sostituzione di Nicola Binelli a Paolo Grisa) ritenta nel 2014 la Ovest del Cerro Egger. Il tentativo viene interrotto a causa della pericolosità dell’itinerario, sottoposto alle continue scariche del fungo di ghiaccio che copre la vetta. Scherzando il “vecchio” “Erman” sostiene che se fosse stato per lui sarebbe andato avanti, tanto la sua vita l’ha già vissuta: ma i compagni (tutti ben più giovani) non erano tanto d’accordo…
Io, Tomas e Nicola ci siamo lanciati sul vergine primo pilastro del Domo Blanco – racconta Francesco Salvaterra su Facebook il 6 ottobre 2015 – è stata una giornata stupenda di puro “andinismo free style” per tutto il giorno ci siamo ingaggiati su stupende e difficili fessure di ottimo granito collegate da piccanti sezioni di misto dove abbiamo scalato con un po’ tutti gli abbinamenti: scarponi-piccozze, ramponi-mani, scarpette e piccozze, ecc. in libera e A0 spinti perchè mancano le staffe. Purtroppo abbiamo un po’ sottovalutato le difficoltà, siamo partiti tardi e con pochi friend, la vetta era vicina ma ci si prospettavano delle dure fessure off-with e con le ultime luci abbiamo deciso di scendere. Io devo tornare ma Nicola e Tomas certamente finiranno l’opera portando in vetta i Rampegaroi!”.

Infine Francesco Salvaterra, il 14 dicembre 2015, assieme a Marcello Cominetti e Massimo Lucco, raggiunge la vetta del Cerro Torre per la via dei Ragni.
Cominetti è una delle Guide Alpine più preparate sulla Patagonia, ed è la prima Guida Alpina Italiana (e la terza al mondo) a scalare questa iconica montagna insieme a un cliente, Massimo.

 

La Patagonia è…
di Francesco Franz Salvaterra
Questo scritto è apparso il 10 febbraio 2015 su http://marcellocominetti.blogspot.it/

Cosa è per me la Patagonia?
Quando si torna a casa, alle domande “Com’è andata?”, ”Cos’hai fatto?”, la risposta potrebbe essere: cime scalate, posti visitati, fatti. La Patagonia che ho conosciuto questa volta e negli ultimi cinque anni per me però non è questo, o perlomeno non solo. Quando domandi al turista di dieci giorni cosa ha fatto in Patagonia dice: “Sono andato a El Calafate a vedere il Perito Moreno, a El Chaltèn e a Ushuahia, molto bello ma non capisco come mai dicono che in Patagonia faccia sempre brutto tempo”. “Vedere” però non è “vivere” un luogo, per viverlo ci vuole calma e tempo, giornate dove “non si fa niente”. Leggete Idle days in Patagonia di William Henry Hudson per credere di più.

Per me La Patagonia è una mezcla di emozioni e sensazioni sulla pelle, di vento che ti abbatte nel fisico e nel morale. La Patagonia sono le intere giornate passate al riparo del rifugio Piedra del Fraile o chiusi nel sacco a pelo, in tenda, facendo gli “hombre larva” mentre fuori imperversa la tempesta e la pioggia scende (o sale?!) orizzontale. Durante le quali si conversa, si legge, ci si perde nei propri pensieri o semplicemente non si fa nulla.

La Patagonia è un ritorno all’essenzialità, è lasciare a casa più cose possibili, costretti dal fatto che bisogna portarsi tutto sulle spalle. Per una volta è vincere contro questo fottuto consumismo che ci bombarda la mente di necessità inesistenti, di bisogni artificiali, mentre alla fine quello che veramente ti serve nello zaino è solo un po’ di cibo, una giacca e un sacco a pelo, e dopo un paio di zaini mal calcolati si impara a lasciare a casa anche il terrore di ogni guida alpina che lavora con i trekking: lo stramaledetto“beauty”.

Ai piedi della loro via al Domo Blanco, Tomas Franchini, Nicola Binelli e Francesco Salvaterra
SalvaterraF-original_photo_17149La Patagonia sono i pomeriggi di riposo o attesa passati seduti sulle sedie di legno dell’ostello Rancho Grande, scambiandosi opinioni sulla qualità del lato B delle signorine che varcano la porta d’entrata.

La Patagonia è l’adrenalina che sale dandoti forza e concentrazione mentre scali un tiro di misto difficile, con le piccozze che grattano frenetiche a trovare qualcosa di solido su cui agganciarsi. Dove l’ultima protezione comincia ad allontanarsi e sai che se ti fai male non puoi chiamare il 118, dove tu e il tuo compagno (che a volte hai conosciuto due giorni prima) siete soli e, se te la sei portata, ti domandi se la radio funzionerà.

La Patagonia sono i bivacchi sotto le stelle con la giacca infilata nella custodia del sacco a pelo come cuscino, tra il russare altalenante dei tuoi compagni e il fragore occasionale di un seracco che rovina giù per qualche canalone. Sono le buste di comida disidratata che, nonostante la scritta, hanno tutte lo stesso sapore, in relazione alla fame, generalmente squisito.

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La Patagonia è la felicità e soddisfazione di calcare con i piedi il punto più alto di una montagna o la frustrazione mista al senso di sollievo che ti pervade quando invece decidi che è meglio scendere, quando getti la spugna per paura, e quando, il giorno dopo, ti ritrovi al sicuro con i piedi sotto la tavola di un bar e ti domandi se sei sceso perché andava fatto o perché sei un cagasotto, però di fatto, se puoi domandartelo è perché sei ancora vivo.

La Patagonia sono le amicizie strette con personaggi di tutti i tipi e nazionalità, dove la novità e intensità delle emozioni vissute assieme fanno in modo che queste amicizie durino più di quanto si possa immaginare. E’ conversazioni in stentato inglese o castigliano maccheronico che costringono a strizzarsi il cervello, a mettersi in gioco.

14 dicembre 2015, Francesco Salvaterra è con Marcello Cominetti e Massimo Lucco in vetta al Cerro Torre
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La Patagonia è il senso della “tierras de olvido” vissuto tra le estancias abbandonate a picco sul lago O’Higgins.

Soprattutto la Patagonia è camminare e camminare, in salita e discesa, in piano per chilometri, con lo zaino sempre pesante per tanto che ci si impegni a portare meno dello stretto indispensabile. E’ tornare in paese talmente stanco e prosciugato che ti dici “mai più”, ma già sotto il getto della doccia ti ritrovi a pensare a un nuovo progetto.

La Patagonia è la soddisfazione di permettere ad altri di vivere il fascino di luoghi che da soli non potrebbero raggiungere, è essere il primo della fila e decidere se risalire quella morena o stare nella valle, se accamparsi dietro quel precario muretto a secco o se camminare ancora tre ore per trovare un riparo migliore, se fare una doppia su quei due nut vecchiotti o cercare qualcosa di meglio. E anche se non è facile da capire (per me è difficile) a volte la Patagonia è mettere da parte la foga e le ambizioni e “lasciare che le cose accadano”, un po’ come lasciarsi portare dalla corrente limitandosi a dirigere la canoa senza remare come matti, tanto poco importa quale riva si va a lambire.

Sicuramente mi dimenticherò qualcuno ma vorrei ringraziare i tanti amici che mi hanno aiutato e con cui ho passato dei bei momenti, quindi grazie a:
Marcello Cominetti, per primo, perché ha creduto in me insegnandomi “l’arte” e pagandomi bene, e perché è simpatico. A Ines perché è una ragazza speciale e starle vicino mi fa star bene. A Guido che con la sua intelligenza mi ricorda che sono un ignorante, e perché non mi scorderò mai più la crema da sole. Ad Ajelen, a Tommy che è più argentino che italiano. A Papà per questo ritorno alle prime avventure, a Fabio per la serenità contagiosa. A Giovanna, Sandro, Andrea e Francesco per la bella esperienza sullo Hielo. A Max perché è un duro (non raccontare in giro la storia della headwall). Ad Arnaud Clavel e Luigi, a Rolo Garibotti e Doerte per la disponibilità e affidabilità. Ad Alejandra, Nicole, e Nuria. Ad Alessandro Bau e Claudia (complimenti per il loro roadtrip), a Doriano, Ivan e Manuel. A Tommy, Silvestro, Gianni, Aldo e Alejandra. Ad Adelicio Lagos, ultimo pioniere dell’estancia Cerro Colorado. A Carolina e alla “comision de rescate” di cui per fortuna non ho avuto bisogno, al personale dell’ hostel Rancho Grande, a Josè e Paci, a Natalia, a Markus, a Milena perché è bellissima, a Vincente, a Julian Casanova e Raphael per le doppie, a Sasha, Ignacio e il piccolo Firmin, i gentilissimi gestori del Rifugio Piedra del Fraile. A Sara e le sue compagne Veneziane.

Ai miei sponsor: Ferrino, Zamberlan, Climbing Tecnology e Lizard che vestendomi dalla testa ai piedi mi sollevano dal terribile onere di andare a fare shopping.

“Gracias a todos, nos vemos pronto!”