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La firma dell’arrampicatore

  La firma dell’arrampicatore
di Patrick Cordier (traduzione di Giuliana Celentano)
Dalla lettura della roccia alla scrittura del climber, un saggio sui misteri del mondo della verticale

(L’articolo fu pubblicato sulla Rivista della Montagna n. 112, ottobre 1989)

Introduzione di Andrea Gobetti
Vai da Cordier, rullava l’invisibile tam-tam della giungla di pietra. Vai da Cordier, se vuoi saperne di più sull’intelligenza motoria. Il nome di Patrick Cordier rievocava in me ricordi lontani, dei tempi delle prime scarpette a suola liscia. Allora, ogni mese, il francese apriva vie nuove, definiva di VI+ passaggi via via più difficili, concedeva ai frequentatori del Saussois e di Chamonix agghiaccianti dimostrazioni di arrampicata solitaria. Si parlava spessissimo di lui e, su passaggi particolarmente difficili, era praticamente indispensabile convincersi di essere Cordier, per poter invocare in nostro soccorso un gesto straordinario.

Poi, finalmente, quando Gian Piero Motti tradusse per la Rivista della Montagna un articolo di Patrick, Una bella domenica, riuscii a vedere l’arrampicatore francese in fotografia. Era un autoscatto realizzato il mattino del quarto o quinto giorno della sua solitaria sul Nose del Capitan, e lui aveva l’espressione di uno curioso di sapere che faccia avesse quel giorno, l’ultimo prima della “bella domenica”.

Motti era andato a trovarlo a Parigi nell’estate del 1974 e di lui, nell’introduzione all’articolo, scrisse: «Ho avuto il piacere di vederlo arrampicare a Fontainebleau e a Saussois. Ammettiamo pure il beneficio della conoscenza di ogni minima struttura della parete – derivata dal numero infinito di ripetizioni degli stessi gesti – comunque al Saussois, su difficoltà estreme, da solo, senza alcun mezzo di assicurazione, arrampicava a 50 metri da terra con una leggerezza, una naturalezza incredibili.
Dava l’impressione di aver soppresso in sé ogni emotività, ogni senso di angoscia.
Cosa fa nella vita? Non si sa bene… ama la “pop music”, suona il flauto indiano. È uno studioso di religioni e discipline orientali, credo cerchi di applicarle nella sua vita. Certo in arrampicata riesce ad attuare quel controllo della mente di ispirazione yoga, di cui tanto si discute in California, dove assistiamo a un revival dell’arrampicata libera spinta a finezze incredibili… »

Di Cordier ci giunsero ancora notizie incredibili in seguito, come quando rifiutò la sponsorizzazione della FILA per non dover stare sempre in auto tra Biella e la Francia, quando si costruì una casa nei boschi del Vercors, quando trovò la compagna più bella e più saggia del mondo. Quando finalmente l’ho incontrato, quest’anno, nella casa di Tina e sua, è stata davvero una bella domenica. In quella casa c’è la certezza che l’arrampicata non impoverisce la vita, i sogni, le capacità intellettuali e quelle affettive. Sembra di vivere in un libro molto piacevole, o su un tiro di corda eccitante, o ancora in una melodia orientale, in quella cascata di note che non si arrestano mai perché sono alimentate da una sorgente inesauribile. Sette gatti pelosi si aggirano tra le pagine di libri facili e difficili, tra strumenti pronti da suonare e altri in costruzione, in progettazione. Nella notte Patrick aprirà la sua camera oscura, quella in cui continua in stampa il lavoro fotografico cominciato con lo scatto della sua macchina. Non c’è posto nella sua vita per una cosa incompleta come una diapositiva a colori di cui non ha la possibilità di seguire la lavorazione.

Da quella camera oscura sono uscite le fotografie che danno la mossa al suo saggio: la fotografia delle tracce luminose lasciate dal baricentro di un arrampicatore impegnato su una via, la sua firma. Si tratta dei primi esempi, decifrabili, di lettura della roccia e, partendo da queste basi, Patrick va molto lontano senza abbandonare per un attimo la realtà dell’arrampicata, senza cadere nel simbolismo che costò la credibilità alla mia generazione.

Si potrebbe parlare e scrivere a lungo di Tina e di Patrick (un giornalista ne tirerebbe fuori un libro), ma Cordier mi ha dato il suo saggio sui misteri dell’arrampicata e non vorrei fare la parte dell’idiota di quel proverbio orientale il quale, quando qualcuno gli indica la luna, guarda il dito.

Patrick Cordier nella sua casa di Presles (Vercors). Foto: Giorgio Daidola
cordier0001La firma dell’arrampicatore

di Patrick Cordier

Ciò che segue non ha la pretesa di essere uno studio scientifico sulla motricità. Si tratta invece del frutto soggettivo di un’esperienza vissuta e personale. Ciononostante, la prima parte del lavoro prende avvio da una riflessione e una sperimentazione volutamente rigorose, che vorrebbero far toccare con mano la specificità della pratica dell’arrampicata. La seconda parte, invece, abborderà brevemente le tecniche tradizionali di presa di coscienza e del potere su di sé, che per un arrampicatore costituiscono la base dell'”ottimizzazione” del suo comportamento.

Cos’è l’arrampicata
Quali sono il significato e la natura dell’arrampicata? Perché, al di là delle mode e della competizione, questa pratica ci cattura a tal punto che ci piace esserne catturati? Prima di azzardare una risposta, conviene capire ciò che l’arrampicata non è, liberando il campo dai rovi delle idee preconcette. Arrampicare è da sempre un gioco per bambini, ma sono gli alpinisti ad aver inventato l’arrampicata libera. Vent’anni fa i climbers coltivavano già, in modo più o meno cosciente, una gestualità. Oggi questa “cultura fisica” viene abbordata soprattutto a partire dal suo aspetto esteriore e caricata di norme a dispetto della sua stessa essenza.

Secondo il metodo classico, a questo punto è importante distinguere tra la forma e la tela di fondo su cui si muove l’arrampicatore. Cominciamo dalla forma, che è costituita dalle regole dell’arrampicata libera, norme che si basano sulla distinzione fra il “punto di aiuto” artificiale e gli elementi strutturali della roccia, cioè gli appigli. Rispetto alla tela di fondo, invece, possiamo dire che, vista globalmente, l’arrampicata non è altro che il rapporto tra la roccia e l’uomo che vi sale. L’arrampicata libera è il gioco del corpo sensitivo sulla roccia, e l’essenza del gioco è la creazione gestuale. Una “bella” roccia riesce a parlarci, e in questo dialogo il corpo si coltiva dandoci una sua risposta: la ricerca gestuale lo porta a leggere una successione di movimenti sulla pietra in maniera molto sensuale, molto sentita. Si può pensare di trovarsi di fronte ad un pensiero che si esprime con l’azione, ad un’intelligenza espressa dal corpo sensitivo? La natura del rapporto tra l’arrampicatore e la roccia passa attraverso l’idea, non nuova ma intesa finora solo in maniera superficiale, della lettura della roccia.

La lettura della roccia
Per cominciare, cosa c’entra mai la lettura? Provate a domandarlo ad un commediante, ad un professionista della dizione. Vi dirà che certi testi, particolarmente belli, trascinano l’attore esattamente come certe rocce conducono l’arrampicatore ben al di là di quanto lui riesca immediatamente a comprenderle. La comprensione, infatti, non ha luogo solo attraverso l’intelletto, ma è una questione che riguarda tutto il corpo sensitivo.

“Arrampicata urbana”. Foto: Patrick Cordier
cordier0002La lettura della roccia si articola in tre livelli diversi. Il primo che viene in mente è in realtà il secondo, quello visivo, che mostra la configurazione delle posizioni, la grandezza, l’orientamento e la forma degli appigli. Il primo livello di lettura, che è quello tattile, corrisponde invece al modo con cui si utilizza ciascun appiglio. L’arrampicatore tocca la roccia con le dita, la suona (in spagnolo, per esempio, “toccare la chitarra” significa suonarla). Il terzo livello, che si basa sui primi due, è in realtà il più complicato. Si tratta del movimento nel suo insieme, la successione più o meno armonica di un fraseggio gestuale, l’intonazione della frase: insomma, è ciò che differenzia ciascun arrampicatore per stile e per carattere. Quest’ultimo tipo di lettura si compie con l’attenzione dovuta alla localizzazione degli appigli, ma anche col “tocco”, cosa che permette di ottimizzare le strutture sottili, e infine con tutto il corpo, che si sposta secondo una linea di equilibri dinamici. Si potrebbe andare ancora più lontano, perché la frase forma un’unità, esattamente come il passaggio, definibile attraverso una serie di movimenti che si sviluppano da un punto di riposo all’altro. Ad un diverso livello di analisi logica (sì, quella che si fa a scuola), ogni movimento è una proposizione di base: gli appoggi su cui si è fermi rappresentano il soggetto, mentre gli appigli su cui ci si muove costituiscono il predicato, e quelli di aiuto i vari complementi… Ma basta così, guai a chi intellettualizza ad oltranza una pratica fondamentalmente legata ai sensi e al proprio vissuto! Perciò, invece di elucubrare con argomentazioni del tipo: «Leggere la roccia significa tradurre la configurazione degli appigli possibili in schemi corporei dinamici, inscritti nella strategia d’insieme del passaggio», è preferibile dire: «Leggere la roccia vuoi dire comprenderla». Già, comprenderla, prenderla con. Con che cosa? Con gli appigli, beninteso…

Il senso dell’arrampicata
A questo punto, prima di inoltrarci tra i segreti dell’arrampicata, è necessario fare una pausa, in modo da poter scegliere gli strumenti più congeniali alla nostra ricerca.

Un luogo comune dice che ci sono due modi diversi per avvicinare un oggetto da studiare. Il primo è di tipo analitico, e segue passo dopo passo i meccanismi di un fenomeno. L’altro è un approccio globale, che permette di avvicinarsi alla dinamica di un fenomeno, visto come nodo di molteplici interazioni. Oggi appare chiaro che l’arrampicata è qualcosa di troppo complesso, che i parametri della progressione su roccia sono troppo numerosi per isolare i movimenti e, a maggior ragione, per comprendere appieno la relazione che intercorre tra la materia minerale della parete e chi arrampica. Inoltre, spesso (se non sempre) l’analisi di un fenomeno è riduttiva e arida, mentre la visione d’insieme, spostando il punto di osservazione sui diversi angoli dell’oggetto di studio, lo mette maggiormente in rilievo, cosa che permette di allargare il problema, di evadere dal nostro orizzonte con ponti e passerelle diretti verso altri campi, senza dubbio più importanti che l’arrampicata in sé e per sé. In questa prospettiva di ricerca globale ci viene in aiuto la fotografia.

La firma
Stando così le cose, ad un certo punto ci è saltato in testa di catturare tutti i movimenti dell’arrampicatore mediante la posa fotografica. Il risultato avrebbe potuto offrire, in un solo colpo d’occhio, l’insieme dei gesti di un climber su una certa via, in un tempo dato. Il livello di abilità, lo stile, la personalità dell’arrampicatore sarebbero emersi dall’esame della scia impressa sulla pellicola fotografica dal centro di gravità del soggetto, reso luminoso per l’occasione. In tal modo avremmo ottenuto la “firma” dell’arrampicatore.

Il passo successivo consisteva nel cercare la linea ideale di minimo sforzo che percorre l’esperto nella sua scalata. E così abbiamo fatto. Dopo alcune ripetizioni, ci si è accorti che il tracciato luminoso tendeva a divenire più o meno ripetitivo e costituiva quella che abbiamo chiamato “valle di stabilità”. Vediamo di spiegarci. I luoghi impercorribili sono i fianchi scoscesi della nostra valle. Tra le varie possibilità di utilizzazione offerte dagli appigli, postuliamo che esista una sola combinazione in grado di permettere il superamento del passaggio col minimo sforzo. La scoperta di questa soluzione ideale (si tratta di una traccia unica per la sua forma) rappresenta la conclusione della ricerca del nostro arrampicatore sulla sua via. Il percorso di cui parliamo è la linea del minimo sforzo e, nel contempo, la linea della massima padronanza del soggetto su di sé, è la traccia dell’intelligenza del corpo che traduce la quintessenza della via. Stabilizzata dopo vari tentativi, questa traccia è la sola, tra tutte quelle possibili, ad esistere ancora prima che l’arrampicatore percorra la via; e, come un magnete, attira su di sé tutte le altre linee di salita. La “valle di stabilità”, inoltre – e questo è davvero importante – è la sorgente del piacere sensuale procurato dall’arrampicata (esattamente come la lettura è la fonte del godimento intellettuale).

Fra tutte le tracce possibili, la “valle di stabilità” è inerente al rapporto tra la roccia e l’arrampicatore e dà all’uomo un senso, perché rispetto a tutte le altre esprime una differenza (1). Ugualmente inerenti al reale sono pure le “valli di stabilità” motrici e sensoriali elaborate dal cervello partendo dai modelli a cui forniscono i parametri il tatto e la vista, il ricordo e la nostra soggettività. Le ricerche attuali sui circuiti dei neuroni mostrano fenomeni analoghi: raffigurano superfici di pensieri potenziali, solcate da valli in cui “scorrerebbe il senso”.

Cercando ancora più lontano, proviamo a pensare, nel caso del nostro modello, a qual è la distanza tra metafora e realtà, e apriamo una lunga parentesi. La linea del minimo sforzo riconosciuta dall’intelligenza motoria come luogo di piacere non è, in fondo, un riflesso del processo cerebrale di ottimizzazione? Si può passare dalla realizzazione di un passaggio al proprio potenziamento personale in ogni aspetto della motricità usando lo studio di una “valle di stabilità” come una sonda analogica?

“Requiem per l’arrampicata”. Foto: Patrick Cordier
cordier0003Abbandoniamo i neuroni per ritornare alla roccia, non solo come elemento naturale dalla superficie complessa ma come serie di problemi gestuali da risolvere attraverso l’intelligenza senso-motoria. Cerchiamo di immaginare la natura della nostra “valle”, le sue sponde ripide o dolci, le sue rapide, i laghi, le cascate, le strette, le dighe. Poi riprendiamo la nostra scalata come se essa fosse costituita da una serie di problemi di forme, una sequenza di problemi e di soluzioni nel tempo del passaggio. La soluzione dell’uno annuncia il successivo, come in una catena di cui ciascun anello non può essere staccato se non procedendo con ordine dal primo all’ultimo. Avremo così un susseguirsi di domande da parte della roccia, e di altrettante risposte del corpo, che confluiscono ciascuna nella domanda successiva. È una sequenza che va vista in dissolvenza, perché non si può determinare dove finisca un’unità di movimento e dove esattamente ne cominci un’altra. Inoltre, la traccia dell’uomo sulla roccia non può essere la somma di movimenti statici, perché il principio di ottimizzazione implica un’arrampicata dinamica, basata sulla scioltezza del corpo e sull’inerzia, fattori che permettono un guadagno di energia. Ogni unità di movimento è come una soglia o un colle che occorre raggiungere. E di soglia in soglia, il fondo della valle che si risale arrampicando in “economia” si presenta ondulato come i gusci delle conchiglie fossili rimasti impressi nel calcare. Ognuna di quelle creste d’onda corrisponde a un minimo di energia da spendere per arrivare alla soluzione gestuale del problema. Ogni depressione presente tra le onde, invece, tende verso quel piano di base che fa capolino di tanto in tanto nei famosi “punti di riposo”. Ma a questo punto si presenta una buona occasione per far riposare davvero la mente chiudendo la lunga parentesi e ritornare alla realtà della roccia.

Riassumendo, diremo che esiste una catena di avvenimenti in chiara relazione tra una “certa” maniera di arrampicare, quella che cioè ha un “senso”, e un sistema globale di comandi motori. Le due estremità, concezione e realizzazione, obbediscono alle stesse leggi di ottimizzazione del processo cognitivo. Ora, attraverso due esempi, vedremo come si elaborano questi schemi corporali dinamici, e come l’esperienza – cioè la memoria dell’arrampicatore – interferisca con essi.

Sperimentare per credere
La Pierre a Orthaz, in fondo alla valle di Chamonix, è un luogo esclusivo dell’arrampicata francese ma anche un miserabile sasso abbandonato dalla Mer de Giace sulle sue antiche e aride sponde. Le sue vie più dure non superano i 5 metri, ma oppongono difficoltà elevate.

Una placca, in particolare, si risolve solo con un “lancio” della mano destra molto audace (il corpo, che pende a destra, sull’asse piede destro – mano sinistra, oscilla intorno a un punto di equilibrio assai sottile, delicatissimo da cogliere). L’oscillazione così creata deve mettersi in movimento e deve tradursi in una grande sincronizzazione e decisione inferiore per raggiungere poi, con un solo gesto sicuro, l’appiglio sommitale. Si tratta, insomma, di un bell’esempio di “lancio” in arrampicata. Ciò che ci interessa, in questo movimento, è la prima parte della sequenza, il lancio in sé e per sé e la proiezione mentale che lo sostiene. Capita spesso di sentir dire da un climber: «questo passaggio lo sento». Cosa sta succedendo? Il muscolo racconta a se stesso, silenziosamente, il gesto che occorre effettuare (proprio come si può declamare nella propria testa, silenziosamente, il passo di un libro). Il lancio è l’esempio classico del gesto che si elabora nella mente in maniera cosciente, che – potremmo dire – si “misura”: c’è la valutazione visuale della lontananza dell’appiglio, il calcolo dello sforzo da produrre, la proiezione della traiettoria ottimale e, per un arrampicatore esperto (conscio del pericolo), un colpo d’occhio informativo che fotografa il suolo al fine di prevedere un’eventuale caduta.

Grazie a questi parametri sensoriali, la mente potrà “stabilire delle tappe” la cui concatenazione in movimento, sarà il “germe” di una forma gestuale in evoluzione. Ma questa fragilissima dinamica non deve essere turbata. Invece è frequente il caso in cui – e lo si dimostra facilmente – l’esperienza, la memoria vengono a imbrogliare le carte. Dopo il colpo d’occhio informativo al suolo, per esempio, l’eventualità di una caduta si anima di vita propria e suscita l’elaborazione di un nuovo modello gestuale che è una preparazione alla caduta. A questo punto la padronanza di sé consiste nell’evitare l’interferenza, che è una competizione tra i due modelli. Abbiamo scelto l’esempio del lancio perché si tratta di un movimento che non soffre di compromessi e di incertezze: o la va o la spacca, insomma, tutto o niente. Occorre un bello scatto, certo, ma la realizzazione ideale del lancio di mano dipende essenzialmente dall’attitudine mentale.

Un secondo esempio? Ogni climber capace ed esperto conosce il segreto che permette di progredire su un muro completamente liscio. Esiste, alla Montagne Sainte Victoire, vicino ad Aix-en-Provence, una via dal nome volgare ma che al tempo stesso esprime un messaggio storico. Il percorso di cui stiamo parlando si chiama Compet ou pas, ça pue (con peto o no, puzza – gioco di parole tra competizione e peto, NdR). Questo nome provocatorio risale all’epoca della nascita dell’arrampicata competitiva in Francia. Tutti i passaggi vanno risolti per aderenza dei piedi. Provate a far fare a dei principianti un passo di aderenza, magari su una placca di Fontainebleau: i nove decimi di loro, con soluzione assai pratica, incolperanno la qualità della gomma delle suole. Ciò che il debuttante non sa è che, anche in quel caso, non esistono soluzioni intermedie. Solo quando tutto il peso del corpo carica l’interfaccia roccia-gomma, accade che quest’ultima si deformi sposando perfettamente il microrilievo della placca e aderendovi sopra. Fintanto che l’arrampicatore non crede nella propria possibilità di “tenere”, non osa portare tutto il suo peso sul piede e rende perciò inefficace il tentativo. Paradossalmente, quindi, il compimento di un atto è condizionato dalla scommessa sulla sua riuscita. Tutti questi comportamenti ruotano intorno ad un nucleo centrale, il controllo delle pulsioni emotive, cioè di tutto ciò che può turbare lo svolgimento naturale di un’azione per quanto essa possa essere complessa.

Gli esempi di interferenza tra la forza mentale, sempre insufficientemente controllata, e quella fisica, coltivata all’estremo (cosa senz’altro più facile da praticare), si contano a bizzeffe se si vive dall’interno una pratica come quella dell’arrampicata. Anzi, sovente l’arrampicata è un ottimo barometro per indicare il tempo che fa nella vostra testa. Il fallimento non significa solo mancanza di savoir faire. Ben più spesso di quanto si crede, esso è la conseguenza di barriere psicologiche venute a crearsi in un passato più o meno recente. Chi di voi non ha mai fatto l’esperienza di superare un passaggio senza conoscerne esattamente il grado di difficoltà, accorgendosi poi che quel tratto superava abbondantemente la cifra numerica su cui si credeva di avere padronanza? La difficoltà è anche l’idea che ci si fa di lei.

La difficoltà
Possiamo definire la difficoltà come un momento che impegna le risorse dell’arrampicatore sino all’ultimo. Capita allora di trovarsi a confronto, per un breve spazio di tempo, con tutto ciò che fino a quell’attimo si è accumulato nella memoria.

Il nostro corpo possiede una memoria somatica di tutto il suo passato emozionale, ben segnato nelle nostre attitudini. In caso di difficoltà, tracce e cicatrici si riattivano inserendosi nei nostri gesti, frenandoli o bloccandoli attraverso il gioco dei muscoli antagonisti. In presenza di un passaggio difficile, quella che viene frenata è la riuscita di un fraseggio, più o meno complesso, in modo rilassato.

Gestire la propria energia
Nella prima parte di questo saggio abbiamo visto che una buona lettura della roccia ci porta ineluttabilmente a parlare di energia. Tuttavia, prima di accingerci a farlo, è necessario intenderci sul significato del termine, spesso vittima di differenti interpretazioni. Se analizziamo il processo energetico a livello molecolare, metabolico, facciamo della fisiologia. Ma se guardiamo globalmente alla motricità insita nella totalità dell’individuo, si fa qualcosa che assomiglia terribilmente all’amministrazione delle risorse. Ricordiamo che l’ideale è il gesto senza sprechi di energia, la scelta di un fraseggio in armonia con la roccia che, al momento del passaggio da giù a su, altro non è se non una “valle di stabilità”. Più lo sforzo sarà intenso, e più si dovrà ottimizzare l’energia disponibile. “Concentrare l’energia” vuol dire gestirla bene. L’amministrazione delle proprie risorse energetiche non può essere fatta in modo cosciente, ma viene realizzata grazie ad un atteggiamento rilassato che permette la libera circolazione dell’energia. Concentrare, gestire l’energia, vuoi dire porre (in maniera indiretta) il corpo in uno stato tale da permettere la libera circolazione dell’energia disponibile, agli ordini della sua intelligenza motoria.

A questo punto si aprono due strade: condizionare il soggetto per prepararlo all’azione (in sofrologia il termine è “autosuggestione” (2) o decondizionare totalmente il corpo affinché esso ritrovi la sua intelligenza particolare (hata yoga). Tra le due vie, la seconda è un lavoro in profondità che richiede parecchio tempo. Inoltre, il dirigersi in questa direzione alla ricerca di una meta precisa, anche se essa costituisse un miglioramento del nostro modo di arrampicare, sarebbe cosa perlomeno paradossale.

“L’arrampicatore liberato”. Foto: Patrick Cordier
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Influenza sulla pratica: la ricerca della qualità

Ci siamo prima domandati di quali mezzi disponiamo per agire sulle pulsioni emotive che si comportano come parassiti sugli schemi dei comandi motori. Ma è importante rendersi conto che ogni tentativo non potrà aver luogo se non in maniera indiretta: lo spirito, infatti, come la mano, è incapace di afferrare se stesso. E la sola volontà è impotente contro le attitudini e le abitudini fisiche e mentali inserite da lungo tempo nella memoria. Oltre questo primo livello di ostacoli, è la stessa volontà, o meglio il desiderio di riuscire, che può divenire impedimento.

Facciamo un parallelo col mondo musicale: quando uno strumentista suona un pezzo difficile, gli accade di “attendere” con un po’ di apprensione una frase musicale particolarmente difficile. È esattamente questo stato d’animo di attesa per una meta da raggiungere, che lo rende traballante sulle note, allorché un’attitudine “ingenua”, immersa nell’azione presente lo porterebbe assai meglio a superare l’ostacolo. Per capirci, è sufficiente trasferire la frase musicale in una frase muscolare. Teniamo anche conto che questo stato di grazia non “colorato” dalle emozioni è la cosa più tenue, più delicata e fragile che ci sia. E si avvale anche del curioso paradosso per il quale, come una saponetta, vi scivola via tra le dita quando cercate di trattenerla. In ogni caso la ricetta di un approccio del genere sta nel fatto che tale stato è una via possibile che evade dal semplice gioco sportivo per condurci verso un gioco fisico e psichico abbastanza raffinato, dove è necessario che i due poli della persona comunichino liberamente.

Le ricette
Questo è un paragrafo che viene fornito con molte riserve per non lasciarsi ingannare dall’ambiguità dell’oggetto trattato. E a questo punto, tra l’altro, non ha senso il consiglio di applicare delle regole di comportamento come quelle dell’allenamento classico, perché si ingannerebbe chi legge condizionandolo con i soliti discorsi oggi tanto di moda. Ciò che segue, dunque, va letto per il piacere di poter provare, ma non troppo sul serio.

1 – L’energia non può circolare liberamente senza una coscienza completa dello schema corporale. Così, in sofrologia, uno degli scopi essenziali del “rilassamento dinamico” è quello di far prendere coscienza dello schema corporeo. L’hata yoga si muove nella stessa direzione. Nel sistema motorio ci sono ricettori sensitivi che, quando si tiene una posizione yoga, costituiscono i relais di un meccanismo di presa di coscienza delle contrazioni muscolari (3).

Per ciò che riguarda la rappresentazione che si ha del proprio corpo nello spazio, ci si può allenare a vedere con le dita… Ciascuno può fare l’esperimento con un semplice pezzo di carta e una matita. Con gli occhi chiusi, ovviamente. Con un po’ di abitudine il foglio di carta diventa un’immagine mentale su cui si “scrive” e la mano è guidata da una proiezione interna del movimento.
La mano scrive nella testa prima di scrivere sul foglio. Prendere coscienza è modellare.

2 – I tre consigli del sofrologo Philippe Leclair per superare sulla roccia un passaggio al limite della propria competenza sono: espirare nello sforzo, concentrare la propria attenzione sul ventre, rilassare i muscoli del viso (cosa questa che ha effetto su tutta la muscolatura del corpo).

3 – In numerose tecniche, se non in tutte, la respirazione gioca un ruolo centrale nell’ottenere il giusto tono muscolare, che è la caratteristica fisiologica di un gesto rilassato. Chi dice respirazione, dice diaframma, e un buon climber “arrampica col suo ventre” (in Francia si dice: «quel tizio l’arrampicata ce l’ha nella pancia»); d’altra parte, la respirazione addominale durante lo sforzo è una tecnica tradizionalmente impiegata in tutte le arti marziali. A conclusione di queste chiacchiere, il mio contributo personale consiste in una semplice raccomandazione, nel coltivare semplicemente – e prima di tutto – il piacere durante l’arrampicata. È il mezzo migliore in nostro possesso perché il corpo si liberi e diventi ricettivo nei confronti del linguaggio segreto della roccia.

Note (1) Il concetto di “valle di stabilità” è una semplificazione. In realtà esistono molte maniere, forse un’infinità, di superare un passaggio sulla roccia, ma quando la difficoltà aumenta, le possibilità di scelta divengono assai meno numerose, e l’azione deve adattarsi alla roccia. L’idea di “valle di stabilità” si applica soprattutto a un livello di difficoltà limite, situato appena sotto il livello di competenza del climber. Ed è qui che va situata la nostra affermazione. Qui in effetti, ogni “valle di stabilità” è unica, appartiene in proprio ad ogni arrampicatore su una determinata via ed è l’immagine di un’azione che si svolge nel tempo, la firma personale del climber che preesiste all’azione in quanto rappresenta un optimum.
Patrick Cordier

(2) La sofrologia è stata “inventata” da Alphonso Caycedo, un neuropsichiatra spagnolo di origini sudamericane. Dopo aver praticato l’ipnosi, Caycedo andò in Oriente a vivere negli ashram e nei luoghi di meditazione. Il termine sofrologia deriva dai vocaboli greci sos, phren e logos che significano rispettivamente serenità, spirito (o mente) e discorso (o scienza). Significa, dunque, discorso o scienza della serenità di spirito. La tecnica della sofrologia comporta diverse fasi: la presa di coscienza del corpo, statica e dinamica; la conoscenza dello stato “sofroliminale” (o “stato alfa”) tra la veglia e il sonno; l’esercizio di rilassamento dinamico che permette la liberazione e la gestione dell’energia; l’utilizzazione dello “stato alfa” per una programmazione positiva detta “sofro-accettazione” progressiva (che è un atecnica di visualizzazione per aprire al successo il nostro cervello programmandolo positivamente) e per l’apertura alla coscienza di sé.
Norbert Apicella

(3) Lo yoga non è una tecnica né una scienza, ma uno stato: l’essere uno. Per raggiungere questo stato c’è una tecnica precisa, sperimentata e trasmessa da millenni attraverso un’ininterrotta catena di saggi, santi, occultisti, ma anche ricercatori e medici. Per poter sostenere le sue pretese, tale tecnica, ancorata alle leggi naturali della vita, non ha bisogno della scienza né di alcun sistema filosofico. Al di là di ogni dubbio, è ormai ampiamente riconosciuta la dipendenza reciproca di corpo e mente. Pertanto la tecnica yoga comprende sia esercizi per lo stato fisico sia per quello mentale, in modo che essi si sviluppino in uno spirito di collaborazione simile a uno stato psico-fisiologico equilibrato, condizione basilare per liberare l’essere dall’asservimento che sia il corpo e sia la mente gli infliggono. L’insegnamento dello yoga è molto preciso ma altrettanto personale, aperto e adattabile, e passa attraverso l’apprendimento delle Asanas (posizioni) che forniscono una coscienza del proprio corpo preparando al Pranayama o regolazione e coscienza del respiro, e che fermano la dispersione di energia e stabilizzano le immagini mentali. Quando il “mentale” è calmo, si rientra nel Prayadhara o astrazione, interiorizzazione. Il flusso Asanas – Pranayama – Prayadhara è indissolubile, e il suo risultato è uno stato di concentrazione (Dharana) che porta al decondizionamento mentale (Dhyana). Il tutto realizza il Samadhi, la concentrazione totale dello spirito.
Christina Eichhorn

Per la biografia di Patrick Cordier vedi Wikipedia (in francese).

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Una bella domenica

Una bella domenica
di Patrick Cordier (1973)

Il lucido diario di uno dei più forti alpinisti francesi del momento ci permette di accostarci alle sensazioni più drammatiche e più sincere che può provare un solitario lungo una via di estrema difficoltà (pubblicato in origine su La Montagne n. 2-1973, poi su Rivista della Montagna n. 18, 1974, a cura di Gian Piero Motti, con traduzione di Corrado Furno)

Patrick Cordier è un giovane scalatore parigino, sicuramente al momento attuale uno dei migliori alpinisti d’Europa. Penso sia superfluo elencare la sua attività alpinistica, d’altronde so che gli farei una cosa sgradita. Sappiate comunque che ha al suo attivo le ripetizioni dei più difficili itinerari delle Alpi. Ha aperto vie nuove di estrema difficoltà un po’ dappertutto, principalmente sulle Prealpi Calcaree francesi. Ama la scalata solitaria. Il polacco Mroz lo definì uomo-ragno dalle illimitate possibilità in arrampicata libera.

Ho avuto il piacere di vederlo arrampicare a Fontainbleau e a Saussois. Ammettiamo pure il beneficio della conoscenza di ogni mimima struttura della parete – derivata dal numero infinito di ripetizioni degli stessi gesti – comunque al Saussois, su difficoltà estreme, da solo, senza alcun mezzo di assicurazione, arrampicava a 50 metri da terra con una leggerezza, una naturalezza ed una sicurezza incredibili. Dava l’impressione di aver soppresso in sé ogni emotività, ogni senso di angoscia. Che cosa fa nella vita? Non si sa bene. Sposato con Sylvie, abita nel quartiere di Monparnasse, ama la pop music, suona il flauto indiano. È uno studioso di religioni e discipline orientali, credo che cerchi di applicarle nella sua vita. Certo in arrampicata riesce ad attuare quel controllo della mente di ispirazione yoga, di cui tanto si discute in California, dove assistiamo ad un revival dell’arrampicata libera spinta a finezze incredibili (si veda un articolo di Henry Barber che tratta a fondo del «control of mind» in Mountain Magazine, 1974).
Gian Piero Motti

Il tracciato della Via del Nose (El Capitan), con i sei bivacchi di Patrick Cordier
Nose del Capitan, tracciatoUna bella domenica
di Patrick Cordier (1973)

Questo è il racconto della seconda ascensione solitaria della Via del Nose sul Capitan. L’itinerario fu aperto da Warren Harding, Wayne Merry e George Whitmore nel novembre del 1958. I primi salitori passarono 47 giorni in parete e la vera ascensione durò 13 giorni. Da quella data nulla è mutato sulla parete tranne che sono rimasti in parete i 125 chiodi a espansione piantati dai primi salitori e che le fessure almeno per i primi 300 metri sono rese quasi inservibili dal lavoro di chiodatura e schiodatura. I mille metri di scalata artificiale interrotti da numerosi pendoli sono ora percorsi in tre o quattro giorni da una cordata abbastanza veloce.

Esistono   molti   modi di avvicinarsi alla montagna.
Il più perverso di tutti è certamente la scalata solitaria delle grandi pareti, impresa che esige tenacia e una resistenza eccezionali, o una grande confusione mentale secondo alcuni oppositori. In ogni caso francamente ignoro quasi tutti i motivi che conducono l’alpinista ad affrontare da solo una grande parete, ma so molto bene che non sono certo quei luoghi comuni traboccanti di nobiltà sui quali si sofferma compiacente un certo tipo di letteratura alpina. A me pare che per la realizzazione di una grande impresa solitaria siano necessari prima di tutto una buona dose di egoismo e di orgoglio. Questo egoismo e questo orgoglio devono essere giustificati, d’altronde abbastanza ingenuamente da un’azione esemplare che comporti un massimo di rischio e di difficoltà. Royal Robbins che effettuò quattro anni fa la prima ascensione solitaria della Via Muir sul Capitan giunse ad intuire che simili azioni sono assimilabili ad una specie di onanismo spirituale. Non ho ancora capito esattamente il paragone, tuttavia lo riporto per ciò che esso ha di piuttosto insolito. Robbins ci dice anche: «La scalata solitaria è come un grande specchio, è un modo di esplorare se stessi». Questo concetto, d’altronde già antico, è tratto direttamente dalle ideologie che hanno come punto di ispirazione la filosofia orientale, riveduta e corretta in California.

Il concetto è secondo me fin troppo seducente. Mi sembra piuttosto che la scalata solitaria richieda il massimo controllo e la più completa attenzione nel pieno possesso di tutte le facoltà morali e fisiche, escludendo ogni altra attività dello spirito, tranne quella utile all’azione. Questo concetto mi sembra di facile comprensione. Qui compare una delle virtù essenziali alla scalata solitaria: gli arrampicatori solitari sono spesso uomini che nutrono un’estrema preoccupazione per se stessi.

Trovarsi solo su una grande parete sconfigge il nervosismo per pura necessità essendo il mondo in cui agisce lo scalatore uno dei più ostili che esistano. Ciò esige di conseguenza la massima concentrazione per riuscire semplicemente a sopravvivere. È un po’ come mettersi con i piedi in aria, la pressione del sangue è invertita e da sollievo al cuore; arrampicando in solitaria la pressione mentale è invertita ed alleggerisce lo spirito. All’eterno perché dell’alpinismo, Andrzej Mroz rispondeva spesso in un modo molto convincente: «Ma perché, “perché”?». Può darsi che il gioco consista proprio nel cercare una spiegazione a tutto, anche se poi queste spiegazioni non esistono.

Di solito non amo affatto la scalata artificiale in solitaria, la progressione è troppo lenta e richiede una fatica infame, soprattutto al Capitan, dove bisogna chiodare, scendere in doppia la lunghezza di corda salita, risalire con le maniglie jumar schiodando, ed infine issare il sacco, e non è certamente un piccolo sforzo pensando che è necessario portarsi dietro più di 20 litri d’acqua. In ogni caso le ascensioni della parete sud del Capitan richiedono un dispendio enorme di energie. Naturalmente si possono immagazzinare tutte queste energie durante lunghi mesi d’allenamento metodico, e costante, ma nel mio caso fu precisante il contrario. Una brutta frattura del polso mi aveva impedito di arrampicare per i sei mesi che avevano preceduto il mio arrivo nella Yosemite Valley.

Fu questo un lungo periodo di immobilità e frustrazione che mi permise di varcare quella soglia di credibilità e conflitto con se stessi al di là della quale l’energia necessaria può essere liberata per poter trasformare il sogno in progetto ed il progetto in realtà.

Patrick Cordier il 25 settembre 1972 risale le corde fisse sistemate durante il primo giorno di scalata, 22 settembre (Foto Sylvie Cordier)
25 settembre 1972: P. Cordier risale le core fisse messe in posto il 22 settembre sul Nose (Capitan)Finalmente decido di partire e passo tutto il giorno a riunire il materiale necessario: ma mi accorgo ben presto che me ne manca molto. L’alpinismo è uno sport da ricchi, ed è ben noto! Così come è d’uso comincia il delicato lavoro di accattonaggio verso i miei vari amici: una staffa qui, una corda là, un sacco da recupero a sinistra, una dozzina chiodi a destra…

Il mattino del 22 settembre attraverso la grande foresta che conduce ai piedi della parete. Mi affascina e non mi sono ancora stancato di guardarla. Cammino, ma ho lo sguardo perso nelle sue immense placche rosse e spesso inciampo nelle radici e nelle pietre. Questa parete ha veramente qualcosa di inafferrabile; mi sembra che voglia sfuggire agli sforzi che l’immaginazione attua per catturarne la grandezza ed assimilarla. Oggi devo attrezzare quattro lunghezze di corda. Non è che un semplice flirt che permetterà di conoscere i legami che mi uniscono già segretamente ad essa e che non si romperanno che dopo un idillio di sei giorni.

Patrick Cordier sospeso sulla parete della Via Salathé durante il terzo bivacco (Foto Joël Coqueugniot)
P. Cordier al terzo bivacco, via Salathe, Capitan, 1971

Al crepuscolo tutto il materiale, circa 35 kg di peso, è già issato 120 metri al di sopra della foresta. La notte mi sorprende quando mi accingo a ridiscendere. Questa notte voglio ancora trascorrerla nella valle. Ho annodato le mie tre corde, mi lascio scivolare verso l’oscurità della foresta, giungo al primo nodo, ora devo bloccarmi con il prusik e fermarmi sulle staffe, poi il freno, risalirlo dopo il nodo, riprendere la discesa mentre i piedi sfiorano di tanto in tanto la roccia granulosa.

Queste lunghe discese in doppia, se tecnicamente ben preparate, sono veramente divertenti e procurano una specie di ebbrezza e di pace per la sensazione di vincere la gravità, l’ostilità dei luoghi e la notte. È ancora molto presto il giorno seguente mentre mi sto preparando ad attaccare e vengo a sapere che una squadra di soccorso sta operando in vetta, in otto stanno per scendere su un terrazzino posto a 200 m sotto la vetta. È piuttosto rischioso avventurarsi in parete in questo momento. Ci sono scariche di sassi anche in Yosemite. È un imprevisto che difficilmente riesco ad accettare, tanto più che mi è pressoché impossibile scaricare tutta la tensione nervosa accumulata nel corso delle giornate trascorse in febbrili preparativi.

In arrampicata sul Nose del Capitan. Foto: Marco Milani
Yosemite Valley (California), in arrampicata sul Nose del CapitanFinalmente il 25 la via è libera e approfitto delle ore fresche del crepuscolo per risalire le corde lasciate alcuni giorni prima. Sinceramente la manovra mi impressiona parecchio perché so benissimo che ieri sono cadute alcune pietre in prossimità del punto in cui sono ancorate le corde, circa 120 m più in alto. Il giorno 26 avevo sperato in un tempo più fresco almeno nella parte inferiore della parete, che generalmente è la più calda. Sette lunghezze di 45 metri, interrotte da due pendoli, mi separano dal prossimo punto di bivacco. Devo assolutamente fare in fretta. Sfortunatamente mi accorgo ben presto che il mio polso destro è ancora molto debole e anche se racchiuso e bloccato da quattro stecche d’acciaio e da un vistoso bendaggio, mi fa spesso soffrire. Così sono costretto a togliere il 95% dei chiodi con la mano sinistra. Se la mia non è la prima ascensione solitaria del Nose, almeno ho la consolazione di compiere la prima salita con una mano sola. Le fessure sono larghe e mettono rapidamente in crisi il mio stock di cunei d’alluminio. Sono così costretto a una manovra abbastanza rischiosa, tuttavia frequente, ossia togliere il chiodo che ho appena caricato per riportarlo un metro più in alto. Ripeto questa operazione una buona dozzina di volte per circa tre lunghezze di corda, tutto ciò è evidentemente non molto raccomandabile e mi angoscia leggermente. A dire il vero questo primo giorno mi ha lasciato con l’amaro in bocca; la notte mi sorprende a metà di uno strapiombo, stupidamente avevo commesso l’errore di non portare l’amaca ed il secondo bivacco non fu certo confortevole. Il mattino del giorno 27 il vento che soffiava mi dava una nuova carica: la giornata fu senza problemi, la scalata piacevole e veloce, con dei bei passaggi in arrampicata libera. Il giorno 28 al levarsi del sole lascio il terzo bivacco con un po’ di dispiacere perché era splendido. L’atmosfera particolarmente calma a quest’ora, la valle è ancora intorpidita, annegata nella nebbia, sono solo al mondo con questa fessura che sale diritto verso gli strapiombi; boot flake, questo è il suo nome e ha la sinistra reputazione di allargarsi a mano a mano che la si schioda. Mi impongo con scarso successo di non pensarci e poi tutto si svolge molto in fretta e molto bene.

Alexander Huber sul Nose, El Capitan
AmLimit, Capitan, El Nose, Alexander HuberMi attende ora il più lungo dei pendoli della parete. Ci provo, ho il sacco appeso alla fettuccia, due metri sotto le mie gambe. Mi accorgo che il progetto era troppo ambizioso. Ci provo senza il sacco, una, due, tre volte.

Corro a tutta velocità sulle placche mentre la corda gratta un po’ sinistramente sulla roccia granulosa. Ma non riesco a concludere nulla. Il punto più lontano che riesco aggiungere è ancora a più di quattro metri dal chiodo a espansione che assolutamente devo afferrare. Dopo una decina di prove sono sfinito. Allora scarico tutti i miei chiodi e moschettoni e, ripartendo più leggero oltrepasso addirittura, in un vero e proprio sprint col corpo orizzontale, il chiodo a espansione e non riesco ad agganciarlo al ritorno: questa volta ho voluto strafare. Con un moschettone tra i denti faccio il dodicesimo e questa volta vittorioso tentativo; mi sento decisamente sollevato, ma non sono certo fiero di me stesso.

Alexander Huber sul grande tetto del Nose, El Capitan
AmLimit, Capitan, El Nose, Thomas Huber
Questo giorno sarà uno dei più duri di tutti quelli che ho vissuto in parete, data la grande pericolosità dei passaggi. Fermandomi spesso, chiodo dei blocchi malfermi ed insicuri con una certa angoscia data dal fatto che ancora non ho sperimentato l’efficacia del mio sistema d’autoassicurazione; tuttavia ciò, da un dato punto di vista, è abbastanza incoraggiante. Ma cosa accadrebbe se uno di questi blocchi si staccasse? La corda è precisamente sulla traiettoria di uno di essi. Allora la paura mi assale, paralizzante. Rimango sovente più di un minuto a riflettere inutilmente appeso a un chiodo. Non smetto di immaginare, ma contro la mia volontà, le più drammatiche situazioni. Ora non sono più padrone dei miei pensieri, della mia immaginazione e il mio senso critico e razionale che si sbriciola è vacillante e mi lascia in preda al più grande nervosismo. Giunti a questo punto non rimane che una soluzione per uscirne: immergersi più profondamente nell’azione, fare convergere tutte le proprie risorse, legate come in un fascio, verso un’unica direzione: il presente, perché solo l’azione possiede le virtù che liberano e svuotano la mente. In alcuni momenti mi sembra che la coscienza si risvegli come da un sogno che si astragga dal presente. Ma perché sono qui? La montagna è per me come un bisogno che non si appaga mai, una sete insaziabile, che nessuna esperienza, sia essa difficile e drammatica, può spegnere.
Salgo con una lentezza opprimente verso il quarto bivacco, oasi di sicurezza così lontana da sembrarmi irraggiungibile. Non mi resta che mezzo litro d’acqua per la fine del giorno, sera e notte: è infinitamente poco quando si conosce il caldo torrido delle pareti del Capitan, gli alpinisti sprovveduti sottovalutavano spesso le condizioni atmosferiche al Yosemite. In settembre il caldo è soffocante nei versanti esposti a sud. Due ore in queste condizioni sono talvolta più spossanti che due giorni passati sulle Alpi.

Giuseppe Popi Miotti  sul grande tetto del Nose, El Capitan
G. Miotti sul Big Roof del Nose del Capitan. Foto G. MiottiMi ripeto che non devo, non devo più bere.
Allora scopro un trucco: aspiro profondamente aria dalla bocca completamente aperta e ciò mi dà la vaga illusione di un liquido che scorre nella gola. Chiodare, tirar su la corda che s’incastra; attrezzare il punto di sosta, scendere a corda doppia, fare un pendolo sullo strapiombo fino al punto di sosta inferiore: poi bisogna lasciar andare nel vuoto il sacco del materiale la cui corda è legata 40 metri più in alto. La parete è molto strapiombante, il sacco decolla mollemente fischiando nell’aria, è impressionante! Bisogna risalire, schiodare, poi tirar su il sacco, disporre le corde, scegliere i chiodi e ripartire di nuovo, ancora, ancora lentezza, calma; inquietudine e sete. Sovente sono obbligato a chiodare là dove potrei, senza l’impedimento del mio braccio, fare qualche passo in libera e guadagnare minuti preziosi. Tuttavia alle 20 raggiungo in extremis, nel buio più completo, la terrazza del “Campo 4”. Tutti i miei bivacchi si rassomigliano. Mezzo cielo stellato, gli ultimi rumori che salgono dal mondo che ho lasciato da molto tempo, mi sembra; poi insensibilmente la parete si anima. Un topo che corre su una cengia alla ricerca dei miei viveri, una rana che gracida in una fessura sopra dì me. Non capisco come questi animali possano vivere in un luogo così secco e arso. Infine a metà della notte la luna si alza e illumina tutto il bivacco. Neanche la sera del quarto giorno il bivacco fu diverso. Meccanicamente mi scarico del materiale, poi a tastoni ripongo tutta questa ferraglia, i grossi chiodi a sinistra, poi i moschettoni, con una cura quasi maniaca costruisco la mia ghirlanda. Scopro che il fatto di riporre, disporre, ordinare, ha un effetto rilassante, rassicurante. L’oscurità è quasi totale, non esiste più il vuoto né le fessure fuggenti verso valle, il mio mondo si limita a ciò che posso toccare. È in questo momento che le mie dita sfiorano un oggetto inaspettato, un libro incastrato in una fessura.

In arrampicata sulla via del Nose, El Capitan. Foto: Luca Biagini
In arrampicata sul Capitan, via del NoseIncredibile! Sto per farmi una biblioteca…
Cosa ci fa questo in questi strani posti? Prendo la lampada frontale: I Ching, il libro delle Metamorfosi, antico libro cinese che tratta delle divinazioni. Curioso incontro! Non apro il libro, non è certamente il momento di lasciare che fosche superstizioni invadano il mio spirito (d’altronde non è già per superstizione che non ho voluto aprire il libro?). Tutto ciò ci porterà ben presto al non passare mai sotto una corda oppure sempre il piede destro per primo nella staffa. In fondo voglio ben credere che domani accadrà, almeno in parte, ciò che io avrò scelto. Domani 29 devo superare il gran tetto di cui ho scorto due lunghezze più in alto l’ombra opprimente. Demistificazione, il passaggio del tetto mi ha tratto in inganno; come spesso accade in simili situazioni l’itinerario evita la parte strapiombante del tetto e si accontenta di seguire una fessura al limite tra il muro verticale e la parte orizzontale del tetto che non è più lunga di 30 metri. L’ambiente non è tuttavia meno severo, i chiodi sono saldi e facili da mettere, l’avanzamento è rapido, vivo l’esaltante sensazione che nulla mi potrà più fermare. Giorno dopo giorno il sacco del materiale diventa più leggero, sempre meno viveri, sempre meno acqua. Ora compio le manovre con le corde al punto di sosta in tempo minimo. Tre quarti d’ora per chiodare una lunghezza, un quarto d’ora per attrezzare il punto di sosta e scendere con la seconda corda alla sosta inferiore e mollare il sacco del materiale che dondola nel vuoto, 20 minuti per schiodare, 10 minuti per preparare la lunghezza seguente e issare il sacco: il ciclo adesso è di un’ora e 45 minuti cioè rapido.

Conto e riconto continuamente quante ore mi separano dalla fine dell’impresa, conto stretto, conto largo, margine di sicurezza, così tengo occupata la mia mente. Questa lunghezza di corda mi impegnerà per due ore, quella là mezz’ora di meno perché c’è un po’ di libera; ora dopo ora prendo possesso del futuro, provo a prevedere il seguito. Non sono dunque così sicuro di me stesso? Tuttavia tutto procede perfettamente bene. Il Campo 5 è una piccola terrazza che servì da base per l’assalto finale al tempo della prima ascensione, qui passo il mio quinto bivacco. Conto sedici chiodi a espansione piantati nel granito, vestigia dell’ultimo salvataggio. Da questa terrazza Jim Bridwell fu calato per tre ore, con un ferito sulle spalle, legato all’estremità di un’unica corda di 700 metri. Domani deve essere la mia ultima giornata completa in parete. Il 30 settembre chiodo furiosamente, senza tregua, fessure e muri straordinariamente strapiombanti con la speranza di raggiungere l’ultimo bivacco prima della cima, almeno secondo il pronostico di Jim. Alle 19, nella penombra, mettevo piede su di un minuscolo scalino all’uscita di un diedro strapiombante di 300 metri: era il bivacco indicato, tre lunghezze sotto la cima; momento amaro: con un piede sulla roccia e l’altro in una staffa la notte fu lunga, la conclusione vicina mi rende nervoso.

L’arrivo in vetta di Patrick Cordier la domenica del 1° ottobre 1972 sulla via del Nose di El Capitan in California. (Foto Sylvie Cordier)
Patrick Cordier esce dal Naso del Capita, domenica 1 ottobre 1972

Domenica 1° ottobre si annuncia con una tenue luce verso est e riparto in una nuvola di piume perché ho bucato il mio duvet. Le 10. Una trentina di chiodi a espansione piantati negli strapiombi sommitali mi separano ancora dal mondo degli altri. L’arrampicata è rapida, incredibilmente serena. Una freschezza autunnale corre sulla roccia e indovino il fremito di qualche cespuglio al suo passaggio, là in alto, dietro l’ultima gobba di granito. Al di là di uno spigolo, subto l’aria mi porta un odore di resina e di ginepro. La foresta! È là, deve essere là, molto vicina, ma non la vedo. Ho voglia di correre, ma ci sono gli strapiombi e la verticalità della parete. Una traversata a destra, poi improvvisamente non c’è più nulla, solo il cielo. Una voce molto vicina… qualcuno arriva. In meno di 30 secondi mi scarico di tutto materiale e lo attacco a un grosso chiodo a espansione, l’ultimo chiodo. Risalgo correndo delle placche inclinate facili, una testa sconosciuta emerge dietro un blocco: «All right». In un istante faccio di questo incontro un amico carissimo. Altri sono là e mi circondano. Parlo senza smettere. Non avevo mai sospettato il piacere che si può provare a parlare. Parlo di tutto e di nulla, di non so cosa ed anche dei giorni che ho vissuto. È una bella domenica…

Patrick Cordier su Wikipedia (in francese)