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L’ascolto

L’ascolto
(argomenti sulla sicurezza)
di Lorenzo Merlo

Sicurezza nella relazione esprime una modalità di frequentazione dell’ambiente naturale, ma non solo, da integrare con la diffusa prassi di avvalersi di strumenti, studio, esperienza e normative.

Premessa. La sicurezza sussiste solo in quella modalità bidimensionale, algebrica, euclidea di concepire il mondo e la vita, ove tutti gli elementi sono immobili come in una fotografia. Nella modalità volumetrica (Bidimensionale e volumetrica sono termini coniati in merito alla ricerca ToFeelNotToKnow dedicata ai processi di conoscenza non cognitivi), fluttuante, dove in realtà innumerevoli elementi, diversi da loro stessi in ogni istante, anelano al loro scopo costringendo anche a modificare il nostro, la sicurezza non è più concepibile.

Queste righe dedicate alla sicurezza vorrebbero scongiurare il rischio di creare fazioni in contrasto; vorrebbero essere semplicemente propositive; vorrebbero solo invitare riflessioni personali, le sole che hanno il potere di provocare evoluzioni individuali.

Sono considerazioni dedicate a chi non ha avuto il tempo di riflettere sulla sicurezza, né sul linguaggio ordinariamente impiegato per parlarne né sulla conseguente realtà deterministica che ne scaturisce, ove oltre a credere di poter vendere, si può anche credere di poter comprare sicurezza.

Con le Guide in sicurezza; Professionisti della sicurezza; In totale sicurezza e divertimento sono formule tanto frequentemente impiegate per vendere sicurezza quanto inopportune in quanto fuorvianti. Ciò che a mio parere dovrebbe essere venduto e comprato è una specie di opposto, la garanzia dell’ineludibile rischio d’imprevisto.

La cultura analitica, esclusivamente bidimensionale, che ci ha cresciuti induce a concepire il problema della sicurezza nella sola dimensione tecnico-fisica, ci spinge a coltivare espedienti tecnologici (strumenti e equipaggiamento) e regolamentativi (leggi, restrizioni) come modalità unica per creare sicurezza. Ne sono scaturiti moniti-dogma noti a tutti, Se non hai artva-pala-sonda… Se non rispetti le regole… Il bollettino diceva 3… Sono formule che sottendono ad una sicurezza effettivamente raggiungibile, ammiccano all’idea che per ottenerla sia necessario acquisire saperi cognitivi (studio), empirici (esperienza), espedienti tecnologici (strumenti ed equipaggiamento), confermano l’inderogabilità di escogitare/ accettare/condividere/proporre restrizioni.

Dunque sapendo, esperendo, comprando, propugnando dogmi e legiferando riteniamo di fare il massimo per realizzare la miglior sicurezza. Un processo legittimabile e funzionale a produrre automi irregimentati, deprecabile e sconveniente se ci poniamo l’autonomia e la responsabilità di noi stessi e della realtà come scopo. Nel primo caso avremo persone che si muoveranno a misura di altro, nel secondo a propria misura.

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Ma allora come la realizza il camoscio? Il camoscio non fa esclusivamente riferimento a quanto ha già visto ed esperito, resta in ascolto, stima permanentemente, come l‘esploratore, non fa altro. Senza saperi, senza tecnologia, senza affidarsi ciecamente all’esperienza, senza rispettare divieti, il camoscio realizza la miglior sicurezza disponibile, eventualmente rinunciando. Serve esperienza per lasciare da parte l’esperienza, per sentirne l’invasività e la prevaricazione in occasione delle scelte.

L’atteggiamento sportivo/competitivo che la comunicazione mainstream ci induce a condividere e a considerarlo un valore assoluto quindi irrinunciabile, comporta di concepire la montagna, e ogni ambiente aperto, alla stregua di un campo sportivo ove esercitare la nostra passione.

Ma è accettabile ridurre la natura a campo da gioco? Abbiamo mai osservato le implicazioni che comporta? È per questa inopportuna concezione che tendiamo a produrre, condividere, promuovere e accettare regolamentazioni anche per i terreni aperti oppure lo facciamo per pigrizia e inconsapevolezza? Creare una regola è meno impegnativo che promuovere una cultura dell’ambiente, della relazione; una cultura non più solo codificata e codificabile, dedita a sancire il diritto al tempo libero e al libero edonismo.

Il campo da gioco è un dominio che implica la regola. Il campo da gioco è un ambito che induce, contempla e permette la replica di situazioni simili e limitate.

Trasferire la mentalità idonea al campo da gioco al contesto naturale, dove non ci sono righe immaginarie a delimitare alcun campo, o regole a limitare l’influenza delle variabili della natura, è la condizione di origine di molte nostre scelte… fondate sugli elementi dogmaticamente prescritti e considerati sufficienti a gestire la sicurezza in natura. Tuttavia è opportuno considerare che nella natura viva ciò diviene sconveniente, perché lì non ci sono campi delimitati, e il muoversi secondo decaloghi formulati da altri, la valorizzazione della sola esperienza e delle conoscenze e anche il solo rispetto del divieto alzano i rischi d’imprevisto.

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Che fare? Imparare dal camoscio è possibile disponendo della consapevolezza dell’ascolto.

«Il maggior ostacolo nel capire l’organizzazione vivente sta nella impossibilità di rendere conto di essa enumerando le sue proprietà; deve essere capita come unità (Humberto Maturana – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985)». Riconoscendo il proprio allineamento a flusso culturale razional-analitico, se ne possono prendere le distanze, si possono trovare alternative di carattere meno massifico, ripetitivo e autoreferenziale, più a misura personale, più creative, più idonee a cogliere l’unità. È attraverso il canale affettivo del sentire che nessuna madre e nessun bambino può sottoscrivere di essere due, di essere separata una dall’altro.

Con l’ascolto si possono riconoscere le difficoltà nascoste di qualcuno del gruppo, possiamo avvertire un cambio di direzione del vento, possiamo aggiornare le scelte appena prese, possiamo coniugare tutti gli elementi presenti in quell’ambito, non solo quelli quantificabili dalla nostra scienza e competenza, quindi stimare più opportunamente il terreno, i tempi, il pendio di neve, la colata ghiacciata. Possiamo sapere che oggi non sono concentrato, non sono adatto a stimare la situazione. Con l’ascolto possiamo essere uno. Possiamo coniugare ciò che abbiamo e sappiamo con l’istanza del momento.

Senza ascolto tendiamo ad affermare quanto sappiamo e crediamo, tendiamo a montare la tigre dell’esperienza fino all’arroganza di farla valere sopra tutto, fino a renderci determinati e così, ciechi, l’affermazione è un cancello che rinchiude l’ascolto in una cella senza finestre. Ascolto, saperi e norme dovrebbero convivere in pari dignità.

Con l’ascolto, diventa vero che ogni particolare contiene il tutto. L’ascolto è chiaroveggenza. Non tiene conto solo dei dati raccolti, include noi stessi, la nostra condizione, le nostre esigenze, intenzioni, aspettative, rende consapevoli le nostre pretese, illumina i nostri pregiudizi, straccia le vanità, azzera l’orgoglio, ammansisce la presunta superiorità, permette di raccogliere lo spunto buono dall’ultimo arrivato. L’ascolto implica la relazione non è affermazione brutale, è circolare non lineare, è apertura non chiusura, è evoluzione personalizzata non uniformata.

L’ascolto tende alla scoperta.

La storia ha spinto allo sviluppo del razionale, tralasciando di coltivare la dote dell’ascolto già in nostro possesso, già ordinariamente sebbene inconsapevolmente quotidianamente impiegato.

La condizione di chi vorrebbe più ascolto, oggi
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L’ascolto è allenabile ed è soggetto alla nostra condizione di armonia.

L’ascolto è una vibrazione sensibile a tutto, è disturbato dall’alimentazione, dallo stato di salute, dai farmaci, dai pensieri, dall’ambiente familiare, da quello contingente, dagli inquinamenti, dalle dipendenze siano vizi ordinari siano capitali, da valori edonistici, dalle pretese, da sentimenti ed emozioni.

Tanto più siamo preda di disturbi affettivi, fosse anche solo la semplice prestazione sportiva ovvero fossimo anche solo assoggettati alla nostra stessa vanità, tanto più la disponibilità a sintonizzarci sui canali dell’ascolto tenderà a ridursi.

Quale morale? Non si tratta di prediligere l’ascoltare in sostituzione all’avere e al sapere. Si tratta piuttosto di recuperare la dimensione dell’ascolto in quanto permette alle conoscenze che abbiamo di combinarsi creativamente, meno dogmaticamente, cioè più opportunamente allo scopo della sicurezza.

Chi condivide queste note, le può prendere in considerazione al fine di un cambio di paradigma del proprio pensare, del proprio comportamento. Se desideriamo una cultura che coltivi le doti che ha dimenticato, non sarà fatta da altri, dall’esperto, dal legislatore, dal professionista, dello specializzato, dovrà essere generata da noi. Per aggiornare quella stessa cultura che ci ha insegnato a delegare la salute, la cultura, la politica: nel bene e nel male ha bisogno di noi. E per farlo non è necessaria la laurea, ma il desiderio, l’intenzione, la ricerca, la bellezza di una visione più corrispondente a noi.

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«Nell’uomo come essere sociale, perciò, tutte le azioni, per quanto individuali come espressione di preferenze o rifiuti, influiscono costitutivamente sulle vite di altri esseri umani e, quindi, hanno significato etico (Humberto Maturana – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985)».

L’ascolto non è pensare, non è volere, né inseguire: è essere. Non è un’azione dell’io, delle sue intenzioni, aspirazioni e pretese, corrisponde al sé, quell’ente non vincolato dalle forme, non soggetto ai mutamenti, sempre disponibile con noi. Per arrivare al sé è necessario però considerare il pertugio dal quale guardiamo la vita e ripulirlo dai residui appiccicosi che l’io è maestro a creare.

«[…] Per questo sentiamo dire che noi esseri umani dobbiamo lottare e vincere le forze della natura per sopravvivere; come se questa fosse stata e fosse la forma naturale del vivere. Non è così!» […] «il desiderio di controllo è un desiderio di dominio che sorge dalla nostra mancanza di fiducia rispetto alla natura e rispetto alla nostra capacità di conviverci».

L’idea di dover controllare la Realtà dipende da un modo errato di considerare il mondo come se fosse un nostro possedimento […]. «quando si abbandona la nozione di controllo e si accetta la nozione di cooperazione o convivenza, appare il sistema, che finalmente riusciamo a cogliere». […] «nella nostra cultura occidentale siamo compenetrati dall’idea di dover controllare la natura perché siamo convinti che la conoscenza permetta il controllo; ma di fatto non è così: la conoscenza non porta al controllo. Se la conoscenza porta da qualche parte, è all’intesa, alla comprensione;[…]» «con l’idea di controllo siamo ciechi rispetto alla situazione in cui ci troviamo, perché tale idea sottende la dominazione che nega l’‘altro’ (Letizia Nucara – La filosofia di Humberto Maturana – Le Lettere, 2014)».

Bibliografia
Amadei, Gherardo – Mindfulness – Il Mulino, 2013;
Boero, Ferdinando – Economia senza natura, la grande truffa – Codice, 2012;
Barcellona, Pietro – Il sapere affettivo – Diabasis, 2011;
Grassani, Enrico – L’assuefazione tecnologica – Delfino, 2014;
Bateson, Gregory – “Questo è un gioco” – Raffaello Cortina, 1996;
Bateson, Gregory – Verso un’ecologia della mente – Adelphi, 1976;
Bateson, Gregory – Mente e Natura – Adelphi, 1984;
Calabrò, Paolo – Le cose si toccano, Raimon Panikkar e le scienze moderne – Diabasis, 2011;
Ceruti, Mauro – Il vincolo e la possibilità – Raffaello Cortina, 2009;
Demozzi, Silvia – La struttura che connette – ETS, 2011;
Emerson, Ralph Waldo – La semplice verità – Piano B, 2012;
Maturana, Humberto – Autopoiesi e cognizione – Marsilio, 1985;
Nucara, Letizia – La filosofia di Humberto Maturana – Le Lettere, 2014;
Pert, Candace Beebe – Molecole di emozioni – Tea, 2005;
Sclavi, Marianella – Arte di ascoltare e mondi possibili – Bruno Mondadori, 2003;
von Foerster, Heinz – Sistemi che osservano – Astrolabio, 1987;
von Foerster, Heinz e von Glasersfeld, Ernst – Come ci si inventa – Odradek, 2001.

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Il rischio, sentinella invisibile – 2

Il rischio, sentinella invisibile – 2
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

 

Il rischio dell’incognita intatta
Confrontando però la tipologia d’effettuazione di quelle salite con la solitaria del Diedro Conforto in Marmolada compiuta da Heinz Mariacher nell’estate del 1979 senza averlo percorso in precedenza, ci si accorge di come in quest’ultima sussistano due difficoltà in più, l’incognita e l’imprevedibilità che impediscono di poter “addomesticare” le esperienze verticali e si tratta di impedimenti sostanziali mancanti nelle realizzazioni sopracitate.

Il fatto di rischiare non dipende dall’essere poco assicurati in cordata, autoassicurati o slegati da soli, forniti o del tutto privi di mezzi tecnici che in casi estremi si potrebbero utilizzare, ma soprattutto dall’incognita intatta che s’incontra affrontando una salita senza immaginare ciò che ci aspetta, di cui fanno ovviamente parte lo stato di compattezza e d’instabilità della roccia con le possibilità d’assicurazione a loro annesse e che riflettono inevitabilmente le capacità effettive degli arrampicatori.

Un tempo questo veniva espresso con considerazioni di questo tipo: Mi sono messo nei pasticci… Sono finito in un punto dal quale non riesco né a procedere né a retrocedere…

Oggi sappiamo che arrampicando a un certo punto si può udire una voce inevitabile come quella di una hostess di volo che ti indica d’essere entrato in un territorio dove sono incerti l’esito e la direzione da perseguire. Si tratta di situazioni che possono ricordare il racconto di Reinhold Messner in Ritorno ai Monti, davanti al passaggio chiave del Pilastro di Mezzo, enigma d’un punto cruciale che durante la prima ascensione di quell’itinerario suo malgrado si è trovato ad affrontare. Riflettendo sulle impressioni dell’autore di quella salita mi vien da pensare che quel passaggio, più che banco di prova d’un “rischio sfidato”, fu la pietra miliare d’un “limite di caduta” incontrato, attraversato e superato che, nella cinematografia di montagna, è ben rappresentato in Break on Through di Robert Carmichael. Dunque, nell’incognita intatta possiamo riconoscere un settimo elemento configurativo del rischio.

Dan Osman
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Sogno, Morte e Trasfigurazione
In un’intervista ad Hansjörg Auer, realizzata durante il Film festival di Trento, a proposito della sua solitaria integrale al Pesce in Marmolada compiuta in meno di tre ore (Hansjörg aveva già salito così anche Tempi Moderni), ci si accorge che raccontando egli nomina ripetutamente la parola “sogno”. Il fatto che i sogni per lui corrispondano a ciò che per molti sono veri e propri incubi o nella migliore delle ipotesi cimenti impegnativi all’estremo, invita a riflettere su ciò che i sogni rappresentano per gli arrampicatori in rapporto alle salite.

I sogni non sono un prodotto della volontà, ma sorgono inaspettati a liberare la mente dalle gioie e timori derivati dalle esperienze più forti, che ci hanno segnato proprio perché non immaginavamo di viverle. Dunque al sogno corrisponde soprattutto l’ignoto che unisce ciò che non ci si aspetta con ciò che di noi ancora non conosciamo.

Il fatto che Hansjörg Auer avesse salito il Pesce da solo dopo averlo percorso in precedenza in cordata e un giorno prima lo avesse addirittura disceso in doppia per studiarne i passaggi più impegnativi, e quindi si muovesse nell’ambito di una incognita ridimensionata, più che un sogno pare quasi la realizzazione d’uno stato ipnotico paragonabile al vuoto mentale della pratica meditativa Zen, la quale porta la psiche in condizioni di disancorarsi dagli stati emotivi.

Da taluni i sogni a “occhi aperti” sono ritenuti assai pericolosi perché anelano a realizzare nella realtà qualcosa che è a cavallo delle “esigenze fantastiche” di una “concretezza rischiosa”. Non a caso per la mitologia greca Hypnos (il Sogno) era fratello di Thanatos (la Morte) in quanto manifestazioni speculari, entrambe immateriali rispetto alla vita.

Mutuando il titolo inquietante della famosa opera di Richard Strauss Morte e Trasfigurazione, si potrebbe riconoscere anche nel rischio, in quanto “sentinella”, una potenzialità di trasfigurazione del decorso esistenziale, con le sue ripercussioni sulle esperienze di vita.

Quale fisionomia possiamo immaginare per la Morte, che trasforma in un istante gli individui nel ricordo che gli altri si portano dentro? lo scheletro alato nel film di Terry Gilliam Il Barone di Munchausen? il dialogo di Gassman con la “mietitrice della vita” ne L’armata Brancaleone di Mario Monicelli? la partita a scacchi di Max Von Sydow con la “signora del tempo” ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman?

In realtà i morti sono coloro che sono rimasti sconosciuti a chi non sa chi sono, e che tornano in vita nella psiche di chi si ricorda di loro: ciò che sarete voi noi siamo adesso… chi si scorda di noi, scorda se stesso…

 

Non parlare di Patrick Berhault (1957-2004) in un’analisi sul rischio sarebbe un errore imperdonabile, se si pensa che a motivarlo a intraprendere la “strada dell’alpinismo” fu proprio una strepitosa scivolata di 800 metri da una goulotte del Pelvoux, in Delfinato, dalla quale uscì per miracolo con la sola frattura del bacino. La seconda scivolata di 600 metri sulla parete del Taschhorn, causata dal crollo d’una cornice, gli fu invece fatale. Curioso è proprio il fatto che, dopo quella prima consistente esperienza di caduta, che a molti avrebbe fatto passare ogni voglia di recarsi in montagna, è seguita un’attività inarrestabile e sconfinata di ascensioni compiute in tutte le stagioni, la cui prerogativa sostanziale era l’incalcolabile e multiforme varietà di rischi e pericoli incontrati.

Durante la traversata delle Alpi (2000), gli capitò di trovare condizioni disagevoli su roccia più in autunno che in inverno, di affrontare difficoltà di misto che non aveva mai trovato, di uscire quasi in giornata da alte pareti invernali sulle quali preventivava di bivaccare e di considerare quasi come sentiero proprio il caso che inaspettatamente buttò all’aria tutta la sua pianificazione.

Di Patrick, l’infaticabile ragazzo dal fisico e dal carattere mediterraneo, si potrebbe dire che era il simbolo dell’’ammaestratore di rischi”, che conosceva e coi quali a un dato momento era certamente arrivato a dialogare ma, come accade a chi ha avuto tanto a che fare con l’istinto imprevedibile degli animali “feroci” e a un dato momento soccombe, anche a Berhault accadde qualcosa che proprio non immaginava d’incontrare.

Sono molti i casi di alpinisti solitari caduti più o meno prematuramente, ma a ben guardare pochi hanno commesso errori tecnici evidenti.

Derek Hersey (1957-1993) inglese trasferito in America dove viveva da “hippy” in una capanna piazzata su un albero, era assai stimato dagli arrampicatori statunitensi per l’etica delle sue solitarie integrali in Eldorado Canyon che affrontava da solo a vista sulle difficoltà massime che era in grado di salire in cordata (5.10 e 5.11) “exploit di grande volontà e auto-controllo che pochi hanno tentato di ripetere”. Fedele alle sue scelte etiche è deceduto precipitando in solitaria dalla Salathé-Steck al Sentinel Rock in Yosemite, pare a causa della pioggia che lo aveva sorpreso in parete – non si può dire che il suo modo d’arrampicare fosse pervaso da misticismo scriteriato.

Più appariscente ma meno limpido è stato Dan Osman (1963-1998), scalatore Navajo famoso per la spericolatezza delle sue solitarie integrali [5.11 e 5.12] e per le sue realizzazioni veloci a base di agilità e disinvoltura. Era anche specialista degli impressionanti salti nel vuoto noti come controlled free falling, che realizzava unendo più corde e dei quali deteneva il record (305 metri dalla Leaning Tower, Yosemite, lo stesso salto che gli sarebbe infine costata la vita per la rottura della corda per cause rimaste ignote). Dan fu duramente criticato sul web, forse per il fatto che i filmati delle sue salite ostentavano un atteggiamento spavaldo ed edonista, contaminato dalle moderne necessità mediatiche, che urtava la suscettibilità dei puristi, di coloro che trovano quelle difficoltà fin troppo impegnative già in cordata.

Anche del britannico Ben Heason, oltre alle difficilissime ripetizioni di vie in stile Hard Grit, colpisce la stridente continuità dello scalare in solitaria, slegato e senza conoscere i percorsi. Audace fin da bambino e abituato a controllare la paura che si prova spingendosi oltre i limiti fisici su itinerari al di sopra delle proprie potenziali capacità, in un’intervista afferma: “Quando caddi cercando di scalare un E6 a vista nel 1998, mi ruppi tutte e due le caviglie e assieme a loro la convinzione di essere invulnerabile“. Quell’esperienza lo portò a maturare l’idea di quanto fosse importante allenarsi per affrontare difficoltà anche più elevate “arrivando a rimanere calmo e spegnere le mie emozioni anche in situazioni audaci, per non lasciarsi condizionare dai pensieri di una possibile caduta“.

Mentre sto per concludere questa riflessione sul rischio, un amico mi informa della morte di John Bachar (1957-2009) formidabile arrampicatore della generazione successiva a Jim Bridwell, caduto da solo sulla falesia di Dike (Mammouth Lake). Negli anni Ottanta era considerato il più forte arrampicatore del mondo per i suoi concatenamenti in giornata (Capitan e Half Dôme in 14 ore con Peter Croft), e per i suoi leggendari runout. Bachar si schierò dichiaratamente contro lo spit, e in modo provocatorio, nel 1981, lanciò pubblicamente una sfida promettendo 10.000$ a chi fosse riuscito a seguirlo, da solo, per un giorno.

Come si possono interpretare le sue continue solitarie integrali? Forse a Bachar, considerato narcisista per le sua ostentazioni di bravura, non bastava più comunicare ad altri l’esempio delle sue realizzazioni eticamente ineccepibili ma avrebbe voluto sentirsi stimato anche dagli attuali arrampicatori che temono il carattere individualista dei solitari e il rischio che questi affrontano.

Dan Osman in free solo
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Considerando la sequenza storica delle sue imprese, vien quasi da pensare che sia stata proprio la provocatoria “sfida di Bachar”, alla quale tutti si erano probabilmente sottratti per non essere umiliati, a rivoltarsi contro di lui parandosi davanti all’improvviso, sotto la forma della fragilità esteriore di un appiglio spezzato o di quella interiore di uno mancato, una fragilità che lo ha fatto precipitare.

Le motivazioni di questi fuoriclasse sono complesse e variegate. Ma cosa li ha spinti a fare dell’esposizione al rischio una stabile ragione di vita?

Fatalismo e Fanatismo, trabocchetti della necessità d’approvazione
Per comprendere ancora meglio cosa induce ad attribuire al rischio la responsabilità degli incidenti, è necessario retrocedere a ciò che il rischio ha rappresentato alle origini della storia umana.

Ripercorrendo le fasi di questo processo vediamo che inizialmente rischi e pericoli sono visti come punizioni divine, che potremmo identificare in una cognizione sacrificale paleo-cristiana, seguite da quelle scaturite dalla pericolosità delle componenti naturali sconosciute del 700, trasformatesi nell’idea di conquista dell’800 e nella necessità di distinguersi del 900, approdando all’agonismo e antagonismo dei nostri giorni. Questi diversi aspetti nell’approccio con il rischio sono tuttora presenti e mescolati, e la cognizione sacrificale è ancora ben radicata. Possiamo intravederne le reminiscenze tanto nell’intento dell’alpinista di punta che cerca di mantenere lo standard del prestigio raggiunto quanto in un arrampicatore che s’arrabatta nel tentativo di crearsi una fama.

A metà anni ’70 tramite Gian Piero Motti si fece strada sulle pagine dell’Enciclopedia della Montagna l’interpretazione freudiana secondo la quale l’arrampicatore “purista”, inibito da traumi infantili, si costringe ad avere rapporti teneri e affettuosi (in arrampicata libera) con la Grande Madre che l’integrità della montagna rappresenta, mentre l’arrampicatore “trasgressivo”, violando (in arrampicata artificiale) questa imposizione, lotterebbe per ottenere la libertà.

Esibizionismo di John Bachar
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Nel 1983, quando Motti scrisse su Scandere la monografia sulla Rocca di Caprie, la purezza che la libera rappresentava non aveva più valore di “prigionia edipica”, bensì di cammino di riavvicinamento alla indipendenza, visualizzata dalla figura paterna. Questa si affiancava, e non contrapponeva, all’artificiale estrema, confermata dalle notizie delle prime salite in Yosemite dove sembrava si fosse andati oltre l’A5 con rischi elevatissimi di caduta invalidante o mortale (come dire che a taluni nemmeno la “bolla protettiva” citata da Valerio Folco è servita da paracadute). Per cui l’artificialista non può più essere considerato trasgressivo, poiché in condizione di “rischio indiretto”, cioè delegato alla tenuta dei piazzamenti, pari o addirittura superiore a quella del liberista puro. Rileggendo a distanza d’anni quelle analisi, mi accorsi che quel “ribaltamento di valori” si rivelava una “giustificazione dei limiti”, che poneva la valenza del rischio ancora al centro del problema interpretativo.

Le sviste progressive che hanno caratterizzato questa rotazione di valori ci rivelano come nella spinta stessa a salire sia insita una marcata necessità d’essere approvati, dalla Grande Madre Orientale o dal Padre Occidentale poco importa. Dunque “fedeli” e “laici” sono entrambi giostrati, consciamente o meno, dal simbolismo di quelle figure referenziali, che invitano ad accettare (ormai ero lì e allora sono andato avanti lo stesso) o spingono a negare (non mi sembrava così difficile) i propri limiti.

Ma l’alpinismo è davvero “nobile come un’arte, bello come una fede” come sosteneva Guido Rey? Nel periodo in cui veniva promossa su Alp l’operazione “granito sicuro” (che negando le Tavole di Courmayeur sosteneva la riattrezzatura a spit degli itinerari del Bianco) Camanni considerava che “appendersi allo spit include un atto di fede” (scrisse fede, non fiducia). Mi chiesi che tipo di fede lo spit rappresenti visto che si tratta di un riferimento saldissimo esattamente contrario al comune intento delle religioni, per le quali il “contatto col divino” può avvenire solo percorrendo una strada d’incertezza – e il fatto di “affidarsi passivamente” a un infisso concorre ad “inibire” e non certo ad “attivare” la consapevolezza degli individui, che non sta nel rischio “fine a se stesso” ma nella scelta responsabile d’affrontare l’incertezza.

Dal Dogma al Culto dell’Obbligo
Oggi la tipica “mentalità prevenuta” dell’uomo della strada, che vede da sempre alpinisti e rocciatori come individui dalla “mentalità spavalda”, s’è trasferita nella maggioranza degli arrampicatori. Senza andare tanto lontano la possiamo riscontrare nel marasma dei pareri che alcuni accademici hanno espresso sull’Annuario del CAAI 2007-2008; volendo visualizzarne in sintesi gli estremi potremmo definire: retro-etici quelli allineati a Manrico Dall’Agnola, che mette in conto con pacatezza cavalleresca, velatamente romantica, il “diritto al rischio” e pseudo-etici quelli che si allineano a Fabio Palma, che sostanzialmente ritiene, con “solo quattro spit in Wenden”, che il rischio sia adattabile alle capacità geo-tecniche di salita.

Ho l’impressione che l’ideologia degli infissi “a distanza obbligata”, per il fatto di promuovere regole selettive basate esclusivamente su mezzi tecnici “innaturali”, sia la testimonianza di un’antietica paradossale, per il fatto che non è possibile realizzare una “difficoltà obbligata” se questa è già insita nello stato di compattezza della natura verticale. Si può solo inventare una Difficoltà Alterata che, disancorata dal confronto con l’ordine naturale, si rivela illusoria rispetto alle possibilità effettive d’ognuno.

L’arrampicata geotecnica a “infissi distanziati”, cui oggi molti guardano come etica definitiva, è retaggio della trasformazione del fatalismo d’un dogma, che invita ad accettare conseguenze inevitabili, in fanatismo d’un culto, che spinge a obbedire ciecamente alle conseguenze. Ecco perché la dipendenza dal culto della sicurezza geotecnica, che assolve dalla responsabilità di rischiare, diventa un ottavo elemento configurativo del rischio.

John Bachar nella sua storica free solo di Butterballs (5.11c), Yosemite
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L’attribuzione del rischio al “capro espiatorio” della compattezza
II fatto di non aver approfondito a sufficienza la valenza del rischio nel corso del tempo, ha fatto sì che le componenti naturali di instabilità e compattezza della roccia venissero considerate come veri e propri capri espiatori, tracimati dal “pensiero religioso” a quello laico.

Se è vero che la roccia instabile è evitata poiché ritenuta esteticamente “brutta” per l’aspetto che mostrano le pareti con quel tipo di consistenza, l’attrattiva che quella compatta esercita è difficilmente evitabile per il fatto di essere garanzia di “saldezza degli appigli” e di “bellezza dei passaggi”.

Input di questo tipo hanno creato un malinteso portando a pensare che fosse possibile sradicare sempre più e meglio una situazione di rischio da un contesto come quello della natura verticale.

Questa concezione contraddittoria è occorsa a trasferire la “responsabilità” di rischiare dell’uomo alla “compattezza” della roccia, un vero e proprio alibi necessario a giustificare l’incapacità umana quando agisce in modo pericolosamente desensibilizzato – per certi versi simile a quello della categoria di escursionisti, arrampicatori e alpinisti che “agiscono” senza comprendere a fondo i luoghi nei quali si recano, poiché ci vanno solo per raccontare che hanno fatto o per dire d’esserci stati, piantando la bandierina delle realizzazioni sulla sommità delle proprie ambizioni (alla stregua di inquieti e insoddisfatti vacanzieri ai quali arrampicatori e alpinisti si sentono da sempre superiori). Pensare che sia possibile sradicare il rischio attrezzando il più possibile la natura verticale tramite stabilissimi infissi, rappresenta la realizzazione d’una idea di controllo insensata proprio perché non si può eliminare con la tecnica ciò che non è una “componente fisica” ma è un “elemento esistenziale” che si modifica costantemente nel corso delle esperienze e proprio per questo inestirpabile dalla natura verticale.

Patrick Berhault
Patrick BERHAULT La Grande Traversée des Alpes en 2001
L’idea che ha spinto ad attrezzare prima a spit e poi a infissi geotecnici i settori delle pareti con la scusa di renderle sicure e fruibili a una maggioranza di utenti, ha portato ad aumentare una certa possibilità di incidente, almeno quando queste siano soggette al pericolo ricorrente di caduta di massi. Ci si deve rendere conto che tante pareti non sono propriamente strisce di roccia circoscritte da spaziose radure, ma pareti che non potranno mai diventare sicure per via delle caratteristiche territoriali che le sormontano, come settori parzialmente instabili o boschi cedui soggetti a cedimenti e dislocazioni di pietre dopo giorni di piogge intense o di forte vento.

La frequentazione contribuisce a “pulire” una parete, ma personalmente, gli unici sassi che ho schivato anni addietro furono al seguito di cordate che salivano lungo gli itinerari classici “perfettamente attrezzati” sulle pareti del Sarca o sulle falesie “super equipaggiate” di Giazzima, Lariosauro, Pala del Cammello, Scudi di Val Grande e sopratutto dello Zucco dell’Angelone e dell’Antimedale.

Patrick Berhault
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Il fatto di assicurarsi a un’inamovibile fila di infissi, mette in condizioni di “non essere consapevoli” della possibilità di colpire o essere colpiti e illusoriamente “pone al riparo” dalla necessità di saper affrontare situazioni di emergenza.

Tuttavia, i rischi riguardanti i tracciati attrezzati non sono soltanto quelli dovuti a circostanze esterne che ci si auspica di evitare: ricordo una volta, alla sosta d’uno di questi, al momento in cui decidemmo di calarci ci accorgemmo che nessuno era assicurato. Alle soste di un itinerario poco ripetuto, dov’è necessario rafforzare i punti di fermata o lungo una parete mai percorsa dove questi vanno interamente realizzati, non sarebbe mai accaduto un fatto del genere, perché la costante d’una simile salita sarebbe stata un’attenzione completa, anche e soprattutto a questi aspetti. Ecco perché la “messa in sicurezza” della roccia non coincide affatto con l’eliminazione del rischio.

Prima o poi si dovrà considerare che il fatto di indurre a recarsi in montagna con quel tipo d’approccio rischia di essere l’abbaglio d’una pericolosa chimera: l’utopia di sentirsi protetti e alleggeriti dalle responsabilità grazie alla tecnologia. Si dovrà tener conto delle conseguenze talvolta gravi che questo comporta, per il fatto che incentivare per promuovere, nell’ambito di attività come l’arrampicata e l’alpinismo, significa spingere una maggioranza inconsapevole di incapaci all’orlo emulativo d’una minoranza di esperti spesso a loro volta poco consapevoli dei molteplici elementi che costituiscono il rischio.

Si può dunque riscontrare nella superficialità con cui si affrontano tracciati attrezzati, caratterizzati da rischio residuo non completamente eliminabile, un nono elemento configurativo del rischio, e nell’attenzione affievolita dall’abitudine di manovre scontate, un decimo elemento configurativo del rischio. Concludo questa mia analisi dicendo che la messa a fuoco dei vari possibili fattori che configurano il rischio non è un punto d’arrivo che ne ha imbrigliato definitivamente la valenza, ma solo l’identificazione momentanea di ciò che più ha dato un senso a questa serrata riflessione, il fatto d’aver scoperto un mosaico di elementi significativi dietro allo spauracchio indecifrabile che inizialmente ne schermava la fisionomia indefinita.

Volendo esser sinceri, crea un certo sgomento accorgersi che il rischio non è propriamente come una tormenta di neve che cancella le tracce del nostro passaggio, bensì una sentinella invisibile che ci accompagna nel percorso d’attraversamento dell’incognita per avvertirci quando la “geografia delle certezze” sta diventando “planimetria dell’imprevisto” di volta in volta mai uguale a se stesso.

 

 

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura vertica

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Il rischio, sentinella invisibile – 1

Il rischio, sentinella invisibile – 1
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

Ancora una volta Ivan ci regala un contributo di notevole valore, prendendo in considerazione una tematica con cui ciascuno di noi si deve confrontare ogni giorno ma che di rado viene analizzata razionalmente a fondo.
La trattazione che segue è un tentativo, incompleto e arbitrario finché si vuole, ma genuino, di definire delle categorie in cui ciascuno di noi può identificarsi o meno, una griglia nella quale è possibile riconoscere le proprie attitudini o tendenze a rischiare. Questo per riflettere sulle nostre reali motivazioni e sui fattori che ci hanno consentito certe salite, o su quante delle nostre vite abbiamo consumato per tornare indenni, se mai ciò sia davvero possibile, alla vita di tutti i giorni.
Anche se a Ivan piace considerare questo suo scritto più come una sorta di corda doppia per calarsi nell’argomento (Mauro Penasa).

Introduzione
La motivazione ad affrontare lo spinoso argomento del rischio e delle sue implicazioni deriva da quelle sue caratteristiche di scomodità, severità e inquietante parentela con gli incidenti, che sempre più hanno impedito, nell’ambito dell’azione in montagna, d’indagarlo a sufficienza, per quella sorta di tabù scaramantico che induce a evitare di pensarci, nel timore di snidarne la percezione, assopita nell’intimità dei pensieri in cui dimora. L’essere stato a torto relegato nell’ambito di responsabilità civili squisitamente soggettive, insieme al fatto d’aver attribuito, erroneamente, alla roccia compatta o instabile la responsabilità degli incidenti ha fatto sì che si fraintendesse la valenza del rischio.

Alex Honnold sulla Thank God Ledge della via Regular all’Half Dome. Foto: Jimmy Chin
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Trattando questo argomento potrebbe capitare di non essere compresi, visto che si parla di un “qualcosa di esistente ma non visibile”, ma proprio perché la sua descrizione può risultare astratta, a chi non ha una sensibilità interpretativa allenata a percepirne la consistenza effimera, ho ritenuto interessante approfondire i motivi che hanno indotto a fraintenderne il valore, analizzando gli elementi costitutivi che ne compongono la complessa fisionomia e penso che alla fine di questa lettura possa risultare difficile considerare il rischio solo un nemico.

Cos’è mai il rischio? È un “trabocchetto invisibile” in agguato sulle possibilità esistenziali, un crepaccio spalancato sul vuoto insondabile della predestinazione o scaturisce da limiti percettivi squisitamente soggettivi? Che si tratti di uno stato d’animo o d’un campanello d’allarme dell’istinto di sopravvivenza di chi è allenato a percepirlo o della pulsione autodistruttiva di chi sfida la propria “fragilità esistenziale”, il rischio e le sue implicazioni paiono procedere intatte nel tempo della storia, quasi come se un “sarto delle probabilità” le confezionasse a misura degli intenti d’ognuno.

Taluni, nel corso delle loro esperienze ne avvertono la consistenza sfuggente al pari di quella dei sogni che si sa d’aver fatto ma dei quali consciamente non ci si ricorda, altri ne danno per scontata la presenza ma non sentono la necessità d’interpretarlo per difficoltà o per timore d’affrontarne la valenza. Cominciai riflettendo sul perché la “parola” rischio fa così paura, dal momento che non è sinonimo d’un pericolo esterno e nemmeno è da ritenere fautore esclusivo di incidenti. Forse perché nel rischio noi intravvediamo una possibilità di mutazione degli eventi che non siamo in grado di prevenire. Tuttavia, quello che mi fece inizialmente davvero paura nell’analizzare il significato del rischio, fu l’invisibilità degli elementi che lo caratterizzano e ne rendono indefinita la fisionomia.

Ma il rischio potrà mai avere un’identità definita? Il fatto che concorra a farci sfiorare o incontrare situazioni più o meno gravose, fa sì che non sia poi così disgiunto dai pericoli coi quali entra in contatto, al punto che rischi e pericoli in certi casi risultano legati gli uni agli altri come gemelli siamesi, giostrati dalla fatidica inevitabilità degli incidenti che con ricorrenza avvengono.

Da cosa scaturisce? Da un cedimento nervoso della soglia d’attenzione, da un calo motivazionale dovuto a stanchezza, da una fragilità caratteriale che indebolisce la determinazione? Probabilmente scaturisce dal modo in cui mentalità diverse interagiscono con le caratteristiche territoriali e le condizioni ambientali, che taluni sono “spinti ad affrontare” ed altri “indotti a sfidare” per realizzare la salita di un itinerario.

Hansjörg Auer nella sua free solo del Pesce in Marmolada, 29 aprile 2007
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Cosa induce ad affrontarlo? Temo che siano molteplici i fattori che contribuiscono a rispondere a questo quesito: il fatalismo che lo mette comunque in conto, il fanatismo che induce a perseguirlo, l’ambizione che induce a negarlo con determinazione, l’agonismo per necessità d’affermazione sociale, l’antagonismo per necessità d’autoaffermazione individuale, l’inconsapevolezza per insensibilità percettiva, la superficialità per ignoranza, la necessità di affrontarlo per desiderio di conoscenza dell’ignoto.

Cosa indicano le sue conseguenze? La conseguenza d’un incidente non grave invita a riflettere sulla sua valenza esistenziale, sul perché si è caduti arrampicando o scivolando lungo un semplice sentiero o ci si è fatti male allenandosi. Ripensando alle implicazioni dei rischi considerai che le tracce lasciate sul corpo dagli incidenti non gravi rappresentavano una indicazione preziosa che valeva la pena di provare a interpretare. La premessa necessaria a intraprendere il cammino interpretativo che ha caratterizzato questo mio tassello di riflessioni sul rischio, parte dalla possibilità di incontrarlo anche per le “vie d’una città”, dove evitare può trasformarsi in incidente, affrontare permette di evitare, percepire può prevenire e abituarsi può essere fatale. La somma di queste possibilità sempre diverse rivela che la caratteristica principale del rischio è la versatilità che gli permette, a seconda dei casi, di intervenire sul decorso esistenziale.

L’identificazione del rischio
Al di là di ogni retorica ideologia di “lotta con l’alpe”, meno mutata di quanto si pensi (un tempo diretta a “vincere le pareti” sotto la “pioggia pericolosa” di sassi cadenti, oggi mirata a “vincere i monotiri”, muovendosi da uno spit all’altro sotto una “pioggia di sforzi traumatici”), in nessuna epoca storica l’alpinista ha mai desiderato prendere sassate in testa. Chi va in montagna, ovunque vada, in fondo si augura di realizzare il suo “senso vitale”… Che poi in montagna ci vada per soddisfare un inconscio desiderio di morte o viceversa che la morte vada a lui incontro per casualità o predestinazione, questo riguarda la vita di tutti i giorni.

Oggi l’alpinista incallito, di ritorno dalle proprie realizzazioni più o meno prestigiose, una volta ritrasformato in semplice cittadino di strada, è esposto a rischi ben maggiori che in passato. È curioso osservare come gli individui, consapevolmente o meno, continuino a rischiare in rapporto a condizioni dettate dal caso e come sussista un’analoga accettazione del rischio come fattore inevitabile, sia nelle mentalità laiche che in quelle religiose.

Qualche anno fa sulle pagine della Rivista della Montagna ci fu un’inchiesta in cui ci si chiedeva addirittura se il rischio fosse un fattore “negativo” o “positivo” nell’andare in montagna. Ripensando a quelle considerazioni, potrei dire che il rischio è un fattore formativo, ma solo nel caso in cui sia il timer percettivo che allerta permettendo di valutare gli estremi di ciò che si sta facendo, per modellare razionalmente le emozioni e superare situazioni disagevoli; viceversa è un fattore autodistruttivo quando diventa necessità dimostrativa. A questo proposito, la libera esplorativa può essere praticata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi è contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” di essere all’altezza, altrimenti è possibile trovarsi coinvolti dalla “necessità di rischiare” sull’orlo spiovente di risultati improbabili.

Il fatto d’aver riflettuto su questo argomento sfuggente e repulsivo mi ha dato la possibilità di capire un po’ meglio ciò che nel corso degli anni passati ho vissuto, di ripensare a coloro che, facendo male i conti, nel rischio sono malauguratamente inciampati, e magari d’interessare quelli che non ci hanno mai riflettuto di soffermarsi sul suo significato.

Il rischio attribuito
II “punto zero” del discorso non riguarda solo la mentalità di coloro che aborriscono alpinismo e arrampicata considerandoli attività fini a se stesse e (come sottinteso con ironia dal titolo arguto del libro di Lionel Terray Les conquérants de l’Inutile – Gallimard, 1961) del tutto inutili, ma pure quella di chi oggi ha la possibilità di praticare esperienze confezionate su misura per una mentalità tutelativa, prive quindi del contatto con le caratteristiche intatte della natura montuosa.

Da questi il rischio è considerato il pericoloso nemico della necessità di sentirsi sicuri, che li induce a ritenere rischioso non solo ciò che lo è potenzialmente, ma tutto quanto esula dalla loro capacità di controllo. Dal momento che si tratta di un giudizio teorico, non collegato a una reale esperienza, si tratta di rischio attribuito.

Il rischio indefinito
All’inizio del ‘900, in alpinismo e arrampicata il rischio era visto un tutt’uno col pericolo. Di conseguenza esisteva una predilezione descrittiva per le pareti soggette a scariche di sassi, il modo più esplicito per visualizzare l’incertezza che caratterizza la frequentazione degli ambienti montuosi più severi. Si trattava d’un’enfasi che dal secolo XVI al XIX vediamo sempre meglio rappresentata nelle xilografie e nei disegni a commento delle avventure dei pionieri, laddove rischi e pericoli sono talmente rimarcati da far sospettare una manovra pubblicitaria ante litteram attuata dai protagonisti a favore di tutto ciò che rappresentava il rischio. Possiamo quindi riconoscere nell’indefinibilità iniziale un primo elemento configurativo del rischio.

Modelli ricorrenti d’eroici contrasti
L’indefinibilità, che caratterizza la valenza del rischio agli albori, viene affrontata a “spada tratta” dall’azione mitica dell’Eroe.

Enrico Camanni, che assieme a Daniele Ribola, qualche anno fa, si occupò delle tre figure eroiche più significative della nostra storia alpinistica, Comici, Gervasutti e Castiglioni, successivamente in un intervento su Alp focalizzò l’attenzione dei lettori sulle figure mitiche di Eroe e Antieroe. Leggere quegli scritti permette di riflettere su come vi siano effettivamente modelli d’individui dagli opposti intenti, che paiono aver attraversato indenni le epoche storiche dalla mitologia greca ai giorni nostri. I due personaggi che egli individuò erano Manrico Dell’Agnola e Soro Dorotei, per la contrapposizione dei punti di vista.

Il primo ritiene che le caratteristiche più drastiche dell’alpinismo tradizionale (lunghi avvicinamenti, ambiente severo, maltempo, pericoli oggettivi) non siano controindicazioni, ma piacevoli punti a favore di una pratica positiva, e pertanto rispecchia la figura forte e passionale di un combattente che pare buttarsi fisicamente in un delicato corpo a corpo con le difficoltà rischiose.

Il secondo intende tenersi a debita distanza dal pericolo che non si sente in dovere d’affrontare, perché è convinto che non abbia più senso percorrere settori friabili, bagnati o esposti alla caduta di pietre, preferendo le difficoltà non rischiose con la determinazione tipica di chi è prudente e deciso a difendersi da tutto ciò che potrebbe nuocergli, domandandosi quanto costa alla società un morto in montagna e pensando alle conseguenze sociali di una famiglia lasciata orfana. Chi potrebbe dargli torto.

Hansjörg Auer
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Il vero dilemma, però, non consiste nel fatto che le due figure siano “arroccate su posizioni anacronistiche e inconciliabili”, divise da un conflitto insanabile nel quale non s’intravede alcuna possibilità di compromesso, bensì nella ragione dell’antico braccio di ferro che si ripropone immutato da un’epoca all’altra del tempo storico.

Siamo proprio sicuri che l’Eroe della mitologia fosse una figura in balia dei divertimenti del cinismo divino? Non è che invece fosse solo un “atleta esistenziale” che ci invitava a riflettere sulla possibilità di sopravvivere agli ostacoli della vita?

Ho l’impressione che i punti di vista opposti che generano le polemiche di sempre, scaturiscano sostanzialmente dalla pretesa di sostenere il diritto alla propria “grandiosità mitica” che l’Eroe difende a fatica e l’Antieroe rifiuta. Anche se la “grandiosità”, per definizione, come un’alba che la psiche delinea sul mondo, non può essere raggiunta o ottenuta ma solo visualizzata interiormente o negata esteriormente. Pertanto dobbiamo constatare come la conflittualità degli intenti perpetuata nella storia sia solo il secondo elemento configurativo del rischio.

Agonismo e Antagonismo, “gagliardetti” della necessità di distinzione
Successivamente, quando al rischio fu attribuita una valenza “soggettiva” per differenziarlo dal pericolo, le responsabilità dovute alle condizioni ambientali furono distinte da quelle delle scelte individuali sia di coloro che “accettano di agire in determinate condizioni” sia di chi “non sa valutare le proprie capacità in certe situazioni”. Ciò indusse a utilizzare il rischio come spauracchio per ridimensionare l’intento di coloro che invece proponevano un’etica di salita che “non rifuggiva” dal fattore rischio, “proteggendo” il concetto di salita con minimo utilizzo di artifici. Se è vero che una figura Eroica come Paul Preuss anteposta a quella di un Antieroe come Tita Piaz può apparire un facile esempio di ideologia suicida, tanto più che effettivamente Preuss morì in montagna, non si può affermare che le capacità del grande solitario fossero alterate dalla necessità scriteriata di definire a tutti i costi i punti fermi d’un etica che solo un’intelligenza priva di senso critico può ritenere protagonismo ideologico.

Come mi ha fatto notare argutamente Giovanni Rossi, sarebbe bene precisare che Piaz, il più fiero oppositore di Preuss a quell’epoca, nonostante il dissenso sui mezzi artificiali (benedetto il chiodo che salva una vita…) aveva grande stima di Preuss, e contribuì non poco al suo mito raccontando in modo molto spassoso di una sua ‘apparizione’ durante un’arrampicata artificiale: Quo vadis, Tita? (Tita Piaz, A tu per tu con le crode).

Ha senso scavare a fondo nelle motivazioni soggettive se poi queste vengono plasmate nell’intento di adattarle a un ambito sociale? Forse ha più senso considerare le possibili ripercussioni che da queste possono derivare. Qui si pone una considerazione sostanziale: non è che gli individui pervasi dalla necessità di approfondire un’etica che vorrebbero divulgare tendano, loro malgrado, a forzare le esperienze entro una “linea di principio” che risulta, in quanto tale, potenzialmente pericolosa?

La ragione della reazione provocatoria di Piaz all’etica di Preuss forse si potrebbe interpretare come un frainteso per il fatto che riconosceva al tentativo di delineare i punti sostanziali d’una possibile chiarezza, una sorta di “dittatura etica” che avrebbe potuto segregare le scelte di vita e il “senso di libertà” degli individui.

Se davvero Preuss avesse pensato di utilizzare le proprie capacità per promuovere la validità di regole intransigenti, più che rischioso per sé lo sarebbe stato per chi le avesse applicate senza averne interiorizzato il valore. Ma far rientrare forzatamente un intento in una teoria non è l’esatto opposto di ciò che attraverso le esperienze di vita si arriva a comprendere? Difficilmente chi ha un intento etico avrebbe interesse a realizzare un regolamento distruttivo.

Tuttavia, il confronto motivazionale dei due grandi pionieri ci permette di riconoscere nella necessità di distinzione un terzo elemento configurativo del rischio.

Alex Huber nella sua free solo della via Hasse-Brandler della Cima Grande di Lavaredo
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La necessità d’azzardo “baluardo” della finalità dimostrativa
II fatto di “osare” in montagna ha portato a pensare che vi fu chi pagò un grave tributo a causa della propria diversità di vedute in rapporto al periodo storico in cui viveva. Ma siamo davvero sicuri che i grandi liberisti del passato fossero figure in conflitto col contesto storico al quale appartenevano?

Non fu piuttosto quella foga di auto affermarsi per necessità di dimostrare ad altri che riguarda la tipologia di una certa mentalità di ogni epoca – la causa che produsse il perpetuarsi dei drammi (incidenti più o meno gravi, decessi) seppelliti dall’oblio della fruizione epocale?

Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni ’60 era in corso lo schieramento etico tra le due opposte fazioni degli “artificialisti” e dei “liberisti”. Tra i più forti di questi si fece strada la tendenza a non utilizzare o addirittura levare i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie lungo gli itinerari più impegnativi delle pareti dolomitiche.

Questa tendenza di lì a qualche tempo contribuì ad indirizzare gli intenti di quella generazione a favore della libera e contro l’artificiale convenzionale, per praticare una libera a protezioni ridotte lungo gli itinerari ben chiodati. Era una tipologia di salita psicologicamente piuttosto severa proprio perché richiedeva una “rinuncia forzata” all’utilizzo degli ancoraggi che non veniva spontaneo applicare.

Come conseguenza, negli anni Settanta, la forza d’una “genuinità artificiosa” arrivò a spingere taluni, tra i quali lo scrivente, a salire slegati i quaranta metri del Sasso Remenno lungo itinerari non proprio banali, col rischio di rimbalzare accartocciati su qualche tovaglia apparecchiata alla base dai domenicali che, tra un boccone e l’altro, si guardavano bene dall’immedesimarsi nella “dimestichezza acquisita” di quei baldi giovani irrequieti.

C’è da dire che esempi d’affermazione sociale di questo tipo non riguardavano soltanto le “lotte maschili per il dominio territoriale”, ma accadevano anche quando questi entravano in “fibrillazione dimostrativa” all’arrivo della fanciulla più carina di turno e si scatenava una ridda rocambolesca di gesti teatrali nelle numerose salite necessarie a farsi notare.

A onor del vero va detto che, in quelle turbinose salite di gruppo che definirei “solitarie dimostrative“, vi era comunque una genuinità di fondo nella quale si poteva riconoscere una “necessità di esprimersi” simile per intento a quella della danza sperimentale. Ciò non toglie che nella necessità d’azzardo per finalità dimostrative possiamo riconoscere un quarto elemento configurativo del rischio.

Matt Bush in free solo
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Le spinte dei desideri e quelle dell’ambizione
Se è vero che l’esposizione al rischio è soggettiva (proprio perché insita nelle differenti modalità di vedute con le quali gli individui si rapportano a esperienze ogni volta diverse), mentre quella al pericolo dipende espressamente da condizioni naturali, è anche vero che il fatto di perseguire obbiettivi grandiosi espone ad una situazione in cui rischi e pericoli risultano amalgamati come “gemelli siamesi”, impossibili da visualizzare separatamente e difficili da contenere per via del raddoppiamento dell’incertezza.

Ben sapendo che il fatto di confrontarsi con ciò che è alla nostra altezza mette in condizione di essere pronti ad affrontare determinate situazioni, quando si arriva a negare l’evidenza degli stati d’animo più autentici, pur di fare a tutti i costi una salita, ci si espone senza riserve alla mercé d’un conflitto tra la “realtà effettiva” e la “visione ideale” dell’intento che ci si è prefissi; ne deriva una condizione dissociante che può rivelarsi estremamente rischiosa. Questa puntualizzazione occorre per evidenziare la distinzione tra le spinte del desiderio, che scaturiscono spontaneamente dall’attrattiva dei luoghi, da quelle della volontà d’ambizione, che scaturiscono dalla necessità di considerarli in funzione all’affermazione sociale. Sono spinte e motivazioni che perseguono intenti assai diversi, che la maggioranza degli alpinisti e arrampicatori non distingue o trascura forse perché non è interessata ad approfondire, al punto che in gran parte degli scritti riguardanti l’azione in montagna si considera come “grandissima passione” ciò che è invece “fortissima ambizione”.

Appare evidente come passione e ambizione altro non siano che i “resti” delle identità motivazionali dei modelli di Eroe è Antieroe che abbiamo precedentemente considerato e affiorano ricorrenti nelle motivazioni generazionali. Ripensare alla morte in roccia e su ghiaccio di valenti alpinisti come Ursella, Cozzolino, Gadotti, Reali, Lomasti, Bee, Pedrini, Vogler e Barbier, ci fa capire che morirono proprio in ciò che sapevano fare meglio e fa riflettere sulle sviste, i cali di motivazione, la stanchezza inconscia e il timore della perdita di prestigio che probabilmente li subissavano ed anche sulla pressione inconscia, certamente dovuta alla responsabilità d’essere sponsorizzati, come Casarotto e Grassi.

Il fatto, poi, che tutto ciò che è rischioso nella vita di taluni non è detto che lo sia in quella di altri, è un’ulteriore conferma di come rischio e pericolo giacciono amalgamati in latente attesa nel decorso esistenziale. A tal proposito mi vengono in mente i coniugi giapponesi Akiko e Mitsunori Shigi che il 18-19 gennaio 1979, in viaggio di nozze, hanno salito il gran canalone centrale della Brenva, grazie a una buona dose di distacco fatalista; sullo stesso versante non è toccata analoga sorte a Gianni Comino, consapevole della possibilità d’incontrare, all’altare simbolico di una sua importantissima esperienza, una sposa invisibile vestita di nero coi crisantemi in mano.

Pertanto nella contaminazione reciproca tra le spinte dei desideri e delle ambizioni si può riconoscere un quinto elemento configurativo del rischio.

Fessura perfetta a Indian Creek, Utah
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Il rischio dell’incognita ridimensionata
Si rischia di più in cordata o da soli? Quando si attribuisce una valenza d’incoscienza alle prestazioni dei “testimonial” più famosi dell’arrampicata contemporanea bisognerebbe sempre ricordare che il rischio affrontato da loro, più che effettivo, è appariscente e spettacolare.

Quando vediamo “rischiare slegati” Alain Robert sui grattacieli delle grandi metropoli, Dean Potter sul grattacielo di pietra del Nose al Capitan e Alex Huber sul palazzo vertiginoso della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, possiamo ben comprendere come quel modo di salire faccia rabbrividire tanto l’uomo della strada quanto la maggioranza degli arrampicatori più agguerriti, tuttavia il loro mix di concentrazione e determinazione, disinvoltura e rapidità, ci rivelano che una “dimestichezza acquisita” fa più paura a chi la vede che a chi la pratica, proprio perché è contenuta nell’ambito della loro prevedibilità.

Chi la pratica è di certo consapevole che la soglia del rischio è “congelata emotivamente” dalla modalità di esecuzione della salita, nella riduzione del temibile intervallo pensiero-azione, come diceva sostanzialmente Henry Barber trattando del “control of mind” in un suo interessante articolo pubblicato, se non ricordo male, su Mountain Magazine o Ascent, che immagino tirasse le somme sui suoi circa 250 giorni annuali d’arrampicata. Da sempre all’arrampicata solitaria e alla conserva si è attribuito significato di massimo rischio, se però ci domandiamo come ha fatto il tal solitario, sulla tal difficile via a salire così veloce, ci accorgiamo che difficilmente avrà rischiato per impiegare un tempo breve. Probabilmente rischia davvero chi, a causa di rallentamenti emotivi, è indotto a salire “piano sul difficile” per il fatto di non essere all’altezza e a “sbrigarsi sul facile” per il panico d’essere in ritardo.

Due esempi significativi di questi tipi di salite potrebbero essere per la conserva: il Diedro Philipp-Flamm e la Solleder in giornata, di Manrico dall’Agnola con Alcide Prati e per la solitaria: il gran concatenamento Marmolada-Civetta-Agner realizzato da Marco Anghileri.

Indipendentemente dal valore notevole di tali prestazioni, realizzate in tal modo grazie alla proverbiale resistenza allenata degli autori, il fatto che si trattò del confronto con itinerari percorsi in precedenza e quindi memorizzati nello sviluppo e nelle caratteristiche di instabilità e di ubicazione delle prese delle difficoltà maggiori, ci permette di capire che un’incognita ridimensionata è comunque un sesto elemento configurativo del rischio.

(continua)

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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Il clima che cambia

Il clima che cambia
(mio intervento all’omonimo convegno, Università Statale di Milano, 9 ottobre 2015)

Se è vera, come è vera, la considerazione di Gianpietro Verza per cui “l’alta montagna è diventata più difficile e più pericolosa”, allora diventa essenziale che alpinisti e trekker siano in grado di adeguarsi, di comprendere con attenzione, in definitiva di essere più umili.

Umili non significa essere rinunciatari. Se c’è da rinunciare, si rinuncia. Anche prima era così. Umiltà è pensare il meno possibile che la montagna sia luogo dove noi possiamo fare quello che vogliamo.

A me piacerebbe fare un viaggio nel tempo, vedere com’era nel Seicento, quando dalla conca del Breuil (l’attuale Cervinia) si oltrepassava il Teodulo con i muli per andare nella valle di Zermatt. M’incuriosisce proprio sapere com’era allora. In secoli il clima cambia: per ciò che riguarda l’ultimo ci sono state affidabilissime analisi dei cambiamenti, ma per ciò che era quattro secoli fa non disponiamo di tale precisione. Sappiamo solo che l’estensione dei ghiacciai era ben inferiore a quella di secoli dopo.

Noi dobbiamo cambiare delle abitudini. Alcune abitudini che noi cambiamo non sono determinate dal clima, o meglio ci sembra che non sia così.

La parete nord dell’Eiger come mediamente si presentava nelle estati di qualche decade fa
Eiger (3.970 m, Berner Alpen, Nordwestseite), von Kleine Scheidegg aus

Per esempio, quando nei lontani 1964 e 1965 m’iscrissi alla scuola di alpinismo e poi di scialpinismo, una delle prime cose che i nostri istruttori ci dissero fu che era imprudente fare gite di scialpinismo nei mesi invernali: solo da marzo (più o meno incompreso) in poi il rischio per i gitanti era accettabilmente basso. Noi rispettavamo questo consiglio. Perché? Probabilmente perché la neve cadeva più abbondante, durava più a lungo, c’era una primavera che dunque intaccava molto più lentamente le riserve di neve sciabile. Sapevamo che il periodo in cui avremmo potuto andare a divertirci sulle montagne innevate era assai più lungo e più certo.

Oggi si va a fare fuoripista con la prima neve, dunque a volte anche a novembre. E le statistiche parlano chiaro: la maggior parte di incidenti nel freeride e nello scialpinismo si verifica nel trimestre dicembre-febbraio. Questo è un dato di fatto.

La parete nord dell’Eiger come mediamente si presenta nelle attuali estati
ClimaCambia-Alps2011_64

La nostra frequentazione è cambiata, sia per le spinte del mercato che della nostra passione: ma soprattutto perché quella poca neve che cade vogliamo godercela subito e non perderne neppure un po’. Ma il pericolo di accumuli instabili e di placche a vento è lì a minacciarci, non facilmente prevedibile, che a volte anche occhi esperti non riescono a diagnosticare in tempo.

Altro cambio di abitudini: prendiamo a esempio la salita della famosa parete nord dell’Eiger. Una parete che tanto ha fatto parlare di sé, ancor prima che fosse salita per la prima volta. A parte la prima invernale del 1961, questa parete dal 1938 in poi è sempre stata salita di luglio e agosto, massimo a settembre, il periodo in cui presentava più opportunità. Adesso? Ora sarebbe pura follia andare la Nord dell’Eiger in piena estate. E infatti non ci va nessuno.

Oggi si va in marzo e aprile, talvolta a ottobre e novembre. Giulia Venturelli, la bravissima e giovane bresciana che ne ha compiuto la prima femminile italiana, l’ha salita nell’aprile 2015.

Un giornalista bravo come Lorenzo Cremonesi nel 2014 si è occupato della frequentazione della montagna, osservando che al rifugio del Caré Alto, nel gruppo dell’Adamello, in pieno periodo di ferie estive, non c’era assolutamente nessuno che scalasse quella cima, soprattutto che lì pernottasse per salirla il giorno dopo. Francamente a me sembra ovvio: d’agosto, in questi anni, il Caré Alto è poco più che un cumulo di detriti, senza alcuna copertura nevosa. E allora la gente quando ci sale? Cremonesi deve andare al rifugio ad aprile o a maggio e allora vedrà gli scialpinisti che vanno in cima al Caré Alto.

Possiamo dire la stessa cosa di tante altre vie normali: per esempio quella del Gran Zebrù. Andare lassù d’agosto vuole spesso dire esporsi a scariche di sassi e comunque arrampicare in cordata su ghiaia e rocce rotte sgombre di neve e assai pericolose, ben più che un tempo.

E siccome nessuno ha intenzione di mettere in soffitta piccozza e ramponi, allora le abitudini cambiano.

A volte vogliamo cambiarle anche in modo molto invasivo. Qualche anno fa c’è stato il tentativo, per fortuna abortito, delle guide di Zermatt che volevano attrezzare la cresta di Zmutt, cioè la cresta nord-ovest del Cervino.

Ci sarebbero state in questo modo ben tre vie attrezzate alla montagna: la via normale svizzera (Hoernli), quella italiana (Leone) e una seconda via svizzera (Zmutt). Perché si sentiva l’esigenza di attrezzarla? Quella che una volta era una delle grandi vie classiche di arrampicata mista su una vetta significativa oggi in periodo estivo non è più così innevata. C’è un’impressionante quantità di detrito dove una volta si saliva con progressione elegante. Oggi occorre evitare questi tratti così pericolosi andando a cercare altre linee più o meno sul filo di cresta che richiedono però un buon livello di arrampicata su roccia e notevole perdita di tempo. Ecco quindi la soluzione di addomesticare la cresta con gradini e cordoni.

Il pilastro Bonatti al Petit Dru prima del crollo
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Le frane. Ci sono sempre state, ma sembra che oggi siano aumentate, non fosse altro che per la rapidità mediatica di comunicazione dell’evento franoso, che ci raggiunge in tempo reale al nostro tavolino.

Ricordo l’emozione con cui lessi lo spaventoso racconto di Emilio Comici quando fu sfiorato dalla gigantesca frana del Pomagagnon, a fine anni Trenta. Oppure il racconto di Walter Bonatti, quando con Michel Vaucher nel 1964 scampa a un’orrenda frana sullo sperone Whymper alle Grandes Jorasses; lo stesso pilastro Bonatti al Petit Dru è crollato completamente ai primi del nostro secolo.

Non ci si può dimenticare della famosa Cheminée del Cervino, crollata nel 2003: è stato necessario aprire e attrezzare una variante di aggiramento per poter raggiungere la capanna Carrel.

Ma, anche senza andare così distante nel tempo, prendiamo l’esempio di San Vito lo Capo, in Sicilia, 2014: una zona di arrampicata sportiva ben attrezzata su calcare perfetto e a densa frequentazione arrampicatoria. Una guida austriaca a momenti ci lascia le penne perché gli è crollato sotto ai piedi un intero blocco di roccia sul quale era sistemato l’ancoraggio della sosta. Non credo che nel caso di quest’isola si possa ragionevolmente parlare di permafrost, con il caldo che ci fa. L’amico siculo Luigi Cutietta mi confidava scherzando che tra loro, quando vogliono parlare di una “grande impresa” isolana, parlano di “prima estiva”… Comunque un evento del tutto imprevedibile.

Ci sono stati dunque molti episodi, e si noti che stiamo parlando delle sole Alpi o dell’Appennino. Se ci spostiamo all’Himalaya, andiamo a osservare fenomeni ciclopici. Ma ci basta già quello che succede da noi.

Tutto questo dovrebbe essere comunicato bene, ma la nostra comunicazione odierna è troppo veloce e superficiale. Oggi pochi leggono libri o riviste. E quei pochi sono in diminuzione. Soprattutto diminuisce il tempo dedicato alla lettura cartacea. Auguriamo lunga vita al libro e alla rivista, ma è un dato di fatto che ci si affida invece al web, alle immagini di Instagram, ma soprattutto al passaparola dei social. A questo si aggiunge la comunicazione degli enti pubblici, solitamente molto negativa e inutile. Tutti sono liberi di contraddirmi quando dico che un’amministrazione comunale come quella di Valtournenche non dovrebbe preoccuparsi ogni anno di chiudere il Cervino per qualche giorno o settimana, semplicemente perché non rientra nei suoi compiti. E’ una prevenzione che serve a ben poco, perché quando poi l’Amministrazione, obtorto collo, è costretta a riaprire ecco che scatta nelle persone meno esperte la certezza che la montagna in quel momento sia “sicura”. Quando invece sappiamo benissimo che in montagna di sicuro non c’è mai nulla. E allora perché vietare per poi illudere?

E, a proposito di divieti, non posso non accennare al Couloir du Goûter, sulla una delle vie normali francesi al Monte Bianco. Con il trenino che porta su abbastanza alto, è la via normale più frequentata, lungo il refuge de la Tête Rouge, il refuge du Goûter e la cabane Vallot. Sotto al nuovissimo refuge du Goûter occorre passare tra due costole rocciose, alte circa 5-600 metri, traversando il cosiddetto Canalone della Morte, a volte innevato a volte detritico, in ogni caso circondato da roccia instabile e in perenne movimento. Le scariche sono assai frequenti. L’itinerario segue per un centinaio di metri la costola di sinistra, traversa il Canalone della Morte e poi risale la costola di destra. Sia in salita che in discesa, con colonne di alpinisti che aspettano i loro turni o che, peggio, si muovono in contemporanea.

In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l’itinerario segue una variante. Foto: Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel.
In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l'itinerario segue una variante. Foto Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel, Valtournenche. In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l'itinerario segue una variante. Foto Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel, Valtournenche.

Ogni anno, nel silenzio quasi rigoroso, vi muoiono dalle 7 alle 10 persone, vittime di scariche o frane. E per parlare di come dobbiamo adeguarci a questa nuova situazione climatica, abbiamo avuto dei divieti del sindaco di St-Gervaise, nonché dei tentativi di numero chiuso. Convulse ordinanze o proposte tali che in ogni caso hanno a che fare con l’esigenza turistica di tenere ben aperto l’itinerario. Lo dimostra la recente costruzione del nuovo rifugio del Goûter, costata milioni di euro, all’avanguardia per la gestione ecologica e per le fonti energetiche. La capacità e l’accoglienza di questo nuovo rifugio sono tali da esigere che l’itinerario resti aperto. Eppure nulla è stato fatto per cambiare la situazione di pericolosità: da un lato a me personalmente questo conforta, proprio per non svilire ulteriormente la salita al Monte Bianco, ma dall’altro mi domando perché ancora una volta illudere la gente che, sopra al Canalone della Morte, sa esserci uno dei rifugi più costosamente sicuri. Come dire: come può esserci tutto ‘sto pericolo se ci hanno costruito sopra una meraviglia?

In realtà non sono mancate le ipotesi di “messa in sicurezza” (espressione che odio, ma tant’è). Hanno pensato a una funivia, hanno escogitato un tunnel che passasse sotto al couloir. Hanno perfino vagheggiato un ponte tibetano sospeso sul canale e ancorato a due trespoli alti circa 15-20 metri ben infissi nelle due costole rocciose. Ma poi hanno rifatto i conti e hanno concluso che i due trespoli avrebbero dovuto misurare almeno 35 m ciascuno: e quindi per fortuna il progetto è stato abbandonato.

La soluzione più ovvia è quella di aprire un nuovo itinerario che prosegua sulla costola di sinistra evitando così la traversata. Non ci sono difficoltà di VI grado, sono rocce un po’ più verticali di quelle del gemello costolone di destra. Perciò, anche se normalmente sono contrario a ogni tipo di via ferrata, questa volta mi vedo costretto ad ammettere che quello sarebbe il male meno invasivo, cioè quello minore.

E’ il nostro atteggiamento verso il mondo della quota e del selvaggio che ci deve far concentrare. Abbiamo previsioni meteorologiche affidabilissime, abbiamo la quasi certezza del soccorso che ci può venire a prendere quando siamo in difficoltà; abbiamo tutta una serie di tecniche e di strumentazioni che s’interpongono tra noi e il selvaggio. Tutto questo tende a farci travisare quella che invece è la vera essenza della wilderness e della montagna. In più cresciamo e viviamo in una società che c’inculca che quando una cosa è certificata sicura, allora lo è. Quando invece continua a non esserlo. Mi vengono i brividi ogni volta che leggo o sento di certificazioni di sicurezza. Sarebbe meglio eliminarle tutte, in modo che ciascuno di noi possa con maggior approssimazione determinare quanto rischioso sia il nostro piccolo o grande progetto.

Il Grand Couloir du Goûter
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Una volta si diceva la montagna è severa. Chi è iscritto da un po’ di anni al CAI si ricorda di quel manifesto con quel motto un po’ minaccioso. Ora c’è un fiorire di iniziative, montagna sicura, neve sicura, arrampicata sicura. Questo modo di comunicare le iniziative può risultare molto pericoloso per chi non ha esperienza e dimestichezza con il mondo dell’avventura. Se mi dicono che, comportandomi nei modi suggeriti, ciò che faccio è “sicuro”, che motivo ho di preoccuparmi e incrinare le mie possibilità di divertimento?

Più volte ho suggerito di modificare quei titoli a questo modo: montagna più sicura, ecc. L’utilità di queste benemerite iniziative non ne sarebbe sminuita, bensì ne sarebbe esaltata. Perché anche il pubblico più a digiuno capirebbe che non si può mai parlare di sicurezza al 100%.

A riguardo poi dei comportamenti che devono cambiare, bisogna osservare che tutta questa problematica ha a che fare con il problema della libertà.

La società sicuritaria ha la tendenza a deprimere la libertà individuale. La negazione del pericolo è negazione della libertà.

Esiste un saggio del francese René Thom, del 1994: Determinismo o libero arbitrio: una conciliazione? Egli disse chiaramente: “Dunque è bene avere alla mente come la problematica della libertà presenti una connessione essenziale con il problema del pericolo che l’azione può comportare per l’individuo… (più precisamente) la libertà emerge da situazioni eminentemente rischiose per il soggetto, sia nell’immediato come danni che sarebbero conseguenze fisiche dell’azione, sia, in secondo luogo, a causa di una reazione sociale all’azione del soggetto agente”.

Occorre ri-parlare dei pericoli della montagna, di questi cambiamenti climatici e fare in modo che forino la corazza della finta sicurezza. Si aumenterà la libertà, la responsabilità. Perché libertà non è fare ciò che si vuole, ma ciò che si è scelto in autonomia.

Un modo per trasformare un ciclo climatico apparentemente a noi sfavorevole a nostro vantaggio, trasformarlo in opportunità.

A montagna che cambia, alpinismo che cambia, comunicazione che cambia, ma anche e soprattutto individuo che cambia: con le sue motivazioni e con il suo approccio all’ambiente selvaggio, di cui deve imparare a essere ospite.

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La questione della morte

A distanza di più di un anno dall’uscita dell’articolo di Pietro Crivellaro Brividi al capolinea (20 luglio 2014), lo stesso giornalista ritorna sull’argomento con un nuovo pezzo, Dispute appese al chiodo, pubblicato sul Sole 24 Ore dell’11 ottobre 2015.

Questo ritorno è anche dovuto al nostro articolo del 4 settembre 2014, Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), nel quale sostanzialmente contestavamo alcune sue idee:
– il suo esprimere “seri dubbi” sulla liceità di praticare il free solo e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo, in quanto il free solo è “una deliberata follia, una danza macabra, un moderno gioco gladiatorio”;
– il giovane Alex Honnold, arrampicatore e alpinista di livello planetario, in quanto campione di free solo è “un vistoso caso clinico e vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione“.

Alex Honnold in free solo su Separate Reality, Yosemite Valley
QuestioneDellaMorte-b_7209_Alex Honnold

Dispute appese al chiodo è una precisazione a quanto detto un anno prima, ma siccome si aggancia alle nostre contestazioni non possiamo esimerci dal tornare anche noi sull’argomento. E’ il catenaccio dell’articolo a evidenziare il suddetto aggancio: “Nutrire perplessità sul free solo, l’arrampicata più radicale, per alcuni alpinisti è un attacco alla libertà“. Crivellaro inizia lamentando di essere stato attaccato e che alcuni “insorti” lo abbiano anche invitato a dare le dimissioni dal Club Alpino Accademico Italiano, l’associazione che riunisce i migliori alpinisti italici. Secondo questi pareri infatti, chi critica le imprese estreme di altri è come se rinnegasse le proprie, cioè quelle che gli hanno permesso di essere nominato Accademico. Dunque, l’invito a dimettersi.

Ma non è su queste polemiche che vogliamo rispondere a Crivellaro, essendo maggiormente interessati al nocciolo della questione. Di poco conto è anche la sua precisazione, in questo secondo articolo, che il suo mettere sotto accusa Honnold è subordinato al fatto che sia vero che lo stesso Honnold faccia le sue imprese solo per girare i video: quindi Crivellaro sottintende che, in mancanza di questa “verità”, allora anche Honnold potrebbe essere “riabilitato”. Una sottigliezza. Giustamente Crivellaro passa al nocciolo: la questione della morte.

Qui è più convincente. Anzitutto, nella platea di Trento che applaudì Honnold, coglie la domanda non formulata, la strisciante curiosità non detta: “Alex, come la metti con la morte? Ti rendi conto che è pericoloso, MOLTO pericoloso?”. In un secondo tempo cita lo psicanalista Cesare Musatti, che definì l’alpinismo “un gioco con la morte”. Infine racconta di come l’Accademico Andrea Mellano e il giornalista sportivo Emanuele Cassarà ebbero a metà anni ’80 l’idea di organizzare le prime gare di arrampicata. Crivellaro definisce l’arrampicata sportiva, così originata e benedetta, una “piccola rivoluzione di civiltà”, perché basata filosoficamente su un movimento culturale contro “il gioco con la morte”. Al contrario del free solo, la “forma di arrampicata più estrema partorita dalla nostra società dello spettacolo, anzi del selfie”, che secondo Crivellaro riporta al “fondamentalismo” di Paul Preuss, che morì giovane in una solitaria. Un Preuss che Crivellaro mette a confronto con Tita Piaz, che diceva “meglio un chiodo in più che una vita in meno”.

Considerazioni
La questione della morte è il nodo con il quale qualunque individuo nella sua vita, si spera molto prima dell’inevitabile e concreto incontro finale, DEVE aver a che fare, allo scopo di crescere e di formarsi proprio come individuo. Un definitivo distacco dal cordone ombelicale. Con la morte hanno avuto a che fare sia Crivellaro che Musatti, sia Piaz che Preuss. Si sono trovati di fronte ad essa, l’hanno contemplata una o più volte. Le riflessioni sulla propria morte possono avere diversi esiti: quelli positivi comportano la crescita dell’individuo; quelli negativi possono incrementare l’attrazione inconscia verso la morte. Non è un gioco, è parte della vita di chiunque. E ognuno deve darsi le proprie regole senza seguire quelle di altri.

Dobbiamo dire bravo a Musatti, perché giocando con la follia altrui è riuscito a non farsi contaminare più di tanto e a essere utile al prossimo; dobbiamo dire bravo a Preuss perché ha fatto la sua scelta e ha celebrato un esempio; dobbiamo dire bravo all’irruento e sanguigno Piaz che è riuscito a non morire in montagna. Dobbiamo dire grazie a Crivellaro, che ci pone serenamente questi quesiti dopo una carriera alpinistica lodevole e quindi, per definizione, non scevra da rischi.

Eugen Guido Lammer non era di idee sportive: era un fanatico dell’esperienza intima, romantica, un uomo che non aveva paura della morte e che certamente non si tratteneva dal dirlo. Lammer morì nel suo letto, al contrario di tanti altri che mai hanno fatto free solo ma che purtroppo sono morti in montagna. Gianni Calcagno non ha mai fatto una solitaria in vita sua e rifuggiva dall’idea; Renato Casarotto nelle sue solitarie si auto-assicurava scrupolosamente. Potrei fare decine di esempi che contraddicono la facile contrapposizione Preuss-Piaz.

Sono felice quando in una platea la domanda sulla morte aleggia senza essere espressa. In quel modo c’è più probabilità che ciascuno cerchi dentro di sé e trovi la sua risposta. Non deve essere Honnold a farlo. Non deve essere Crivellaro a pretenderlo, pensando che Honnold sia un sempliciotto sedotto dal mito del selfie.

Quanto all’arrampicata sportiva, santificata da Crivellaro perché “piccola rivoluzione di civiltà”, non mescoliamola, non paragoniamola, non accostiamola all’alpinismo. Se ci piacciono il movimento atletico e l’intelligenza motoria che l’arrampicata sportiva implica, pratichiamola senza contrapporla alla pretesa ideologia di morte insita nell’alpinismo. Gli alpinisti, inguaribili, cercheranno la propria vita finché avranno respiro, anche se questa ricerca li metterà prima o poi a contatto con la morte. La ricerca della vita vale il dialogo con la morte: questa è la vera rivoluzione individuale.

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Un big bang di parole

Un big bang di parole

Le salite leggendarie o, meglio, visionarie comportano un fascino cui pochi possono sottrarsi. La via Big bang è una di queste. Queste imprese attraggono quelli che più di altri vedono nell’alpinismo e nell’arrampicata il modo che ha l’uomo di esprimere quel qualcosa che, nella sua grandezza, possa essere paragonato al fascino del selvaggio naturale.

Libri, conferenze, foto, film, chiacchiere da bar… sono tutti strumenti per da una parte svelare il mistero di questa grandezza e dall’altra innalzarne la soglia.

Tra i vari meccanismi di costruzione dei miti c’è il moderno forum, un complesso modo di comunicare semplice solo in apparenza, soggetto a leggi precise mascherate da libertà di espressione e immediatezza.

Nessuno ti biasima se non scrivi in perfetto italiano, vi nascono le fantasie più barocche e soprattutto ci si può dire le cose a botta e risposta, spesso comprensive anche degli insulti. L’ironia beffarda confina e va a braccetto con la sincerità, i difetti vengono a nudo facilmente, come si sbuccia una patata.

Qualche giorno fa mi è capitato sotto gli occhi, su segnalazione di Giuliano Stenghel, il thread che per qualche anno si è dipanato al riguardo della sua mitica salita della via Big bang al Dain di Pietramurata.

Naturalmente ho “tagliato” un po’, cercando di rendere leggibile ciò che è stato concepito sotto altre formule comunicative. I protagonisti della discussione sono quasi tutti citati con il loro nick, senza neppure tentare di collegarli a un nome e cognome. Tutto ha inizio il 16 novembre 2010: ovviamente ho conservato l’ordine temporale degli interventi, omettendo però minuti, ora e giorno, per non appesantire. Al fondo è l’intervento, per ora finale, dello stesso Stenghel.

Giuliano Stenghel nel tiro sottostante ai tre tetti della via Big bang
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Con una certa ritrosia condivido i dettagli sulla salita in questione. L’alpinismo e l’arrampicata sono, sono stati, e per alcuni restano, il regno dell’epica e dei grandi racconti. Disvelare gli itinerari circondati da alone di mistero o sinistra fama può risultare irrispettoso, ma tant’è…
Ecco la succinta descrizione della via:
Già il primo tiro impone una delicata progressione, chi ama proteggersi con meticolosa cura passo dopo passo troverà da rallegrarsene. Un fitto roveto sbarra, anzi sbarrava, l’accesso alla sosta sulla faccia sinistra del diedro canale. Il secondo rimane propedeutico per l’instabilità del terreno. Ma è sul terzo che si capisce come fragile possa essere la materia sulla quale ci si erge. Si parte con una bella fessura rossastra poco protetta ma abbastanza ben disposta ad accettare camme ed eccentrici. Quando diventa impercorribile la si lascia per traversare a sinistra su piccole cuspidi mobili fino ad un bordo più netto che porta alla sosta. Da qui riparte la fessura di cui sotto, ora si fa strapiombante, costantemente friabile, ma non troppo. Occorrono avambracci saldi, perizia nel posizionamento podalico e un copioso rack di protezioni per non dover far esclusivo conto sulle due o tre in loco, tra le quali un cuneo in legno molto grosso, ma sulle dimensioni massime disponibili dei cunei ci sarà da ricredersi. Arrivati alla sosta appesa che rapisce gli sguardi di tutti i salitori degli itinerari limitrofi si scopre che il barattolo che vi penzola, tubo vintage di palline da tennis Spalding, non ospita il libro di via o superstiti chiodi a pressione ma solo terra e foglie secche. Sosta che è stata rinforzata con un tassello da 8 mm piantato a mano. Da qui parte la teoria dei tetti, che corrono con geometrica potenza costeggiando la parete verticale e completamente liscia, se non fosse per piccole fossette e inconsistenti concrezioni.
Purtroppo tre dei chiodi a pressione si sono dimessi, lo testimoniano i forellini, e obbligano a numeri “circensi” per raggiungere il primo disponibile e il successivo (che vanta un sinistro braccio di leva). Assolti gli obblighi con le divinità tutelari della buona sorte non resta che rinviare il “babbo di tutti i cunei del mondo”, qualche altro pressione ed un paio di camme od eccentrici per giungere alla tanto desiata sosta. Da qui un solo lungo tiro, con il tratto finale a contrappeso, ci ha condotto al boschetto sommitale, senza percorso obbligato ma con la piacevole scoperta di un camino da percorrere in lie back».
Aggiungo che tutte le soste sono attrezzate per la calata con maglia rapida e sono abbastanza solide.
Appena prima dell’interruzione della chiodatura sotto i tetti c’è pure una sosta intermedia ma senza maglia rapida.
Al limite si può fare un saggio sui primi tiri e decidere poi se sia il caso o meno di proseguire. Non si sarebbe i primi a ritirarsi: a metà del tiro iniziale c’è subito un cordino con maglietta tipico delle sagge ritirate preventive.

emanuele
Caro delendais_18: ma ti è “piaciuta” o ti è piaciuto di più toccare la terra del boschetto per ritrovar un piano orizzontale?
Il rovo pre-sosta era stato martoriato fino alle radici, ma la natura, a causa delle rare frequentazioni, è “rifiorita”… e per me quel mega-cuneo non è stato messo dal basso!

delendais_18
Appagare la propria curiosità è sempre una forma di piacere e di soddisfazione.
Nelle condizioni attuali la via è quasi impercorribile e meriterebbe restaurarla. Il quasi è dovuto al fatto che siamo comunque passati. Ma per un gesto azzardato che si è rivelato fortunato da parte del mio giovane e incredibile amico.
Se il “babbo di tutti i cunei del mondo” fosse stato piantato dall’alto perché non replicare lo stesso stile e sostituire, senza aggiungere altro, i tre chiodi mancanti’?

Nella lunghezza sotto ai tre tetti. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
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emanuele
Noi l’abbiamo ripetuta, ma non lo sapevamo, poco tempo dopo che una cordata emiliana (forse di Modena?) nel tratto dei tetti, a causa di un lungo volo e forse alla rottura dei chiodi a pressione, aveva riportato una caduta mortale: nel rinvenire “tracce” della precedente cordata funestata da quella caduta la voglia di concludere la via s’era svanita; in effetti ho sempre pensato che per una ripetizione “decente” occorrerebbe sostituire i tre chiodi a pressione e aggiungere un bong dopo il megacuneo perché questo bong-cuneo di plastica ci è rimasto in mano e non siamo riusciti a rimetterlo in loco (probabilmente la cordata che ci aveva preceduto era salita sulla placca senza utilizzare i friend nel diedro).

BUUL
Due domeniche fa ho beccato Marco Furlani al bar delle Placche Zebrate, diceva che i chiodi che Stenghel aveva usato per superare i tetti poi li aveva fatti togliere al secondo pensando che gli potessero servire sopra!
Comunque complimentoni per la salita! Lo stesso Furlani ha detto che avrà meno di 20 ripetizioni.

alberto60
I chiodi a pressione li ho belli e pronti. Se ci vado e li rimetto in che punto del tetto mancano?

delendais_18
Sotto il primo tetto ci si entra il “libera”, poi si va verso due chiodi “ballerini” che portano al bordo del secondo. E qui si interrompe la chiodatura. Ci sono tre forellini, valuta se conviene stare più prossimi alla placca senza dover stare bassi sotto il tetto. A mio avviso con due chiodi in placca si ricongiunge la chiodatura in maniera non invasiva mantenendo un buon A2.
Oppure facendo sempre verso la placca due o tre fori da 6 mm la si rende un A3+ per cliff.

alberto60
Non voglio fare danni, troiai, ne svalutare la via, guai a me! Solamente rimettere i 3 pressione di Stenghel che mancano. Questo credo possa essere accettabile. Però, se non è da fare non si fa.

BUUL
Beh, allora mettiamo 3 spit sotto il tetto e il problema è risolto… e ora che si apra la bagarre!

alberto60
Non è la stessa cosa e non m’interessa la bagarre. I 3 pressione mancanti oppure nulla, tanto possono bastare i frendoni e un po’ di culo strinto.

Raggiungendo la sosta sotto al primo tetto
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entropia
Se trovo tre spit quando divento abbastanza bravo da salire tale grande bang, li levo e li metto nel barattolo.

delendais_18
… per metterli nel barattolo o riscendi il tiro o provi a lanciarli al volo, ma mi ricordo che il buco era stretto…
Ho infisso, a mano, uno spit alla sosta perché non ci andava di rischiare di infrangerci strappando i pressione della medesima.
La via nasce in artificiale, se la si restaura allo stato di una progressione coerente con le idee di chi l’ha aperta non si viola alcunché.
Oppure la consideriamo una via bella dispendiosa e chi vuol ripeterla si compra qualche BD n° 5 e 6 ed i BBro 4 e 5.

entropia
Cuneoni giganti è la mia risposta definitiva alla vertigine.

delendais_18
Te fai conto che quello in cima al tiro dei tetti è grosso come uno sgabello.
Continuo a chiedermi come abbiano fatto a scarrozzarselo seco…

entropia
Vi riporto questo brano tratto da Lasciami volare di Giuliano Stenghel:
Ci uniamo su una sosta aerea sotto i grandi tetti. Piccolissimi, siamo appesi sotto gli smisurati gradoni di quella scala rovesciata, residui dell’immensa frana che li ha creati, incuranti della friabilità della roccia, delle difficoltà e decisi a vincerli!
Estraiamo dallo zaino un barattolo con il piccolo libro di via e ci scriviamo: “
Big Bang. L’universo intero è nato e noi, piccoli uomini, siamo parte integrante di esso”.
Una stretta spaccatura mi permette di salire uno dopo l’altro i tetti, passaggio chiave della via, arrestandomi spossato sopra un balcone oltre il cornicione. Quindi grido: – Ok Baldix, parti!
Alle quattro del pomeriggio si ricongiunge a me, felice, sebbene sul viso siano impressi i segni della stanchezza e della tensione.
Che importa se nessuno può vederci; è vero, siamo finalmente in cima, vediamo il cielo, il bianco delle vette innevate, oltre la valle che riverbera di una luce morente mentre il sole cala dietro di noi.
Non ci sorprendiamo se questa vittoria, dovuta solo a noi, proprio per questo preziosa, e la gioia che sentiamo, altro non è che l’impressione di un sentimento di felicità che si apprezza molto di più quando si è temuto di perderla!
”.

Sotto il primo tetto
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delendais_18
Finalmente svelata l’origine del nome della via! Allora il libro di via esisteva ed è stato rimosso!

alberto60
Ancora da Lasciami volare:
La giornata è calda e soleggiata, il morale alla stelle; con Baldix infilo le scarpette d’arrampicata: sciogliamo la corda ed attacchiamo il grande canale dall’aspetto friabile che incide la parete sud del Piccolo Dain di Pietramurata.
Speditamente ci alziamo entrando nel cuore delle difficoltà.
Affronto deciso la fessura gialla, sporgente, che si trova nel fondo del diedro, mi muovo delicatamente, in massima aderenza con i piedi e sempre in spaccata per non tirare sugli appigli ed appoggi estremamente friabili.
… Le vie con Baldix sono venute d’impulso, le abbiamo amate e scalate senza preoccuparci se sarebbero piaciute o meno, se scolpite su pareti famose o meno, se lunghe o corte, se un giorno le avrebbero ripetute.
“.

Sotto il primo tetto. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
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entropia
Io a ripetere lo scalone sbrisolone rovescio ci ho pensato seriamente… poi sono tornato in me, ho guardato la mia bella negli occhi, ho pensato che i tre a pressione son ahimé fuori loco, che 15 metri sul friabile senza un dadino son troppi troppi troppi… e sono tornato ai V/VI relativamente ben protetti e agli spit neanche troppo distanti… R4 xe tropo tropo tropo.
Buon divertimento agli eventuali ripetitori e vogliamo le foto (stabili possibilmente, senza tremori).

delendais_18
Lo scalone rovescio non è sbrisolone, animo! Sono i due diedri fessura precedenti ad essere fragili.
Se Babbo Natale porta un BD 5 e un 6 e un Big Bro giallo la salita assume tutto un altro tono, rimane R4 ma nella scala… “economico finanziaria”…!
… Noi siamo passati con tremebondo lancio di una congiunzione di cordini che ha fortunosamente accalappiato la smilza testa di un chiodino a pressione con braccio di leva negativo…
tale gesto mi pare che vada al di là dello “spirito” e dell’ “etica” dei primi salitori… se questo fosse fallito non avrei esitato a piantare uno spit a mano dove manca il terzo chiodo…

alberto60
come Walter Bonatti sui tentacoli del Dru.

entropia
Che direbbe el Giuliano dell’oppportunità di reinserire i pressochiodi?

emanuele
Ho chiesto a Giuliano cosa ne pensa di un’eventuale richiodatura e mi ha detto che i chiodi a pressione sono rotti o usciti già durante la prima salita e quindi non approverebbe una tale operazione! Buon natale a tutti!

Giorgio Travaglia
C’è già la solitaria di questa via?

entropia
Non mi è chiaro… come i chiodi a pressione sono usciti durante la prima salita? Cioè li ha piantati, usati e poi mentre il secondo saliva si sono sfilati? O si sono rotti??? Spiegatemi per favore… Cioè lui è salito con i pressione e noi non si può??? Oh, poi mi si rompono anche a me i pressione neh, ma solo dopo che sono salito…

alberto60
Non si tratta di richiodare in modo totalizzante, ma nel rispetto ferreo di come hanno chiodato gli apritori, quindi mantenendo l’impegno tecnico e psicologico della via.
Quindi no spit o fix ma rimettere i 3 pressione mancanti o spezzati esattamente nel punto dove sono mancanti.
Voglio dire… se vado a ripetere una via in artif di quelle stile super direttissime e mi si rompe un vecchio pressione, che faccio, non lo rimetto????
Sinceramente, questa pretesa da parte di Stenghel mi sembra un po’ assurda visto che anche lui è passato in artificiale usando i pressione, quindi forando.

VYGER
Eh, ma c’è anche uno spit, o sbaglio?

scoiattolo
Già. Bello, nuovo e fiammante, da 4 a 8 secondi si vede nel video.
Un altro baffo su un’altra Gioconda.

delendais_18
Lo spit l’ho messo io. A mano, alla sosta, come si può ben vedere. A posteriori sarebbe stato meglio metterlo più in alto dove mancano i chiodi a pressione.
Chiodi, i quali, a loro tempo, sono stati messi forando la roccia.
Non ci sono gli estremi per uno sfregio etico, o sbaglio?

scoiattolo
Sbagli.

VYGER
E chi sono io per giudicare? Bisognerebbe chiedere a Stenghel…

I tre tetti della via Big bang
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scoiattolo
A quanto pare Stenghel non è d’accordo… e in ogni caso, sfregio etico o meno, nelle ripetizioni, come nelle prime salite, il materiale usato e il modo utilizzato va dichiarato con onestà. Qui si sono riempiti la bocca di epica, friend giganteschi, dadi, cunei ballerini, soste da paura, per poi scoprire (mesi dopo) che han piantato spit dove spit non c’erano. Così sono capaci anche gli incapaci.
Almeno ora parlate chiaramente! Quanti e dove sono gli spit piantati ex-novo? Così si potranno pesare adeguatamente le numerose ripetizioni che ora andranno a sommarsi.

-frollo-
Vai pure… sono curioso di vedere come passerai bene in libera tutti i tetti adesso che c’è ben 1 spit piantato a mano in una sosta…
Ma smettetela dai…

lamontagnadiluce
Sfregio per sfregio allora il primo fu proprio Stenghel… che bucò per passare.
In quanto al famigerato spitroc, piantato da delendais 18, è l’unico presente… messo presumo per rinforzare la sosta costituita da 4 pressione.
Tra l’altro lo stesso spitroc è stato piantato su una crosta… quindi avrei seri dubbi sulla sua tenuta.
Sul tiro dei tetti oltre al materiale presente il bocia ha utilizzato per la progressione: un C6, un cuneo di legno e un Pecker…
Cara Scoiattolo, sei un’ingenua se pensi che la difficoltà della via sia limitata al tiro dei tetti.
La grande maestria di Stenghel sul friabile (leggasi vietato volare…) la si tocca con mano nei tiri che precedono la famigerata scala rovescia.

alberto60
Mi vorreste spiegare perché i chiodi a pressione che furono messi da Stenghel per salire, quindi forando, e che adesso non ci sono più, non devono essere rimessi?

delendais_18
Come al solito si perde il senso delle proporzioni. A me le “vie” pericolose piacciono, come piacciono i grandi racconti e le mezze verità sussurrate, mi attraggono i “si dice”, i “sembra che”, appena posso vado e constato. E così è stato per Big bang.
Spit e pianta spit nello zaino c’erano perché era chiaro che lo stato di conservazione della via non era ottimale.
Rispetto e ammiro il sig. Stenghel per come ha condotto la salita. Ma quando si è in parete si decide, e si subiscono le conseguenze delle proprie decisioni, senza possibilità d’appello.
Ritengo che adesso, in generale, lo standard di sicurezza di uno spit per sosta sia accettabile dove necessario.
L’amico che ha condiviso con me la salita, avendone il livello, si meritava la possibilità di tentare di salire il più possibile “pulito”, e uno spit di conforto ce lo siamo concessi.
Almeno ora si parlerà chiaramente di questa salita e delle sue caratteristiche tecniche e d’ingaggio e, passeggiando sul sentiero di ritorno, spendere elogi per l’intuito e la classe degli apritori e biasimo per i posteriori profanatori.

I particolari del primo tetto. Foto da http://www.ilmonodito.it/relazioni/14004_big_bang.pdf
BigBangParole--_bang3

scoiattolo
Sulla sostituzione dei chiodi a pressione non ci piove. Sostituirli con degli spit è opinabile, per me non è corretto ma se ne può discutere.
Aggiungere uno spit, se pur piantato a mano, nelle soste è comunque uno snaturare la via.
Lo è ancora di più, in questo caso, aggiungerlo in un punto dove non c’era.
Possiamo parlare di standard di sicurezza e possiamo anche essere tutti d’accordo. Però vie come Big Bang, o Fiore di Corallo non sono nate per tirare la libera, o essere salite ‘con uno standard di sicurezza. Invece ora Fiore di corallo, prima con uno spit solo per sosta, poi con gli spit in più sui passaggi scabrosi, è una via da provare in libera: ora lo stesso trattamento si comincia a farlo anche su Big bang: ma i motivi stessi per cui si è spinti su una via del genere sono (tra gli altri) proprio l’assenza di quello spit.
Poi se è stato piantato male, o magari non tiene, è un altro paio di maniche, fatto sta che è un’aggiunta (e non una sostituzione) a quanto utilizzato dal primo salitore.
Restyling? Potrebbe essere. Vale la pena fare un restyling di una via con 20 ripetizioni in 20 anni? E in che modo? Se sostituiamo tutti i pressione con spit non è più la stessa via. Se li sostituiamo con altri pressione probabilmente non è la stessa via. A che pro? Per lo standard di sicurezza?
In ogni caso, ci sarebbero state ben più di venti cordate in venti anni a ripetere quella via se si fossero portate un piantaspit, anche senza utilizzarlo.
E per ultimo, ripeto che su tutti gli epici racconti fatti la correttezza avrebbe imposto di dire subito “abbiamo piantato uno spit in una sosta”. Che poi fosse giusto o meno se ne può discutere. Ma non dirlo da subito è stato scorretto.

leuzz
Salve, premetto subito che io sono il complice con cui delendais18 ha “sfregiato” la via. Innanzitutto, prima di insinuare cose non vere (vedi il non aver dichiarato lo spit) leggetevi il post di apertura del topic dove si parla chiaramente di uno spit dell’8.
Come già è stato fatto notare da altri, lo spit è stato aggiunto solo in una sosta dove erano presenti ben 4 chiodi a pressione ormai marci. Vorrei farvi notare che Stenghel ha piantato 4 chiodi a pressione non perché gli facesse fatica portarseli dietro ma perché su quella sosta e visto il tiro successivo si cacava in mano e visto che Stenghel fottendosene dell’etica ha piantato non 2 non 3 chiodi a pressione, bensì 4, allora io avendo 4 chiodi a pressione marci per respirare la stessa aria di Stenghel avrei dovuto piantare altri 2 chiodi a pressione nuovi fiammanti. Ergo, meglio uno spit.
Inoltre vi vorrei far notare che ora il tiro dei tetti, mancando di 3 o 4 pressione (non ricordo), si presenta abbastanza più ingaggioso di quando passò Stenghel, che, senza nulla togliere all’impresa, passò quasi tutto il tiro in artificiale sui pressione (nuovi).
Inoltre, e per finire, penso che l’analogia fatta con Fiore di corallo sia inappropriata date le peculiarità di Big bang (leggi roccia molto marcia) che non la porteranno mai ad essere rivalutata né in senso sportivo né in senso di classica alpinistica.

Giuliano Stenghel
BigBangParole-giuliano_stenghel_imagefull

emanuele
Il tiro che precede i tetti è delicato, ma proteggibile con friend e chiodi (ne ho lasciato uno rosso verso la fine): sarà VI+ e con un po’ di “manetta” si supera, invece il tiro dei tre tetti con la partenza dalla sosta precaria su chiodi a pressione ossidati di dubbia tenuta è davvero “una sfida” anche perché non si capisce come il primo salitore possa aver trovato il modo di mettere il mega cuneo e il bong più sopra (che ora non c’è più perché nella cassa del mio materiale).
Io non la ripeterò perché non ho più lo slancio di anni fa, ma se dovessi cambiare idea andrei soprattutto per capire meglio la dinamica della prima salita.

Giorgio Travaglia
Il tiro dei tre tetti… su questo tiro secondo me e credo di poterlo affermare con una certa sicurezza, con il materiale giusto ovvero cunei di legno e bong da accoppiare con i cunei (o mega friend) si passa senza chiodi a pressione. Il primo sono riuscito ad evitarlo. Per dire che, essendo possibile passare anche senza i chiodi a pressione essendo dotati del giusto materiale, non vedo la necessità di ripiantarli.
Comunque in un tratto ci sono due buchi, uno appena superficiale e un altro profondo circa mezzo centimetro: segno che Stenghel o chi per esso ha provato a bucare senza successo. Poco dopo ci sono due chiodi a pressione che non sono stati piantati fino in fondo ma sporgono molto. Prima del primo chiodo a pressione dei due di fila c’è un buco dove invece sicuramente una volta ci fu un chiodo a pressione che ora non c’è più. La mancanza di quest’ultimo obbliga a prendere al volo con un cordino quello successivo.
La prima cosa che ho pensato vedendo queste cose è stata: Mi sa che Stenghel di pressione non se ne intendeva molto se ha fatto tutto ‘sto casino.

delendais_18
Mi sa che le nebbie intorno alla dinamica della prima salita sarà ben difficile che si diradino…

fasin
A uno che è in grado di fare vie come questa gli si può anche perdonare qualche svarione nei messaggi… tanto non conta niente saper scrivere in maniera corretta.

ciocco
Non ho né il level né il “pelo” per andare a ripetere questa via: però, per aggiungere “aggratis” un altro po’ di masturbazioni mentali (perché di questo in realtà si tratta), lasciare un chiodo in più e portarsi via il bong del primo salitore non è già un po’ snaturare la via?
Che poi questa cosa del portarsi via il materiale presente in parete proprio non la capisco e mi sa anche un po’ di mancanza di rispetto sempre che il chiodo lasciato sia nei paraggi di dove stava il bong (però Stenghel aveva lasciato il bong e non il chiodo…).

alberto60
Forse Stenghel aveva un tirvit per portarsi dietro il mega cuneo di legno.

delendais_18
Che cos’è un “tirvit”?

primularossa
Povero Stenghel, si prenderà anche un po’ del disonesto…

La parete del Dain di Pietramurata (Pian de la Paia): esattamente al centro si nota l’enorme diedro, tra sole e ombra, caratterizzato dai tre tetti consecutivi, direttiva della via Big bang
Pian de la Paja (Arco), via dell'Angelo
Intanto si chiarisce che il tirvit in realtà è un tirfort, un paranco.

alberto60
Perché disonesto? Anche i sacconi da big wall si parancano. Mica si portano su sulle spalle…

emanuele
Guarda che il bong non l’ho portato via come ricordo: è rimasto in mano al mio compagno che da secondo vi si era attaccato; il chiodo che ho piantato è rimasto in via perché il mio compagno non è riuscito a toglierlo senza dover rompere la fessura e comunque prima di parlare vai, ripeti la via e poi puoi pontificare…
Nella mia esperienza c’è sempre stato il rispetto sia dell’ambiente che degli alpinisti.

alberto60
Emanuele… lascia perdere!

francesco vinco
Condivido quanto dice delendais_18, ma ammetto che ognuno può vederla in modo diverso. Ma se andrò a farla… spero presto, certamente salirò come “io” saprò interpretarla e come meglio riterrò di proteggermi… spit sì o spit no.
E, sbilanciandomi, mi frega poco del giudizio di altri.

ciocco
Ecco… lo sapevo che Emanuele s’incazzava…
Al di là della battuta, nel tuo intervento precedente non si capiva che il bong si era rotto. Se ritieni che con le mie parole ti abbia offeso ti chiedo scusa.
Non era mia intenzione pontificare e, come ho premesso, non ho le qualità per andare a ripetere quella via.
Avevo anche scritto che si tratta di masturbazioni mentali perché alla fine quando si parla di etica ognuno ha la sua ed è sempre convinto che sia la più giusta.
Ti rinnovo le mie scuse, si è trattato solo di un’incomprensione tanto più che io leggo sempre interessato i tuoi interventi dai quali si deduce la tua grande esperienza alpinistica (so che questa può sembrare una sviolinata ma non lo è, non ho bisogno di leccare il culo a nessuno.
P.S. Se ogni volta prima di parlare bisogna fare allora prima di parlare di calcio ci vuole almeno una presenza in serie A e prima di parlare di politica bisogna aver svolto almeno un mandato in parlamento?

delendais_18
Ovvia, tutti bravi a ragionare, a profondere lodi agli apritori, a complimentarsi con i ripetitori, a biasimare gli “sfregiatori”, ma a questo punto s’impone un intervento dirimente di un impavido salitore in libera on sight, o no?

Giorgio Travaglia
Le prestazioni sportive lasciamole all’arrampicata sportiva.

Alison
Io l’ho salita un pochino di anni fa! Cosa ricordo? Di avere bestemmiato (ma mi capita spesso anche nei cantieri), di essermi cagato addosso (ma questo mi capita anche quando la tengo tanto in posti dove devo tenerla), e non ricordo di essere andato dalla Nadia (semplicemente perché allora lei non gestiva il bar)… Cosa altro ricordo? Che è una via come tante e come tante se vai a ripeterla sei solo un ripetitore che ha la fortuna di sapere che tipo di via è.
Adesso prima di ritrovarci tutti in Medale per guardarci negli occhi, io parlerei un po’ di… Continuate voi!

biruss
Ieri anche noi, Mirko Corn e Stefano Vulcan abbiamo ripetuto la mitica Big Bang, a noi è piaciuta molto, un concentrato di impegno (non è una via lunga) ma molto delicata, costretti a mantenere la concentrazione fino in fondo. Penso di aver fatto la prima salita in arrampicata libera come primo di cordata dei tre tetti (non usando il grande cuneo di legno finale), penso che le difficoltà si aggirino sul 6c (usando con le mani il cuneo) e sul 7a senza. Ma naturalmente l’impegno psicologico è più elevato vista la precarietà dei chiodi. Consiglio a chi vuole ripeterla preventivando una caduta almeno il n° 6 BD visto che noi avevamo solo il n° 4 ed è stato inutilizzato. Via maschia!

undertaker777
Ma sei sicuro che non ci sia passato qualche mostro prima di te? Ho dei grossi dubbi che nessun big, di passaggio per Arco, non ci abbia fatto un giro (tentando la libera).
Noi eravamo mezze tacche e l’abbiamo salita in A0, ma credo che per gente del calibro di Manolo, che in Sarca era di casa, non sia proprio una via al limite, anzi ci avrà passeggiato.
Anche sulla ventina di ripetizioni di un commento precedente… ormai ha 40 anni anche quella via, e qualche ripetizione all’anno mi pare naturale che l’abbia… quindi 40 x n volte…

onoff
Nel 2013, un 7a, prima libera, congratulazioni!

primularossa
Complimenti… con quella chiodatura… non è da tutti!

biruss
Ola, non volevo fare il fenomeno, ma dare indicazioni utili, visto che Manolo non l’ha neanche ripetuta. Non buttatevi giù dandovi delle mezze tacche, quelli forti ci sono in tutti gli sport, ma già poter scalare, grado a parte, è una bella fortuna.

undertaker777
Da come l’ho vista io vent’anni fa, era un grosso pericolo per noi, senza materiale adatto per proteggerci, ma soprattutto eravamo scarsi. Secondo me, per top climber ben attrezzati, e per certo da quelle parti ne passano un sacco, è una vietta di 150 metri adatta a scaldarsi…
Se io e il mio socio ci siamo infilati su quella, perché sulla Levis che volevamo provare c’erano altre cordate, per logica credo che per gente tipo un Rolando Larcher faccia uguale… e di certo senza appendersi o trazionare. Non credo che poi vadano di corsa al bar a cercare il quaderno delle salite, per timbrare il cartellino… Mi sbaglierò…

 

Il thread è così giunto all’aprile 2013. Ma è solo qualche giorno fa che Giuliano Stenghel mi ha scritto pubblicamente:
Ciao Alessandro,
sul forum di Planetmountain ho letto delle esternazioni – di tutto e di più – a riguardo della via Big bang aperta con Alessandro Baldessarini (Baldix) nella primavera del 1980 sul Piccolo Dain di Pietramurata (Pian della Paia).
Vorrei approfittare del tuo blog per raccontare… esprimere, esporre con chiarezza la storia di una delle salite più impegnative (almeno per quegli anni) della valle del Sarca.
Per caso ho letto, proprio sul forum, che i chiodi a pressione sui tetti della
Big bang sono usciti durante la nostra prima salita. Non è assolutamente vero: i tetti li abbiamo superati traversando in parete e anche con l’aiuto di qualche chiodo a pressione piantato fino a metà a causa della punta del punteruolo storta (persino in quelli di sosta sotto gli strapiombi non sono riuscito a fare i buchi per la loro lunghezza). Ammetto anche di non aver mai avuto dimestichezza con chiodi a pressione (in tutta la mia carriera alpinistica, ne ho usati una decina circa).

Dalla guida Vie di roccia e Grotte dell’Alto Garda, il disegno che descrive le vie Big bang e Cesare Levis al Dain di Pietramurata
BigBangParole-0002
In questo momento mi è impossibile ricordare perfettamente quanti ne ho messi sulla
Big bang, probabilmente l’ho scritto sulla relazione nella prima guida d’arrampicata della valle del Sarca (qui Stenghel si riferisce a Vie di roccia e Grotte dell’Alto Garda, edizioni Emanuelli, 1983, dove riferisce di aver usato 8 chiodi, tutti lasciati, senza far riferimento a chiodi a pressione se non per la sosta sotto ai tre tetti, ma accennando a “bongs” usati – NdR) che, purtroppo, non trovo più. Chiodi comunque che mi hanno permesso di proseguire e sui quali sono saliti anche il mio secondo e anche i primi ripetitori: Renzo Vettori e compagni (ho visto una sua diapositiva proprio sui tetti e se vado in cantina dovrei averne anch’io). Successivamente qualcun altro mi ha testimoniato di aver ripetuto la Big bang approfittando proprio dei miei, seppur insicuri, chiodini.
Sono passati oltre trent’anni e forse, a causa di qualche caduta, alcuni di questi hanno ceduto! Si sa che ciò può accadere. Mi dispiace alquanto venire a conoscenza che ci sia stata una vittima.
Vorrei anche approfittare dell’occasione per palesare che il tiro più duro della
Big bang non è stato quello dei tetti, bensì quello sottostante, che ho superato con una sola protezione e con l’inconveniente di un masso che mi è franato addosso venti metri sopra la sosta e senza una protezione tra me e il mio compagno che ha rischiato una brutta fine…
Ritornando a ciò che ho letto sul forum: non sono assolutamente contrario che i chiodi a pressione attualmente mancanti vengano ripristinati con degli spit, anzi sarebbe un peccato che la via non venisse più ripetuta per questo motivo. Non dimentichiamoci però che i vecchi chiodi erano pochi e mi trovo d’accordo purché vengano sostituiti solo quelli mancanti.
Su quasi tutte le vie che ho aperto sui Colodri hanno strappato i nostri chiodi – usati da centinaia di cordate per oltre un decennio – per sostituirli con degli spit, messi dall’alto con un comodo trapano. Così facendo si è voluto cancellare la storia, l’arte e la fatica di chi per primo si è avventurato con mezzi tradizionali su quella parete. E tutto in nome della sicurezza. A mio parere i quadri degli altri, proprio per ciò che rappresentano, bisogna lasciarli stare!Concludo con una considerazione: “E’ impossibile fare dell’alpinismo senza rischio!”.

E subito dopo aggiunge: “Comunque nell’apertura di una via il mio maggior problema era salire metro dopo metro, con l’incognita di appendermi a volte persino su chiodi che entravano qualche centimetro. Se poi rimangono in mano a qualcuno non so cosa farci. Se avessi voluto aprire vie sicure avrei usato il trapano, ma non era nel mio stile”.

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Oltre a Selvaggio Blu

Oltre a Selvaggio Blu
L’Anello Boladina-Ferrata di Goloritzé

Sebastiano Cappai è felice: dice che il 1° aprile 2015 non verrà più ricordato come sa die de sas brullas (il giorno delle burle), ma come il giorno in cui a Baunei è risorto S’Iscalone de Boladina. Ed erano ben 100 anni che mancava all’appello.

S’Iscalone de Boladina. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-2Questa importante opera di ingegneria pastorale permetteva un comodo transito a uomini e animali sino ai primi del ‘900. Dalle regioni di Cuccuru Albu, Piredda, Serra Maore, Serra ‘e Lattone si scendeva sino a Goloritzé, dove era possibile reperire preziosa acqua: dopo la sua distruzione causata da una rovinosa frana, non era stato più praticato.

Poi, in tempi ben più recenti (cominciando dal 1987), Mario Verin e Peppino Cicalò riescono a coronare il sogno di collegare tra loro i sentieri esistenti, le tracce e i frequenti salti rocciosi al fine di percorrere nel modo più logico possibile il tratto di costa sarda tra Baunei e Cala Sisine. Nasce così Selvaggio Blu, un percorso tra i più meravigliosi e amati al mondo.

Selvaggio Blu evita, nel suo terzo giorno di percorso, il tratto immediatamente vicino al mare tra Cala Goloritzé e Punta Mudaloru. In pratica evita completamente il bosco di Ispuligidenie, Punta Ispuligi e Cala Ispuligidenie (anche chiamata Cala Mariolu). Non che la coppia sardo-fiorentina non vi fosse passata, anzi. Ma i due avevano giudicato alcuni tratti non compatibili con il resto: per omogeneizzare era necessario “ferrare” qualche tratto.

Da Punta Salinas uno sguardo sull’Aguglia, sulla Cala Goloritzé e sul tratto di costa verso Cala Ispuligidenie
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile IrbidossiliNel 2001 Sebastiano Cappai e amici avevano aperto (tra l’altro in senso contrario a Selvaggio Blu) il percorso denominato Trek delle 7 Cale, con l’obbiettivo di percorrere la costa senza staccare mai lo sguardo dal mare. Ma le notevoli difficoltà non hanno fatto decollare questa idea, rimasta quasi lettera morta.

Lo stesso Cappai riconosce: “la realizzazione dell’ultima tappa del Trek delle 7 Cale mi aveva portato al confronto con uno dei territori più ostici di tutto il Supramonte, i precipiti canaloni di sabbioni misti a ghiaia che costituiscono l’entroterra che circonda le tre cale di Goloritzé. Ho dovuto spesso scavare per ottenere delle labili tracce dove posizionare una parte della suola degli scarponi, ed infatti le ripetizioni di questa tappa si contano sulle dite di due mani poiché molti passaggi risultavano impossibili da proteggere”.

Sulle tracce loro, anche Antonio Cabras della Coop Goloritzè, e i ragazzi della Explorando Supramonte si erano affannati alla ricerca di un passaggio logico. Ma avevano ceduto di fronte al tabù del tratto ferrato.

Finché nel maggio del 2013 Luca Gasparini e Marcello Cominetti (guida alpina), individuarono un punto, probabilmente già individuato dai predecessori, che con poco più di 30 m di arrampicata risolse il collegamento tra i sentieri per poter unire Cala Goloritzé a Cala Ispuligidenie, senza quindi risalire la gola di Boladina e percorrere la Serra e’ Lattone.

Il tratto di arrampicata, però, era tutt’altro che facile, sicuramente impraticabile per un escursionista anche esperto, quindi nel giugno del 2014 Marcello Cominetti, con Mario Muggianu e Claudio Calzoni della Explorando Supramonte-Grotta del Fico (coadiuvati da Nicola Collu), hanno attrezzato il famoso passaggio proprio sotto al Culu ‘e Saltu con 30 m di cavo e qualche gradino. Utilizzando alcuni tronchi in ginepro per rendere più agevole il passaggio in onore alle tradizioni pastorali locali, ora il tratto verticale è percorribile con kit da via ferrata (consigliato) e presenta una difficoltà tecnica non superiore a quella originaria del resto dell’itinerario Selvaggio Blu pur essendo di estrema spettacolarità per la notevole esposizione dei passaggi che però sono ben assicurati.

Marcello Cominetti: “Non nascondo che nell’attrezzare questo passaggio ci siamo posti molti interrogativi di carattere “etico” legati prima di tutto alla condizione unica che gode questo eccezionale territorio dal punto di vista estetico e ambientale, e in secondo luogo all’essenza che il sentiero Selvaggio Blu si è guadagnato negli anni, grazie proprio alle prerogative di poc’anzi. Crediamo di avere fatto un buon lavoro aprendo una possibilità senza offendere nulla e nessuno ma consapevoli del fatto che per preservare totalmente un luogo sarebbe meglio non andarci. Ci auguriamo che i frequentatori futuri siano intelligenti e rispettosi come lo sono quasi sempre stati da queste parti, sicuramente sostenuti e intimoriti da una natura così prepotentemente bella”.

In rosso, il tracciato della Via Ferrata. Da Cala Coloritzé (a sin.) si sale per le frane di Su Ledere ‘e Goloritzé, poi si traversa fino al ben riconoscibile spigolo di 30 m della Via Ferrata. In giallo, il tracciato della Variante alta. Foto: S. Cappai
Anello-Boladina-Ferrata-5Ora Su Ledere ‘e Goloritzé è meno impervio di prima ma resta ben lungi dal potersi considerare un normale sentiero, semplicemente perché non lo è affatto. A dispetto del tratto ferrato, conserva tutta la sua problematicità.
Questo percorso, che ormai possiamo chiamare Ferrata di Goloritzé, si propone come variante a Selvaggio Blu, aprendo la percorrenza del lungo tratto costiero tutto sospeso sul mare di Ispuligi fino ai grottoni che precedono Bacu Mudaloru, in corrispondenza della calata in corda, dove i due itinerari si ricollegano.

Lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-3E siamo giunti così al 1° aprile 2015 quando viene sistemato l’ultimo tassello nel Bacu Boladina. Questa volta il gruppo è nutrito: oltre a Sebastiano Cannas, sono presenti Gianni Cannas, Sergio Soro, Matteo Cara, Roberto Ciabattini, Italo Chessa, Mario Calaresu, Enzo Battaglia e naturalmente i padroni di casa, Giampietro Carta (Trekking Margine), Salvatore Piras (Salinas Escursioni) e Sandro Murru (Explorando Supramonte-Grotta del Fico).

Sullo lo spigolo di 30 metri della via Ferrata
Anello-Boladina-Ferrata-4Il Bacu Boladina è precisamente quello che Selvaggio Blu risale allo scopo di evitare Su Ledere ‘e Goloritzé. La “resurrezione” de S’Iscalone de Boladina permette di scendere senza l’uso della corda per il Bacu Boladina fino a confluire al Bacu Goloritzé e all’omonima e famosa cala (quella con l’Aguglia di Goloritzé).

Tra i tanti possibili collegamenti che S’Iscalone de Boladina consente, uno in particolare risulta molto accattivante: permette infatti di realizzare un bellissimo anello che include la Ferrata di Goloritzé.

L’anello Boladina-Ferrata prevede di raggiungere in auto dal Golgo la sella di S’Arcu‘e Piredda 425 m. Da qui alla sella di S’Arcu‘e Su Tesaru. Si scende ora per il vallone chiamato Bacu Boladina (superando il recentemente ricostruito S’Iscalone de Boladina), poi si raggiunge Cala Goloritzé. Da qui si prosegue per l’impegnativa Su Ledere e quindi si traversa fino allo spigolo di 30 metri della Ferrata. Si prosegue ora (per le tracce del Trek delle 7 Cale) sino ad intersecare l’evidente sentiero turistico, recentemente ristrutturato, che risale ripido da Cala Mariolu sino alle creste di Serra ‘e Lattone poste a quasi 600 metri di quota.

Superato lo spettacolare Iscalone di Ipuligidenie posto sotto l’arco di roccia omonimo si giunge alle creste sommitali raggiungendo ancora il tracciato di Selvaggio Blu. Seguendolo a sinistra si discende raggiungendo gli antichi ovili di S’Arcu ‘e Su Tesaru e la sella di S’Arcu‘e Piredda da cui si è partiti.

S’Iscalone de Ispuligidenie
Anello-Boladina-Ferrata-S'Iscalone de IspuligidenieL’iniziativa non ha mancato di sollevare questioni di vario genere. Tra le reazioni più significative riporto integralmente quella di Mario Verin:

Premessa
Sono assolutamente contrario alle vie ferrate.
Quando con Peppino Cicalò aprimmo
Selvaggio Blu negli anni ’80 avevamo un’idea diversa e, in accordo con l’allora sindaco di Baunei, pensavamo a un sentiero percorribile da tutti senza l’utilizzo di corde.
Oggi il contesto è cambiato, il fascino di
Selvaggio Blu è anche la sua difficoltà, fortemente voluta dalle guide del luogo che non lo vogliono segnare in nessun modo. Tuttavia, in contraddizione con questo intento, sono stati attrezzati alcuni tratti con corde fisse e catene (a mio avviso senza necessità).

La Via Ferrata
Conosco, anche se non l’ho ancora percorsa, la variante aperta dall’amico Marcello Cominetti, guida alpina di grande esperienza, il primo a condurre escursionisti su Selvaggio Blu già dagli anni ’80, quindi un grande conoscitore della zona. Ne avevamo parlato più volte, perché anch’io e Peppino Cicalò l’avevamo valutata e a suo tempo scartata perché considerata troppo pericolosa. Mantengo tuttora questa convinzione in quanto la nuova ferrata attraversa una zona di grosse frane (Su Ledere ‘e Goloritzé). E anche da un punto di vista estetico, a parte la suggestiva esposizione iniziale, trovo che sia poco interessante, perché si inoltra dentro un bosco e lo percorre per 3 km, perdendo uno dei tratti più belli e panoramici di Selvaggio Blu, la cresta di Serra e’ Lattone.  

Boladina
Il
passaggio di Boladina (circa 15 metri di parete, IV grado) fino a oggi veniva affrontato solo in salita dagli escursionisti che percorrevano Selvaggio Blu. È pericoloso, in quanto l’intaglio della parete è l’imbuto di un canale che scarica sassi. Il fatto di velocizzare la salita ripristinando l’antica scala fustes (tronco di ginepro gradinato) è dunque positivo, anche perché è un punto dove già oggi ci si affolla e si può perdere molto tempo se ci sono più gruppi. Quello che invece a mio avviso è negativo, è che lo scopo dichiarato per cui è stata ripristinata la scala fustes di Boladina (S’Iscalone de Boladina) è quello di affrontare il passaggio nei due sensi, cioè scendere dall’alto su Goloritzé e fare l’anello con la nuova ferrata. Questa situazione diventa molto pericolosa per chi è in basso e non può in alcun modo prevedere se c’è qualcuno sopra che sta scendendo.

Il mio timore, in entrambi i casi, è che si prenda poco in considerazione la sicurezza.

Per approfondimenti, oltre a consigliare la lettura de Il libro di Selvaggio Blu, di Mario Verin e Giulia Castelli, Edizioni Enrico Spanu, 2013, riportiamo qui in integrale il documento di Sebastiano Cappai sull’Anello-Boladina-Ferrata.

S’Arcu de Ispigedidenie
Anello-Boladina-Ferrata-Arco Ispuligidenie

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Libertà fuori e dentro di sé

Libertà fuori e dentro di sé
(relazione di Alessandro Gogna al Convegno Nazionale del CAAI, Caprino Veronese, 11 ottobre 2014)

Lasciatemi partire un po’ da lontano, ma nemmeno poi tanto, partendo dal materiale che usiamo per andare in montagna, che si può grossolanamente dividere in due tipologie. C’è ovviamente anche il materiale che riesce a fare parte delle due tipologie, ma possiamo dividere in materiale per la progressione e quello per la sicurezza.

Sul materiale da progressione abbiamo fatto passi da gigante: senza volerli elencare (siamo partiti dalla corda di canapa…) in decenni e decenni di alpinismo c’è stato un grande progresso. Anche sul materiale per la sicurezza vi è stata evoluzione: dal semplice “otto” al gri-gri, poi al “reverso” e a tutti gli altri aggeggi esistenti per le varie manovre, fino ai nut e ai friend, attrezzi che comunque alla cordata non garantiscono tanto la progressione quanto la protezione, elevandone quindi il grado di sicurezza.

Più sicurezza riusciamo ad ottenere da attrezzatura perfetta, studiata, tecnologica (corde, telefonino, gps, ecc. ), insomma più sicurezza esterna abbiamo, di meno concentrazione interna noi disponiamo.

Ma perché? Cerco di spiegarmi con un esempio: prendiamo un solitario, di quelli che seguono il filone attuale e cioè il free-solo, dove non si ha nemmeno l’imbracatura (scarpette e basta), quindi privo di qualunque attrezzatura e dotato solo delle proprie capacità psico-fisiche e della propria esperienza. Questo individuo avrà un grado di concentrazione riferito alla sua azione sicuramente spasmodico, enorme, mentre invece se la stessa persona compie la stessa azione con tutta una serie di ausili (che poi è la normalità) che gli permettono maggiore sicurezza è chiaro che la concentrazione è minore se paragonata alla prima ipotesi.

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A questo proposito sarebbe molto bello (lo dicevo a Predazzo qualche giorno fa) se le scuole di alpinismo facessero provare agli allievi per un giorno, un’ora, un minuto le antiche attrezzature, facendoli arrampicare come si arrampicava una volta. Non per far risaltare la bravura di quelli di una volta, ma semplicemente per far capire in un flash cosa ha significato l’evoluzione.

E’ già stato detto precedentemente da Carlo Zanantoni che la sicurezza sta diventando una mania della società, “società sicuritaria”, cioè una società che impone tutta una serie di vincoli, suggerisce e vende una serie di dogmi che spingono tutti verso quella magica parola che è “sicurezza”.

Con questa parola si vorrebbe evitare qualunque esposizione a qualunque rischio.

Portando un esempio semplice, le mamme sono state le prime a recepire questo messaggio e a dire al bambino “non correre perché sudi…”, mia mamma non me l’ha mai detto, al massimo mi diceva “non andare in mezzo al fango perché dopo devo ripulirti…”, esortazione che ha ben altra filosofia.

Questo per dire che siamo in una società che ci spinge a stare seduti sulla sedia e vivere tutto virtualmente senza sperimentare quello che è la realtà.

Sugli alberi è naturale che i bambini continuino a salire, ed anche a cadere… facendosi anche male… perché questa è sempre stata la logica dell’infanzia… in questo modo si cresce, ci si crea una individualità, ti crei dei desideri senza essere sempre legato a un cordone ombelicale.

E poi c’è una “dimenticanza” pericolosissima: non viene evidenziato che non si dichiara che la sicurezza non è mai al 100%. Tutti parlano delle cose sicure, anche il CAI aveva fatto anni fa un manifesto con la dicitura “montagna sicura”.

“Montagna sicura”! No certamente, perché la montagna non sarà mai sicura, ognuno di noi potrà utilizzare ciò che vuole, esperienza, attrezzatura e conoscenze, ma l’incertezza su quello che è il tuo destino rimane ed è questo messaggio che deve passare alla società, mentre culturalmente avviene proprio l’opposto.

Se una ferrata è appena stata costruita con tutte le caratteristiche moderne di sicurezza, è “certificata”: una parola da temere assolutamente poiché gravemente pericolosa.

Purtroppo più sicurezza è disponibile e più (e gli avvocati che mi seguiranno lo spiegheranno meglio) vi sarà la ricerca del responsabile in caso di incidenti e qui non si parla della parola “responsabilità” in senso umano ma “responsabilità giuridica” e cioè quella responsabilità per cui sei passibile di giudizio, quindi con la possibilità di essere anche sanzionato e/o “punito”.

La responsabilità giuridica va letteralmente a braccetto con “sicurezza”.

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Non ho il tempo materiale per dimostrarlo, ma da un’analisi che ognuno può fare potrà dedurlo per conto suo.

Il “Signor Rossi” non può andare come e dove vuole in qualunque modo facendo ciò che desidera. Due anni fa al Festival di Trento si elogiava il GPS affermando che con esso si poteva realmente andare ovunque: ebbene, questa è pura follia, una bugia pubblicitaria che non ha fondamento reale, un inganno del marketing.

La certezza della totale sicurezza in presenza di questi ausili è pura utopia.

La verità e che se questo “Signor Rossi” vuole fare ciò che vuole deve prima farsi le sue esperienze diventando quindi “responsabile”. Non “responsabile giuridicamente” ma responsabile di ciò che lui stesso causa con le sue azioni.

Noi l’abbiamo fatto, in questa sala quasi tutti siamo Accademici, Guide Alpine insomma tutti con un background notevole di esperienze acquisite.

Non ci è stata regalata l’esperienza, non l’abbiamo comprata né trovata per strada ma solamente acquisita gradualmente e accresciuta nel tempo.

Pertanto la sicurezza indotta, e con tale termine intendo quella che si può comprare utilizzando i vari strumenti del mercato, quella che porta a una minore concentrazione, porta anche a meno responsabilità, con una diminuzione della responsabilità individuale inversamente proporzionale all’utilizzo intenso di tecnologia.

Attenzione, questo non significa che non bisogna utilizzare attrezzature esterne, non voglio estremizzare, sto solo cercando di portare l’attenzione su alcuni punti importanti.

Responsabilità. Prima abbiamo parlato di sicurezza ora affrontiamo il capitolo “Responsabilità”.

Cosa è la responsabilità, ma partirei col dire cosa non è.

Sicuramente non è tanto responsabile colui che va in montagna dominato dall’adrenalina, con il gusto del rischio a tutti i costi, della performance estrema tipo “o la va o la spacca”.

Questa persona potrà sicuramente fare delle cose pregevoli: però le farà correndo dei rischi notevoli, proprio perché schiavo di questo suo carattere, delle sue debolezze, di questa “malattia”.

La responsabilità la si acquisisce e questo tipo di alpinisti poco o nulla hanno fatto in questo senso. Evidentemente l’egocentrismo di queste persone, l’inflazione del proprio io oltre i livelli consentiti, portano a correre grossi rischi con una responsabilità tendente a zero.

Ed è quindi ora che per la prima volta pronuncio la parola “libertà” e giungo quindi al nostro tema.

La parola libertà non può esistere se non è connessa con la responsabilità.

Una persona responsabile che ha fatto le sue scelte è libera mentre una persona non responsabile potrà fare quello che vuole ma non è libera, poiché non è libero chi fa quello che vuole ma è libero chi ha scelto che cosa fare.

Credo addirittura, considerando che siamo in un consesso di Accademici, di persone che l’alpinismo l’hanno vissuto per una vita o lo vivranno per una vita, ebbene io credo che nel futuro si misurerà qui il prossimo alpinismo, che è sempre evoluto e cambiato nel tempo: lo si valuterà con la quantità di responsabilità che gli applicheremo, non esclusivamente sui gradi di difficoltà.

Questo significa quantità di libertà, infatti se una persona è responsabile vuole dire che ha scelto, ha scelto tra tante possibilità che aveva e le ha valutate in piena libertà. Anche se non le ha vivisezionate una per una, perché ognuno sceglie a suo modo e si può essere molto istintivi senza essere analitici. Ma della scelta v’è obbligo.

Ci sono parecchi filtri che confondono la lucidità della scelta.

Per esempio immaginatevi dei gruppi di scialpinisti che salgono verso una cima con condizioni non idonee e vedendo i primi che sono arrivati in vetta e affrontano già la discesa pensano “se sono saliti loro, possiamo farlo anche noi”. Questo è un filtro, poiché non è detto che un fatto vissuto da un altro prima di te aumenti la tua sicurezza, stai semplicemente facendo “il pecorone” dietro a qualcun altro, quindi non hai scelto, cioè non sei stato e continui a non essere libero.

Oppure prendiamo una cordata di due alpinisti che salgono a comando alternato: a un certo punto a uno dei due spetta un tiro che lui si accorge subito non essere alla sua portata. Magari lo sapeva anche prima, vi sono relazioni, informazioni e quant’altro per conoscere prima la difficoltà… ma ci prova lo stesso: e nel momento in cui ci prova, si trova in pericolo. Potrebbe anche rinunciare, ma non lo fa subito… e più sale più rischia di farsi del male.

Domanda: perché è andato su, quando invece avrebbe potuto dire al compagno “vai su tu, sei più forte, è meglio per entrambi” oppure dire “torniamo indietro, abbiamo sbagliato a scegliere questo itinerario”?

La famosa traversata della via Cassin alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo
Libertà DentroFuori-KL-Alpintipps-Westliche-Zinne_Cassin_CIMG6104Eppure andare solo perché è il suo turno nell’alternanza e perché non vuole apparire un codardo di fronte al suo compagno è una grande sciocchezza. Chiunque potrebbe dirglielo!

In quel momento la sua non è stata una scelta libera ma viziata dal filtro dell’emulazione, dal filtro del piccolo orgoglio che ognuno di noi ha.

Abbiamo parlato prima dell’istintivo, una categoria a me particolarmente simpatica, io credo di averne d’istinto, ma certamente meno di altre persone.

Uno che aveva un istinto grandioso era Angelo Dibona che andava ovunque, dal Delfinato alle Dolomiti, facendo prime ascensioni notevolissime, pazzesche, con clienti e in luoghi dove non era mai stato prima: era solo l’istinto a spingere questo grande personaggio.

Non vi erano calcoli e nemmeno materiali dietro queste salite e nemmeno quelle tecniche di sicurezza che comunque sono venute molti anni dopo.

Un altro personaggio che ho visto come istintivo è Manolo… ma ce ne sono tanti altri.

Poi vi sono le persone riflessive, e qui mi sento già più vicino, quelle che hanno bisogno di riflettere, valutare, leggere, confrontarsi e dopo di che decidono che cosa fare.

In entrambi i casi c’è libertà di scelta: il riflessivo perché ha fatto un’analisi mentre l’istintivo perché ha un dono. Quest’ultimo sarà in difficoltà solo quando quel “dono” gli verrà tolto. E quel dono è tanto meno in pericolo quanto il soggetto starà attento a non cadere in certe sicurezze, in certe ipersicurezze… tipo ”l’ho fatta duecento volte, cosa vuoi che mi succeda la duecentounesima”.

Avendo escluso le categorie degli egocentrici e degli adrenalinici, rimangono i riflessivi e gli istintivi: loro sono l’esempio della libertà che noi cerchiamo.

Spiro giustamente parlava prima di “ideale”, un valore estremamente importante che nella nostra società odierna sembra avere poco peso. Però è vero che l’ideale nella storia ha fatto progredire la vita umana, nel nostro caso l’alpinismo. E ritengo che non si possa cancellare così facilmente, l’ideale c’è, rimane nella persona che segue il suo istinto, una sua volontà. E anche il riflessivo, in certe regole che si è imposto di seguire, trova il suo spazio di libertà.

Nelle imprese alpinistiche si può fare una distinzione. Le imprese possono essere creative o possono essere nate da una competizione.

Faccio un esempio.

Georg Winkler che sale sulla sua torre omonima, da solo, a 17 anni, senza nessuno intorno. La torre non era certamente una meta di nessuno, probabilmente non aveva avuto nessun tentativo. Ebbene, quella è stata una impresa creativa, un’impresa della fantasia. Winkler ha visto una foto, un disegno e sulla base di questi dati scarni va e sale.

Ci sono stati tanti esempi creativi, mi vengono in mente Boardman e Tasker sul Changabang, gli è riuscita un’impresa incredibile per quel tempo, sono andati là e hanno fatto. Avevano certamente una grande esperienza, ma nessuno aveva in mente il pilastro ovest del Changabang.

L’esempio contrario che mi viene in mente è la Nord delle Jorasses. Certamente una grandissima impresa, poiché in questo contesto non vogliamo sminuire nulla. Ma a monte vi era una competizione, vedi la Nord dell’Eiger, competizioni incredibili durate per anni.

Si era già quasi arrivati alle soluzioni, perciò chi la risolve, pur bravissimo, deve anche dire grazie agli altri “competitors”: mentre nei casi di creatività il salitore non dovrà ringraziare nessuno.

Questo per introdurre la pericolosità della competizione, anche e soprattutto in termini di libertà.

Qualche tempo fa qualcuno voleva identificare l’alpinismo come competizione, ma se l’alpinismo è una forma d’arte, e lo è, e su questo siamo tutti d’accordo, l’accostamento non regge.

Se l’alpinismo fosse soltanto competizione, allora per fare la più grande impresa si potrebbero mettere insieme gli alpinisti per una gara. Allora occorrerebbe, per avere un opera d’arte, prendere cento pittori, metterli assieme in uno studio enorme e dire “mettevi lì e fate un’opera d’arte, così vediamo chi la fa più bella”.

Pura follia, perché il pittore ha bisogno della sua solitudine, della sua concentrazione e non della competizione con altri.

La competizione è pericolosa esattamente come quel famoso materiale del quale parlavo all’inizio, cioè il materiale per la sicurezza. Perché la competizione è quella situazione mentale in cui l’alpinista, o meglio l’individuo, non è più a contatto strettissimo con la natura e con la montagna, non ha più come partner la montagna, unico punto di riferimento, ma ha a cuore la volontà di vincere i suoi competitori. Se no, che competizione sarebbe?

Ciò è molto pericoloso, limitando l’istintività pone in situazione a rischio fisico. Ed è soprattutto è un fattore che limita la libertà di scelta, cioè la libertà che è in noi, di fare o non fare un’azione. La competizione è fuorviante perché allontana dalla montagna e da noi stessi.

Sono convinto che il rapporto tra la montagna e l’alpinista sia essenziale, dove la montagna fa sempre la parte del padrone, del più forte. Purtroppo certi alpinisti, in certi momenti, e chiunque di noi può essere ingannato, non si accorgono di modificare questo salto tra noi e la montagna, un dislivello che diminuisce se siamo in competizione con qualcuno, perché non interessa più la montagna, che diventa un semplice sfondo di palcoscenico e non più il partner. E nel momento in cui viene a mancare questo dislivello tra noi e la montagna viene meno quella scarica incredibile di energia, di forza, di bellezza e di arte che si ha invece quando realmente noi entriamo in contatto con la cosa più bella di una scalata, cioè l’inseguimento di quel nostro obiettivo che abbiamo scelto “liberamente”.

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Divieti in montagna? No, grazie!

Divieti in montagna? No, grazie!
di Fabrizio Vago (da www.ilmountainrider.com, 7 ottobre 2014)

L’inverno si avvicina, chissà se sarà un vero inverno e se sulle montagne italiane arriverà la neve? Se succederà, insieme a quella cosa bianca che scenderà giù leggera dal cielo e che tanto fa sognare scialpinisti, freerider e ciaspolatori, fioccheranno di sicuro anche i divieti che riporteranno molti appassionati con i piedi per terra. Ragazzi non facciamoci meraviglia, d’altronde siamo in Italia, il paese delle ordinanze e dei divieti e delle persone per bene. Si sa benissimo che qui da noi chi esce dai percorsi battuti è considerato dalla gente “normale” e dalle istituzioni quasi come un criminale, un cerca rogne, un poco di buono insomma.Vago-Divieti-divTutto questo paradossalmente quando il mercato dello sci freeride è in pieno boom nonostante la crisi e quando pressoché ogni stazione turistica invernale che si rispetti si fa bella illustrando nei propri depliant e nei propri siti sciatori colorati e con sci fat ai piedi che si divertono scendendo sconfinati pendii di neve fresca baciati dal sole!

Non è un po’ come il gioco del bastone e la carota? Pensateci un po’.

Certo proibire dicendo di no al fuoripista è la cosa più facile ed immediata che salta in mente perché chi ci amministra può sempre lavarsi le mani da ogni responsabilità. Giusto? Ma a che prezzo?

Alcuni danni di questo “assistenzialismo garantito” tanto di moda nella società d’oggi in Italia ma non solo, sono sotto l’occhio di tutti altri invece sono più subdoli e meno evidenti ma non per questo meno importanti. Tengo a precisare che tutto ciò va oltre l’ambito della montagna invernale in senso stretto ma può essere applicato anche ad altri aspetti della vita di ogni giorno.

Divieti in montagna: la mia opinione
Quella dei divieti in montagna, quale ambiente potenzialmente pericoloso per l’uomo e mai scevro da pericoli, è un argomento che mi sta a cuore particolarmente perché tocca la mia libertà di scegliere consapevolmente assumendomi la responsabilità di ogni mia azione.

La montagna, ed in particolare la montagna invernale, si sa è un luogo duro e severo che richiede preparazione, esperienza e prudenza ma dove non è sempre possibile prevedere tutto in nome di un ostentata e alquanto utopistica idea di sicurezza totale. Un luogo dove l’uomo è soggetto alle regole della natura e non a regole scritte da altri uomini. Lassù vince l’aleatorietà, l’avventura, ma soprattutto vince la libertà. Come contropartita è richiesta l’accettazione di un rischio anche minimo che sarà sempre presente e mai eliminabile del tutto e che ognuno dovrà saper gestire al meglio, a tutela della propria incolumità, tramite scelte consapevoli e responsabili. Queste sono le regole del gioco. Punto e basta!

Vago-Divieti-divieti-russi-2Chi in nome della sicurezza ha la pretesa di far diventare la montagna un luna park sotto il proprio controllo affidandosi a norme, regolamenti e divieti sbaglia di grosso. Questo tipo di comportamento contribuisce a creare solo confusione, superficialità di giudizi e false credenze rischiando di distogliere l’attenzione dell’utente dalle cose veramente importanti.

Facciamo un esempio pratico: il caso tipico è l’emissione di un ordinanza di divieto di fuoripista in una determinata zona con pericolo di valanghe grado 4 (forte) per un periodo circoscritto. L’utenza può dare per scontato che quando l’ordinanza sarà revocata il pericolo non esisterà più, quando gli addetti ai lavori sanno benissimo che anche in presenza di pericolo grado 2 non si è mai completamente al sicuro. Allo stesso modo una persona non particolarmente esperta potrà essere indotta a pensare che fuori dalle zone proibite il pericolo non sussista. Sembra una sciocchezza ma ho sentito bene con le mie orecchie certi discorsi a riguardo assai poco confortanti.

A questo punto qualche benpensante potrebbe obiettare che nessuno ordina di ficcarsi nei pericoli mettendo anche a repentaglio la vita dei soccorritori. A questa osservazione rispondo, coerentemente alla linea intrapresa finora, adducendo che le persone che fanno parte del soccorso alpino sono in primo luogo appassionati e assidui frequentatori della montagna che sanno comprendere più di altri le motivazioni e la passione di colui che viene soccorso. E poi chi ha stabilito che la squadra di soccorso debba sempre partire in qualunque condizione? Come vedete si ritorna sempre al punto di partenza: quello di fare delle scelte consapevoli assumendosi le responsabilità delle proprie azioni senza pretendere miracoli da nessuno e senza volere trovare a tutti i costi un colpevole che paghi per i nostri sbagli. Assecondando questa linea sono convinto che nei casi di dubbio circa le condizioni della neve, del meteo e della montagna in generale ci sarebbe forse qualche rinuncia spontanea in più e comunque certe scelte verrebbero prese con minor leggerezza.

Per facilitare delle decisioni consapevoli e responsabili e limitare al massimo il numero degli incidenti bisognerebbe prendere la strada della formazione, della conoscenza e della cultura coinvolgendo soprattutto coloro che sono i veri professionisti della montagna ovvero le Guide Alpine. Come? Attraverso seminari nelle scuole, eventi ad hoc organizzati dalle stesse stazioni turistiche invernali e altre attività che possano in qualche modo portare una maggiore chiarezza e consapevolezza nei media su ciò che comporta praticare certe attività in montagna.

Se proprio vogliamo mettere dei cartelli, al posto dei divieti che prevedono coercizioni della propria libertà e mu  lte nel caso di inosservanza, opterei piuttosto per delle semplici segnalazioni che ognuno potrà considerare o meno in base alla propria coscienza, preparazione ed esperienza.

In conclusione carte e regolamenti non sono serviti e non serviranno nemmeno in futuro a prevenire gli incidenti perché la capacità di gestire il rischio in montagna spetterà in primo luogo sempre e solo a chi la frequenta.

Questo è il mio pensiero mentre sto già sognando l’inverno che verrà.

Fabrizio Vago
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No ai divieti

Incoscienza in montagna, una battaglia che non si vince a colpi di divieti
intervista ad Alessandro Gogna di Valentina d’Angella, apparsa su Montagna.Tv l’11 settembre 2014

L’alpinismo è il luogo della responsabilità individuale, e nel bene o nel male nessun cartello o divieto potrà sostituirsi alle scelte che deve prendere chi va in montagna. Per questo imposizioni esterne, divieti, sono del tutto inutili. Questo in sostanza il punto di inizio del ragionamento di Alessandro Gogna, con cui abbiamo parlato qualche giorno fa della questione emersa preponderante questa estate sulle imprudenze e i comportamenti inadeguati in alta quota. Il discorso di Gogna si è poi ampliato: un confronto col passato, la mediatizzazione, il riconoscimento della cultura di montagna come unica arma possibile, e infine il compromesso necessario oggi, che può passare anche attraverso certi tipi di avvisi informativi, ma non proibitivi.

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Qualche giorno fa i genitori di Jassim Mazouni, il ragazzo francese morto questa estate al Monte Bianco con Ferdinando Rollando, hanno fatto pubblico appello a una maggiore regolamentazione in montagna. Divieti, avvisi e segnaletiche: è così che si prevengono gli incidenti secondo te?

Io comprendo benissimo che perdere un figlio di 15, 16 anni deve essere una cosa pazzesca, terribile, e che quindi si cerchi in qualche modo di essere utile alla società, di far sì che non si dimentichi. Sono stato tra l’altro alla messa per Ferdinando qualche giorno fa, e c’erano anche i genitori di questo ragazzo che con lui erano molto amici. Ci sono tante motivazioni che si comprendono dietro una richiesta di questo genere. Devo dire però che, per quel che riguarda l’alpinismo, i divieti penso siano cosa del tutto inutile. Non possiamo applicare all’alpinismo un codice come quello stradale: voglio dire che se tu sei in giro in macchina troverai cartelli che regolano un’attività comune a tutti i cittadini di tutto il mondo. Ma l’alpinismo è proprio il posto in cui si dovrebbe esercitare la libertà di scelta, che passa anche attraverso gli errori, che possono portare anche tragedie e incidenti. Ma fanno parte del gioco. D’altra parte che cartelli si possono mettere, faccio per dire, al rifugio Gonella per chi sta salendo al Monte Bianco? “Attenzione ai crepacci”? È assurdo. Tutti devono sapere che ci sono crepacci. “Attenzione al brutto tempo”? Oggi abbiamo una meteo che rispetto a quello che era anni fa è davvero molto credibile. L’alpinismo è proprio il posto in cui uno deve essere responsabile, e non si può limitare questa responsabilità mettendo un cartello. La mia responsabilità di scelta è tanto più grande quanto meno sono i divieti imposti da altri. Se non ho divieti e non ho informazioni sono costretto matematicamente a informarmi e a crescere personalmente, formandomi quella dose di sicurezza che proviene dal mio sapere e non dal sapere altrui. Dopo di che, se si vogliono mettere cartelli si mettano pure, ma non cambieranno le cose.

Salita al Monte Bianco dal rifugio Gonella
NoaiDivieti-MontagnaTv-20110821185644Guide alpine e uomini del Soccorso denunciano sempre più spesso comportamenti irresponsabili, come di recente al Monte Bianco. Hai avuto anche tu, andando in giro in montagna, la percezione di una diffusa incoscienza?
Sì, questa percezione ce l’ho adesso e l’ho anche sempre avuta. Nei miei 55 anni di alpinismo non mi sembra di poter dire che un tempo la gente fosse più prudente. Credo che anche in passato ci fosse una buona percentuale di imprudenti, esattamente come c’è adesso. Solo che oggi questi casi li vedi ingigantiti dalle notizie. Se uno andava in giro slegato sul monte Bianco nel 1955 lo potevano vedere solo le guide del posto e la cosa finiva lì. Adesso invece la notizia fa il giro del mondo.

Quindi la vera differenza rispetto al passato è che oggi la montagna oggi è più mediatizzata?
Certo, è più mediatizzata, per cui la osserviamo di più, la condanniamo di più. Senza considerare che c’è gente che addirittura lo fa apposta. Prendi il caso del signore americano di questa estate: saliva il Bianco con i figli, erano legati, ma a un certo punto sono stati travolti da un distacco di neve. Li ha tenuti per fortuna, nessuno si è fatto male, sono tornati indietro e questo episodio, che poteva tranquillamente passar sotto silenzio, lui è andato a farlo vedere al mondo attraverso un filmino che ha dato alla tv. Salire con della neve del genere, lui e due bambini, di cui uno di 9 anni, per fare il record del più giovane in cima al monte Bianco… beh questa è follia, non è alpinismo. Certe persone si fanno prendere dal guinness, un fenomeno anche questo favorito dalla mediatizzazione.

In Francia si stanno prendendo dei provvedimenti per arginare comportamenti irresponsabili: la Guida nepalese al bivacco del Tête Rousse, gli interventi della gendarmeria, ecc. Cosa ne pensi?
Il sindaco di Saint Gervais è molto attivo in questo senso. Sicuramente credo alla sua buona fede, al fatto che voglia difendere i valori, la sicurezza, ed evitare che diventi una Disneyland. Dopo di che penso che l’effetto Disneyland non lo batti e non lo vinci con divieti e regolamentazioni. È diventato Disneyland perché c’è una mania comune di voler andare in cima al monte Bianco perché è la montagna più alta. Quindi bisognerebbe agire da un punto di vista culturale negli anni, facendo convegni, serate, scrivendo libri, facendo pensare la gente, ragionando su questa assurda corsa al record che deve passare per forza da queste che sono le montagne più alte del mondo, dal primato al monte Bianco come all’Everest, che alimenta una sconsiderata voglia di salire tipo quella che hanno i clienti di molte spedizioni commerciali in Himalaya. È una battaglia che va combattuta a livello di idee, di cultura, non a colpi di divieti che non portano niente.

L’interno pieno di rifiuti della Capanna Vallot. Foto: Paesieimmagini.it
NoaiDivietiMontagna.Tv-IMG_5154bisLa cultura però ha una semina lenta. Cosa possono fare allora le Istituzioni, le amministrazioni nell’immediato?
È vero, i ragionamenti, cambiare una cultura richiede anni. Il cambiamento però passa attraverso un salto di qualità che devono fare le amministrazioni e il cittadino. Il salto sta nel passare dal divieto al consiglio o all’avviso. Oggi le amministrazioni possono consigliare un cittadino a non fare qualcosa. Per esempio potrebbero esserci dei veri e propri bollettini, tipo quelli delle valanghe. Si potrebbero fare bollettini estivi che segnalino: “in questo momento sul monte Bianco ci sono tante persone”, oppure “la neve non è buona, è sconsigliata la salita”. Questo si può fare senza ledere la libertà di nessuno. Un cartello informativo quindi, un avviso intelligente, ben pensato, non un divieto. Può sembrare una contraddizione con quanto dicevo prima, ma non lo è: rimane valido il mio pensiero sugli avvisi, e cioè che più informazioni dai, meno dai la possibilità all’individuo di essere autonomamente responsabile. Ma sono anche d’accordo che un compromesso bisognerà pur trovarlo e non mi sento di dire non ci devono essere neanche avvisi, perché forse in questo momento potrebbe essere eccessivo. Un avviso ben fatto e in tempo reale potrebbe essere utile e sgraverebbe le responsabilità delle pubbliche amministrazioni, quindi potrebbe essere anche nel loro interesse. E’ un discorso complicato ovviamente, delicato, ed esprimere opinioni contrarie a chi sceglie la strada dei divieti nel tentativo di trovare soluzioni alle disgrazie in montagna può sembrare cinico e irrispettoso. Ma credimi, da parte mia non è assolutamente così… purtroppo di amici persi in montagna ne ho avuti fin troppi e ogni volta è sempre una grande sofferenza. Il pensiero di essere avvicinato ai cinici francamente non lo sopporto.

postato il 20 ottobre 2014