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Vincenzo Torti vs Corte di Cassazione

L’alpinismo non è un’attività pericolosa, il pericolo nasce dall’inesperienza. Vincenzo Torti, avvocato, spiega la sentenza della Corte civile di Cassazione
intervista a cura di Roberto Serafin

Autore nel 1994 del manuale del CAI La responsabilità nell’accompagnamento in montagna, di professione avvocato, attualmente vicepresidente generale del CAI, Vincenzo Torti è tra i maggiori esperti in tale delicata materia. Il tema di questo incontro è la discussa vertenza, conclusasi con la sentenza della Corte civile di Cassazione, che nel 2012 ha sancito la responsabilità del CAI per l’infortunio di cui è rimasto vittima un allievo-principiante su una via ferrata. Una sentenza di cui hanno dato ampia notizia, fornendo un’adeguata documentazione e suscitando vasto interesse, MountCity e Gogna blog: articolo che è stato successivamente riportato nelle pagine web del notiziario ufficiale del CAI.

Torti s’era occupato in prima persona della vertenza assumendo la difesa della Sezione CAI chiamata in giudizio. Sulla sentenza, che ha suscitato non poche perplessità circa l’applicazione dell’articolo 2050 del Codice civile che regola la responsabilità di “chiunque cagiona un danno ad altri nell’esercizio di un’attività pericolosa”, l’avvocato accetta volentieri di tornare, per chiarire passaggi rimasti oscuri o male interpretati.

“Va ricordato che il caso preso in esame dalla Suprema corte”, dice Torti, “riguardava un corso di alpinismo CAI per principianti: un allievo, trentenne, nel percorrere una scala in ferro lungo una via ferrata ebbe a perdere la presa del piede su di un piolo e a scivolare per la lunghezza del cordino cui era assicurato (poco più di un metro), riportando una frattura al piede. Ciò che emerge chiaramente è l’affermazione (del primo giudice, condivisa nella sentenza della Corte d’appello) secondo la quale anche le escursioni alpinistiche più facili presentano elementi di rischio elevato per soggetti sprovvisti o che hanno appena appreso le tecniche di tali escursioni, principalmente quando l’attività viene esercitata per le prime volte, ritenendo applicabile il disposto dell’art. 2050 c.c. con il conseguente “aggravamento” della posizione di chi tale attività svolge”.

Torti-nel suo studio copia 2

Con quell’articolo 2050 del Codice civile devono ora fare i conti gli istruttori di alpinismo…
“Devo premettere che l’incidente che ha dato origine alla vertenza risale al 1995 e che la prospettazione della applicabilità dell’art. 2050 c.c. era già presente nella sentenza di primo grado per cui, pur senza condividere tale assunto, la realtà delle scuole di alpinismo del CAI fu immediatamente allertata e la Commissione Scuole recepì immediatamente, traducendola in operatività, gli aspetti critici che, al di là delle norme applicabili, la vicenda aveva fatto emergere”.

Come si individua l’attività pericolosa?
“La sentenza in questione conferma un orientamento costante secondo cui, ai fini della qualificazione di un’attività come pericolosa per gli effetti di cui all’art. 2050 c.c., è del tutto irrilevante che quella qualificazione difetti nella legge che, direttamente o indirettamente, ne regola l’esercizio, dovendo aversi esclusivo riguardo alla natura dell’attività ed a quella dei mezzi adoperati. Per cui un’attività può essere definita pericolosa per legge o mediante altra forma di provvedimento comunque normativo e, in questo caso, c’è una presunzione di pericolosità che non si discute. In assenza di una specifica previsione è il giudice ad effettuare una valutazione caso per caso e a valutare se una attività presenti, o meno, una oggettiva potenzialità offensiva ed una elevata probabilità di danno. Lo stesso dicasi per i mezzi utilizzati, nel senso che devono risultare di per sé potenzialmente offensivi da un punto di vista oggettivo. Ora, per l’alpinismo, l’escursionismo e la speleologia non vi è alcuna disposizione che le qualifichi come attività pericolose, ed è per questa ragione che, nel caso in questione, i giudici chiamati a decidere sulla vicenda hanno dovuto effettuare una valutazione in concreto, al fine di individuare la sussistenza o meno di quella oggettiva potenzialità offensiva di cui ho detto”.

In base a quali argomenti è stato ritenuto applicabile l’art. 2050 ad una scuola di alpinismo o all’alpinismo?
“Credo che la risposta a questa domanda richieda una preventiva considerazione al fine di evitare quella che sarebbe una errata generalizzazione rispetto alla effettiva portata della sentenza. Il Tribunale di Milano, prima, e la Corte di Appello, poi, quali giudici di merito, non affermano che la Scuola di alpinismo o l’alpinismo in quanto tale siano da qualificare, in ogni caso, quali attività pericolose con applicabilità dell’art. 2050 c.c.. In realtà quel che viene preso in esame è un corso di alpinismo per principianti (“di primissimo livello”), nel cui ambito, dopo una sola lezione teorica di tecnica di progressione in ferrata, gli allievi sono stati condotti su un itinerario che ricomprendeva un tratto verticale di 200 metri e la considerazione che viene fatta è che una determinata attività non può considerarsi pericolosa se esercitata da persone esperte, mentre può giungersi a una conclusione di segno opposto se la stessa attività è praticata da persone inesperte. Pertanto la valutazione di pericolosità in caso di attività sportiva deve essere considerata in funzione delle specifiche del caso, tenuto conto del soggetto che la pratica e potendola ravvisare pericolosa quando viene esercitata da un soggetto privo di qualsiasi abilità, conoscenza ed esperienza in tale disciplina”.

Quali sono gli effetti pratici della ritenuta applicabilità dell’art. 2050 c.c.?
“La disposizione in esame, prevedendo l’obbligo in capo a chi svolge attività pericolosa di risarcire il danno ‘se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno’, costituisce una evidente ‘scorciatoia’ per il danneggiato rispetto alla possibilità di ottenere un risarcimento. Normalmente chi subisce un danno deve fornire la prova del fatto colpevole o doloso del danneggiante e deve dimostrare che il danno subito è la conseguenza di quel fatto colposo o doloso, vale a dire il nesso di causalità. Ed è solo se dimostra la sussistenza di tali elementi, oltre che del danno, ovviamente, ha diritto di ottenere il relativo risarcimento. L’art. 2050 c.c. ribalta le posizioni e dice: quando subisci un danno nel contesto di un’attività pericolosa non sei tu che devi dimostrare la colpa del danneggiante, è sufficiente che tu dimostri che nello svolgimento di quell’attività tu hai subito un danno. Sarà chi svolge quell’attività a dover dimostrare di avere adottate tutte le misure ritenute idonee per evitarlo”.
Torti-Vincenzo_tortiEsistono analoghi precedenti in proposito?
“L’applicabilità dell’art. 2050 c.c. rispetto ad attività nei confronti di soggetti che per l’inesperienza non offrono garanzie di adeguate capacità di controllo nell’esercizio dell’attività è stata confermata più volte dalla Cassazione nell’ambito di diverse discipline. Esemplare quella riguardante il gestore di un maneggio, proprietario e utilizzatore di cavalli, che è stato condannato a rispondere di attività pericolosa per i danni riportati dai partecipanti a un corso poiché gli allievi erano cavallerizzi principianti o inesperti. Detto questo, credo, però, che qualche considerazione si imponga: nella didattica di una scuola di equitazione il mezzo impiegato è il cavallo e in quella delle scuole di alpinismo i mezzi sono la piccozza, i ramponi e la corda. Ma tra un caso e l’altro c’è una notevole differenza: il comportamento di un cavallo è imprevedibile ed è accettabile che in una scuola di equitazione l’istruttore dei principianti debba rendersene garante; mentre la piccozza che serve per far presa, la corda che serve per fare sicurezza o i ramponi che servono per camminare sul ghiaccio sono per loro natura inoffensivi ed, anzi, destinati ad eliminare potenziali pericoli e di questo dovrebbe tenersi conto”.

Come può essere nata, allora, nei giudici l’idea che l’alpinismo sia un’attività pericolosa?
“Premetto che la sentenza 2821 del 2006 della Corte d’Appello di Milano che si è occupata di questo caso non dice affatto che l’alpinismo è un’attività per sua natura pericolosa, ma che ritiene applicabile l’art. 2050 c.c. al caso in esame che, come ho già detto, viene individuato in un corso di alpinismo di ‘primissimo livello’ con una sola lezione teorica di progressione in ferrata e prima uscita sul campo su un itinerario che presenta una progressione su un tratto di 200 metri verticali in ferrata e viene detto chiaramente che è sulla base alle qualità del soggetto-allievo, privo di qualsiasi abilità, conoscenza ed esperienza in tale disciplina, che la valutazione effettuata propende per la pericolosità”.

Che cosa può esserci di sbagliato nelle sentenze in questione?
“Nei vari gradi di giudizio abbiamo sostenuto che la sicurezza era garantita nel caso esaminato, rispetto alla caduta, attraverso il cordino e l’imbragatura, prova ne sia che l’allievo non è precipitato nel vuoto e la sua caduta è stata pari alla lunghezza del cordino, un metro circa; si è fatto male soltanto perché, sfortunatamente, un piede gli si è infilato nel gradino, fratturandosi. Dice, invece, la Corte che la difesa avrebbe minimizzato e che l’incidente sarebbe stato causato dalla caduta nel vuoto e l’infortunato si sarebbe dovuto aggrappare con le mani. Questo ha certamente fuorviato”.

Quale può essere considerato il limite di queste sentenze?
“Ribadito che non è l’alpinismo ad essere stato classificato come attività pericolosa, ma solo il corso per principianti ed inesperti in funzione del limitato numero di lezioni teoriche (nel caso in esame: solo una), ritengo che una dichiarazione di responsabilità avrebbe trovato più corretto fondamento nella semplice classificazione come colposa per imprudenza della condotta relativa all’aver portato su di una via ferrata degli allievi come prima uscita e dopo una sola lezione teorica.
Si è, invece, voluto andare oltre attribuendo all’attività delle scuole di alpinismo caratteri di “oggettiva potenzialità offensiva” e “elevata probabilità che si verifichi un danno. Un camion carico di bombole di gas, se si ribalta, può prendere fuoco e nessuno si stupisce se ciò avviene, ben diversamente da quanto accade in ambito alpinistico, la cui natura ed i mezzi che vengono impiegati non presentano alcuno dei caratteri che la Cassazione ritiene necessari per la corretta applicazione dell’art. 2050 c.c.”.

Tuttavia la frequentazione della montagna non può mai dirsi scevra da pericoli…
“Attenzione: non è il camminare in montagna che è offensivo, è l’eventuale caduta, l’eventuale distrazione, l’eventuale imprevisto della natura a rendere possibile un incidente. All’interno del CAI si ribadisce sempre che la frequentazione della montagna non può mai avvenire in sicurezza, ma ciò non significa che si tratti di una attività per sua natura “offensiva””.

Come mai non è stata presa in considerazione un’eventuale colpa dell’infortunato?
“E’ pacifico in giurisprudenza che il concorso del danneggiato può diminuire in proporzione la responsabilità e se si accerta che il danno è tutto frutto della sola colpa del danneggiato si esclude la responsabilità dell’organizzatore dell’attività. La Corte d’Appello, a mio avviso errando, dice che per poter escludere la responsabilità della scuola di alpinismo occorreva che tutta la responsabilità fosse dell’allievo, non solo una parte. Anche sotto questo profilo la decisione non è condivisibile.”

In sostanza, sarebbe sbagliato sostenere che per la Cassazione l’alpinismo è un’attività per sua natura pericolosa?
“Prendendo spunto dall’articolo 2050, la sentenza ribadisce il principio del neminem laedere, nessuno deve arrecare danni ad alcuno. Non dice mai che l’alpinismo è un’attività per sua natura pericolosa, ma più semplicemente ribadisce che in presenza di un corso di alpinismo per principianti in cui è prevista una sola lezione teorica, nessun approccio sul campo, il portare su una ferrata che presenta un tratto verticale per 200 metri, può rappresentare per qualcuno che non ci ha mai provato un’attività classificabile automaticamente pericolosa senza andare a discutere se vi siano o no elementi di colpa. Che comunque nella sentenza vengono individuati”.

Una curiosità: come si sarebbero comportati i giudici una ventina d’anni fa?
“Ho definito una scorciatoia l’applicazione dell’art. 2050 c.c. perché la tendenza attuale è di semplificare ed agevolare la posizione processuale del danneggiato con una dilatazione di tutte le possibili presunzioni ed il correlato aggravamento della posizione del preteso responsabile. Oggi in effetti si fa largo utilizzo di strumenti presuntivi e il danneggiato viene favorito all’ennesima potenza: ciò ha una sua logica ma deve confrontarsi con la ricaduta che ne deriva su attività lodevoli e altrettanto meritevoli di tutela, specie quando sono espressione di volontariato e non di attività che, avendo finalità di lucro, possono comunque fare ricadere sull’utenza i maggiori costi richiesti dalla sicurezza e dalle coperture assicurative. Per restare in ambito CAI: ove mai l’alpinismo fosse classificato come attività pericolosa (il che, ripeto, non è ad oggi avvenuto) chi lo praticherà o lo insegnerà si troverà di fronte ad una presunzione di responsabilità che imporrà serie riflessioni e determinerà pesanti ricadute sulle coperture assicurative. Si tratta, per fortuna, di uno scenario meramente ipotetico e ci adopereremo a tutti i livelli perché non debba mai sopravvenire”.

Che cosa si richiede, in definitiva, ai volontari che insegnano nelle scuole del CAI?
“Gli istruttori che operano nelle nostre scuole sono oltremodo sensibilizzati al tema della responsabilità, ancorché operino in regime di stretto volontariato. Ciò costituisce una forma di doveroso rispetto nei confronti degli allievi dai quali, però, è legittimo pretendere ed ottenere analogo rispetto, secondo i canoni della più attuale giurisprudenza, sia pure nei distinti ruoli. Certamente verrà confermata la strategia consolidatasi da tempo di rendere sempre più graduali e consapevoli i passaggi formativi dei corsi per principianti, in un’ottica di doverosa diligenza e prudenza e non già in quanto titolari di ‘attività pericolosa’ nei termini di cui all’art. 2050 c.c.”.

postato il 10 settembre 2014

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Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro)

L’Accademico del CAI Pietro Crivellaro ha pubblicato sul Sole 24 Ore del 20 luglio 2014 un articolo che mi ha fatto balzare sulla sedia: Brividi al capolinea. Come al solito, al seguito, le mie considerazioni. Infine, la risposta di Carlo Zanantoni.

Ingredienti principali di questo pezzo giornalistico sono stati due: la serata al Festival di Trento in cui era ospite Alex Honnold e il compito di recensire un manuale di Filippo Gamba, peraltro uscito alla fine dell’anno scorso, Libertà di rischiare. Gestione del rischio in alpinismo, arrampicata e negli sport d’avventura (Versante Sud, Milano, pagg. 232, € 29,50).

Pietro Crivellaro
Crivellaro_fullRelativamente a questo secondo argomento, Crivellaro si limita a dare al libro il vago giudizio di “ottimo”, riassumendone correttamente il fine, cioè quello di “ribaltare i vecchi criteri della sicurezza in alpinismo, arrampicata e altri sport d’avventura applicando con rigore ingegneristico anche all’outdoor i metodi di “gestione del rischio” adottati in ambito aziendale”. Crivellaro inoltre coglie qualcosa di forse non detto espressamente nel libro, ma lasciato intuire: l’escalation dell’attenzione razionale alla sicurezza al fine di “non destare scandalo nell’opinione pubblica e quindi scongiurare il rischio (!) che il legislatore si intrometta con norme e divieti”.

Dobbiamo dedurre dal punto esclamativo che Crivellaro dia per scontato che il lettore sia della sua idea, cioè che sia giusta e sacrosanta l’invasione della magistratura in uno degli ultimi campi di libertà fisica e culturale.

Quanto al diritto culturale alla libertà Crivellaro ammette che è sacrosanto, poi però si contraddice introducendo il primo argomento, cioè Alex Honnold e i suoi free solo spettacolari. Dopo una spiegazione al popolo di cosa è il free solo, e di quanto in effetti sia pericoloso, il nostro esprime “seri dubbi” sulla liceità di praticarlo, e soprattutto sulla liceità di filmarlo e venderlo (sempre allo stesso popolo).

Alex Honnold
Crivellaro-adventure-journal-dirtbag-gourmet-honnold_660Per Crivellaro il free solo di Honnold e di altri è “una deliberata follia, una danza macabra”: ma la cosa che più lo sconvolge è la semplicità di questo ragazzo americano, completamente privo della nostra retorica e delle nostre memorie romantiche, Preuss in testa. Perché alla domanda finale «Tua madre e la tua ragazza che dicono del tuo stile?», il nostro Alex No big deal (Alex niente di speciale) risponde ingenuo e laconico «Questo per me non è un problema», provocando gli applausi scroscianti dei più di 850 spettatori.

E’ questa standing ovation a far ribellare Crivellaro, che a quel punto condanna i club alpini che non scoraggiano abbastanza il free solo, condanna i media che non vedono che siamo di fronte a “un moderno gioco gladiatorio” e bacchetta l’opinione pubblica che si lascia cadere in una “rimozione collettiva”, anzi, meglio, si lascia ingannare da una “dissonanza cognitiva” come suggerisce il manuale dell’ingegner Gamba, che però “risulta del tutto inutile di fronte al rischio del free solo”.

E conclude: «Il giovane Alex che vive girando l’America con il suo furgone per arrampicare in free solo come se fosse una necessità naturale non è piuttosto un vistoso caso clinico? la vittima di una dipendenza fenomenale che deve suscitarci più dubbi che ammirazione?».

Alex Honnold sorpassa una cordata mentre in free solo sale il diedro di 5.10d sopra al passo chiave della Regular North Face del Rostrum, Yosemite National Park, California. Nerllo stesso giorno aveva salito in free solo Astroman (5.11c, 300 m). Foto: Asa Firestone
Crivellaro-honnold-1Considerazioni
La licenza di rischiare, è vero, può portare al free solo, magari anche solo per girare video chiaramente commerciali. Ma siamo o non siamo coscienti di cosa avverrebbe se davvero una pratica così estrema dovesse essere abolita perché impedita, ostacolata dalla società e soprattutto dalla giurisprudenza? Siamo coscienti che se ne inventerebbe un’altra dopo poco tempo? Che la creatività non può in alcun modo essere ostacolata? Possibile che la pratica alpinistica di Pietro Crivellaro, peraltro di grande spessore, non gli suggerisca nulla sul valore interiore dell’esperienza e su ciò che il solitario ha dentro?

Per Crivellaro, con il free solo “l’arrampicata è prossima al capolinea”. Per me e per molti altri è il punto di partenza suggerito dal capolinea stesso. La posizione bigotta di Crivellaro in questo articolo non gli rende giustizia, non s’inquadra con la grande capacità di analisi storica da lui in molte pregevoli occasioni dimostrata.

Il manuale di Filippo Gamba è invece un’oscenità dal punto di vista culturale, perché esclude dalla propria visuale l’intera visione della fragilità e della morte che al contrario ci sono compagne da sempre e per sempre. E con le quali dobbiamo fare i conti ogni giorno, sul lavoro o in vacanza, quando scriviamo o leggiamo, nello sport e in amore.

Il manuale di Gamba è un’operazione chirurgica riuscita solo dal punto di vista clinico, a paziente morto. Senza arricchimenti, senza incertezze, senza vita. Non credo proprio che l’alpinismo di Crivellaro sia nato e fiorito in quella dimensione: sarebbe stato un matrimonio che “non s’ha da fare”.

Risposta di Carlo Zanantoni
Spero che venga data diffusione all’articolo di Crivellaro sul Sole 24 Ore, perché gli alpinisti dovrebbero considererlo con attenzione.
Si tratta, forse al di là delle intenzioni dell’autore, di un contributo alle minacce alla libertà di avventura che nella moderna “società della sicurezza” stanno addensandosi attorno all’alpinismo. Una delle più gravi viene dalla scarsa limpidezza di idee con cui l’uomo della strada – e, ahimè, anche qualche alpinista – affronta il problema della libertà di avventura, caratteristica essenziale dell’alpinismo. C’è solo una differenza apparente fra l’opinione della brava massaia che dice: “bisognerebbe porre freni all’attività alpinistica, insensata e pericolosa” e quello che dice Crivellaro. Leggetelo: “.. diritto ad affrontare senza intralci le incognite della natura selvaggia, come un diritto culturale…Il principio mi sembra sacrosanto, ma quando la licenza di rischiare si spinge alla pratica del free solo mi sorgono seri dubbi… Questo mi sembra una deliberata follia, una danza macabra“.

Sembra che Crivellaro voglia porre una specie di barriera logica fra le salite in completa libera di Alex Honnold e le tante arrampicate solitarie – anche se non sempre in libera totale – che hanno destato ammirazione, e lui probabilmente non ha criticato: da Comici a Bonatti, da Cozzolino a Manolo, da Maestri ad Aste, da Edlinger alla Destivelle, da Ivan Guerini a Marco Anghileri, da Messner ad Alex Huber, ecc.. E in quale categoria classificherà poi il rischio nelle grandi imprese himalyane, per esempio le solitarie di Messner?

Crivellaro ha un buon curriculum alpinistico, è Accademico del CAI, scrive di montagna, commenta libri, è consulente del “24 Ore”per i problemi alpinistici. Dice di sapere che cosa è il rischio in parete. Ma il rischio che correva lui non meritava critiche? L’alpinismo estremo ha motivazioni meno nobili di quello dei più ? Argomento delicatissimo, perché una certa dose di ambizione è caratteristica di tutto l’alpinismo. L’averlo scelto come professione rende forse meno seria e ammirevole la dedizione che il raggiungere l’autocontrollo e il dominio dei proprî mezzi richiesti da salite impegnative richiede? Mi sembra povera logica quella che tende a porre un limite al rischio rispettabile.

È una logica che porta diritto a comportamenti collettivi come quello che portò l’URSS a limitare l’alpinismo a chi poteva esercitarlo ad alto livello, e magari portare gloria alla patria.

Da ultimo Crivellaro solleva un problema fino ad ora non apparso nelle tante critiche all’alpinismo che ho letto; non è apparso perché molto delicato, riguarda rapporti umani, aprirebbe una voragine di considerazioni che vanno al di là dei problemi dell’alpinismo. Mi riferisco allo stupore di Crivellaro rispetto alla risposta data alla domanda: “che dicono tua madre e la tua ragazza dei tuoi comportamenti?” Stupore per la risposta laconica: “non è un problema”. E se ne stupisce? Un risposta sprezzante per una domanda che in un contesto alpinistico può, con buona dose di generosità, essere definita ingenua.

postato il 4 settembre 2014

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Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 2

L’Ordine degli Ingegneri della provincia di Trento, in collaborazione con il Collegio degli Ingegneri, ha organizzato il convegno dal titolo Rischio e rischio residuo lungo le vie ed i sentieri di comunicazione, che si è tenuto il giorno 6 giugno 2014 alle ore 14.30 presso la sala di rappresentanza del Palazzo della Regione (P.zza Dante – Trento).

Il convegno ha affrontato la tematica relativa ai rischi connessi alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori dove in genere l’attività di prevenzione è limitata od assente per le poche risorse disponibili. Gli aspetti trattati hanno riguardato il rischio legato alle azioni soggettive nel percorrere una ferrata, un sentiero, una strada e il rischio legato ad eventi esterni con specifico riferimento alla caduta di sassi o franamenti. Sono stati presentati esempi concreti di interventi di  prevenzione eseguiti su vie ferrate, sentieri e strade nonché interventi di riparazione. E’ stato affrontato l’argomento relativo ai provvedimenti di chiusura e di riapertura del sentiero/via di collegamento sotto l’aspetto delle responsabilità civili e penali. E’ seguito un dibattito che ha coinvolto soggetti fruitori, tecnici e gestori delle vie di comunicazione.

La sintesi del convegno è già stata postata, assieme alle altre quattro relazioni, l’11 agosto 2014.

E’ possibile una valutazione oggettiva?
relazione di Massimo Viola (avvocato), Trento, 6 giugno 2014

ABSTRACT dell’intervento
La tematica della responsabilità riconnessa alla gestione dei rischi legati alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali c.d. “minori” viene affrontata attraverso l’illustrazione delle ragioni che hanno, sino ad ora, impedito l’elaborazione di sistemi di valutazione oggettiva di tali rischi, in grado di eliminare o, quanto meno, ridurre entro limiti di accettabilità il c.d. “rischio responsabilità” in capo ai soggetti a vario titolo tenuti alla gestione di detti rischi.
Capire le ragioni di tali insuccesso è il primo passo per cercare di far evolvere la situazione attuale, molto spesso percepita come una contrapposizione fra tecnici, siano essi ideatori, progettisti o manutentori, ed utilizzatori (anche a titolo professionale) dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori e il c.d. “uomo con la toga” il quale, di fronte all’incidente, troppo spesso è tentato a concludere frettolosamente che “si è sottovalutato il rischio …”
Viene qui proposta una nuova prospettiva che si auspica possa essere in grado di far coniugare le esigenze di tutela di beni incomprimibili, quali la salute e la vita, delle quali il sistema giuridico della responsabilità civile e penale è in qualche modo chiamato a farsi carico (molto spesso a causa della latitanza di altri sistemi), con quelle di gestione dei rischi legati alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori, per le quali – più che in altri ambiti – vale il brocardo ad impossibilia, nemo tenetur. Ciò in modo tale per cui, anche in questi ambiti, il rischio residuo venga finalmente a coincidere con il rischio accettabile e, soprattutto, accettato.

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Si distingue (nella presentazione del convegno) fra sentieri di montagna e viabilità stradali minori. La distinzione è certamente condivisibile.

Si introduce poi un’ulteriore distinzione fra due tipologie di rischio: quelle dipendenti dall’utilizzo della cosa (percorrenza del sentiero, sia essa o meno “accompagnata”), da quelle in cui l’innesco del pericolo va ricercato altrove, in eventi “esterni” all’opera o all’ “interno” dell’opera stessa. Esempi del primo tipo: valanghe, caduta di sassi o frane sul sentiero (1). Esempi del secondo tipo sono i crolli e/o i franamenti della struttura, la rottura delle sue componenti, la loro inadeguatezza ideativa, progettuale, realizzativa o manutentiva.

Il concetto di rischio ha un’attinenza diretta con la tematica della responsabilità, essendo questa molto spesso fondata sulla violazione dell’obbligo di gestione del rischio (intesa quale attività che ha come scopo l’eliminazione del pericolo e/o la riduzione del rischio attraverso la protezione o il controllo). La violazione degli obblighi comportamentali imposti dalla legge determina la reazione da parte dell’Ordinamento e, quindi, la responsabilità.

La distinzione fra rischio e rischio residuo trae origine proprio dalle concettualizzazioni in tema di responsabilità. In ambito lavorativo (cfr. TU 81/2008 e BS OHSAS 18001 2007) il rischio residuo è il rischio che permane anche dopo l’applicazione di misure di miglioramento (preventive e protettive) dei livelli di sicurezza. Dato che la situazione di rischio zero è possibile conseguirla solo attraverso la soppressione delle attività che causano il rischio (e ciò in considerazione del fatto che la misura di prevenzione / protezione “assoluta”, tecnicamente, è molto difficile da ottenere; men che meno a costi che la rendano sostenibile da un punto di vista economico), nel caso in cui ciò non sia possibile/opportuno, allora occorre accettare l’idea che residui comunque un certo rischio, pur a seguito dell’attività di trattamento dello stesso.

Non è detto però che il rischio residuo sia sempre considerato accettabile.

Si definisce rischio accettabile il rischio che è stato ridotto ad un livello che può essere tollerato dall’organizzazione, avuto riguardo alle proprie obbligazioni di carattere legale ed alla propria Politica (cfr. il BS OHSAS 18001:2007). Lasciamo da una parte la policy e concentriamo l’attenzione sull’obbligo legale. Qual è, in generale, il livello legale di accettabilità di un rischio? Fatte salve normative specifiche (es. norme tecniche costruttive o sui materiali), sono i principi generali in tema di responsabilità penale e civile che determinano il “livello” di rischio accettabile (è accettabile il rischio la cui operatività non determina alcuna responsabilità per il gestore oppure quando, in relazione ad un determinato rischio, non è possibile individuare un determinato soggetto come gestore).

Posto però che le norme in tema di responsabilità penale e civile – soprattutto nel caso della responsabilità omissiva – sono piuttosto “ampie” quanto a formulazione (e necessitano quindi di un’opera di “interpretazione”), il concreto livello di rischio accettabile viene stabilito di volta in volta – ed a posteriori – dalla giurisprudenza (ovvero dai giudici chiamati a decidere i singoli casi). Se poi precedenti specifici non vi sono è l’interprete che, attraverso una valutazione prognostica (spesso di natura empirica …), cerca di enucleare il livello di rischio accettabile (che coincide, come detto, con la situazione di assenza di responsabilità).

La valutazione prognostica viene fatta in questa maniera: si analizzano varie fattispecie di danno, si individua il gestore del rischio del quale il danno è espressione e si cerca quindi di stabilire il più probabile esito di un eventuale giudizio di responsabilità. Per far ciò l’interprete soppesa l’efficacia delle varie strategie difensive che possono essere ipotizzate partendo dagli elementi probatori dei quali si pensa di potersi avvalere. In caso di prognosi infausta, ipotizza cambiamenti di strategia o, molto più spesso (e banalmente), suggerisce agli interessati di premunirsi di altri – giudicati più efficaci – …. elementi probatori.

Si tratta di un sistema del tutto inaffidabile e, quindi, insoddisfacente.

Sulla via ferrata Che Guevara al Monte Casale
RischioResiduo-2-chegLa reazione della società civile a tutto ciò è la spinta verso attività legislative (sia di rango primario che, più spesso, secondario o regolamentare) di tipo esentivo o cautelare. Le norme esentive o dispensative sono quelle che esonerano un soggetto da un determinato onere. Le norme cautelari sono quelle che impongono comportamenti attivi o omissivi non tenendo i quali è prevedibile che si verifichi un danno e tenendo le quali il danno è invece evitabile, secondo la miglior scienza e conoscenza del momento. In questi casi, se un danno si verifica, a fronte di una norma esentiva e/o della constatata osservanza della norma cautelare occorre concludere che lo stesso sia espressione di un rischio residuo, da considerarsi accettabile.

Siccome però le norme esentive sono spesso a rischio di incostituzionalità e la scienza e la conoscenza, nei vari settori, sono in continua evoluzione, difficilmente il legislatore emana norme esentive o cautelari assolute [regole scritte rigide, che escludono totalmente ogni onere di condotta e/o prescrivono la condotta doverosa in termini netti e delle quali l’agente è tenuto alla rigida osservanza onde andare esente da responsabilità], ma quasi sempre relative o “relativizzate”. Dette norme prescrivono cioè obblighi generali di comportamento diligente, prudente, perito e che lasciano quindi il soggetto libero di scegliere fra diverse condotte (con conseguente assunzione di responsabilità in relazione a tale scelta).

Anche tale soluzione risulta pertanto insoddisfacente dato che, anche in caso di stretta osservanza delle norme esentive o cautelari, in presenza di un sinistro si può comunque essere ritenuti responsabili (causa l’eccessiva genericità della c.d. regola cautelare)

Si è quindi provato ad eliminare l’incertezza che tali sistemi generano, per sostituirvi una quantificazione di tipo oggettivo (ed automatizzato; diremo quasi algoritmico) del livello di rischio residuo/accettabile; ovvero un sistema di quantificazione che garantisca sempre il risultato atteso (che non è tanto l’eliminazione del rischio, ma l’irresponsabilità per i fatti dannosi che ne sono espressione).

Non vi è chi non veda come, mentre il livello di rischio residuo può essere in molti casi quantificato oggettivamente, la quantificazione del livello di rischio accettabile – in quanto basato sull’osservanza di un obbligo legale (di prevenzione/protezione) estremamente “ampio” quanto a contenuto – sia in realtà una chimera.

Tentativi sono già stati fatti in questo senso. Altri sistemi giuridici hanno infatti provato ad introdurre parametri statistici atti a stabilire quale sia il livello di rischio accettabile. Poi, attraverso un escamotage logico – giuridico, hanno dichiarato (per legge) la irresponsabilità del comportamento che non incrementa quello che è ritenuto il livello di rischio accettabile.

E’ così ad esempio che l’idea di non incrementare il rischio per più che uno su un milione è diventata un argomento comune nelle discussioni in materia. Come giustamente osservato da qualcuno, come si sia ottenuto il consenso su questa particolare quantità di misura rimane un mistero al punto che questo numero ha tutte le caratteristiche per essere considerato un numero mitico. La cifra fornisce una base numerica per definire la quantità trascurabile di incremento del rischio.

Il fatto è che anche la politica del 1 su un milione causa comunque la morte di centinaia o migliaia di persone in una popolazione sufficientemente grande e non è affatto detto che gli eredi delle vittime e la collettività di persone nelle quali queste sono inserite considerino accettabili queste morti in quanto espressione di un rischio considerato (a livello statistico) accettabile. Questi saranno quindi sempre indotti a rivolgersi alla magistratura per ottenere giustizia.

Altri sistemi hanno adottato l’ALARP e le conseguenti scale descrittive (carrot diagrams). Un rischio è considerato ALARP quando è As Low As is Reasonably Practicable. Tale rischio si contrappone al rischio SFARP (So Far As Reasonably Praticable) ed è un rischio residuo in quanto è quello ragionevolmente più basso alla luce:
1. dello stato dell’arte (scienza, tecnica e best practice del momento) e del riscontrato “fattore di tolleranza” sociale;
2. del fatto che i costi di miglioramento superano di gran lunga i possibili benefici. I costi da considerare non sono solo quelli economici, ma anche in termini di tempo e di difficoltà/numero dei problemi da risolvere.

Il rischio residuo può dirsi accettabile quando è ALARP.

Sennonché, anche tali sistemi di valutazione/quantificazione presentano una ampio margine di discrezionalità valutativa in quanto basati su di un criterio (quale quello della ragionevolezza, soprattutto se basato sul fattore “tolleranza”) di natura “soggettiva” e non oggettiva.

Sentiero attrezzato G. Bertotti al Chegul
RischioResiduo-2-a-sentiero-attrezzato-g-bertotti-al-chegulQuid novi ? Una nuova prospettiva pare voler conciliare tutti i sistemi di quantificazione (oggettiva) del rischio residuo con sistemi di valutazione (soggettiva) del rischio accettabile, basati cioè sulla rilevata mancanza di responsabilità giuridica in relazione ai danni espressione di un determinato rischio.

Non si avrebbe quindi responsabilità quando:
1. non è possibile individuare – nel soggetto considerato – il titolare di una posizione di garanzia con riferimento a quel particolare rischio
2. è possibile individuare un garante ma difettano tutti o alcuni degli elementi previsti dal sistema di responsabilità considerato (civile o penale) per poterlo ritenere “giuridicamente responsabile” (ad esempio perché non era da lui esigibile una condotta diversa da quella concretamente tenuta, oppure manca la prova del nesso di causalità fra condotta ed evento)

Occorre quindi adottare un sistema di gestione della propria attività che permetta:
– di evidenziare e delimitare i rischi in relazione ai quali vi è l’assunzione della posizione di garanzia (con conseguente obbligo di gestione, nella forma della protezione e/o del controllo), in base alla policy adottata, a sua volta condizionata dagli obblighi giuridici (di tipo legale o contrattuale) che sul soggetto incombono;
– di analizzare accuratamente tutti i rischi e di porre in essere tutte le misure di trattamento che gli stessi necessitano, con lo scopo di ottenere il livello massimo di sicurezza possibile (e delineare così, in via residuale, il livello di rischio residuo);
– informare correttamente i terzi (esposti al rischio) del tipo di rischio gestito, delle misure di prevenzione/protezione/controllo adottate e del livello di rischio che residua;
– riverificare l’efficacia del sistema adottato attraverso il monitoraggio continuo, cui eventualmente deve seguire l’introduzione di correttivi/miglioramenti.

L’adozione di un tale sistema esonera da responsabilità in quanto rende tollerabile, accettabile, l’esistenza di un rischio residuo. Tale rischio residua infatti dopo che è stato fatto tutto quanto è possibile fare – secondo la teoria del c.d. circolo virtuoso (2) – in quel dato ambito per ridurre i rischi al minimo possibile. Tale attività va documentata e, quindi, resa “tracciabile”, ovvero resa verificabile a posteriori. Solo a tali condizioni il rischio residuo può essere accettato dall’Ordinamento.

***

Venendo ai due ambiti considerati (sentieri di montagna e viabilità stradali minori) proviamo ad adottare l’ultimo sistema gestionale proposto.

Sentieri di montagna e viabilità stradali minori sono due ambiti apparentemente assimilabili, ma in realtà profondamente differenti.

Partiamo dalle definizioni etimologiche dei due ambiti.

Strada: termine di origine medioevale che significa lunga striscia di terreno resa piana (stesa) e lastricata a pubblica spesa per permettere di andare a da un luogo ad un altro, anche con carri, in maniera agevole e sicura.

Sentiero: si distingue dalla strada in quanto non lastricato e stretto (sentiero=metà strada)

Viandante: chi passa per le vie – siano esse strade o sentieri – posti fuori dalla città. Lo fa in maniera più incomoda rispetto al viaggiatore, in quanto va a piedi (mentre il viaggiatore utilizza sistemi di trasporto). Un sistema viabilistico (viabilità) è quindi il complesso di strutture che possono essere transitate (transitus=passaggio), da viandanti o viaggiatori. Il viatico, in Roma antica, era l’insieme delle cose (cibo, vesti, denaro) che una persona portava con sé mettendosi in viaggio

Escursionista è invece colui che compie un’escursione. Anticamente identificava il guerriero che compiva scorrerie in territorio ostile (ex – currere)

Nel termine escursione vi è dunque la radice terminologica della differenza rispetto alla viabilità ordinaria. L’escursione avviene – consapevolmente – su terreno ostile, nemico. Il transito viabilistico è invece attività resa sicura dall’opera preparatoria e manutentiva finalizzata a permettere il suo svolgimento, rendendolo agevole e sicuro. Strada e sentiero sono due componenti della viabilistica e si distinguono solo per le caratteristiche costruttive e le dimensioni. Il sentiero escursionistico è tutt’altra cosa.

La differenza terminologica può ritenersi ripresa anche a livello legislativo.

Il CdS disciplina la circolazione che avviene sulle strade (art. 1)

Per strada deve intendersi (art. 2 CdS) l’area ad uso pubblico destinata alla circolazione di pedoni, veicoli e animali. Per circolazione deve intendersi il movimento, la fermata e la sosta dei pedoni veicoli ed animali sulla strada. La circolazione deve avvenire in maniera scorrevole, ordinata e sicura. Il pedone è un’utente della strada che, al pari di ciclisti e disabili in carrozzella, merita una particolare tutela rispetto ai pericoli derivanti dalla circolazione sulle strade. Tutt’altro quindi che un escursionista; il pedone va protetto dai pericoli derivanti dal movimento che egli può fare sulla strada.

Dispone il CdS (art. 3) che, “ai fini delle presenti norme”, per sentiero (o mulattiera o tratturo) deve intendersi la “strada” a fondo naturale formatasi per effetto del passaggio di pedoni o animali

Al pari della definizione etimologica quindi, anche per il legislatore il sentiero stradale è struttura nettamente distinta dal sentiero escursionistico.

Mentre per il sentiero stradale l’aggettivo qualificativo utilizzabile è, a ragione, quello di PROTETTO (art. 140 CdS) ovvero difeso contro ciò che può recare danno, per il sentiero escursionistico l’aggettivo utilizzabile è semmai quello di PROTEGGIBILE. Il suffisso –bile serve per derivare dalla base verbale il relativo aggettivo con il significato di “che si può” (in questo caso) “proteggere”; ma non lo è !
Dispone il DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA 13 luglio 2010, n. 18-50/Leg (Disposizioni regolamentari di attuazione della legge provinciale 4 marzo 2008, n. 1 (Pianificazione urbanistica e governo del territorio) al Capo VI – Interventi non soggetti a titolo abilitativo –, art. 22 (Attrezzature ed arredi) che:
1. Ai sensi dell’articolo 97, comma 1, della legge urbanistica provinciale, non sono soggette all’acquisizione preventiva del titolo abilitativo edilizio, in quanto non comportano una trasformazione urbanistica e paesaggistica dei luoghi, le seguenti attrezzature:
……
d) i seguenti interventi riguardanti sentieri alpini e vie ferrate, nel rispetto delle disposizioni di cui alla legge provinciale 15 marzo 1993, n. 8:
1) la realizzazione di palestre di roccia e di vie attrezzate, mediante la semplice apposizione di chiodi in parete, di prese artificiali, di brevi tratti di scale metalliche e cavi, senza alcuna modifica fisica del territorio, quali scavi e movimenti di terra e rocce in genere, nonché i conseguenti interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria;
2) per i sentieri esistenti, il ripristino dei tracciati originari senza allargamenti, il decespugliamento e spietramento, il rinnovo della segnaletica, le moderate rettifiche di tracciati per ovviare a situazioni di pericolo sopravvenute (franamenti, smottamenti, caduta massi, ecc.), purché le rettifiche non superino il 25 per cento dell’intero tracciato.

Dispone la LEGGE PROVINCIALE SUI RIFUGI E SUI SENTIERI ALPINI (Legge provinciale 15 marzo 1993, n. 8 – Ordinamento dei rifugi alpini, bivacchi, sentieri e vie ferrate) al Capo I Strutture alpinistiche, Art. 1 Finalità che: “La Provincia autonoma di Trento individua e disciplina le strutture alpinistiche al fine di garantirne un equilibrato inserimento nell’ambiente montano nel rispetto della cultura alpinistica”.

All’art. 2 (Strutture alpinistiche) si dispone invece che ai fini della presente legge sono strutture alpinistiche:
a) i rifugi alpini, previsti dall’articolo 6;
b) i bivacchi, previsti dall’articolo 7;
c) i tracciati alpini, previsti dall’articolo 8.
Per il presidio della montagna, anche a garanzia del suo corretto utilizzo, le strutture alpinistiche riconosciute dalla Provincia sono considerate di interesse pubblico.
Anche ai fini di promuovere la conoscenza e la valorizzazione delle strutture alpinistiche provinciali, la Provincia cura l’elenco delle medesime secondo le modalità stabilite dalla Giunta provinciale.
La Provincia, con l’iscrizione nell’elenco previsto dal comma 3, riconosce le strutture alpinistiche individuate anche su segnalazione di enti pubblici, associazioni e privati. La perdita dei requisiti previsti da questa legge comporta la cancellazione delle strutture alpinistiche dall’elenco.
Per la realizzazione o la modifica di strutture alpinistiche, compreso l’adattamento o la trasformazione di immobili esistenti, è richiesta l’autorizzazione della Provincia, ferme restando le disposizioni provinciali in materia urbanistica.

Il successivo art. 8 (Tracciati alpini) prevede che ai fini della presente legge sono tracciati alpini:
a) i sentieri alpini quali percorsi escursionistici appositamente segnalati che consentono il passaggio in zone di montagna e conducono a rifugi, bivacchi o località di interesse alpinistico, naturalistico e ambientale;
b) i sentieri alpini attrezzati quali tracciati appositamente segnalati che consentono il passaggio in zone di montagna, la cui percorribilità è parzialmente agevolata mediante idonee opere;
c) le vie ferrate quali itinerari di interesse alpinistico appositamente segnalati che si sviluppano totalmente o prevalentemente in zone rocciose o comunque impervie, la cui percorribilità è consentita dalla installazione di attrezzature fisse;
d) le vie alpinistiche quali itinerari che possono richiedere una progressione anche in arrampicata, segnalati solo da tracce di passaggio o ometti in pietra, attrezzate dei soli ancoraggi per agevolare l’assicurazione degli alpinisti.
Sono iscritti nell’elenco di cui all’articolo 2, comma 3, esclusivamente i tracciati alpini in relazione ai quali sono stati individuati i soggetti impegnati a provvedere al loro controllo e manutenzione. L’iscrizione nell’elenco e l’esercizio dell’attività di controllo e manutenzione dei tracciati non escludono i rischi connessi alla frequentazione dell’ambiente montano.

Sulla via ferrata Che Guevara al Monte Casale
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl termine “alpinistico” ha una sua connotazione storica e culturale.

Un tempo il fenomeno dell’alpinismo era definito facendo ricorso a concetti di significato noto sino ad arrivare a concetti che non possono essere definiti, ma nemmeno debbono esserlo in quanto il loro significato è noto a chiunque (c.d. concetti primitivi).

L’alpinismo era la pratica di frequentare luoghi (inizialmente le Alpi, poi altri simili) che, per la tipologia di ambiente e di attività che vi si svolgevano, comportavano l’esposizione a pericoli enormi (ed al conseguente rischio di danno).

Il “gusto” che derivava dall’esporsi a questi rischi costituiva la spinta a praticare detta particolare attività.

L’attività alpinistica era quindi attività che aveva la sua essenza (e, quindi, in base a ciò poteva essere definita) nella volontaria e cosciente esposizione ad un rischio di danno. La presenza della componente di rischio ha determinato, fin dagli inizi delle attività sopra considerate, lo svilupparsi di standards comportamentali e tecnici specifici.

Si trattava, per lo più, di standards enucleabili da norme consuetudinarie, per quanto riguarda gli aspetti comportamentali, e da vere e proprie fonti normative per quanto riguarda le caratteristiche tecniche e le modalità di impiego dei materiali utilizzati. A tale ultimo proposito, ad una normativa di natura non vincolante, si è, in Europa, sviluppata negli ultimi anni una vera e propria disciplina tecnica di carattere normativo la cui osservanza, sia nella fase della produzione, sia in quella della commercializzazione, ha assunto natura vincolante per i produttori ed i rivenditori.

Tra gli standards comportamentali più noti (e risalenti nel tempo) rientrano sia l’esercizio pianificato e collettivo dell’attività, sia soprattutto l’accompagnamento qualificato.

Proprio la presenza dei pericoli (e dei correlati rischi) cui sopra si accennava ha, sin da subito, consigliato (per non dire imposto) l’unione delle forze, sia nella fase ideativa e preparatoria del, se così vogliamo chiamarlo, progetto alpinistico, sia nella successiva fase esecutiva.

L’utilizzo di corde per vincolare fra loro, in tal modo assicurandoli l’un l’altro, i vari componenti la comitiva (cordata), non è stato che il logico e conseguente sviluppo dell’attività alpinistica organizzata, svolta da soggetti dotati di pari capacità, conoscenze ed esperienze che condividevano il medesimo cimento (rischioso).

Parallelamente si è sviluppato un altro standard comportamentale; ovvero l’alpinismo accompagnato.

La reiterata frequentazione dell’ambiente montano rendeva infatti alcuni soggetti più esperti di altri nella conoscenza e, quindi, nella prevenzione e/o attenuazione dei rischi legati alla presenza dei pericoli tipicamente riconnessi all’attività alpinistica (per lo meno di quelli conoscibili ed evitabili, quali la ricerca della via più comoda e sicura per l’ascesa delle varie vette; di qui la nascita del termine guida alpina). Venne quindi naturale affidarsi a costoro onde praticare tale tipo di attività. Lo sviluppo di vere e proprie figure professionali, affiancate in determinati ambiti anche da figure non professionali (quali noi siamo), di accompagnatori/istruttori (in ogni caso, per ragioni di sicurezza e prevenzione, oltre che di ordine pubblico, tutti obbligatoriamente sottoposti a verifiche e controlli da parte della pubblica autorità) è quindi da ricercarsi nell’esigenza di ridurre ulteriormente i rischi connessi all’esercizio dell’attività alpinistica, senza però eliminarli completamente; non solo quindi in ragioni di carattere turistico, sportivo e/o associativo.

Anche con riferimento alle strutture alpinistiche (rifugi, bivacchi fissi e sentieri), la prevenzione e/o attenuazione dei rischi legati alla presenza dei pericoli tipicamente riconnessi all’attività alpinistica ha portato allo sviluppo di tecniche e modalità realizzative che portassero ad una riduzione di detti rischi, senza però eliminarli completamente, dando allo stesso alpinista la possibilità di scelta fra diverse modalità di auto-protezione

Ecco perché la struttura alpinistica (nella quale rientrano i tracciati alpinistici – in legge “alpini” – ed in particolare i percorsi escursionistici) consente certamente lo svolgimento di una determinata attività, ma non allo scopo di consentire una “utilizzazione” protetta, sicura della montagna; semmai al fine di garantirne una equilibrata frequentazione nel rispetto della cultura alpinistica. Sui sentieri alpini, escursionistici, non avviene quindi un transito, una circolazione, ma semmai un’escursione, ovvero un passaggio in ambiente ostile, rischioso che tale deve essere mantenuto (salvo il diritto alla chiara e completa informazione ed, eventualmente, alla proteggibilità) per rispetto alla cultura alpinistica ed all’integrità dell’ambiente naturale.

Vi è quindi in tali ambiti un rischio residuo (accettato?) molto alto, non solo o non tanto in quanto non sarebbe possibile eliminarlo, ma in quanto culturalmente e socialmente ineliminabile.

Ciò premesso, è possibile evidenziare e delimitare i rischi in relazione ai quali vi è l’assunzione della posizione di garanzia (con conseguente obbligo di gestione, nella forma della protezione e/o del controllo, di ogni singolo rischio) in capo ala garante, da individuarsi:
– nel caso del sentiero di montagna, nel soggetto indicato nell’apposito elenco provinciale, ovvero colui il quale si è “impegnato a provvedere al loro controllo e manutenzione”.
– nel caso delle viabilità stradali minori (fra cui rientrano i sentieri stradali, ma pure le strade vicinali, le strade interpoderali e forestali etc …) nel “proprietario”. Tranne che per le strade vicinali (private ma di uso pubblico) tale soggetto va identificato con la PA e, segnatamente, con il Comune.

Varie sono le disposizioni normative che impongono agli enti territoriali (Comuni, Province, Regioni) obblighi di manutenzione e sicurezza della viabilità stradale (oltre che di tutte le altre aree urbane calpestabili: piazze, marciapiedi etc..). La fonte primaria di tali obblighi risiede nell’art. 28 dell’Allegato F della Legge 20 marzo 1865 n. 2248 che prevede come “obbligatoria la conservazione in istato normale delle stradi provinciali e comunali sistemate”. Successivamente nel r.d. del 15 novembre 1923 n. 2056 , recante “Disposizioni per la classificazione e manutenzione delle strade pubbliche” all’art. 5 così dispone: “Alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade di quarta classe provvedono i rispettivi comuni a totali proprie spese”. Da ultimo, gli obblighi connessi alla titolarità della proprietà delle strade in capo agli enti locali trova una sua compiuta regolamentazione nel D.Lgs. 30 aprile 1992 n. 285 (Codice della Strada). Segnatamente, l’art. 14 comma 1 del Codice statuisce che: “Gli enti proprietari delle strade, allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, provvedono: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze; c) alla apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta”.

La prima distinzione che salta all’occhio risiede nel fatto che, mentre il soggetto indicato nell’apposito elenco provinciale relativo alle strutture alpinistiche è tenuto “a provvedere al loro controllo e manutenzione” (si tratta quindi con ogni evidenzia di una posizione di garanzia sotto forma di posizione di controllo), nel caso
della PA la posizione di garanzia viene ad assumere sempre più, con il passare degli anni ed il susseguirsi degli interventi giurisprudenziali, un contenuto ben più intenso, ovvero di protezione.

Sulla via ferrata Che Guevara al Monte Casale
OLYMPUS DIGITAL CAMERACiò consente di evidenziare e delimitare una serie differenziata di rischi in relazione ai quali vi è l’effettiva assunzione della posizione di garanzia (con conseguente obbligo di gestione, nella forma della protezione e/o del controllo, di ogni singolo rischio), escludendone altri.

Volendo utilizzare la distinzione fra le due tipologie di rischio menzionate dagli organizzatori del convegno, potremmo dire che, mentre il gestore del sentiero alpinistico non è tenuto a gestire il rischio derivante dall’utilizzo della cosa (percorrenza del sentiero, sia essa o meno “accompagnata” da qualcuno) né dai rischi “esterni” (valanghe, caduta di sassi o frane che investano l’opera), ma solo dei rischio il cui innesco va ricercato all’ “interno” dell’opera stessa (crolli della struttura, la rottura delle sue componenti, la loro inadeguatezza ideativa, progettuale, realizzativa o manutentiva) non altrettanto può dirsi per le strutture viabilistiche minori.

Avendo l’ente proprietario della strada un obbligo di protezione dell’utente (in particolare l’utente debole, quale è espressamente definito il pedone dal C.d.S.) anche i rischi esterni (oltre che, naturalmente, quelli interni) dovranno essere adeguatamente gestiti.

Tale attività di gestione, come sopra evidenziato, andrà differenziata quanto a intensità di prevenzione/protezione tenendo presente che:
1. il rischio viabilistico va sempre tendenzialmente eliminato; quantomeno ridotto quanto a probabilità di verificazione e gravità delle conseguenze
2. il rischio alpinistico va solo segnalato e, eventualmente, a seconda del tipo di struttura considerata, reso proteggibile; giammai eliminato, né in relazione ad esso l’alpinista va protetto in maniera assoluta.

Tali rischi andranno poi analizzati e per ognuno di essi dovranno essere poste in essere tutte le misure di trattamento finalizzate ad ottenere il livello massimo di sicurezza possibile, considerata la tipologia di rischio e le guideline sopra riferite.

Per entrambi i gestori vi è poi invece un dovere (indifferenziato) di verificare l’efficacia del sistema di gestione del rischio adottato, attraverso il monitoraggio continuo dell’efficacia delle proprie scelte, cui deve seguire l’introduzione di correttivi/miglioramenti.

Per entrambi i gestori vi è inoltre un dovere di corretta informazione dei terzi (esposti al rischio) del tipo di rischio gestito, delle misure di prevenzione/protezione/controllo adottate e del livello di rischio che residua. Ciò serve a delimitare la responsabilità alla rete viabilistica o sentieristico-escursionistica effettivamente gestita [ma non la esclude tutte le volte in cui l’accesso e l’utilizzo è comunque consentito e non fisicamente impedito].

Si pone a questo proposito il problema di capire esattamente cosa rientri nella viabilità minore (alla luce del fatto che, secondo la definizione di sentiero che ne da il CdS, ogniqualvolta ci si trova di fronte ad un area di uso pubblico destinata al movimento di pedoni e animali, caratterizzata dal fondo naturale e dall’essersi formata per effetto del passaggio ripetuto degli stessi, si rischia di trovarsi di fronte ad un sentiero stradale).

Sotto questo profilo, se è vero che da parte degli enti pubblici territoriali vi è un dovere di governo del territorio e di pianificazione territoriale, vi sono comunque dei limiti oggettivi e dei limiti economici agli interventi in tale ambito.

La questione può essere posta in questi termini: vi è un obbligo della PA di garantire/agevolare la libertà di circolazione su tutto il territorio nazionale (art. 16 Cost.) compresi i terreni impervi? Vi è un obbligo generalizzato di impedire eventi dannosi ai cittadini senza limiti di spesa in capo alla PA?

Ma anche con riferimento alla sentieristica alpina/escursionistica, vi è un obbligo del gestore di impedire eventi dannosi dipendenti da rischi interni alla struttura senza limiti di spesa?

Sentiero attrezzato G. Bertotti al Chegul
RischioResiduo-2-sentiero-attrezzato-g-bertotti-al-chegulIn generale occorre osservare che:
1. Vi è interesse in ogni cittadino a che gli enti territoriali provvedano alla diligente manutenzione e custodia di tutti i beni pubblici (e, tra essi, le strade), ma non anche che ogni parte del territorio sia resa accessibile e resa sicura. Il cittadino ha infatti il diritto a muoversi liberamente, ma non ad essere particolarmente agevolato nel farlo. Anzi, la libera utilizzabilità può e deve essere vietata per ragioni di sanità e sicurezza pubblica. Non si è, pertanto, in presenza di interesse legittimo differenziale perché, semmai, si è al cospetto di interesse semplice e di fatto, rientrante nell’area del giuridicamente irrilevante. Le parti del territorio palesemente inaccessibili o quelle indicate opportunamente come tali [es. nelle mappe di rischio], non vanno protette e rese agibili. Semmai interdette (anche fisicamente) se notoriamente utilizzate in maniera errata/pericolosa.
2. Qualora l’obbligo di manutenzione e custodia sia violato e da ciò derivi un danno al privato amministrato, sarà certamente possibile per quest’ultimo adire l’autorità giudiziaria competente, deducendo il rapporto bilaterale instauratosi con l’Amministrazione, la quale – a causa della condotta colposamente omissiva ad essa astrattamente attribuibile – sia venuta meno al generale dovere di astensione dal ledere la sfera giuridica dei terzi. In tal caso, infatti, l’interesse ad agire del cittadino trova origine nella lesione del diritto soggettivo all’integrità personale e patrimoniale, tutelabile davanti al Giudice Ordinario [in questi casi infatti il principio del neminem laedere funge da limite alla discrezionalità dell’azione amministrativa]
3. Il cittadino non può esigere che la strada sia mantenuta in modo piuttosto che in un altro, e nemmeno che siano tracciate nuove strade o che tutto ciò che è calpestabile sia gestito in maniera safety. Ciò in quanto sussiste un potere discrezionale ed insindacabile in capo alla P.A. riguardo alle modalità di custodia dei beni demaniali e/o rientranti nel patrimonio indisponibile, quali le strade. E’ però fatto salvo il limite del neminem laedere che evita che il potere discrezionale della P.A. muti in arbitrio. In tale ambito assume rilevanza sia l’indagine sul nesso di casualità, che sulla colpa (intesa non in senso soggettivo del singolo funzionario, ma dell’apparato e di come questo è organizzato e gestito, secondo un modello che in astratto permetta la costante riduzione – entro i limiti del possibile – del livello di rischio in ogni ambito di attività).
4. Vi è una cartografia ed un catasto stradale, così come vi è una cartografia ed un catasto sentieri basato sul rilevato uso pubblico degli stessi. Solo su queste strutture è quindi configurabile, concretamente, un dovere/potere di gestione dei rischi (con le differenziazioni sopra evidenziate). Tali strumenti debbono essere adottati e mantenuti aggiornati.
5. Per quanto riguarda il limite di spesa, il principio ALARP si rivela utile. Se lo stato dell’arte (scienza, tecnica e best practice del momento), non consente margini di miglioramento del rischio, oppure li consente ma solo a fronte di costi che superano di gran lunga i possibili benefici (con l’avvertenza che i costi da considerare non sono solo quelli economici, ma anche in termini di tempo e di difficoltà/numero dei problemi da risolvere), allora si può ragionevolmente ritenere che vi sia
tolleranza verso tale rischio (da considerarsi residuo) che quindi può essere considerato ALARP (As Low As is Reasonably Practicable), ovvero accettabile.
6. Venendo infine alle singole ipotesi di responsabilità (civile o penale) possiamo ricordare che:

per quanto riguarda l’ambito penale

La dottrina e la giurisprudenza sino ad oggi largamente prevalenti tendono ad individuare una fonte giuridica degli obblighi di attivazione, prescindendo da ogni indagine in ordine alla loro funzione. In altre parole, secondo la teoria formale, la situazione fattuale tipica, da cui dipende l’obbligo di impedire l’evento, va individuata in base ad una fonte formale (il così detto “trifoglio”, ossia la legge, il contratto e la precedente attività pericolosa). L’ancoraggio della posizione di garanzia ad una fonte formale mira a scongiurare l’eventualità che l’obbligo di agire venga desunto da meri doveri etici, religiosi o sociali.

Si contrappone a questa una concezione funzionale dell’obbligo di agire e della correlativa posizione di garanzia che mira a potenziare il dovere di solidarietà (di fondamento costituzionale), fino al punto di equiparare alla violazione del divieto dell’alterum non ledere la delusione di una aspettativa di un comportamento; in aggiunta al c.d. trifoglio viene quindi introdotto un quarto elemento, l’affidamento, la cui rilevanza giuridica dovrebbe essere individuata in qualunque “altro atto o fatto idoneo a produrre obblighi giuridici” di cui all’art. 1173 c.c. Si comprende pertanto come, nel delineare i connotati della posizione di garanzia, i sostenitori della teoria funzionale pongano l’accento soprattutto sull’esigenza di tutela di determinati beni giuridici e sulla necessità di costituire la posizione di garanzia in funzione della protezione di tali beni.

In entrambi i casi, affinché sorga responsabilità penale da omissione occorre però che vi sia:
• l’imprescindibile esistenza di poteri giuridici impeditivi, sottostanti all’obbligo di garanzia, i quali consistono in poteri di vigilanza circa l’insorgere di situazioni di pericolo e di intervento su tale situazione. Tali poteri debbono essere conferiti al garante da una specifica norma. L’obbligo di garanzia correlato all’affidamento riposto circa la tutela di determinati da parte del garante sorge solo a fronte (e nei limiti) di uno speculare potere giuridico impeditivo, conferito in via generale (ad es. in materia di rapporti familiari tra genitori e figli minori) o particolare (ad es. in tema di affidamento dell’incolumità dei lavoratori, nel luogo di lavoro, al datore di lavoro), da una norma anche di carattere generale. Tali poteri caratterizzano l’obbligo di garanzia e lo differenziano da ogni altro obbligo di agire, onde imprescindibile risulta essere l’accertamento giudiziale se l’evento verificatosi rientri o meno nei poteri impeditivi del soggetto;
• La preesistenza del poter-dovere impeditivo rispetto alla situazione di pericolo, perché solo così il garante può esercitare i poteri-doveri di vigilanza ed intervento e, quindi, di tutela anche preventiva del bene affidatogli;
La possibilità materiale del garante di compiere l’azione impeditiva idonea, venendo meno altrimenti l’obbligo di garanzia sulla base del brocardo latino “ad impossibilia nemo tenetur”. In caso però di azione impeditiva “libera”, nel senso che la fonte dell’obbligo non descrive l’azione richiesta, occorre verificare – in base ad un giudizio controfattuale – se l’azione fosse veramente impossibile (se pensi al caso del bagnino colto da improvviso svenimento), o se non fosse possibile un’azione impeditiva alternativa (ad es. la madre, incapace di nuotare, è pur sempre tenuta ad invocare il soccorso altrui per salvare il figlio caduto in acqua pur in presenza di uno svenimento del bagnino).

per quanto riguarda l’ambito civile
Il sistema attuale della responsabilità civile è decisamente orientato a gestire il “costo” sociale dei danni secondo logiche economiche e non punitive di errati comportamenti del singolo; spostare detto costo sul danneggiante, anziché lasciarlo in capo al danneggiato, si rivela “utile”, sotto il profilo della prevenzione dei sinistri, poiché induce il primo ad adottare sistemi di prevenzione più efficaci, sia pure più costosi, onde evitare di dover subire gli oneri derivanti dall’addebito della responsabilità.

Tale operazione, che si concreta nella scelta, fra i vari sottosistemi che compongono il sistema unico della r.c., di quello più efficace nell’ottica di cui sopra, deve però tener conto del fatto che, nel caso di sinistri “bilaterali” (ovvero sinistri alla cui genesi concorre anche il danneggiato), lo spostamento del costo delle conseguenze dannose in capo al solo danneggiante deresponsabilizza le vittime e, conseguentemente, non porta ad una riduzione del numero complessivo dei sinistri (con conseguenti gravi ricadute, sempre sotto il profilo economico, nell’ambito dell’utile assicurabilità, mediante polizze r.c., degli stessi sinistri).

Nel caso dell’incidente viabilistico si tende sempre più ad applicare sistemi di tipo “oggettivo” in capo al soggetto gestore del rischio (ad esempio attraverso l’applicazione dell’art. 2051 c.c.). Nel caso dell’incidente alpinistico (compreso l’incidente escursionistico) la scelta tra i vari sottosistemi della r.c. deve partire dall’analisi delle fattispecie di danno (ovvero eventi sinistrosi, unilaterali e/o bilaterali, simili per caratteristiche eziogenetiche) al fine di valutare, in astratto, l’efficienza del sottosistema prescelto a fini preventivi/ridistributivi del danno. Una volta effettuata detta scelta, la sussistenza o meno della responsabilità andrà condotta secondo i principi propri del sottosistema prescelto (oggettivo ex artt. 2050 o 2051 c.c., con inversione dell’onere della prova liberatoria in capo al danneggiante ex art. 1218 c.c., oppure “soggettivo”, ovvero con onere della prova della colpa in capo al danneggiato, ex art. 2043 c.c.) tenendo conto però delle “ricadute” che una tale scelta potrebbe avere in ordine alla sopravvivenza futura di tali attività. Il gestore del rischio alpinistico (guida alpina, gestore di rifugi, gestore di sentieri o vie attrezzate etc…) potrebbe infatti essere facilmente indotto a dismettere la sua attività se il sistema di responsabilità prescelto non tenesse conto della “bilateralità” che sempre si riscontra nella genesi del sinistro alpinistico.

Note:
(1) Si possono verificare f. di smottamento, precipitazione caotica e rapida di materiale incoerente, frane di scendimento o colamento di terreni poco coerenti; f. di ammollimento, lenta colata di terreno argilloso imbevuto d’acqua; f. di scivolamento, slittamento di masse rocciose coerenti su un piano di discontinuità; f. di scoscendimento, rapida discesa di masse per lo più argillose; f. di crollo, distacco di masse rocciose scalzate e isolate dall’erosione o dall’azione di gelo e disgelo). Tali fenomeni vanno tenuti distinti dalle cadute di sassi, anche plurime, ovvero dalla caduta di singoli elementi.

(2) La teoria del ciclo virtuoso di Deming o Deming Cycle (ciclo di PDCA – plan–do–check–act), ovvero il modello studiato per il miglioramento continuo della qualità in un’ottica a lungo raggio, si può considerare la base della definizione stessa di “management”.

Massimo Viola opera prevalentemente nell’ambito del diritto civile, commerciale, societario e giuslavoristico con una pluriennale esperienza nei settori della contrattualistica, della gestione del credito, della responsabilità civile negli incidenti sciistici e alpinistici, nonché degli infortuni sul lavoro. E’ il curatore del sito www.incidentesciistico.it

postato il 26 agosto 2014

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Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 1

L’Ordine degli Ingegneri della provincia di Trento, in collaborazione con il Collegio degli Ingegneri, ha organizzato il convegno dal titolo Rischio e rischio residuo lungo le vie ed i sentieri di comunicazione, che si è tenuto il giorno 6 giugno 2014 alle ore 14.30 presso la sala di rappresentanza del Palazzo della Regione (P.zza Dante – Trento).

Il convegno ha affrontato la tematica relativa ai rischi connessi alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori dove in genere l’attività di prevenzione è limitata od assente per le poche risorse disponibili. Gli aspetti trattati hanno riguardato il rischio legato alle azioni soggettive nel percorrere una ferrata, un sentiero, una strada e il rischio legato ad eventi esterni con specifico riferimento alla caduta di sassi o franamenti. Sono stati presentati esempi concreti di interventi di  prevenzione eseguiti su vie ferrate, sentieri e strade nonché interventi di riparazione. E’ stato affrontato l’argomento relativo ai provvedimenti di chiusura e di riapertura del sentiero/via di collegamento sotto l’aspetto delle responsabilità civili e penali. E’ seguito un dibattito che ha coinvolto soggetti fruitori, tecnici e gestori delle vie di comunicazione.

Rischio e rischio residuo lungo le vie ed i sentieri di comunicazione
Sequel al convegno
di Massimo Viola (avvocato), Trento, 10 giugno 2014

Nella prima relazione (ing. Luca Biasi – SAT) la necessità di una stretta correlazione fra prevenzione della responsabilità e necessità di un controllo costante (attuato mediante il concreto pattugliamento) delle strutture viabilistiche di tipo escursionistico è stata opportunamente messa in evidenza.
Analogamente è stata evidenziata la necessità che l’organizzazione generale e la concreta gestione del sistema volto al controllo e alla manutenzione delle strutture alpinistiche prenda le mosse da dati obiettivi: non solo quelli relativi agli incidenti, ma pure quelli ricavati dall’osservazione del comportamento degli utilizzatori di dette strutture.

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Nella seconda relazione (ing. Volkmar Mayr – PAB) la necessità di adottare un sistema di gestione, in conformità a un modello organizzativo e gestionale di riferimento, quale (tendenzialmente unico) strumento per mitigare il rischio a livelli di assoluta residualità è risultata, non solo confermata, ma se ne è pure avuto un riscontro applicativo concreto (attraverso l’illustrazione del sistema di fallrock management risk adottato in provincia di Bolzano, basato sui principi del monitoraggio e della revisione costanti).

Nella terza relazione (dott. geol. Daniele Sertorelli – libero professionista), attraverso l’illustrazione di un caso “limite”, tutte le problematiche che il convegno si proponeva di affrontare e i principi riaffermati – quanto a validità – dalle prime due relazioni sono venute prepotentemente in evidenza, mettendo a dura prova la tenuta delle opinioni sostenute dai successivi due relatori; quelli “togati”.

Perché, nel caso del sentiero di accesso all’eremo di S. Cecilia (Volano –TN), si tratta di un caso limite? Perché non si è in presenza (almeno originariamente) né di un sentiero alpinistico/escursionistico né di un sentiero stradale in senso proprio.

I cosiddetti sentieri della devozione (ovvero quei sentieri che adducono unicamente o prevalentemente a mete di carattere religioso e non propriamente alpinistico) subiscono infatti una percorrenza che ha caratteristiche di transito ma non di escursione, pur trattandosi, in molti casi, di sentieri impervi ed accidentati.

Via ferrata Giulio Gabrielli alla Cima d’Asta
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Il rischio di cadute di pietre, lungo questi sentieri (in particolare lungo quello che conduce all’eremo in questione), presenta quindi caratteri peculiari che pone – a ragione – non pochi dilemmi in capo alle amministrazioni locali che si trovano a dover gestire – dal punto di vista della sicurezza e dell’ordine pubblico – dette strutture; in primis a causa della mancanza di una normativa di riferimento.

Il caso di specie è poi stato risolto, nei fatti, causa un’imponente frana avvenuta alcuni anni orsono, mediante la trasformazione del sentiero di accesso in una vera e propria struttura alpinistica (sentiero con un tratto attrezzato), riservata quindi non a tutta la comunità dei Christi fideles locali, ma solo a coloro i quali, alle finalità religiose, necessariamente aggiungono finalità (e capacità) alpinistiche, o comunque di escursionisti esperti. Per la rimanente popolazione le celebrazioni sono state spostate al Prà dele Strie (ovvero un prato ai piedi del sentiero per raggiungere l’eremo), oppure nel paese di Volano.

Rimane la peculiarità del caso proprio sotto il profilo della tematica del rischio residuo e della sua coincidenza con il rischio accettabile.

Notevole risulta infatti essere lo sforzo compiuto nel caso di specie per giungere a delimitare il più possibile l’area di rischio che deve essere gestito.
Sotto questo profilo, a mio modesto parere, del tutto condivisibile risulta essere l’operazione preliminarmente compiuta, ovvero quella della delimitazione della posizione di garante in capo all’Amministrazione preposta alla gestione dell’opera viabilistica minore o escursionistica in senso improprio di cui si tratta.

Nessun obbligo generalizzato e indifferenziato di garanzia può in concreto ipotizzarsi rispetto ad eventi così imponenti (frana dell’intero versante) che, con ogni evidenza, sfuggono anche ai più banali criteri di prevedibilità ed evitabilità con riferimento ad un opera viabilistica come quella considerata (tenuto conto della percorrenza che essa presenza, delle sue finalità, della sostanziale immodificabilità del percorso, etc…).

Come giustamente osservato, in casi come questi, non spettando all’Amministrazione un siffatto obbligo, la presenza di un contratto di consulenza in materia geologica così come un contratto di appalto di manutenzione non potrebbero certo sortire l’effetto di modificare – ampliando il contenuto dell’obbligo – la posizione del garante e/o spostarne il ruolo – con obblighi più aggravati – in capo al consulente o all’impresa appaltatrice delle opere.

Parimenti mirabile risulta essere l’attività di analisi computerizzata del versante, attuata mediante appositi software, volta alla ricerca delle zone a maggior rischio di caduta pietre. Si tratta ovviamente di proiezioni di natura probabilistica, ma che danno visivamente un quadro della situazione ed una sicura base di calcolo per l’individuazione del rischio. Ciò però, come già evidenziato (e come ribadito durante l’intervento del dott. Carlo Ancona), non vale a far coincidere il rischio residuo con il rischio accettabile.

L’individuazione di tratti più esposti al rischio di caduta massi (da un solo punto di vista statistico), unita all’applicazione della misura di prevenzione della completa ed efficace informazione – in favore degli utilizzatori del sentiero di avvicinamento all’eremo – non è detto che siano attività idonee a far ritenere il rischio residuo (che una persona sia colpita da un masso) come accettabile, sotto il profilo della responsabilità.

Esclusa che la pericolosità “esterna” alla struttura considerata (che dà vita ad un rischio elevato, anche se non gravissimo, “attivabile” dalla sola presenza dell’utilizzatore lungo il sentiero in questione) determini un obbligo di chiusura permanente, dato che la prevedibilità in concreto dell’evento, considerati dati quali la rilevata scarsità di utilizzatori – fatta eccezione per la ricorrenza votiva – e la altrettanto rilevata frequenza di caduta massi, non può far ritenere allo stato la necessità di una tale misura, rimane infatti da considerare che:

Salita a Cima Sternai
RischioResiduo1-338_0big - Copia

1. si tratta di una struttura assimilabile più a una struttura viabilistica (sia pure di carattere secondario e residuale) che alpinistica, soprattutto nei giorni a ridosso della ricorrenza votiva. Ciò significa che il criterio che deve essere adottato non è quello della possibilità di proteggersi (a opera dello stesso utilizzatore), ma della protezione, sia pure relativa e non assoluta;

2. la sola misura dell’informazione (sia pure completa ed efficace) non è detto sia in grado di garantire quel sensibile miglioramento dei livelli di sicurezza che deve essere perseguito – con ogni mezzo ragionevole e concretamente utilizzabile – per far sì che il rischio che permane dopo l’adozione delle misure di prevenzione/protezione imposte – in astratto – dal rischio rilevato, sia effettivamente ed oggettivamente residuale, ovvero non ulteriormente abbassabile/contenibile;

3. solo la scelta, a monte, di un modello organizzativo-gestionale che si rifà al principio del circolo virtuoso(e, quindi, che abbia – ad esempio – come imprescindibile presupposto una raccolta ed un’analisi di dati certi ed obbiettivi: non solo o non tanto relativi agli incidenti ed ai mancati incidenti, ma pure quelli ricavati dall’osservazione protratta nel tempo del comportamento degli utilizzatori di detta struttura e del rischio concreto al quale gli stessi sono stati esposti), unito alla conseguente adozione di un sistema di gestione del rischio specifico, conforme al modello prescelto, che dia garanzia di una completa disamina di tutte –nessuna esclusa – le misure di prevenzione/protezione in astratto applicabili al rischio specifico analizzato, che dia conto delle scelte operate sotto ogni profilo (non ultimo – ma nemmeno l’unico – il criterio economico e/o della “sostenibilità” dell’opera) e ne permetta la “tracciabilità”, predisponendo infine un adeguato (e sostenibile) sistema di monitoraggio ed eventuale revisione delle scelte operate (con l’interposizione di un divieto di percorrenza, in caso di aggravamento del rischio) può effettivamente sperare di far coincidere il rischio residuo con il rischio accettabile.

Si tratta, in ultima analisi, di un’attività estremamente complessa e onerosa, molto più complessa ed onerosa di quella che fino a pochi anni orsono veniva normalmente posta in essere in casi analoghi, i cui profili concreti non sono ancora ben standardizzati; men che meno protocollati.

Pare però che tale attività sia l’unica che permetta effettivamente di intravedere la possibilità di coniugare le esigenze di tutela di beni incomprimibili, quali la salute e la vita, delle quali il sistema giuridico della responsabilità civile e penale è in qualche modo chiamato a farsi carico (a causa della perdurante latitanza di altri sistemi), con quelle di gestione dei rischi legati alla percorribilità dei sentieri di montagna e delle viabilità stradali minori.

Testo Relazione Luca Biasi

Testo Relazione Volkmar Mair

Testo Relazione Daniele Sartorelli

Testo Relazione Carlo Ancona

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Pericolo di morte a Kansas City

Riceviamo da Carlo Bonardi e volentieri pubblichiamo:
A Kansas City, lo spettacolare parco acquatico con lo scivolo più alto del mondo, si chiama “The Verrukt”. Si impiegano sette minuti per salire 264 gradini. La pubblicità parla di esperienza terrificante, di pericolo di morte, ecc.

Domanda: perché a qualcuno è concesso di invitare al “Pericolo di morte” (comunque in marchingegni simili qualche incidente mortale è già accaduto) e per altri va imposta e pubblicizzata la cosiddetta “sicurezza”? (vedere ad esempio art. 6 decreto Balduzzi – Ministero salute 24.4.2013, di cui adesso si sta parlando per certi tipi di certificati medici imposti per poter esercitare attività cosiddette “amatoriali”; analogamente per le note campagne “Sicuri in montagna”, ecc.).
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postato il 22 luglio 2014

 

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Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna

Gli aspetti giuridici della fruizione turistica della montagna
di Carlo Bona (Prof. Avv. Docente di Diritto privato all’Università di Trento)
Il presente post è tratto dalla relazione che Carlo Bona fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

Mi è stato chiesto di affrontare i problemi d’ordine giuridico che possono derivare dalla richiodatura di una falesia. Le mie conclusioni dovrebbero, assieme a quelle degli altri relatori, aiutare a prendere decisioni sull’opportunità di richiodare. Una decisione deve ovviamente considerare sia i benefici, sia i costi dell’intervento. Un beneficio, almeno potenziale, è sotto gli occhi di tutti: l’arrampicata sportiva può generare importanti flussi turistici, con significative ricadute sull’economia del territorio. Seneci e Veronesi hanno riportato l’esempio arcense, ma di esempi se ne potrebbero fare molti o moltissimi altri. A fronte di questo beneficio ci si deve chiedere se ci siano costi potenziali, e quali siano. In particolare, ci si deve chiedere se ci siano, in termini di responsabilità, costi attesi così elevati da sconsigliare la richiodatura. L’esempio arcense e decine d’altri dimostrano che così non è: la valorizzazione delle falesie genera un importante afflusso economico, senza che vi sia traccia di costi per le responsabilità.
Una strana alchimia? Non era l’arrampicata uno sport pericoloso, foriero di responsabilità? Vediamo come ad Arco ed altrove si è affrontato il tema.

Foto: Delfino Formenti

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Chi ha fino ad oggi saputo trarre frutto dall’arrampicata ha preso decisioni in modo analitico, impegnandosi nella comprensione di uno sport, l’arrampicata sportiva, che, va sottolineato, è profondamente sconosciuto.

Se si ragiona (meglio, se si decide) facendosi trasportare dalle immagini che abbiamo in memoria dell’alpinismo e dell’arrampicata e dalle emozioni non ci si impegnerà mai nella chiodatura. L’arrampicata è legata a doppio filo alla paura. La paura orienta le rappresentazioni che la gente ha degli arrampicatori (nell’immaginario collettivo pratichiamo uno sport «estremo»); la paura dirige le rappresentazioni che agli arrampicatori piace dare di loro stessi (nei libri: chi dimentica il successo di 342 ore sulle Grandes Jorasses (Nota 1)?; nei film: basti ricordare la solitaria di Edlinger in Verdon slegato e scalzo sulle note di Bach (Nota 2); negli spot: basti ricordare quello dell’Adidas in cui Huber si destreggia slegato nel grande vuoto della Brandler Hasse in Lavaredo (Nota 3), ecc.); la paura informa di sé perfino le rappresentazioni che gli arrampicatori danno a se stessi dell’arrampicata (dai nomi delle vie: Il grande incubo sul Brento (Nota 4), Au delà du delire in Verdon (Nota 5), al linguaggio che usano: il «vuoto siderale» della Marmolada, il «gaz», «quel giorno abbiamo giocato con la follia… »). Tutto ciò ha un impatto enorme su decisioni come quelle di cui si discute nel nostro convegno.

Negli ultimi vent’anni la ricerca ha svelato molti dei meccanismi grazie ai quali la paura incide sulle decisioni.
Si è dimostrato (grazie agli studi iniziati, tra gli altri, da Simon e Kahneman, premi Nobel per l’economia, Nota 6) che tutti noi, nel prendere decisioni, non ci rifacciamo ad una impraticabile razionalità, ma utilizziamo schemi compatibili con le risorse del nostro sistema cognitivo (cioè, della mente e del cervello). L’utilizzo di questi schemi semplificati fa sì che ci si faccia fortemente e spesso inconsapevolmente influenzare, anche nelle decisioni giuridiche o regolative come queste, dalla salienza di un’informazione presente in memoria (più «forte» è l’immagine in memoria, più influenzerà la decisione, Nota 7) e dalle emozioni, come la paura (Nota 8). La nostra memoria, quando si vanno a pescare informazioni riferite all’arrampicata, è ricca di immagini che evocano il rischio, il pericolo, l’incidente. Si tratta di immagini estremamente salienti, estremamente «forti». Così all’arrampicata si associano emozioni altrettanto forti. Se ci si fa trasportare da tutto questo non si chioderà mai. Ma se ad Arco, a Riva del Garda ed in altre località turistiche ci si fosse fatti trasportare da tutto questo, non si sarebbe mai sviluppato l’indotto turistico collegato al windsurf, alla mountain bike, al downhill, al canyoning, allo sci da discesa, ecc. (tutti sport che almeno in origine generavano analoghe immagini di pericolo, Nota 9).

Foto: Delfino Formenti

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Se non ci si lascia trasportare da euristiche (questo è il termine tecnico dei fenomeni psicologici ai quali abbiamo fatto cenno) ed emozioni il discorso cambia drasticamente. Non è difficile avvedersi del perché ad Arco le amministrazioni e gli operatori abbiano investito sull’arrampicata (e, quindi, sulla valorizzazione delle falesie) e del perché abbiano ritenuto che quello dei costi attesi in termini di responsabilità non costituisse un problema.

In primo luogo chi è riuscito a trasformare gli investimenti in arrampicata in un’opportunità per il territorio si è sforzato di analizzare l’arrampicata sportiva (sebbene in un primo momento, lo hanno sottolineato anche Seneci e Veronesi, gli arrampicatori fossero tutt’altro che ben visti), così giungendo alla conclusione, ovvia per un arrampicatore, tutt’altro che ovvia per chi arrampicatore non lo è, che l’arrampicata sportiva (Nota 10) non è l’alpinismo, né quello classico (Nota 11), né quello moderno (Nota 12), né quello himalayano (Nota 13); non è l’arrampicata trad (Nota 14); non è il free solo (Nota 15). I rischi ed i pericoli tipici di queste attività sono estranei all’arrampicata sportiva. Se si conosce questo sport si comprende anche la differenza che intercorre tra vie di arrampicata sportiva chiodate con una seppur minima attenzione per la sicurezza e vie chiodate con approssimazione (o con l’intento di renderle pericolose…). E chi coglie queste differenze non ha difficoltà a concludere che la probabilità di verificazione di sinistri (rapportata al numero di praticanti) in falesie pensate per l’arrampicata sportiva è più ridotta (forse molto più ridotta) di quella che si registra in sport ad ampia diffusione come lo sci da discesa. Con tutto ciò che ne consegue sulla valutazione dei costi attesi in termini di responsabilità.

Foto: Delfino Formenti

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In secondo luogo, chi ha tratto frutto dall’arrampicata sportiva non si è accontentato di analisi, del tutto generiche, sui profili giuridici degli eventuali incidenti (analisi che, spesso condotte da chi l’arrampicata l’ha vista solo sui libri, si riducono alle formulette pigre del «non si è mai responsabili perché c’è l’accettazione del rischio» o «si è sempre responsabili perché l’arrampicata è uno sport estremo e, quindi, pericoloso»). Ha saputo distinguere tra la probabilità che si verifichi un qualsiasi tipo di sinistro e quella (l’unica importante per valutare i costi attesi in termini di responsabilità) che si verifichi un sinistro che comporti la responsabilità del chiodatore o del proprietario della parete in falesie fatte oggetto di interventi di pulizia e richiodatura secondo le norme tecniche (COSIROC o altre, Nota 16): insomma, in falesie come quelle di cui si discute in questo convegno. Se si distingue tra queste ipotesi non è difficile concludere che la seconda probabilità è prossima allo zero. I casi-limite in cui si può ipotizzare una responsabilità sono quelli del distacco della protezione (cementata!) e quello del crollo di massi di significative dimensioni o di consistenti porzioni rocciose (tutti gli altri sinistri o non sono imputabili a chiodatori e proprietari (Nota 17), o sono coperti dalle scriminanti dell’esercizio di un’attività sportiva, Nota 18). Ma la verificazione di casi come questi (dei quali non si ha alcuna notizia ad Arco dal 1982 ad oggi e per i quali non si registra nessun precedente giurisprudenziale edito), si ribadisce in strutture fatte oggetto di un normale intervento di pulizia e di richiodatura secondo le norme tecniche, costituirebbe oggetto di una vera e propria singolarità statistica. Ed anche di questo si deve tener debito conto quando si confrontano i benefici in termini di ricadute positive per il territorio con i costi attesi in termini di responsabilità.

Soprattutto, ed è il terzo punto, chi ha investito nell’arrampicata ha saputo trattarla così come ogni altro sport, liberandosi dalle trappole cognitive che portano a ritenerla un fenomeno a sé, nemmeno inscrivibile tra le discipline sportive in senso stretto.

Se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport la soluzione ai costi attesi in termini di responsabilità c’è ed è ovvia: ci si assicura. Il Comune di Arco ha esteso alle strutture d’arrampicata l’assicurazione già stipulata per le altre strutture pubbliche (parchi, ecc.) così risolvendo alla radice il problema.

Insomma, se non ci si fa influenzare da euristiche e emozioni, se ci si impegna in un’attenta analisi della probabilità di verificazione dei sinistri, se si valuta in modo parimenti attento da quali dei potenziali sinistri può effettivamente derivare una responsabilità di chiodatori e proprietari e, soprattutto, se si tratta l’arrampicata come ogni altro sport, assicurandosi, il problema dei costi attesi in termini di responsabilità è facilmente affrontabile. Ed è in questa direzione che va operata una corretta analisi costi-benefici quando, come nel nostro caso, si debba decidere se intervenire o meno sulle falesie.

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Nota 1. R. Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses, Corbaccio, 2007. La storia narrata nel libro è famosissima: Desmaison e Gousseault affrontano i 1200 metri di granito e ghiaccio della nord delle Grandes Jorasses. Partiti l’11 febbraio 1971 i due impiegano sei giorni per arrivare a 200 metri dalla vetta, quando, il 17 febbraio, il tempo volge al brutto. Serge Gousseault tradisce i primi segni di sfinimento: «tornare indietro non è più possibile, non resta che proseguire, uscire dalla parete: è l’inizio della fine, i bivacchi si susseguono fino all’ultimo, a 80 metri dalla meta. Gousseault non riesce più a muoversi, e Desmaison, che ancora – non per molto – avrebbe energia sufficiente per arrivare in cima, decide di restare con il suo compagno di cordata che, infine, soccombe. Ormai a Desmaison non resta che attendere l’elicottero dei soccorsi che arriverà solo il 25 febbraio, dopo 342 ore, più di due settimane in parete (dalla quarta di copertina)».

Nota 2. La celeberrima sequenza di Opéra vertical di Jean Paul Janssen (1982) in cui Edlinger sale l’espostissima Debiloff Profondicum (6c+). La musica di Bach è la cantata Allein zu dir, Herr Jesu Christ (BWV 33).

Nota 3. Parete nord della Cima Grande di Lavaredo, 550 mt. fino al 7a+.

Nota 4. Il grande incubo, D. Filippi, A. Zanetti, 1997, Monte Brento – Arco, 1200 mt., VI, A4/R3/V.

Nota 5. Au delà du delire, M. Fauquet, M. Guiot, P. Guiraud, D. Mottin, 1981, Verdon, 180 m (la sola via), 7a.

Nota 6. H. A. Simon, Models of Bounded Rationality, Cambridge, Mass., MIT Press. (1982). Kahneman, D., Slovic, R., Tversky, A., Judgement under Uncertainty: Heuristic and Biases, New York, Cambridge University Press (1982).

Nota 7. Cfr. in ambito giuridico, C. Bona, Sentenze imperfette, Il Mulino, Bologna (2010) e C. Bona, R. Rumiati, Psicologia cognitiva per il diritto. Ricordare, pensare, decidere nell’esperienza forense, Il Mulino, Bologna (2013) e la bibliografia ivi citata. Con riferimento al piano più strettamente regolativo cfr. C. R. Sunstein, Il diritto della paura, Il Mulino, Bologna (2010). Sunstein, costituzionalista, ha insegnato a Chicago ed Harvard e dirige l’Office of Information and Regulatory Affairs alla Casa Bianca.

Nota 8. Sull’impatto delle emozioni, dopo i primi pioneristici studi di A. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano (1994) e Alla ricerca di Spinoza, Adelphi, Milano (2003) v. ora G. Belelli, R. Di Schiena (a cura di), Decisioni ed emozioni. Come la psicologia spiega il conflitto tra ragione e sentimento, Il Mulino, Bologna (2012).

Nota 9. Si dice «in origine», ma c’è chi tende a tutt’oggi a fare valutazioni sintetiche, attraendo tutto nella sfera dell’«estremo»: cfr. L. Santoro, Sport estremi e responsabilità, Giuffrè, Milano (2008).

Nota 10. L’arrampicata sportiva si svolge su pareti di dimensioni solitamente contenute (fino ai 100-150 metri). I rischi ambientali sono normalmente inesistenti. La protezione è garantita dalla corda e da ancoraggi cementati (o da tasselli). Si deve riuscire a salire “a vista” o “rotpunkt” una via, ossia percorrere la linea di salita senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione, al primo tentativo (a vista) o dopo una serie di tentativi (rotpunkt). La difficoltà della via è espressa secondo scale: la più diffusa in Europa è quella francese che va, attualmente, dal 5a al 9b+. Nell’arrampicata sportiva alla componente strettamente tecnica si può aggiungere una componente psicologica. La paura del volo (seppur non rischioso in quanto protetto dalla corda) contribuisce a volte a creare la difficoltà della salita. Per le distinzioni cfr. C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e bibliografia ivi citata.

Nota 11. L’alpinismo tradizionale si svolge su vie di sviluppo normalmente superiore ai 100-150 metri (che possono superare i 2.000 metri), di roccia, di ghiaccio, o miste roccia e ghiaccio. Il rischio ambientale è assai variabile e dipende dal tipo di parete, dalla sua esposizione (una parete esposta a nord è sotto questo profilo normalmente più severa), dall’altimetria, dalla zona, dal tipo di roccia o ghiaccio. La protezione è garantita dalla corda, da chiodi a lama (non da chiodi cementati o tasselli) o da protezioni veloci. Si deve riuscire a salire una via, ma sono normalmente ammessi anche mezzi artificiali di progressione, di vario tipo. La difficoltà di una salita è espressa da varie scale. Per le difficoltà su roccia si usa normalmente la scala Welzenbach (o UIAA), che esprime le difficoltà massime dei singoli passaggi ed è attualmente compresa tra il I° e l’XI° grado, e la scala delle difficoltà in artificiale, ossia delle difficoltà che si incontrano usando i mezzi artificiali di progressione, compresa tra A0 e A5. Per esprimere la difficoltà su ghiaccio si è soliti riportare la pendenza della parete, espressa in gradi (60°, 75° etc.). Per le difficoltà nell’arrampicata mista su roccia e ghiaccio (si sale usando piccozze e ramponi ma incontrando anche tratti su roccia) si usa invece una scala compresa tra M1 e M11. A queste tre scale si aggiunge quella dell’impegno complessivo, così articolata: F (facile), PD (poco difficile), AD (abbastanza difficile), D (difficile), TD (molto difficile), ED (estremamente difficile), EX (o ABO), eccezionalmente difficile. L’impegno psicologico è molto variabile: si passa da vie in cui è quasi inconsistente ad altre in cui il rischio di incidenti mortali è elevatissimo.

Nota 12. L’alpinismo moderno presenta gli stessi caratteri dell’alpinismo classico, con la differenza che è ammesso l’utilizzo, come ancoraggi, dei chiodi cementati o dei tasselli. Per le scale di difficoltà molto spesso si utilizza la scala francese invalsa nell’arrampicata sportiva (in aggiunta alla scala dell’artificiale, nel caso vi siano passaggi di questo tipo, ed alla scala dell’impegno complessivo sopra riportata). Le difficoltà raggiunte nell’alpinismo moderno sfiorano ormai il 9a. L’impegno psicologico è anche in questo caso molto variabile. Peraltro l’utilizzo dei tasselli o dei chiodi cementati per l’assicurazione fa sì che di norma non si raggiungono i vertici di impegno psicologico che si possono raggiungere in quello che abbiamo definito l’alpinismo classico.

Nota 13. L’alpinismo himalayano si svolge su pareti dalle dimensioni normalmente imponenti (lo sviluppo delle vie è normalmente superiore ai 2-3.000 metri), situate ad una quota compresa tra i 6.000 e gli 8.000 metri. I rischi ambientali sono sempre elevati e possono diventare elevatissimi. La protezione è garantita da ogni mezzo disponibile. L’impegno psicologico è normalmente notevolissimo: la salita di una qualsiasi via himalayana comporta sempre seri pericoli mortali.

Nota 14. L’arrampicata trad o hard grit si svolge su strutture analoghe a quelle su cui si svolge l’arrampicata sportiva in falesia, quindi pareti dalle dimensioni normalmente contenute (qui di solito non si va oltre i 20-30 metri): non c’è rischio collegato alle condizioni metereologiche e quello collegato alla friabilità della parete è solitamente molto ridotto. La protezione (minore a quella che si riscontra nell’arrampicata sportiva) è sempre assicurata dalla corda, ma ciò che cambia sono gli ancoraggi: non chiodi cementati o tasselli, ma quelle che gli arrampicatori chiamano “protezioni veloci”, ossia attrezzi da incastro in buchi o fessure. L’obiettivo è anche in questo caso quello di salire una via senza cadere e senza far uso di mezzi artificiali di progressione: a vista o rotpunkt.
In questa disciplina alla scala di difficoltà si aggiunge una scala di impegno (anche psicologico) della salita, che va attualmente, dall’HVS all’E11: ciò è dovuto al fatto che l’impiego delle sole protezioni veloci rende molto più elevato il rischio di cadute pericolose.
Sulle vie più impegnative si deve scontare il rischio di cadute mortali.

Nota 15. Il free solo si esercita su qualsiasi tipo di parete (dalle paretine di 10-20 metri ai colossi alpini o californiani che superano i 1000 metri di sviluppo). Il rischio collegato alle condizioni ambientali dipende dal tipo di parete che si affronta (così è inesistente su una piccola parete di fondovalle, è elevatissimo in una salita dei 1.600 metri spesso friabili della parete nord dell’Eiger). Si arrampica senza corda e senza alcuna protezione. Lo scopo è quello di riuscire a salire una via e le difficoltà sono espresse dalle stesse scale che si applicano all’arrampicata sportiva in falesia (il maggior grado qui raggiunto è attualmente l’8b+). L’impegno psicologico è assoluto: una caduta comporta spesso (ed anzi si potrebbe dire normalmente) un pericolo mortale. Recentemente al free solo si è aggiunta una disciplina più ludica, in cui si arrampica sì senza protezioni, ma sopra specchi d’acqua: è il deep water solo. Le scale di difficoltà sono le solite (qui però si è raggiunto il 9b), l’impegno psicologico è significativo, seppur decisamente inferiore a quello del free solo classico.

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Nota 16. Incidentalmente, si ricorda che esiste anche una norma tecnica UNI (UNI EN 12572-1 del 28/08/2007) che, pur riferita espressamente alla sola predisposizione di strutture artificiali d’arrampicata, offre svariati spunti anche per la chiodatura delle falesie.

Nota 17. E così, non sono certo imputabili al chiodatore od al proprietario gli incidenti:

a) causati dall’erronea assicurazione. Quanto agli incidenti da erronea assicurazione, in senso proprio questa consiste in quel complesso di manovre che consentono di trattenere la caduta di un compagno di cordata bloccando la corda. È intuitivo che di eventuali incidenti debba rispondere chi abbia errato nell’assicurazione e non certo l’ente pubblico che si sia occupato della manutenzione straordinaria della parete con la richiodatura od il proprietario;

b) quelli causati dall’arrampicatore che finisce “fuori via”. Un altro tipo di incidente collegabile alla condotta del compagno di cordata è quello che può verificarsi quando l’alpinista o l’arrampicatore, nella ripetizione di una via salita da altri, finisca “fuori via”, ossia non segua il tracciato della salita ma finisca in una zona di parete che lo mette in gravi difficoltà. Si tratta di un tipo di incidente che di fatto non si può verificare su pareti chiodate per l’arrampicata sportiva, come quelle che ci interessano (i chiodi, qui, sono posti a distanza ravvicinata e quindi non si può finire “fuori via”). In più la responsabilità dell’incidente non cadrebbe certo su chi ha provveduto alla chiodatura, sempre per difetto del nesso causale;

c) quelli causati da errori nella progressione. Un altro tipo di errore e correlato incidente è collegato al modo di arrampicare. Un incidente, in alcune discipline, può essere provocato dalla sopravvalutazione di un appiglio per l’erronea “lettura” della parete da parte del primo di cordata o dall’erronea impostazione del corpo. Anche tralasciando il fatto che incidenti di questo tipo quando si verifichino sulle pareti destinate all’arrampicata sportiva non aprono alla responsabilità (si infortuna solo chi cade, non essendo ragionevolmente possibile che la caduta coinvolga anche chi assicura), comunque non si vede come potrebbe risponderne il chiodatore o il proprietario.

d) quelli da eccessivo ardimento. Un incidente nella progressione può essere causato dall’eccessivo ardimento di uno dei componenti la cordata, che affronta difficoltà per lui insuperabili. Qui vale un discorso analogo a quello che abbiamo appena fatto. Si tratta di incidenti che sulle strutture destinate all’arrampicata sportiva possono al più coinvolgere solo chi sbaglia e cade e non il compagno e, soprattutto, si tratta di una classe di incidenti che non apre a responsabilità di chi provveda alla mera chiodatura della parete.

e) il cedimento di un chiodo infisso dal compagno di cordata. Anche questo sinistro, diffuso in relazione alle vie d’alpinismo classico non chiodate o solo parzialmente chiodate o d’alpinismo himalayano, solitamente non ha nulla a che vedere con la responsabilità connessa alla chiodatura di una falesia. Si può dare il caso che qualcuno provi a salire le vie in stile trad, ossia non utilizzando le protezioni presenti ma posizionandone di proprie, “veloci” (friend, nut, ecc.), ma anche in questo caso la responsabilità di chi ha ripristinato la parete o del proprietario va esclusa, visto che l’incidente, laddove si verifichi, non ha nulla a che vedere con la condotta di chi ha posizionato i chiodi già presenti in parete.

Nota 18. Il discorso sull’applicabilità delle scriminanti (o cause di giustificazione) è troppo complesso per essere trattato in queste poche pagine. In modo molto approssimativo, e solo per offrire un cenno al lettore, si può affermare che c’è una sostanziale unanimità di vedute circa il fatto che l’arrampicatore non può pretendere risarcimenti del danno che costituisce verificazione del rischio normalmente accettato tra chi pratica l’arrampicata (per una più attenta analisi ci si richiama a C. Bona, La responsabilità nell’alpinismo e nell’arrampicata senza guida, in U. Izzo (a cura di), La responsabilità civile e penale negli sport del turismo, I, La Montagna, Giappichelli, Torino (2013), 417 e ss. e soprattutto alla bibliografia ivi citata). Sicché non sarà offerta la tutela risarcitoria a fronte di piccoli distacchi di pietre ed a fronte di cedimenti di prese od appoggi che siano normalmente prevedibili.

postato il 4 luglio 2014

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Sicuri sul Sentiero 2014

Sicuri sul Sentiero 2014
Occorre scongiurare il pericolo che il neofita s’intenda rivestito del titolo di “abile” alla montagna e ai sentieri.

La giornata del 15 giugno 2014, nell’ambito del progetto Sicuri in Montagna, vuole sensibilizzare tutti coloro che frequentano l’ambiente montano sui rischi che si presentano nella stagione estiva; è un appuntamento in varie località italiane con le Sezioni del CAI e con il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).

Ormai di consuetudine, quella del 15 giugno è la giornata nazionale di prevenzione degli incidenti tipici della stagione estiva; sentieri, ferrate, falesie e vie alpinistiche, grotte e canyoning, perfino la ricerca di funghi. Questi i temi d’interesse previsti per parlare di prevenzione a 360°.

Lo sforzo di comunicazione e informazione è grande ed evidente, vi sono coinvolti anche Enti ed Associazioni sensibili, le Scuole di Alpinismo del CAI oltre alle Commissioni e Scuole Centrali di Escursionismo e di Alpinismo Giovanile del CAI.
La speranza è che i tecnici del soccorso alpino, gli istruttori ed accompagnatori del CAI, le guide alpine presenti nelle diverse località fin dal mattino, unitamente al pubblico, diano vita a una serie di manifestazioni d’interesse pari a quello delle edizioni passate.

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Numeroso è il pubblico che frequenta sentieri e ferrate, dunque anche la necessità d’informazioni è grande, un vero e proprio bisogno.
Nella stagione estiva si concentra la maggioranza degli interventi di soccorso: in molti di questi incidenti si evidenzia, oltre all’inesperienza tecnica, la mancata o insufficiente percezione dei rischi, anche su terreno facile.

Se per terreno facile s’intendono zone di montagna dove normalmente non ci si lega in cordata, appare chiaro il perché sia proprio l’escursionismo a occupare sempre i primi posti delle statistiche degli interventi del Soccorso alpino.
Emblematica in questo campo è la casistica dei cercatori di funghi che ogni anno, irreparabilmente, fa registrare innumerevoli incidenti, nella maggioranza dei casi per scivolata.

Informazioni generali sono reperibili sui siti web: www.sicurinmontagna.itwww.cai.itwww.cnsas.it, ma il mio interesse si appunta sull’Elenco degli Eventi, per verificare se, nei circa 25 appuntamenti sparsi in tutta Italia, ci sia un qualunque accenno alla preparazione psicologica necessaria per una corretta frequentazione della montagna. Non c’è.

A mio avviso, se il lodevole scopo principale dell’iniziativa è “creare sensibilità, ovvero, accrescere la consapevolezza dei rischi e dei limiti personali accettabili nella frequentazione dell’ambiente montano ed ipogeo, soprattutto in quanti, lontani dal mondo del CAI o senza l’ausilio di una guida alpina, si avvicinano alla montagna in modo superficiale”, allora non si può prescindere da una premessa che sistematicamente invece viene trascurata. Anche in questa prima informazione lo è stata, anche nella locandina.

La premessa opportuna è: chiunque senza esperienza si avventuri in territorio montano dovrebbe essere avvertito non soltanto dei pericoli che corre e ovviamente informato sul come riconoscerli e affrontarli: dovrebbe essere anche avvertito che il maggiore responsabile di un incidente non è mai il caso abbinato a sfortuna, al contrario è proprio il diretto interessato. Questi, prima di apprendere e assimilare scolasticamente ogni (necessario) buon consiglio dei tecnici e delle guide alpine, dovrebbe interrogarsi su quanto siano sereni in quel momento lui e la sua compagnia, quanta tensione interiore si stia tentando di scaricare sul mondo naturale che, chissà perché, non solo è refrattario ma tende a restituire negativamente ogni energia male impiegata. Ogni nervosismo, ansia, rivalsa.

Nel fare questo abbiamo paura di invadere la libertà personale, o anche la sfera interiore? Ci facciamo delle remore perché “non si può andare a esplorare nell’intimo di un individuo”?
Niente paura, non siamo noi che dobbiamo scandagliare, è solo lui stesso che può e deve farlo. Se è avvertito, però.

Il singolo non può fare questa indagine interiore se in qualche modo lo si convince che, con un po’ di nozioni raffazzonate tramite sia pur bravissimi e volonterosissimi istruttori, lui si possa guadagnare il titolo di “abile” alla montagna e ai sentieri. Per cui alla fine tutto gli è dovuto, anche il soccorso.

postato il 12 giugno 2014

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La sicurezza “messa”, anche in montagna: è l’era MinS!

La sicurezza “messa”, anche in montagna: è l’era MinS!
di Carlo Bonardi

Continuano a dirci “Messa in sicurezza“. Di qualcuno e/o di qualcosa.
Si sente da anni, non servono grandi elenchi; per velocità, la scrivo MinS.

*

In generale, ad esempio, una MinS torna ai cambi di governo e ha per oggetto i “conti pubblici”; un’altra arriva quando cementificano i fiumi per non farli esondare (lì); ve ne sono con “L’operazione mare nostrum” (non è chiaro se a tutela delle frontiere, dei clandestini o di tutto), per gli infortuni al lavoro, nella circolazione stradale, o, dicendo in un colpo, ovunque.
Le è speculare la “paura”, reale o indotta, fondata o no.

Così, ora la MinS galoppa pure in discorsi di montagna: ne porto pochi casi recenti, ciascuno dalle declinazioni proprie.

Giorni fa, circa la frana “inarrestabile” su La Palud, un commentatore televisivo diceva che, ordinando lo sgombero del paese, la zona l’hanno MinS; appena prima, sulla sciagura agli sherpa intenti a preparare la normale dell’Everest, un altro spiegava che quelli erano intenti alla sua MinS; nei 50 secondi iniziali di Aut Out, l’ottimo video di Alberto Grossi, il TG3 Toscana declama che con “due tonnellate e mezzo di polvere nera” avevano fatto saltare “un milione di tonnellate di macigni di marmo”, cosa che “oggi” avviene per la Mins “[del]la cava [e del] lavoro dei compagni” e per “danneggiare il meno possibile la montagna” (mentre “… ieri, per soddisfare la richiesta di materiale, ne frantumavano con l’esplosivo troppe quantità”!) [a capirla giusta, occorre guardare il video].

*

A) Già da questi tre casi, sono emersi alcuni aspetti.
Nel primo, e dato l’auspicio che la frana caschi da sola, tutta e il più in fretta possibile, la MinS è consistita nell’ordine di sgombero del sottostante (un “si salvi chi può”), presa d’atto che al momento  c’era poco da operare con la sicurezza “messa”.

MinS o Ming?
MinS-br2_dsnull_dNel secondo, direi attribuibile alle scarse conoscenze del giornalista (il quale però non ha mancato di usare la “Neo-lingua”), emerge l’esigenza del valorizzare – comunque –  certo alpinismo, quasi non si possa ammettere che alcuni  muoiono perchè altri possano divertirsi o gloriarsi, compresi in buon numero gli incapaci danarosi.

Nel terzo, distraendo da una realtà che sarà lecita e giusticabile ma è antipatica da raccontare (montagna demolita per profitto), si paluda con una più spendibile esposizione tecnico-preventiva-socio-lavorativa.

B) Più in generale – nelle MinS variegate – ricorrono caratteristiche:
1) dicendo “sicurezza”, già col linguaggio è affermato un intento ed intervento “benemerito”, eticamente apprezzabile, adatto a cercare, capitalizzare e incrementare anche in futuro un vasto consenso sul piano sociale, politico o d’affari, specie tra chi della materia non si intende e non si interessa davvero, “target” prezioso per i comunicatori e per chi li utilizza (il sostegno della collettività serve!);

2) la sicurezza “messa” è un “prodotto”, applicato da attori specifici e per occorrenze particolari, tendenzialmente infinite: “fornitura”, dunque, erogata ed erogabile per impresa/professione, anche se, assai spesso, solo per solidarietà;

3) correlativamente, sottolinea che è praticata da soggetti a noi esterni.
Vi è differenza tra una situazione in cui qualcuno è sicuro da sè o tale si sente ed una in cui invece la sicurezza è “messa”.
La prima lascia pensare a qualcosa di maturato nel tempo ed in forme spontanee, anche se per frutto di altrui “e-ducazione”, le seconde enfatizzano piuttosto l’elemento “salvifico”, nel senso dell’intervento di terzi e ad hoc.
Tentando un raffronto, l’una identifica chi arrampica fidando nella preparazione propria o dicendo ad un compagno “fammi sicurezza”, l’altra chi fa spianare le piste da sci perchè i numerosi “fruenti” non vi si facciano male e magari gli chiedano i danni (al contrario, nella  mentalità “vecchia”, l’accidentato era cercato dai bravi ed evitato da chi non lo era, e, se qualcuno si infortunava, “Cavoli tuoi, salame!”);

4) ha contenuto organizzato e  tecnologico.
Si pensi all'”Auto-soccorso”, che facciamo da soli e alla buona, rispetto a quello ricevuto da un’apposita istituzione (non solo in alpinismo, l'”Auto” ormai lo denominano “Primo” soccorso, rimarcando la necessità del successivo, più consistente ed efficace);

MinS o Ming?
MinS-ramusino_isolebeati_035) esprime o promette “qualità” e “quantità”  superiori.
Al problema e all’ideologia del tradizionale “pericolo”, per sua natura incombente/inevitabile ma volontariamente accettato o addirittura sfidato, intende sostituire quella del “rischio”, non solo prevedibile ma altresì misurabile, ponderabile, normabile e così – alfine – “gestibile”, cioè trasformabile anch’esso in dominio dell’uomo (eccettuate  renitenze o… strane sorprese);

6) si giustifica come esistenza/azione, nei singoli e nelle relative istituzioni/apparati, i quali inoltre suo tramite rafforzano la loro posizione, d’autorità o tendenzialmente tale.
Tenuto conto di quanto sopra, è non autonoma dell’individuo o di gruppi minuti (la cordata, la comitiva) ma organizzata, e comprende in sé imprese, professionisti e titolati di montagna (ora c’è pretesa che questi funzionino in via “sussidiaria” e che gli sia affidata la definizione e individuazione degli ambiti nonchè dei comportamenti legali: professionisti che dovrebbero stabilire cosa è l’arrampicata o dai quali per certe occasioni si vuole l’obbligo d’essere accompagnati; gestori di piste che si “impicciano” di sci-alpinismo;  ecc.);

7) se non è caratteristica immancabile, a volte le istituzioni di MinS e/o i suoi attori, oltre al crederci, si esaltano e cominciano a fare pesare e a imporre, esorbitando o fuor d’opera (per chi fa di lavoro, si capisce poco, dato che è pagato o potrebbe cercarsene un altro; per chi è volontario, ancora meno).
E c’è caso che – ove occorra un coordinamento o quel che ne riesce – si becchino tra loro.
Peccato, poichè è colpito un ambiente.

8) le MinS evolvono in “giuridico”, come da sempre è accaduto a ogni fenomeno, pure fuori dai monti.
Nate da esperienze singolari e improvvisate, si allargano per volontariato nei gruppi sociali, entrano direttamente o per recezione dai fatti nelle normative di legge ovvero vi entrano queste, si espandono viepiù. Qualcuna forse esplode od implode.

*

Concludo: nella “messa in sicurezza” non ci sarebbe di male, e anzi, obbiettivamente, se ne devono riconoscere l’utilità e il merito (diversamente, sarebbe come un lamentarsi del medico che ci cura per bene); ma occorre essere attenti e sapere distinguere:  circolano anche pretestuosità e “truffe delle etichette”.

Carlo Bonardi (Brescia, 01.5.2014)

MinS o Ming?
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postato il 17 maggio 2014

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La montagna per la vita

Riflessioni sulla possibilità di morte in montagna
di Oreste Forno

Cari amici,
di fronte al dolore causato dall’ennesima tragedia che nei giorni scorsi ha avuto come teatro il Pilone Centrale del Freney, nel Gruppo del Monte Bianco, ho sentito un rabbioso bisogno di alzare ancora di più la voce. Sarà che di dolore ne ho già visto troppo, sarà che non concepisco più che un ambiente dove si va per Vivere con la V maiuscola diventi troppo spesso terreno di morte. Per questo ho scritto queste riflessioni che desidero condividere con tutti voi, con la speranza di poter iniziare insieme un percorso che potrebbe finalmente portare a risvolti positivi. Vi chiedo quindi di seguirmi e di riflettere su quanto vi dirò, perché saranno le vostre idee e osservazioni a dare maggior forza a questo intento. Se saremo in tanti, credo che faremo veramente un buon lavoro.

Montagna come mezzo
Comincerò col dire che la montagna è qualcosa di meraviglioso, di cui ci si può anche innamorare. Ma, attenzione! Ci si può innamorare di una montagna come ci si può innamorare di una bicicletta, di un paio di sci, di una macchina fotografica…
Perché credo che la montagna sia anzitutto un mezzo. Un mezzo che permette all’uomo di soddisfare certi suoi bisogni.
Bisogno di avventura.
Bisogno di lotta che l’uomo si porta dentro fin dalle origini.
Bisogno di libertà che tanto manca nella vita odierna.
Bisogno di evasione, di pace e di silenzio. Di rilassamento. Di bellezza e di emozioni.
Bisogno di ricerca per dare un senso alla propria vita. Ricerca del Sublime, della spiritualità.
O, ancora, bisogno di autostima.
Oppure, di migliorarsi, di innalzare i propri limiti, di superare gli altri con il rischio di cadere nell’ambizione!

L’ambizione è una caratteristica che troviamo nella stragrande maggioranza degli alpinisti e non necessariamente va vista come un male, perché è il motore che fa crescere le cose, che innalza i limiti, che porta in alto. Nell’alpinismo come nello sport, nel lavoro, nella ricerca scientifica e tecnologica, nell’arte, nella politica. Persino in campo sociale, credo. La differenza sta nel fatto che nell’alpinismo può arrecare gravi danni, perché chiedendo troppo si corrono dei rischi che possono essere causa di morte. È quello che succede, purtroppo abbastanza spesso.

Si va quindi in montagna in cerca di benefici e a volte si muore. Come dire che la montagna che tanto dà, qualche volta prende. Ma forse possiamo chiederle di prendere di meno.

Battistino Bonali
bonali-battistino-bonali-archivio-06Chi muore?
Anche chi non è ambizioso. I meno esperti quanto i più forti e preparati. Ci passiamo tutti.

Gli escursionisti che si trovano ad affrontare difficoltà alle quali non sono preparati.  Come camminare in inverno su un sentiero percorso senza problemi nel corso dell’estate. O quelli che non sono in grado di far fronte a un repentino cambiamento del tempo, o che non sanno valutare un pericolo che normalmente esula dal loro mondo. È già successo che escursionisti siano morti per scivolata su un sentiero ghiacciato, come per assideramento. Ed è di questi giorni (marzo 2014) l’incidente sul Palanzone (Alto Lario), con la valanga che ha travolto tre escursionisti mentre camminavano tranquillamente sulla strada poco oltre il rifugio Riella. Una valanga sul Palanzone? Sembra incredibile, ma è vero. Salvate una donna (con una gamba fratturata) e una bambina di quattro anni, perché emergevano ancora dalla massa nevosa. È andata peggio per il nonno della bambina, di 62 anni, deceduto per le conseguenze qualche giorno dopo.

Gli alpinisti poco esperti che si fanno cogliere impreparati su una via. Quando per esempio ci si trova di fronte a difficoltà diverse da quelle abituali, magari portate dal cattivo tempo, o da variate condizioni del percorso.

Gli alpinisti che si spingono troppo oltre i propri limiti. È giusto cercare di migliorare i propri limiti, fa parte della natura umana, ma bisognerebbe farlo con maggiore sicurezza. Per esempio con il supporto di una persona adatta al caso, di una guida.

Gli alpinisti che non sanno rinunciare di fronte all’insorgere di difficoltà impreviste. Quelli che dicono “Ormai siamo qui, dopo tutte queste ore di macchina, e quando ci si ripresenta un’occasione come questa?

Gli alpinisti della cima a tutti i costi.

Gli alpinisti esperti e forti in seguito a troppa confidenza, o per un breve abbassamento della guardia. Muoiono anche questi. Il mio caro amico Giuliano De Marchi, senza il quale oggi non sarei qui a scrivere queste riflessioni, e al quale altri alpinisti devono la vita, dopo tante spedizioni sulle montagne più dure dell’Himalaya è morto sull’Antelao, una montagna di casa che conosceva come le sue tasche, durante una semplice salita con gli sci. Graziano Maffei, per fare un altro esempio, fortissimo arrampicatore delle Dolomiti, è morto cadendo in un crepaccio in cima alla Marmolada, al termine dell’impegnativa scalata della via “Don Chisciotte”, sulla verticale parete sud. Anche Renato Casarotto è morto in un crepaccio, sul K2, dopo essere sceso dal difficile sperone sud-ovest, sul quale era stato impegnato per giorni. E andando ancora indietro possiamo arrivare fino a un altro grande personaggio, Emilio Comici, morto durante una banale arrampicata in Vallunga (Valgardena).

Gli alpinisti coscienziosi vittima dell’imponderabile. Hermann Buhl, per esempio, è precipitato sul Chogolisa in seguito al cedimento di una cornice. Una condizione impossibile da valutare per la tormenta e quindi la troppa scarsa visibilità di quel momento. Carlo Pedroni è morto per una pietra che l’ha colpito in fronte, nonostante il casco, durante una scalata sul Pizzo Badile. Cosimo Zappelli, guida alpina valdostana, è morto nel Gruppo del Monte Bianco per una scarica di sassi impossibile da prevedere. Paolo Cavagnetto, istruttore ai corsi guida, è caduto sulla Tour Noire  del Monte Bianco con due allievi, probabilmente per il distacco di una parte di roccia, o di un masso, con il chiodo del rinvio. Mario Merelli, grande nome dell’Himalaya, è morto a pochi passi dalla vetta dello Scais, una montagna di casa sua, per un masso instabile che gli ha fatto perdere l’equilibrio. E potrei dilungarmi oltre…

Gli alpinisti ai vertici che per rimanere sul podio guadagnato duramente, o magari per salire ancora di un gradino, sono costretti a buttarsi su difficoltà sempre più elevate. Mi vengono in mente Jerzy Kukuczka, caduto sulla Sud del Lhotse, Miroslav Sveticik (Slavko), tra i miei alpinisti alla Ovest del Makalu, morto durante una scalata in solitaria sul Gasherbrum IV. Conservo la cartolina che mi aveva mandato da quella spedizione, dove diceva “SOLO”. Thomaz Humar, morto sul Langtang Lirung. Potrei fare altri nomi, ma credo che bastino questi esempi.

Gli Sherpa e altri portatori d’alta quota, come i Tamang del Nepal, o gli Hunza e Baltì del Karakarum, che offrono il loro supporto alle spedizioni. La totale abnegazione degli Sherpa, in particolare, il loro volere tenere fede all’impegno preso fino in fondo, è stata spesso la causa principale di rilevanti tragedie.

Dove si muore di più?
Vediamo piuttosto dove si muore di più. Facendo le dovute proporzioni, numero dei morti in base al numero degli alpinisti, dove si muore di più è sicuramente sulle grandi montagne dell’Himalaya e del Karakorum, dove l’ambiente è più duro e difficile da interpretare. Lì si parla di vere ecatombe, come nel 1937 sul Nanga Parbat, al campo IV, dove un’intera squadra composta da 7 alpinisti e 9 portatori d’alta quota fu cancellata da una valanga di ghiaccio. O sul Manaslu nel’73, quando 16 persone di una spedizione coreana (5 alpinisti e 11 sherpa) furono uccise da una valanga. O sul K2 nel 1986, dove morirono ben 13 alpinisti appartenenti a spedizioni diverse, o sull’Everest quando nel 1989 morirono per una valanga 5 alpinisti polacchi, o nel mese di maggio del 1996 quando altre 5 persone di due spedizioni commerciali non fecero ritorno, dopo già più di 150 morti dovuti anche al grande richiamo esercitato dalla montagna più alta della terra. E purtroppo è di soli due giorni fa (18 aprile 2014) la terribile notizia di altri 13 sherpa uccisi da una valanga mentre attrezzavano la via di salita all’inizio dell’Ice Fall.

L’Everest e la sua famosa Ice Fall
Nepal, Valle del Khumbu, Everest dal Kala Pattar, GhiacciaioPer rendersi conto ancora meglio, basta pensare a una statistica spagnola stilata 15 anni fa che parlava già di 600 morti tra Himalaya e Karakorum, e da allora quanti ce ne sono ancora stati? Credo che sia ancora nelle nostre menti la tragedia del Manaslu di soli due anni fa, quando 11 persone furono uccise in un colpo solo da una valanga, e altre scamparono per miracolo!

Perché si muore di più sulle grandi montagne?
Per i problemi legati all’alta quota. La carenza di ossigeno e ciò che ne consegue, come la possibilità di edema polmonare e cerebrale, l’affaticamento o la diminuita lucidità mentale.

Per le condizioni ambientali molto severe. Come il freddo che porta i congelamenti. Quanti ce ne sono stati! O il vento fortissimo che ti distrugge le tende. O la tormenta che ti taglia completamente le gambe. In un ambiente tanto vasto non sai più dove sei e tanto meno dove puoi finire.

Per l’alta esposizione. Una spedizione a un Ottomila può durare anche mesi, fatti di continui saliscendi.

Per la difficoltà a decifrare le condizioni di pericolo. Gli incidenti maggiori sono stati causati da valanghe che hanno spazzato via campi interi. Del resto non è facile capire cosa c’è sopra finché non ci arrivi.

Per non sapere dire di no di fronte a un rischio troppo alto. Per arrivare in cima all’Annapurna bisogna attraversare un tratto di pendio in cui è facile essere soggetti a un vero tiro al bersaglio, a causa dei seracchi soprastanti che scaricano in continuazione. Ma quando sei lì, a un passo dalla vetta, e ci sei arrivato dopo settimane di duro lavoro, e pensi che un’altra volta non ci torni più, diventa difficile rinunciare. Non per niente l’Annapurna è la montagna che percentualmente ha più morti, anche più dell’Everest e del K2, e la già citata statistica spagnola dovrebbe far drizzare i capelli quando dice che il 53% di coloro che vi si sono cimentati non sono tornati. Eppure c’è chi continua ad andarci perché la sua salita è indispensabile per completare la serie dei 14 Ottomila.

L’Annapurna
Annapurna (8091 m), spedizione italiana 1973, versante NW e sperone NWPer il peso dello sponsor? Molti lo pensano, ma probabilmente questo capita, o può capitare, solo con alpinisti professionisti che con le spedizioni cercano di portarsi a casa lauti profitti.

Cosa significa morire?
Fino a questo punto non ho detto niente di nuovo, solo cose che sicuramente sapevamo già. Però quanti si sono mai chiesti veramente che cosa significhi morire in montagna, a una giovane, o relativamente giovane età? Provo a spiegarlo con un esempio che mi riguarda.

Il 10 maggio 1985, verso le dieci del mattino, caddi in un crepaccio. Ero al mio primo tentativo di un 8000, lo Shisha Pangma. Quel giorno eravamo partiti in tre dal campo base avanzato, con l’intento di andare fino in cima. Ci accompagnava una quarta persona che si sarebbe però fermata al campo 2, a 7000 metri, installato nel corso delle salite precedenti.

Quando caddi ero abbondantemente in testa, perciò nessuno mi vide. Ero precipitato per quasi 30 metri, ed è difficile sopravvivere a un volo così. Anche perché prima che scoprissero l’accaduto e mi tirassero fuori passarono due ore. Due ore all’interno del crepaccio, mezzo rotto. Qualcuno disse che quel giorno nacqui una seconda volta. Si vede che non era la mia ora.

Avevo 34 anni. Fino a quel momento avevo avuto una vita bella e interessante, grazie anche al lavoro che mi aveva permesso lunghi soggiorni negli Stati Uniti e che continuava a darmi modo di viaggiare. Ma quanto avrei perso se fossi morto in quel crepaccio? Ci ho pensato tante volte. Avrei perso la seconda parte della mia vita, quella che mi ha dato le cose più importanti. Come unirmi a una donna per dare il dono della vita ai miei due figli, che valgono ben più di qualunque cima avessi mai potuto fare! Chi ha figli sono certo che capisce… O scrivere quei libri con i quali credo di aver saputo trasmettere qualcosa! O andare da un posto all’altro con le conferenze che mi hanno portato tanti amici e aperto orizzonti nuovi! O aver potuto dare un po’ di aiuto a qualcuno fra i tanti bambini poveri del mondo… Fare un po’ di bene…

Ecco, allora, cosa avrei perso se fossi morto quel 10 maggio di trent’anni fa! Avrei sfruttato meno della metà il grande dono, unico e irripetibile che mi era stato dato. E sarebbe stato un vero peccato perché l’opportunità della vita, l’occasione più grande in assoluto, si presenta una volta sola.

Ma morire non significa solo questo. Se fossi morto, mio padre, già anziano e malandato, probabilmente non avrebbe retto e sarebbe morto di crepacuore (mia madre ci aveva già lasciati anni prima). Morire significa anche gettare nel dolore più atroce, se non nella disperazione, le persone che ci amano di più.

Paolo Cavagnetto fa gli gnocchi
cavagnetto-patagonia_paolocavagnettoLa scena che mi è sempre rimasta impressa è quella del papà di Paolo Cavagnetto, caro compagno di spedizione al Lila Peak, nel giorno del suo funerale. Non l’avevo mai incontrato prima e me l’ero ritrovato davanti in chiesa, di spalle, in prima fila davanti a me che stavo nella seconda. Ricordo come fosse adesso. Era in piedi, alto, con gli occhi sulla bara del figlio, sorretto dalle figlie che lo tenevano a braccetto, una di qua e l’altra di là. E sapevo che non molto tempo prima, un anno, forse due, aveva già perso l’altro figlio maschio, anche lui caduto nel Gruppo del Monte Bianco. Avevo davanti a me un padre che in montagna aveva perso entrambi i figli maschi, e mi chiedevo come sarebbe stato per lui continuare a vivere con un simile dolore… Ma ne ricordo altre. Ricordo bene quello che mi rispose la mamma di Battistino Bonali, quando per consolarla le dissi: “Tina, devi essere fiera di tuo figlio, è un eroe per tutti e guarda cos’ha portato la sua morte! Guarda quanto bene stanno facendo col suo nome quelli del Mato Grosso…” Rimanendo seria, mi rispose semplicemente: “Avrei preferito mio figlio con niente di tutto quello che ha fatto, ma qui, vivo.” Parole accompagnate da quel dolore silenzioso che ritrovai ancora in più occasioni. Parlando con la mamma di Lorenzo Mazzoleni, morto sul K2. Con i genitori di Paolo Crippa, morto con Eliana De Zordo sulla Torre Egger, in Patagonia. Con la mamma di Alessandro Chemelli, morto a 23 anni sul Canalone Gervasutti, al Mont Blanc du Tacul, insieme a Dario Bampi. “Comprendo appieno il detto ‘si muore per crepacuore’ – mi aveva scritto -, e se c’è un Dio che mi ascolta chiedo a Lui, per la prima volta, che mi siano risparmiate altre sofferenze, almeno per il momento, perché non avrei la forza di sopportare”. E con genitori ancora, mogli, fratelli, sorelle, amici, che contattai quando iniziai ad alzare la voce contro la morte in montagna, quando scrissi il libro Il paradiso può aspettare. Ma non ho mai parlato con bambini, con i giovani figli che hanno perso il loro papà in montagna. Non l’ho mai fatto, ma vedendo l’amore che i miei figli provano per me posso ben immaginare il loro strazio. E che dire del fatto che nel loro futuro non ci sarà più un riferimento così importante? Con questo non voglio criticare le scelte di chi poi in montagna ha perso la vita, non posso e nemmeno ne ho il diritto. Espongo però le conseguenze.

Lorenzo Mazzoleni
Lorenzo MazzoleniLa morte, un prezzo da accettare?
Di fronte alla morte, più di una volta mi sono sentito dire: “Fa parte dell’andare in montagna e bisogna accettarla per i tanti benefici che comunque la montagna dà”. E pensando alle tantissime persone che trovano grande soddisfazione e gioia nell’andare in montagna, come si fa a non condividere un’affermazione come questa? Ma la questione è un’altra, perché non si tratta di togliere l’uomo dalla montagna, o viceversa, perché a quel punto bisognerebbe toglierlo anche dalla strada, e l’uomo non è fatto per stare sotto una campana di vetro. E nemmeno gli si può vietare la montagna più dura. Lo dico perché so cosa significhi sentire quel bisogno, che è come una luce che ti acceca, ma che allo stesso tempo ti permette di vivere momenti ed esperienze che rendono più ricca la tua vita. E allora credo che si possa anche accettare la possibilità di morire in montagna, se questo avviene in modo del tutto accidentale e non per negligenza, o per errore, o presunzione, o per troppa pienezza di sé, purché si faccia comunque il possibile per scongiurarla. Quindi mettiamola così: LA ‘PELLE’ A TUTTI I COSTI, E NON LA CIMA A TUTTI I COSTI!

Evitarla per se stessi
Nel momento in cui mi metto in autostrada so di correre dei rischi. Ma un conto è se vado a 120 km all’ora, un altro se tiro la macchina a 200. Un altro ancora se a ogni occasione insisto ad andare a 200 all’ora. Il problema è chiaro e la risposta semplice: basta tenere una velocità moderata per abbassare il rischio. Questo esempio può applicarsi anche alla montagna: il rischio può esserci anche su terreno facile, ma più vado sul difficile e più rischio; e se insisto a stare sul difficile rischio ancora di più. Però in montagna le cose non sono così semplici, perché le variabili sono molte, e se certi aspetti sono evidenti, altri, pur molto importanti, sfuggono alla nostra attenzione.

Uno di questi è la rimozione della morte, una caratteristica dell’alpinista che lo porta a nemmeno considerare il fatto di poter morire in montagna (parole di psicologi). Nemmeno quando è toccato da vicino, come con la morte di un compagno, e nemmeno all’evidenza che muoiono anche quelli più forti e preparati di lui. Eppure la morte è la nostra compagna della vita, ci accompagna dal giorno in cui siamo nati. Credo che aiuterebbe farcela amica e rivolgersi a lei nei momenti di pericolo per chiederle consiglio.

Un altro è quello che io chiamo ‘la montagna che sta dentro’. Se ci pensiamo bene, scalare fisicamente una montagna è anzitutto scalare la nostra montagna interiore, perché l’esigenza, il bisogno, viene da dentro. Quindi penso che ognuno abbia la propria montagna, più facile o difficile a seconda del proprio ‘Io’, che determina la scelta esterna. Ci sarà perciò chi è contento di una semplice escursione, chi di una salita un po’ più impegnativa, chi di una via di VI grado, o chi ha bisogno di una scalata all’adrenalina. Un fatto di fortuna o di sfortuna? Sì, perché trovi la pace quando raggiungi la tua cima, e quindi c’è chi ci arriva più facilmente e chi deve lottare duramente, facendo i conti anche con un ambiente ostile. Una strada senza via d’uscita, quindi? Sembrerebbe, ma l’esperienza personale mi dice che non è così, perché oltre alla scalata vera e propria ci sono altri mezzi che aiutano ad arrivare su questa cima. La mia cima fu piuttosto dura, ma non durissima, e la raggiunsi nel momento in cui non ebbi più bisogno delle sfide. Quando la luce accecante che prima mi attirava senza scampo verso l’alto iniziò ad affievolirsi. Gli altri mezzi furono l’arrivo dei figli, l’interesse e la passione crescente per la scrittura, la maturità che avanzava, certamente, con la maggior sicurezza in me stesso. Purtroppo anche la perdita di amici cari, caduti in montagna, e quella di tanti alpinisti forti che avevo conosciuto.

Non converrebbe, allora, prestare più attenzione a queste cose?

Un altro aspetto ancora, facile da ignorare, è la spinta che viene dal basso, dalle persone che ci seguono, che sognano con le nostre imprese, che ti acclamano alla fine di una salita riservata a pochi, che ti battono le mani nelle conferenze; che fanno le ore piccole per seguirti in diretta su Internet. In altre parole, sono quelli che vedono in te un riferimento importante, e che nel momento della tua morte faranno di te un eroe. Magra consolazione. E allora bisognerebbe chiedersi quanto il pubblico condiziona, o determina, le nostre scelte. E al pubblico magari bisognerebbe chiedere di essere più obiettivo nel dire senza timore se uno sbaglia. Invece quando uno ha perso la vita per un errore, magari per aver tirato troppo la corda, la disapprovazione avviene solo con timidi sussurri. Forse per rispetto di chi è morto, forse per non ferir di più chi sta già soffrendo.

Ho parlato solo di alcuni aspetti che generalmente sfuggono alla nostra attenzione, ma ce ne sono altri. Cercarli tutti, noti e meno noti, e ragionarci a fondo ci aiuterà nelle nostre scelte.

Aiutare gli altri a evitarla
Credo che molti alpinisti, soprattutto quelli rivolti ai traguardi più ambiziosi, nemmeno vogliano sentire parlare della morte. Forse anche per timore di veder vacillare il loro entusiasmo, le loro convinzioni. E allora dovremmo essere noi, un papà, una mamma, una moglie, un amico, un bambino, a frenare il loro impeto, la loro esuberanza. Ci vorrebbe un figlioletto che si presenta al suo papà dicendo: “Papà, se proprio devi andare vai, ma ricordati che ci sono anch’io, che non posso stare senza te”. Sì, dobbiamo farlo, per tutti quelli che ci stanno a cuore, per il bene loro e per il nostro.

Pochi mesi fa è uscito il mio nuovo libro, La farfalla sul ghiacciaio. Sulla quarta di copertina c’è scritto: Un libro per aiutare gli alpinisti a non morire. Un libro dove la montagna si fa vita. Spero veramente possa essere d’aiuto, ma spero anche di vedere nascere sempre più, pur tra libri che parlano di grandi imprese, quelli inneggianti alla bellezza della vita.

Il piacere di una montagna diversa
Quand’ero attratto dalle grandi sfide nemmeno mi accorgevo di questa montagna che scoprii più tardi, che mi trovai davanti come un dono quando raggiunsi la cima della mia montagna interiore.

Eppure sono in molti a conoscerla e a cercarla per goderne. È la montagna che ci attira per la sua bellezza. Che ci offre incredibili emozioni con gli splendidi scenari offerti dalle vette; con i colori dolci dell’aurora; con le albe che annunciano il nuovo giorno; con i tramonti che fanno del cielo un fuoco; con un fiore che ti ritrovi nel punto più impensato; con una sorgente d’acqua freschissima incontrata sul cammino; con un animale libero che lassù vive indisturbato, un’aquila che passa da una cima all’altra senza nemmeno un battito di ali. Con la luna che si alza a tenerci compagnia; con le stelle che brillano in un cielo nero…

È la montagna con il vento che ci scuote senza impensierirci; che ci sprona alla fatica e che poi ci fa apprezzare la stanchezza. Perché la stanchezza rilassa la mente e ci fa stare bene, aiutandoci il giorno dopo ad affrontare con più slancio una nuova giornata di lavoro, la vita quotidiana.

È la montagna che con il silenzio e la solitudine ci aiuta a guardarci dentro e a interrogarci. Che ci invita a staccarci dalla terra per trovare in alto una risposta ai perché di questa nostra vita. Che ci offre la speranza di Qualcosa che va oltre questa vita. E tutto questo, senza chiederci di rischiare, permettendoci di tornare ogni volta a casa per dividere la nostra gioia con chi ci vuole bene.

Com’io un tempo, credo che molti alpinisti non abbiano ancora gli occhi per questa montagna. E allora è bene dire loro che c’è, e che sarà lì ad aspettarli nel giorno in cui avranno raggiunto la loro cima. Farglielo sapere potrebbe aiutarli a condurre con più coscienza le loro sfide.

Conclusioni
A spingermi a queste riflessioni era stato il pensiero di poter trovare il modo di aiutare chi va in montagna a non morire. Giunti a questo punto, credo di poter dire che la cosa migliore da fare, e forse l’unica, sia una sola: parlare della possibilità di morire in montagna, ma farlo in ogni momento, martellando se è il caso, senza attendere l’occasione. Perché se si aspetta l’occasione potrebbe essere troppo tardi per qualcuno. Credo che in questo scritto ci sia abbastanza materiale da poter incominciare. E siccome da cosa nasce cosa, penso che anche da voi arriveranno altri spunti, altre idee, che renderanno l’andare in montagna più sicuro.

Oreste Forno ([email protected])

Oreste Forno alla sua diga
Forno2Giornalista pubblicista e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, Oreste Forno è nato a Berbenno di Valtellina il 30 dicembre 1951. Il diploma in elettronica industriale gli ha permesso di lavorare per un’importante società multinazionale di computer, l’IBM, con diversi soggiorni negli Stati Uniti. Dopo 17 anni ha lasciato quel lavoro per dedicarmi a tempo pieno alla montagna, ed è stato in quel periodo che, grazie alla collaborazione con riviste e giornali locali, e ai primi libri, è diventato giornalista-pubblicista e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna. Al rientro definitivo dall’Himalaya, nel 1996, ha dato vita a una casa editrice, la Mountain Promotion, lasciata sette anni dopo per il lavoro di guardiano delle dighe, scelto per continuare a vivere in montagna. In campo sociale, ha insegnato per diversi anni alla scuola del CAI, con il titolo di istruttore nazionale di scialpinismo, mentre in seguito ha dato vita a Cime di Pace, un’associazione che lavora per la pace e la solidarietà.

Per ulteriori notizie su Oreste Forno e sulla sua produzione letteraria vedi http://www.oresteforno.it/

postato il 9 maggio 2014

 

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Le guide alpine incontrano la stampa

La montagna invernale: i pericoli della neve
A Madesimo, l’11 e 12 febbraio 2014, le guide alpine del collegio lombardo hanno tenuto un Educational per la stampa allo scopo di avvicinare il mondo professionale della montagna alla comunicazione, periodicamente sollecitata dalla stampa più generalista solo (e purtroppo) per esigenza di cronaca dopo incidenti più o meno spettacolari e nefasti.

Presenti e coinvolti l’Assessore Regionale Rossi, il Presidente dei Maestri di sci Aldo Ghislandi, l’Arpa/Aineva di Bormio oltre che ovviamente una ventina di testate giornalistiche e media. Il supporto del Consorzio Turistico di Madesimo e della guida alpina Marco Garbin sono stati fondamentali per l’esito positivo dell’evento. Sicuramente è stata un’occasione per dare importanza al “fare”. Per comunicare i valori della professione di guida non solo con le parole. Due gli obiettivi raggiunti: la creazione di rapporti di conoscenza tra i giornalisti e le Guide Alpine ed il consolidamento dei legami con lo staff della Direzione Sport e Politiche per i giovani di Regione Lombardia. Si spera che questo cammino appena cominciato possa continuare e dare buoni frutti.

Ecco le motivazioni dell’incontro secondo Luca Biagini, nuovo presidente del Collegio lombardo (il più grande collegio italiano, oltre 350 unità):
“… Dalle prime nevicate di inizio inverno ad oggi il tema della sicurezza in montagna è stato spesso oggetto dell’attenzione dei Media. E’ capitato spesso di leggere con disagio notizie riportate in maniera grossolana, con eccessi che vanno dall’allarmismo alla superficialità, dannosi entrambi se è vero che il fine dovrebbe essere una corretta informazione.  Di fronte a questa situazione come professionisti non possiamo rimanere indifferenti. Ma gli interventi per cercare di porre rimedio non passano esclusivamente attraverso le dichiarazioni e le interviste, che comunque sono doverose da parte di chi ha un ruolo di rappresentanza. Una riflessione sul “cosa fare” si era attivata da tempo in seno al direttivo e sulla proposta di alcuni colleghi – in primis Alberto Marazzi – ha preso forma l’idea dell’Educational svoltosi poi a medesimo l’11 ed il 12 febbraio scorsi.
Non una conferenza stampa ma una giornata in montagna dove Guide Alpine incontrano e spiegano la “loro montagna” ai giornalisti.
Un “educational” (come li chiamano..) dal tema: “La montagna invernale, i pericoli della neve”, che ci ha visto impegnati la sera dell’11 nell’accogliere i convenuti ed organizzare i gruppi per le diverse attività del giorno dopo. Quindi la mattina del 12 di attività nella neve (ciaspole, scialpinismo, free ride) ed il pomeriggio in aula.

GuideAlpineincontrano-Madesimo educationalCon il supporto delle guide, i partecipanti all’iniziativa, che ha coinvolto anche il Collegio maestri di sci, hanno sperimentato l’andare in sicurezza in montagna con diverse attività: free ride, scialpinismo e ciaspole.

Con le ciaspole nei dintorni di Madesimo. Foto: Magda ZaniGuideAlpineincontrano-Educational-MagdaZani-al_ciaspole_madesimo1Il pericolo – ha detto l’assessore Antonio Rossi – c’è sempre, anche perché andare in montagna, in qualunque stagione, richiede attenzione, preparazione e la capacità di saper calcolare il rischio, cosa che oggi abbiamo ulteriormente verificato sul campo e attraverso il confronto con gli esperti… Tante volte parliamo di sicurezza in montagna ma spesso non conosciamo pienamente come comportarci. Per questo motivo, giornate come quella odierna sono utilissime sul fronte dell’educazione e della prevenzione e meritano di essere ripetute per limitare, quanto più possibile, gli episodi negativi sulle nostre montagne“.

Tra gli esperti, che hanno fornito strumenti a sportivi e turisti per ‘decifrare’ la montagna, Alfredo Praolini di Arpa Lombardia, che ha spiegato la composizione, la lettura e l’importanza del Bollettino del pericolo valanghe. “La Lombardia – ha ricordato – è la regione attualmente alla Presidenza di Aineva (Associazione interregionale neve e valanghe) con l’assessore alla Sicurezza Simona Bordonali. I bollettini sul pericolo valanghe forniscono utili informazioni a chi vuole andare in montagna e farlo conoscendo rischi e pericoli, consultando le quotidiane comunicazioni di Arpa presenti su Internet e distribuite anche tramite mailing list… i fattori che possono mettere a rischio le uscite in montagna vengono definiti in collaborazione con le guide alpine operanti nelle sette zone in cui è stato suddiviso il territorio lombardo“.

Fabiano Monti, maestro di snowboard con specializzazione free ride, ha invece parlato di neve, della complessità della sua composizione e delle conseguenti diverse capacità di reggere il passaggio umano, del free ride e dell’esempio di Livigno, il cui comprensorio è, in Italia, all’avanguardia nel settore free ride.

Antonio Rossi, assessore allo Sport e alle Politiche per i giovani di Regione Lombardia, presente all’EducationalGuideAlpineincontrano-educational-Rossipostato il 14 aprile 2014