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Ma quanto desideravamo il primo smartphone mountainproof?

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Gioisci, popolo:  dal 5 dicembre 2013 (e finalmente) “un nuovo modo di concepire la montagna grazie a Quechua Phone 5. In effetti eravamo tutti stufi di questa montagna così noiosa, non ci bastavano più la solitudine, il silenzio, la grandiosità. Volevamo tecnologia affidabile, volevamo delegare ancora di più le nostre già smagrite responsabilità.

“Chi pratica sport estremi e vive un rapporto simbiotico con la natura ha sempre avuto problemi a trovare un degno compagno di avventure Mobile”. Davvero? Ma siamo davvero sicuri che chi ha un rapporto simbiotico con la natura abbia bisogno di un Mobile a tal punto da non averne trovato uno finora che gli andasse bene?

Certo, “questo smartphone mountainproof è stato pensato per lunghi weekend di guadi e arrampicate, e prodotto da chi ha una lunga esperienza nella grande distribuzione di articoli per sport estremi”.

Finalmente un “solido compagno di viaggio”, un compagno che per soli euro 229,99 sarà così affidabile da non farti neppure sospettare la veridicità del famoso detto “Meglio soli che male accompagnati”.

Questo smartphone promette di “adattarsi alle condizioni più estreme e resistere agli urti (…), venire utilizzato tutto un week-end con monitoraggio GPS e 3G attivati (…), affrontare una violenta pioggia temporalesca durante le escursioni, cadere malauguratamente nella neve o ancora resistere alle tempeste di sabbia durante un trekking nel deserto”.

Questo device mountainproof ha tra i suoi strumenti il barometro, il gps, l’altimetro, e la bussola elettronica. E in più è proposto a un prezzo interessante e commercializzato in esclusiva nella più grande catena retail di attrezzatura sportiva, Decathlon.

Il messaggio pubblicitario ammicca senza incertezze agli sportivi e agli amanti della montagna che preferiscono non spendere cifre esorbitanti per un dispositivo, ma che vogliono con spirito di gregge arrivare a quel “nuovo modo di vivere la montagna” che un guru mai visto promette con insistenza, tipo Grande Fratello.

Quindi nessuna scelta personale, nessuna responsabilità di rischio auto-assunto: tutto facile per tutti, chiunque potrà fare ogni cosa. E non solo: “visti il prezzo e le caratteristiche, il Quechua Phone 5 potrebbe essere interessante anche per chi vive la propria vita cittadina allo scoperto dalle intemperie ed in costante movimento, ma non vuole scendere a compromessi tra giungla urbana ed i tipici limiti dei Mobile Device (delicatezza, pericolo di infiltrazioni di acqua e polvere, graffi, batteria limitata)”.

Insomma era ora! Qualcosa che ci avvicinasse la montagna a tal punto da non capire neanche più dove siamo per totale inadeguatezza del metro di misura, qualcosa che prometta di addomesticare distanze, dislivelli tramite grafici e simulazioni, che sostituisca la probabilità all’istinto, che annulli in pochi secondi secoli di storia liquidati come vecchio modo di concepire la montagna.

Perciò ci recheremo numerosi in quei “non luoghi” Decathlon a rendere omaggio con la nostra curiosità indotta e con il nostro obolo a questa nuova panacea universale, per protestare silenziosi contro la montagna noiosa, vecchia e anche un po’ pericolosa. Per rottamarla.

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Differenza tra rischio e pericolo

Si ringrazia www.differenzatra.it/differenza-tra-rischio-e-pericolo per alcuni spunti tecnici.

Partiamo dalle definizioni date dal decreto legislativo n. 81/2008 e s.m.i. (successive modifiche e integrazioni) all’articolo 2 lettere r) e s):
r) pericolo: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni;
s) rischio: probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione (da www.sgslweb.it/news.php?item.11).

Nei pressi del rifugio Albani sul versante nord della Presolana. Prealpi bergamascheNei pressi del rifugio Albani sul versante nord della Presolana. Prealpi bergamasche. Foto: Federico Raiser / K3

Per cercare di definire in termini più facilmente comprensibili:

– il pericolo è una proprietà, o una qualità, o una modalità dannosa di uno strumento, di una situazione, di un’azione. Per capirci, una sega elettrica è potenzialmente pericolosa, come pure una stanza riempita di sostanze tossiche, come pure arrampicare su una parete o scendere in canoa per un fiume selvaggio.
– il rischio invece esiste quando vi è contemporanea presenza di un pericolo e di qualcuno o qualcosa esposto a esso.

Quest’associazione, mentre non è scontata in caso di strumenti e situazioni, è sempre presente nel caso dell’azione.

Il rischio riguarda la probabilità che sia raggiunto il limite potenziale di danno nelle condizioni di impiego, o di esposizione, di un determinato fattore.

Non è il pericolo in quanto tale che danneggia i lavoratori, gli automobilisti o gli sportivi (ivi compresi gli alpinisti), tanto per citare alcune categorie, ma l’esposizione al pericolo, cioè il rischio.

Il rischio può essere espresso dalla formula: Rischio = Pericolo x Magnitudo. Il rischio quindi è dato dal prodotto tra la pericolosità (la probabilità che un evento si verifichi in un determinato spazio/tempo) e la Magnitudo, cioè la gravità delle conseguenze dannose.

Per i lavoratori
Il D.lgs. 81/2008 garantisce la tutela dei lavoratori in materia di salute e sicurezza sul lavoro, sancendo l’obbligo per il datore di lavoro di effettuare l’analisi dei rischi e di attuare misure di prevenzione, di eliminazione, o riduzione dei rischi connessi all’ambiente e alle attività lavorative stesse.

Nelle attività lavorative il rispetto dei dispositivi di sicurezza, l’utilizzo corretto delle attrezzature e il rispetto delle normative vigenti possono prevenire l’accadimento di incidenti e infortuni. Oltre alla prevenzione, un attento piano per la gestione delle emergenze è indispensabile per fronteggiare eventuali situazioni di pericolo reale; a tal proposito, è bene conoscere l’ambiente in cui si lavora, la dislocazione delle uscite di sicurezza e le procedure da seguire in caso di emergenza. La sicurezza sui luoghi di lavoro è un tema sempre attuale ed è interesse sia dei datori di lavoro che dei lavoratori stessi essere sempre aggiornati a riguardo delle normative vigenti e dei rispettivi diritti e doveri stabiliti da quest’ultime.

L’ambiente di lavoro deve essere il più possibile protetto, e ciò a prescindere dalla consapevolezza del lavoratore. Per legge, la responsabilità di un lavoro pericoloso è prima di tutto affidata al datore di lavoro e solo in subordine al lavoratore stesso, cui è solo richiesto il rispetto delle norme.

Per gli amanti dell’avventura e degli sport outdoor
L’esigenza dell’individuo e della società di poter disporre di un qualche campo in cui la legge naturale la faccia da padrone ha fatto sì che nei secoli si sia creata (anche filosoficamente) un’area di rispetto, dove l’individuo possa decidere da solo, scegliere e avere anche libertà di errore.

L’attuale società “sicuritaria”, avversa alla libera iniziativa, condanna e scoraggia la suddetta area di rispetto, cercando di imporre al cittadino scelte preconfezionate e definite “sicure”. E nello stesso tempo incoraggia il ricorso alle vie legali per qualsivoglia incidente, proprio per avere giustificazione nell’intervenire sempre più spesso con nuove normative e legami di comportamento, il legislatore a questo punto quasi “invocato” da una pubblica opinione sempre più livellata.Parete sud delle Grandes Jorasses

Parete sud delle Grandes Jorasses. Foto: Federico Raiser / K3

La differenza tra pericolo e rischio è ben valida anche per gli avventurosi: per loro però, che se fossero protetti da una qualunque disciplina legale vedrebbero semplicemente la disintegrazione del loro ambito di gioco e la vanificazione delle proprie aspirazioni di esperienza individuale, per loro è essenziale l’auto-responsabilizzazione.

E’ il singolo avventuroso che deve rispettare il pericolo: acuire le proprie intuizioni, migliorare il proprio equilibrio interiore, “sentire” l’ambiente, allenare il fisico, auto-limitarsi nell’uso di strumenti tecnologici, attribuire grande importanza alla scelta dei compagni e infine darsi una regola etica nell’eventuale chiamata di un soccorso. In un mix sempre variabile di informazioni, strumenti, tecnologie ed equilibrio psico-fisico in armonico rapporto con la performance che vuole compiere. Lo scopo non è quello di eliminare il pericolo (parte integrante dell’ambito di gioco) quanto di diminuire responsabilmente il rischio.

La difficoltà di questo rapporto è data soprattutto da un nuovo concetto che, nel campo degli sport avventurosi, fa capolino: il rischio è stato associato al doppio significato di rischio/opportunità, poiché un evento incerto può essere fonte non solo di esiti negativi, ma anche positivi. Il termine inglese “risk” ben si presta a tale distinzione, un po’ meno intuitiva nel contesto italiano. Nell’accezione negativa il rischio è definito Downside Risk, mentre nella sua accezione “positiva” esso è definito Upside Risk.

E’ infatti purtroppo normalmente ritenuto “positivo”, alla conclusione di un’impresa molto rischiosa, che il protagonista goda di fama e riconoscimento pubblico: esattamente come si può guadagnare un’ingente somma di denaro in borsa da un investimento “ad alto rischio”. Prima di pensare al giudizio della cronaca e della storia, il protagonista dovrebbe riflettere fino al fondo di se stesso: e saper riconoscere quanto della sua esposizione al rischio sia stata in realtà dovuta alla sete di riconoscimenti. Quanto cioè si faccia per gli altri una cosa ad alta Magnitudo (e si rincorra un upside risk che qui non dovrebbe esistere) e quanto per motivazioni tanto più condivisibili quanto più interiori.

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Test di auto-valutazione sulla gestione del rischio

E’ uscito il libro di Filippo Gamba, Libertà di rischiare, Edizioni Versante Sud.
Vedi http://www.versantesud.it/shop/liberta-di-rischiare

Indubbiamente un tema rilevante, che appassiona tutti coloro che amano la montagna e l’avventura.

Il succitato sito invita il possibile lettore a fare il test di autovalutazione sulla gestione del rischio http://my.questbase.com/take.aspx?pin=4749-8396-5852, prima ovviamente di procurarsi il libro e di leggerlo (NOTA: in data successiva gli editori nel loro stesso sito hanno cancellato la possibilità di fare on-line il test, NdR).

Incuriosito, mi sono sottoposto al test, composto da dieci domande cui occorre rispondere con una di tre possibilità proposte.

Per brevità, non entro nel merito sull’opportunità o meno di questo genere di semplificazioni. Comunque, su dieci domande, ho scoperto dopo l’invio di aver fornito solo quattro risposte esatte.

TestAutovalutazione-RISCHIO

Ecco le sei domande cui ho risposto in modo “erroneo”: a ciascuna ho fatto seguire la motivazione della mia scelta:

Da che cosa parte una valutazione dei rischi?

Dall’analisi degli incidenti occorsi (risposta mia)
Dall’analisi dei pericoli del sistema (risposta dell’autore)
Dal confronto con organizzazioni simili del settore

Nulla, secondo me, nella valutazione dei rischi, eguaglia l’importanza di poter disporre di grande esperienza, quindi anni e anni di incidenti vissuti, riportati, analizzati a posteriori. L’analisi teorica dei pericoli del sistema è un virtuosismo magari utile ma secondario. E poi: quale sistema? C’è un sistema?

Qual è il primo passo in un’emergenza sul campo?

Seguire le procedure
Riconoscere o nominare il leader delle operazioni (risposta dell’autore)
Effettuare immediatamente l’esame della situazione (risposta mia)

Se c’è una vera emergenza non c’è spazio per personalismi, il gruppo tende ad agire compatto, i suoi membri si ascoltano uno con l’altro, non c’è alcun bisogno di un capo, manco fossimo in un’ottica militare o aziendale. Se poi ad agire è una squadra del soccorso alpino, allora va da sé che ci sia già, prenominato, un direttore delle operazioni…

Come si realizza la riduzione del rischio?

Riducendo il pericolo, o il danno potenziale, o l’esposizione (risposta dell’autore)
Soprattutto agendo sulla prevenzione
Soprattutto riducendo l’esposizione al pericolo (risposta mia)

Qui la risposta gioca molto sulla differenza tra rischio e pericolo e si può discutere a lungo. Nessuna delle tre proposte è soddisfacente. E non ho scelto quella che l’autore considera la risposta esatta per il semplice motivo che è male esposta e certamente incompleta, perché in quel modo si cambiano le regole del gioco. Il gioco pretende o una rinuncia oppure che non si alterino le condizioni della sfida, sarebbe come dire che, sotto scacco matto, m’invento una nuova regola che mi salvi il re…

Che effetti può avere sul rischio l’essere in gruppo anziché da soli?

Diminuisce la percezione del rischio (risposta mia)
Si riduce il rischio grazie alla somma delle esperienze dei singoli
Dipende dalle dinamiche di gruppo (risposta dell’autore)

Non dico che le dinamiche del gruppo non siano importanti, ma è molto, molto evidente che il gruppo ti fa diminuire la percezione del rischio. Nella prima guerra mondiale i fanti andavano all’attacco ubriachi e in gruppo, non certo da soli.

Perché cambiano sostanzialmente gli obblighi dell’accompagnatore nel caso di minori?

La custodia del minore è delegata temporaneamente all’accompagnatore (risposta dell’autore)
Il minore deve obbedire alle istruzioni dell’accompagnatore
Il minore non può prendere decisioni autonomamente (risposta mia)

La risposta considerata esatta dall’autore è assurda, in quanto la custodia è delegata all’accompagnatore anche quando si tratta di maggiorenni…

Se un partecipante firma il documento di scarico della responsabilità, l’organizzatore è manlevato?

Dipende dalle clausole che vi sono inserite (risposta dell’autore)
Sì, se il documento è accettato con doppia firma
No, mai (risposta mia)

Sfido qualunque organizzatore a dimostrare di non aver avuto mai grane solo perché c’erano le clausole giuste firmate…
TestAutovalutazione-valanga_10081_95331In conclusione, avendo io ricavato un bel 4, mi sono rimediato il giudizio per coloro che sono inferiori a 5:

“Sembra che ti manchino le basi della Gestione del Rischio, forse perché hai avuto rare occasioni di affrontare l’argomento, o perché la tua organizzazione gestisce la Sicurezza con un approccio ormai superato; in ogni caso, questo libro ti sarà indispensabile se intendi (o devi) interessarti in qualche modo al tema”.

Insomma, a me per la sufficienza non sono bastati i miei 53 anni di alpinismo attivo, si vede che ho avuto “rare occasioni” e comunque ho un approccio all’argomento ormai superato. Decisamente devo comprarmi al più presto “La libertà di rischiare”…

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Sicurezza in montagna diventa “ipertecnologica”?

Carlo Bonardi, giurista:
Su “Montagne360°” di settembre 2013 – voce ufficiale del Club Alpino Italiano – ho trovato menzione in copertina, quanto a Soccorso Alpino, del fatto che “… la sicurezza in montagna diventa ipertecnologica.

La cosa, apparendo a prima vista riferita al Soccorso Alpino quale organizzazione, mi è parsa apprezzabile; ma, leggendo l’articolo interno (pagg. 10-11) ho constatato che il problema, al solito tenuto nascosto, è un altro.

Non si trattava infatti di evidenziare moderni strumenti del Soccorso Alpino ma di pubblicizzare – da parte della ditta produttrice ma anche del CAI e del Soccorso Alpimo medesimo – una nuova apparecchiatura, questo GeoResQ, che i singoli praticanti (non solo alpinistici: è per tutte le “persone che vanno in montagna per turismo e per praticare sport all’aria aperta”, e “per l’intero territorio nazionale”) potranno portarsi appresso e che potrebbe essere utile alla loro individuazione e al loro recupero nel caso in cui si perdano.

Nell’articolo si dice dei suoi vantaggi e pure di qualche ipotizzabile inconveniente (esempio: possibilità che “gli escursionisti, sentendosi più sicuri, diventino anche più imprudenti”; per cui neppure manca  – quasi come si fa sui pacchetti di sigarette – l’avviso/riserva:” … non potrà mai sostituire un’adeguata preparazione e pianificazione delle proprie gite in montagna”).

Non è la prima volta che il CAI, nelle sue varie articolazioni, ha a che fare con iniziative del genere (ricordo ad esempio sia il Congresso regionale delle scuole di alpinismo e sci-alpinismo a Crema del 2009, ove le meraviglie tecnologiche 3D-montanare venivano offerte alle Scuole medesime in promozione quasi-gratuita; sia l’incontro al Filmfestival di Trento del 2012, quando Alessandro Gogna lanciava strali verso simili strumentari, in una sede sponsorizzata proprio da chi ne produce); nè sarà l’ultima.

Devo ancora notare che, nonostante il lancio di alcuni allarmi (in genere vengono etichettati: da puristi), anche negli ambiti alpinistici più qualificati non solo la cosa sembra non provocare prese di posizione ma nemmeno alcun interrogativo critico, tanto che si può vederla procedere a gonfie vele, direi con l’aiuto di buoni quantitativi di denaro evidentemente somministrati pure alSodalizio (invito chi lo rappresenta ad esporci un pubblico chiarimento sull’argomento: chi ha pagato?).

Castello di Arnaz (Livinallongo), esercitazioni di soccorso
Esercitazione di soccorso sulle mura del Castello di Arnaz

Orbene, ecco il punto che continuo vanamente a rilanciare (fermo restando che non mi sogno di sostenere che tali aggeggi non possano essere utili e che ciascun praticante può fare quel che vuole): che succede se io, o la mia cordata, o il mio gruppo, o chiunque altro, non abbiamo l’aggeggio e ci perdiamo o corriamo il rischio di perderci (o simili)? Saremo legalmente colpevoli? Anche se direttamente una legge (per ora…) non lo impone?

Continuo a segnalare ciò che l’ultimo dei giuristi sa ma che dovrebbe essere  comprensibile a chiunque: quando un materiale od una tecnica divengono (o sono fatti diventare)prassi, specie in/da ambienti qualificati o che tali sono considerati dall’esterno (si ricordi che il C.a.i. è un ente pubblico e che soprattutto le sue Scuole hanno per legge la funzione di prevenzione degli infortuni nell’esercizio dell’alpinismo), finisce che diventano d’obbligo; e non solo per chi li voleva avere o li aveva, ma anche per tutti gli altri, compresi quelli che di tali enti non fanno parte.

Di talché un futuro scenario sarà quello di chi finirà in galera e dovrà pagare danni pure se all’uso di quegli aggeggi era contrario e pure a prescindere dal fatto se davvero servano oppure no.

Da tempo immemorabile ci sono il pensiero, la legge e la giurisprudenza per i quali, in tema di infortuni sul lavoro (vd. sotto sub B), “L’imprenditore è tenuto ad adottare le misure che, secondo le particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” (così l’art. 2087 del codice civile del 1942, vigente); presto anche questa norma (qualcuno ne prenda nota, dai!) verrà invocata anche per/da alpinisti!

Concludendo su questo primo caso: che consapevolezza c’è nei vertici CAI (e, aggiungo, dei soggetti che praticano la montagna: CAAIGuide AlpineSoccorso Alpino, singoli, ecc.) di questo problema e della sempre maggior spinta – addirittura ad essi intranea – a fare sì che la pratica alpinistica diventi sempre meno libera?

Perchè di questo tema non si parla, e, anzi, viene censurato?

E’ ora che di queste cose i praticanti si avvedano; e che chi governa l’alpinismo cominci a rispondere!

Carlo Bonardi

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L’indagine sull’incidente a Tito Traversa

L’indagine sull’incidente a Tito Traversa
di Carlo Bonardi (24 ottobre 2013)

Sul caso della morte (luglio 2013) dello sventurato ragazzino Tito Claudio Traversa molto è stato scritto e commentato.

Meno noto è l’intervento della Procura della Repubblica torinese del dr. Raffaele Guariniello, particolarmente attento alla tematica dell’infortunistica del lavoro (basti ricordare la vicenda dei sette operai deceduti per il rogo alla ThyssenKrupp).

Orbene, anche qui: dopo lunga gestazione, siamo al punto che per gli infortuni d’arrampicata si vogliono applicare la cultura e la normativa  della prevenzione sugli infortuni sul lavoro?

Se qualcuno lo auspica, esca allo scoperto, illustri la cosa, ci dica chi è e cosa ci guadagna, ed agli alpinisti spieghi per bene quali per loro saranno le conseguenze, specie per chi ha ruoli di responsabilità ma pure per gli indipendenti; tanto più se finora si sia limitato a fare la parte del tecnico promotore o gestore di rischi (altrui).

Gli alpinisti, allora, forse, smetteranno di fare spallucce o di stupirsi o di accontentarsi di pensare che può essere che ho ragione.

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Tito Claudio Traversa

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Alpinismo e libertà: le tesi della SAT in convegno a Malé (TN)

Al convegno erano presenti Claudio Bassetti, presidente SAT Organo centrale, Alessandro Gogna e Sandro Rossi, alpinisti, Luca Calzolari, direttore responsabile Montagne 360°, Martino Peterlongo, presidente Guide alpine collegio Trentino, Adriano Alimonta, presidente soccorso alpino trentino, Romano Stanchina, Servizio Turismo PAT, e Carlo Ancona, giudice del Tribunale di Trento.
Quanto assieme concordato dai relatori è espresso nella Relazione finale, documento che nella sua complessità impegna la SAT per il futuro in una precisa direzione e chiude degnamente il 119° congresso dell’associazione.
Relazione finale del convegno Alpinismo esplorazione e libertà
119° CONGRESSO SAT
Alpinismo, l’enciclopedia Treccani recita: “Attività sportiva consistente nell’ascendere le montagne ricorrendo a una specifica tecnica”.Per la SAT è molto altro, vediamo infatti quanto i fondatori, 140 anni fa, hanno declinato al primo articolo dello Statuto Sociale, che definisce anche il nome Società degli Alpinisti Tridentini:… (la SAT) è strumento di unione fra l’esplorazione sportiva dei monti e l’antica cultura delle valli ed ha per finalità:
a) l’alpinismo in ogni sua manifestazione;
b) la conoscenza e lo studio delle montagne, soprattutto trentine;
c) la tutela del loro ambiente naturale;
d) il sostegno alle popolazioni di montagna.
Anche dopo le varie modifiche subite nel corso degli anni dallo statuto queste definizioni sono rimaste immutate e sono tutt’ora condivisibili, attuali e ribadiscono la lungimiranza dei padri fondatori di SAT.Infatti il modo di andare per monti è ora sicuramente diverso rispetto a un passato anche prossimo, è fortemente cambiato negli approcci, nei tempi, nelle visioni, nella ricerca di mete, nella scelta dei mezzi. Ma se ci fermiamo a riflettere non ci risulta poi così differente, le sensazioni e visioni personali sono quelle di sempre.Dobbiamo notare che i padri fondatori non fanno cenno ad alcuna preoccupazione per la libertà: segno che a quel tempo non esisteva il problema.Oggi invece dobbiamo fare i conti con una società che impone ritmi, divora spazi, annulla distanze, ammalia con il no limits. Una società nemica del tempo dilatato, che non lascia assaporare le atmosfere, una società suadente che confonde esperienza con acquisto, nega il valore della poca o tanta fatica della montagna lenta e non competitiva.

, USA, America Settentrionale , casa fratello di Brady (Jake) , Albuquerque , Sandia Peaks

Sandia Peaks, Albuquerque, USA

Salire le montagne per una sfida più sportiva, controllando cronometro e cardiofrequenzimetro, con le scarpette ginniche e pantaloncini corti per tenere il fisico tonico e allenato, rientra più facilmente nei canoni accettati dalla società odierna: queste pratiche sono componenti dell’alpinismo e rientrano tra quanto recita il nostro statuto, proprio perché vogliamo declinare la parola alpinismo assieme a libertà.

Praticare l’alpinismo, a qualsiasi livello e forma, arrampicare in falesia, salire un Ottomila, fare una passeggiata o un’escursione, salire e scendere di corsa, andare a passo lento, d’estate come d’inverno, con sci o altro, studiare piante o minerali, spiare animali, ammirare panorami, confrontarsi con chi in montagna vive e lavora, è un appagamento per quanto ognuno si aspetta di ricevere dal suo praticare la montagna.

Alpinismo quindi come realizzazione delle aspettative personali, arricchimento interiore, piacere. Un alpinismo che si riappropri di un diritto fondamentale, quello dell’evoluzione individuale, oggi tendenzialmente trascurato o anche negato dalla società.

Esplorazione, sempre l’enciclopedia Treccani recita: “Cercare di scoprire, di conoscere quanto è sconosciuto o nascosto o quanto altri cerca di tenere celato, servendosi dei mezzi opportuni” . Questa bizzarra definizione va decisamente aggiornata.

Dopo il periodo delle grandi esplorazioni, da Marco Polo ad Amundsen, da Whymper a Bonatti, le biblioteche (come per esempio quella di SAT) sono piene di documentazione e testimonianze. Ciò permette di trovare una risposta alla domanda su cosa ha spinto tanti uomini a intraprendere simili avventure: è stata una prospettiva di vita, una scelta interiore, un desiderio di scoperta, una voglia di apparire, o un’idea di futuro? probabilmente un mix di tutto questo. E quanto il desiderio di libertà è stato motore per tutto ciò?

E ora cosa possiamo proporre come esplorazione in quest’epoca dove sembra sia stato tutto scoperto e conosciuto? Sicuramente vi saranno ancora in qualche angolo di mondo luoghi non ancora esplorati a fondo, ma questo è un capitolo che continua a essere per pochi.

La ricerca di prestazioni sempre più performanti, superamento di difficoltà alpinistiche impensabili fino a poco tempo fa, tempi di salite e concatenamenti di tutti i tipi e con tutti i mezzi, bici, sci, al limite della umana considerazione, è un modo di frequentare la montagna, ma non può essere considerata esplorazione e nemmeno può essere la sola aspirazione al nuovo.

Sulla base di queste considerazioni SAT rivolge la propria attenzione a tutti coloro che frequentano le montagne, soci e non soci: ci poniamo come obiettivo una ricerca che non si esaurisca nella logica dei record, che sia condivisibile e alla portata anche delle future generazioni, e questo non può essere che qualcosa di personale, intimo e spirituale, che non si limiti a una prestazione fisica. Ognuno di noi ricorda la sua prima cima, magari poco più di una collina: ma è chiaro in noi che quello è stato il primo passo che ci ha spinto e ci spinge verso altre mete, nella sensazione di aver fatto un enorme balzo avanti.

Questo dovrebbe essere per noi l’esplorazione, vivere come scoperta, come fatto unico e nuovo ogni salita, ogni escursione in luoghi mai visitati, o anche già noti, lasciarsi entusiasmare da quanto ci circonda. Usare il territorio in maniera sobria e intelligente, consapevoli che chi visiterà gli stessi luoghi dopo di noi ha il nostro medesimo diritto di trovarli integri e di entusiasmarsi.

Non perderemo mai l’entusiasmo e la voglia di guardare avanti, di trovare nuove mete grandi o piccole che siano, continueremo a crearci nuovi percorsi e situazioni dando tempo al tempo e respiro alla mente, un passo dopo l’altro; come dice Simone Moro, continuare a sognare e poi impegnarsi nella realizzazione.

Libertà, ancora dall’enciclopedia Treccani: “La facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo”.

La libertà è un diritto essenziale di ogni uomo, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. A regolamentare la nostra vita ci pensano già con molta efficacia e spesso con indiscutibile utilità e necessità i vari codici normativi. SAT individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno di sfida. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di responsabilità del singolo. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione filosofica di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male”. Ma può sembrare banale e anarchico, perché non rifuggiamo le regole ma le vogliamo declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto ma solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e auto responsabilità. Quando il nostro esercitare un diritto si confonde con la volontà prepotente e infantile di far ciò che si vuole questo va a scontrarsi con le altrui libertà, mette a rischio altre persone, limita i diritti di terzi, e quindi cessa di essere un diritto, trasformandosi in abuso. Libertà in montagna è quindi libertà di movimento ampliata dall’esercizio della responsabilità: che vuol dire preparazione,disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione: persino gli alpinisti di punta non dovrebbero limitare la propria libertà di scegliere per compiacere gli sponsor o per una qualsivoglia specie di sudditanza psicologica, soprattutto per la valenza di esempio di cui sono portatori. Il ruolo di tutti diventa di formazione, educazione e sensibilizzazione alla responsabilità.

Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile Irbidossili
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei

Il rischio in alpinismo
Il rischio nasce dalla disparità tra uomo e montagna, come tra uomo e mare o uomo e deserti. Il rischio è elemento costitutivo dell’alpinismo e catalizzatore di libertà di scelta. Il rischio zero in montagna è una pura illusione che l’odierna società spaccia come raggiungibile. Il rischio in montagna va legato all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio è anche positivo elemento di opportunità e consente il percorso di evoluzione personale.

Dopo aver preso i dovuti accorgimenti per abbassare la soglia del pericolo, la consapevolezza del rischio aumenta la sicurezza globale. La consapevolezza del rischio può essere inquinata da una consistente “propensione” soggettiva al rischio, caratteristica di alcune persone, spesso inconsapevole e irrazionale. Propensione a volte esaltata dai media e dal mercato, confusa con la vera avventura.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta responsabile e rispettosa degli altri, nella consapevolezza che non esiste un diritto al soccorso sempre, comunque e in ogni condizione.

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e responsabilità) e di dotazione del corretto equipaggiamento e, se necessario, di altri strumenti tecnologici.

La sicurezza totale è una pura illusione, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. Se la componente di sicurezza soggettiva può essere aumentata (anche se mai totale) rimane comunque la parte legata all’imponderabile, sempre presente e mai eludibile. L’impostazione attuale della società è improntata alla cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero l’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui l’individuo può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in quell’ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la dimensione della libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.

Se però siamo concordi nel contrastare la diffusione a tutti i livelli di questa società sicuritaria dobbiamo prenderci le nostre responsabilità e agire di conseguenza. Questo in montagna significa limitare al minimo l’uso di installazioni fisse di progressione, nonché la messa in sicurezza delle vie di alta montagna, perché queste opere non devono essere usate come alibi per propagandare (anche a beneficio politico) una salita come “via sicura”, correndo il rischio di far accedere a quella cima anche alpinisti improvvisati e ottenendo magari il risultato contrario.

Va tenuto in debito conto che qualsiasi istituzione crei dei percorsi, sentieri, o attrezzi vie di salita o ferrate ha l’obbligo di mantenerle efficienti con la dovuta manutenzione per almeno dieci anni. Obbligo, peraltro, già sancito dalla legge.

Non utilizziamo mai nell’indicare percorsi, sentieri, vie ferrate, trekking e nelle escursioni guidate la frase “in assoluta sicurezza”.

L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sufficiente sicurezza: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della responsabilità e quindi indispensabili.

Ricerca della responsabilità giuridica
Altro vizio della società moderna è la ricerca obbligatoria di un responsabile per ogni cosa che accade, anche se questa è accidentale e totalmente indipendente dai comportamenti umani. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è né prevedibile né eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel mercato della sicurezza assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione.Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività: situazione ben avvertita anche da SAT (manutenzione sentieri, accompagnamento, alpinismo giovanile). Nei casi di contenzioso nei confronti di operatori di montagna è auspicabile che chi dovrà giudicare sia quantomeno assistito da esperti di montagna; alla stessa maniera i pubblici ufficiali che dovessero intervenire nelle indagini dovrebbero avere delle buone conoscenze in materia.

Media e comunicazione
Chi non pratica la montagna normalmente non si interessa di alpinismo se non in occasione di incidenti e tragedie che vengono riportate dagli organi di informazione molte volte in maniera non corretta, se non altro scrivendo certi titoloni a effetto. Nostro compito è fare informazione e controinformazione corrette sottolineando il valore sociale e culturale della pratica della montagna. Inoltre sul costo sociale di soccorso, recupero e cura di eventuali infortunati dobbiamo diffondere i veri numeri, evidenziando a esempio che il fumo e l’alcol hanno un costo sociale molto più elevato, così come la nutrizione non sana (vedi l’obesità dei bambini) e la mancanza di attività motorie soprattutto in età scolare.

Soccorso
I soccorritori sono dei volontari ai quali è demandato istituzionalmente il compito di intervenire in caso di bisogno; essendo la partecipazione a questo corpo una libera scelta, il soccorritore non si lagna quando lo chiamano per un intervento. I soccorritori accettano che chi va in montagna possa sbagliare, e non giudicano su quanto è successo, solo chi è sul posto può realmente sapere come si sono realmente svolti i fatti, salvo poi tentare un’indagine e con il positivo scopo di creare una casistica che possa tornare utile in seguito. I soccorritori sono essi stessi degli alpinisti, e spesso tra i migliori, e pertanto i rischi che corrono sono da loro accettati sia come professionisti che come volontari. Di certo la mancanza di responsabilità personale aumenta sempre più le richieste di soccorso da parte di escursionisti improvvisati o alpinisti che scambiano l’elicottero del soccorso per un taxi. Non deve passare l’idea che l’essere soccorsi è un diritto sempre e comunque.

Molino Ruatti (val di Rabbi) 18.10.2013. Alpinismo e Libertà, convegno SAT. Adriano Alimonta, Claudio Bassetti, Sandro Rossi, Martino Peterlongo (pres.AGAI Trentino), A. Gogna, Romano Stanchina, Luca Calzolari, Carlo Ancona, Sandro De Manincor

Molino Ruatti (val di Rabbi) 18.10.2013. Alpinismo e Libertà, convegno SAT. Da sinistra, Adriano Alimonta, Claudio Bassetti, Sandro Rossi, Martino Peterlongo (pres.AGAI Trentino), A. Gogna, Romano Stanchina, Luca Calzolari, Carlo Ancona, Sandro De Manincor.

Impegni istituzionali
SAT per dare senso e seguito a quanto enunciato deve mettere in campo tutte le proprie risorse costituite dalle Commissioni tecnico-scientifiche e Scuole che si avvalgono di collaboratori esperti e motivati, con valenze specifiche in ogni campo. Questi, se correttamente stimolati dagli organi politici interni, sono in grado di dare grande impulso a un movimento di opinione, a una maggior chiarezza di obiettivi pratici ma soprattutto all’assunzione di individuale responsabilità.

L’attività di SAT deve essere coordinata con le altre istituzioni, in modo particolare con il Collegio delle Guide Alpine e il Soccorso Alpino e Speleologico. Tale sforzo comune ha come obiettivi:

– indurre la consapevolezza, soprattutto nei meno esperti, che muoversi in montagna è esercitare il proprio diritto di libertà responsabile e non di libertà tout court;

– difendere il ruolo culturale delle libere pratiche di montagna in opposizione alla dominante cultura sicuritaria;

– sostenere il ruolo sociale delle pratiche di montagna tramite l’ideazione e realizzazione di progetti educativi e sociali;

– rilanciare il ruolo economico delle pratiche di montagna perché a pieno titolo fattori di sviluppo durevole dell’economia montanara, in quanto contribuiscono, per la loro forte immagine simbolica, alla promozione dei territori e al rispetto dell’ambiente;

– eliminare o almeno addolcire dal corpus di norme e regolamenti giuridici certe disposizioni poco meditate, non condivise e spesso dannose;

– adoperarsi in definitiva per favorire l’evoluzione e la vera crescita dell’individuo e della collettività.

Missione civile di SAT è perseguire questi obiettivi.

Missione etica è sfidare modelli imperanti e stereotipi e contrastarli con lo stesso spirito dei primi esploratori.

Male’ 11-20 ottobre 2013